Visualizzazione post con etichetta Il Teatro degli Orrori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il Teatro degli Orrori. Mostra tutti i post

martedì 15 dicembre 2020

Il venticinquesimo anniversario della morte di Ken Saro Wiwa - Luca Manes

Oggi cade un anniversario triste quanto significativo: i 25 anni dalla morte di Ken Saro Wiwa. Il poeta, scrittore, drammaturgo ma anche attivista nigeriano che fu giustiziato dalla sanguinaria dittatura di Sani Abacha a Port Harcourt il 10 novembre del 1995.

Wiwa era “colpevole” di essere l’autore di pamphlet incendiari che denunciavano le devastazioni inferte alla sua terra, il Delta del Niger, in nome del petrolio, ma soprattutto di essere il portavoce delle rivendicazioni della propria etnia Ogoni, maggioritaria nella regione, vessata dal governo e dal gigante petrolifero Shell. Nel 1990 aveva fondato il Mosop (Movement for the survival of the Ogoni people), che il 3 gennaio 1993 riuscì a portare per strada ben 300mila persone, che dichiararono la Shell persona non grata e scacciarono in maniera pacifica il personale della compagnia impegnato nelle attività estrattive.

Un vero affronto per le élite politiche nigeriane, che fin dal boom del petrolio di inizio anni Settanta avevano considerato i ricchissimi giacimenti del Delta del Niger come una sorta di proprietà privata, da sfruttare a proprio piacimento. La Shell e le altre compagnie petrolifere, compresa l’italiana Eni, furono subito incoraggiate a “occupare” il Delta del Niger. Il tutto senza che spesso le potenti corporation pagassero le dovute compensazioni ai legittimi proprietari degli appezzamenti di terra, oppure provassero a mitigare i micidiali impatti derivanti dalle loro attività, in primis

le continue perdite di greggio che ancora oggi danneggiano le colture di sussistenza e l’ecosistema della zona. Contadini e pescatori che per generazioni erano riusciti a vivere in maniera dignitosa grazie alle abbondanti risorse del loro territorio, una sorta di paradiso in terra, si ritrovavano a fare i conti con un livello di inquinamento spropositato, come dimostra un accurato studio dell’agenzia ambientale delle Nazioni Unite, pubblicato nel 2011.

Arrestato nel 1994, con l’accusa di aver incitato all’omicidio di quattro presunti oppositori del Mosop, Ken Saro-Wiwa venne impiccato insieme ad altri otto attivisti al termine di un processo farsa che suscitò forti proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. L’impianto accusatorio era basato unicamente sulla testimonianza di alcune persone, che dopo l’esecuzione ritrattarono, confessando di essere state costrette a dire il falso.

La morte di Ken Saro Wiwa, o meglio il suo barbaro assassinio, scosse profondamente la società civile globale, capace di lanciare la più grande campagna della storia contro una multinazionale, la Shell. Una campagna di successo, se è vero che la società anglo-olandese fu costretta ad abbandonare l’Ogoniland, sebbene non in maniera definitiva.

Per noi di Re:Common la memoria di Ken Saro è viva nelle migliaia di lotte in corso sul Pianeta contro la maledizione dei combustibili fossili e contro lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, a danno di interi territori e comunità.

La memoria risuona ogni giorno nella richiesta di giustizia di centinaia di casi legali mossi contro le oil majors, dall’Ecuador, alla Nigeria, alle Filippine. Si rafforza quando attivisti e società civile pretendono che i loro governi, che spesso controllano in qualità di principali azionisti le grandi aziende petrolifere – come nel caso italiano dell’Eni – smettano di essere succubi e pongano fine al business distruttivo delle loro controllate. Oggi Ken Saro Wiwa ci avrebbe detto che la sfida climatica è in primo luogo una battaglia di giustizia e che ognuno in maniera non violenta deve scegliere da che parte stare.

da qui

 

giovedì 24 marzo 2016

Gli Stati Uniti d'Africa - Abdourahman A. Waberi

una delle caratteristiche della letteratura che la rendono indispensabile è che ci fa vedere il mondo con gli occhi di un altro, dove non arriviamo ecco scattare la scintilla di un cambio di visione.
bisogna essere disponibili, aperti, ed è una cosa pericolosa, pensare con la testa di un altro, vedere una cosa che non sapevi potesse esistere, immedesimarsi nell'altro è pericoloso, certe volte cambi anche gli occhiali o addirittura qualche idea.
in questo libro, che non è perfetto, ci sono due cose stupefacenti, la prima l'inversione del mondo, l'Africa è il primo mondo, gli altri continenti vivono fra la miseria e l'arretratezza.
questo gioco va avanti un bel po', e quando alla fine si trascina in modo anche ripetitivo ecco un colpo di scena bellissimo, che non vi dico, per non togliervi la sorpresa.
come si fa a questo punto a non leggere il libro?
buona lettura - franz




Questo romanzo, soprattutto per come l’ ho presentato io in questo tentativo di recensione, potrebbe sembrare un libro di fantascienza o di  gratuita fantapolitica e far pensare a termini come Ucronia, o Utopia, o Distopia o ancora alla If storia per la sua capacità di ribaltamento, in realtà è soprattutto un libro fortemente provocatorio che, pur con una leggerezza  che fa pensare a Calvino, ci fa vergognare dei nostri comportamenti da occidentali buonisti, moralisti pieni di ambigui stereotipi.
Nel romanzo c’è una voce narrante che , con un tono un po’ lirico e un po’ retorico, si rivolge direttamente e costantemente a Maya e, se pure  il piglio satirico non viene mai meno, il taglio è quello di una favola, ma decisamente senza idillio.
Gli Stati Uniti d’Africa” non è un grande libro, ma certamente un romanzo originale e una lettura piacevole, divertente che però fa pensare e riflettere.

Quello che ci racconta in queste pagine Waberi non è un romanzo di fantascienza distopica, che rovescia storie e tempi di un universo all’incontrario, ma un duro e violento attacco alle nostre bocche affamate (di lettori). Attraverso un’ironia spesso feroce  lo scrittore ci fa comprendere la follia dei nostri tempi moderni, la cecità di certi nostri comportamenti da occidentali, coscienze cullate da “adozione a distanza”. 
Ci fa comprendere come molto spesso anche il nostro stesso linguaggio da “aiuto umanitario” sia un violento chiudere gli occhi davanti al problema Africa. Il merito del romanzo, oltre ad una  scrittura misurata nei minimi dettagli per mirare all’orologeria dell’anima, è farci capire che il primo vero passo sarebbe quello di aprirci alla cultura africana. 
Cosa che non abbiamo mai fatto: inorgogliti dal voler essere “autentici conquistatori” senza capire di essere (stati) solo dei  “minorati del sentire”.

Diciamo subito che non è un libro che scorre tranquillamente. A tratti troppo complesso nella scrittura, zeppo di citazioni ironiche che non sempre riescono facili da comprendere a chi non conosce se Gustavio Mbembe è un personaggio reale come lo è Miriam Makeba, o a chi non apprezza la battuta sulla canzone Faccetta Nera che diventa, per l'occasione, Faccetta Alba. Perfino la forma scelta del racconto, fatta di brevi e brevissimi capitoli, spesso senza relazione tra loro, non aiuta a farlo diventare un libro che si legge con piacere. Un peccato perchè forse senza la presunzione di creare un mondo rovesciato, fotocopia di quello esistente, riproducendo ogni cosa nel suo rovescio, ha reso meno fluido e leggibile un'idea brillante. Resta comunque un libro da leggere e che fa riflettere, molto.

in un sogno lungo 160 pagine ecco la storia sottosopra con l’Africa ricca e potente minacciata da un Occidente poverissimo [o forse impoverito, rapinato, suicida per troppe guerre intestine … non è chiaro e in fondo poco importa, almeno in questo contesto]. Bello choc aprire un romanzo e subito incontrare «un caucasico di etnia svizzera», un poveraccio «nato in una favela insalubre di Zurigo» e che ora stremato sopravvive «nel centro d’accoglienza per immigrati» della felice Asmara. Ma tecniche o intelligenti provocazioni da sole non garantiscono il risultato: occorrono una scrittura scintillante e i fili giusti per incrociare le storie ai personaggi. Abdourahman Waberi – nato a Gibuti ma in Francia da un ventennio – riesce nell’impresa. Se un anno fa il suo libro ha avuto grande successo tra i francesi non è solo per lo scandalo; ma perché nelle pagine «il rumore e la turbolenza del mondo si mescolano all’oro della sabbia». Difficile che in Italia “sfondi” perché viene pubblicato da un piccolo [pur se accorto e intelligente] editore: ciò significa esser strangolato dai distributori, oscurato nelle vetrine, ignorato dai recensori. Eppure, anche in un Paese che rischia l’analfabetismo di ritorno e il primo posto nella gara di con-clo [conformismo e cloroformio] come l’Italia, a volte il passa-parole fa miracoli: il libro di Waberi è uno di quelli che lettori e lettrici… non vogliono tenere per sé. Dunque speriamo in quel bellissimo nuovo «noi» che la protagonista svela e porta con sé: «un movimento di identificazione, di proiezione e di compassione: l’esatto contrario dell’identità inquieta e inquietante così diffusa»…



Gli Stati Uniti d'Africa


L'ente nazionale idrocarburi 
non mi prende sul serio 
eppure l'acqua era acqua 
il cibo, sano 
un tetto 
un letto 
un po' di rispetto 
non sono mai mancati 
Henry Okah(*) versa in gravi condizioni 
la lotta per sconfiggere una morte prematura 
iniziata tanti anni fa 
rischia di concludersi
Henry Okah versa in gravi condizioni 
la lotta per sconfiggere una morte prematura 
iniziata tanti anni fa 
rischia di concludersi
Henry Okah versa in gravi condizioni 
la lotta per sconfiggere una morte prematura 
iniziata tanti anni fa 
rischia di concludersi
Henry Okah versa in gravi condizioni 
la lotta per sconfiggere una morte prematura 
iniziata tanti anni fa 
rischia di concludersi 
gli Stati Uniti d'Africa 
ma che splendida utopia 
gli Stati Uniti d'Africa 
ma che bell'idea, che bella notizia 
gli Stati Uniti d'Africa 
ci vuole almeno un secolo!
gli Stati Uniti d'Africa 
non ci saranno mai 
e poi mai 
gli Stati Uniti d'Africa 
ma che splendida utopia 
gli Stati Uniti d'Africa 
ma che bell'idea, ma che bella notizia 
gli Stati Uniti d'Africa 
e mentre il mondo guarda 
gli Stati Uniti d'Africa 
non si faranno mai 
e poi mai


(*) chi è Henry Okah