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mercoledì 2 giugno 2021

Eppur si chiude - Alessandro Marescotti

 

Anatomia di un disastro ambientale - Alessandro Marescotti

 

Questa condanna è stata un terremoto. E' importante conoscere e comprendere alcune parole chiave. Per facilitarvi la comprensione del processo e della sentenza, in cui tutti oggi vi parleranno, ecco qui un glossario.

 

Ci sono sette cose importanti da sapere per comprendere le sette novità di questo processo. Leggendo le carte processuali, ho avuto la conferma di aver dato l’impulso iniziale alle indagini nel 2008 scrivendo di mio pugno, a nome di PeaceLink, l’esposto sulla diossina da cui è partito tutto. Ma la carta decisiva del processo è stata la perizia epidemiologica richiesta dal GIP Patrizia Todisco. Ne parleremo nel settimo punto di questo articolo. 

Oggi il processo, lungo e tortuoso, è approdato alla sentenza di primo grado. 

Leggerete tanti commenti. E' una vicenda scomoda perché toccava i peccati siderurgici della sinistra. Una vicenda che è stata messa a tacere e derubricata da tutti gli schieramenti a questione locale, nonostante le terribili implicazioni sanitarie, salvo poi diventare d’improvviso - di tanto in tanto - questione strategica nazionale quanto si parlava di economia.

Tuttavia una delle ragioni oggettive della scarsa attenzione è purtroppo dovuta ad una certa complessità della vicenda. Bisogna conoscere e comprendere alcune parole chiave. Per facilitarvi la comprensione del processo, in cui tutti oggi vi parleranno, proverò a scrivere un glossario. E’ stato un processo diverso, qualitativamente diverso dai precedenti processi all’ILVA dei Riva, già condotti da Franco Sebastio, un procuratore molto determinato. Sebastio ha avviato le indagini nel 2008 e messo un paio di anni dopo sotto controllo le telefonate dell’ILVA. Ma non ha potuto seguire il processo perché, guarda caso, lo hanno mandato anticipatamente in pensione in virtù di un’apposita norma ad hoc. Da Roma confidavano in un successore meno “spigoloso”. (https://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/47674.html)  

Questo processo è sicuramente uno dei più imponenti mai celebrati fra quelli che si occupano di ambiente. Ed è quello più delicato in assoluto. 

Riassumerò pertanto la vicenda evidenziando le cose importanti da sapere con sette parole chiave, sperando di fare cosa utile a tutti i lettori.

1.      DIOSSINA. Le indagini nascono dopo un esposto sulla diossina presentato alla Procura della Repubblica nel febbraio del 2008 da PeaceLink. Nell’esposto si allegano le analisi di un pezzo di pecorino di pecore e capre che avevano pascolato attorno all’ILVA. (https://www.tarantosociale.org/tarantosociale/a/25341.html) Il pecorino mi era stato consegnato da Piero Mottolese, un ex operaio ILVA. Il pastore del pecorino è morto per un tumore. La diossina è cancerogena (IARC classe I) ed entra nella catena alimentare. Questo processo per la prima volta si è occupato a Taranto della contaminazione siderurgica della catena alimentare, puntando su un reato di particolare gravità: avvelenamento di acque o di sostanze alimentari (art. 439 del codice penale). La diossina è industrialmente connessa a un impianto che tecnicamente è definito “impianto di sinterizzazione”, anche detto di “agglomerazione”. L’ILVA di Taranto è dotata del più grande impianto di agglomerazione d’Europa, con un camino alto 212 metri (il camino E-312). La diossina è fuoriuscita, determinando una grave contaminazione dei terreni circostanti, anche dagli elettrofiltri di questo camino. Le “polveri alla diossina” degli elettrofiltri sono state trasportate dal vento sul territorio circostante, anche sui pascoli dove brucavano le capre e le pecore delle storiche masserie locali. Un dettaglio di non poco conto: la diossina fino al 2005 (anno della rivelazione fatta da PeaceLink) è stata trattata come una sorta di segreto industriale. Pensate che a Genova non ne hanno mai saputo nulla della diossina. Gli ambientalisti, i chimici e i giudici del processo genovese per inquinamento non hanno mai cercato la diossina perché neppure sospettavano che l’ILVA fosse una fonte di diossina. La diossina è stata casualmente scoperta in seguito, nel 2005, da PeaceLink curiosando sui database online INES ed EPER, sui quali era classificata come PCDD e PCDF. Google era appena nato. Quei dati non entravano nei motori di ricerca. E da quella scoperta è partita la decisione di andare a fondo, fino a verificare se la diossina fosse entrata nella catena alimentare.

2.      BENZO(A)PIRENE. Anche il benzo(a)pirene è un cancerogeno (IARC classe I) ma proviene dalla cokeria dell’ILVA. Nel 2009 e 2010, superando i limiti di legge, è stata al centro del processo, assieme alla diossina. L’ARPA Puglia, diretta da Giorgio Assennato, porta alla luce i dati dello sforamento. L’ILVA entra in un report ARPA che le addebita il 98% delle emissioni di benzo(a)pirene a Taranto. E’ il putiferio. La politica di governo si era dimenticata che per il benzo(a)pirene era scattato il limite di 1 nanogrammo a metro cubo a partire dal 1999. PeaceLink ha dovuto ingaggiare un contenzioso con la Regione Puglia per far applicare il limite. C’è un’intercettazione bollente in cui i Riva si lamentano dei comunicati di PeaceLink sul benzo(a)pirene: “Questi per tre giorni ci fanno un culo così!” (https://lists.peacelink.it/ecologia/2021/03/msg00002.html)  Anche Vendola è preoccupato. La calda estate pugliese del 2010 diventa incandescente per il benzo(a)pirene. Finché il governo Berlusconi, il 13 agosto 2010, cambia la legge. Sospende quel limite e toglie le castagne dal fuoco a tutti. L’ILVA può continuare a inquinare. Ma la magistratura riesce a intercettare telefonate molto particolari sul benzo(a)pirene e che imbarazzano il PD. (https://www.youtube.com/watch?v=oSKMJvy4UPw

3.      COZZE. Nel 2011 le associazioni Fondo Antidiossina e PeaceLink denunciano il superamento dei limiti di legge delle diossine in quello che è il simbolo e il vanto gastronomico della città di Taranto: la cozza. Scoppia la protesta dei mitilicoltori. Il sindaco di Taranto va in piazza a mangiare le cozze tarantine. (https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/247921/diossina-ilsindaco-mangia-le-cozze-non-c-e-alcun-rischio.html)  Anche Legambiente aderisce pubblicamente alle degustazioni di cozze locali. (http://web.giornalismi.info/gubi/articoli/art_9580.html)  Ma quelle cozze, nonostante i tentativi di esorcizzare pubblicamente lo spettro della diossina, risultano realmente e gravemente contaminate. Come per il pecorino, anche per le cozze i controlli della ASL - certificati da laboratori specializzati - danno ragione al Fondo Antidiossina e a PeaceLink, confermando i superamenti dei limiti di legge. Anche questo filone di indagini è entrato nel processo all’ILVA.  

4.      AIA. L’AIA è l’Autorizzazione Integrata Ambientale che avrebbe dovuto imporre prescrizioni severe all’ILVA e l’adozione delle migliori tecnologie disponibili. E invece nel 2011 l’AIA viene rilasciata dalla ministra Stefania Prestigiacomo con prescrizioni così blande che l’anno successivo, alla luce delle indagini di “Ambiente Svenduto”, viene riscritta e resa più stringente per gli impianti dell’area a caldo.

5.      AREA A CALDO. L’Ilva si compone di due parti: l’area a caldo e l’area a freddo. La prima comprende le fasi di “cottura” del minerale di ferro (impianto di sinterizzazione) e di trasformazione del carbone in carbon coke (cokeria); la successiva fase è quella della produzione della ghisa negli altoforni a cui segue con i convertitori la trasformazione in acciaio e il confezionamento delle bramme (grandi “lingotti” di acciaio). Qui finisce l’area a caldo (la più inquinante) e da qui comincia l’area a freddo che trasforma l’acciaio nei prodotti finiti (come coils e tubi). L’ILVA di Genova ha solo l’area a freddo. L’ILVA di Taranto ha l’area a caldo e l’area a freddo. L’area a caldo è stata al centro dei provvedimenti “Salva-ILVA”. La magistratura ne ha chiesto in passato il sequestro senza facoltà d’uso in quanto pericolosa. I pm ne hanno chiesto la confisca.

6.      POLITICA. La grande novità di questo processo è che ha toccato anche la politica. E in particolare la sinistra. Senza entrare nel merito delle singole situazioni, è ragionevole chiedersi come mai sia stata la magistratura a mettere sotto accusa l’ILVA e non la sinistra. La risposta è purtroppo questa: all’interno della sinistra si erano coltivati buoni rapporti, persino di stima, con Riva. 

7.      INDAGINE EPIDEMIOLOGICA. La novità qualitativa di questo processo sta nell’indagine epidemiologica richiesta dal GIP Patrizia Todisco all’epidemiologo Francesco Forastiere. Tale indagine ha non solo descritto l’eccesso di malattie e di morti ma ha creato un modello per verificare se tali eventi fossero riconducibili alle emissioni dell’ILVA. E anche qui c’è da chiedersi come mai la sinistra - allora al governo di Regione Puglia, Provincia e Comune di Taranto - non abbia voluto commissionare una tale indagine epidemiologica, neppure quando gli è stato richiesto.

Infine va detto che questo processo è da collocare all’interno di una storia molto complessa, cominciata nel 2005 e che si continua ancora oggi. Una cronistoria di cui ho cercato di sintetizzare i tratti salienti: https://www.peacelink.it/processoilva/a/48496.html)

da qui

 

 

Sentenza Ambiente Svenduto, confiscati gli impianti dell'area a caldo ILVA - Alessandro Marescotti

 

Nessuno aveva mai parlato della diossina a Taranto prima del 2005. Fummo noi a prenderci la responsabilità e i rischi di denunciarlo pubblicamente. Oggi è una grande giornata di liberazione dopo una lunga resistenza e tante vittime. Venivano chiamati "allarmisti" ma avevano ragione noi.

Era tanto attesa. Ed è arrivata.

La sentenza sull'ILVA farà parlare, farà discutere, farà arrabbiare più di qualcuno.

Quella sentenza è il frutto di una lunga lotta a cui abbiamo dato il via nel febbraio 2008, portando in un laboratorio specializzato un pezzo di pecorino contaminato dalla diossina. Il latte di quel formaggio proveniva da pecore e capre che avevano brucato nei pascoli attorno all'ILVA. Avevamo letto su un giornale che, attorno allo stabilimento, pascolava un gregge. La cosa ci incuriosì. Ci mettemmo alla ricerca del pastore. Una nostra ecosentinella, Piero Mottolese, lo incontrò. Non stava bene. Quel pastore morirà di cancro dopo non molto.

Ma facciamo un passo indietro.

Tre anni prima, nel 2005, avevamo scoperto che a Taranto c'era la diossina. Nessuno aveva mai parlato prima della diossina. La parola diossina era sconosciuta a tutti nella città dell'acciaio. Era come se un segreto venisse gelosamente custodito. I sindacati CGIL-CISL-UIL avevano partecipato a tanti tavoli tecnici e alle riunione degli atti di intesa con l'ILVA, ma la parola diossina non era mai venuta fuori fino al 2005. Fino a quel giorno di aprile in cui PeaceLink la lanciò con un comunicato stampa che venne letto come prima notizia al TG3 della Puglia. Ma quella notizia data dalla RAI con tanta evidenza probabilmente non era di interesse o di gradimento gradimento per la politica perché nessuno ne fece menzione. Eppure la diossina è un cancerogeno classificato dalla IARC il classe I, ed è un formidabile contaminante dell'ambiente e della catena alimentare. Ma come mai nessuno aveva mai pronunciato quella parola a Taranto? Non lo sappiamo, ma possiamo intuirne le ragioni. Sappiamo solo che ci imbattemmo nella diossina scandagliando i dati di un database europeo nel quale c'erano le sigle PCDD e PCDF che - a chi non sa di chimica - non dicevano nulla. Anche in quel caso l'indizio ci incuriosì. E venne fuori la terribile verità. 

Fummo noi di PeaceLink a prenderci quella grave responsabilità nel 2005. E a portare nel 2008 in laboratorio il formaggio.

Per anni e anni abbiamo incontrato persone che ci dicevano scherzando: non vi hanno ancora arrestato?

Avevamo un'etichetta addosso: "allarmisti".

In realtà due sono le parole che hanno guidato la nostra azione: curiosità e responsabilità.

Spirito di curiosità e senso della responsabilità.

Ficcanaso impiccioni che non si facevano i fatti propri, insomma.

Di fronte a chi pensava di cambiare il mondo con le grandi teorie, noi, più modestamente, ci accontentavamo dei dettagli. E dai dettagli ricostruivamo il mosaico generale, in un processo di ricerca e ricomposizione dei nessi. Possiamo definire questa metodologia "la rivoluzione dei dettagli", prendendo in prestito il titolo di un libro della mia amica Marinella Correggia.

Quella rivoluzione dei dettagli ha guidato ricerche sempre più vaste. E se oggi si va a vedere quanto materiale abbiamo accumulato con questa metodologia c'è solo da rimanere sbalorditi. E si rimane sbalorditi per l'immenso lavoro svolto dalla polizia giudiziaria e dai magistrati. A cui diciamo grazie per aver condotto con rigore un'azione scomoda ma necessaria e di somma importanza.

Oggi è una grande liberazione. I ficcanaso impiccioni, quelli che venivano chiamati "gli allarmisti", avevano ragione. 

Sì. Proprio così. Avevamo ragione. 

Oggi fioccano le condanne. E gli impianti pericolosi vengono confiscati.

da qui

 

 

La storia dell'ILVA dal 2005 al 2021 - Alessandro Marescotti

 

Tutto parte dalle analisi sul pecorino contaminato da diossina, consegnate da PeaceLink in Procura a Taranto nel 2008; nei tre anni precedenti erano stati acquisiti i dati delle emissioni di diossina dell'ILVA. Nel 2012 vengono consegnate alla magistratura le perizie. Si attende adesso la sentenza.

Su sollecitazione di un amico, ho buttato giù una breve storia dell'ILVA dal 2005 a oggi. Poche righe, anno per anno, con le inevitabili lacune dovute alla sintesi.

Breve storia della mobilitazione civile a Taranto contro l'inquinamento #ILVA

2005 - I cittadini di Taranto scoprono, facendo ricerche sugli archivi elettronici delle emissioni industriali, che a Taranto c'è la diossina (mai le autorità ne avevano parlato); fra la popolazione di Taranto comincia a diffondersi la voce che questo potente cancerogeno potrebbe fuoriuscire dall'ILVA.

2006 - Un anno dopo i cittadini scoprono che a Taranto non è stata mai acquistato alcuna attrezzatura per misurare la diossina: le autorità sono prive di strumentazione idonea; PeaceLink denuncia: "Taranto è la Seveso del Sud".

2007 - Le emissioni di diossina dell'ILVA di Taranto arrivano a toccare il 90,3% del totale industriale nazionale (la denuncia, come nel 2005, è di PeaceLink); vengono denunciate le lentezze della Regione Puglia; l'Arpa fa i primi monitoraggi sulla diossina ILVA; dai dati si scopre che dall'Ilva viene emessa diossina equivalente a 10 mila inceneritori; Emilio Riva denuncia Giulio Farella, Alessandro Marescotti e Franco Sorrentino perché in una conferenza stampa diffondono i dati ufficiali delle emissioni di mercurio dallo stabilimento; l'accusa è di "procurato allarme" e "diffamazione"; la denuncia viene archiviata dalla magistratura; con i fondi raccolti per la difesa legale viene deciso di fare delle analisi ambientali.

2008 - I cittadini di Taranto commissionano analisi di diossina su sangue, latte materno e matrici alimentari; e così si scopre che a Taranto la diossina è entrata nel corpo umano e anche negli animali perché il pecorino risulta contaminato oltre i limiti di legge; dai dati di quest'ultimo parte un esposto a firma di PeaceLink; iniziano le indagini della magistratura ("avvelenamento delle sostanze alimentari"); il 29 novembre scendono in piazza 20 mila persone contro la diossina chiedendo una legge antidiossina; è la più grande manifestazione mai svolta fino ad allora a Taranto.

2009 - Il benzo(a)pirene cancerogeno supera i limiti di legge e ARPA certifica lo sforamento; nuova manifestazione di 20 mila persone a Taranto, promossa (come l'anno precedente) dal coordinamento Altamarea.

2010 - Maxisforamento di benzo(a)pirene cancerogeno, la Procura accelera le indagini ed ordina le intercettazioni telefoniche; Vendola ride al telefono con Archinà e viene intercettato. Il governo il 13 agosto, mentre la gente è in vacanza, sospende il limite per il benzo(a)pirene con una norma nascosta in un DPR.

2011 - Vendola dichiara pubblicamente la sua stima per Emilio Riva (che l'anno dopo verrà posto agli arresti con l'accusa di disastro ambientale); il Fondo Antidiossina di Fabio Matacchiera commissiona le analisi sui mitili, si scopre che la diossina è entrata nelle cozze; scatta un nuovo fronte di indagine; ancora una volta sono i cittadini a indagare e ad esporsi; nel traffempo viene approvata una pessima AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) ma il sindaco di Taranto Ippazio Stefano non fa giungere alcuna prescrizione a tutela dell'ambiente e della salute; la Regione Puglia parla di "passaggio di valenza storica"; in realtà l'AIA concede all'ILVA un +50% di capacità produttiva, salendo da 10 a 15 milioni di tonnellate annno di acciaio (una enormità, uno sproposito).

2012 - Perizie chimica ed epidemiologica ordinata dal GIP Patrizia Todisco; la magistratura con quelle perizie ravvisa un "disastro ambientale" e un eccesso di mortalità causato dall'ILVA; la magistratura sequestra gli impianti dell'area a caldo, senza facoltà d'uso; il 19 settembre Alessandro Marescotti e Angelo Bonelli rivelano i nuovi dati dello Studio Sentieri su Taranto, non diffuso per ragion di Stato; il 15 dicembre una folla di trentamila persone sfila in corteo a sostegno della magistratura; subito dopo il parlamento vota la prima legge salva ILVA in gran velocità; è la prima di una lunga serie di leggi salva-ILVA che il M5S dichiara di voler cancellare, senza poi mantenere le promesse una volta arrivato al governo.

2013 - La Corte Costituzionale non boccia la legge salva ILVA ma il consenso è condizionato all'esecuzione rapida della messa a norma degli impianti dell'area a caldo dello stabilimento, entro l'anno successivo (notare bene: al 2021 non sono ancora stati completati i lavori di messa a norma).

2014 - I cittadini si rivolgono alla Commissione Europea (grande lavoro di Antonia Battaglia) che avvia una procedura di infrazione per violazione della direttiva sulle emissioni industriali; intanto emergono i dati dell'Istituto Superiore della Sanità sull'eccesso di tumori infantili a Taranto (+54% rispetto alla regione); intanto comincia il procedimento penale davanti al GUP (Giudice dell’udienza preliminare)le udienze preliminari davanti al GUP Vilma Gilli iniziano il 19 giugno 2014.

2015 - I cittadini accusano il governo di dare aiuti di Stato all'ILVA, la denuncia arriva alla Commissione Europea; l'ILVA fallisce, ha quasi tre miliardi di euro debiti, la vicenda approda al tribunale fallimentare di Milano.

2016 - Il governo avvia la messa in vendita dell'ILVA ma nessuno la vuole comprare perché gli impianti sono fuori norma e il mercato dell'acciaio non tira più come prima. Intanto nel quartiere Tamburi si verificano eccezionali ricadute di diossina.

2017 - Il governo rifà il piano ambientale ILVA in senso peggiorativo spostando al 2023 i lavori che dovevano essere completati nel 2014; gli ambientalisti si ribellano.

2018 - Il governo offre l'immunità penale e ArcelorMittal decide di prendere in fitto l'ILVA, in vista dell'acquisto. PeaceLink incontra il neo-ministro dell'Ambiente Sergio Costa (M5S) portando un dossier per chiedere la chiusura dell'area a caldo; ma il M5S cambia linea sull'ILVA e abbandona le promesse della campagna elettorale. Di Maio annuncia installazioni di nuove tecnologie (mai installate) e consistenti tagli di inquinamento (inesistenti, anzi le emissioni aumentano).

2019 - La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) condanna l'Italia per violazione dei diritti umani (grande lavoro di Daniela Spera e Lina Ambrogi Melle); l'inquinamento dello stabilimento invece di diminuire aumenta e il ministro Di Maio a Taranto su questo viene categoricamente smentito (aveva detto che l'inquinamento sarebbe diminuito); ArcelorMittal fa male i conti e comincia ad accumulare perdite che oscillano fra i 2 milioni e i 2 milioni e mezzo di euro al giorno; la perdita complessiva del 2019 arriva a 865 milioni di euro (se i lavoratori fossero rimasti a casa senza lavorare, ArcelorMittal avrebbe perso di meno).

2020 - ArcelorMittal non ce la fa più a tamponare le perdite che arrivano a superare i 100 milioni di euro al mese; la multinazionale decide di spegnere gli impianti e di andare via; il M5S trattiene per la giacca la multinazionale: non deve abbandonare Taranto.

2021 - il TAR, con una sentenza storica, dispone che gli impianti dell'area a caldo vanno fermati perché malfunzionanti e pericolosi; la questione passa al Consiglio di Stato; i cittadini si trasferiscono a Roma con le croci bianche delle vittime dell'inquinamento in attesa della sentenza del Consiglio di Stato (grande lavoro di Massimo Castellana, Cinzia Zaninelli e del Comitato Cittadino per la salute e l'ambiente a Taranto); all'iniziativa aderisce Giustizia per Taranto; il Consiglio di Stato temporeggia in attesa della sentenza del processo ILVA, che sta per arrivare a conclusione; i pubblici ministeri chiedono condanne con pene fino a 28 anni di reclusione.

da qui

giovedì 21 novembre 2019

sull'Ilva di Taranto

Che fare dell’Ilva? - Guido Viale

La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?
La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.
Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?
Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito – per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.
Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.
E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere?
Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza. 
Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera – va messa in crisi lottando per la pace.
Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia climate-friendly, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza).
L’altra è la necessità di una nuova governance dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi.
Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per   valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose. 
Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione. 
da qui



La macchina assassina non può restare ai privati - Marco Revelli


L’ho già scritto e lo ripeto. L’ILVA di Taranto è una gigantesca macchina assassina. La cifra di tutta la sua storia è la Morte (la “morte industriale” canterebbe Guccini). Da questo dato durissimo, e inconfutabile, non può prescindere ogni discussione sul suo destino (sul suo passato, sul suo presente, e soprattutto sul suo futuro): dal fatto che quello stabilimento uccide.
Uccide chi ci lavora dentro: i “suoi” operai (farebbero bene a rifletterci i sindacati che non dovrebbero difendere solo i posti di lavoro ma anche i lavoratori e le loro vite). Ne sono morti 208, per “incidenti” sul lavoro, dal primo, Giovanni Gentile, il 1° agosto del ’61 quando la fabbrica era ancora in costruzione, all’ultimo, Cosimo Massaro, il 10 agosto del 2019; altre centinaia e centinaia sono morti più lentamente, divorati dal cancro, dai linfomi, dalla leucemia (tra i dipendenti Ilva di Taranto, certifica l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, si registra il 500% in più di malati di cancro rispetto al resto della popolazione).
E uccide chi ci abita intorno: gli sfortunati bambini dei quartieri Tamburi e Paolo VI, minati nella salute fin dal ventre materno, e i 200.000 cittadini di una città presa in ostaggio da una fabbrica feroce. “Qui – scrivono le madri e i padri organizzati nell’Associazione genitori tarantini -, le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui, l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media”. Sono dati, agghiaccianti, confermati e certificati dal Ministero della salute col “Rapporto Sentieri” giunto nel 2019 alla sua V^ edizione, il quale per l’area di Taranto, trabocca di “eccessi”, cioè di percentuali di ammalati superiori alla media per una lunga lista di patologie mortali: un “eccesso del 90% per i linfomi in età pediatrica, per mesoteliomi, tumori dello stomaco, fegato, pancreas e vescica tra gli uomini; per melanomi, tumori alla mammella e all’utero, leucemie tre le donne .
Il resto, certo, è importante: i posti di lavoro a rischio, il contributo di quello stabilimento al Prodotto interno nazionale, il ruolo dell’Italia di grande produttore… Ma viene dopo, quei numeri che sono vite. E che se letti con l’attenzione che meritano, come la descrizione di una vera e propria strage di innocenti, dovrebbero bastare per mettere a tacere ogni fautore dello scellerato “scudo penale” – un’aberrazione giuridica oltre che morale, che tuttavia continua a essere pervicacemente riproposta – e della assoluta priorità della produzione d’acciaio, costi quel che costi. Dovrebbe scattare, se un minimo senso delle cose sopravvivesse in questo paese, un naturale meccanismo di inibizione di fronte a idee, proposte, progetti che con tutta evidenza negano il diritto alla vita come valore intrascendibile.  Invece li abbiamo visti in questi giorni, politici degli opposti schieramenti, opinion leader delle molteplici testate, confindustriali in doppio petto e portaborse in grisaglia, raffinati uomini di legge dai clienti facoltosi, discettare di priorità assoluta da dare alla produzione, di eccellenza italiana nell’acciaio in Europa, di necessari “bilanciamenti tra salute e lavoro”, di Mittal da trattenere magari concedendole quel che vuole, come se un punto di Pil valesse centinaia di vite. E come se la Costituzione, all’art. 32, non qualificasse quello alla salute come un “fondamentale diritto”, mentre il “lavoro” che pure essa tutela non può essere il lavoro che uccide, pena il suo degrado a “lavoro schiavo”.
Chi ha avuto lo stomaco di seguire in questi giorni i talk show che vanno per la maggiore, avrà avuto modo di misurare quanto esteso, e ramificato, trasversalmente, sia il “partito del Pil” ( che in questo caso, e sempre più, si identifica con il “partito della morte”): renziani della prima ora di Italia viva (sic!) e postfascisti riciclati di FdI, leghisti usi a gridare “prima gli italiani” quando si tratta di gettare a mare i migranti poveri ma pronti a mettere prima i franco-indiani se hanno i miliardi e fassiniani memori dell’antico produttivismo da socialismo reale, editorialisti del gruppo De Benedetti-Elkan e di Mediaset, per una volta uniti nella lotta, quasi tutti (con encomiabili eccezioni come quella di Michele Ainis su Repubblica), quando gli si ricordano i numeri della strage non sospendono neppure per un secondo il chiacchiericcio, nella migliore delle ipotesi guardano per un attimo il soffitto, e poi ripartono lancia in resta col tormentone che senza “scudo” nessuno si prenderà il fabbricone decotto, che senza il fabbricone l’Italia perderà tutta la sua industria, che senza un po’ di fumi e di emissioni tossiche l’acciaio non si fa (chi lo dice poi?), usando – come fossero ostaggi – i posti di lavoro degli operai messi a rischio e irridendo le poche voci critiche con l’accusa, considerata sanguinosa da chi la muove, di essere fautori della “decrescita felice” fuori dal mondo.
E allora è il caso di dire alcune cose chiare sulla questione.
In primo luogo che i sette anni trascorsi dal primo sequestro dell’area a caldo dell’Ilva da parte di una giudice coraggiosa, Patrizia Todisco, e segnati da ben 13 decreti “salva Ilva”, compreso quello sciagurato del primo governo Renzi che istituiva l’“immunità penale” per Commissari e successivi acquirenti, sono trascorsi stiracchiando la produzione per far cassa e trascurando in modo indecente gli interventi a tutela di salute e ambiente. Tant’è vero che, all’ombra di quello “scudo”, l’Ilva ha continuato a inquinare, che i bambini di Tamburi continuano a non poter giocare all’aperto e quando tira vento nemmeno andare a scuola, che la diossina continua a uscire dalle ciminiere dell’area a caldo, e che tumori e linfomi continuano a mietere vittime. Nessuno di quei decreti, fatti non per favorire l'”ambientalizzazione della fabbrica” – cioè la sua messa in sicurezza rispetto ai danni alla salute di operai e cittadini – ma esclusivamente per permetterle di continuare a produrre nonostante l’intervento della magistratura di fronte a inconfutabili prove di danni mortali, nessuno, dicevo, fissava tempi e modi precisi per l’adempimento del piano ambientale e l’ottemperanza alle disposizioni dell’originaria Autorizzazione integrata ambientale (AIA) che, è bene ricordarlo, fin dal 2012 imponeva di eliminare emissioni dannose di diossina e dispersione di polveri sottili entro il 2015!!! L’unica preoccupazione di Renzi (che oggi ci riprova, con i suoi emendamenti tossici) e dei suoi successori, a cominciare da Gentiloni (che pure lui si spende per la continuazione della libertà di inquinare) è sempre stata quella di permettere allo stabilimento di sfornare le sue tonnellate di acciaio e di alimentare le sue frazioni di punto di Pil, quello si da misurare giorno per giorno, con il metro avaro dei profitti e delle perdite,  mentre l’ambiente e la gente che lo abita possono aspettare, nessuno si preoccupa di controllare cronoprogrammi e scadenze tecniche…
In secondo luogo diciamolo che Arcelor Mittal è un padrone che è meglio perdere che trovare. Un gruppo dalla vocazione predatoria che con molta probabilità fin dall’inizio della trattativa non aveva nessuna intenzione di gestire l’Ilva ma al contrario di fingere di acquistarla per suicidarla, e così eliminare un concorrente fastidioso (l’inchiesta aperta dalla magistratura milanese ci dice che più di un indizio porta in questa direzione). Sarebbe masochismo mettere nelle mani di gente simile la salute dei cittadini, il lavoro dei dipendenti e la produzione dell’area. Gli si faccia pagare tutto quello che deve pagare, penali, arretrati, danni agli impianti, bonifiche…, gli si mettano sotto sequestro i beni sul territorio italiano, li si trascini in giudizio per i reati penali rilevabili, ma per favore non li si trattenga qui, a tenere ancora in ostaggio operai e popolazione.
In terzo luogo: quello stabilimento, nato male, nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, sessant’anni fa, oggi è un malato pressoché incurabile. Certo non curabile con i criteri “di mercato” che qualunque privato applicherebbe. Per renderlo compatibile con vita e ambiente dovrebbe essere ristrutturato da capo a piedi: riconvertito a nuove produzioni. O modificato radicalmente con tecnologie “pulite” (supposto che esistano). Per questo la caccia al prossimo acquirente sa di chiacchiera. Nessun privato si assumerebbe un tale onere, se non con intenzioni “sporche”. Ricondurlo pienamente sotto proprietà pubblica – “nazionalizzarlo” se si vuole usare la parola proibita -, magari coinvolgendo, almeno una volta per Dio!, l’Europa in un grande piano di bonifica e recupero, per poi, solo a quel punto, ridotto nella condizione di non nuocere, “restituirlo al mercato” a un giusto prezzo, mi sembra l’unica opzione seria sul tavolo. Lo so che si leveranno le mani dei soliti noti, a gridare che “non licet!”: non si può! Non lo permetteranno i Commissari europei, le agenzie di rating, gli investitori internazionali, le casse dello Stato, la morale, la scienza economica, il padreterno. Soprattutto non lo permetterà il credo liberista che è rimasta l’unica fede di un mondo infedele alle sue stesse radici. Ma è IDEOLOGIA! Un Paese, uno Stato che si rispetti – tra tanti statalisti da trivio deve toccare proprio a me, universalista per vocazione e formazione, dirlo? –  non solo può, ma deve metter rimedio a una catastrofe ambientale e sanitaria (una catastrofe paragonabile a un’alluvione, un terremoto, un’epidemia) con mezzi pubblici, propri o della comunità internazionale di cui è parte. Non per mettere su un altro baraccone burocratico, ma per affidare il compito del risanamento della fabbrica e della città di Taranto a un soggetto pubblico controllato dalla comunità in cui è inserito, con procedure trasparenti ed efficaci, che non rispondano solo alla logica privatistica del profitto ma a quella (sacrosanta in questo caso) del perseguimento del bene comune: a cominciare da quell’essenziale bene comune che è la vita. 
Infine, vorrei che non si dimenticassero mai – mai! – le parole con cui i Genitori tarantini hanno presentato il loro flash mob “Albe e tramonti”, realizzato a luglio per ribadire che “Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un bambino” e per ricordare “qualcuno che l’alba non potrà più rivederla”: “Ci sono albe e ci sono tramonti incredibilmente affascinanti. E ci sono, poi, tramonti che lasciano nel cuore una notte senza fine. Tramonti che non avremmo mai voluto vivere, ma che si ripresenteranno grazie alla spietata crudeltà propria degli infami”.

(L’articolo è stato pubblicato, in versione più breve, sul Manifesto di domenica 17 novembre col titolo Nazionalizzare è l’unica soluzione)

da qui



ILVA, un precedente degli anni Ottanta - Umberto Franchi

1.
Negli anni Ottanta, in qualità di Segretario dei chimici (Filcea) della CGIL Toscana, ho seguito tutte le vicende dell’azienda chimica FARMOPLANT di Massa Carrara, di proprietà della Montedison. L’azienda, con 400 dipendenti, produceva fertilizzanti, pesticidi come il “Rogor” con anche un inceneritore che sviluppava una temperatura di 1500 gradi centigradi che inceneriva anche i rifiuti ospedalieri, senza rischi di diossina.
Negli anni Settanta-Ottanta, c’era stata una serie incidenti che da una parte portarono le popolazioni locali e i movimenti ambientalisti a protestare e dall’altra indussero noi, come organizzazioni sindacali, a spingere sulla Montedison perché facesse investimenti sulla sicurezza.
Un primo accordo del 1985, con 7 miliardi di vecchie lire, determinò l’uscita dell’azienda dall’elenco delle aziende ad alto rischio previste dalla legge n. 175. Ma nonostante l’accordo la protesta non si fermava e anzi si ampliava con la partecipazione anche di noti e importanti ambientalisti come Laura Conti, Giorgio Nebbia, Chiara Ingrao. I movimenti decisero di mettere una tenda davanti ai cancelli della FARMOPLANT con iniziative continue finalizzate alla chiusura dello stabilimento.
Il 27 ottobre del 1987 il Comune di Massa, spinto dai movimenti ambientalisti, organizzò un referendum consultivo, su due quesiti: uno chiedeva alla popolazione se voleva fare cessare le attività inquinanti e convertire l’azienda verso produzioni ecologicamente compatibili con l’ambiente, l’altro se voleva la chiusura dello stabilimento  nonché  dell’inceneritore. Vinse la proposta di chiusura dello stabilimento e dell’inceneritore, con il 70% dei voti espressi.
Il referendum, peraltro, era solo consultivo e quindi non vincolante. Ma il suo esito spinse noi, come sindacato, assieme ai lavoratori, a chiedere subito un confronto con la MONTEDISON per definire la cessazione della produzione di pesticidi e altri inquinanti, attraverso un piano industriale di totale riconversione e di bonifiche di tutta l’area produttiva, così da rendere sicura la popolazione e i lavoratori.
La lotta non fu facile e furono effettuate molte ore di sciopero e iniziative tese a coinvolgere la popolazione e le istituzioni locali, regionali e nazionali  sulla nostra “piattaforma rivendicativa” e sulla lotta dei lavoratori. Nel mese di aprile del 1988, riuscimmo a fare sottoscrivere alla Montedison un accordo del valore di 30 miliardi di lire, che prevedeva, a partire dal mese di ottobre, la chiusura di tutte le attività produttive esistenti in Farmoplant, la conversione delle produzioni verso attività nel campo delle biotecnologie, la bonifica dell’area e il mantenimento di tutti i livelli occupazionali.
Ci sembrava un ottimo accordo e una vittoria che conciliava la chimica con l’ambiente. La popolazione sembrava avere recepito positivamente l’accordo anche se alcuni comitati, decisero di continuare il presidio perché volevano la chiusura e iniziarono a dire che con le biotecnologie la FARMOPLANT avrebbe prodotto dei “mostriciattoli” agendo sul DNA.
La notte tra un sabato e una domenica del luglio 1988 (non ricordo il giorno preciso) mi chiamarono dal consiglio di fabbrica, per dirmi che c’era stato un  grave incidente con uno scoppio e una grande nube inquinante sul territorio e che solo per caso non c’erano stati dei morti.
A quel punto la situazione divenne insostenibile, ripresero subito con forza le proteste e dopo 10 giorni di riunioni con la RSU e di assemblee dove i lavoratori interessati  manifestavano il forte sospetto che l’incidente fosse stato provocato dalla stessa proprietà per non procedere con gli investimenti previsti, convocai un’assemblea dei dipendenti aperta alla stampa e alla popolazione nella quale, in accordo con i lavoratori e con le lacrime agli occhi, annunciai che eravamo d’accordo sulla chiusura dello stabilimento e dell’inceneritore.
2.
Ora credo che ci siano delle forti assonanze con quello che sta avvenendo all’ILVA di Taranto perché l’industria chimica, come quella siderurgica, è un settore strategico importante per qualsiasi sistema economico e sociale. Le scelte possibili sono due: o la chiusura dello stabilimento, che  può significare un processo di deindustrializzazione senza alternative valide, o una intensa innovazione tecnologica e la bonifica dell’area, sapendo che è tecnicamente possibile effettuare la riconversione, tramite intensi investimenti capaci di bonificare e salvaguardare l’ambiente, il territorio, la sicurezza della popolazione, la sicurezza degli impianti e l’occupazione;
Ma l’esperienza ci dice che non possiamo lasciare decidere ai “padroni” la qualità e la finalità delle produzioni, la qualità dello sviluppo, la sua compatibilità ecologica e ambientale perché difficilmente lor signori sono disposti alla riconversione industriale anche a causa degli alti costi e il rischio è sempre identico a quello della FARMOPLANT, dove la Montedison tre mesi prima che entrasse in vigore l’accordo “ha avuto” un incidente che le ha fatto risparmiare 30 miliardi di investimenti mentre ha continuato a produrre i pesticidi spostando le produzioni a Ravenna e in Messico.
L’insegnamento della vicenda della FARMOPLANT è che non si può prescindere da un preciso ruolo dello Stato anche attraverso le nazionalizzazioni delle imprese strategiche. Non credo che vi siano altre alternative valide.
da qui