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lunedì 23 febbraio 2026

«Game of Life»: il gioco che non era un gioco - jolek78

 

Vi ricordate i giochi Flash? Quelli che giravano nel browser prima che Adobe decidesse di uccidere tutto nel 2020? Beh, io sì. C’erano dei siti – Miniclip, Newgrounds… – che erano una specie di parco giochi digitale non curato, pagine con sfondo nero e popup ovunque, dove si potevano passare ore senza capire davvero cosa si stesse facendo. Vi lamentate del brainrot? Forse non ricordate il web anni novanta e quella ragazzina col porro che cantava la polka… Anyway, era uno di quei pomeriggi qualsiasi, non ricordo il sito esatto – uno di quei posti con URL incomprensibili tipo “geocities.com/~qualcuno/games” e una grafica che faceva male agli occhi. Mi imbattei in qualcosa di strano. Non c’era il logo Adobe Flash ancora caricato, non c’erano istruzioni, non c’era un pulsante “Play”. Solo una griglia di celle nere e bianche che cambiavano, generazione dopo generazione, apparentemente a caso.

Aspettai. Pensavo si stesse caricando. Niente. La griglia continuava a cambiare. Cercai di cliccare sulle celle. Niente. Provai a premere tasti sulla tastiera. Niente. Guardai per qualche minuto, aspettando che succedesse qualcosa – un game over, un punteggio, un obiettivo. Niente. Non era un gioco. Non c’era niente da “giocare”. Era come guardare la pioggia cadere, ma in digitale. Centinaia e centinaia di pixel continuavano a crearsi e distruggersi. Mi annoiai, chiusi la pagina. Anni dopo – non ricordo quanti, tanti – mi capitò di leggere un articolo su Wikipedia. Il titolo era “Conway’s Game of Life“. E il click scattò.

Quello che avevo visto quel giorno non era un gioco, o almeno non nel senso tradizionale. Era una simulazione. E quella simulazione, con quattro regole che anche un bambino poteva capire, faceva qualcosa che nessuna di quelle regole prevedeva esplicitamente: produceva complessità. Ordine dal caos. Strutture che emergevano, crescevano, interagivano. Pattern che si muovevano attraverso la griglia come fossero vivi. E poi – e qui ebbi la mia epifania – quelle strutture potevano simulare un circuito elettronico. Qualsiasi circuito elettronico. Teoricamente, qualsiasi calcolo che una macchina di Turing possa fare. Quattro regole, celle binarie. In sostanza: una macchina universale di calcolo.

Benvenuti nella storia di come il matematico inglese John Horton Conway, cercando di costruire il giocattolo più semplice possibile, costruì accidentalmente una delle dimostrazioni più potenti di come la complessità possa emergere dal nulla. Cari creazionisti, sì questo è anche per voi.


Von Neumann aveva una domanda

Prima di Conway, c’era Von Neumann. John von Neumann – Bond, James… ok la smetto… – già negli anni ’40 si interrogava su una questione che suona quasi filosofica: può una macchina costruire una copia di se stessa? Non era una domanda astratta. Von Neumann aveva già dimostrato, teoricamente, che era possibile. Il suo modello – un “automa cellulare” bidimensionale – dimostrava il principio. Funzionava così: una configurazione di celle su una griglia contiene al suo interno le “istruzioni” (codificate come disposizione di celle attive e inattive) per replicarsi. La struttura legge queste istruzioni, manipola le celle circostanti, e genera una copia identica di se stessa in un’altra zona della griglia. La copia contiene le stesse istruzioni, quindi può ripetere il processo all’infinito. È il sogno (o l’incubo, dipende dai punti di vista) di ogni ingegnere: una macchina che si riproduce senza intervento esterno.

Il problema era la complessità mostruosa del sistema. Il modello di Von Neumann richiedeva 29 stati diversi per ogni cella (ventinove…) e un insieme di regole che riempiva pagine e pagine di algebra. Era funzionante, dimostrabilmente corretto, ma era un mostro. Nessuno poteva davvero capirlo a colpo d’occhio, tantomeno implementarlo e studiarlo in pratica. Era come avere la ricetta perfetta per un piatto, ma con 300 ingredienti rari e 50 passaggi che richiedono strumenti da laboratorio.

Nel 1962, il matematico inglese John Horton Conway – professore a Cambridge, specializzato in teoria dei gruppi e altre cose che suonano complicate – decise di fare una cosa apparentemente semplice. Cercò la versione più minimale possibile dell’idea di Von Neumann. Un sistema di regole che fosse abbastanza povero da essere comprensibile da chiunque, ma abbastanza ricco da permettere comportamento complesso e, eventualmente, autoriproduzione. Ci mise anni. Non settimane, non mesi. Anni. Dal 1962 al 1970. Otto anni di proposte, test, fallimenti, aggiustamenti. Ogni insieme di regole veniva analizzato: troppo ordinato? Tutto converge a configurazioni fisse e il sistema muore. Troppo caotico? Rumore totale, niente strutture. Conway cercava un punto critico preciso: abbastanza stabilità per permettere forme persistenti, abbastanza instabilità per permettere comportamento imprevedibile e interessante.

Era ossessionato da questo equilibrio. Lo testava su carta millimetrata (non c’erano ancora i computer per farlo velocemente), con gruppi di studenti, a mano, generazione dopo generazione. Un lavoro certosino. O da pazzi, a seconda di come la vedete.

Nel 1970 aveva trovato quello che cercava. Lo chiamò “Game of Life” – il Gioco della Vita. Martin Gardner, che aveva una colonna mensile sul Scientific American chiamata “Mathematical Games“, lo presentò nell’ottobre dello stesso anno. E nel giro di settimane divenne uno degli oggetti più famosi nell’intera storia della matematica ricreativa e dell’informatica.


Le quattro regole (e perché ognuna conta)

Il sistema è di una semplicità imbarazzante. Avete una griglia bidimensionale infinita (in pratica: molto grande). Ogni cella può essere in due stati: viva (nera) o morta (bianca). Ogni cella ha otto vicini – i quattro cardinali più i quattro diagonali. A ogni generazione, tutte le celle aggiornano simultaneamente il proprio stato seguendo quattro regole:

1. Una cella viva con meno di 2 vicini vivi muore – isolamento. Non c’è abbastanza interazione per sostenere la vita. È la solitudine che uccide.

2. Una cella viva con 2 o 3 vicini vivi sopravvive – stabilità. La densità locale è giusta. C’è abbastanza supporto, ma non troppa competizione. È il punto di equilibrio.

3. Una cella viva con più di 3 vicini vivi muore – sovrappopolamento. Troppa competizione per le risorse (è una metafora, ma funziona). Troppa folla soffoca.

4. Una cella morta con esattamente 3 vicini vivi nasce – riproduzione. Tre celle vive creano le condizioni per generare una nuova vita. Non 2, non 4. Esattamente 3.

Fine. Niente altro. Niente eccezioni, niente condizioni speciali, niente “se questa cella è particolare allora…”. Quattro regole, applicate uniformemente a ogni cella, ogni generazione, per sempre.

Adesso fermatevi un attimo e pensate a questa cosa: dove sta la complessità in queste regole? Dove c’è scritto che devono emergere strutture? Dove c’è scritto che possono esistere pattern che si muovono, che oscillano, che interagiscono in modi non banali? Da nessuna parte. Le regole parlano solo di celle singole e dei loro vicini immediati. Niente di più. Eppure la complessità emerge. Emerge necessariamente, come conseguenza inevitabile di quell’equilibrio sottile che Conway ha cercato per otto anni. Non è programmata nelle regole. È una proprietà emergente del sistema. Ed è questo il punto che mi ha fatto scattare il click anni dopo quella griglia: la complessità non ha bisogno di essere progettata. Può semplicemente accadere, se le condizioni sono giuste.


La tassonomia

Nel primo anno dopo la pubblicazione sul Scientific American, i lettori – programmatori, matematici, studenti, appassionati – inondarono la rivista di scoperte. Era diventato un fenomeno virale, in un’epoca in cui “virale” significava ancora fotocopie e lettere spedite per posta. E molto rapidamente emerse una classificazione naturale delle strutture.

Still lifes – pattern completamente stabili che non cambiano mai. Il più semplice è il “block“: un quadrato 2×2. Nel block, ogni cella ha esattamente 3 vicini – le altre tre celle del quadrato. Ciascuna sopravvive perché ha esattamente 3 vicini vivi. Il pattern non cambia, non si muove. È lì, immobile, per sempre. Altri esempi: il “beehive” (alveare), il “loaf” (pagnotta), forme stabili che una volta formate restano identiche.

Oscillatori – pattern che cambiano ma tornano alla configurazione iniziale dopo un numero finito di generazioni. Il più semplice è il “blinker“: tre celle in fila orizzontale. Alla generazione successiva diventano tre celle in fila verticale. Poi tornano orizzontali. Poi verticali. Periodo 2, oscillazione infinita. Altri esempi più complessi: il “toad” (periodo 2), il “beacon” (periodo 2), il “pulsar” (periodo 3, uno dei più belli visivamente).

E poi c’è lui. Il glider, il mio preferito – illustrato in dettaglio su MathWorld.

Cinque celle, disposte in una configurazione specifica che sembra quasi un triangolino storto. E questa cosa – questa piccola struttura da cinque celle – si muove. Non nel senso che le celle si spostano fisicamente sulla griglia (le celle sono fisse, ricordate). Nel senso che il pattern si propaga nello spazio, una cella alla volta, diagonalmente verso il basso a destra (o in qualsiasi direzione, dipende dall’orientamento iniziale). Dopo quattro generazioni, il glider è tornato alla configurazione originale, ma spostato di una posizione in diagonale. E poi continua. Per sempre. Attraversa la griglia all’infinito, a meno che non incontri un ostacolo. Ed è qui che inizia a cambiare qualcosa nel modo in cui la gente pensava al sistema. Perché un glider non è solo un pattern carino da guardare. È un segnale. È qualcosa che trasporta informazione da un punto A a un punto B. Ha una direzione, ha una velocità (c/4, dove c è la velocità massima possibile nel Game of Life, che è una cella per generazione), ha una persistenza.

E se hai un glider, la domanda successiva è ovvia: puoi creare qualcosa che genera più glider? La risposta arrivò nel 1970, pochi mesi dopo la pubblicazione originale. Bill Gosper – un programmatore del MIT, uno dei primi hacker della storia – trovò il “glider gun“. Una configurazione di 36 celle che, ad ogni 30 generazioni, sputa fuori un nuovo glider. Un generatore periodico di segnali. Un segnale. Una sorgente periodica. Una direzione precisa. In una griglia 2D con celle binarie e quattro regole elementari. Ecco dove sta andando questa storia.


Il cuore: quattro regole, una macchina di Turing

TL;DR: Il Game of Life è Turing-complete. Significa che, in linea di principio, potete fare qualsiasi calcolo che una macchina di Turing possa fare, dentro una griglia 2D con celle binarie e quattro regole. Niente processore. Niente circuiti integrati. Solo celle che nascono e muoiono secondo le quattro regole di Conway.

Per capire perché il Game of Life è Turing-complete serve fare un passo indietro su cosa significa “Turing-complete“. Alan Turing, nel 1936 (a 24 anni, che poi è l’età in cui io ancora giocavo a fare il wikipediano…), definì un modello astratto di calcolo: una macchina che legge un nastro infinito di celle, scrive su di esso, e si muove avanti o indietro, seguendo un insieme finito di regole deterministiche. Se un sistema può simulare qualsiasi macchina di Turing – ovvero, se potete configurarlo per eseguire qualsiasi calcolo che sia computabile – quel sistema è Turing-complete. E questo significa, in pratica, che è universale dal punto di vista computazionale. Non c’è niente che una macchina di Turing possa fare che questo sistema non possa fare (dato abbastanza spazio e tempo).

Adesso torniamo al Game of Life. Abbiamo il glider: un segnale che si muove. Abbiamo il glider gun: una sorgente periodica di segnali. Ma questo basta per costruire un computer? No. Per avere un circuito logico servono le porte logiche fondamentali – ANDORNOT. Tutte le operazioni booleane di base. Tutto il resto – addizione, moltiplicazione, confronti, salti condizionali, algoritmi arbitrari – si costruisce combinando porte logiche.

Le porte logiche nel Game of Life si implementano sfruttando le interazioni tra glider. Quando due glider si incrociano, il risultato dipende dalla loro configurazione relativa, dal timing preciso dell’incontro, dalla direzione di arrivo. Alcune combinazioni fanno sì che i due glider si annichiliscano completamente (output: nessun glider). Altre producono nuovi glider in direzioni specifiche (output: uno o più glider). Cambiando la geometria dell’incontro – la posizione esatta dei glider gun che li generano, il timing, le distanze – si possono costruire configurazioni che si comportano come porte AND, OR, NOT. I glider in ingresso rappresentano i bit di input (0 o 1, a seconda se il glider c’è o non c’è). I glider in uscita rappresentano il risultato dell’operazione logica. Se avete porte logiche, avete circuiti combinazionali. Se avete circuiti combinazionali e un meccanismo di memoria (che si implementa con loop di glider e pattern oscillatori), avete circuiti sequenziali. E se avete circuiti sequenziali arbitrari, avete una macchina di Turing.

Non è teoria. È stato fatto. Nel 2000, Paul Rendell costruì una macchina di Turing funzionante interamente nel Game of Life – con nastro, testina di lettura/scrittura, stati, transizioni. Nel 2010, un gruppo di ricercatori guidato da Paul Chapman portò il concetto ancora oltre e costruì un computer completo con tanto di display che esegue il Game of Life… dentro il Game of Life. Queste implementazioni sono, ovviamente, lentissime rispetto a un processore reale. Un singolo clock cycle richiede centinaia o migliaia di generazioni. Per fare un’addizione servono miliardi di passi. Ma funzionano. Il calcolo avviene, corretto, deterministico, verificabile.

Ma torniamo al punto principale. Cosa significa tutto questo? Significa che quella griglia che stavo fissando tanti anni fa – quella cosa che non capivo, che mi sembrava rumore organizzato – aveva più potenza computazionale teorica di qualsiasi processore che abbia mai usato. Non in termini di velocità (sarebbe ridicolo) ma in termini di cosa si può fare.


La biologia che non è biologia (ma quasi)

Conway non ha mai preteso che il Game of Life simulasse la vita biologica in senso letterale. Le regole non hanno niente a che fare con DNA, cellule, metabolismo, evoluzione. Non c’è selezione naturale, non c’è adattamento. È un sistema puramente deterministico dove le stesse condizioni iniziali producono sempre lo stesso risultato. Zero stocasticità, zero mutazioni, zero genetica.

Eppure il campo della “vita artificiale” deve moltissimo al Game of Life. Perché il GoL ha dimostrato sperimentalmente un principio che prima del 1970 era più intuizione filosofica che prova concreta: la complessità biologica non necessita di un progettista intelligente. Può emergere da regole semplici, applicate uniformemente, con niente più che interazioni locali tra elementi identici. Auto organizzazione – strutture che emergono senza coordinamento centrale. Competizione per lo spazio – pattern che sopravvivono sono quelli che soddisfano le condizioni di sopravvivenza (le quattro regole). Emergenza di strutture gerarchiche – dal glider singolo (pattern elementare) al glider gun (generatore) ai circuiti logici (sistemi di pattern che interagiscono in modo coordinato).

Non è evoluzione biologica nel senso darwiniano del termine. Ma è lo stesso principio di base: dalla semplicità emerge complessità, senza bisogno che quella complessità sia esplicitamente codificata nelle regole fondamentali.

Il rischio, qui, è sempre quello di cadere in analogie superficiali che non reggono all’analisi. Il GoL non simula ecosistemi reali. Le “celle” non sono cellule biologiche. Non c’è metabolismo, non c’è riproduzione sessuale, non c’è variabilità genetica. Il parallelo va preso per quello che è: un caso illustrativo di un principio più generale, non una replica della vita reale. Ma resta il fatto che quando si vede un glider gun sparare glider all’infinito, o quando si vedono pattern complessi che emergono da configurazioni casuali iniziali, è difficile non pensare: “questo sembra vivo“. Non lo è, ovviamente. Ma il confine tra “sembra vivo” ed “è vivo” è più sfumato di quanto ci piaccia ammettere.


Wolfram e la ricerca dell’universalità

Se Conway ha mostrato che dalla semplicità emerge complessità in un caso specifico, Stephen Wolfram ha cercato di fare qualcosa di più ambizioso: mappare sistematicamente tutto il comportamento possibile dei sistemi cellulari semplici.

Wolfram – fisico, matematico, creatore di Mathematica (sì, “quel” Mathematica…) – pubblicò negli anni ’80 una serie di paper sui “cellular automata” unidimensionali, versioni ancora più semplici del Game of Life. Immaginate non una griglia 2D, ma una singola riga di celle. Ogni cella ha solo due vicini (sinistra e destra) invece di otto. Ogni cella può essere 0 o 1. E il comportamento della cella alla generazione successiva dipende solo dallo stato suo e dei due vicini. Quante possibili regole ci sono per un sistema così? 256. Esattamente 256, perché ci sono 8 possibili configurazioni di tre celle (2³), e per ognuna devi decidere se la cella centrale sarà 0 o 1 nella generazione successiva (2⁸ = 256 combinazioni totali).

Wolfram le numerò tutte – Rule 0, Rule 1, Rule 2… Rule 255 – e le testò sistematicamente, generazione dopo generazione, partendo da configurazioni iniziali diverse. E scoprì che, nonostante la diversità apparente, tutti questi 256 automi si raggruppavano naturalmente in quattro categorie di comportamento:

Classe I – convergenza a uno stato uniforme. Tutto muore o tutto diventa uguale. Ordine totale, noiosissimo.

Classe II – comportamento periodico semplice. Oscillatori, pattern stabili che si ripetono. Ordine interessante, ma prevedibile.

Classe III – caos completo. Rumore pseudo-casuale, niente strutture persistenti. Imprevedibile ma non interessante.

Classe IV – il punto di interesse. Comportamento complesso non periodico. Strutture che emergono, interagiscono, producono pattern che non sono né ordinati né caotici. È la zona tra ordine e caos dove succedono le cose interessanti.

La Classe IV è quella che conta. È il punto critico – lo stesso equilibrio che Conway ha cercato per otto anni nel Game of Life. E nel 2002, Matthew Cook (lavorando con Wolfram) dimostrò formalmente che la Rule 110 – un singolo ruleset unidimensionale tra i 256 possibili – è Turing-complete.

Rule 110. Tre bit di input, un bit di output, otto regole totali. Più semplice del Game of Life. E universale.

Wolfram andò oltre. Nel suo controverso libro A New Kind of Science (2002, oltre 1200 pagine che lui stesso scrisse interamente, il che già dice qualcosa sulla personalità), lanciò una tesi molto più grande: che l’universo stesso potrebbe essere fondamentalmente un automa cellulare. Che la realtà fisica – il comportamento di particelle, campi, forze, gravità – potrebbe essere il risultato di regole semplici applicate uniformemente a una griglia discreta di “celle” a scala sub-planckiana. È una tesi audace. La comunità scientifica l’ha accolta con scetticismo significativo – non è facilmente falsificabile nel modo tradizionale, richiede salti concettuali enormi, e Wolfram non ha esattamente una reputazione di modestia (eufemismo). Ma non è stata smentita. E il fatto che sistemi così semplici come la Rule 110 siano sufficienti a produrre comportamento universale è una prova che il principio funziona: dalla semplicità può emergere qualsiasi livello di complessità computazionale.

Se l’universo è davvero un automa cellulare, allora Dio (o lo Spaghetto Volante) è un programmatore che ha scritto regole molto semplici e poi ha premuto “Enter” sulla tastiera. Il resto – stelle, galassie, voi che leggete questo – è emergenza. Tutto conseguenza, niente design esplicito.


Il lascito culturale

C’è qualcosa di strano nella storia culturale del Game of Life. Non c’è niente da vincere, niente da perdere, niente obiettivi. Non è uno strumento – non produce risultati praticamente utili in nessun senso. Non risolve problemi reali. È un oggetto intellettuale puro. Un puzzle che non ha soluzione perché non ha una domanda. Eppure milioni di persone lo hanno implementato. In ogni linguaggio di programmazione immaginabile. Python, Java, C, Rust, JavaScript, Haskell, Brainfuck (sì, davvero). Su ogni piattaforma. Arduino, Raspberry Pi, FPGA, GPU con CUDA. In ogni formato. Terminale con ASCII art, interfacce grafiche, LED fisici, schermi E-ink. Su calcolatrici programmabili. Su Game Boy. Su microcontrollori da due euro.

È diventato il “Hello World” della simulazione. Il primo programma che scrivi quando vuoi capire emergenza, automi cellulari, complessità. E ogni volta che qualcuno lo reimplementa – e lo fa per puro piacere – ripete un atto che Conway ha fatto nel 1970: prendere un’idea astratta e trasformarla in qualcosa di concreto, di toccabile, di visibile. Io stesso, tanti anni dopo, l’ho implementato in bash. Non c’era nessun motivo pratico – l’ho fatto perché volevo capirlo davvero, costruirlo con le mie mani, vedere come funzionava. E questo pattern si ripete ovunque nella cultura hacker e open source, ergo: no, non sono come quella particella di sodio. Se volete giocare al gioco della vita – che detto così… – potete scaricare lo script da qui.

Il Game of Life è stato portato su sistemi che Conway non avrebbe mai immaginato. C’è chi lo ha implementato in Excel con le formule. Chi lo ha fatto con circuiti elettronici reali. Chi lo ha costruito con automi cellulari quantistici. Chi lo ha usato per generare musica (ogni cella viva è una nota). Chi lo ha reso tridimensionale. Puro piacere di costruire qualcosa che funziona, che fa quello che deve fare, che è elegante nella sua semplicità. È la dimostrazione pratica che la bellezza matematica esiste.


Tornare alla griglia

Quella griglia Flash che stavo fissando tanti anni fa è ancora nella mia memoria con una chiarezza strana, come una sensazione di guardare qualcosa che non aveva senso. Oggi però so che aveva più senso di quanto io avessi immaginato. Quattro regole, senza obiettivo, senza un progettista che dicesse “ora fai questo, ora fai quello“. E il risultato era – ed è – una delle dimostrazioni più eleganti che la complessità non necessita di un autore. Che può emergere dal nulla.

Von Neumann aveva chiesto: una macchina può riprodurre se stessa? Conway aveva cercato il sistema più semplice possibile che mostrasse un comportamento interessante. E quello che aveva trovato, era qualcosa di molto più grande: una prova che il calcolo universale può emergere da celle binarie e quattro regole elementari. E tutto il resto – i glider, i gun, i circuiti logici, la Turing-completeness, la bellezza ipnotica dei pattern che emergono – è conseguenza. Pura, inevitabile conseguenza. E forse è questo il motivo per cui quella griglia Flash mi è rimasta impressa per anni, anche senza capirla. Perché a un livello inconscio percepivo che lì dentro c’era qualcosa di fondamentale. Qualcosa che parlava di come funziona l’universo – non in senso letterale, forse, ma come metafora. Come dimostrazione che le regole semplici, applicate con regolarità, producono tutto quello che vediamo attorno a noi. Che la complessità del mondo – noi compresi – potrebbe essere solo una conseguenza di regole che non sappiamo ancora leggere.

Citando un vecchio slogan pubblicitario dell’UAAR “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno


Fonti e Approfondimenti

Paper e Libri Fondamentali:
– Gardner, M. (1970). “Mathematical Games: The Fantastic Combinations of John Conway’s New Solitaire Game ‘Life‘”. Scientific American, 223(4), 120-123.
– Von Neumann, J. (1966). Theory of Self-Reproducing Automata. University of Illinois Press.
– Wolfram, S. (1983). “Statistical Mechanics of Cellular Automata“. Reviews of Modern Physics, 55(3), 601-644.
– Berlekamp, E. R., Conway, J. H., & Guy, R. K. (1982). Winning Ways for Your Mathematical Plays, Volume 2: Games in Particular. Academic Press.

Turing-completeness e Implementazioni:
– Rendell, P. (2000). “A Turing Machine in Conway’s Game of Life“.
– Chapman, P., et al. (2006). “OTCA Metapixel – Life in Life“.
– Cook, M. (2004). “Universality in Elementary Cellular Automata“. Complex Systems, 15(1), 1-40.

Risorse Online:
– LifeWiki: https://conwaylife.com/wiki/ (la risorsa definitiva, catalogazione di migliaia di pattern)
– Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/Conway%27s_Game_of_Life
– Gosper’s Glider Gun: https://en.wikipedia.org/wiki/Gun_(cellular_automaton)
– Rule 110: https://en.wikipedia.org/wiki/Rule_110
– Turing completeness: https://en.wikipedia.org/wiki/Turing_completeness

Pattern Explorer:
– Online simulators: https://playgameoflife.com/
– Golly (software dedicato): http://golly.sourceforge.net/

Interviste e Materiale Biografico:
– Numberphile – John Conway interview series

 

da qui

lunedì 19 gennaio 2026

Iran 2026: 17 anni dopo, stesso errore – jolek78

Era un sabato del 2015, forse il 2016. Ero ancora “normale” a quei tempi, ancora convinto che la tecnologia fosse intrinsecamente positiva, potenzialmente rivoluzionaria, ancora ingenuo abbastanza da credere che internet liberasse per definizione. Stavo sfogliando i libri nella Waterstones su Sauchiehall Street a Glasgow – uno dei miei piccoli “guilty pleasure” da quando son atterrato in Scozia – e mi capitò sotto le mani “The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom” di Evgeny Morozov. Presi il libro, scesi le scale, mi sedetti nel bar interno e cominciai a leggere. E andai in crisi. La sua tesi demoliva, pezzo per pezzo, la narrativa della “Twitter Revolution” del 2009 in Iran. Nel libro, Morozov citava un’analisi di Golnaz Esfandiari, giornalista iraniana per Foreign Policy, che aveva fatto una cosa semplice ma, di questi tempi, quasi rivoluzionaria: giornalismo (se state ridendo a questo punto siete delle belle persone…). Aveva guardato da dove provenivano realmente i tweet con #iranelection durante le proteste del 2009. E la risposta qual’era? Dall’Occidente. Non dall’Iran. Come come? Si, esatto. Era teatro insomma. Auto-celebrazione occidentale mascherata da solidarietà. Ricordo di aver chiuso il libro con una sensazione sgradevole. Morozov non ti lascia la soddisfazione di scegliere un lato della storia. Ti costringe a vedere che la tecnologia amplifica tutto – il bene e il male, la libertà e il controllo. E che i regimi autoritari hanno una curva di apprendimento molto ripida, purtroppo. A distanza di quindici anni, i ragazzi a Teheran ci provano di nuovo: scendono in piazza e cercano di rovesciare il regime. In occidente pensavo avessimo imparato la lezione, che avremmo smesso di proiettare le nostre fantasie tecnologiche sui movimenti di protesta reali. Ovvio, mi sbagliavo.


Iran 2009, ovvero quando Twitter (non) rovesciò un regime

Per capire perché l’Iran 2026 è un déjà-vu, serve tornare indietro di 17 anni. Giugno 2009. Mahmoud Ahmadinejad viene rieletto presidente dell’Iran con il 63% dei voti. L’opposizione – guidata da Hossein Mousavi – grida ai brogli. Milioni di persone scendono in piazza. Teheran si riempie di verde. È l’esplosione del “Green Movement“, il movimento verde. E qui comincia la narrativa che avrebbe definito un decennio. CNN titola: “Iran’s Twitter Revolution“. Time Magazine mette Twitter in copertina con la bandiera iraniana. Andrew Sullivan – blogger famoso all’epoca – twetta ossessivamente usando #iranelection e viene definito “the voice of the Iranian people”. I media occidentali citano tweet come se fossero dispacci da una zona di guerra. La storia era bellissima: i giovani iraniani, tech-savvy e affamati di democrazia, usavano Twitter per organizzare le proteste, coordinare le manifestazioni, sfuggire alla censura del regime. Facebook per pianificare, Twitter per coordinare, YouTube per documentare. Era la rivoluzione digitale che rovesciava una dittatura. La tecnologia che vinceva sulla repressione. I buoni che sconfiggono i cattivi. Il Dipartimento di Stato USA era così convinto dell’importanza di Twitter che Jared Cohen – un funzionario – mandò un’email ufficiale a Twitter chiedendo di “ritardare una manutenzione programmata” per non interrompere le proteste iraniane. Twitter accettò.

Poi arrivò Golnaz Esfandiari, giornalista iraniana per Radio Free Europe/Radio Liberty. Dove venivano davvero i tweet? Nel giugno 2010, un anno dopo le proteste, Esfandiari pubblicò su Foreign Policy un articolo intitolato “The Twitter Devolution“. Scrisse:

“Western journalists who couldn’t reach – or didn’t bother reaching? – people on the ground in Iran simply scrolled through the English-language tweets post with tag #iranelection. Through it all, no one seemed to wonder why people trying to coordinate protests in Iran would be writing in any language other than Farsi.”
“I giornalisti occidentali che non riuscivano a raggiungere – o non si preoccupavano di raggiungere? – le persone sul posto in Iran semplicemente scorrevano i tweet in lingua inglese con il tag #iranelelection. In tutto questo, nessuno sembrava chiedersi perché le persone che cercavano di coordinare le proteste in Iran scrivessero in una lingua diversa dal Farsi.”

Domanda: Perché mai gli iraniani che organizzano proteste in Iran scriverebbero in inglese? Esfandiari aveva identificato i principali hub Twitter che commentavano le proteste di Tehran e aveva scoperto una cosa imbarazzante: uno era negli Stati Uniti, uno in Turchia, uno in Svizzera. Quest’ultimo nel profilo scriveva “specializzato nell’esortare la gente a scendere in piazza”. Intervistò Mehdi Yahyanejad, manager di Balatarin (uno dei siti web in lingua farsi più popolari) che disse:

“Twitter’s impact inside Iran is nil […] Here [in the United States], there is lots of buzz. But once you look, you see most of it are Americans tweeting among themselves.”
“L’impatto di Twitter all’interno dell’Iran è pari a zero […] Qui [negli Stati Uniti] c’è molto fermento. Ma una volta che guardi, vedi che la maggior parte sono americani che twittano tra di loro.”

Gli iraniani – quelli veri, in piazza – usavano SMS, telefonate, passa-parola. I metodi tradizionali. Twitter serviva principalmente per una cosa: far sapere al mondo cosa stesse accadendo. Documentazione, non organizzazione. Ma i numeri erano ancora peggiori. Nel suo libro del 2011, Morozov citò dati che rendevano tutto ancora più chiaro: solo 19.235 account Twitter registrati in Iran (0,027% della popolazione) alla vigilia delle elezioni del 2009. E molti simpatizzanti del Green Movement avevano cambiato la loro location su Twitter in “Tehran” per confondere le autorità, rendendo quasi impossibile distinguere se le persone che tweetavano dall’Iran fossero a Tehran o, diciamo, a Los Angeles. In un’analisi di Al-Jazeera citata da Morozov si chiariva che il fact-checking durante le proteste aveva confermato solo 60 account Twitter attivi a Tehran. Sessanta. E quando le autorità iraniane strinsero la morsa sulle comunicazioni online, quel numero crollò a sei.

Vahid Online, un prominente blogger iraniano che era a Tehran durante le proteste, smontò la tesi della Twitter Revolution in modo ancora più diretto:

“Twitter never became very popular in Iran. [But] because the world was watching Iran with such [great interest] during those days, it led many to believe falsely that Iranian people were also getting their news through Twitter.”
“Twitter non è mai diventato molto popolare in Iran. [Ma] poiché il mondo guardava l’Iran con così [grande interesse] in quei giorni, ha portato molti a credere erroneamente che anche il popolo iraniano ricevesse le notizie tramite Twitter.”

Morozov la mise giù con una metafora perfetta:

“If a tree falls in the forest and everyone tweets about it, it may not be the tweets that moved it.”
“Se un albero cade nella foresta e tutti twittano al riguardo, potrebbero non essere i tweet a spostarlo.”

A questo punto della storia si potrebbe dire “bene, le proteste sono avvenute in Iran e l’occidente le ha incoraggiate e celebrate. Cosa c’è di sbagliato?” Nulla, se non che il regime degli ayatollah imparò la lezione. Questa era la parte della tesi di Morozov che mi aveva davvero scosso. In parole povere, mentre l’Occidente si auto-celebrava per la “Twitter Revolution“, il governo iraniano prendeva appunti. Capirono che i social media potevano essere più utili per loro che per gli attivisti. Potevano tracciare chi postava, potevano identificare i leader della protesta, potevano infiltrare i gruppi, potevano usare i dati per arrestare, torturare, uccidere. Le proteste del 2009 furono represse brutalmente. Il Green Movement fallì. E il regime uscì più forte, più esperto, più preparato ad usare la tecnologia come arma di controllo. Ma noi eravamo i buoni che aiutavano, giusto? Esfandiari e Morozov cercarono di dirci che stavamo sbagliando tutto, che stavamo proiettando le nostre fantasie e che stavamo sottovalutando i regimi autoritari. Li ascoltammo? Evidentemente no.


Iran 2026: stesso film, diverso cast

28 dicembre 2025. Cominciano le proteste in Iran. Crisi economica, il rial – la valuta corrente in Iran – collassato a 1,4 milioni per dollaro, inflazione al 40%, sanzioni ONU reimposte a settembre, l’intero “Asse della Resistenza” iraniano in frantumi dopo la guerra dei 12 giorni con Israele di giugno. Le strade si riempiono. Prima Teheran, poi tutto il paese. 31 province. Milioni di persone. E ovviamente, i social media esplodono. Twitter/X si riempie di video, di slogan, di messaggi di solidarietà. I media occidentali citano tweet come fonti primarie. Reza Pahlavi – l’erede in esilio dello Shah deposto nel 1979 – chiama le proteste dai suoi account social. Canali TV persiani in esilio (ManotoIran International) trasmettono 24/7. Il Dipartimento di Stato USA opera un account Twitter in persiano (@USABehFarsi) che posta costantemente messaggi di supporto. Repetita (non) iuvant. È di nuovo il 2009. Stessa narrativa, stesso entusiasmo, stessa convinzione che questa volta – questa volta davvero – Twitter e i social media rovesceranno il regime. Poi, l’8 gennaio 2026, al dodicesimo giorno di proteste, il regime iraniano fa una cosa interessante. Spegne internet. Completamente.

E io, da bravo nerd che non dorme, vive di notte, e fa cose che è meglio non dire – mi dispiace, non c’è ancora la prescrizione – mi sono chiesto: aspetta. Se internet è spento in Iran, da dove provengono tutti questi contenuti? Chi sta raccontando questa storia? E soprattutto: stiamo di nuovo facendo lo stesso errore del 2009? Così, navigando a destra e a manca, mi imbatto in un lungo articolo di Shahram Akbarzadeh – professore di “Middle East & Central Asian Politics” presso la Deakin University – intitolato “The web of Big Lies: state-sponsored disinformation in Iran“. E comincio a leggere.


Prima di andare avanti: stop

Mettiamo subito in chiaro una cosa, perché so già che qualcuno fraintenderà: sono solidale con chi protesta in Iran. Completamente. Un regime teocratico che ammazza manifestanti – le stime vanno da 44 a 20.000 morti, impossibile saperlo con certezza proprio per il blackout – non merita niente se non la condanna. Le ragioni delle proteste sono reali, legittime, comprensibili. Crisi economica devastante, repressione sistematica, 47 anni di dittatura religiosa. Chi scende in piazza rischia la vita. E lo fa.

Ma solidarietà non significa sospendere il pensiero critico. Non significa accettare acriticamente ogni narrativa che ci viene venduta. Non significa ignorare chi sta costruendo questa narrativa, come e perché. Anzi. Se davvero teniamo agli iraniani che protestano, abbiamo il dovere di capire cosa sta succedendo davvero. Perché le narrative sbagliate hanno conseguenze reali. E le conseguenze le pagano sempre loro, non noi che tweetiamo dal divano. Quindi: solidarietà sì, ma anche domande, se nessuno si offende.


Box Tecnico: L’evoluzione della censura digitale

TL;DR: L’Iran non ha semplicemente “staccato la spina”. Ha implementato il più sofisticato sistema di censura stratificata mai visto, che lascia l’infrastruttura apparentemente normale mentre isola completamente la popolazione. È censura di precisione, non censura a martellate.

Ore 20:30 IRST (17:00 UTC). NetBlocks, l’organizzazione che monitora la connettività globale, registra un crollo improvviso: l’Iran passa dal 100% al ~3% di connettività in poche ore. Non solo mobile, anche le linee fisse, anche i telefoni. Chiamare dall’estero in Iran? Impossibile. I giornalisti che provano da Dubai non riescono a connettersi. Le famiglie all’estero non riescono a raggiungere i parenti a Teheran. Blackout totale. Ma c’è una cosa curiosa. Le route BGP – i percorsi che permettono a internet di funzionare – restano visibili. I server iraniani continuano a rispondere ai ping. Dall’esterno, l’infrastruttura sembra normale. Cloudflare, IODA (Georgia Tech), tutti i sistemi di monitoraggio tradizionali vedono l’Iran ancora “online”. Eppure il traffico utente è crollato del 97%. Come è possibile? Per capire cosa è successo l’8 gennaio, serve un passo indietro. L’Iran ha sviluppato tre generazioni di shutdown, ciascuna più sofisticata della precedente:

2019 – Brute Force: Durante le proteste di novembre 2019 (che causarono ~1.500 morti), il regime semplicemente rimosse le route BGP. È come strappare i cavi: crudo, visibile, ci vollero 24+ ore per implementarlo perché ogni ISP doveva farlo manualmente. Economicamente devastante – le banche si fermarono, l’economia collassò per sei giorni.

2022 – “Digital Curfew”: Durante le proteste per Mahsa Amini, targeting selettivo. Spegnevano le torri cellulari in zone specifiche, rallentavano internet negli orari delle proteste (16:00-22:00), bloccavano specifiche app (WhatsApp, Instagram). Più raffinato, meno costoso.

2025-2026 – “Stealth Blackout”: La forma finale. E qui diventa tecnicamente affascinante.
Il sistema attuale opera a un singolo chokepoint nazionale – tutti gli ISP iraniani convergono in pochi punti di uscita controllati dallo stato. Lì, un sistema stratificato filtra tutto:

– Layer 1 – DNS Poisoning: Qualsiasi query DNS per domini esteri viene reindirizzata a 10.10.34.34 – un IP privato che serve una generica block page. Cerchi google.com? Ti arriva un server iraniano che dice “dominio non trovato”.

– Layer 2 – Protocol Whitelisting: Solo tre protocolli passano: DNS (porta 53), HTTP (porta 80), HTTPS (porta 443). Tutto il resto viene droppato silenziosamente. SSH? No. OpenVPN? No. WireGuard? No. Qualsiasi VPN tradizionale? No. Zero risposta, zero errore, semplicemente… niente.

– Layer 3 – Deep Packet Inspection (DPI): Il pezzo forte. Sistema acquistato nel 2008 da Nokia Siemens Networks, continuamente aggiornato. Il DPI ispeziona TUTTO il traffico HTTPS:
– Legge il campo SNI (Server Name Indication) nel TLS handshake
– Ispeziona il campo commonName nei certificati
– Analizza gli header HTTP (case-sensitive!)
– Inietta TCP RST o block pages HTTP 403 al volo
– Throttling selettivo del traffico cifrato. Esempio pratico: provi a visitare Twitter via HTTPS. Il tuo browser inizia il TLS handshake. Il DPI legge “twitter.com” nel campo SNI – che viaggia in chiaro – e inietta un TCP RST. Connessione terminata. Il server Twitter non sa neanche che hai provato a connetterti.

– Layer 4 – National Information Network (NIN): L’intranet nazionale iraniana. Servizi domestici (banking, alcuni siti di news di stato) funzionano perfettamente. È internet… ma solo iraniano.

Il risultato:
– Dal punto di vista dei router BGP: tutto normale
– Dal punto di vista dei server: ping risponde, infrastruttura up
– Dal punto di vista degli utenti: internet non esiste più
È geniale, nel senso tecnico del termine.

Durante il blackout di giugno 2025 (durante la guerra con Israele), alcuni strumenti hanno funzionato:
– Psiphon: 1,5 milioni di utenti mantenuti (un terzo della base normale) grazie a design multi-protocollo
– Ceno Browser: peer-to-peer decentralizzato, da 600 a 8.000 peer attivi
– Tor bridges: schizzate in alto
– Starlink: ha funzionato… per chi poteva permetterselo (hotel, uffici, pochi privilegiati)

Ma nel blackout attuale di gennaio 2026?
Anche Starlink ha iniziato a soffrire interferenze. Il regime ha imparato. E il costo? L’impatto?
– Ospedali: sistemi di prenotazione offline
– Banche: transazioni digitali bloccate
– Farmacie: impossibile verificare prescrizioni elettroniche
– Negozi: molti non hanno aperto (POS non funzionanti)

Il vero scopo non è fermare l’economia. È fermare la documentazione. È oscurare i massacri.


E Signal?

C’è un dettaglio interessante che manca completamente dalla narrativa delle proteste 2026, e il silenzio dice molto. Signal – l’app di messaggistica cifrata considerata il gold standard per attivisti e dissidenti – non viene praticamente menzionata. Nessun articolo, nessun appello, nessuna campagna per aggirare la censura. Eppure Signal era stata l’arma scelta durante le proteste del 2017-2018.

“Signal has always been advertised as the go-to application for dissidents or activists to stay secure from any state authority,”
“Signal è sempre stato pubblicizzato come l’applicazione di riferimento per dissidenti o attivisti per proteggersi da qualsiasi autorità statale,”

disse Mahsa Alimardani, ricercatrice per Article19, nel 2021.

Ma cosa è successo?
Gennaio 2021, dopo una migrazione massiva da WhatsApp a Signal, il governo iraniano la etichettò come “criminal content” e la bloccò completamente. Settembre 2022, durante le proteste per Mahsa Amini, Signal era ancora bloccata e dovette lanciare una campagna globale (#IRanASignalProxy) per creare server proxy che aggirassero la censura. Gennaio 2026? Silenzio totale. Signal era stata neutralizzata quattro anni prima. L’opzione tecnicamente superiore a tutte – crittografia end-to-end di default, zero metadata collection, gestita da una nonprofit – era già stata rimossa dal campo di gioco. Il regime aveva fatto i compiti a casa. Aveva identificato lo strumento più pericoloso per loro e lo aveva schiacciato quando era ancora piccolo, anni prima che diventasse mainstream.

E quando è arrivato il blackout totale dell’8 gennaio, il dibattito su “Signal si/no” era già obsoleto.


Ma se internet è spento, come comunicano?

Questa è la domanda chiave. L’8 gennaio internet muore in Iran. Ma i video continuano ad arrivare. I tweet continuano. Le notizie continuano. Come?

– Prima risposta: Starlink
Alcuni iraniani – pochissimi – hanno accesso a Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk. Principalmente hotel, uffici, case di persone benestanti. Questi diventano i pochi “occhi” che riescono ancora a comunicare con l’esterno. Ma parliamo di una percentuale infinitesimale della popolazione. E anche Starlink sta subendo interferenze crescenti.

– Seconda risposta: prima del blackout
Molti video che vediamo ora sono stati caricati *prima* dell’8 gennaio. Vengono ri-condivisi, re-postati, presentati come “in tempo reale” ma in realtà sono di giorni fa. Difficile distinguere senza geolocalizzazione precisa e timestamp verificabili.

– Terza risposta (quella scomoda): dall’esterno
La maggior parte della narrativa non viene dall’Iran. Viene dai canali TV persiani in esilio, dalla diaspora iraniana, dagli account social di oppositori all’estero.

E qui le cose diventano complicate.

– Da dove parte davvero la narrativa?
Euronews, 10 gennaio 2026:

“Rumours have been particularly widespread throughout the two weeks of mass protests across Iran. Many of those rumours originate from anonymous users on social media platforms, and are being covered by media outlets, purely for headline purposes.”
“Le voci sono state particolarmente diffuse durante le due settimane di proteste di massa in tutto l’Iran. Molte di queste voci provengono da utenti anonimi su piattaforme di social media e sono coperte dai media, esclusivamente a scopo di titolo.”

The Conversation (analisi accademica):

“Instagram and Twitter are filled with such reaction, making this form of engagement unusually widespread and visible… Iranian dissident news channels outside the country have become key but controversial sources of rolling information, shaping their own narratives from limited available reports.”
Instagram e Twitter sono pieni di tali reazioni, rendendo questa forma di coinvolgimento insolitamente diffusa e visibile… I canali di notizie dei dissidenti iraniani fuori dal paese sono diventati fonti chiave ma controverse di informazioni continue, modellando le proprie narrazioni sulla base dei limitati rapporti disponibili.”

Miaan Group (organizzazione di ricerca sul Medio Oriente):

“Available evidence suggests that Pahlavi support is uneven, largely media- and social-media-driven, and not underpinned by organized infrastructure on the ground. Overstating exile-led narratives risks misreading the protest’s domestic drivers and reinforcing Tehran’s justification for repression.”
“Le prove disponibili suggeriscono che il sostegno di Pahlavi è disomogeneo, in gran parte guidato dai media e dai social media, e non sostenuto da infrastrutture organizzate sul campo. Esagerare le narrazioni guidate dall’esilio rischia di fraintendere le motivazioni interne della protesta e di rafforzare la giustificazione di Teheran per la repressione”.

Cioè: amplificando la narrativa costruita dall’estero, stiamo letteralmente dando al regime la giustificazione per massacrare i manifestanti. E non è speculazione. Jerusalem Post cita un esperto iraniano:

“The monarchist Persian language media stations, especially Manoto TV, are manipulating images of protests in Iran to portray Reza Pahlavi as the only man whose name is heard in the streets, but this is a completely false and duplicitous depiction.”
“I media monarchici in lingua persiana, in particolare Manoto TV, stanno manipolando le immagini delle proteste in Iran per ritrarre Reza Pahlavi come l’unico uomo il cui nome si sente nelle strade, ma questa è una rappresentazione completamente falsa e ambigua”.

Stiamo parlando di manipolazione attiva. Non interpretazione generosa – manipolazione. Video reali di proteste, audio rimosso, voice-over falsi aggiunti per far sembrare che la gente chieda il ritorno dello Shah. Il bianco e il nero diventano sempre più simili al grigio, vero?


Chi comanda questa rivoluzione?

Reza Pahlavi. L’erede in esilio. 65 anni, vive negli Stati Uniti da quando aveva 16 anni (quando suo padre fu rovesciato nel 1979). Ha chiamato esplicitamente le proteste dall’8 gennaio, usando i suoi canali social. Ma quanto supporto ha davvero in Iran?

Dalla CNN, con onestà rara:

“Analysts say that it is unclear what might be driving the renewed excitement for the royal family in Iran. Arash Azizi, an academic and author of the book ‘What Iranians Want,’ told CNN that, while Pahlavi ‘has turned himself into a frontrunner in Iranian opposition politics,’ he is also ‘a divisive figure and not a unifying one.'”
“Gli analisti dicono che non è chiaro cosa potrebbe guidare il rinnovato entusiasmo per la famiglia reale in Iran. Arash Azizi, accademico e autore del libro ‘Quello che vogliono gli iraniani’, ha detto alla CNN che, mentre Pahlavi ‘si è trasformato in un leader nella politica dell’opposizione iraniana,’ è anche ‘una figura divisiva e non unificante.’

E qui sta il paradosso. Gli iraniani scendono in piazza per l’economia collassata, per le libertà personali, per la fine della dittatura religiosa, per i diritti civili. Non necessariamente per il ritorno della monarchia. Lo Shah – il padre di Pahlavi – era lui stesso un dittatore, supportato dalla CIA, responsabile di repressione brutale. La rivoluzione del 1979 lo rovesciò proprio per questo. Ma la narrativa che arriva dall’Occidente? “Vogliono Pahlavi”. Perché? Perché i canali TV in esilio lo dicono. Perché la diaspora iraniana – che vive a Los Angeles, Londra, Parigi – lo supporta. Perché i video vengono manipolati per far sembrare che lo chiedano. E il regime? Il regime usa esattamente questa narrativa per giustificare i massacri. “Vedete? È un’insurrezione monarchica supportata dall’estero. Sono agenti stranieri. Terroristi. La repressione è giustificata”

E noi, quindi, cosa dovremmo fare? Rimanere in silenzio?


Analisi delle fonti – aka “chi stiamo citando davvero”

Guardiamo da dove vengono le “notizie” sull’Iran:

Iran International: TV persiana con sede a Londra. Finanziamento: controverso, legami sauditi documentati. Accusata ripetutamente di manipolare footage.

Manoto TV: Altra TV persiana in esilio. Pro-monarchica dichiarata. Accusata di voice-over falsi.

HRANA (Human Rights Activists News Agency): Con sede negli Stati Uniti. Fondata da attivisti anti-regime. Fornisce i numeri sui morti. Fonte primaria per molti media occidentali.

Reza Pahlavi: L’erede stesso. Val la pena commentare?

Dipartimento di Stato USA: Account Twitter @USABehFarsi che posta in persiano. Messaggio costante: “vi supportiamo, rovesciate il regime”.

Notate qualcosa? Tutte le fonti principali sono basate fuori dall’Iran, hanno un’agenda politica chiara (anti-regime, spesso pro-Pahlavi), e in alcuni casi c’è documentata manipolazione di contenuti. E le fonti dall’Iran sono quasi nulle, praticamente inesistenti, perché internet è spento. Quindi la narrativa viene costruita interamente dall’esterno, in un vuoto informativo, da attori con interessi specifici. È di nuovo il 2009. Ma nel 2009, almeno, erano occidentali ingenui che tweetavano sull’Iran pensando di aiutare. Nel 2026 abbiamo manipolazione attiva di video, canali TV in esilio che costruiscono narrative false, il Dipartimento di Stato USA che alimenta direttamente i social in persiano, media occidentali che citano fonti compromesse come primarie. Tutto questo mentre l’Iran è completamente offline.

E intanto, le persone vere che protestano per ragioni vere – economia, libertà, dignità – muoiono ogni giorno. 2.000 morti. Forse 6.000. Forse 20.000. Non lo sapremo mai con certezza, proprio grazie al blackout.


Sono ingenuo? Forse

Torno a quella sensazione sgradevole di dieci anni fa, quando chiusi “The Net Delusion”. Morozov non ti lascia vincere. Non ti lascia scegliere il lato dei buoni. Ti mostra che la tecnologia amplifica le dinamiche di potere esistenti. Che i regimi autoritari imparano. Che lo slacktivism occidentale ha conseguenze reali.

E che la peggiore cosa che possiamo fare è proiettare le nostre fantasie tecnologiche – la “Twitter Revolution” – su movimenti di protesta reali, con persone reali che rischiano vite reali. Quando sbagliamo la narrativa, quando amplificiamo le voci sbagliate, quando manipoliamo i contenuti per farli conformare alla nostra storia preferita… le conseguenze non le paghiamo noi. Le pagano loro. Gli iraniani che protestano non hanno bisogno che tweeetiamo #IranProtests dal divano. Non hanno bisogno che i canali TV in esilio manipolino i loro video. Non hanno bisogno che il Dipartimento di Stato USA li “supporti” pubblicamente (regalando al regime la narrativa dell'”ingerenza straniera”).

Hanno bisogno che capiamo cosa sta realmente accadendo, che distinguiamo tra proteste reali e narrative costruite, che stiamo attenti a chi amplifichiamo e perché. Hanno bisogno che smettiamo di credere che internet risolva i problemi politici con un semplicc “clicca e condividi”. Perché, come Morozov ci aveva avvertito, spesso li complica.

Internet è una cosa seria, e va trattato seriamente.


Il blackout diventa permanente

A metà gennaio 2026 è emersa una notizia che potrebbe rendere il tutto ancora più disturbante. Iran International ha riportato che il regime iraniano sta finalizzando un progetto per disconnettere permanentemente il paese dall’internet globale. E non è solo un progetto teorico. È quasi operativo.

L’architettura del Grande Firewall Iraniano
I dettagli sono inquietanti nella loro concretezza. Il data center è bunkerizzato sotto l’edificio di Fanap a Pardis IT Town (20km da Teheran), progettato per resistere a attacchi missilistici. Ha una capacità di 400 server rack con hardware Huawei. Il costo stimato è tra $700 milioni e $1 miliardo. La logistica ha visto 24 container entrare in Iran dopo la guerra di giugno 2025. Il management è affidato ad ArvanCloud (cloud iraniano) attraverso una società schermo chiamata Ayandeh Afzay-e Karaneh. E le connessioni sono chiare: Fanap e il suo CEO Shahab Javanmardi sono sotto sanzioni USA per legami con intelligence e IRGC.

Come funzionerebbe tecnicamente
Il sistema si basa sulla National Information Network (NIN) – un progetto iniziato nel 2005, implementato gradualmente dal 2013 e pienamente operativo dal 2019. È l’intranet iraniana insomma. Funziona così: quando ti connetti in Iran, il tuo traffico passa attraverso un punto di controllo centralizzato – la Telecommunication Infrastructure Company (TIC), monopolio statale. Lì, il sistema decide. Richiesta per un sito .ir o servizio NIN? Va sulla rete domestica iraniana. Richiesta per un sito estero? Va sul gateway verso l’internet globale (se attivo).

Il “kill switch” semplicemente disabilita il gateway estero. E improvvisamente le banche iraniane funzionano (su NIN), l’e-commerce locale funziona (su NIN), i servizi governatali funzionano (su NIN), le email iraniane funzionano (su NIN), mentre Google, Twitter, Facebook, tutto l’internet estero è a zero. La differenza rispetto al 2019 è sostanziale. Prima, spegnere internet significava paralizzare l’economia – nessuna banca, nessun pagamento, niente. Costava miliardi al giorno. Non era sostenibile a lungo termine. Ora invece? Possono spegnere l’internet globale lasciando funzionare tutto il resto. È economicamente sostenibile. Possono mantenerlo per mesi.


Un paradosso tecnologico

Qui c’è qualcosa che mi ha colpito: tecnicamente è sofisticato – molto sofisticato. Ma strategicamente… c’è una contraddizione che quasi non ha senso. Guardiamo come funziona la sorveglianza moderna in Russia e Stati Uniti, non per difenderla, ovvio, ma per capire la differenza di approccio.

Il modello russo (SORM): Internet resta aperto e funzionante. Gli utenti possono accedere a Google, Facebook, Twitter. Ma ogni ISP ha installato una “black box” FSB che registra tutto. Ogni email, ogni click, ogni messaggio. Lo storage è obbligatorio: 6 mesi di contenuto completo, 3 anni di metadata secondo la legge Yarovaya del 2016. L’FSB può recuperare dati in tempo reale direttamente, senza che l’ISP sappia cosa sta cercando. Nel 2023: 500.000 richieste di sorveglianza approvate, solo 272 negate. Il risultato? Gli oppositori usano internet normalmente, pensando di essere liberi. Si organizzano, comunicano, costruiscono reti. E intanto il sistema registra tutto. Quando serve – 20.000+ arresti per speech online tra 2022 e 2024 – hanno già tutte le prove, tutti i contatti, tutta la mappa delle relazioni sociali.

Il modello americano (PRISM): Stessa logica, implementazione diversa. Da dopo Snowden sappiamo che NSA accede direttamente ai server di Google, Facebook, Microsoft, Apple. Raccolgono metadata di tutti. “We kill people based on metadata”, disse l’ex direttore CIA Michael Hayden. Apparenza di democrazia e internet libero. Realtà di sorveglianza di massa invisibile ma totale.

L’approccio iraniano (NIN): Spegnere internet quando serve.
Spegnendo internet, l’Iran perde tutta la capacità di intelligence che questi sistemi forniscono. Non possono più tracciare chi parla con chi. Non possono infiltrare gruppi. Non possono monitorare le comunicazioni degli oppositori. Non possono costruire mappe delle reti sociali. Si tolgono letteralmente lo strumento di sorveglianza più potente che esista. In cambio ottengono la capacità di nascondere massacri per qualche settimana. Ma al costo di perdita completa di intelligence durante il blackout, evidenza palese di autoritarismo, danno economico anche con NIN funzionante, isolamento internazionale, e dimostrazione della propria fragilità.

Russia e USA hanno capito qualcosa che l’Iran sembra non aver compreso: il controllo invisibile è infinitamente più efficace del controllo visibile. Lasci che la gente pensi di essere libera, lasci che usino internet, lasci che comunichino. E intanto registri tutto, analizzi tutto. Quando serve, colpisci con precisione chirurgica avendo tutte le prove necessarie. L’Iran ha costruito una gabbia digitale visibile. Che dichiara al mondo “siamo un regime autoritario terrorizzato dalla nostra popolazione”. Che elimina la propria capacità di sorveglianza proprio quando ne avrebbe più bisogno. È la differenza tra pensiero a lungo termine (costruire sistemi di intelligence permanenti) e pensiero a breve termine (nascondere i massacri di oggi). SORM e PRISM sono distopie invisibili, e funzionano proprio perché la gente non le vede. NIN è distopia visibile. E le distopie visibili tendono a generare rivoluzioni, e a fallire presto.

IranWire riporta che il piano è mantenere il blackout almeno fino al capodanno iraniano, 20 marzo 2026.

È, in sostanza, un atto di disperazione. La popolazione generale (livello 1) avrà solo NIN, zero accesso estero. I professionisti “autorizzati” (livello 2) avranno NIN più internet filtrato. Governo, IRGC ed elite (livello 3) avranno accesso completo. Ogni connessione è tracciata tramite ID nazionale e numero di telefono. Ogni accesso è attribuibile. E quando riattiveranno internet – anche parzialmente – sapranno esattamente chi ha usato Starlink, chi ha utilizzato una VPN, chi ha condiviso dei video.

Il modello, neanche a dirlo, è la Cina. Il Great Firewall cinese blocca servizi esteri ma li sostituisce – Baidu invece di Google, Weibo invece di Twitter. La Cina ti offre un’alternativa, anche se controllata. L’Iran? L’Iran può semplicemente spegnere tutto e costringerti sulla rete nazionale. E con Huawei che fornisce hardware e expertise (gli stessi che hanno costruito il sistema cinese), e la Russia che fornisce tecnologia DPI avanzata (Protei), hanno tutti i pezzi del puzzle.

E siamo punto e a capo, come al solito.


Tor: la guerra tecnologica infinita

Mentre Starlink fa i titoloni come unico strumento di libertà, c’è uno strumento che da quasi 20 anni gioca a nascondino con i regimi autoritari. Tor – The Onion Router – è storicamente lo strumento di scelta per chi vive sotto censura. Durante il Great Firewall cinese. Durante l’invasione russa dell’Ucraina. In Egitto durante la primavera araba. In Siria. E in Iran, ripetutamente.

Ogni volta che l’Iran ha vissuto momenti di crisi, Tor ha visto picchi massicci di utilizzo:

2009 – Green Movement: Tor Relays schizzano a 1,5 milioni di utenti iraniani. Il regime blocca le connessioni dirette. Gli utenti scoprono i Tor Bridges (relay non pubblici, più difficili da bloccare). Il regime impara.

2019 – Novembre, proteste benzina: Blackout completo per 6 giorni. Tor usage crolla a zero insieme a tutto internet. Ma quando riaccendono, il numero di utenti Tor è *più alto* di prima. La gente ha imparato.

2022 – Mahsa Amini, Woman Life Freedom: Digital curfew notturni (solo reti mobili spente 16:00-22:00). Tor Bridges esplodono. Il regime implementa DPI per riconoscere il traffico Tor e bloccarlo selettivamente.

E qui sta il punto interessante. Non è un semplice blocco. È una guerra tecnologica continua.
Nel 2012, un developer di Tor scrisse sul blog ufficiale una frase che dovrebbe far riflettere:

“The Iranian government has, in less than a year and starting from scratch, caught up and now surpassed the Tor project in technical ability.”
“Il governo iraniano, in meno di un anno e partendo da zero, ha raggiunto e ora ha superato il progetto Tor in termini di capacità tecnica.”

Cosa significa praticamente? Che il regime iraniano ha sviluppato sistemi DPI capaci di riconoscere il traffico Tor anche se cifrato. Aspetta, come è possibile? Tor usa SSL/TLS esattamente come se fosse in chiaro. Tutto il traffico è cifrato. Come fanno a distinguerlo? Guardando il comportamento, non il contenuto. È come riconoscere qualcuno dal modo di camminare anche se indossa un travestimento. Il DPI iraniano analizza:

– Timing dei pacchetti: Tor instrada il traffico attraverso tre relay, creando pattern di latenza caratteristici
– Dimensione dei pacchetti: Tor usa celle da 512 bytes, dimensione insolita
– Handshake TLS: La sequenza di “ciao, sono un client” / “ciao, sono un server” ha pattern specifici per ogni protocollo
– Flusso del traffico: Tor invia dati in burst diversi da una normale connessione HTTPS

Non stanno leggendo dentro i pacchetti cifrati. Stanno guardando dall’esterno e riconoscendo l’impronta digitale. In tempo reale. Su tutto il traffico nazionale. È tecnicamente impressionante.


Ma il Tor Project ha risposto

La strategia si è evoluta nel tempo, ovvero camuffare completamente il traffico Tor per farlo sembrare qualcos’altro.

– Pluggable Transports: Tor travestito. Il traffico viene fatto sembrare normale navigazione web, o Skype, o altro.
– Snowflake: Tor che si nasconde dietro connessioni WebRTC (quelle delle videochiamate). Difficile da bloccare senza bloccare tutte le videochiamate.
– Meek: Tor che si camuffa da traffico verso servizi legittimi come Microsoft Azure o Amazon CloudFront. Per bloccarlo devono bloccare servizi che loro stessi usano.
– Bridge Relays distribuiti: Relay segreti non pubblici, più difficili da identificare e bloccare.

E funziona. A volte. Fino a quando il regime non si aggiorna di nuovo. Snowflake viene identificato? Tor sviluppa un nuovo pluggable transport. Il regime lo riconosce? Si sviluppa il successivo. Ad ogni passo in avanti deli censori, Tor risponde attivamente.

E adesso? Gennaio 2026? Qui c’è un problema. I dati di utilizzo Tor hanno sempre un ritardo di pubblicazione per proteggere gli utenti. Ma storicamente, il pattern è sempre lo stesso: crisi e proteste iniziano, la censura aumenta, l’utilizzo di Tor schizza in alto, il regime sviluppa contromisure, e infine arriva il blackout totale se necessario. Dato che siamo in blackout totale, Tor usage è crollato a zero – come nel 2019. Non puoi usare Tor se non hai internet, nemmeno internet censurato. Ma quando riaccenderanno – e lo faranno, anche solo parzialmente – mi aspetto di vedere un picco massiccio. Perché gli iraniani hanno imparato. Starlink costa troppo. VPN normali vengono bloccate. Tor, con i bridge giusti, funziona ancora.

Ma c’è un altro paradosso. Tor protegge l’anonimato durante la connessione. Ma il semplice fatto di tentare di connetterti a Tor è identificabile dal DPI. E tracciabile al tuo ID nazionale. Quindi il regime può vedere: chi ha provato ad usare Tor (anche se bloccato), quando ci ha provato e per quanto tempo. E quando il blackout finirà, potrebbero avere una lista completa di “dissidenti tecnologicamente sofisticati” da arrestare. È la stessa logica di Starlink – uso retroattivo come prova di dissidenza. La lotta per internet libero in Iran dura da quasi 20 anni. Non è una storia nuova. Ma anche Tor può essere sconfitto da un blackout totale. E con il sistema NIN/Huawei che diventa permanente, anche quando riaccenderanno internet potrebbe essere un internet così controllato, così filtrato, così tracciato, che nemmeno Tor sarà sufficiente.


Conclusioni – e qualche domanda

Sono partito da Morozov, da quella sensazione sgradevole di dieci anni fa. Dalla scoperta che la “Twitter Revolution” del 2009 era una proiezione occidentale, non una realtà iraniana. E sono arrivato qui. Iran 2026. Stesso film, cast diverso. Stesse narrative costruite dall’estero. Stessa amplificazione di voci in esilio. Stessa manipolazione di video. Stesso regime che usa tutto questo come giustificazione per massacrare. Ma c’è una differenza cruciale rispetto al 2009. Nel 2009, il regime aveva imparato che internet era utile per loro (sorveglianza) ma pericoloso (documentazione). Nel 2026, hanno risolto l’equazione in maniera radicale: hanno costruito un sistema per avere internet quando gli serve (NIN domestico) e spegnerlo quando non gli serve (kill switch verso l’esterno). 700 milioni – 1 miliardo di dollari. Hardware Huawei. DPI russo. Bunker anti-missile. 400 server racks. Operativo entro marzo 2026. Non è più censura temporanea e costosa. È infrastruttura permanente di controllo dell’informazione. È una gabbia digitale.

Da dove provengono i contenuti sulle proteste iraniane mentre internet è spento da 9+ giorni? Principalmente dall’estero. Da canali TV in esilio con finanziamenti controversi. Da diaspora che vive a migliaia di chilometri. Da fonti con agende chiare e, in alcuni casi, manipolazione documentata.

Chi sta guidando la narrativa? Pahlavi dagli USA. Manoto TV che altera audio. Iran International accusata di voice-over falsi. Dipartimento di Stato USA che twetta in persiano. Diaspora che manifesta con bandiere dello Shah.

Chi sta guidando le proteste reali in Iran? Probabilmente nessuno. Probabilmente è leaderless, organico, guidato da disperazione economica e 47 anni di repressione. Le persone in piazza gridano “pane, lavoro, libertà” – non necessariamente “riportateci lo Shah”.

Ma la narrativa che arriva a noi? Quella parla di Pahlavi. Di monarchia. Di “Iranian Revolution 2.0”. Esattamente la narrativa che il regime *vuole* per giustificare i massacri. “Vedete? Complotto occidentale. Agenti stranieri. Terroristi monarchici.”

E il gap tra narrativa e realtà? Costa vite umane. 2.000 morti? 6.000? 12.000? 20.000? Non lo sapremo mai con certezza, proprio grazie al blackout che doveva essere “temporaneo” e che sta diventando permanente.


Morozov aveva ragione

Internet, purtroppo, non è libera per definizione. La tecnologia amplifica le dinamiche di potere esistenti. I regimi autoritari imparano, si adattano, costruiscono sistemi sempre più sofisticati. Il regime iraniano ha passato 17 anni – dal 2009 ad oggi – a studiare come controllare internet. Hanno investito miliardi. Hanno collaborato con Cina e Russia. Hanno sviluppato DPI che riconosce Tor, sistemi che bloccano VPN, architetture che permettono blackout economicamente sostenibili. E la “resistenza” tecnologica? Dipende da Elon Musk che regala Starlink – e può decidere di spegnerlo domani. Dipende da Tor Project che gioca whack-a-mole con le contromisure iraniane. Dipende da individui che rischiano arresto e tortura per usare tecnologie di circumvention. Non è una lotta ad armi pari. Non lo è mai stata.

Il cyber-utopismo è una droga. Ci fa sentire bene. Ci fa sentire che stiamo “aiutando”. Che la tecnologia vince sempre. Che internet libera. Ma la realtà è più complessa, più scomoda. La tecnologia è uno strumento. E come tutti gli strumenti, può essere usata per liberare o per opprimere. I regimi autoritari hanno risorse, expertise, e zero vincoli etici. La “resistenza” ha volontari, budget limitati, e il peso di non voler fare danno. Gli iraniani che protestano non hanno bisogno che celebriamo Starlink come salvatore. Non hanno bisogno che amplifichiamo narrative costruite dall’estero. Non hanno bisogno del nostro slacktivism. Hanno bisogno che capiamo cosa sta realmente succedendo. Che distinguiamo tra proteste reali e narrative costruite. Che non diamo al regime le munizioni propagandistiche di cui ha bisogno. Che smettiamo di credere che internet risolva problemi politici. Hanno bisogno che impariamo, finalmente, la lezione che Morozov cercava di insegnarci 15 anni fa.


Fonti e Approfondimenti

Evgeny Morozov
– “The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom” (2011)
– “To Save Everything, Click Here” (2013)

Twitter Revolution 2009
– Golnaz Esfandiari, Foreign Policy: “The Twitter Devolution” (giugno 2010)
https://foreignpolicy.com/2010/06/08/the-twitter-devolution/

– Evgeny Morozov, Dissent: “Iran: Downside to the Twitter Revolution” (2009)
https://dissentmagazine.org/article/iran-downside-to-the-twitter-revolution/
– Wikipedia:
https://en.wikipedia.org/wiki/Twitter_Revolution

Proteste Iran 2025-2026
– Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/2025–2026_Iranian_protests
– Wikipedia: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Internet_blackout_in_Iran
– NetBlocks (monitoraggio blackout): https://netblocks.org
– Amnesty International: https://iran-shutdown.amnesty.org/
– Council on Foreign Relations: https://www.cfr.org/article/reflections-protests-iran
– Human Rights Activists News Agency (HRANA): https://www.en-hrana.org

Analisi tecnica shutdown
– Miaan Group: “Iran’s Stealth Blackout” (Ottobre 2025)
https://miaan.org/report-on-irans-blackout-of-the-global-internet/
– Arxiv: “Iran’s Stealth Internet Blackout: A New Model of Censorship”
https://arxiv.org/html/2507.14183v1
– OONI: “Iran Protests: DPI blocking”
https://ooni.org/post/2018-iran-protests-pt2/
– Cloudflare: “What we know about Iran’s Internet shutdown”
https://blog.cloudflare.com/iran-protests-internet-shutdown/
– Filterwatch: “Connected but Unsafe” (Dicembre 2025)
https://filter.watch/english/2026/01/05/network-monitorig-december-2025-internet-repression-in-times-of-protest/
– The Conversation: “Iran’s latest internet blackout extends to phones and Starlink”
https://theconversation.com/irans-latest-internet-blackout-extends-to-phones-and-starlink-273439

National Information Network (NIN) e Kill Switch
– Iran International: “Iran’s internet kill switch project in final stages”
https://www.iranintl.com/en/202601145172
– Wikipedia: “National Information Network”
https://en.wikipedia.org/wiki/National_Information_Network
– Citizen Lab: “The National Information Network in Iran” (2012)
https://citizenlab.ca/2012/11/irans-national-information-network/
– Freedom House: “Iran: Freedom on the Net 2024”
https://freedomhouse.org/country/iran/freedom-net/2024

Tor Project e Iran
– The Tor Project: “Measuring Tor and Iran”
https://blog.torproject.org/measuring-tor-and-iran/
– The Tor Project: “Update on Internet censorship in Iran”
https://blog.torproject.org/update-internet-censorship-iran/
– Tech for Humanity Lab: “The History of TOR Usage in Iran”
https://tech4humanitylab.clahs.vt.edu/?p=82
– Tor Metrics:
https://metrics.torproject.org

Starlink in Iran
– NPR: “How people in Iran are using Starlink”
https://www.npr.org/2026/01/15/nx-s1-5678567/iran-internet-blackout-starlink
– NBC News: “SpaceX’s Starlink is a lifeline amid Iran protest internet blackouts”
https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/iran-internet-blackout-spacex-starlink-lifeline-rcna254030

Analisi narrative e fonti
– The Conversation: “How social media is channeling popular discontent”
https://theconversation.com/how-social-media-is-channeling-popular-discontent-in-iran-during-ongoing-period-of-domestic-unrest-273206
– Jerusalem Post: “Iran protests lack single leader”
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-882111
– Euronews: “Viral rumours flood the web”
https://www.euronews.com/2026/01/10/as-iran-protests-continue-viral-rumours-flood-the-web-here-are-the-main-ones
– Miaan Group: “Iran’s December 2025 – January 2026 Protest Wave”
https://miaan.org/irans-december-2025-january-2026-protest-wave/

Monitoraggio proteste
– Critical Threats Project (CTP-ISW): Daily Iran Updates
https://www.criticalthreats.org
– Internet Outage Detection and Analysis (IODA):
https://ioda.inetintel.cc.gatech.edu/

Huawei e tecnologia censura
– Report su equipaggiamento Huawei e data center Pardis
https://www.iranintl.com/en/202601145172
– Pravda: “Russia Helps Iran Execute Largest Internet Blackout” (tecnologia DPI Protei)
https://news-pravda.com/world/2026/01/15/2005201.html

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