Visualizzazione post con etichetta Giorgio La Pira. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giorgio La Pira. Mostra tutti i post

giovedì 8 aprile 2021

L’attesa della povera gente - Giorgio La Pira

Spulciando negli archivi di Federico Caffè mi sono ritrovato tra le mani questa piccola gemma dimenticata, che rappresenta forse il miglior articolo divulgativo sulla teoria keynesiana mai scritto in lingua italiana. Sto parlando de “L’attesa della povera gente”, un articolo del 1950 di Giorgio La Pira, deputato all’Assemblea costituente per la Democrazia Cristiana, tra i principali artefici della carta costituzionale e per tre volte sindaco di Firenze (tra il 1951 e il 1965). La Pira apparteneneva a quel gruppo di riformisti cattolici che nell’immediato dopoguerra si riunì attorno a Giuseppe Dossetti, Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani e allo stesso La Pira (la corrente dei cosiddetti “dossettiani”), e che tra il 1947 e il 1951 diede vita all’importante rivista Cronache sociali, a cui partecipò anche un giovane Federico Caffè con degli scritti illuminanti sulle (pessime) politiche economiche deflazionistiche dell’Italia di fine anni Quaranta (a conferma che i problemi di oggi hanno radici lontane). L’articolo in questione, nonché ovviamente la partecipazione di Caffè al gruppo dei dossettiani, è la dimostrazione di come in Italia fossero in pochi in quegli anni (in verità anche dopo) a comprendere le implicazioni potenzialmente rivoluzionarie del nuovo paradigma keynesiano, e di come questi pochi appartenessero perlopiù alla cultura cattolica e non, come altrove (e come sarebbe stato naturale), a quella socialcomunista, che invece rimase sempre scettica, se non apertamente ostile, alle teorie di Keynes, un po’ per tatticismo e politique d’abord, un po’ perché le sinistre già allora subivano «la suggestione dell’appello al mercato» e ai precetti einaudiano-liberisti – una costante, a ben vedere, della storia delle sinistre nel paese, come ha sempre lamentato Caffè. Questa è indubbiamente una delle ragioni principali (anche se non la sola) per cui le intuizioni espresse da La Pira in questo articolo, in cui viene abbozzata una sintesi catto-keynesiana di straordinaria potenza evocativa, non hanno mai trovato applicazione concreta nel nostro paese, neanche nel piena della cosiddetta “stagione keynesiana”. Ad ogni modo l’articolo rappresenta una testimonianza straordinaria di ciò che avrebbe potuto essere e che non fu. È quasi sconcertante la lucidità con cui La Pira mette a fuoco le implicazioni più radicali delle teorie di Keynes, anticipando molte delle cose che poi negli anni sarebbero state riprese dalla scuola post-keynesiana (in opposizione alla versione “imbastardita” del keynesismo, cioè il neokeynesismo) e che oggi la MMT sta inoculando nel dibattito pubblico: l’idea che l’obiettivo dei governi dovrebbe essere quello di una «la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria»; che non è accettabile, che, da un lato, si sperperino capacità lavorative disponibili e, dall’altro, a larghe fasce di popolazione sia negato quel «minimo di reddito necessario per il “pane quotidiano”»; che è lo Stato a doversi assumere il ruolo di regolatore della domanda di lavoro attraverso il sostegno alla domanda, ma anche attraverso una «pianificazione» organizzata a lungo termine; che non dalla produzione deve discendere il livello di occupazione desiderato, ma che è quest’ultimo che deve determinare la spesa che avalla il coerente livello di produzione; che i «danari» per finanziare questo progetto non possono mai mancare perché la moneta è una creatura dello Stato; e in ultima analisi che solo su queste basi si può costruire una società degna di definirsi cristiana. Concetti più attuali che mai. Buona lettura.

Thomas Fazi

 

Giorgio La Pira, “L’attesa della povera gente” (Cronache sociali, 1950)

L’attesa della povera gente (disoccupati e bisognosi in genere)? La risposta è chiara: un governo a obiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria.

C’è anzitutto una premessa di natura squisitamente cristiana: è vano – per un governo – parlare di valore della persona umana e di civiltà cristiana, se esso non scende organicamente in lotta al fine di sterminare la disoccupazione e il bisogno, che sono i più terribili nemici esterni della persona.

Il documento inequivocabile della presenza di Cristo in un’anima e in una società è stato definito da Cristo medesimo: esso è costituito dalla intima ed efficace “propensione” di quell’anima e di quella società verso le creature bisognose.

Vi sono disoccupati? Bisogna occuparli. La parabole dei vignaioli è decisiva in proposito: tutti i disoccupati che nelle varie ore del giorno oziavano forzatamente nella piazza – perché nessuno li aveva ingaggiati: nemo nos conduxit! – furono occupati; esempio caratteristico di «pieno impiego»: nessuno fu lasciato senza lavoro (Mt. 20,7).

Vi sono creature bisognose? Affamati? Assetati? Senza tetto? Ignudi? Ammalati? Carcerati? Bisogna tendere ad essi efficacemente il cuore e la mano (Mt. XXV, 31-46): l’esempio di questa «propensione» all’intervento è fornito dal Samaritano: scese da cavallo e prese minutamente cura del ferito (Lc. 34).

E si badi: non si tratta soltanto (come spesso si crede) di atti di carità confinati nell’orbita di azione di singoli: impegno di amore, cioè, che investe soltanto le singole persone: no, si tratta di un impegno che parte dai singoli e che investe l’intiera struttura e la essenziale finalità del corpo sociale.

Costruire una società cristianamente significa appunto costruirla in modo che essa garantisca a tutti il lavoro, fondamento della vita, e, col lavoro, quel minimo di reddito necessario per il «pane quotidiano» (cioè vitto, alloggio, vestiario combustibile, medicine), per sé e per la propria famiglia.

Solo così si può realizzare il fine che san Tommaso assegna a una società cristiana: garantire a tutti la possibilità di quel «riposo» restauratore a della preghiera che è l’atto che segue. Per dir così, al lavoro, che costituisce l’operazione ultima, la più delicata e la più pacificante e gioiosa della persona.

È questa una premessa che gli uomini di governo devono tener ferma nella loro mente: stella polare della loro azione politica, giuridica, finanziaria: dar lavoro a tutti, dare il pane quotidiano a tutti; sopra queste finalità prime, improrogabili elementari, deve essere costruito l’intero edificio dell’economia, della finanza, della politica, della cultura: la libertà medesima, respiro della persona, è in certo modo preceduta e condizionata da queste primordiali esigenze del lavoro e del pane.

Orazione fondamentale del Signore: Dacci oggi il nostro pane quotidiano!

Questa fondamentale premessa cristiana è, del resto, convalidata da una altrettanto fondamentale premessa economica: premessa, è vero, che non vige nell’orbita dell’economia classica, ma che è posta a base di tutto l’edificio dell’economia nuova: la disoccupazione è un consumo senza corrispettivo di produzione: è perciò, uno spreco di forze produttive (oltre che essere un disastramento morale e spirituale della persona).

E la ragione è evidente: i disoccupati esistono, se esistono devono vivere, per vivere devono consumare. Consumare senza produrre: è questo il paradosso economico della disoccupazione.

La povera gente – che ha buonsenso – non si dà pace quando riflette su questa incongruenza dell’attuale struttura dell’economia: ma come, con tante case da costruire, con tante terre da bonificare, con tanti beni essenziali da produrre, con tante “aree depresse” da elevare, si può permettere l’esistenza di tanti milioni di braccia operose?

E si tenga conto, inoltre, del fatto del “moltiplicatore”: per uno che cessa di lavorare cessano di lavorare altri (concetto tecnico in Di Fenizio, Economia politica, pp. 456 e sgg).

Come mai sia possibile questo vero «impazzimento» economico e morale la povera gente non lo capisce; essa comprende che c’è qualcosa di specioso, di fondamentalmente errato, nella risposta inumana che comunemente si dà per giustificare questo triste fenomeno della disoccupazione: Non c’è denari!

Il problema è complesso, si sa, ma una soluzione positiva di esso non può non esistere. La Provvidenza dà in proposito un insegnamento sicuro: per ogni bambino che nasce, nascono due fonti di latte destinate ad alimentarlo!

E poi c’è sempre l’altra risposta: Mancano i danari? Eppure vivere bisogna, per vivere bisogna consumare e per consumare bisogna spendere: quindi, in ultima analisi, i danari si trovano sempre, necessariamente!

Qui viene proprio da dire: più che i danari manca l’impegno necessario per mettere in circolazione il talento unico messo sotto terra! È un problema di “dinamica” della volontà, della tecnica inventiva, della finanza, dell’economica, della politica.

Che queste intuizioni della povera gente (basate sulle cose e sul Vangelo) non siano scientificamente errate lo dimostra l’impostazione delle più moderne teorie economiche.

Sentite Beveridge che riporta da Keynes: «È meglio occupare gente a scavare buche e a ricolmarle che non occuparla affatto: le persone occupate inutilmente daranno occupazione ad altre con quello che guadagnano e spendono. È meglio occupare gente, comunque venga trovato il danaro per pagarle, che non occuparle affatto: l’ozio forzato è uno spreco di risorse materiali e di vite umane che non potrà mai essere rimediato e che non può difendersi con ragioni di ordine finanziario».

A proposito del “moltiplicatore”, il Beveridge soggiunge: «Ogni atto ha una catena infinita di conseguenze; perciò l’atto di dare impiego a un disoccupato e di pagargli un salario non si esaurisce lì. L’uomo che viene assunto e percepisce un salario superiore alla somma che egli riceveva a titolo di sussidio per la disoccupazione o di assistenza (quando la riceve!) spenderà per la maggior parte o interamente il suo reddito addizionale in beni e servizi forniti da altri e darà occupazione ad altri. Costoro a loro volta avranno un reddito maggiore: ne spenderanno una parte dando luogo a una nuova occupazione e così via. Fintanto che in una comunità vi saranno dei disoccupati, il dare un’occupazione retribuita a uno di essi aumenterà il numero degli occupati di più di una unità, e aggiungerà alla produzione nazionale più di quello che egli da solo produce. L’effetto primo verrà moltiplicato grazie ai secondi e ai terzi effetti».

Questa premessa economica – che indica l’occupazione come essenziale finalità di un’economia sana a causa degli incrementi produttivi che necessariamente ad essa si collegano – è ora divenuta la stella polare della politica economica dei più grandi Stati del mondo: prescindendo dagli Stati a struttura comunista, ad essa si ispirano la Gran Bretagna (con la politica del pieno impiego sostanzialmente condivisa da tutti i partiti) e gli stessi Stati Uniti di America. L’obiettivo della massima occupazione sta alla base della politica economica che gli Stati Uniti perseguono all’interno e all’estero: il piano [Marshall] medesimo non esiste, in ultima analisi, senza un intrinseco rapporto con tale obiettivo.

Occupare tutte le unità lavorative, e quindi incrementare la produzione e, con essa, il tenore di vita degli uomini: è l’imperativo categorico che si impone agli Stati e ai governi del tempo nostro (Economist, cit.).

Se la disoccupazione deve essere eliminata – obiettivo fondamentale di uno Stato moralmente, socialmente ed economicamente sano – devono essere voluti e usati i mezzi per eliminarlo: questi mezzi si riassumano in uno solo: la spesa.

E infatti cosa è, in ultima analisi, la disoccupazione? Spesa non fatta: occupazione e disoccupazione si analizzano in queste posizioni: spesa che determina occupazione e, quindi, produzione; carenza di spesa che determina deficienza nella domanda dei beni e quindi disoccupazione, e quindi, carenza di produzione.

Il perno di tutta la nuova teoria economica sta qui, Keynes esplicitamente lo dice: l’occupazione dipende dalla spesa, e la spesa può essere di due specie: spesa di consumi, spesa per l’investimento. Quel che viene risparmiato, ossia quel che non viene speso in beni di consumo, crea occupazione soltanto se viene investito, o cioè speso per accrescere l’attrezzatura di beni capitali, quali le fabbriche, i macchinari, le navi, o ad accrescere le scorte di materie prime. Proporzionare la spesa – e, quindi, la produzione – alla occupazione: ecco il problema.

Anzitutto, chi opererà questo proporzionamento? Basterà, cioè, che lo Stato decida alcuni provvedimenti finanziari economici e politici a favore dell’iniziativa privata perché si operi automaticamente la spesa voluta e, perciò, il desiderato assorbimento della manodopera disoccupata?

No: che lo Stato abbia il dovere di favorire l’iniziativa privata in modo da orientare, stimolarne e accelerarne il ritmo produttivo e, quindi, la capacità di spesa e di occupazione, non c’è dubbio; ma non v’è parimenti dubbio che per questa via indiretta non si opererà mai il pieno impiego della manodopera: “l’automatico proporzionamento” è una di quelle pseudoarmonie economiche che l’esperienza dolorosa e permanente della disoccupazione ha sempre smentito.

La rivoluzione operata nel pensiero economico da J.M. Keynes – dice Beveridge – e aiutata dall’esperienza degli anni dopo il 1930 sta nel fatto che non viene più assunta come sicura l’adeguatezza della domanda di manodopera. L’analisi keynesiana porta alla conclusione che, anche astraendo dalla depressione ciclica, vi può essere deficienza cronica o pressoché cronica nella domanda complessiva di manodopera, per cui la piena occupazione si presenta fuggevolmente in casi rari.

Non bastano, quindi, i provvedimenti del primo tipo: bisogna prenderne altri di tipo diverso. Bisogna, cioè, che lo Stato intervenga direttamente con un piano organico di investimenti capaci di operare, a scadenze determinate, il graduale assorbimento della manodopera disoccupata; questi “massicci” investimenti pubblici costituiscono, del resto, uno stimolo efficacissimo per gli investimenti privati.

Il proporzionamento, perciò, della spesa all’occupazione non può essere determinato e attuato che dallo Stato: spetta al governo la determinazione del quanto della spesa (in base al numero discriminato dei disoccupati), calcolando la parte di spesa indiretta (operata dall’iniziativa privata per effetto dei provvedimenti di cui si è parlato) e quella di spesa diretta (mediante piani organici di attività produttiva pubblica).

Dette queste cose – che concernono il governo – bisogna dirne altre che concernono i privati: il risparmio ha valore solo come strumento di spesa capace di creare nuova occupazione e, quindi, nuova produzione. Altra legittimità sociale esso non possiede: è una legge economica (il risparmio è di per sé un fatto puramente negativo: significa non spendere; il risparmio in sé non ha alcuna virtù sociale. La virtù sociale del risparmio da parte di una persona dipende dal fatto che vi sia qualche altro che desidera spendere tale risparmio), ed è anche una legge della vita morale: Non vogliate tesaurizzare, dice categoricamente il Vangelo (Mt. VI, 19). La condanna del risparmiatore avaro è tremendamente rappresentata nel pauroso che empì i suoi granai senza pensare alla morte che lo attendeva (Lc. XII, 16): risparmiare per spendere o far spendere (il talento non doveva essere sotterrato ma almeno consegnato ad altri capaci di metterlo a frutto (Lc. XIX, 22; Mt. XXV, 14-30); questa è la “politica economica e finanziaria” del Vangelo.

Ecco ciò che i privati possessori di risparmi devono capire: è una tremenda responsabilità quella che grava sopra di loro, morale ed economica insieme: perché il risparmio non speso equivale a lavoro mancato e, quindi, a disoccupazione aumentata.

Ecco perché il problema del risparmio – cioè il problema delle fonti di spesa – è il problema fondamentale, in certo modo, di una comunità statale: sopra di esso poggia, appunto, come su una base, l’edificio della piena occupazione.

Ma la disoccupazione creata o aumentata significa lesione grave dell’ordine morale, dell’ordine economico e dell’ordine sociale; su questa lesione, come sul terreno propizio, si radicano le piante parassite dell’odio e del sovvertimento (cfr. Beveridge).

Bisogna spendere: deve spendere lo Stato, devono spendere i privati. Ma come? Disordinatamente o, invece, organicamente, cioè alla stregua di certi programmi di produzione che si distendono nel tempo (spesa pianificata a lungo termine?). La risposta è ovvia: spendere organicamente secondo piani determinati. Non bisogna lasciarsi impressionare dalle parole: “pianificare” significa mettere ordine, orientare verso uno scopo; significa che il sistema economico e finanziario di uno Stato, anzi – l’intero sistema economico e finanziario e mondiale – non può più essere lasciato a se stesso, ma deve essere finalizzato in vista di scopi proporzionati all’occupazione e ai bisogni essenziali dell’uomo. Lo stesso piano [Marshall], in ultima analisi, ad altro non dovrebbe mirare. Chi vuol costruire saldamente una casa e chi vuol fare efficacemente una guerra (qui: guerra efficace alla disoccupazione e alla miseria) deve «pianificare» la propria azione affinché essa dia un risultato felice (Lc. XIV, 28).

Quali obiettivi avranno questi piani? Evidentemente essi saranno scelti secondo un criterio di priorità sociale. Vi sono dei bisogni essenziali che attendono di essere rapidamente soddisfatti: case da costruire (perché non estendere e accelerare i piani esistenti?), energia da produrre, terre da bonificare, aree depresse da industrializzare; quanto bene da compiere, quanto amore concreto da seminare, quanta speranza e quanta gioia da donare!

Come finanziare questi piani? Dove trovare i danari occorrenti per questa spesa? Ecco: prima di rispondere a queste domande – che potrebbero provocare la risposta pigra: non ci sono i danari perché il bilancio dello Stato è in deficit – bisogna fare una premessa: l’ozio forzato è uno spreco di risorse materiali e di vite umane, che non potrà mai esser rimediato e che non può difendersi con ragioni di ordine finanziario. Bisogna capovolgere il modo comune di impostazione del problema, cioè proporzionare la cassa alla spesa e la spesa all’occupazione; si comprende, è un’impostazione del problema che esige un grande sforzo di riflessione, di volontà creatrice. Partire dall’uomo, cioè dal fine, non dal danaro, cioè dal mezzo.

È questa un’impostazione secondo il Vangelo (perché una impostazione umana dell’economia attira la benedizione di Dio e opera dei veri miracoli, incognita di ogni calcolo generoso!) ed è anche un’impostazione economicamente sana (perché tra l’altro i danari per dar da vivere ai disoccupati bisogna trovarli necessariamente).

Questa impostazione esige che il ministro del Tesoro (o quello del Bilancio o quello delle Finanze) rovesci, per dir così, il suo modo usuale di considerare la finanza dello Stato e il bilancio dello Stato; tale bilancio deve essere compilato con riferimento non più al danaro ma al potenziale umano disponibile: tanti uomini da occupare, tanti danari da spendere. Deve diventare un bilancio a “scala” umana.

Questo “rovesciamento”, del resto, non è poi così nuovo nella politica economica e finanziaria dei grandi Stati moderni: a parte gli Stati a struttura comunista, i grandi Paesi dell’Occidente (dalla Gran Bretagna all’America) costruiscono ormai i loro bilanci – anche se con graduazioni diverse – in vista del pieno impiego e del più alto tenor di vita della popolazione.

E infatti: inflazione significa danaro senza cose, rappresentante senza rappresentato; ma se le cose ci sono e c’è il danaro che le rappresenta, dov’è l’inflazione? Se cresce la popolazione (e, quindi, la spesa) è chiaro che deve crescere anche – a parità di velocità di circolazione – il volume del danaro che circola. L’inflazione c’è soltanto quando alla crescita della circolazione – a parità di velocità – non corrisponde una crescita proporzionata della produzione. È così chiaro!

E allora: se spendo un milione di lire per costruire un milione (anzi più) di case, o per bonificare un milione di terra, o per produrre un milione di energia, dov’è l’inflazione?

Il «vuoto inflazionistico» viene definito dall’ammontare di moneta che la collettività cerca di spendere «in eccedenza al suo reddito di piena occupazione e al di sopra del valore delle merci realmente prodotte» (Di Fenizio, op. cit., p. 473).

Ma tutto questo presuppone una cosa: che lo Stato si assuma questo compito nuovo di assicurare ai cittadini il lavoro (e il pane che ne deriva) e, quindi, di “regolare” adeguatamente, attraverso la spesa, la domanda di lavoro. L’assunzione di tale compito fondamentale produce trasformazioni profonde nella struttura del governo in genere e in quella dei Ministeri finanziari (e della spesa) in ispecie. Il governo diventa così davvero quello che già san Tommaso preconizzava: l’architetto del bene comune; il garante, per tutti, del lavoro e del pane.

Spesa fatta, occupazione creata, produzione incrementata, sofferenze lenite, energie e ricchezza moltiplicate, benedizioni di Dio ricevute! Vale proprio la pena.

1) È il governo persuaso che la disoccupazione, con la miseria morale che provoca, va combattuta come uno dei fondamentali nemici e delle fondamentali contraddizioni della società cristiana?

2) È il governo persuaso che la disoccupazione costituisca uno sperpero economico che incide gravemente sul reddito nazionale e che, a lungo andare, produce anche inflazione?

3) È il governo persuaso che l’eliminazione della disoccupazione presuppone un regolamento del mercato del lavoro da operarsi mediante una pianificazione della spesa (pubblica e privata) che esso solo può compiere?

4) È il governo persuaso che nessun ostacolo di natura finanziaria può e deve impedire il raggiungimento almeno graduale di questo obiettivo? Che i “danari” in ogni caso non possono non esistere anche se è certamente faticoso – ed esige sforzi intellettuali, volitivi e anche di preghiera! – reperirli? Che se c’è un bisogno essenziale umano non può mancare – perché Dio esiste ed è Padre – il mezzo adeguato per soddisfarlo? Che questa proposizione dettata dalla fede è perfettamente convalidata dall’esperienza e dalla più recente e vitale teoria economica?

5) È il governo persuaso che l’assunzione di questo compito nuovo e così fondamentale importa un mutamento in certo senso radicale della sua politica economica e finanziaria, interna e internazionale? Che esso importa l’elaborazione di un bilancio del Tesoro totalmente diverso per struttura e per finalità di quello attuale? Che esso importa un mutamento adeguato nella struttura del gabinetto e nella struttura dell’apparato burocratico statale?

6) E, infine, vuole intanto il governo procedere all’immediata erogazione delle somme necessarie per sovvenire in qualche modo alle prime e inderogabili esigenze dei disoccupati?

Ecco le domande precise che la povera gente fa al governo: se il governo può dare ad esse una risposta positiva, allora la “crisi” sarà risolta e il governo – attirando sopra di sé le benedizioni di Dio e della povera gente – farà come il sapiente costruttore del Vangelo: costruirà saldamente l’edificio sopra la roccia (Mt. VII, 24-29).

Se il governo darà ad esse una risposta negativa, allora la “crisi” assumerà dimensioni più vaste e il governo farà come lo stolto costruttore del Vangelo: costruì l’edificio sulla sabbia, venne la tempesta e vi fu grande rovina (Mt. VII, 24-29).

 

N.d.R.: Per agevolare la lettura sono state selezionate le parti a nostro avviso più significative dell’originale articolo di La Pira.

 

da qui


mercoledì 10 febbraio 2021

quando c'era il Rinascimento non c'era Renzi, qualcosa vorrà dire

Matteo Renzi e il fallimento della sua politica estera – Paola Caridi


È stato sempre un problema, per la Firenze di oggi, il rapporto con la sua storia. E che storia, letteraria e culturale e di pensiero! Uno di quei pesi che ti schiacciano, se non li sai usare nella maniera giusta. Uno di quei pesi che hanno reso, per molti aspetti, Firenze una città più provinciale di quanto si pensi, incapace di liberarsi – appunto – degli antichi fasti. Compreso il Rinascimento. Compreso Machiavelli.

C’è chi, invece, pensa che si possa ancora cavalcare la pesantissima eredità fiorentina, sicuro che il suo stereotipo possa ancora aprire una breccia in un parterre internazionale. E d’altro canto, come fargliene una colpa, a Matteo Renzi? Firenze ospita fior di università americane ed è la sede della più prestigiosa istituzione europea di studio e ricerca, l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. C’è la tradizione dei cosiddetti anglobeceri, della comunità intellettuale non solo anglofona che ha scelto Firenze come sua nuova patria culturale e spirituale. E anche chi scrive a Firenze deve molto di quello che sa, per i quasi cinque anni trascorsi a formarsi e vivere in un museo a cielo aperto, per un dottorato in storia delle relazioni internazionali.

Parto dunque proprio da Firenze. E parto da un altro sindaco che aveva una visione internazionale, una visione decisamente antitetica a quella di Matteo Renzi. Parto da Giorgio La Pira, l’uomo della pace. Non perché tutti si debba essere santi, idealisti e visionari. Ma perché, come La Pira, si cammini. Non è un esercizio poi così difficile. Si mette un piede appresso all’altro e si cammina, si percorrono le strade, si incontrano le persone, si guardano i luoghi, si impara molto della terra e della dignità degli altri.

Giorgio La Pira, come Matteo Renzi, andava oltre i confini della città di Firenze. Andava nella Mosca sovietica assieme a Vittorio Citterich, Vittorino, come lo chiamava lui. Erano i tempi in cui le chiese erano sostanzialmente chiuse e vigeva l’ateismo di Stato, e quando – durante la visita in una chiesa ortodossa di Mosca – Vittorio Citterich si lamentò col suo mentore che a pregare c’era solo una vecchina, La Pira lo rimproverò perché proprio quella vecchina dimostrava che c’era una chiesa viva (lo raccontò proprio Citterich negli ultimi anni di vita, con il suo solito sorriso sornione).

Quando invece andava al Cairo –  perché La Pira andava anche al Cairo, a Gerusalemme, ad Algeri, spesso accompagnato proprio da Citterich -, il sindaco di Firenze si recava a Shubra, alla scuola dei salesiani, quella che ancora oggi forma i ragazzi egiziani a diventare meccanici, falegnami, tecnici. Incontrava, insomma, la gente, le persone. Non visitava solo i palazzi del potere, ma per aiutare la pace e la comprensione degli equilibri mediterranei, incontrava la realtà e di questo si faceva forte per i suoi colloqui di pace che poi, questi sì!, resero famosa e molto meno provinciale Firenze, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni, è bene ricordarlo, in cui il peso specifico della nostra politica estera ed energetica era di altro tipo e spessore. C’era La Pira. C’era Enrico Mattei, l’ex partigiano cattolico Enrico Mattei che, con l’Eni, stravolgeva gli equilibri petroliferi delle Sette Sorelle e si poneva come nuovo interlocutore con i regimi che stavano uscendo dal giogo coloniale. Un interlocutore che, per esempio in Algeria, in Libia, sino in Iran, offriva dividendi maggiori  e decisamente più dignitosi ai governi che stavano aprendo una nuova stagione nazionale e di decolonizzazione.

Si sa come andò a finire, per Enrico Mattei. E neanche il sogno del Mediterraneo come un nuovo lago di Tiberiade, immaginato da Giorgio La Pira, ha poi visto la luce. Forse per questo Matteo Renzi ha scelto una strategia opposta? Forse per questo, durante tutta la sua carriera politica e di governo, Renzi ha pensato di poter mettere nel cassetto la questione dei diritti e di mediazioni equilibrate di pace? Perché tanto con gli ideali non si fa politica e neanche affari economici, e quindi meglio schiacciarsi sulla solita Realpolitik? D’altro canto, viene considerato un sempreverde con cui non si sbaglia mai. I soldi arrivano, gli affari pure, e il Cairo e Ryadh valgono bene un funerale celebrato sui diritti umani.

Il problema è che, a ben guardare, per ciò che Renzi ha fatto da presidente del consiglio dei ministri e ora da senatore della Repubblica, il guadagno per l’Italia non è stato un granché. Siamo stati, se proprio ci è andata di lusso, semplici esecutori senza una strategia di spessore, a scapito – peraltro – della nostra immagine costruita in decenni di vecchia politica dell’equidistanza.

Gli esempi sono sempre lì, nel Mediterraneo, proprio il Mediterraneo che La Pira conosceva così bene…


continua qui



Renzi e i suoi quattro amici. Nemici dei diritti umani – Guido Rampoldi

Prima derubricati dai maggiori giornali a prodotto di comune venalità sulla quale al più sorridere, quindi frettolosamente dimenticati, i salamelecchi di Matteo Renzi al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman rivelati da Domani meritano qualche ulteriore riflessione: non solo sulla presunta identità liberale dell’ex premier e sulle sue idee in politica estera, ma soprattutto sul mondo riservato che si intravede dietro quelle quinte mediorientali.

La questione è ben più interessante dell’eventuale diritto di un senatore di sputtanare l’Italia nel pianeta, o dell’ingaggio cui si fa risalire la comparsata araba, 80mila dollari, nel caso una mancia quasi offensiva anche per il politico irrilevante di un Paese irrilevante. In realtà quel denaro era già nelle tasche di Renzi, quale gettone annuale che percepisce come consulente della fondazione saudita organizzatrice dell’amichevole incontro.

I quattro “baluardi” contro gli estremisti

Prestandosi ad una manifestazione che intendeva mimare la riammissione del quasi-re saudita nel consesso internazionale, dove Mohammed bin Salman è un appestato (i leader europei evitano perfino di avvicinarlo per non essere fotografati con lui) Renzi ha dato prova di coerenza, non di avidità: egli davvero crede, o preferisce credere, che Mbs sia un “baluardo contro l’estremismo islamico”.

E infatti aveva regalato una qualifica altrettanto entusiastica, “salvatore del Mediterraneo”, ad un altro dittatore che combatte ‘estremisti’ e ‘terroristi’, intesi come i Fratelli musulmani, con metodi altrettanto brutali, al Sisi. Alleati di al Sisi e di MbS sono altri due amici di Renzi, Netanyahu e Mohammed bin Zayed, uomo forte degli Emirati arabi, tra i finanziatori della fondazione renziana Open.

 

La lobby del nemici dei diritti umani

Cosa hanno in comune i quattro baluardi? Sono tutti nemici giurati non solo dei Fratelli musulmani, ma anche di ogni opposizione o dissidenza ostile ai sodalizi di generali e di teste coronate che governano Paesi arabi con le sale di tortura. Sono dunque nemici dei diritti umani, al pari dei loro avversari iraniani. Non sono compatti come una lobby vera e propria, ma certo rappresentano una filiera poderosa, sommando enormi disponibilità di petro-dollari sauditi ed emiratini, strumenti di sorveglianza (israeliani), think-tank di scuola culturalista, accessi ai media legati alla destra occidentale, contiguità con grandi imprese (innanzitutto petrolifere) a loro volta influenti nella politica e nell’editoria. Renzi non ha scelto per caso i suoi amici.

Nulla esclude che le sue convinzioni non siano opportunistiche. Ma di sicuro difendendo al Sisi e MbS, Renzi fa propria una prospettiva che è totalmente estranea a qualsiasi onesto liberalismo: semmai spartisce con quelle destre dure che considerano i diritti umani un trastullo per imbecilli. L’auto-smascheramento di Renzi non ha colpito l’informazione italiana, dove del resto le sue convinzioni sono i retro-pensieri di tanti e le identità ideologiche spesso sembrano vestiti di Arlecchino.

Ma è perlomeno bizzarro che nessuno si chieda, da un’angolazione semplicemente ‘patriottica’, se non occorra esercitare la circospezione verso chi gravita in giri di fondazioni internazionali che operano come agenti di politica estera, per non dire di propaganda e di manipolazione.

La denuncia di Foreign Affairs

Grossomodo è il problema che poneva undici anni fa Foreign Affairs. La rivista americana stimava in un centinaio i Paesi che affidavano a società di lobbying il compito di proteggere e promuovere l’interesse nazionale con le pratiche spregiudicate che sarebbe imprudente affidare alle ambasciate.

E’ assai probabile che nel frattempo se non il loro numero sia aumentata quella che Foreign Affairs allora chiamava la “privatizzazione della diplomazia, con un crescente impatto sul modo in cui gli Stati Uniti conducono la propria politica estera” (poiché i committenti sono quasi sempre governi, forse sarebbe più esatto parlare di relativizzazione della sovranità).

I contratti in uso di solito definiscono le attività di lobbying con la formula “Identificare gruppi di interesse alleati del Cliente e coordinarne il supporto”. Trovare e coordinare alleati non significa necessariamente comprare: ma chi entra nel network ottiene presumibilmente vantaggi, non ultimo quello di diventare membro di un sodalizio ramificato e potente.

 

Lobbing, la privatizzazione delle diplomazie

E affidarsi alle società di lobbying a quanto pare dà risultati. Altrimenti non capiremmo, ad esempio, perché negli ultimi anni Arabia saudita ed Emirati da una parte, Qatar dall’altra, abbiano pagato oltre cento milioni di dollari a società di lobbying americane per screditare gli avversari, cooptando in gran segreto, innanzitutto negli Stati Uniti, politici, imprese, accademici, opinionisti, diplomatici, presumibilmente spioni.

Queste attività ovviamente sono riservate. Ma talvolta capita che una fuga di notizie illumini quel mondo d’ombre. Per esempio due anni la società Consulum, che lavora per Arabia saudita e governo di Hong Kong, mise allo studio un progetto per ‘riabilitare’ l’ìmmagine internazionale del generale Haftar, di cui si cominciavano a conoscere i misfatti.

In seguito abbandonato per motivi che Consulum non precisa, il progetto fu affidato ad un diplomatico britannico in congedo temporaneo, non uno qualunque: il vice-capo dell’ufficio Africa e Medio Oriente del Foreign Office. E’ probabile che in seguito Haftar si sia rivolto ad un’altra società di lobbying, come del resto il suo avversario al Serraj (il governo di Tripoli ha pagato due milioni di dollari all’americana Mercury per tentare di smussare l’ostilità di Trump).

E se la lobby avesse agito contro il governo Conte?

Se la politica estera americana subisce influenze straniere, come affermava Foreign Affairs, non è possibile che qualcosa di analogo accada, fosse pure in micro, anche in Italia? Non si tratta di indulgere al complottismo, o di convincersi che il governo Conte sia stato sgambettato da un “lobbista al servizio di poteri non tanto italiani o europei, quanto extra-europei”, il sospetto esotico avanzato da Barbara Spinelli. Ma sarebbe ora che cominciassimo a domandarci se rischiamo di scoprire che segmenti rilevanti della nostra sovranità sono profilati all’estero, e non solo a Washington come da tradizione.

Anche per questo converrà prestare attenzione a certi giochi di sponda, come pure alla nostra informazione, dove da tempo il lobbyismo globale non ha difficoltà a trovare volenterosi associati. La questione è attuale, i negoziati in corso per la formazione del nuovo governo investiranno gli assetti della Farnesina e dei servizi segreti. Uno dei non molti meriti che si potevano riconoscere al governo Conte2 era la sua estraneità alle lobbies e al capitalismo di relazione. Sarebbe assai triste scoprire che con il nuovo esecutivo rientrano in gioco tanto i portavoce di alcune grandi corporates quanto filiere internazionali parecchio opache.

da qui


lunedì 8 febbraio 2021

Matteo Renzi e il fallimento della sua politica estera – Paola Caridi

È stato sempre un problema, per la Firenze di oggi, il rapporto con la sua storia. E che storia, letteraria e culturale e di pensiero! Uno di quei pesi che ti schiacciano, se non li sai usare nella maniera giusta. Uno di quei pesi che hanno reso, per molti aspetti, Firenze una città più provinciale di quanto si pensi, incapace di liberarsi – appunto – degli antichi fasti. Compreso il Rinascimento. Compreso Machiavelli.

C’è chi, invece, pensa che si possa ancora cavalcare la pesantissima eredità fiorentina, sicuro che il suo stereotipo possa ancora aprire una breccia in un parterre internazionale. E d’altro canto, come fargliene una colpa, a Matteo Renzi? Firenze ospita fior di università americane ed è la sede della più prestigiosa istituzione europea di studio e ricerca, l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole. C’è la tradizione dei cosiddetti anglobeceri, della comunità intellettuale non solo anglofona che ha scelto Firenze come sua nuova patria culturale e spirituale. E anche chi scrive a Firenze deve molto di quello che sa, per i quasi cinque anni trascorsi a formarsi e vivere in un museo a cielo aperto, per un dottorato in storia delle relazioni internazionali.

Parto dunque proprio da Firenze. E parto da un altro sindaco che aveva una visione internazionale, una visione decisamente antitetica a quella di Matteo Renzi. Parto da Giorgio La Pira, l’uomo della pace. Non perché tutti si debba essere santi, idealisti e visionari. Ma perché, come La Pira, si cammini. Non è un esercizio poi così difficile. Si mette un piede appresso all’altro e si cammina, si percorrono le strade, si incontrano le persone, si guardano i luoghi, si impara molto della terra e della dignità degli altri.

Giorgio La Pira, come Matteo Renzi, andava oltre i confini della città di Firenze. Andava nella Mosca sovietica assieme a Vittorio Citterich, Vittorino, come lo chiamava lui. Erano i tempi in cui le chiese erano sostanzialmente chiuse e vigeva l’ateismo di Stato, e quando – durante la visita in una chiesa ortodossa di Mosca – Vittorio Citterich si lamentò col suo mentore che a pregare c’era solo una vecchina, La Pira lo rimproverò perché proprio quella vecchina dimostrava che c’era una chiesa viva (lo raccontò proprio Citterich negli ultimi anni di vita, con il suo solito sorriso sornione).

Quando invece andava al Cairo –  perché La Pira andava anche al Cairo, a Gerusalemme, ad Algeri, spesso accompagnato proprio da Citterich -, il sindaco di Firenze si recava a Shubra, alla scuola dei salesiani, quella che ancora oggi forma i ragazzi egiziani a diventare meccanici, falegnami, tecnici. Incontrava, insomma, la gente, le persone. Non visitava solo i palazzi del potere, ma per aiutare la pace e la comprensione degli equilibri mediterranei, incontrava la realtà e di questo si faceva forte per i suoi colloqui di pace che poi, questi sì!, resero famosa e molto meno provinciale Firenze, tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Anni, è bene ricordarlo, in cui il peso specifico della nostra politica estera ed energetica era di altro tipo e spessore. C’era La Pira. C’era Enrico Mattei, l’ex partigiano cattolico Enrico Mattei che, con l’Eni, stravolgeva gli equilibri petroliferi delle Sette Sorelle e si poneva come nuovo interlocutore con i regimi che stavano uscendo dal giogo coloniale. Un interlocutore che, per esempio in Algeria, in Libia, sino in Iran, offriva dividendi maggiori  e decisamente più dignitosi ai governi che stavano aprendo una nuova stagione nazionale e di decolonizzazione.

Si sa come andò a finire, per Enrico Mattei. E neanche il sogno del Mediterraneo come un nuovo lago di Tiberiade, immaginato da Giorgio La Pira, ha poi visto la luce. Forse per questo Matteo Renzi ha scelto una strategia opposta? Forse per questo, durante tutta la sua carriera politica e di governo, Renzi ha pensato di poter mettere nel cassetto la questione dei diritti e di mediazioni equilibrate di pace? Perché tanto con gli ideali non si fa politica e neanche affari economici, e quindi meglio schiacciarsi sulla solita Realpolitik? D’altro canto, viene considerato un sempreverde con cui non si sbaglia mai. I soldi arrivano, gli affari pure, e il Cairo e Ryadh valgono bene un funerale celebrato sui diritti umani.

Il problema è che, a ben guardare, per ciò che Renzi ha fatto da presidente del consiglio dei ministri e ora da senatore della Repubblica, il guadagno per l’Italia non è stato un granché. Siamo stati, se proprio ci è andata di lusso, semplici esecutori senza una strategia di spessore, a scapito – peraltro – della nostra immagine costruita in decenni di vecchia politica dell’equidistanza.

Gli esempi sono sempre lì, nel Mediterraneo, proprio il Mediterraneo che La Pira conosceva così bene…

continua qui