I portuali dicono no a
questo sistema di affari e sfruttamento sulle banchine. E hanno ragione – Giorgio
Cremaschi
Dopo la corruzione la svendita. La vicenda
criminale del porto e del sistema politico ed imprenditoriale genovese, del
partito unico degli affari che imperversa ovunque, ripropongono un modello che
più volte abbiamo sperimentato e vissuto nel paese, sempre con gli stessi
risultati. Pessimi. Il sistema
industriale e dei servizi delle Partecipazioni Statali subì scandali e ruberie
e, anche usando l’indignazione pubblica verso questa corruzione, fu
privatizzato. Oggi il poco che resta di quel sistema, che spesso era la parte
tecnologicamente più avanzata del paese, è in mano a multinazionali.
La sanità pubblica fu colpita da affari illeciti della classe politica, si
affermò quindi la sua aziendalizzazione sul modello dell’impresa capitalista e
si aprì la porta alla sanità privata. Il risultato
è che la corruzione è rimasta, ma la sanità pubblica no.
La linea che ha adottato tutta la classe politica in questi decenni, di
fronte al rapporto corrotto tra imprenditori e politici, non è mai stata quella
di colpire le radici economiche e di potere della corruzione, bensì quella
di colpire il sistema pubblico. Una razionale follia
liberista, come se gli abitanti di un condominio, di fronte alle ruberie
dell’amministratore, decidessero di buttar giù la casa invece che licenziare il
ladro e definire nuove regole contro i furti.
I porti sono un bene comune, come le spiagge, le
strade, l’acqua, come tutto ciò che secondo l’economia rappresenti un “monopolio naturale”, cioè un bene unico che
deve essere usato da tutti e che, in quel luogo e secondo quella esigenza, non
ha alternative. O mangi questa minestra o salti dalla finestra dice il
proverbio. Per questo al capitalismo piacciono immensamente i beni comuni,
perché una volta acquisiti danno luogo ad un profitto sicuro, senza vera
concorrenza. La competizione tra i capitalisti c’è, ma per acquisire il
monopolio, non dopo che se lo siano accaparrato. E per
questa competizione, e per trasformare un bene comune in monopolio privato, si
sprecano le mazzette ai politici.
I porti italiani erano pubblici fini al 1994. All’inizio di
quell’anno il governo Ciampi, uno dei responsabili dello smantellamento
liberista del sistema pubblico, varò la legge 84, che aprì
la via alla privatizzazione dei porti. In realtà quella legge maturava da
tempo, sotto la doppia pressione del sistema liberista europeo e del padronato
italiano. Nei porti pubblici il lavoro dei portuali era rigorosamente
regolamentato e soprattutto a Genova ogni
imprenditore doveva fare i conti con il sistema di tariffe e diritti che ruotava attorno alla
compagnia dei portuali, la CULMV.
Negli anni Ottanta, con la complicità e il consenso di Cgil Cisl Uil e dell’ala
migliorista del Pci, era cominciato l’attacco al monopolio
del lavoro della compagnia e dei sindacati dei portuali,
accusati di impedire il libero mercato. La Compagnia, antica istituzione
egualitaria che trattava alla pari coi padroni, doveva diventare un’impresa
capitalista che si confrontasse alla pari con le altre imprese… e ovviamente lo
sfruttamento del lavoro doveva accompagnare il trionfo del mercato.
Alla fine, come su tutti gli altri fronti del lavoro, liberisti e padroni
vinsero, anche grazie alla promessa rilanciata dai mass media che mercato e
flessibilità avrebbero portato lavoro ben pagato e maggiore benessere.
Oggi, come da tempo denunciano i portuali del Calp, il collettivo autonomo dei lavoratori del porto
che ha deciso di opporsi al sistema di affari e sfruttamento, nelle banchine
c’è la giungla. Tra appalti, subappalti, contratti a giornata, si viene licenziati la sera e riassunti al mattino,
interinali, precari di tutti tipi senza diritti e con paghe vergognose. Questo
mentre il lavoro nei porti diventa sempre più duro e insicuro, poco tempo fa
c’è stato un omicidio di lavoro, e prima una strage su una torre investita da una
nave in manovra.
L’Autorità del Porto, che secondo la legge del 1994 avrebbe dovuto essere
il controllo pubblico sui processi di privatizzazione, come abbiamo visto
nell’inchiesta in corso è diventata il crocevia degli affari.
Non c’è da stupirsi, quando i profitti delle imprese private diventano
prioritari per il potere pubblico, anche quest’ultimo finisce per fare affari.
Ma non è finita. Nel 2023 il ministro Tajani ha
annunciato che il governo dovrà realizzare la privatizzazione totale di porti.
Questa ha un esempio cavia nel porto del Pireo, in Grecia, che quel paese è
stato costretto a vendere alla multinazionale cinese Cosco, quando il governo
greco doveva obbedire ai memorandum usurai della Troika di Ue, Bce e Fondo
Monetario Internazionale.
Sulla stampa specializzata ci sono già “esperti” del settore che spiegano
che la Grecia ha fatto un colossale affare con il suo
porto e che dovremmo farlo anche noi. Naturalmente la fedeltà euroatlantica
impedirà di vendere i nostri porti alla Cina, ma ci sono la danese Maesnk, la
svizzera Msc e altre multinazionali nord atlantiche già pronte ad intervenire.
E quando i porti saranno tutti privati non ci sarà più bisogno della corruzione
dei politici per ungere gli affari, i profitti arriveranno da
soli.
Vedremo cosa faranno i “sovranisti” della Lega, che con Salvini e Rixi
stanno preparando la riforma dei porti.
Finora il film è quello di sempre: distruzione del pubblico, conseguente
commistione di affari tra classe politica indecente e imprenditoria stracciona
e infine tutto il potere alle multinazionali.
La parte più attiva e consapevole dei lavoratori portuali da anni si batte contro questa deriva, e contro le complicità
politiche e sindacali che la consentono. I portuali del Calp sono quelli che
hanno scioperato contro le navi cariche di armi e contro lo sfruttamento
selvaggio nel porto e per questo hanno subìto ostracismo, minacce, persino repressione poliziesca. E il sistema di potere
consociativo del porto non vuole testimoni scomodi nè tantomeno contestazioni.
La lista, corredata da più di duecento firme certificate di lavoratori,
presentata dalla Usb per le elezioni delle rappresentanze sindacali nella più
importante impresa del porto, con un cavillo assurdo è stata rigettata, di
comune accordo, da padronato e Cgil Cisl Uil.
Il sistema si difende, ma le inchieste della magistratura dimostrano che i
portuali hanno avuto e hanno ragione. O
si ricostruisce il sistema pubblico dei porti e con esso la dignità del lavoro,
o gli sporchi affari, magari sotto altri nomi e bandiere, continueranno.
I corpi riversi a terra di Nahed Adel e Ramez Barbakh (Foto di Archivio Pressenza)
video e articoli di Giorgio Agamben, Yanis Varoufakis, Vijay Prashad, Giuseppe Masala, Luca Cellini, Giovani Palestinesi d’Italia, Chris Hedges, Nylah Burton, Walaa Sabah, corrispondente di Middle East Eye, Gideon Levy, Jewish Voice for Peace, Piero Orteca, Giacomo Gabellini, Pepe Escobar, Giorgio Cremaschi, Alessandro Orsini, Francesco Masala
Gaza, esecuzione di due ragazzi palestinesi che sventolavano bandiera bianca – Luca Cellini
L’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor ha affermato di aver documentato l’orribile esecuzione di due fratelli palestinesi, tra cui un bambino, da parte di un cecchino israeliano davanti alla loro famiglia mentre l’esercito israeliano aveva dato ordine di evacuazione immediata dalla loro casa nel quartiere di Al-Amal, a ovest di Khan Yunis. I testimoni hanno riferito all”Euro-Mediterranean Human Rights Monitor che Nahed Adel Barbakh, 14 anni, il 25 gennaio 2024, verso le 10:30 del mattino dopo l’ordine di sfollamento, è uscito allo scoperto con entrambe le braccia alzate, in una mano teneva inoltre una bandiera bianca, a qualche decina di metri di distanza lo seguiva la propria famiglia, che tentava di allontanarsi dalla loro casa vicino alla scuola “Hay Al Amal”, a ovest di Khan Yunis, e si stavano dirigendo verso Al-Mawasi su ordine dell’esercito di occupazione israeliano.
I testimoni hanno aggiunto che il ragazzo è stato colpito ad una gamba anche se portava in mano una bandiera bianca. Il rumore degli spari è stato sentito provenire dalla direzione di un edificio residenziale sul lato orientale, vicino alla moschea Hassan Al-Banna, a circa 100 metri dal sito. Si è scoperto poi che i cecchini israeliani erano di stanza in cima agli edifici della zona.
I testimoni hanno spiegato che mentre il ragazzo cercava di rialzarsi, è stato nuovamente colpito da un nuovo proiettile al fianco. Quando ha provato di nuovo ad alzarsi, il cecchino israeliano gli ha sparato per la terza volta, colpendolo alla testa vedendolo poi ricadere a terra privo di vita.
Secondo i testimoni oculari, a quel punto, il fratello di Barbakh, Ramez, 20 anni, si è precipitato nel tentativo di salvare suo fratello, ma anche lui è stato colpito da un cecchino israeliano, colpendolo alla nuca, facendolo cadere addosso a suo fratello. I due ragazzi sono stati lasciati morire dissanguati in strada davanti ai loro genitori e familiari.
L’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor ha confermato, sulla base delle sue indagini preliminari e delle testimonianze, che l’attacco ai due fratelli è stato intenzionale, deliberato e ingiustificato, definendolo una vera e propria esecuzione e un crimine di guerra che si va ad aggiungere agli innumerevoli crimini documentati in questi quasi 4 mesi di attacco sistematico e ingiustificato a danno di milioni di civili da parte di Israele.
Euro-Med Monitor ha sottolineato di aver precedentemente documentato l’uccisione diretta da parte di Israele di altre quattro persone nonostante queste sventolassero bandiere bianche, mostrassero le loro carte d’identità e alzassero le mani mentre cercavano di raggiungere la loro casa per evacuare 50 membri della famiglia a Khan Yunis, campo profughi, provocando inoltre anche l’uccisione di uno di loro, Ramzi Abu Sahloul.
L’Euro-Med ha affermato di aver documentato in precedenza decine di casi di esecuzioni arbitrarie ed extragiudiziali.
Euro-Med ha ricordato di aver precedentemente presentato ai relatori speciali delle Nazioni Unite e al Procuratore della Corte Penale Internazionale un primo fascicolo che comprende decine di casi di esecuzioni sul campo effettuate dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, chiedendo un’indagine immediata, per identificare i colpevoli responsabili e rendere giustizia alle vittime.
Euro-Med ha chiesto la formazione di un team legale internazionale e di fare pressione a livello internazionale affinché arrivi nella Striscia di Gaza per aprire un’indagine sui numerosi crimini documentati di Israele.
Il bilancio delle vittime a Gaza attuale sale a oltre 26.000 persone uccise (di cui oltre 12.000 bambini) e 64.000 feriti.
I discorsi di coloro che parlano sui media di questioni di politica estera in Italia sono privi di ogni fondamento, perché fingono di ignorare che l’Italia non è una nazione sovrana, ma un protettorato. Secondo il diritto internazionale, una nazione che ospita sul suo territorio un numero di basi (alcune delle quali segrete e piene di bombe atomiche) pari a quello che gli Stati uniti intrattengono in Italia non ha sovranità sulla sua politica estera, ma solo sulla sua politica interna; è, cioè, tecnicamente un protettorato.
Questo spiega perché il nuovo governo, che, definendosi di destra, avrebbe dovuto innanzitutto rivendicare uno statuto di piena sovranità, si è semplicemente uniformato, rispetto alla guerra in Ucraina, alle direttive dello Stato protettore. Lasciamo immaginare a chi ne ha voglia che cosa avverrebbe, infatti, a un capo di stato che aprisse una vertenza sulla presenza delle basi degli Stati Uniti sul nostro territorio. Eppure la questione va ben al di là di un problema di sovranità, dal momento che essa implica che, nel caso di una nuova guerra mondiale, l’Italia sarebbe il primo paese a subire un bombardamento nucleare che la distruggerebbe interamente. È purtroppo inutile sperare che i giornalisti pagati dal potere per ora ancora dominante si pongano questo genere di problemi.
L’Europa continua a guardare e sostenere lo sterminio dei palestinesi, nonostante la sentenza del Corte Internazionale di Giustizia sul genocidio palestinese.
Eppure basterebbe poco, un decimo del sostegno al regime ucraino, o metà dello sforzo dedicato al sostegno dei nazisti del battaglione Azov, o una parte del sostegno ai paradisi fiscali, dove i corrotti europei e i corrotti ucraini brindano all’impoverimento dei popoli.
Ma l’Europa non rinuncia alla sua anima nera, che è più viva che mai, quella del colonialismo, del nazismo, del genocidio, della violenza, della Nato, dell’amore per i cecchini che uccidono i disarmati a mani alzate che sventolano bandiera bianca.
È iniziata una rivoluzione nel mondo, e l’Europa è dalla parte sbagliata della Storia.
Ho ricevuto
personalmente una illustrazione dell’attuale capitalismo da Roberto
Colaninno, che riposi in pace.
Negli anni
novanta ero segretario della FIOM in Piemonte ed ero impegnato
fare il possibile per impedire lo smantellamento della Olivetti,
uno dei più gravi delitti industriali ed economici del sistema imprenditoriale
e della classe politica, tutta, italiana.
Colaninno
aveva appena soffiato a De Benedetti l’Olivetti e la sua
impresa telefonica Omnitel, e si preparava a vendere tutto, per fare la scalata
alla Telecom, privatizzata da Prodi come tutti i
gioielli del patrimonio industriale del paese.
Poi alla
fine avrebbe anche venduto il suo controllo su Telecom, ricavandone il
pacchetto di miliardi con cui avrebbe comprato la Piaggio e poi investito in
Alitalia.
Per D’Alema Colaninno era un “capitano coraggioso”, un
esponente del capitalismo d’assalto che la sinistra neoliberale allora
trionfante, da Clinton a Blair, considerava il suo punto di riferimento.
Assieme alla
delegazione sindacale incontrai dunque Colaninno nella Prefettura di Torino,
mentre i lavoratori della Olivetti erano in lotta contro la cassa integrazione
e la chiusura degli stabilimenti.
Dopo il mio
intervento, nel quale illustrai il disastro industriale e sociale che si stava
compiendo e la necessità di impedirlo, Colaninno prese la parola.
“Vede
Cremaschi, io le darei anche ragione, molte delle cose che dice sono giuste e
sicuramente il mondo sarebbe migliore se seguisse i suoi principi. Però io devo
tenere conto prima di tutto del pensionato Johnson, che in questo momento sta
pescando trote in un bel laghetto negli Stati Uniti. La buona pensione di
Johnson viene dal suo fondo aziendale, che a sua volta fa parte di un grande
fondo finanziario. Questo fondo ha bisogno di fare continui profitti e quindi investe
dove c’è guadagno. Quindi anche nella Olivetti, se io garantisco un alto tasso
di guadagni. E questo si fa anche chiudendo. E noi abbiamo bisogno che i fondi
finanziari investano su di noi.
Quindi, mi
dispiace, ma io devo rispondere ai fondi e quindi anche far sì che il
pensionato Johnson continui sereno a pescare trote, altrimenti il sistema salta
e noi con lui…”
Ecco più o
meno come Colaninno giustificò la devastazione sociale e produttiva della
Olivetti. Che oggi non esiste più, mentre la Omnitel è stata assorbita dalla
multinazionale britannica Vodafone e la Telecom è controllata dalla francese
Vivendi.
Tutto è
stato svenduto e non al pensionato Johnson, ma a chi gestisce la finanza
internazionale, da cui anche il tenore di vita di Johnson dipende.
Un
pensionato americano sta bene se altri lavoratori vengono licenziati e
rischiano di non arrivare mai alla pensione. È la ragione per cui questo
sistema della globalizzazione finanziaria, tanto esaltato dai liberisti per
trent’anni, è arrivato al capolinea.
Che
Colaninno, espressione consapevole e persino sofferta di quel sistema, sia
stato considerato l’interlocutore industriale del centrosinistra, spiega perché
oggi governi Giorgia Meloni.
E quanto al
pensionato Johnson, beh serve a ricordarci che chi smantella il sistema
pensionistico pubblico, chi esalta i fondi pensione privati, è complice e
colpevole dello sfruttamento del lavoro nel mondo... e anche della crisi
economica che avanza.
La rivincita del
Tfr. Fondi pensione, una salutare batosta nel 2022: la sicurezza prima della
rendita
(Articolo di Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano di
lunedì 20 febbraio 2023 a pag. 13)
Eviterò di cantare vittoria, anche se ne avrei ben donde, avendo sempre
difeso a spada tratta il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) fin dal
silenzio-assenso del 2007. E nel 2022 esso si è rivalutato del +10% a fronte di
perdite medie dal meno 9,8 al meno 11,5 per cento per fondi pensione e piani
individuali previdenziali (pip).
Metterò in luce, al contrario, qualcosa di paradossale: i disastri
dell’anno scorso hanno risvolti positivi e apprezzabili. Da un lato essi
confermano nella sua convinzione chi pervicacemente tiene il TFR in azienda o
altro ambito lavorativo: scuola, ospedale, ente pubblico ecc. Dall’altro lato
indurranno altri a interrompere qualunque versamento volontario in fondi
pensione o pip, decisione molto opportuna.
Privilegiare la sicurezza. Per il risparmio previdenziale l’alternativa
preferibile è infatti quella più sicura, non quella apparentemente più
redditizia, per altro solo in termini aleatori. Ancor meno sensato è scegliere
semplicisticamente ciò che ha reso di più in passato. Tanto il proverbiale buon
padre di famiglia quanto il single, fa male ad accettare scommesse rischiose,
puntando a ottenere rendimenti più alti. Al contrario è meglio privilegiare le
soluzioni che offrano tutele per il potere d’acquisto; e ciò vale solo per le
pensioni pubbliche e il TFR, che garantisce annualmente il 75% dell’eventuale
inflazione più l’1,5% seppur lordi.
I cosiddetti secondo e terzo pilastri previdenziali espongono a rischi di
triplice natura. Primo, l’alea dei mercati finanziari, che è a monte dei crolli
dell’anno scorso. A peggiorare il quadro concorrono poi l’assenza totale di
trasparenza e i subappalti nelle gestioni. Secondo, la possibilità di crac che
attualmente preoccupa i clienti di Eurovita. Il terzo rischio e il più grave
risiede appunto nell’assenza di qualsivoglia garanzia, neppure parziale, contro
il carovita.
Perdite pesantissime. Più di una volta la previdenza privata è stata
fallimentare. A cavallo dell’ultima fiammata inflattiva degli anni
Settanta-Ottanta essa condusse a perdite del 60-70% in potere d’acquisto, sistematicamente
tenute nascoste per compiacere all’industria del risparmio gestito. Ma anche il
2022, fra rendimenti nominali negativi e perdita di valore della moneta,
presenta un saldo negativo reale vicino al 20%. Mica male in soli dodici mesi.
Linee garantite. Una delle tante indecenze dei fondi pensione sono le linee garantite,
destinate a chi appare meritevole di una particolare protezione, perché
finitovi per silenzio assenso. In base alla legge istitutiva doveva trattarsi
di una “linea tale da garantire […] rendimenti comparabili al tasso di
rivalutazione del Tfr” (art. 8 comma 9). Una presa in giro. Altroché rendimenti
nell’ordine del +10% nel 2022! Semmai del -10% (meno dieci!) come per Cometa il
cui comparto “TFR Silente” ha perso il 13,4% nominale e quindi oltre il 20%
reale. Tali linee dovrebbero essere indicizzate all’inflazione e invece non lo
sono.
Fondi pensione.
Per i lavoratori pubblici torna il silenzio-assenso, ma qualche sindacato non
ci sta
(Articolo di Beppe Scienza sul Fatto Quotidiano di
lunedì 11 ottobre 2021 a pag. 13)
L’industria del risparmio gestito vuole mettere le mani non solo sul
risparmio degli italiani esistente, ma addirittura su quello futuro. In
particolare sugli accantonamenti del trattamento di fine rapporto (Tfr) che
matureranno per i lavoratori dipendenti.
Benché in formato minore, la storia si ripete. Come si vede che ministro
del lavoro non è più Nunzia Catalfo! A inizio 2007 l’obiettivo era il Tfr di
tutto il settore privato, ora dei dipendenti pubblici. A rigore neanche di
tutti, perché restano salvi gli assunti prima del 2019. Inoltre non viene
toccata la scuola, ma la sanità sì, i ministeri pure, le regioni anche ecc.
Per gli interessati dal 1° gennaio 2022 scatta il silenzio-assenso: il
futuro Tfr di chi non si ribella in tempo, verrà dirottato nel fondo pensione
Perseo-Sirio. E sarà una specie di ergastolo lungo quanto la vita lavorativa:
esso finirà sempre nella previdenza complementare.
Ai lavoratori coinvolti conviene opporsi, se hanno a cuore la sicurezza e
il valore reale del proprio risparmio previdenziale. Con l’inflazione che ha
rialzato la testa, meglio tenersi ben stretto il TFR, impostato fin dalla sua
nascita (1982) a difesa del potere d’acquisto. Alla roulette dei mercati
finanziari uno può giocarsi il surplus, non certo il sostentamento per la sua
vecchiaia, ovvero la pensione di base o integrativa.
Ma la cosa più odiosa è il meccanismo del silenzio-assenso. Una vera
prevaricazione. Uno è stato assunto a certe condizioni, fra cui la liquidazione
prevista alla fine del rapporto di lavoro, e così gli cambiano le carte in
tavola; e deve attivarsi lui per impedirlo.
La previdenza integrativa conviene non solo all’establishment finanziario,
ma anche ai sindacati concertativi e alle associazioni padronali. Così gli uni
e le altre ricorrono a ogni forzatura per dirottarlo nei propri fondi. Ancor di
più a fronte di insuccessi, come un modesto 30% di iscritti fra i lavoratori
cui Sirio-Perseo è rivolto, che comunque sono già troppi.
Però c’è una notizia confortante. Qualcuno non ha accettato di fare fessi i
propri colleghi, non solo nell’area sindacale di base, ma addirittura fra i
sindacati costituenti del fondo Sirio o Perseo. È il caso lodevole di
Confintesa, Confsal Unsa e Federazione Sindacati Indipendenti (Fsi). Benché
favorevoli come principio alla previdenza integrativa, non hanno firmato con
l’Aran, la controparte pubblica datrice di lavoro, lo specifico accordo del 16
settembre 2021 per la trappola di Sirio-Perseo.
Tutto il contrario del direttore del fondo Maurizio Sarti, che si fa bello
dicendo: «Vogliamo piena consapevolezza, […] non che si acceda al fondo
soltanto in virtù del silenzio assenso». Una presa in giro. Se fosse convinto
di ciò che dice, non lo avrebbe attivato.
Da che pulpito. Mentre invita i giovani a mollare il sussidio di stato e mettersi a lavorare, Guido Barilla, presidente dell'omonimo gruppo con sede legale in Olanda, rivendica la necessità di finanziamenti pubblici alla sua azienda.
Chissà se in sottofondo si sentivano le note della musichetta del Mulino Bianco mentre Guido Maria Barilla, presidente dell’omonimo gruppo, discuteva amabilmente di lavoro con Massimo Giannini, direttore de la Stampa.
Barilla ci tiene a presentarsi come familiare, inclusivo, friendly come la pubblicità dei suoi prodotti, per questo non ha parlato di giovani e reddito di cittadinanza con i toni di un Salvini o di un Briatore. Ma ha detto le stesse cose.
Invece che stare comodi a casa, i percettori dei 500 euro mensili del reddito di cittadinanza dovrebbero avere il coraggio di mettersi in discussione, insomma mollare il sussidio di stato e mettersi a lavorare, anche a costo di ricevere salari piccoli piccoli per orari di lavoro grandi grandi. È così che si costruiscono le fortune proprie e del paese, fa capire il nostro Guido Maria.
Il quale però non ha certo seguito questa via che ora indica agli altri.
A 28 anni egli è entrato nel board dell’azienda di papà, il quale a sua volta aveva ereditato tutto, come la generazione precedente, fino all’avo ottocentesco, il panettiere Pietro Barilla fondatore dell’azienda, il solo che si sia messo in discussione.
Non risulta che Guido Maria abbia rinunciato al posto ricevuto, unicamente per nascita e non per competenza, e che si sia messo in gioco magari in un forno per il pane come il suo avo. No, il signor Barilla è diventato padrone, dopo un po’ di studi qua e là e bei viaggi, solo perché figlio di padroni.
Mi si dirà che questo però riguarda i soldi privati della famiglia Barilla, mentre i percettori di reddito di cittadinanza ricevono soldi pubblici. Anche qui però Guido Maria Barilla entra in contraddizione con se stesso, perché sempre nel dialogo con Giannini rivendica la necessità di cospicui finanziamenti pubblici alla sua azienda e al suo settore. C’è una dura competizione sui mercati mondiali, aggiunge l’imprenditore, e dunque per reggerla ci vogliono sostegni. Dunque un povero che deve semplicemente mangiare non deve usufruire di soldi pubblici nella competizione per la vita, ma il signor Barilla, in quella per accumulare maggiori profitti, sì. E a proposito di profitti è utile ricordare che la Barilla come tante aziende ex italiane ha trasferito la sede legale in Olanda, dove paga meno tasse. Forse sarebbe più corretto che Guido Maria si occupasse degli ammortizzatori sociali degli olandesi.
Questo bell’imbusto figlio di papà da generazioni è la rappresentazione di quanto la borghesia ed il padronato italiano siano miserabili, ottusi e reazionari. E di quanto sia regredito politicamente, culturalmente e moralmente un paese dove la classe dirigente e di governo accredita ed esalta persone che fanno sembrare progressista e piena di sensibilità sociale la regina Maria Antonietta.
Oggi questa classe dirigente ha trovato in Mario Draghi il suo miglior esponente, ed è per questo che il governo dei migliori rappresenta il peggio del e per il paese.
In un commento postato sulla sua pagina social, Dana Lauriola, sottolinea: «Uno dei motivi per cui vado in carcere, scritto nero su bianco, è che non mi sono dissociata dalla lotta No Tav, l’altro è che ho continuato a vivere in Valle di Susa. Sono tranquilla per tutte le scelte che ho fatto in questi anni, ho amato la valle e la lotta No Tav per oltre 15 anni e continuerò a farlo anche se fisicamente lontana. Intanto vi abbraccio, vi farò avere mie notizie. Vi chiedo di continuare la lotta, con tutta la forza e il coraggio che avete».
VOGLIONO ARRESTARE LE NOSTRE IDEE, MA
LE IDEE SONO COME IL VENTO
Di questo si tratta, la
sentenza che ha colpito Dana è il frutto di un vero e proprio processo
alle idee. Ad indicarlo chiaramente sono le motivazioni, non ancora
depositate ma trapelate, che la giudice Elena Bonu ha addotto nel rifiuto delle
misure alternative al carcere, ma è anche la natura stessa della pena comminata.
Una pena evidentemente
spropositata: due anni per aver partecipato ad un’iniziativa durata 10 minuti,
in cui la “colpa” di Dana sarebbe stata quella di spiegare ad un megafono i
motivi della protesta.
Il movimento No Tav
all’epoca dei fatti era in mobilitazione permanente da lunedì 27 febbraio, in
seguito alla caduta di Luca dal traliccio. Giorni di rabbia e
dolore, ma anche di determinazione, nonostante le cariche e gli scontri che
continuavano a susseguirsi.
I No Tav quel giorno avevano
deciso di liberare i caselli di una delle autostrade più care d’Italia, la
Torino Bardonecchia, che dal lunedì della stessa settimana fino al giovedì era
già stata occupata in maniera permanente dal movimento. Il senso di quella
iniziativa era, ancora una volta, sottolineare l’enorme sperpero di denaro
pubblico destinato alla costruzione dell’opera.
Il reato di Dana non è stato
tanto quello di aver partecipato alla liberazione dei caselli, di per sé un
reato trascurabile (sono centinaia i casi in cui processi che riguardavano
iniziative del genere si sono risolti in pene modeste o addirittura in
assoluzioni), ma è evidentemente quello di essere parte con determinazione e
protagonismo di una delle lotte popolari più longeve ed efficaci del nostro
paese, che ha messo in discussione governi e assetti istituzionali e che è la
bestia nera di chi specula e devasta l’ambiente. La sua
“responsabilità” è quella di essere stata per anni uno dei volti pubblici, una
delle voci con cui il movimento ha parlato, ha gridato le proprie accuse
verso un sistema ingiusto che ignora i reali bisogni dei territori.
Una delle motivazioni della
sentenza con cui sono state rifiutate le misure alternative è che Dana non si
sarebbe allontanata nè dal movimento No Tav nè dal territorio continuando a
vivere in valle a Bussoleno. Lei è colpevole dunque di non aver abiurato le sue
idee, di non essersi fatta intimidire dalle persecuzioni che quotidianamente
colpiscono gli attivisti e le attiviste del movimento e di aver continuato a
lottare con generosità, senza risparmiarsi. E’ colpevole di non aver voluto
lasciare un territorio dove risiedono i suoi affetti, dove resistono le
montagne che ha imparato ad amare e conoscere: un territorio che viene dipinto
come un tessuto criminogeno. Gli abitanti della valle che si schierano contro
il TAV in questa narrazione vengono considerati alla stregua di banditi invece
che cittadini preoccupati per il proprio futuro e quello del territorio, già
ferito, in cui vivono. Un processo alle idee che ricorda altri tempi, tempi in
cui in giro per la valle venivano affissi cartelli con scritto “achtung
banditen”, tempi in cui le donne che si opponevano al potere costituito erano
soggette alla “caccia alle streghe”.
Ora come allora i
persecutori, i carnefici si travestono da burocrati,
nascondono la loro vigliaccheria dietro una presunta oggettività del diritto.
Un’oggettività del diritto che condanna sempre i più deboli, condanna chi
resiste ed è supina ai ricchi, ai potenti. La politicizzazione del Tribunale di
Torino, e in particolare di alcuni magistrati e di alcuni giudici che qui
esercitano ormai è cristallina. La giudice Elena Bonu, conosciuta tra le aule
per il suo sadismo, la pm Pedrotta che ha fatto della incriminazione verso i No
Tav la sua ragione di vita, sono i degni eredi di Rinaudo (promosso nell’Unità
di crisi della Regione Piemonte, al servizio di Cirio nella sua devastante
gestione della pandemia), Padalino (invischiato negli scambi di favori, nelle
nomine pilotate e nel peggiore marcio del sottobosco della magistratura),
Caselli (vero iniziatore della strategia di intimidazione verso chi lotta in
Val Susa). Un tribunale che, lavorando in piena sintonia con questura e
carabinieri, è diventato a tutti gli effetti il braccio armato di Telt per
portare avanti un’opera della cui inutilità ormai ne parla apertamente non solo
la popolazione della valle ma persino l’analisi costi benefici dello
scorso governo e la Corte dei Conti Europea.
In un’epoca come questa,
sconvolta dai cambiamenti climatici e dalla pandemia di Coronavirus, ci si
aspetterebbe che le ragioni della vita prevalessero sulle ragioni del denaro.
Ma se c’è qualcosa che abbiamo imparato in questi trent’anni di resistenza è
che solo la determinazione dei popoli, la forza e la dignità di chi si
oppone possono mettere un freno all’egoismo, all’arroganza, alla prepotenza di
chi amministra e gestisce il potere.
La pandemia in cui stiamo
vivendo ha approfondito in noi la consapevolezza che prendersi cura di chi ci
sta vicino, dei posti in cui viviamo è la priorità assoluta. In fondo quando
diciamo “Si parte e si torna insieme” è questo che intendiamo. Quindi abbiamo
deciso di non lasciare sola Dana ad affrontare le prepotenze del potere, ma di
farle sentire tutta la nostra solidarietà e vicinanza con un presidio
permanente sotto casa sua, in Via Pietro Ravetto 38 a Bussoleno, in maniera
che sia grande la vergogna di chi si presenterà per provare a tradurla in
carcere.
Invitiamo tutti e tutte a
portare solidarietà a Dana e testimoniare la propria indignazione verso questa
assurda decisione.
In Val Susa la vergogna dello Stato. Dana e Stefano
liberi subito!
Sono venuti che era ancora notte e sono venuti
in forze. Hanno la paura di chi sa di avere torto.
Questa mattina alle 5, con un blitz in pieno
stile, con blindati e celerini, le forze dell’ordine hanno applicato la
paradossale sentenza nei confronti di Dana emessa dal Tribunale di sorveglianza
di Torino nella persona della giudice Elena Bonu. Ma ad attenderli hanno
trovato il popolo No Tav deciso a sostenere Dana in questo momento e a non far
passare sotto silenzio questa vergognosa prepotenza contro una donna, una
compagna e contro un intero territorio.
Un intero quartiere di Bussoleno è stato
militarizzato per ore, impediti gli accessi agli abitanti del paese che
volevano testimoniare con un gesto d’affetto la loro vicinanza a Dana.
Nonostante il dispiegamento di forze però i No Tav sono riusciti a raggiungere
la casa e a gridare forte il dissenso verso questa ingiustizia. Una marcia
della vergogna per chi è venuto a prelevare Dana, che ha reagito con spintoni a
giovani e anziani, minacce e insulti. La Digos di Torino si è distinta come al
solito nell’esercizio dell’arroganza verso chi lotta per difendere la propria
valle.
I volti di questi loschi individui con i
distintivi erano pieni di paura e vergogna mentre Dana a testa alta ha salutato
i solidali prima di venire condotta all’auto.
Come se non bastasse, mentre questo enorme
dispositivo di uomini e mezzi veniva messo in campo per tradurre Dana i
carcere, tre volanti dei carabinieri notificavano a Stefano, compagno No Tav, i
domiciliari per 5 mesi.
Dopo che l’auto con a bordo Dana era già lontana
dall’abitazione la celere ha caricato a freddo un gruppo di abitanti di
Bussoleno la cui unica colpa è quella di aver voluto salutare una propria
concittadina finita nelle mani dell’ingiustizia, ferendo alla testa un giovane
No Tav.
Questa mattinata ha sancito che la Val Susa è
fuori dallo Stato di Diritto, è un territorio occupato come diciamo da anni,
dove le forze dell’ordine possono fare il buono e il cattivo tempo al servizio
dei potenti senza che nessuno dagli scranni istituzionali faccia domande. Un
luogo dove Telt, l’azienda promotrice dell’opera, amministra direttamente la
giustizia utilizzando tribunali e polizia come una milizia privata. Un luogo
dove un reato sociale, una iniziativa durata dieci minuti, una lettura di un
volantino al megafono può costare due anni di carcere.
E che dire di questo governo supino allo
strapotere delle lobbies del cemento e del mattone? Che dire di quella parte di
maggioranza che per anni si è professata No Tav? Quelli che si professavano
vicini alle esigenze dei cittadini adesso tacciono di fronte allo Stato
d’eccezione che viene applicato in tutta la sua violenza in Val Susa.
Quanto ci è costato questo abuso di potere che è
andato in scena questa mattina? Quanto ci costano i pool di magistrati, quanto
ci costano le decine di agenti della Digos che si occupano quasi esclusivamente
dei No Tav?
Mentre una pandemia sta sconvolgendo il pianeta
le priorità che vengono portate avanti sono chiare, continuare a finanziare il
sistema delle grandi opere inutili e perseguitare, arrestare, colpire chi vi si
oppone.
In valle però si continua a resistere da
trent’anni con determinazione e senza paura, in questa valle abbiamo imparato a
prenderci cura del territorio e del nostro prossimo, a non lasciare nessuno
indietro, abbiamo imparato che il concetto di giustizia, quello vero, non
coincide quasi mai con la violenza della legge. Abbiamo appreso che si è vivi,
si è giusti solo se ci si ribella, e noi continueremo a farlo, perché sappiamo
che questa grande opera è mortifera, sappiamo che non vogliamo un futuro di
devastazione, inquinamento, tumori e desolazione sociale per il territorio in
cui viviamo. Quindi non lasceremo sola Dana, non lasceremo solo Stefano e
continueremo la loro, la nostra battaglia, come sempre pronti con il cellulare
sul comodino e gli scarponi vicino al letto.