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martedì 3 febbraio 2026

Dieci buone ragioni – Giovanni Gusai

 Si è appena concluso il primo mese del centenario dal Nobel per la letteratura a Grazia Deledda. Nell’attesa di scoprire in che modo Nùoro celebrerà questa ricorrenza così importante, visite istituzionali già programmate a parte, e dopo aver scritto dei miei timori di apparire (almeno esteticamente) inadeguati, riporto anche qui alcune considerazioni in merito al valore degli anniversari legati a nascita, morte, premi, pubblicazioni e traguardi delle personalità della letteratura e del mondo della cultura in generale.

Si tratta di considerazioni che ho raccolto in occasione di un evento organizzato dalla Fondazione Salvatore Cambosu, del cui Consiglio di Amministrazione faccio parte, e tenutosi il 20 dicembre scorso nell’auditorium della Biblioteca Satta, a Nùoro. L’idea era quella di concludere degnamente il 2025, e anticipare i temi del 2026. Si parlava di anniversari, appunto. Il 2025 cinquantennale della morte di Salvatore Satta e centotrentennale della nascita di Salvatore Cambosu. E il 2026, allora imminente, centenario del Nobel a Grazia Deledda. Era un evento pensato per classi delle scuole superiori.

Ho cercato di immedesimarmi nella loro visione delle cose, di adottare il loro sguardo sul mondo. Se uno indossa gli occhiali dei giovani e legge centotrentennale, ho pensato, si sente già morire. Sono moltissimi anni fa, forse era appena nata la madre di loro nonna. Ho temuto che magari a loro non interessasse per niente stare ad ascoltarmi. E a forza di convivere con questa paura, ho finito per interrogarmi più seriamente sul senso di ciò che stavamo facendo. Quindi mi sono imposto di rivolgere a me stesso un interrogativo, e di rispondermi nel modo più onesto possibile. È venuta fuori una domanda che suonava un po’ così: ha ancora senso celebrare tutti questi anniversari, e ogni due-tre anni averne uno sattiano, deleddiano, cambosiano, ciusiano, sattiano (dell’altro), dessanaiano, balleriano…? Forse una persona più giovane la esprimerebbe in forma affermativa: questi anni sattiani deleddiani cambosiani eccetera ci hanno stufato.

Mi sono poi risposto che sì, certo, ha senso, ma a una condizione. Ossia che le ricorrenze non si trasformino in pretesti per glorificare il passato. E dunque che ci sforziamo di enucleare, dalle biografie e dalle opere, la componente di attualità che rende quei morti ancora contemporanei, eternamente vivi. Da queste parti siamo spesso affetti dal morbo della nostalgia per i tempi d’oro che non torneranno. Proprio come chi, ormai incapace di sognare un futuro più radioso, si rifugia nel ricordo delle proprie gambette scattanti che correvano sulle strade sterrate sgombre di automobili, in cui ci si conosceva tutti, il cibo era più sano e si stava bene anche se si guadagnava poco. Niente di originale, lo so. A volte lo fanno le città, le comunità, le amministrazioni pubbliche, ma è una posa che appartiene ai vecchi.

Poiché avevo da rivolgermi a dei giovani, e ancora di più perché credo che questo rimpianto del passato abbia contribuito a determinare l’immobilismo delle politiche sociali e culturali in cui quest’isola affonda – e per questo lo detesto, ho cercato di impostare il mio intervento al convegno concentrandomi sul modo di stare al mondo (e cambiarlo) di Salvatore Cambosu, Salvatore Satta e Grazia Deledda. In dieci punti: tre per ciascuno, più uno alla Deledda per oggettivi meriti sul campo. Il Nobel non lo danno proprio a tutti. Le riporto qui di seguito, così come le ho raccontate ai ragazzi e alle ragazze presenti, o quasi. A loro le ho presentate come Lezioni utili per vivere la contemporaneità.

Uno. Non importa dove nasci.

Nel 1895 Orotelli aveva circa 2000 abitanti. Era un paese lontanissimo dal centro del mondo. In quell’anno, in quel luogo, nacque Salvatore Cambosu, del quale parliamo ancora oggi. Non dovremmo farci spaventare dal luogo in cui veniamo al mondo. È la lezione di Cambosu, ma è ciò che dimostra ogni contenuto che ci appare sul feed dei social, quando perdiamo le ore a osservare gente che inventa un balletto, costruisce piscine a mani nude, inventa trucchi per reinventare gli scarti dell’immondizia. Non ci chiediamo da dove provengano, arrivano tra le nostre mani e basta. Ecco: si può arrivare ovunque, ormai non importa più da dove si parte.

Due. Vivere il patriarcato, distruggere il patriarcato.

Grazia Deledda è cresciuta in un tempo in cui l’empowerment femminile era rubricato serenamente alla voce “isteria”. Però intanto lei: ha sposato un uomo che ha abbandonato il suo lavoro per diventarne di fatto l’agente letterario, ha fondato la letteratura sarda, ha reso ricca la sua famiglia, è stata la prima donna con cittadinanza italiana a candidarsi al Parlamento, è la prima e attualmente unica donna nata nello Stato italiano a essere insignita del premio Nobel per la letteratura. Non si è mai detta contraria a una visione patriarcale della famiglia o della società, ma le sue azioni l’hanno decostruita con costanza e caparbietà. Mi sembra una lezione che dobbiamo ancora imparare, uomini per primi.

Tre. Oltre il lavoro, c’è molto di più.

Salvatore Satta è uno dei giuristi più importanti del Novecento. I suoi contributi sulla procedura civile sono stati materia di studio per enormi personalità del diritto. Si potrebbe dire che abbia dedicato tutta la vita alla sua professione, ma forse è vero solo in parte. Mi sembra più probabile che, mai sopita del tutto, abbia albergato in lui una forza ostinata e potente, animata dalla passione per la scrittura, ed è a questa indomabile necessità, e non al suo rigore professionale, che dobbiamo rendere grazie se oggi possiamo tenere tra le mani quel capolavoro che è Il giorno del giudizio. Quindi, oggi che ci possiamo finalmente permettere di valutare che forse lavoriamo troppo, anche quando non dovremmo, e che a volte osiamo persino ammettere che forse il lavoro non è tutto: ecco, no. C’è molto di più, ma non bisogna dimenticarsene.

Quattro. Si può trascorrere una vita nascosta, intenti a osservare.

Salvatore Cambosu, sebbene inserito nel fermento culturale del suo tempo, è stato definito da alcuni dei suoi contemporanei “lo scrittore nascosto”. È stato giornalista, politico e insegnante. Tra gli altri, ha avuto come alunna Maria Lai. Mi sembrano tutte professioni in cui a lungo occorre stare a guardare, prendersi il dovuto tempo per comprendere e analizzare, misurare i contesti e le persone, sospendere il giudizio e soffermarsi sui dettagli, prima di agire o parlare. Anche questo mi sembra un antidoto alla velocità smodata dei nostri giorni, e un monito da ripeterci quando sentiamo di dover davvero, a tutti i costi, subito, gridare la nostra opinione da qualche parte.

Cinque. Il coraggio di dire e di non dire.

Colpi di scure è una novella di Grazia Deledda che denuncia il disboscamento selvaggio perpetrato dai piemontesi ai danni delle foreste millenarie del centro Sardegna. Scriverne duramente sarebbe già di per sé un bel gesto, ma c’è di meglio: il padre di Grazia Deledda stesso aveva commerciato in legname ricavato dal disboscamento. Ma era doveroso parlarne, e denunciare gli esiti di questi scriteriati, e dunque avere il coraggio di dire. Quando, nel novembre del 1927, la scrittrice ha ricevuto il premio Nobel, ha dovuto tenere un discorso, com’è consuetudine. L’ha scritto e proclamato, ha citato la sua infanzia in Sardegna, e ha ringraziato il Re di Svezia e il Re d’Italia. Mussolini era a capo del governo dittatoriale fascista da cinque anni: la scelta di escluderlo dai ringraziamenti non fu casuale. E quando lui le chiese di scrivere qualcosa per il partito, lei si rifiutò. Perché aveva il coraggio di non dire. Questa lezione è per ogni volta in cui non riusciamo a mostrare da che parte stiamo, neppure quando dovremmo.

Sei. Conoscere il valore dei soldi.

Ci sono degli scambi epistolari di Grazia Deledda con Angelo De Gubernatis in cui lei, neppure ventunenne, esige il pagamento che le è dovuto per la scrittura di un racconto. All’epoca De Gubernatis era uno degli editori più potenti d’Italia, e lei non aveva ancora scritto un romanzo importante o popolare. E in una corrispondenza recentemente recuperata, ironizza (ma neppure troppo, a parer mio) sull’opportunità di conservare il prezioso documento prodotto con il copialettere (si riferisce al romanzo Dopo il divorzio) affinché il suo piccolo Sardusino (uno dei due figli) possa venderlo a qualche signore inglese per cento milioni di lire. Non c’è mai desiderio di fare i soldi tanto per fare i soldi, eppure c’è sempre la consapevolezza del proprio valore, anche economico. La sesta lezione è la differenza tra queste due tendenze opposte.

Sette. Per le famiglie disfunzionali.

A chiunque sia convinto che solo in certi libri recenti ci sia spazio per le famiglie sballottate, zoppe o doloranti, e per chiunque tema invece di non trovare tra i libri adeguato conforto al dolore che la propria famiglia gli ha causato: non dimenticate che ne Il giorno del giudizio Don Sebastiano intima a Donna Vincenza di tacere, giacché lei è al mondo solo perché c’è posto. E sappiate che Salvatore Satta descriveva i propri genitori, e dunque il suo trauma e il suo dolore incurabile persino in punto di morte. Oggi che famiglia bisogna accordarsi su cosa sia, la lezione è semplice: è sempre stato un problema, oltre che una soluzione, e ci sono sempre e sempre ci saranno, parole per parlarne e per trovare una cura.

Otto. Restituire dignità alla morte (e alla vita).

Coerente con la vita nascosta che ha condotto, Salvatore Cambosu ha scelto di essere sepolto per terra, senza foto né orpelli sulla lapide. La tomba si trova nel cimitero di Nùoro, indistinguibile dalle altre. È morto il 21 di novembre, nel giorno della festa delle Grazie, e forse gli è dispiaciuto dare fastidio con un affare secondario come la sua dipartita, mentre i suoi cari avrebbero voluto magari festeggiare. Vedere la sua tomba spoglia e nuda mi ha dato l’impressione di un cerchio che si chiude, in un gesto che sembra ammettere con serenità che c’è poco da aggiungere, quando uno se ne va. Se ne va e basta. È molto triste e vero. Mi pare che non siamo capaci di convivere con l’idea della morte, e finiamo spesso per toglierle dignità. È un tema complesso che meriterebbe molto spazio, dunque qui non saprei dirvi bene perché quella lastra di granito mi sia sembrata una lezione per la contemporaneità. Però mi sembrava desse un senso al nostro essere creature mortali, ed è comunque tanto.

Nove. La scuola è l’inizio.

Siamo la provincia con il più alto tasso di abbandono scolastico, e lo Stato italiano non ci aiuta. La scuola è inadeguata e spesso anacronistica. Si imparano molte cose apparentemente inutili. Ma bisogna andare a scuola. Grazia Deledda ha potuto frequentare solo fino alla quarta elementare. L’ha fatto, per quanto le sembrasse poco. E poi ha ripetuto la quarta, perché potesse imparare qualcosa in più. Poi ha fatto tutto il resto, ma prima è andata a scuola. La lezione è per la nostra contemporaneità, per i ragazzi e le ragazze delle mie parti che scelgono di non andare a scuola: andateci.

Dieci. Bisogna osare.

Infine, prendete ancora Il giorno del giudizio di Salvatore Satta. Si possono scrivere libretti facili e leggeri, comporre musichette, girare filmucoli, strizzare l’occhio alle tendenze o cercare scorciatoie. Oppure si può scrivere un romanzo incentrato sul tema della morte e della caducità sociale e umana, con mezza riga di dialogo e senza trama, essere incompresi o fraintesi e poi entrare di diritto tra i libri più importanti del Novecento, morendo prima di saperlo. Perché bisogna fare le cose in grande, per sperare di rimanere vivi anche da morti. Non è una lezione per la contemporaneità: è così da sempre.
Non ci si deve accontentare.

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lunedì 1 luglio 2024

L’ODORE DELLE COSE BRUCIATE - Giovanni Gusai

 

L’uomo soffoca un grido di dolore. Il vetro scheggiato della finestra da cui cerca di accedere al capannone si è impigliato alla manica della camicia. Lui rischiava di restare appeso per il tessuto, ha dato uno strattone e il vetro ha reciso la carne. La vista del sangue gli è indifferente. Stringe i denti per soffocare un’imprecazione e salta dentro. Si guarda intorno, procede svelto e silenzioso. Comprime la ferita con la mano. Quando arriva di fronte al cumulo informe sul fondo del magazzino, scosta il telone di plastica ed estrae la busta di nylon dal retro dei pantaloni. La depone a terra, tendendo i bordi e dandole la forma di un cestino. Sotto il telone ci sono sei sacchi di mangime sigillati. Mangime per galline. Nel settimo non c’è quasi più niente. Lo svuota con le mani, dentro la busta informe depositata sul cemento. Fa un nodo con i manici del sacchetto, nasconde le sei confezioni di mangime rimaste con il telone occhiellato, ed esce. Sulla strada del ritorno guarda la terra impolverargli i piedi e vede cadere una goccia di sangue scuro. Osserva il braccio, la manica è macchiata. Non fa male. Di tanto in tanto l’uomo si china e raccoglie delle erbe selvatiche. Una dozzina di steli quasi secchi, il brodo non uscirà granché. Pensa che sei sacchi sono ancora tanti, dovrebbero bastare fino alla fine. Se sapessi quand’è la fine, aggiunge – e se nessuno mi segue e porta via i sacchi. Gli sfuggono due lacrime, ma ha giurato che non avrebbe più pianto. Le asciuga subito. Ora la manica della camicia è sporca di moccio e polvere, di sangue e lacrime. Il campo ricomincia all’improvviso. Tutto, di quel luogo, è disperato. Ma l’uomo non si guarda attorno e balbetta un canto nella lingua di sua madre per distrarsi dal suono della morte incombente, fatto di maledizioni, preghiere e silenzi rassegnati. Lui stringe il sacchetto sul torso, sotto la camicia insanguinata, accoglie la sensazione del sudore a contatto con la plastica, preme con la mano per riconoscere la forma del mangime in pellet. Evita di incrociare gli sguardi. Ignora le grida. La puzza delle cose bruciate, invece. Quella ha preso il posto dell’aria che si respira. Il fuoco ingoia ogni cosa e vomita quest’odore. Dei cadaveri, della plastica, dei tessuti delle tende, o di ciò che queste cose, tutte le cose, furono e non saranno più. L’uomo combatte i conati e accelera, si arresta sul bordo del loro pezzo di campo. Stanno sotto una copertura di lamiera, hanno trovato una poltrona sfondata. Sua moglie e i bambini dormono lì, a turno. Lui ha un tappeto. Recupera il pentolino, lo riempie d’acqua gialla e accende il gas. Usano un fornellino da campeggio. Chissà da quale negozio è stato rubato. Non lo ricorda più. A un certo punto l’acqua bolle, e lui ci butta dentro le erbe selvatiche che ha appena raccolto. I bambini si sono spostati a giocare. La donna dorme. Ha perso venticinque chili. Venticinque è un modo per dire tanti. La bilancia l’hanno lasciata a casa, ma non esiste più. La casa intera. Con la bilancia, i giocattoli, l’armadio con i vestiti, il bagno e la nuova pianta appena travasata, nel vaso grande in salotto. Non esiste più niente, ora c’è solo odore di cose bruciate. Quelle erbe servono a fare un brodo. È molto pallido. È così chiaro da farti preoccupare se lo guardi. Probabilmente il colore glielo dà l’acqua, mica le erbe. È essenziale avere il brodo. Quand’è in temperatura ci butti dentro il mangime e con il cucchiaio puoi mescolare fino a creare un impasto denso. Come una polenta, ma del colore delle pozzanghere e un fetore nauseabondo. Poi lo tiri fuori, lo stendi sulla carta stagnola, fai delle polpette, le schiacci e le ripassi in pentola per formare una crosticina croccante e sono pronte. È una ricetta che ha inventato lui. Puzza come la merda sul fondo del pollaio, guardi le polpette e ti chiedi come sia possibile che non ci siano delle piume, come quelle che trovi sulle uova. Neanche le uova esistono più. Comunque quell’odore di mangime bollito impastato steso e abbrustolito scompare. Si fonde con la puzza del resto e se uno si stringe le narici mentre manda giù neanche lo sente. È questo che l’uomo ha raccontato ai bambini, di tapparsi il naso e mandare giù. Sono poco lontani, li vede: hanno qualcosa tra i piedi e la prendono a calci verso una coppia o l’altra di pietre, andando a memoria per ricordare dove passino le linee di bordo campo, delle aree e di fondo, tutto quello che serve per una partita. È curvo sul pentolino, le polpette cominciano a emanare l’odore di bruciato oltre il quale non si deve mai andare. A quel punto bisogna fermarsi, perché diventano davvero immangiabili. Le ridispone sulla stagnola tesa lì accanto, la moglie si sveglia e sorride come se Dio le abbia portato in sogno tutto il senso di fatica dell’umanità. L’uomo si stringe le ginocchia, ricambia con una curva delle labbra e si mette dritto. Sposta le mani sui reni come per tenersi. La manica destra della camicia è nera di sangue rappreso. Socchiude gli occhi contro il vento e la polvere. Brilla qualcosa sul suo volto di padre, una specie di gioia commossa, ma è un attimo. Perché poi, senza poter stare appresso alle immagini del cervello, pensa che non avrebbe mai voluto un futuro del genere per i suoi figli, si dà del padre irresponsabile, in quel pezzo di mondo non c’è niente di buono e lui li doveva portare via, anni fa, si maledice perché chi cazzo lo vorrebbe mai mangiare il mangime delle galline, e io devo chiamare i miei bambini a costringerli, perché non ho alternative, li individua nella mischia dei loro coetanei, confusi nella stessa effimera spensieratezza. Stacca le labbra per gridare, piega la lingua sui denti, la mano destra già piegata sul lato della bocca. Prende fiato. Ora grida e li chiama. Anzi, no. 

Un sibilo spacca il silenzio, diventa fuoco appena tocca terra. È un tuono senza pioggia, un terremoto piovuto dall’azzurro del cielo. Al posto del campetto improvvisato lascia un cratere, mille membra scomposte, da qualche parte anche quello che resta dei figli dell’uomo. Col grido del nome del primogenito spezzato in gola, sua moglie che, lui non lo sa, è morta adesso anche se camminerà sulla terra per qualche tempo ancora, un abisso nello sguardo, una promessa che sta per tradire: perché ora piangerà senza pensare a come smettere. Non ha canzoni di madre per distrarsi, nell’aria c’è di nuovo l’odore delle cose bruciate. Di tutte le cose bruciate. I corpi, le attese, i destini, suoi figli, le polpette di mangime, la terra di suo padre, le tende del campo, la rabbia impotente.

da qui



Guerra a Gaza: “Non voglio morire, mamma”. – Eman Alhaj Ali

Durante l’attacco israeliano che ha ucciso più di 270 palestinesi a Nuseirat, una donna racconta il terrore di fuggire dalle bombe e dai proiettili in un campo vicino.

Palestinesi camminano nel fumo e nella polvere dopo un attacco israeliano al campo profughi Nuseirat di Gaza, 8 giugno 2024 (Bashar Taleb/AFP)

La mia famiglia si è abituata alla monotonia della sopravvivenza. Siamo stati ripetutamente sfollati a causa dell’implacabile assalto di Israele a Gaza, che continua da più di otto mesi.
Le continue evacuazioni, le condizioni di vita anguste e la scarsità di beni di prima necessità hanno avuto un loro peso. Lo scorrere del tempo sembra essersi deformato e distorto. La stanchezza, la paura e la disperazione si sono mescolate in una nebbia insensibile e inarrestabile.
Ogni giorno è una lotta. Le nostre vite sono prive di gioia o felicità, bloccate in una routine senza fine. I miei fratelli fanno domande che mi spezzano il cuore, ricordandomi tutte le cose che abbiamo perso e che non possiamo riavere.
Quando le cose si fanno davvero difficili, cerco di fingere che tutto andrà bene, anche se non sono sicura che sia vero. Questa guerra è terrificante. L’esercito israeliano sta distruggendo Gaza ed è difficile sapere cosa succederà poi.
Il mio letto a casa, nel campo di al-Maghazi, nel centro di Gaza, era morbido e confortevole e mi faceva sentire al sicuro. Qualche mese fa, dopo che la mia famiglia è stata trasferita a Rafah, sono stata costretta a dormire su un terreno duro che mi faceva soffrire ogni volta che mi muovevo.
Siamo tornati rapidamente a Maghazi dopo aver appreso che Israele progettava di lanciare una nuova invasione di Rafah, incurante del benessere dei civili sfollati. Ma ora viviamo con un parente, poiché la nostra casa è stata bruciata e danneggiata, insieme a molte altre, quando le forze israeliane hanno invaso il campo.
I nostri pasti sono diventati gradualmente più scarsi e meno frequenti. Non possiamo procurarci cibo fresco né i piatti tradizionali che eravamo soliti gustare. Ricordo quando era facile comprare latte e uova; ora scarseggiano. È difficile vedere i miei fratelli più piccoli crescere senza il cibo di cui hanno bisogno per essere sani.

Congelati dallo shock

Sabato 8 giugno è iniziato come un giorno qualsiasi nella logorante routine di questa guerra, mentre mio padre cuoceva il pane sul fuoco (dato che non c’è il gas per cucinare) e io e mia madre preparavamo la colazione. Ma poi tutto è cambiato.
L’area di Maghazi, non lontana dal campo profughi di Nuseirat, doveva essere una zona sicura, ma gli eventi dell’8 giugno sono ormai impressi nella mia memoria per sempre.
Mentre io e i miei genitori preparavamo il pasto, i miei fratelli e le mie sorelle, giovani e spaventati, erano stretti al nostro fianco. Sono sempre in ansia per la minaccia dei bombardamenti israeliani e ci teniamo continuamente aggiornati sulle ultime notizie, cercando di anticipare quello che succederà. Ma non avremmo potuto prevedere gli eventi di quel giorno.
All’improvviso, l’aria si è riempita dei suoni assordanti degli spari, come un diluvio incessante.
Abbiamo aperto la finestra e guardato il cielo e il paesaggio davanti a noi cercando di capire cosa stesse succedendo. Non avevamo motivo di aspettarci un’invasione, poiché non c’era stato alcun avviso di evacuazione della zona. Ma guardando fuori dalla finestra, abbiamo visto carri armati e artiglieria a pochi metri di distanza.
Mentre eravamo in piedi, congelati dallo shock, ci siamo resi conto che le nostre vite a Gaza potevano essere stravolte in un istante. La gente gridava per le strade, invitandoci a abbondonare l’area in fretta. È stato il momento più terrificante della nostra vita, quando abbiamo capito che eravamo circondati e non sapevamo dove andare.
Il caos nelle strade è stato spaventoso. Siamo fuggiti con i soli vestiti che avevamo addosso e una borsa con i documenti essenziali, abbandonando tutto ciò che possedevamo. I miei fratelli sono scoppiati in lacrime, in preda al panico improvviso.

Nessuna destinazione chiara

Mentre afferravo le loro mani, la mia unica preoccupazione era quella di garantire la nostra sopravvivenza. Pensavo solo a mantenere in vita la mia famiglia, a prescindere da ciò che avremmo perso. I suoni degli spari e dell’artiglieria riempivano l’aria e le strade erano un mare caotico di persone che fuggivano per salvarsi la vita.
Ho visto una madre che stringeva il suo neonato, un uomo che portava la madre anziana e una donna incinta che lottava per camminare, tutti disperati per sfuggire al pericolo.
Il bombardamento costante era terrificante. Correvamo per le strade, senza una chiara destinazione in vista. Le bombe esplodevano nel cielo mentre fuggivamo; persino il rifugio di un campo vicino sembrava essere in pericolo, mentre i residenti in fuga ci avvertivano che l’artiglieria si stava avvicinando e che dovevamo scappare il più velocemente possibile. Abbiamo continuato a correre per la nostra vita, incerti su ciò che ci aspettava.
A un certo punto, abbiamo dovuto attraversare la strada di fronte ai carri armati israeliani, sapendo che potevano prenderci di mira in qualsiasi momento. Il pensiero di essere colpiti da schegge o da un razzo vagante era terrificante.
Siamo sopravvissuti per miracolo, sfollati per la sesta volta in questa guerra. La mia sorellina piangeva: “Non voglio morire. Non voglio morire, mamma. Non abbiamo portato i giocattoli da casa”.
L’aria era bianca di polvere, non riuscivamo a vederci. I proiettili scoppiavano intorno a noi. Un elicottero volava basso, sparando a chiunque si muovesse per le strade. Abbiamo continuato a correre e alla fine abbiamo trovato rifugio a Zawayda.
Più di 270 persone sono state uccise nell’orribile massacro compiuto da Israele nel campo di Nuseirat e altre centinaia sono rimaste ferite. Le squadre di soccorso sono state sommerse da tutte le richieste di aiuto. Ringrazio Dio perché io e la mia famiglia siamo sopravvissuti all’attacco improvviso a Maghazi, dove ora siamo tornati, anche se solo per sopravvivere al prossimo massacro.

(Eman Alhaj Ali è una giornalista freelance, scrittrice e traduttrice con sede a Gaza.

Traduzione: Simonetta Lambertini – invictapalestina.org)

da qui

martedì 5 settembre 2023

Il bordo del mondo - Giovanni Gusai

 

Guardo la copertina, leggo il libro, e dopo averlo letto riguardo la copertina.

Mi viene in mente il giovane Holden (il sedicenne Holden Caulfield immagina un campo di segale altissima in cui bambini ignari corrono verso un invisibile burrone e lui li prende al volo e li salva tutti).

Giovanni Gusai, come un novello Holden, segue i personaggi a cui ha dato la vita, ma forse, come in Pirandello, erano personaggi in cerca d’autore, Giovanni dà loro voce, parole e silenzi, li osserva, li segue, li spia, si vede che parteggia per loro, che partecipa alle loro debolezze.

E li lascia liberi di scegliere, tutti sono continuamente sull’orlo del burrone, sul bordo del mondo, Giovanni vorrebbe salvarli tutti, si capisce.

Nessuno è perfetto, come succede nella vita, e Nuoro e Predistràda non fanno eccezione.

Non esistono protagonisti, migliori o peggiori, tutti fanno la loro vita, cercano la loro strada.

 

Cercate il libro, non ve ne pentirete.

 

Buona (periferica) lettura.

 

 

 

Dice Ricardo Piglia: «Si scrive della propria vita quando si pensa di stare scrivendo intorno alle proprie letture», chissà se è così anche per Giovanni Gusai.

  

Qualche pensiero sulle periferie:

 

Amo la periferia più della città. Amo tutte le cose che stanno ai margini. - Carlo Cassola

 

L'avvenire appartiene alla periferia del globo. - Emil Cioran

 

In periferia, è soprattutto con i tram (a Nuoro con il postalino) che la vita arriva al mattino. - Louis-Ferdinand Céline

 

Il centro non è il luogo del rinnovamento creativo, che avviene invece,
spesso incompreso o deriso, ai margini; il centro è un luogo abitudinario,
inerte, arrogante, pago di sé; nell'ombra dei margini, al contrario, un
segno sottile, una tensione impercettibile, un’apparizione…, là, dove
secondo l’opinione comune, si possono dar da fare solo gli specialisti
“inesperti”, quelli usciti dall'orbita"  - Ludwig Hohl

 

Molti lamentano (in questo frangente dell'austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro «cattivo» nelle periferie «buone» (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali- appunto fino a pochi anni fa - era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.- Pier Paolo Pasolini

 

Un breve sguardo sulla campagna, da sopra un muro di periferia, mi libera più completamente di quanto un intero viaggio libererebbe un’altra persona. Ogni punto di osservazione è un apice di una piramide rovesciata, la cui base è indeterminabile. - Fernando Pessoa

 

 

due interviste con lo scrittore:

 

qui

e

qui 

 

 

scrivono del libro:

 

Che piacevole sorpresa conoscere quest’autore, imbattermi in una sapiente costruzione dell’impianto narrativo, in una scrittura cristallina, nella prosa che sa modularsi con attenzione attorno alle emozioni e nelle dettagliate descrizioni ambientali.

Ogni personaggio è magistralmente presentato. Interessanti i ragazzi – i rapporti che costruiscono, dai contorni sfumati, permeabili – e la figura di don Elia. Personaggi ai bordi del mondo, gente comune dalla complessa vita interiore, ognuno marchiato dai propri dolori, ma corali i destini. Tutti ad attendere la notte magica di San Giovanni, un ancoraggio alle tradizioni, come fosse un riscatto, lì nella periferia. Sono trattati con delicatezza, non perdendo mai di vista le sfumature, l’amore – sia tra adolescenti che tra adulti – il disagio, l’emarginazione. E, nel finale, avvertiamo che la speranza è benefica, provvidenziale

da qui

 

 

Con una prosa efficace e graffiante, una tensione che mai si allenta, Giovanni Gusai costruisce una storia corale in cui ogni personaggio ha la potenza di una freccia, scagliata con precisione e capace di colpire cuore e mente del lettore.

Nuoro, quartiere di Predistràda. Mancano nove giorni alla festa di San Giovanni Battista e poi quella periferia bruciata dal sole si trasformerà in un piccolo mondo esultante. Così dovrebbe essere. Se i destini di troppi ragazzi non si intrecciassero proprio alla vigilia di quell’evento. Elène Berria e la madre si sono trasferite lì dopo la fine della scuola. Sono fuggite da un uomo violento. Andrea e Battista Mannale sono due cugini cresciuti come fratelli. Di una bellezza selvaggia il primo, fisico robusto il secondo, ma sguardo che tradisce una certa vacuità. La ritrosia di Elène ha vita breve di fronte alla purezza e alla bontà disarmanti di Andrea…

da qui

 

venerdì 17 settembre 2021

Come in cielo, così in mare - Giovanni Gusai

il romanzo è ambientato a Locoe (il nome di un villaggio realmente esistito, e tragicamente scomparso), dove Antine arriva per la prima volta a 28 anni.

una storia che dicono del figliol prodigo, di Ulisse, a me sembra semmai una storia di Grazia Deledda cento anni dopo, credo che a lei sarebbe piaciuta.

un libro sulle radici, sulla testardaggine, sull'amore, sull'economia, sui rapporti umani, sulle scelte, sui silenzi, sopratutto sui silenzi.

insomma un libro sardo, di oggi come di ieri.

 

 

 

Antine è un ragazzo come tanti, ha ventotto anni e vive a Milano, dove ha studiato architettura. Quando finalmente si laurea, dopo una notte di festeggiamenti sfrenati, rientra a casa all’alba. Ad accoglierlo ci sono i suoi genitori, che gli comunicano la morte della nonna mai conosciuta. Il padre, infatti, negli ultimi trent’anni non è mai tornato nella sua terra, la Sardegna.
Così Antine e la sua famiglia partono in nave verso l’isola per assistere al funerale. Il ragazzo, però, incuriosito da quel luogo sconosciuto ma in qualche modo familiare, decide di fermarsi lì, da solo, nella casa del nonno. Riavvia il suo vecchio 126, trova un lavoretto estivo e si stabilisce nel paesino di Locòe, dove gli abitanti mormorano e si chiedono perché il figlio di Salvatore sia ancora lì, visto che suo padre, assente per anni, è subito ripartito.
Ben presto Antine capisce che c’è un segreto intorno alla sua famiglia. Per scoprirlo dovrà restare e mettersi alla ricerca della verità e di se stesso.
Il romanzo d’esordio di Giovanni Gusai getta un ponte sull’incomunicabilità tra generazioni, tra chi è partito e chi è rimasto. Un silenzio che può essere interrotto solo da una nuova umanità che riscopra quei valori atavici che sono ancora dentro di noi, anche quando non ce ne accorgiamo.
Una storia che parla di appartenenza, distanze e coraggio a dei giovani sempre in viaggio, lontani da un’isola che muore spopolandosi.

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E Giovanni Gusai cosa ritiene che sia importante per lui come scrittore: il diletto o la professionalità o altro ancora? E si sente un autore del passato, del presente o del futuro? O per uno scrittore non devono esistere i tempi verbali? Che cosa vede, infine, nel suo futuro di scrittore?

RISPOSTA: Questa è la domanda più difficile.

Per me è importante continuare ad avere qualcosa da dire (cioè da scrivere), più di ogni altra cosa. È essenziale che riesca a sforzarmi abbastanza da non ricalcarmi, da non passare per le solite strade, non raccontare la stessa storia in molti modi diversi – anche se forse l’umanità fa questo da sempre, cercare modi ogni volta nuovi per migliorare o riadattare la stessa narrazione di sé e delle cose. Mi auguro di tenere d’occhio quest’attenzione fondamentale: scorgere attorno a me e dentro di me nuove esigenze, situazioni che meritano di essere condivise e diffuse. E poi dare loro voce e parole. Sono consapevole di quanta fatica comporterà, e credo che Marcello parlasse di questo, cioè della necessità di imparare ad affrontare momenti che non siano puramente “di diletto”, e che anzi siano pesanti e difficili, talvolta noiosi, affinché si possa migliorare la qualità della propria scrittura. Ne sono consapevole e mi allenerò per non farmi trovare impreparato. Il diletto sopravviverà nell’approccio a questo sport entusiasmante e sfiancante che è la letteratura, che ci diverte e ci salva. Vivere così, impegnato e divertito, libero e coraggioso, significa per me vivere da scrittore, e uno scrittore non può che essere nel presente: è il solo modo per accaparrarsi il futuro.

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venerdì 20 agosto 2021

UNA PAROLA DA SALVARE – Giovanni Gusai

 

Bocheteatro mi ha chiesto una parola da salvare dalla pandemia e dalla rassegnazione che ha generato.
Qua sotto il testo del mio intervento.

 

Come per tutto ciò che richiede disciplina, anche la questione dei salvataggi è una faccenda complicata.

Per esempio, i bagnini stagionali con le schiene tese e abbronzate. A loro basta un corso in piscina, un’adeguata capacità polmonare e la giovinezza: sanno che durante la stagione balneare estiva si innamoreranno, e quello è sempre un buon modo per salvarsi, un modo semplice, intanto che si scruta l’orizzonte in attesa di qualcuno da recuperare. A volte, però, salvare è una faccenda subdola. Spendi settimane della tua vita ad imparare come si fa, se sei capace diventi un professionista, e quando cominci ad avere le idee chiare rispetto al tuo ruolo speri di non dover mai mettere in pratica niente di ciò che hai imparato. Mi immagino gli zaini sempre pronti dei soccorritori alpini, accanto all’uscio delle loro case e nei cofani delle loro automobili: dentro c’è un mondo di ramponi, caschi, imbraghi e corde, moschettoni, discensori, torce, coltelli – i salvataggi spesso diventano avventure; ed è un universo di codici, regole e manovre, sangue freddo e disciplina metodica, una questione di coraggio e di pietà. Non ci sono domeniche e non ci sono pranzi di Ferragosto. Salvare può diventare una faccenda terribilmente seria.

Come si fa a salvare le parole? Dove si impara, dato che sono sempre state loro a salvarci? E chi ci insegna a sceglierne una soltanto, che sia quella giusta?

Mettere in salvo, costruire la salvezza, equipaggiarsi per un salvataggio: è roba da umani. Folli abbastanza da credere di essere rilevanti, di detenere un potere sulle cose e sul tempo. Se dovessi scegliere una sola parola, meritevole di un’attenzione tanto nobile: che sia la parola con la quale ci riconosciamo.

Salviamo il termine che identifica senza discriminare, il nome che diamo agli spiriti creativi singolari, a quelli che accendono l’arte e sono capaci di costruire le amicizie. Prima degli sguardi e delle mani, senza ricorrere alla nomenclatura della nostra specie, abbandonando ogni giudizio, esiste un modo di chiamarci adeguato alla volontà di salvezza che tentiamo di esercitare stasera. Poiché i vocaboli sono solo ciò che significano, credo se ne debba scegliere uno che serva a dire qualcosa di importante.

Salverei persona, la parola nata per indicare le maschere del teatro dell’antichità, e che adesso ha finito per indicare la singolarità dell’essere umano nella sua pienezza individuale. L’ho scelta per tre motivi.

Uno: perché in questo tempo abbiamo imparato a convivere con il concetto di maschera – viviamo seminascosti, con il volto a metà, e si manifesta di noi solo ciò che esprimiamo ad alta voce. Non è necessariamente un male.

Due: perché questo è un teatro, ed è sensato ricordare cosa significhi, nel profondo, mettere in scena la vita – soprattutto quando questa possibilità ci è negata, e disimpariamo quanto sia necessario perpetuare quel rito laico.

Tre: perché le parole mutano e si riadattano, cambiando di significato. È così anche per gli individui da salvare, no? Uno va in spiaggia convinto di essere un turista e finisce per essere un naufrago, va in montagna per diventare scalatore e dev’essere portato via come un disperso qualunque.

Salvo persona per ciò che significa. Per portare in salvo, con lei, gli esseri umani trattati come numeri di statistica, le cui richieste esistenziali più profonde giacciono inascoltate o accomunate da soluzioni miopi e superficiali – lavoratori, disabili, malati terminali; perché facciamo memoria di bambini e ragazzi da riportare a riva, contati come palline di legno su un abaco, sottostimando la loro natura vulcanica e curiosa e fingendo di non saper immaginare il futuro al quale li stiamo condannando; per la salvezza delle donne e degli uomini del comparto culturale, disastrosamente trascurato. La loro attività in questo tempo ci avrebbe accompagnato a diventare più lucidi, più sensibili, più empatici.

Persone migliori, forse; appigliate al salvagente gettato da un ragazzino o appese all’imbrago di un soccorritore navigato. Presi in salvo dal potere salvifico dell’immaginazione.

Per contrastare le onde, per sopravvivere al vuoto.

Salvo persona, così forse ci salviamo noi.

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mercoledì 28 agosto 2019

Mal di mare – Giovanni Gusai



Sul retro, il cancello basso resta sempre aperto. Il chiavistello non ha lucchetto. Così lui lo fa scorrere e torna a casa. Il cane non abbaia, non ringhia, non dubita. Gli si affianca docile. Strofina la testa sulla coscia di lui. Una mano gli scompiglia il pelo nero. In quel reciproco riconoscersi sgorgano le prime lacrime. Si è imbarcato trentasette giorni fa. Mai avrebbe pensato di poter diventare bandito, come suo bisnonno un secolo fa. Ma lui è bandito d’acqua, senza foreste in cui bivaccare né cespugli come ripostigli. Solo mare aperto, senza ombra, senza rifugi. Il giardino è muto, affacciato sul mare e pregno d’umido e sale. Come le ossa di lui, le mani, la pelle bruciata, gli zigomi scavati dalle lacrime. Tutto è scuro, a parte le apparizioni fugaci della luna oltre le nuvole. Zoppica fino alla veranda. Buio lo segue.
Lei dorme sul lato opposto della villetta. Tiene il cellulare sul comodino, le finestre aperte e le zanzariere abbassate, la luce del corridoio accesa. Sogna agitata. Spalanca gli occhi quando sente Buio grattare sulla porta. Quella sulla veranda, sul giardino, verso il mare. Nessuno passa da lì. Solo lui sa del cancello basso. Perciò trasecola, scatta in piedi confondendo le immagini del sogno con le forme della camera, incespica dentro le ciabatte e cauta, lieve, scivola fino all’ingresso. Dalla finestra si insinua la brezza leggera e salmastra dei posti di mare. Lei trema e si stringe nelle spalle, dà un’occhiata alla stanza della bambina e posa l’orecchio sulla porta.
– Buio. – Sussurra piano. – Dimmi che sei con lui.
La bestia drizza le orecchie, fissa perplesso lo sguardo liquido del padrone, disfatto di pianto, e raspa sul legno esterno.
Allora lei si porta una mano alla bocca per soffocare il grido, ora è sveglia davvero, e viva. Armeggia con la serratura, e quando apre lui dà un’ultima carezza a Buio e la casa lo inghiotte. Lei richiude, gli si butta al collo e strizza le palpebre come se facendole cedere la felicità potesse scappare via. Nell’abbraccio lui ha l’odore del sangue rappreso, del vomito, della salsedine e della benzina. Puzza come chi è scampato all’inferno, e non riesce a ricambiare la stretta. Anzi geme e tossisce per il dolore delle braccia ossute di lei sulle costole livide. Ma non dice niente. Non la spaventa, non la inganna, non la ignora. Si crogiola nel dolore della stretta, che è così vero e così intero da cancellare il male del mese appena trascorso. Lei trattiene i conati, sopporta l’umidità fredda della cerata sul suo corpo tiepido, resiste sulla punta dei piedi appesa al suo uomo, che è un eroe e un folle. Quando alla fine si separano, nella penombra della cucina illuminata solo dalla luce gialla dell’andito, lei si scosta di un passo e si trova di fronte il volto di lui. Il ricordo che ne aveva è stuprato dai lividi, dalle percosse, dai denti spezzati, dalle ecchimosi, dalle labbra spaccate. La forza agile è sfumata in una postura storta, incurvata dalle botte e dalla fatica della fuga.
– Amore. – Dice, senza forza. – Cosa ti hanno fatto?
Lui la accarezza e la consola. – Sono a casa. Vieni. – La prende per mano. – Dorme? – Fa un cenno.
Lei lo segue e sa, guardandolo, che non riacquisterà mai la postura della quale si era innamorata.
La bambina sta supina, le braccia morbide verso l’alto, con le mani chiuse a pugno.
– È grande.
Lei fa sì con la testa.
– Chiede sempre di me?
– Sempre.
– Andiamo. Non voglio svegliarla.
Dopo la doccia, sdraiato accanto a lei, comincia a raccontare. Senza guardarsi. Soltanto, lui la prende per mano e più va avanti più la stretta cede.
– È andato tutto bene fino al ventinovesimo giorno. Siamo riusciti a fare tre recuperi, andata e ritorno con la barca. Senegal, Nigeria, Gambia. Sono stato fortunato a finire con quell’equipaggio: navigatore e cuoco eccellenti, due marinai, un medico e io. Abbiamo superato il carico più di una volta. Ma la regola è quella: più possibile, più in fretta possibile. La Compagnia ha organizzato una rete infallibile di contatti sulla costa. Ormai ci sono porti sicuri ovunque, in cale e spiagge insospettabili. Una volta curati e sfamati basta lasciarli in mani fidate, e sono liberi. Non voglio raccontarti cosa ho visto. Non si può immaginare. Avevamo paura di dormire per non fare gli incubi.
– Cosa vuoi raccontarmi?
– Il trentesimo giorno siamo dovuti scappare. Qualcuno ha tradito. La Compagnia paga bene ma le guardie pure meglio, e hanno la legge dalla loro. Ci attendevano in un porticciolo che credevamo sicuro, e lì malmenati e umiliati. Solo io e il cuoco siamo riusciti a fuggire. Ma erano altre guardie, e altro mare, sul lato opposto dell’isola. Possiamo stare tranquilli, non verranno a cercarci e da qui a poco le cose cambieranno. La Compagnia resiste alla grande. Rovescerà le cose.
– E tu li aiuterai ancora?
Il soffitto non ha risposte. Allora lui chiude gli occhi, e vede il corpicino bianco di sua figlia fra le cataste di corpi neri, in mezzo a una burrasca. Grida e sveglia tutti di soprassalto.

giovedì 4 luglio 2019

Attesa - Giovanni Gusai




Con lo sguardo perso nello strappo striato di un vecchio manifesto del circo ormai quasi distrutto, il protagonista abita la pensilina dimenticata torturandosi le dita. Sotto il circo si sovrappongono strati di colla copiosa e feste patronali, offerte sulle automobili, vacanze in crociera, stagioni dei saldi. Il fondo di latta è deformato dal caldo. Sull’altro lato volgarità sgrammaticate e numeri di telefono come vendette e scherzi perfidi, gomme da masticare indurite, ossidazioni irregolari.
La fermata è un parallelepipedo di vuoto con lo scheletro di metallo. La panchina sverniciata ha un posto soltanto. Il protagonista resta là e fissa intontito le stratificazioni di carta. È nel periodo della calma fiduciosa. Ogni dettaglio cela una storia, un fascino nel quale perdersi, una linea da ridisegnare mentalmente, come ricalcare il personaggio di un faccione dei fumetti. L’esterno è tutto pervaso da un’irrinunciabile attrattività, una forza magnetica distraente e bellissima. Tutto è carismatico, ogni cosa merita di essere guardata, e quella forza debella la necessità della riflessione. Perciò l’alone scuro sul laccio della scarpa bianca è tollerato e perdonato, elevato a oggetto di studio e quasi a culto. Il protagonista si interroga. Come ha fatto quella macchia ad arrivare fin lì? Dove ho posato i miei passi per arrivare fino a questa pensilina? Lo stesso sono le mani sudate, giallastre sulle nocche e arrossate per il resto, inumidite di freddo. Uno sbuffo d’inchiostro blu sul polpastrello dell’indice. Quand’è l’ultima volta che ho preso in mano una penna a sfera? Come ho potuto macchiarmi? Ho perso del tutto la mia confidenza con un oggetto così semplice? Si chiede aprendo i palmi verso l’alto, come se pregasse una divinità del tempo e degli inconvenienti. Dall’osservazione ravvicinata degli insignificanti, il protagonista in un attimo varca la soglia dell’angoscia. Abbandona i poster promozionali e si volta da una parte e dall’altra. Se non arriva, è forse perché sono nel posto sbagliato. O in anticipo, o in ritardo – si dice senza muovere le labbra o fare rumore. I suoni turberebbero il clima profondamente concentrato e profondamente severo in cui galleggia. La strada è piatta e larga, senza orizzonti. Più che concludersi sfuma, dissolta in una nebbia avida che la inghiotte e la porta con sé. A un certo punto, dal fondo del grigiore nebuloso, qualcosa emergerà e verrà fin qua davanti e si fermerà e aprirà le porte e io salirò a bordo e mi porterà dove dovrò – si ripete il protagonista. Però mentre si rassicura in parte trema, dubita e freme. Non ha memoria del suo arrivo, non c’è un testimone ad averlo salutato, accolto, nessuno che gli abbia proposto di sedersi al posto dei propri bagagli. È solo, ha un biglietto stropicciato sul fondo della tasca destra, ormai usurato dal sudore freddo della mano che costantemente ne ha verificato la presenza e l’effettiva concretezza. E non ha che vaga speranza per il futuro, promesse di destinazione senza luogo, idealizzazione di stati d’animo, possibilità sorridenti. Prendere posto sui sedili dell’immaginazione è il passaggio verso l’autogratificazione. Proietta se stesso oltre lo spazio, la pensilina è un pretesto e un simbolo, una necessità da studiare e da vivere, la condizione necessaria dell’arrivo, la meta prima della meta, il rituale. Niente ha importanza se non ciò che sta per cominciare. Ora non ci sono dettagli da memorizzare, faccende da sbrigare, concretezze da constatare. Tutto è nel fra poco. Monta dal fondo dello stomaco un calore profondo, capace di deformare la curva della bocca – la curva interna della bocca – in un sorriso – un sorriso interno – e diventare consolazione. Essere arrivato fin lì è già abbastanza, perché è quello il vero partire: arrivare alla pensilina del domani. Che non arriva, non dà cenni, non fa rumore, non appare. L’autogratificazione è finita. Ora il panico. L’epifania del destino è oltre la curvatura sinistra dell’orizzonte, tarda e sonda la pazienza. Il protagonista si domanda se ne valga la pena, guarda indietro ai suoi stati mentali, gli sembra di essere sdraiato sul tavolo della tortura e vedere se stesso con le pinze arroventate, non riesce a lasciarle cadere e non riesce ad alzarsi. Supplica il treno, l’autobus, la corriera, il carro, l’automobile, il taxi, qualunque cosa debba arrivare, di arrivare. Non ce la fa più, non sa dare un nome al supplizio, gli manca l’aria, vuole volare e lasciar stare, andare da solo dove deve e dove vuole, ti prego arriva, arriva, arriva. Vienimi a prendere. Scuote la testa e ricomincia. Il poster del circo annuncia spettacoli per l’aprile di qualche anno fa. Studia daccapo, piega le dita ancora, ricontrolla il biglietto, soppesa il bagaglio, si sporge verso sinistra e poi verso destra. Percepisce una frenesia sottocutanea viva, lo scuote e dai piedi risale per le gambe e fino all’inguine. Si piega, inarca la schiena, è contorto dai brividi indolori e incontrollabili. Allora si alza. Cammina ricalcando la larghezza precisa della pensilina con passi ampi, sempre più frenetici. Gli pare di sentirlo arrivare, fa uno scatto e si volge. La nebbia lo guarda come una sfinge imperscrutabile, muta e spietata. Niente. Ancora niente. Il protagonista allora corre – se due passi possono dirsi corsa – ad afferrare la valigia, ne issa il manico, lo stringe e lo trascina via, e le rotelle piene rombano di una specie di gorgoglio meccanico sulla quadrettatura del marciapiede infinito. È la rassegnazione. Avanza deciso nella direzione alla quale ambisce da mesi, da anni, da sempre. Attorno il nulla lo avvolge, è un ambiente impalpabile. Da quando è così? Da quando ho smesso di guardare? Quand’è arrivata la nebbia? La maniglia del trolley è umida e scivola sotto la presa. Per quanto tempo sono rimasto seduto? Procede sicuro, guarda le scarpe bianche scorrere sotto il suo sguardo accigliato, ascolta le ruote accompagnare il peso della valigia.
Senza avvisaglie, dal fondo della strada, alle sue spalle, arriva un pullman enorme, lucido, comodo, nuovo. Fa un suono preciso e mansueto. La pensilina è lontanissima, impossibile tornare indietro e cercare di fermarlo. Il protagonista non lo sa, si volta e corre a perdifiato. A metà strada abbandona il bagaglio. Corre più forte. La nebbia si dirada e appaiono i profili delle case, degli alberi, dei passanti. Il pullman rallenta di fronte alla fermata. Si ferma. Il conducente apre lo sportello e guarda fuori. Non si cura del protagonista, che corre senza quasi respirare nella sua direzione, gli va quasi addosso. Le sue scarpe sono una tempesta di schizzi di fango e terra. Aspetti, arrivo – grida per quanto riesce. Tende le braccia in avanti e si agita. C’è il sole, è una bella giornata di primavera e la gente passeggia mangiando i primi gelati della stagione. Il protagonista corre sempre, infila una mano in tasca ed estrae il biglietto consunto, lo sventola di fronte al parabrezza limpido. Il conducente non lo vede, ha occhi solo per la pensilina, e non c’è nessuno. Allora preme il pulsante rosso del cruscotto e i pistoni idraulici dello sportello si azionano e lo sportello si richiude con uno sbuffo. Il protagonista sente di piangere, come il crollo di una cristalleria al centro del cuore. Manca pochissimo, adesso lo raggiungerò, busserò sul faro e si accorgerà di me, mi scuserò, riaprirà, prenderò posto, andrò dove devo e pazienza per la mia valigia nuova, comprata per questo viaggio. Il pullman intanto è in marcia, si avvia lungo la strada, il protagonista è a due passi dalla fermata, a una distanza incolmabile dal suo sedile. Ha il suo biglietto in mano, il fiatone, il volto paonazzo e gli occhi lucidi. È tornata la nebbia, il mondo è scomparso, il bagaglio è lontano ma chi se ne importa. Ne arriverà un altro, prenderò il prossimo – prova a suggerirsi per calmarsi. Si siede, tiene la testa fra le mani, lascia che il grigiore ingoi il paesaggio. Guarda alla sua destra, sulla parete di latta. Il pullman è lontano. Con lo sguardo perso nello strappo striato di un vecchio manifesto del circo ormai quasi distrutto, ricomincia daccapo lo strazio dell’attesa.

lunedì 22 ottobre 2018

Cuore di cane - Giovanni Gusai



Nel petto dei ragazzini crescono cuori di cane.
Ne hanno fatto uno a pezzi dopo averlo ucciso a picconate. L’hai mai spaccata una pietra con un piccone? Sprizzano scintille e la punta d’acciaio si arroventa. La pietra non cede subito, ma poi si sbriciola. Non soffre mica. Non ha occhi per guardarti e chiedere di smettere, per dirti che per i soldi non fa nulla, lasciami vivere.
L’hai mai fatto a pezzi un animale, per poterne riporre la carne in freezer e mangiarla poco alla volta? Il tagliere si unge e macchia di sangue e muscolo spappolato, e schegge piccolissime di osso. Se lo fai senza un grembiule fai un casino. Nove su dieci devi buttare gli abiti che avevi addosso.
Nel petto dei ragazzini stanno crescendo cuori di cane. Mutazioni pericolose.
Nelle teste dei ragazzini, dentro i loro occhi e nel fondo delle loro anime, sta avanzando inesorabile il vuoto. Si è inghiottito la speranza e fagocita ogni giorno brandelli nuovi di coscienza.
Da questa parte del mare, nelle distese disabitate e incolte, non c’è abbastanza spazio per la tenda del futuro. Allora ci si pongono le domande giuste, quelle che si pongono tutti, e ci si risponde con le parole sbagliate. E alle parole seguono i gesti e il sangue. Si sottovaluta l’esistenza, il valore della propria umanità, la dignità personale.
“Ammazzare non è niente, il peggio è il dopo”. Ammazzare è niente. L’ha detto uno dei ragazzini. Parlava il cuore, il cuore di cane che questa terra senza forze per tenerlo umano gli ha impiantato fra i polmoni.
Non è solo colpa di quei cinque, non è colpa di uno solo, non è colpa dei genitori, non è colpa del paese e non è colpa della Sardegna.
È colpa nostra. Siamo la Chernobyl sociale del mondo, quando lasciamo che si dimentichino dei nostri figli e dei nostri fratelli più piccoli. Facciamo le scelte di comodo e ci riempiamo la pancia e non guardiamo oltre l’estremo delle nostre ciglia, non badiamo alle conseguenze, votiamo le persone sbagliate, ce ne freghiamo, lasciamo correre, cresceranno, sono ragazzini, quello mi trova un posto di lavoro, a qualcosa bisogna pur rinunciare, la prossima volta non mi fregano, pazienza i tagli alla scuola, le strade dissestate, i pullman che non li accompagnano puntuali a lezione, le mattine al bar, il culto dei soldi, voglio una vita diversa e la voglio ora, se i ragazzini ambiscono a qualcosa di migliore che se lo costruiscano loro.
Ne hanno fatto uno a pezzi dopo averlo ucciso a picconate.
Nel petto dei ragazzini crescono cuori di cane.
Nessuno si chieda mai più come sia potuto accadere. Lo sappiamo bene.

venerdì 19 ottobre 2018

Me & Mr Jones - Giovanni Gusai





Con il suo superpotere, mister Jones può viaggiare nello spazio e nel tempo, e stare contemporaneamente in un posto e in un altro nel mondo. C’è solo un limite a questa fantasmagorica capacità: mister Jones può essere solo in luoghi in cui è già stato. È come se avesse quindi un archivio mentale, dal quale attinge nuove destinazioni ogni tanto, talvolta quando meno se lo aspetta, e raggiungesse posti vivi nei suoi ricordi. Ora che scrivo, per esempio, sta passeggiando in Avenida de la Constituciòn a Siviglia, accanto alla maestosa cattedrale che ospita il mausoleo di Cristoforo Colombo. Più precisamente si sta dirigendo verso un parco sconfinato, dentro il quale è stato allestito per qualche giorno un mercato in stile medievale. Quando arriverà ci saranno i falconieri e vedrà una bella varietà di rapaci, tutti ammaestrati e solenni sui loro trespoli.
Ecco, mister Jones ha questo superpotere. Mister Jones è un topo di campagna. Piccolo, innocuo, con una paura folle dei gatti del suo vicinato. Ha imparato la tecnica dell’ubiquità – così la chiama – per istinto. La sua velocità, dovuta a un corpo minuscolo e scattante, sarebbe comunque insufficiente per evitare gli agguati dei felini. Ce n’è uno che teme più di altri, Napoleone. Ha vibrisse fittissime e un musone schiacciato, zampe tozze e coda vaporosa. È color miele, dicono gli umani, ma mister Jones dice tigrato: rende meglio l’idea. Dunque la strategia è bighellonare per i prati, alla ricerca di semi o frutti; tendere le orecchie in attesa di un qualche attacco improvviso; frugare con circospezione; al momento in cui Napoleone o un suo simile si decidono a balzargli addosso, zac: scomparire. Il corpo di mister Jones, a quel punto, non è più né in campagna né da nessun’altra parte. Scompare, letteralmente. La sua coscienza si sdoppia e lui è un po’ da una parte e un po’ dall’altra del mondo. Adesso, mi accorgo affacciandomi alla finestra, è a Parigi. Ha lasciato il micione bianco che abita qui in zona basito: zampetta furiosamente sul terreno nel punto in cui un istante fa mister Jones andava a caccia di cibo.
Ma lui è a Parigi, non gli importa più dei gatti. Sta in uno studiolo che ha pagato carissimo, a pochi passi da una fermata della Metro rosa, ha dimenticato il nome ma sa benissimo come arrivare ai vagoni. Lì attorno ci sono anche due supermercati, uno con cibo italiano in cui è possibile fare la spremuta di arance fresche, un’edicola, un’adorabile pasticceria ai tavolini della quale uno studente ripassa anatomia da un tablet. Pioviggina spesso, non è come a Siviglia. Lì non piove mai. Non nei suoi ritorni e nelle sue fughe. Parigi sotto la pioggia può essere una faccenda scomoda, il brutto tempo rischia di compromettere l’esperienza estetica di una città maestosamente perfetta. Mister Jones lì ha visto i migliori musei. Ogni tanto ci torna, spesso senza volerlo. Si ricorda all’improvviso di un quadro, ed è già davanti alla tela, con la folla e tutto. Come la prima volta in cui ha osservato l’opera. Ecco, il gatto bianco è andato via. Mister Jones può ricominciare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo vedo. Dove passa, i fili d’erba imperlati di pioggia dondolano. Dev’essere una gran fatica, vagare fra la realtà e il ricordo, fuggire in continuazione dal mondo e cercare ristoro nel ricordo. Per un topino di campagna, poi. Ora qua ora là, ora qua ora là. Scappa, sparisci, ricorda, torna, mangia, ricomincia, attenzione, sparisci, scappa, torna, ricorda, attenzione. Sfiancante. E con il rischio di trasformarsi in gesti incontrollabili. Qualche giorno, temo, mister Jones rimarrà impigliato nel meccanismo, invischiato nelle pieghe umide del tempo e dello spazio. Salterà senza che ce ne sia bisogno, o morirà con la schiena spezzata dentro le fauci di Napoleone, però magari con l’anima a Budapest o a Danzica o a Lisbona o dove mille volte si è nascosto per scampare alla sua vita da topo.
E, a questa fatica, si aggiunge la necessità di doversi impegnare a cercare sempre nuove tappe da raggiungere per davvero, per la prima volta. Nuovi mondi da aggiungere all’archivio. Poniamo che qualcosa si incrini e la macchina non funzioni più. Che il suo istinto non abbia più voglia di tornare a Siviglia. Proverà a sparire, penserà forte a Avenida de la Constituciòn, però niente, nel profondo dello spirito non avrà voglia di andarci. E bam: Napoleone gli sarà addosso e lo squarterà. Le cose brutte della vita fanno così, aspettano che sia stanco e ti finiscono. Ora è quasi sera. Mi chiedo: quanti ricordi mister Jones avrà a disposizione per rifugiarsi in caso di pericolo? Lo osservo. Sta per infilarsi in quella boccuccia sudicia un chicco d’uva marcito. Ed eccolo sparire. Sotto i miei occhi. Questa è una di quelle volte in cui lui non controlla il superpotere, si distrae e smette di fare quello che aveva in mente di fare. Va da qualche parte, si dimentica della vita vera. Con questo buio, al suo ritorno quell’acino sarà introvabile. E lui intanto me lo immagino, nostalgico e affamato, vagare per le vie larghe e rumorose di Soho e Carnaby Street. Londra era stata bellissima. C’era il sole anche lì, come in Andalusia. È sempre bello tornarci. Un bel freddo, l’ideale per camminare. E parchi infiniti in cui mister Jones ha temuto realmente di perdersi o di essere attaccato dai cigni, dalle cornacchie, dai corvi e da ogni altro genere di bestialità che popola il cielo di Hyde Park e dei Kensington Gardens.
Intanto si è fatta notte. Mi viene da chiedermi come siano i sogni di mister Jones. Di cosa si riempiono, gli occhi di chi trascorre le giornate a fantasticare, quando vanno a dormire? Ci sono delle persone, le conosco bene, che vivono come questo topolino. La vita li sorprende e mette loro davanti responsabilità, dubbi o sfide. Quelli restano lì, mettono in attesa il dubbio e se ne vanno da un’altra parte – se un posto in cui andare ce l’hanno. Sembra strano da dirsi, ma quando tornano da questa parte il dubbio o la sfida sembrano più gestibili, meno onerosi. Non so se siano peggiori di chi è capace di affrontare a sangue freddo ogni fauce famelica che il mondo progetta e distribuisce. Chissà cosa sognano, gli uni e gli altri.
Io so di tutte le volte in cui vorrei poter volare via. Poi tornare e trovare tutto più semplice. Conviverei senza paura con il rischio di partire all’improvviso e contro il mio volere. Ogni tanto mancare, distrarmi. Gli umani direbbero “stare sovrappensiero”. Sovrappensiero è un bel posto da visitare. C’è sempre il sole, non ci sono gatti arrabbiati.