Visualizzazione post con etichetta Luciana Castellina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luciana Castellina. Mostra tutti i post

lunedì 31 gennaio 2022

Afghanistan (e altrove): che fare oggi? - Luciana Castellina

 

I Talebani governano Kabul, il paese è al collasso. Che cosa possiamo fare oggi? E come affrontiamo le tensioni tra Occidente e Russia sull’Ucraina? E le decine di altri conflitti in tutto il mondo? La prefazione dell’ebook ‘Afghanistan senza pace, 2001-2021’.

Che cosa fare oggi con l’Afghanistan riconsegnato ai Talebani? E con le nuove tensioni tra Occidente e Russia sull’Ucraina? E con le decine di altri conflitti, striscianti o violenti, in tutto il mondo? Torna alla mente uno degli slogan dei pacifisti degli anni ’80, un’importante verità che nell’Europa della nuova guerra fredda il movimento aveva affermato: “I patti non si fanno con gli amici, ma con i nemici”.

Voleva dire no all’arroccamento nell’Alleanza atlantica, sì al dialogo e alla ricerca di un compromesso con gli avversari. Ed era il corollario di un’altra verità: “la guerra è un retaggio del passato, la politica estera non può più affidarsi a soluzioni militari, la sicurezza va assicurata da strumenti politici”. 

Quando i potenti Stati Uniti annunciarono, ad agosto 2021, che dopo aver massacrato per 20 anni l’Afghanistan, avrebbero ordinato alle loro truppe e a quelle di noialtri alleati della Nato di abbandonare il paese, queste sagge considerazioni, che avevano ispirato la mobilitazione pacifista quarant’anni fa, sono tornate d’attualità. Generali, ministri, giornalisti per vent’anni hanno affermato di poter conquistare l’Afghanistan e trasformarlo, senza fare i conti con la realtà di quel paese. C’è stato anche chi ha pensato che i bombardamenti e i droni americani avrebbero potuto liberare le donne dal burka. Ahimè, non è stato così.

Dopo le grandi manifestazioni dei primi anni di guerra – raccontate negli articoli della prima parte di questo ebook – anche le nostre proteste sono cadute e i nostri democratici governi europei sono andati avanti tranquillamente con le operazioni militari nel quadro Nato al servizio della strategia americana. In Afghanistan per fortuna sono rimaste le Ong, a cominciare da Emergency, impegnate ad aiutare con scuole e ospedali la società civile del paese anziché ad armare le bande di altre fazioni.

“Fare accordi” con i nemici non vuol dire riconoscere il governo dei Talebani (non l’hanno del resto fatto nemmeno Russia e Cina). Vuol dire tenere aperto un confronto politico, dopo che per vent’anni a parlare sono state solo le armi. Vuol dire strappare qualche spazio per fare quanto non abbiamo fatto prima: aiutare la società civile afghana, le donne, i giovani a liberarsi di chi li opprime, maturando autonomia culturale e capacità di organizzarsi per diventare protagonisti della loro liberazione. E gli strumenti non sono missioni ufficialmente “umanitarie” sebbene portate avanti da militari armati fino ai denti. Sono gli aiuti per un paese alla fame, il sostegno all’azione delle Ong, la solidarietà. 

E serve davvero salvare chi ora rischia la vita – e sono in tanti – ottenendo vie d’uscita dal paese e l’impegno dei nostri paesi ad accogliere i fuggitivi. A Doha, nel negoziato promosso da Trump e poi proseguito da tutta la Nato, non c’è stata una trattativa sull’Afghanistan, ma solo sulle garanzie a favore dei militari Nato che se ne volevano andare, i soli per i quali è stata espressa preoccupazione dal presidente Biden: “Riportare a casa i nostri ragazzi”. E tanto peggio per quelli che vivono in un paese che i “nostri ragazzi” hanno massacrato in questi 20 anni, in nome della guerra come risolutrice dei conflitti.

Occuparci di Afghanistan oggi vuol dire anche occuparsi di Iran, dove ci sono migliaia di profughi afghani, e dove c’è un nuovo terreno di scontro con gli Stati Uniti e con Israele, sul nucleare e sulle strategie regionali. Vuol dire occuparsi di Medio Oriente: Israele, Palestina, Libano, Siria, Turchia, Arabia Saudita, Yemen, tutti posti dove i conflitti sembrano irrisolvibili, i diritti sono calpestati, la pace è introvabile. 

Vuol dire occuparsi di Europa, Ucraina, Bielorussia: a Bruxelles si insegue il progetto di esercito europeo e si finanzia la ricerca e produzione di nuove armi, in Ucraina si prepara un nuovo scontro militare est-ovest, alla frontiera tra Polonia e Bielorussia si ripete lo scandalo di un’Europa capace solo di alzare muri contro i profughi. E vuol dire occuparsi di Italia, dove le spese militari crescono al ritmo del 5%, più di ogni spesa corrente per il 2022, più della sanità nel mezzo della pandemia. I vent’anni trascorsi dalle torri gemelle alla ritirata Usa da Kabul ci ricordano che non possiamo non occuparci della pace.

 

da qui

domenica 13 settembre 2020

Un No non basta, ma è necessario per impedire una brutta svolta - Luciana Castellina

Anche se si può pensare che il referendum può essere usato solo come occasione per pronunciarsi contro, o a favore, dell’attuale governo, non credo che sia così.

Il taglio dei deputati che verrebbe operato se vincesse il Sì è grave perché la questione riguarda un problema generale: le sorti della democrazia.
Non solo per il valore simbolico dell’immagine di quelle poltrone svuotate euforicamente mostrate davanti a Montecitorio, come a dire il parlamento non serve a niente.

È grave perché quella proposta che il Sì avallerebbe si inserisce nel contesto di una crisi molto pesante, e ormai di lunga data, dell’intero sistema democratico. Crisi principalmente italiana, ma non solo: di tutto l’Occidente che pure continua a sbandierare la democrazia rappresentativa come il punto di per sé più alto della storia dell’umanità. Quella che avrebbe giustificato tutti i tanti interventi militari «umanitari» intesi a instaurare la democrazia dove non era stata mai sperimentata.

Intendiamoci: diritto universale al voto, libertà di opinione e Parlamento sono beni essenziali, ma di per sé non bastano affatto. Hanno valore e senso se sono accompagnati da una consapevole e generalizzata partecipazione dei cittadini alle scelte politiche che vengono assunte, altrimenti si riducono ad un esercizio formale.

Oggi come sappiamo bene questa partecipazione è minima: un voto sempre più casuale per candidati ai più semisconosciuti, al meglio in base al giudizio su problemi di cui si ignorano le complessità, perché manca ogni occasione di confronto se non quello passivo di auditore (o lettore di media detti non si sa perché «social»). Basterebbe in queste condizioni anziché procedere alla faticosa pratica delle elezioni ricorrere al tiro a sorte, così, anzi, si avrebbe anche una rappresentanza più «autenticamente» popolare, non contaminata dalla politica. (Chissà che un giorno non si arrivi anche a questo !) .

OPPURE scelti in base al richiamo comunitario, senza valutare che le comunità locali sono importantissime ma possono anche essere pessime se diventano autoreferenziali e xenofobe contro chiunque non faccia parte della propria. Ricordo – permettetemi questo mio consueto richiamo nostalgico – le vecchie sezioni del Pci, tutte radicatissime nel proprio territorio ma che ogni settimana dedicavano una serata a conoscere e riflettere su quanto accadeva nel mondo, in Europa, in Italia, alla propria città, poi anche al tram che non arrivava, o alla fontanella senza acqua . Ma così a lottare perché questi problemi locali fossero risolti, uno non si sentiva un povero disgraziato, ma parte di un grande movimento mondiale che voleva cambiare il mondo. Dove avviene oggi una simile riflessione, dove si incontra chi sa cosa si deve fare e ne discute con la propria comunità?

POTREMMO, per l’ennesima volta, piangere perché non ci sono più i partiti, o meglio quelli che erano davvero partiti. Io piango, o meglio rimpiango, e credo che non dovremmo farci travolgere dall’odio e discredito che ormai li accompagna. Ma non c’è dubbio che occorre ormai reinventare nuove forme di espressione e partecipazione. Sapendo che questa non si ottiene con una nuova legge elettorale pur indispensabile.

Non si tratta di regole o leggi. Si tratta di riaffermare nella pratica l’importanza della politica come solo strumento che consente agli umani di controllare le decisioni che li coinvolgono senza farsi abbindolare dall’idea che le scelte sono «oggettive», e misurate dal famoso pilota automatico, il mercato. E perciò vanno affidate ai tecnici, come quelli che guidano i Cda delle Banche o delle aziende, altrimenti detta «governance».

SE SI È ARRIVATI alla crisi democratica attuale è perché è finita per prevalere in buona parte della sinistra l’ossessione governista, quasi che tutto dipendesse dall’andare o meno ad occupare l’esecutivo. Abbandonando a sé stessa la società, via via sempre più ripiegata sull’«io forse me la cavo», quasi che la maggior parte dei problemi di ognuno non fosse uguale a quella del vicino.

Dunque problema collettivo, e dunque, proprio per questo, politico. Colpe anche, diciamocelo con franchezza, della sinistra-sinistra, che questo guasto dei partiti che ha otturato i canali di partecipazione l’ha subito, senza avere le fantasia e la forza di dare ai movimenti che pure ha continuato ad animare, la indispensabile ulteriore capacità di inventarsi forme stabili di gestione della società, (i «Consigli», come suggeriva Gramsci) in grado di riappropriarsi attraverso la partecipazione politica, dell’amministrazione dei beni comuni. (Non dello Stato, i comunisti sono antistatalisti!).

Capaci, però, anche, a partire da questi nuovi punti di forza, di tener aperti i canali di comunicazione con le istituzioni democratiche rappresentative, che se non ridotte a forma è bene averle a cuore.

ANCHE QUESTO non è problema che risolverà neppure la migliore riforma della legge elettorale. Ma è certo che tagliare il numero dei deputati renderebbe questo difficile tentativo di rianimazione della democrazia anche più difficile, perché una volta che il Parlamento diventasse preda di una maggioranza e di una opposizione inevitabilmente non più articolata, anche più distante dalle pulsioni, esigenze, proposte, energie della società, il senso di impotenza e dunque la spoliticizzazione diventerebbero ben più gravi.

VOGLIO DIRE che certo il No non risolverà tutti questi problemi, ma la vittoria del Sì non comporterebbe solo una riduzione dei parlamentari con tutte le ripercussioni negative che quasi tutti i costituzionalisti ci hanno indicato nella battaglia che stanno conducendo. Significherebbe molto di più: accelerare ulteriormente il già pericolosissimo processo di svuotamento della democrazia rappresentativa che gestisce le nostre società occidentali. E a quel punto i rischi di ogni possibile avventura autoritaria sarebbero gravi.

https://www.manifestosardo.org/un-no-non-basta-ma-e-necessario-per-impedire-una-brutta-svolta/

giovedì 16 agosto 2018

ricordo di Samir Amin



Samir Amin, come metafora dell’emancipazione umana e dei popoli delle periferie in primo luogo - Giorgio Riolo


Scrivevo a suo tempo – alla scomparsa di François Houtart – che era difficile riassumere la ricchezza di una vita, pensiero e azione, così straordinaria. Così si può esordire per questa figura altrettanto straordinaria.
Houtart e Amin, accomunati dall’impegno internazionalista, dall’avere il mondo come orizzonte e come casa. Mondo tuttavia irrimediabilmente diviso, a causa dello sviluppo ineguale, del colonialismo e dell’imperialismo, fra centri sviluppati e periferie condannate al sottosviluppo, fra Nord e Sud. Accomunati dall’aver concepito e fondato nel 1997 il Forum Mondiale delle Alternative, organismo precursore dei successivi Forum Sociali Mondiali. Persone (compagni, amici) fortunate, come dice Massimiliano Lepratti, valente studioso italiano dell’opera di Amin. Hanno dato tanto, e molto continueranno a dare, e molto hanno ricevuto, dalla vita così intensa e così degnamente vissuta.
Ciò che ora possiamo fare, subito dopo la triste notizia della scomparsa di Amin, è solo un doveroso rendergli omaggio in poche righe. Ben altra riflessione, ben altro impegno, in incontri, seminari, saggi, occorrerebbe dedicare a una delle maggiori personalità del Novecento. Giunta intatta, nello spirito, nella lucidità mentale e nell’impegno militante, ai primi decenni del terzo millennio.
Dire marxista e comunista è sicuramente giusto. Ortodosso/eterodosso a suo modo. Militante infaticabile e grande intellettuale. Le formule, le etichette, le definizioni sono importanti e orientano, ma sono anche gabbie che imprigionano. Samir era figlio del suo tempo. Profondamente convinto che la storia reale e la cultura determinano, agiscono sempre, non solo i modi di produzione, non solo il “determinismo economico” ecc. Allora il suo profondo convincimento, l’intimo orgoglio di appartenere a una grande civiltà millenaria, come quella egizia: egiziana, seppure fusa nelle successive acquisizioni delle idee chiare e distinte dell’illuminismo e della rivoluzione francese (la parte materna e l’educazione scolastica e universitaria) e del patrimonio ideale e culturale del marxismo, del movimento operaio, dei movimenti di emancipazione dei popoli coloniali.
Per capire la sua critica a quella che definiva “alienazione economicistica”, fra i tanti suoi saggi, basta ricordare le belle pagine dedicate alla cultura, alla religione, alla filosofia, alla politica, alla ideologia in generale, contenute nel libro fondamentaleL’eurocentrisme. Critique d’une ideologie (e qui un personale rammarico per non averlo pubblicato assieme ai tanti libri, saggi, articoli tradotti e promossi come responsabile dell’Associazione Culturale Punto Rosso, ma si può adesso rimediare). E la decisiva nozione di eurocentrismo è una delle chiavi per capire la storia globale, per capire il colonialismo e l’imperialismo. E per capire anche molta deformazione di alcuni marxismi e di alcuni movimenti operai, socialisti e comunisti.
Dalla tesi di laurea degli anni cinquanta, poi confluita nella prima grande operaL’accumulazione su scala mondiale. Critica della teoria del sottosviluppo (in Italia presso Jaca Book), al punto fermo teorico de Lo sviluppo ineguale (nel 1977 presso Einaudi), alla collaborazione dei primi anni ottanta con Immanuel Wallerstein, Andre Gunder Frank e Giovanni Arrighi per Dinamiche della crisi globale (adattamento presso Editori Riuniti), a La teoria dello sganciamento (il termine italiano che adottammo per rendere la nozione fondamentale di deconnexion, delinking, la necessità per i Paesi e i popoli delle periferie di rompere con la logica dello sviluppo capitalistico e di ricercare un modello di “sviluppo autocentrato” ecc.), ai tanti libri nei quali, tra la fine degli anni ottanta e gli anni novanta, ha sostanziato la sua critica radicale del neoliberismo, dell’egemonismo e unipolarismo Usa e del suo “controllo militare del pianeta”, del sempre più evidente divenir “obsoleto” del sistema capitalistico, malgrado la vittoria definitiva sul sistema sovietico, del quale Amin è stato uno dei più intelligenti critici ecc. Il capitalismo realmente esistente altrettanto obsoleto del socialismo realmente esistente.
La tendenza a uniformare il mondo, a omogeneizzare-omologare, da parte del capitalismo e dell’imperialismo ha prodotto e produce reazioni identitarie, “culturalistiche” come dice Amin, da parte dei popoli oppressi. Da qui il pericolo di fenomeni come l’Islam politico e le tante sue forme fondamentalistiche, fuorvianti e oppressive. Le sue analisi del fenomeno dell’Islam politico e in generale del mondo arabo rimangono come pietre miliari del suo itinerario politico e intellettuale.
Per un mondo multipolare, per la ripresa dello spirito della “era di Bandung”, per il costituirsi di un polo “antiegemonico” (contendente l’egemonia Usa) anche se non “antisistemico” (anche se non anticapitalistico) in prima fila Cina, India, Russia, per un’Europa come progetto autentico e non rispondente ai bisogni dell’egemonia della Germania, ai bisogni del neoliberismo ecc. Per il rinnovato risveglio e protagonismo di Africa, Asia e America latina. Il suo impegno in tal senso è stato negli anni recenti senza posa.
Innovatore, nel solco di Marx, senza dogmi e senza scolastica. “La vocazione africana e asiatica” (semplificata in “terzomondista”) del marxismo, la teoria del valore mondializzato, lo scambio ineguale, correlato al valore mondializzato, lo sviluppo ineguale, il ruolo delle campagne e dei contadini nelle varie rivoluzioni avvenute (Russia, Cina, Vietnam, Cuba, Algeria, Nicaragua ecc.) e nei movimenti di liberazione come progetti nazionali e popolari nelle varie aree del mondo. Solo per elencare alcuni di questi avanzamenti e apporti oltre i vari marxismi irrigiditi, ripetitivi, dogmatici, eurocentrici.
Samir era un rivoluzionario anche nella persona. Disponibile, ilare, ironico, gran narratore, non logorroico, attento e pronto ad ascoltare. Egizio-egiziano, appunto. Il capitalismo ha contribuito fortemente a sviluppare le capacità umane (scienza, tecnica, specialismi, macchine, mezzi di produzione, “forze produttive” in generale). E questo è importante, sempre comunque ricordando lo sviluppo apportato dalle tante civiltà extraeuropee della storia globale.
In gioco però è soprattutto lo sviluppo della personalità umana. Vale a dire l’etica, le qualità umane di relazione, la cultura, l’apertura mentale e morale ecc. La lotta per il socialismo, oltre al cambiamento economico-sociale, strutturale, è anche questo.
A mo’ di provvisorio congedoCon il proposito di tornare a studiare e a valorizzare la sua figura.
L’amico e compagno Enrico mi ha inviato (fra i tanti) un semplice e bellissimo messaggio per salutare degnamente Samir. “Coloro che abbiamo amato e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo” (Sant’Agostino o Agostino d’Ippona). Grazie Enrico.
E grazie Samir. Una vita degna di essere vissuta.
Fontaneto d’Agogna, 14 agosto 2018




Addio a Samir Amin, uno degli ultimi grandi intellettuali. Amico del Manifesto - Luciana Castellina

Il ricordo. Uno degli ultimi grandi intellettuali impegnati a 180 gradi nelle battaglie dei movimenti di questo scorcio di secolo, sempre pronto a partecipare e a confrontarsi coi ragazzi come chiunque abbia preso parte ai Forum Sociali Mondiali sa bene
La mia mail si è riempita in poche ore: messaggi da ogni parte del mondo per la morte di Samir Amin. Uno schiaffo, perché la scomparsa non è stata annunciata da una lunga malattia ma da un recente trasferimento da Dakar in un ospedale di Parigi. Isabelle, la sua compagna da più di mezzo secolo, presente al decesso inatteso, tornata a casa si è sentita mancare, si è rotta il femore ed ora è a sua volta in ospedale; e così allo scoramento si aggiunge la tristezza di non poterla nemmeno abbracciare per telefono.
La provenienza dei messaggi – Africa soprattutto ma anche Asia America Latina Europa – testimoniano di per sé la personalità e il ruolo che ha avuto nella sinistra mondiale: non solo come marxista capace di aggiornare senza dogmatismi il suo pensiero agli sconvolgenti mutamenti del dopoguerra, ma come militante politico. Uno degli ultimi grandi intellettuali impegnati a 180 gradi nelle battaglie dei movimenti di questo scorcio di secolo, sempre pronto a partecipare e a confrontarsi coi ragazzi come chiunque abbia preso parte ai Forum Sociali Mondiali sa bene. Portando in ogni assemblea il suo ostinato ottimismo della volontà: «Dobbiamo costruire la V Internazionale», ci ammoniva, e non si stancava di ripeterlo, sebbene i Forum, gli appuntamenti più variopinti della storia, facessero talvolta fatica a capire il messaggio; ma aveva ragione Samir ad insistere che gli arcobaleni sono belli ma non bastano se si vuole costruire «l’altro mondo possibile».
Ma per tutti i partecipanti la sua autorità è stata indiscussa. Ha avuto impatto anche la sua ultima sfuriata contro i catalani: «L’ideologia dominante – ha scritto ancora pochi mesi fa – ha così raggiunto il suo obiettivo: sostituire alla priorità della coscienza sociale il primato di altre identità, in questo caso nazionale. E’una deriva tragica». E, aveva aggiunto dopo aver assistito a un dibattito a Barcellona: «Ho sentito uno solo dei presenti, uno di Podemos, dire che non avrebbero mai sostenuto un governo di destra ancorché catalano».
Per noi del manifesto Samir Amin è stato molto importante: l’abbiamo conosciuto all’inizio degli anni ’70, ricordo ancora il primo incontro a casa mia, con lui altri due egiziani, i loro nomi coperti da un unico poi divenuto celebre pseudonimo – Mahmud Hussein (il loro primo libro ci fece scoprire la lotta di classe nell’Egitto di Nasser) – e anche, non ricordo se già la prima volta o solo la seconda, con lui anche André Gunder Frank, tedesco ma ormai da tempo cileno.
Erano i primi marxisti del terzo mondo, e ci insegnarono a ragionare in termini globali, fuori dal ghetto eurocentrico, e dunque di cosa significava “l’accumulazione su scala mondiale”. Se il manifesto è stato l’espressione di una sinistra ricca e articolata, lo dobbiamo a questo innesto. Che non ebbe mai i caratteri di un terzomondismo disinteressato alle problematiche del capitalismo avanzato, o, peggio, venato da diffidenze identitarie. Samir è stato infatti protagonista di tutte le reti internazionali marxiste, ortodosse e eterodosse, che da cinquant’anni a questa parte hanno animato il dibattito della sinistra mondiale: gli annuali incontri a New York della Socialist Scholars Conference, oggi Left Conference, così come, per fare un altro esempio, della Round Table for Socialism che, anche questa ogni anno fino alla fine della Jugoslavia, si teneva a Cavtat, presenti, anche nel furore della rottura, sovietici e cinesi albanesi e americani (Sweezy sempre), il Pci come il manifesto.
Vorrei ricordare due incontri fra gli ultimi con Samir, e scusatemi se mi riguardano: uno, ormai già lontano, in occasione del suo ottantesimo compleanno. I suoi compagni egiziani invitarono una ventina di amici provenienti da tutto il mondo per un simposium in suo onore che si tenne a bordo di una nave partita da Assuan per percorrere tutto il Nilo, a bordo ogni giorno un confronto su temi diversi, in ogni porto una visita alle meraviglie dell’antico Egitto di cui Samir non finiva di essere orgoglioso. L’ultimo, non molti mesi fa, a Mosca, per il centenario della rivoluzione d’Ottobre. Eravamo stati ambedue invitati dal gruppo “Alternative” di Alex Buzgalin, comunisti ma non ortodossi, che avevano organizzato una straordinaria conferenza internazionale sul ’17.Per la seduta conclusiva Alex, che è anche un compagno stravagante, aveva allestito un teatrino chiedendo ad alcuni di noi di impersonare un protagonista della storia e di improvvisare uno show. A me toccò essere Alexandra Kollontaj, a Samir Stalin, a un compagno greco Trozki, e così via. Prima fra chi doveva prendere la parola, chiesi a Samir:
«Compagno Stalin, ma era proprio necessario assassinare Trozki?». E Samir, pronto, mi ha risposto:«No, no, è stato un vero errore. Un errore dei miei servizi di informazione: mi avevano detto che era ancora importante e invece non contava più nulla, perciò è stato del tutto inutile». Perchmir era anche molto, molto spiritoso.





mercoledì 1 luglio 2015

La scommessa di Tsipras - Luciana Castellina

appare stamattina una controproposta di Tsipras (qui) nella quale si (ri)propongono, a Juncker, Draghi e Lagarde, cinque punti, tra cui aumento delle imposte per i redditi più alti e riduzione delle spese militari, due tabù intoccabili per lorsignori.
(avrei aggiunto la requisizione dei capitali degli evasori fiscali depositati presso le banche dei paesi che aderiscono alle istituzioni di quei tre, così, per sputtanarli un po')
adesso vedremo con quale faccia insisteranno a schiacciare la Grecia, quelli lì - franz



Nono­stante l’amichevole gesto con cui Mat­teo Renzi, rega­lan­do­gli una cra­vatta, accolse la prima volta il neo eletto primo mini­stro greco, è pro­prio lui che, arri­vati al dun­que, ha ora reso il peg­gior ser­vi­zio a Ale­xis Tsi­pras. Dicendo che il refe­ren­dum di Atene avrà per oggetto un pro­nun­cia­mento a favore dell’euro o della dracma.
Pro­prio il con­tra­rio di quanto il governo greco si è sfor­zato di spie­gare. E cioè che non intende affatto optare per un ritorno alla moneta nazio­nale e uscire dall’eurozona, e invece aver più forza per imporre una discus­sione – che fino ad ora non c’è stata mai — su quale debba essere in mate­ria la poli­tica europea.
Final­mente qual­cuno che, anzi­ché cer­care riparo die­tro la fati­dica affer­ma­zione “ce lo chiede Bru­xel­les”, come ci hanno abi­tuato i gover­nanti euro­pei, pre­tende di dire la sua sulle scelte lì compiute.
E’ certo vero che nella stessa Gre­cia, come del resto altrove in Europa e anche da noi, c’è chi vor­rebbe dire tout court che l’Unione è morta ed è meglio così, ma non è que­sto l’oggetto della con­sul­ta­zione. Tsi­pras chiede più forza per nego­ziare ancora e il ritorno alla dracma è solo il pos­si­bile even­tuale e depre­cato esito di un fal­li­mento defi­ni­tivo del negoziato.
Un’eventualità che in que­ste ore sem­bra forse scon­giu­rata, seb­bene il signor Tusk, il più rude delle isti­tu­zioni, abbia all’ultimo appun­ta­mento but­tato fuori dal tavolo i nego­zia­tori greci, dichia­rando che “the game is over”.(Perché così sono andate le cose e non il con­tra­rio). E’ una spe­ranza fle­bile, ma già dimo­stra che rifiu­tare i ricatti è giu­sto.
Pur­troppo tutta la lunga trat­ta­tiva è stata accom­pa­gnata da un fra­stuono media­tico che ha creato grande con­fu­sione. E così la gente meglio inten­zio­nata con­ti­nua a chie­dere se è pro­prio vero che i greci hanno una ple­tora di dipen­denti pub­blici, quando invece ne hanno, pro­por­zio­nal­mente, la metà della Germania.
Se è vero che vanno tutti in pen­sione nel pieno delle loro forze, e invece la media degli anni di lavoro nel paese è supe­riore a quella dell’Unione euro­pea e la spesa pub­blica per il pen­sio­na­mento, sem­pre pro­por­zio­nal­mente, metà di quella fran­cese e un quarto di quella tede­sca. La pro­dut­ti­vità è bassa ma è cre­sciuta assai di più che in Ita­lia e per­sino che in Germania.
Se poi si guar­dano nei det­ta­gli i punti sui quali la squa­dra greca ha trat­tato e si è rifiu­tata di acco­gliere le pro­po­ste delle isti­tu­zioni euro­pee è dif­fi­cile rima­nere insen­si­bili alle sue ragioni: rifiu­tare un aumento dell’Iva sui generi di prima neces­sità (cibo, pro­dotti sani­tari, elet­tri­cità), e quello a carico delle isole che vivono del solo turi­smo; respin­gere la richie­sta di varare una legge che con­senta licen­zia­menti di massa. Rifiuto, anche, a can­cel­lare i pre­pen­sio­na­menti esi­stenti, ma biso­gna ben tener conto che una quan­tità di gente è stata licen­ziata e non ha altre fonti di sosten­ta­mento. E invece è Bru­xel­les che ha rifiu­tato la richie­sta greca di un aumento del 12 % di tasse sui pro­fitti che supe­rano i 500.000 euro.
Si con­ti­nua a ripe­tere osses­si­va­mente che la Gre­cia deve fare le riforme, ma, come del resto in Ita­lia, non si dice mai esat­ta­mente di quali riforme si tratti e in che modo quelle pro­po­ste, o attuate (vedi job act o Ita­li­cum da noi) pos­sano in qual­che modo aiu­tare una ripresa eco­no­mica.
L’austerità, è forse una riforma, o non invece una poli­tica tanto miope da impe­dirla? Que­sta è la lezione che viene dalla Gre­cia: se invece di insi­stere su que­sta come sola ricetta già dal 2010 si fos­sero invece sacri­fi­cati pochi soldi per con­sen­tire gli inve­sti­menti neces­sari alla moder­niz­za­zione del paese non saremmo a que­sto punto.
I greci oltre che fan­nul­loni sareb­bero anche imbro­glioni per­ché hanno preso i soldi e non li resti­tui­scono. Se qual­cuno avesse memo­ria, un bene che sem­bra ormai raro, ci si ricor­de­rebbe di quanto divenne chiaro, e forse a noi stessi per la prima volta, quando scop­piò il dramma del debito accu­mu­lato dai paesi del terzo mondo da poco arri­vati all’indipendenza. Erano gli anni ’80 ed emerse che quei paesi erano stati vit­time di quelli che allora non si ebbe timore di chia­mare “spac­cia­tori”. Per­ché è così che si inde­bi­ta­rono oltre il ragio­ne­vole: per l’insistente offerta di acce­dere a un modello di con­sumo super­fluo e dan­noso, per il quale non c’erano risorse e che fu indotto per­ché così con­ve­niva ai pre­sta­tori che poi pas­sa­rono a chie­dere il conto.
La Gre­cia non è l’Africa, ma gran parte del suo debito è stata accu­mu­lata pro­prio così, per colpa di ban­che e di imprese senza scru­poli. Che peral­tro sono state oggi — erano tede­sche sopra­tutto ma non solo — feli­ce­mente ripa­gate con danaro pub­blico europeo.
Quando, poco dopo l’ingesso della Gre­cia nella Comu­nità Euro­pea, nell’81, si arrivò al seme­stre di pre­si­denza affi­dato per la prima volta ad Atene, l’allora mini­stro degli esteri del governo di Andreas Papan­dreu, Cha­ram­po­pu­los, dichiarò: «Non pos­siamo restare silen­ziosi di fronte a una linea poli­tica che non prende in con­si­de­ra­zione il fatto che un’Europa a nove era un’Unione fra nove paesi ric­chi, e un’Unione a dieci, e ancor più quando saranno dodici con il pros­simo ingresso di Spa­gna e Por­to­gallo, sof­frirà di un dram­ma­tico gap nord-sud per affron­tare il quale sarà neces­sa­rio un vasto tra­sfe­ri­mento di risorse pub­bli­che e di un piano sta­tale inteso a con­di­zio­nare le sel­vagge regole del mercato».
Si trattò di una sag­gia pre­vi­sione. Di cui tut­ta­via anche il governo socia­li­sta greco finì per dimen­ti­carsi, sic­ché anche quando i governi socia­li­sti furono in mag­gio­ranza nel Con­si­glio euro­peo non ci fu alcuna modi­fica sostan­ziale nella linea poli­tica dell’Unione. Fu pro­prio allora che fu decisa la libera cir­co­la­zione dei capi­tali senza che alcuna misura di con­trollo e di uni­fi­ca­zione fiscale fosse assunta.
Renzi avrebbe avuto una buona occa­sione per ripren­dere il discorso e far valere le ragioni dei paesi euro­pei del Medi­ter­ra­neo, con­tro la logica assur­da­mente e fal­sa­mente omo­lo­gante che pre­tende di adot­tare linee di poli­tica eco­no­mica ana­lo­ghe per realtà così diverse. Fa comodo, natu­ral­mente. A meno non si pensi ad una nuova Unione senza gli strac­cioni del sud. Per di più comu­ni­sti. «Un’Europa senza il Medi­ter­ra­neo sarebbe — come ha scritto Pere­drag Mat­ve­je­vitch — un adulto pri­vato della sua infan­zia». Cioè un mostro.
Quando l’altro giorno ho sen­tito nel corso di un mede­simo gior­nale radio che le ultime noti­zie da Bru­xel­les riguar­da­vano un for­mag­gio senza latte, un cioc­co­lato senza cioc­co­lata, e sopra­tutto un ter­ri­to­rio senza immi­grati, mi è venuta voglia di dire andate tutti al diavolo.
Ma non si può. Con la glo­ba­liz­za­zione abbiamo per­duto quel tanto di sovra­nità che gli stati nazio­nali ci con­sen­ti­vano. A livello mon­diale è quasi impos­si­bile costruire isti­tu­zioni che ce ne resti­tui­scano almeno una parte. La sola spe­ranza è di rico­struirle ad un livello più ampio del nazio­nale e più limi­tato del glo­bale, quello di grandi regioni in cui il mondo possa arti­co­larsi. L’Europa è una di que­ste. Ma il discorso vale solo se lo spa­zio comune non è solo un pezzo di mer­cato, ma una scelta, un modello di pro­du­zione e di con­sumo diversi, una rivi­si­ta­zione posi­tiva di una comune tra­di­zione. Il nego­ziato di Atene ci aiuta, in defi­ni­tiva, ad andare in que­sta dire­zione. Ed è per que­sto che va sostenuto.
da qui (e da qui)