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mercoledì 3 novembre 2021

Per una scuola lenta, rispettosa dei tempi e diritti dei bambini - Simonetta Musetti

 

 

Come nel caso di « Slow food » è nata « Slow school », una rete di genitori e insegnanti che chiedono per i loro figli e le loro figlie una « scuola più lenta », una educazione e pedagogia « slow » e non violenta che rispetti i tempi dei bambini. Riflessioni di un’insegnante dell’infanzia sull’argomento.

“Le cose di ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed ascoltare……” fino a svelare che “per fare un tavolo ci vuole un fiore” e, a dir il vero, poi si scopre che “per fare tutto ci vuole un fiore”.

Le parole le ha regalate Gianni Rodari, la musica e la voce Sergio Endrigo. Da tempo, prima o poi, nel corso di un anno scolastico propongo ai bambini questa canzone o il suo testo illustrato. Cerco poi di aspettare le loro considerazioni, le loro ipotesi, le loro domande. Arrivano. Sempre. Basta saper aspettare. Questo, il saper aspettare, dovrebbe essere una delle mie abilità professionali fondamentali. Dovrebbe, perché poi in realtà, anche alla scuola dell’infanzia, viene richiesto da più parti di correre, di andar veloci. Non perché correre, saltare, toccare, annusare, guardare… siano tappe fondamentali della crescita, da vivere intensamente, ma solitamente perchè c’è sempre un adulto che ha fretta. Non c’è purtroppo il tempo di aspettare che un fiore diventi un tavolo. Purtroppo, se ad aver fretta sono i genitori, ingabbiati in tempi di vita che poco hanno a che fare con i tempi dei bambini (i tempi del lavoro quotidiano, il lavoro nero, le diffficoltà delle famiglie dei migranti …). Purtroppo, se ad aver fretta sono insegnanti che temono di non programmare abbastanza le giornate a scuola, se non si forniscono prodotti che testimoniano di svolgere un lavoro.

Professionalmente sono un’insegnante di scuola dell’infanzia e appartengo alla tipologia di insegnanti che cercano di occuparsi maggiormente dei percorsi e dei modelli che i bambini esplorano, seguono, intrecciano, disfano e ricostruiscono ogni giorno, per costruire il pensiero. Mi interessa maggiormente il percorso prima del prodotto. Mi interessano i ‘’progetti’’ che si co-costruiscono con i bambini, imboccando strade solitamente non predefinite. Mi interessa soprattutto cercare di stimolare apprendimenti affinché i bambini possano essere adulti non ‘’con teste piene ma con teste ben fatte’’ – per utilizzare le parole d’Edgar Morin – o, per rinfrescare l’inesauribile Maria Montessori, a far si che i bambini possano essere in grado di dire ‘’aiutami a fare da solo’’. Mi interessa costruire mappe ed impararle a leggere con i bambini piuttosto che abituarli ad inserire il navigatore satellitare.

Alcuni anni or sono, in occasione dell’anniversario della dichiarazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, conversando su questo tema con un gruppo di bambini (tra i 4 e 5 anni), uno di essi, sostenne:“ i bambini possono guardare il cielo e le stelle e volare, guardare le farfalle e nuotare nell’acqua leggera.”

 

Ci vuole tempo per fare questo; ci vuole tempo per ascoltare i bambini, per permettere loro di vivere i propri tempi ed insegnare che anche questo è un diritto dei bambini. Bisogna saper andare lenti. Essere un po’ tartarughe, un po’ lumache: animaletti strategici. Si portano dietro case, sanno proteggersi, sono molto longevi, sanno scavare ed andare sotto terra ma anche nuotare, arrivano da tempi remoti e vanno verso futuri. E se come esseri umani ci abbiamo messo cosi tanto tempo per comparire sulla terra e impieghiamo circa nove mesi (ben circa 280 giorni) per prepararci alla nascita, dove dobbiamo correre? Dove devono correre i bambini se non soltanto verso la scoperta del tempo e dello spazio, delle relazioni che li legano e di quelle che legano gli umani al tempo e allo spazio disponibile sulla Terra? Devono prepararsi per essere unici, come una celebre rosa che ‘’sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i petali ad uno ad uno’’
[[ A. de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, Tascabili Bompiani.pag.39]].

Gianfranco Zavalloni è stato il pedagogista che ha definito (e forse avrebbe maggior senso dire il pedagogista che ha avuto la coerenza di ricordare) quali siano i diritti indiscutibili dei bambini, i diritti naturali, che ha cosi elencato:

1 IL DIRITTO ALL’OZIO
a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti

2 IL DIRITTO A SPORCARSI
a giocare con la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, l’acqua, i sassi, i rametti

3 IL DIRITTO AGLI ODORI
a percepire il gusto degli odori, riconoscere i profumi offerti dalla natura

4 IL DIRITTO AL DIALOGO
ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e
dialogare

5 IL DIRITTO ALL’USO DELLE MANI
a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare,
incollare, plasmare la creta, legare corde, accendere un fuoco

6 IL DIRITTO AL BUON INIZIO
a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura

7 IL DIRITTO ALLA STRADA
a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade

8 Il DIRITTO AL SELVAGGIO
a costruire un rifugio-gioco nei boschetti,
ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi

9 IL DIRITTO AL SILENZIO
ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua

10 Il DIRITTO ALLE SFUMATURE
a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle

 

Per far questo, almeno a scuola, ci vogliono adulti/insegnanti che ricordino quanto gli umani siano vicini alla terra e di come siano anche un po’ alberi, con le radici affondate nella terra ma la chioma che guarda verso l’alto. “Un albero ascolta comete, pianeti, ammassi e sciami. Sente le tempeste del sole e le cicale addosso con la stessa premura di vegliare. Un albero è alleanza tra il vicino e il perfetto lontano”
[[Erri de Luca, Tre cavalli, Feltrinelli, 2000. Pag 19]].

E’ sempre la stessa storia, ci vogliono degli alberi e dei fiori.

Ci vuole una scuola che sappia davvero andare lenta, una ‘’slow school’’
[[Penny Ritscher, Slow school, ed Giunti, 2011]]
come la definisce Penny Ritscher che agisca con pedagogie da lumache
[[Gianfranco Zavalloni, La pedagogia della lumaca, EMI, 2008.]].

Una scuola abitata da adulti/inseganti che non abbiano paura di essere“ più lenti, più dolci, più profondi” (Alexander Langer). Cosi, forse, si procede come ben sa chi va in montagna: ognuno col proprio passo, rispettando il proprio e quello altrui. Vorrei aggiungere, responsabilmente. Con la responsabilità di chi svolge un mestiere che “gioca” durante i primi anni di vita dei bambini per permettere la strutturazione di adulti il più possibile capaci di costruire saperi, di agire con critica e responsabilità.

Un adulto/insegnante costantemente “homo faber” che lavora con e per sostenere la capacità di collaborazione
[[Richard Sennett, Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, e L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2012.]]
e, aggiungerei, “homo agricola” che possa agire e proporre la capacità di saper attendere. In questa direzione la pratica della cura degli orti e dei giardini è forse una delle proposte pedagogiche e didattiche più interessanti ed efficaci che la scuola possa agire Cio’ non soltanto nel rispetto dei diritti naturali citati, ma per la possibilità che offre di lavorare sulle emozioni e le relazioni, non in maniera didascalica, fornendo le etichettature verbali ma sul concreto misurarsi del lavorare e vivere insieme. Ci vuol tempo per lavorare la terra, per la semina, per la maturazione, per il raccolto. Ci vuole responsabiltà per ricordarsi le innaffiature. Ci vuole tempo per imparare la cura nel scegliere il cibo e assicurare cibo a tutti (se adulti responsabili hanno teste ben fatte). Ci vuole tempo per imparare a farlo insieme.

“Noi bambini dobbiamo prenderci cura del giardino e dei sentimenti” – riporta Tiziana Sandro- sostenendo che il giardino è “metafora di un lungo raccolto, rimanda ad un’esperienza simbolica dove definire confini, disegnare paesaggi interni, smuovere terriccio, seminare, bagnare, diventano gesti rituali volti ad avvicinarsi al mistero del ciclo vitale” [[Tİziana Sandro, in Ecologica-mente : insegnamento dell’ecologia/ecologiadell’insegnamento, a cura di Maurizio Parodi, Irre Liguria, 2002, pag. 43]].

Di nuovo, occorrono insegnanti che si assumano la responsabiltà di scegliere come impostare il proprio lavoro, che scelgano se strutturare ambienti, materiali, proposte che porteranno all’omologazione delle conoscenze o alla ricerca dei saperi. Per questo, occorrerebbe essere capaci di dare “valore didattico al silenzio epistemologico […]. Ogni esperienza esige un vasto spazio per poter essere apprezzata in tutta la sua ricchezza e acquistare senso […]. E’ percio’ necessario sospendere per un momento il vortice dell’azione […], e riappropriarci di una dimensione sempre più compressa e rifiutata, quella dell’attesa” [[Maurizio Parodi, La scuola che fa male, Liberodiscrivere edizioni, 2009.pag 170]].

Quella che puo’ riappropriarsi del silenzio “come atteggiamento d’ascolto, cioè d’accoglienza del pensiero altrui […], come spazio “democratico” protetto dal pregiudizio […]. Un silenzio pieno della memoria delle esperienze fatte , in cui le menti […] possano esprimere e riconoscere le loro relazioni con il mondo […]. Questo silenzio […] è lo sfondo su cui la parola puo’ assumere forma e corpo di dialogo. Il dialogo […] è un luogo dove si elaborano le conoscenze, dove si costruiscono teorie, […]. Una conoscenza complessa, strutturata su relazioni più che su oggetti e concetti, trova in una situazione di interrelazioni vive il terreno più fertile per divenire anche rappresentazione e verbalizzazione, l’humus piu’ naturale per crescere e dare fiori e frutti” [[Marcello Sala, in La scuola che fa male, Maurizio Parodi, Liberodiscrivere edizioni, 2009. Pag 170-171]].

“Più lenti, più dolci, più profondi’’.

https://altritaliani.net/article-per-una-scuola-lenta-rispettosa/

sabato 8 agosto 2015

I DIRITTI NATURALI DI BIMBI E BIMBE - Gianfranco Zavalloni


1
 
IL DIRITTO ALL'OZIO
 
 a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti

2
 
 IL DIRITTO A SPORCARSI
 
 a giocare con la sabbia, la terra, l'erba, le foglie, l'acqua, i sassi, i rametti

3
 
IL DIRITTO AGLI ODORI
 
a percepire il gusto degli odori, riconoscere i profumi offerti dalla natura

4
 
IL DIRITTO AL DIALOGO
 
ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e dialogare

5
 
IL DIRITTO ALL'USO DELLE MANI
 
a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare,
incollare, plasmare la creta, legare corde,accendere un fuoco

6
 
IL DIRITTO AD UN BUON INIZIO
 
a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura

7
 
IL DIRITTO ALLA STRADA
 
a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade

8
 
IL DIRITTO AL SELVAGGIO
 
a costruire un rifugio-gioco nei boschetti,
ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi

9
 
 IL DIRITTO AL SILENZIO
 
ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua

10
 
IL DIRITTO ALLE SFUMATURE
 
a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle


COME FOSSE UNA INTRODUZIONE - Mi piace giocare, disegnare, raccontare e ascoltare storie, fare e vedere uno spettacolo di burattini. Insomma mi piace il mondo dei bambini e delle bambine… anche perché credo sia importante che in noi resti vivo una parte di bambino. E per 16 anni ho giocato con i bambini dai 3 ai 6 anni.
Per questo più di 15 anni fa ho scritto il “Manifesto diritti naturali di bimbi e bimbe". Lavorando prima come maestro e poi come dirigente scolastico mi sono accorto che quasi tutti i bimbi e le bimbe d’Europa o delle famiglie ricche del Sud del Mondo hanno riconosciuti i diritti stabiliti dalla Carta Internazionale dei diritti dell’Infanzia (istruzione, salute, gioco…). Ma agli stessi sono pressoché negati quelli che io definisco “diritti naturali”. Questo manifesto è rivolto ai grandi, anche perché i piccoli lo capiscono al volo. Un po' come diceva il Piccolo Principe "…ai grandi bisogna sempre spiegare tutto quello che i bambini capiscono subito".
FAR MEMORIA DELLA NOSTRA INFANZIA - Per capire l’infanzia e la fanciullezza ognuno deve fare memoria, cioè ripensarsi bambino. E per far questo è bene porsi alcune domande:
- cosa amavamo fare?
- dove giocavamo?
- con chi ci piaceva stare?
A partire da questi tre interrogativi, ritengo utile analizzare la situazione o meglio il rapporto fra mondo dell’infanzia e società moderna, alla luce di quei diritti che io ritengo completamente disattesi:
1. IL DIRITTO ALL’OZIO - Siamo in un momento della storia umana in cui tutto è programmato, curriculato, informatizzato. I bambini hanno praticamente la settimana programmata dalle loro famiglie o dalla scuola. Non c’è spazio per l’imprevisto. Non c’è, da parte dei bambini e delle bambine, la possibilità di qualcosa di autogestito, di giocare da soli. C’è bisogno di un tempo in cui i bambini siano soli, in cui imparino a “vivere il sistema delle regole”, imparando da soli a gestire i piccoli conflitti. E questo senza la presenza eccessiva degli adulti. È solo così che si diventa adulti sani.
2. IL DIRITTO DI SPORCARSI - “Non ti sporcare”, una frase tipica del genitore della società del benessere. Credo che i bimbi e le bimbe abbiano il sacrosanto diritto di giocare con i materiali naturali quali la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, i sassi, i rametti... Quanta gioia nel pastrocchiare con una pozzanghera o in un cumulo di sabbia. Proviamo ad osservare attentamnete bimbi e bimbe in alcuni momenti di pausa dai giochi organizzati oppure quando siamo in un boschetto... e scopriremo con quanto interesse riescono a giocare per ore con poche cose trovate per terra.
3. IL DIRITTO AGLI ODORI - Oggi rischiamo di mettere tutto sotto vuoto. Abbiamo annullato le diversità di naso, o meglio le diversità olfattive, tipiche di certi luoghi. Pensiamo alla bottega del fornaio, all’officina del meccanico delle biciclette, al calzolaio, al falegname, alla farmacia. Ogni luogo ha un proprio odore: nei muri, nelle porte, nelle finestre. Oggi una scuola, un ospedale, un supermercato o in una chiesa hanno lo stesso odore di detergente. Non ci sono più differenze. Eppure chi di noi non ama sentire il profumo di terra dopo un acquazzone e non prova un certo senso di benessere entrando in un bosco ed annusando il tipico odore di humus misto ad erbe selvatiche? Imparare fin da piccoli il gusto degli odori, percepire i profumi offerti dalla natura, sono esperienze che ci accompagneranno lungo la nostra esistenza.
4. IL DIRITTO AL DIALOGO - Dobbiamo constatare sempre di più la triste realtà di un sistema di comunicazione e di informazione “unidirezionale”. Siamo spettatori passivi dei tanti mass media: soprattutto la televisione. In quasi tutte le case si mangia, si gioca, si lavora, si accolgono gli amici “a televisione accesa”. E la televisone trasmette modelli culturali, ma soprattutto plasma il consumatore passivo. Con la televisione non si prende certo la parola. Cosa diversa è il raccontare fiabe, narrare leggende, vicende e storie, fare uno spettacolo di burattini. In questi casi anche lo spettatore-ascoltatore può prendere la parola, interloquire, dialogare.
5. IL DIRITTO ALL’USO DELLE MANI - La tendenza del mercato è quella di offrire tutto preconfezionato. L’industria sforna ogni giorno miliardi di oggetti “usa e getta” che non possono essere riparati. Nel mondo infantile i giocattoli industriali sono talmente perfetti e finiti che non necessitano dell’apporto del bambino o della bambina. L’abitudine al video-gioco è spesso incentivata dalla stessa scuola che, nel proporre l’introduzione del computer, ne suggerisce l’accattivante utilizzo ludico. E nel contempo mancano le occasioni per sviluppare le abilità manuali ed in particolare la manualità fine. Non è facile trovare bambini e bambine che sappiano piantare chiodi, segare, raspare, cartavetrare, incollare... anche perchè è difficile incontrare adulti che vanno in ferramenta a comprare i regali ai propri figli. Quello dell’uso delle mani è uno dei diritti più disattesi nella nostra società post-industriale.
6. IL DIRITTO AD UN “BUON INIZIO” - Mi riferisco alla problematica dell’inquinamento. L’acqua non è più pura, l’aria è intrisa di pulviscoli di ogni genere, la terra è inquinata dalla chimica di sintesi. Si dice sia il frutto non desiderato dello sviluppo e del progresso. Eppure oggi è importante anche “tornare indietro”. Ritrovato il gusto del camminare per la città, lo stare insieme in maniera conviviale. Ed è questo che spesso i bimbi e le bimbe ci chiedono. Da qui l’importanza dell’attenzione a quello che fin da piccoli “si mangia”, “si beve” e “si respira”.
7. IL DIRITTO ALLA STRADA - La strada è il luogo per mettere in contatto le persone, per farle incontrare. La strada e la piazza dovrebbero permettere l’incontro. Oggi sempre più le piazze sono dei parcheggi e le strade sono invivibili per chi non ha un mezzo motorizzato. Piazze e strade sono divenute paradossalmente luoghi di allontanamneto. É praticamente impossibile vedere bambini giocare in piazza. Gli anziani sono continuamente in pericolo in questi luoghi. Dobbiamo ribadire che, come ogni luogo della comunità, la strada e la piazza sono di tutti... così come ancora è in qualche paesino di montagna o in molte città del Sud del mondo.
8. IL DIRITTO AL SELVAGGIO - Anche nel cosidetto tempo libero tutto è preorganizzato. Siamo nell’epoca dei “divertimento”. I parchi gioco sono programmati nei dettagli. Così accade anche nel piccolo, nei parchi delle scuole o nelle aree verdi delle città, compreso l’arredo urbano. Ma dov’è la possibilità di costruire un luogo di rifugio-gioco, dove sono i canneti e i boschetti in cui nascoondersi, dove sono gli alberi su cui arrampicarsi? Il mondo è fatto di luoghi modificati dall’uomo, ma è importante che questi si compenetrino con luoghi selvaggi, lasciati al naturale. Anche per l’infanzia.
9. IL DIRITTO AL SILENZIO - I nostri occhi possono socchiudersi e così riposare, ma l’apparato auricolare è sempre aperto. Così l’orecchio umano è sottoposto continuamente allle sollecitazioni esterne. Mi sembra ci sia l’abitudine al rumore, alla situazione rumorosa al punto da temere il silenzio. Sempre più spesso è facile partecipare a feste di compleanno di bimbi e bimbe accompagnate da musiche assordanti. E così è anche a scuola. L’emblema di tutto ciò è dato da coloro che si spostano alle periferie delle città e a piedi o in bicicletta si portano nella natura per una bella passeggiata con le cuffie dell’Ipod ben inserite nelle orecchie. Perdiamo occasioni uniche: il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua. Il diritto al silenzio è educazione all’ascolto silenzioso.
10. IL DIRITTO ALLE SFUMATURE - La città ci abitua alla luce, anche quando in natura luce non c’è. Nelle nostre case l’elettricità ha permesso e permette di vivere di notte come di fosse giorno. E così spesso non si percepisce il passaggio dall’una all’altra situazione. Quel che più è grave è che pochi riescono a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto. Non si percepiscono più le sfumature. Anche quando con i bambini usiamo i colori non ci ricordiamo più delle sfumature. Il pericolo è quello di vedere solo nero o bianco. Si rischia l’integralismo. In una società in cui le diversità aumentano anziché diminuire, quest’atteggiamento può essere realmente pericoloso.
Cerchiamo insieme di guardare il mondo con gli occhi dei bimbi e delle bimbe.

da qui