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martedì 11 ottobre 2022

GHASSAN KHANAFANI SCRITTORE OLTRE LA LINEA - Samed Ismail

 

Ghassan Kanafani è il più grande intellettuale palestinese. Scrittore, pittore, organizzatore culturale e direttore di giornali, tra cui Al Hadaf, organo del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), partito marxista della resistenza palestinese di cui era dirigente di spicco, infine martire, assassinato dal Mossad nel 1972 a Beirut. La sua popolarità negli ambienti della sinistra occidentale potrebbe essere dovuta al fatto che, se l’accoppiata militante – intellettuale è sempre rassicurante, la triade militante – intellettuale – artista è addirittura esaltante, poiché porta con sé il sapore di un’utopia realizzata. Purtroppo, cercando rassicurazione ed esaltazione, difficilmente si riesce a penetrare la coerenza di un’opera così sfaccettata, e si finisce per perdersi nei suoi aspetti isolati. Si apprezzerà allora il simbolo della colta resistenza palestinese o si resterà sopresi della sua splendida scrittura, perché di solito non ci si aspetta che uno scrittore politico sia anche un buon artista, e il Nostro, fortunatamente, è uno di quegli spiriti che sopravvive alla traduzione. Comunque non si arriverà a capire il senso dell’affermazione iniziale. Ghassan Kanafani è il più grande intellettuale palestinese, non per quello che ha che realizzato, ma per le possibilità di liberazione che ha aperto al popolo palestinese. Queste possibilità si potrebbero aprire a tutti i popoli colonizzati se si studiasse con più attenzione la sua opera più importante, ovvero quella del “metodo” che si può ricavare dai suoi lavori e dal suo esempio, un’opera troppo poco conosciuta nei suoi risvolti profondi.

In quest’ottica proveremo a tracciare un itinerario attraverso la sua produzione letteraria.
Uno dei suoi romanzi brevi più famosi è Ritorno a Haifa (1969), un vis à vis tra colonizzato e colonizzatore, nonché un vero e proprio manifesto della causa.

L’incontro coi sionisti si sviluppa attraverso due fasi.

La “fase riflessiva”, con lo smarrimento, dato dal ritorno in una casa che ancora si riconosce ma che non appartiene più; il riconoscimento della sofferenza altrui, visto che i colonizzatori in questo caso sono ebrei polacchi scampati all’Olocausto; l’interrogarsi sulla causa e sulla patria.

Da qui si passa alla “fase attiva”, con lo svelamento e la denuncia della logica sionista;

«Un errore sommato a un altro errore non dà risultato giusto; e se le cose stessero così, quello che è successo a Efrat e Miriam ad Auschwitz sarebbe giusto. Ma quando la smetterete di approfittare delle debolezze e degli errori degli altri? Queste vecchie parole sono già logore, queste equazioni cariche di inganni… Una volta dite che i nostri errori giustificano i vostri, un’altra che all’ingiustizia non si pone rimedio con una nuova ingiustizia… Vi servite del primo ragionamento per giustificare la vostra presenza qui, e del secondo per evitare le conseguenze di ciò che avete fatto»[1].

Quindi si definisce la causa come qualcosa che non dipende dal sangue, che non è perciò un fattore ereditario, ma bensì dipende da una scelta; la patria non come ricordo del passato ma rivolta al futuro. Infine abbiamo l’esaltazione della lotta armata- che sarà ancora più gioiosa in Umm Saad– come unico mezzo per la liberazione della Palestina. Questo romanzo, oltre ad essere una sintesi imprescindibile della questione palestinese, ripercorre le tappe dello sviluppo del pensiero di Kanfani.

Talvolta, specie quando si tratta di un intellettuale politico, si oblitera la sua “fase riflessiva”, in cui le idee, ancora in fase di gestazione, vertono su temi elementari. Attenzione, elementari non nel senso di semplici, nel senso di rivolti alla radice dei problemi. L’importanza di questa dimensione preliminare viene troppo sottovalutata, sia nello sviluppo del pensiero in generale, ma soprattutto di quello politico. Perciò si ritiene che situazioni “limite” come quella palestinese abbiano come immediata conseguenza il fervore rivoluzionario, che la tragedia della Nakba porti simultaneamente  la nettezza di conclusioni come quella di Ritorno a Haifa.
A noi invece interessano proprio i racconti scritti tra il 1967, che segna un punto di svolta storico per la Palestina e per l’autore, e il 1958, anno di pubblicazione del famoso romanzo d’esordio Uomini sotto il Sole.

Qui domina l’esigenza pre-politica di misurarsi con  lo stato psicologico-esistenziale prodotto dagli eventi del 1948, dalla tragedia individuale e nazionale che è la Nakba. Kanafani adotta una prosa onirico-filosofica, i cui concetti fondamentali sono la morte, il destino e la follia.

Nel racconto La terra degli aranci tristi, che dà il titolo alla raccolta che prenderemo in esame, è riportata l’esperienza biografica della fuga da Acri, città natale dell’autore. Kanafani nel 1948 era un bambino di dodici anni, fino a quel maggio «troppo piccolo per capire fino in fondo il senso di ciò che succedeva». Ma a Beirut tutto diventa chiaro, anche per un bambino. La sua famiglia ha perso tutto, sono riusciti a salvare solo «le arance», simbolo dei simulacri che i palestinesi hanno dovuto escogitare per salvare la memoria. L’essere strappati dal proprio mondo è una morte ancora più dolorosa per chi è scampato alla pulizia etnica e si trova a vivere nella diaspora. Al Kanafani bambino questo sradicamento è rivelato nel desiderio di morte del padre, nel suo istinto al suicidio:

«”Li voglio ammazzare, mi ammazzo voglio farla finita…voglio….”. Poi tacque. Quando guardammo nella stanza attraverso le fessure era disteso per terra, singhiozzante, coi denti che battevano mentre piangeva…nostra madre, seduta in un angolo, lo guardava disperata. Non capivamo granché, ma ricordo che quando vidi la rivoltella nera abbandonata per terra accanto a lui, capii ogni cosa e, come un bambino, che s’imbatte nell’orco, corsi verso la montagna fuggendo da casa, spaventato a morte».

La storia si chiude con la rivoltella e l’arancia avvizzita appoggiate sul tavolo, un’immagine che è insieme visione e previsione: la patria sarà sempre unita alle armi, rivolte da noi o contro di noi. In un altro finale scrive:

«Meglio morire. Ma le persone in generale non amano molto la propria [2] morte, così saranno costretti a pensare a qualcos’altro signore…».

Cosa può essere questo “qualcos’altro” se non la morte del nemico? Ciò non può ancora essere detto, la lucida razionalità rivoluzionaria e ancora lungi da venire. Egli si trova ancora nella palude della tragedia esistenziale del suo popolo. Il racconto appena citato s’intitola Oltre il confinee riecheggia un saggio comparso nel 1949 in Germania, dal titolo Oltre la linea. Questo scritto di Ernst Junger ha poi dato luogo a un dialogo con un altro dei maggiori pensatori tedeschi del Novecento, Martin Heidegger, sul tema del nichilismo. Si potrebbe dire che  Kanafani affronta lo stesso tema, ma la sua prospettiva, invece che partire da un approccio ontologico europeo, è onticamente fondata nel caso palestinese, per dirla in termini heideggeriani.

Dall’allucinazione di un commissario israeliano affiora il ricordo di una sua vittima, un prigioniero palestinese, che, nella sua accusa al sionismo, fornisce una descrizione fenomenologica del rapporto tra colonizzato e colonizzatore tanto sintetica quanto tagliente. Qua Kanafani spezza una delle equazioni che costituisce il fulcro della vulgata pro-palestina, ovvero quella secondo cui “esistere” è uguale a “resistere”:  

«[…]hanno cercato di sciogliermi come una zolla di zucchero in una tazza di tè bollente, Dio mi è testimone, per riuscirci hanno fatto uno sforzo immane. Ma nonostante tutto io esisto ancora… e la domanda continuava a echeggiare: e poi? Questo tipo di domande, signore, sono davvero strane, perché quando arrivano, persistono e se non si risponde non se ne vanno. Sì, e poi? Lasciamelo dire a voce bassa: sembra che non ci sia più un e poi?[…]hai sentito signore? Non c’è più un e poi? Mi sembra che la mia vita, la nostra vita, sia una linea retta che procede tranquilla e sottomessa, accanto alla linea della mia causa… ma le due linee sono parallele e non si incontrano».

Scambiare la mera esistenza con la resistenza è rischioso perché le due linee potrebbero non essere coincidenti, e questo è vero soprattutto alla luce del presente in cui la linea della causa appare sfumata, ed è evidente la mancanza di un poi, di un orizzonte ulteriore. La storia ha dimostrato che la vita e la causa non solo possono essere parallele, ma addirittura opposte, nel momento in cui, anche quell’esistenza strappata dall’annientamento dell’occupazione, potrebbero rientrare nel piano sionista dalla finestra[3]:

«Prima di tutto hanno un valore turistico: ognuno che arriva deve venire nei campi profughi e i profughi devono mettersi in fila e dipingere le loro facce di una pena ancora più intensa di quella vera e il turista passa, scatta fotografie e si rattrista un poco…poi tornerà al suo paese e dirà…dovete vedere i palestinesi prima che si estinguano!».

Il protagonista è però ancora “il palestinese” quale tipo umano creato dal livellamento dell’occupazione, che può attaccare la logica del sionismo ma è ancora incerto della propria, perché in fin dei conti è un folle, anche se la follia è una tappa obbligata per il recupero del senso:

«Mi hanno sbattuto in una cella profondissima per farmi confessare che si era trattato di un attimo di follia. Ma io, in quella cella, mi sono reso conto più che mai che quello era stato l’unico momento sensato di tutta la mia vita».

Il ritorno dalla follia al senso viene descritto in Ucciso a Mossul. Il protagonista Maruf – ispirato ad un amico realmente esistito di Kanafani – è inizialmente arreso al fatalismo che se interrogato sul voler tornare in Palestina risponde:

«Certo che vorrei…ti rispondo subito alla domanda che mi avresti fatto dopo la mia risposta…conosci la storia di Annibale? Quando attraverso le Alpi procedendo con le sue truppe dietro gli elefanti…bé, io non sono un elefante…gli elefanti siete voi. Quando attraverserete i confini della Palestina i sarò dietro di voi. Sarò un minuscolo scarafaggio all’ombra degli elefanti di Annibale».

Poi cambia di colpo, e decide di “guidare gli elefanti”, di passare dalle “retrovie degli scarafaggi” alla prima linea. Quando l’Io narrante gli chiede il perché di questa sua metamorfosi Maruf risponde:

«Niente…prima la falsità era sopra la verità sotto…poi tutto si è capovolto…la verità si è trovata sopra e la falsità sotto…».

La domanda, solo spostata, diventa:

«Ma a cosa si deve questo ribaltamento?».

Dopo questa risposta c’è il silenzio. Probabilmente il salto antropologico da uomo comune a rivoluzionario non si può spiegare, si può trovare la causa, ma la causa non dice nulla sul perché, e questo risulta ancora più evidente a uno sguardo retrospettivo. Molti infatti vedono una causa, innumerevoli cause, per cui lottare eppure non si staccano dalle retrovie, fino all’eterna ritirata. Passare dall’indifferenza, da una vita che si svolge come mero mantenimento dell’esistenza individuale,  alla dedizione totale per una causa, che esige il sacrificio di quella stessa vita così tenacemente conservata, è qualcosa di incredibilmente distante dalla logica. Capire come innescare questo salto, questo ribaltamento, è precisamente il punto di svolta o di arresto di ogni movimento rivoluzionario.

Nella sua risposta a Oltre la linea Heidegger scrive che Junger, nonostante abbia chiarito che il nichilismo non è necessariamente una malattia, adotta comunque un atteggiamento medico rispetto al problema; ma ciò, fa notare sempre Heidegger, trova la sua giustificazione nel giovane Nietzsche che chiamò il filosofo «medico della civiltà»[4]. Ora, da questa definizione di Nietzsche, possiamo renderci conto della profondità filosofica di Kanafani, Nel suo trattato sulla rivolta del 1936-1939, dal contenuto più prettamente politico, egli delinea il compito dell’intellettuale organico alla nazione; prima di sospingere il popolo alla rivoluzione deve depurarlo da tutte le storture morali e psicologiche quali fatalismo, arrendevolezza e sottomissione[5]. Questi chiaramente sono “mali” che ostacolano direttamente la politica, interferendo con la sua “fase attiva”.  Come abbiamo visto la riflessione letteraria del nostro completa quella strettamente analitica. Lo scrittore di Acri si fa carico anche dei “mali” più profondi, quelli che intaccano la “fase riflessiva”. Prima di condurre il suo popolo nella lotta si preoccupa di curarne le ferite, proprio perché senza la guarigione non ci può essere vittoria. La liberazione dell’individuo e di un popolo è irrealizzabile se si ignora la sua storia esistenziale esistenziali e il relativo trauma.

La raccolta degli Aranci tristi, nella traduzione italiana a cura dell’Associazione Amicizia Sardegna-Palestina, si apre con Oltre il confine e si chiude con Niente, che oltre a sembrare una risposta ci mantiene nell’ambito del nichilismo. Il protagonista, che sembra l’omologo di quello del primo racconto dall’altra parte della linea, è un Palestinese internato per aver sparato dal confine verso i territori occupati dall’entità sionista. I medici lo vogliono rinchiudere perché questo soldato sostiene di non aver provato “niente” quando ha sparato, vogliono imputare il suo gesto ad un esaurimento nervoso. Il malato non è d’accordo coi medici, innanzitutto sull’ubicazione del male:

«”È vero che è un esaurimento nervoso, ma non è qui…”.
“E dove allora?”.
Indicò il petto e disse con calma:
“Qui…”.
“L’esaurimento nervoso non colpisce lì…”.
“Chi l’ha detto questo?”.
“I medici…”.
“Sono pazzi”.».    

La  conclusione apre uno squarcio nella logica ufficiale e lo svelamento porta a un ribaltamento della verità:

«”Io sarei stato malato di questa cosa che ha a che fare con i nervi perché ho sparato di proposito, non è così?”.
“Esatto!”.

Si spezzarono altri fili della ragnatela e il nero insetto si diede da fare in preda alla follia mentre cercava di rammendare gli squarci. Continuò:

“Loro invece non sono malati di questa cosa che ha a che fare con i nervi perché non sparano di proposito, non è così?”.
“Certo, cosa vuoi dire?”.
“Cosa voglio dire? Bah! Niente…niente…”.».

Un artista si valuta dalla capacità di dire senza dire niente “di particolare” ma anche di dire il Niente. Kanafani è stato capace di fare entrambe le cose con assoluta maestria, riuscendo a stare tra le linee pur mantenendo la sicurezza e la coerenza della propria, data dall’obiettivo (hadaf) della liberazione totale della Palestina.

Note:

[1] P.60

[2] Corsivo mio

[3]

[4] Pp.112-113

[5] P.46


da qui

giovedì 18 luglio 2019

Confermato il ruolo del Mossad nella guerra di Israele contro il BDS - Asa Winstanley









Questa settimana il giornale israeliano “Haaretz” ha confermano una cosa su cui “The Electronic Intifada” ha informato da anni.
Il Mossad, secondo l’opinione generale la più spietata e violenta agenzia di spionaggio israeliana, è coinvolto nella guerra contro il BDS, il movimento non violento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi.
Il rapporto ufficiale per il 2018 di Erdan [ministro israeliano per la Sicurezza Pubblica del governo uscente, ndtr.], ottenuto attraverso una richiesta per la libertà di informazione, secondo quanto rivelato dal giornale mostra che si è incontrato con il capo del Mossad Yossi Cohen per discutere della “lotta contro il boicottaggio”.
Come ha informato lo scorso anno “The Electronic Intifada”, un incontro tra Erdan e il capo del Mossad era già stato confermato in almeno un’altra occasione – nel 2016 – insieme ad incontri con i capi di altre agenzie di spionaggio.
Dal 2015 il ministero degli Affari Strategici è stato in realtà il ministero israeliano contro il BDS. È in gran parte formato da veterani delle agenzie di spionaggio, soprattutto dell’intelligence militare.
Sima Vaknin-Gil, la funzionaria responsabile di condurre le attività quotidiane del ministero, ha lavorato per 20 anni nell’intelligence dell’aviazioni militare israeliana e conserva ancora il suo grado come riservista.
Questo ministero è coinvolto in una campagna globale di quelle che un giornalista israeliano ha chiamato “operazioni segrete” contro militanti palestinesi, difensori dei diritti umani e attivisti solidali [con i palestinesi].
Pur avendo investito decine di milioni di dollari in questa guerra contro gli attivisti della società civile che lavorano per la giustizia e l’uguaglianza, in privato le forze israeliane contro il BDS ammettono che la loro campagna non sta funzionando.
Un rapporto segreto del 2017 di una commissione legata al ministero ammette candidamente l’incapacità da parte di Israele di arginare l’“impressionante crescita” e i “significativi successi” del BDS. Ottenuto da “The Electronic Intifada”, il rapporto afferma che, nonostante la crescente spesa contro il BDS, incrementata di 20 volte, “i risultati rimangono fantomatici.”

La lotta contro il boicottaggio”
L’articolo di Haaretz conferma in modo autonomo le precedenti informazioni di “The Electronic Intifada” e aggiorna il quadro generale.
Il giornale ha ottenuto il rapporto ufficiale grazie ad una richiesta sulla libertà di informazione da parte di “Hatzlaha”, la stessa organizzazione israeliana per la trasparenza che ha ottenuto il rapporto di Erdan del 2016.
Il nuovo articolo di “Haaretz” conferma anche che l’incontro di Erdan con il Mossad riguardava esplicitamente la lotta contro il BDS.
Il rapporto del 2016 non elencava l’argomento di discussione tra Erdan e il capo del Mossad – benchè, data la sintesi di Erdan, difficilmente si è trattato di qualcosa di diverso dal BDS.
Il ministero di Erdan mette in atto quella che chiama la “battaglia” contro il BDS attraverso gruppi d’assalto e di sostegno in tutto il mondo, soprattutto negli USA, in Gran Bretagna e altri Paesi occidentali.
Il ministro, stretto alleato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha ammesso di lavorare attraverso “enti in tutto il mondo che non vogliono evidenziare il proprio rapporto con lo Stato.”

Menzogne e assassinii
Nel 2017 “The Electronic Intifada” ha rivelato che il rapporto di Erdan del 2016 ha anche enumerato una serie di incontri con parlamentari britannici e importanti personalità della lobby filo-israeliana, compresi Eric Pickles e Stuart Polak – entrambi membri non eletti della camera alta britannica, la Camera dei Lord, e leader di “Amici Conservatori di Israele”.
A causa del coinvolgimento del Mossad in molti brutali assassinii e rapimenti nel corso degli anni, gli attivisti del BDS devono essere molto preoccupati di questi sviluppi.
I bersagli del Mossad hanno incluso combattenti della resistenza palestinese, poeti, scrittori e attivisti disarmati.
Il leggendario scrittore comunista palestinese Ghassan Kanafani è stato ucciso insieme alla sua nipote Lamis da un’auto bomba del Mossad in Libano nel 1972.
Pare anche che un agente infiltrato del Mossad fosse dietro la morte non chiarita del famoso vignettista palestinese Naji al-Ali a Londra nel 1987.
Questo specifico assassinio e il rifiuto da parte di Israele di collaborare con l’inchiesta della polizia portò il governo conservatore di Margaret Thatcher ad espellere tre diplomatici israeliani e a chiudere per breve tempo la sede del Mossad a Londra.
La lista dei crimini del Mossad è lunga, ma in ultima analisi non sono riusciti a spegnere la fiamma della resistenza palestinese.Le sue prospettive di estirpare il movimento BDS non sono molto più promettenti.

(traduzione di Amedeo Rossi)

giovedì 17 gennaio 2019

Tolta di mezzo la statua in memoria di Ghassan Kanafani - Gianni Sartori



Niente da fare. Lo Stato – nella fattispecie quello israeliano, ma esempi simili non mancano in giro per il Pianeta -  non si smentisce.
E l'arroganza istituzionalizzata non recede nemmeno di fronte alla statua, piccolina tra l'altro, in memoria di un grande scrittore.
Ovviamente non di uno qualsiasi.

Lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani – comunista - era nato nel 1936 e con la sua famiglia aveva subito la Nakba, la “Catastrofe” nel 1948.
La sua città natale, Acri, all'epoca era abitata da palestinesi musulmani, cristiani, ebrei e baha'i. Ma al momento della nascita dello Stato di Israele il 75% della popolazione subì una vera e propria deportazione.
Oltre che come maggior teorico ed esponente della “Letteratura della resistenza” (Adab al-Muqawwama ) era noto come esponente del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Ancora nel 1960, all'epoca di George Habbas, entrò a far parte della redazione di al-Hurriyya e in seguito anche di al-Muharrir, a Beirut.
Proprio nella capitale libanese incontrò l'insegnante danese che sarebbe divenuta sua moglie, Anni Hoover. Risale appunto ai primi anni sessanta il suo libro più conosciuto: Uomini sotto il sole.
Altro romanzo importante, Ritorno ad Haifa scritto dopo l'amara esperienza, per i palestinesi, della Guerra dei sei giorni.
In seguito, dopo un periodo di collaborazione con il giornale al-Anwar, nel 1969 sarà tra i fondatori di al-Hadaf, destinato a diventare la voce del FPLP.
Ma a causa del suo impegno politico, della sua adesione alla lotta di liberazione del popolo palestinese, venne eliminato con un attentato (un'autobomba, presumibilmente opera del Mossad) insieme alla giovane nipote.
Nel suo necrologio venne scritto: “Era un combattente che non aveva mai sparato un colpo, la cui arma era la penna biro e il campo di operazioni le pagine dei giornali”..

Come dicevo, la settimana scorsa, lo Stato di Israele ha fatto togliere una statua eretta – all'interno di un cimitero di Acri - per commemorare lo scrittore scomparso nel 1972.
Già al momento della installazione,  il ministero israeliano dell'Interno aveva intimato al Waqf locale  di farla sparire.
Il ministro dell'Interno Aryeh Deri (esponente del partito Shas, ultraortodosso) l'aveva definita “un memoriale in onore di un terrorista” aggiungendo che non lo avrebbe consentito.
Di diverso parere, ovviamente, i palestinesi. Per Ahmad Odeh,  consigliere comunale della città “ Ghassan Kanafani è un simbolo per l'intero popolo palestinese”.
 Stando alle dichiarazioni di un familiare dello scrittore palestinese, la statua dovrebbe essere ricollocata nel giardino privato – sempre nella città di Acri - di un altro parente.
A quando i falò dei suoi libri?

mercoledì 12 luglio 2017

Lettera da Gaza - Ghassan Kanafani


Caro Mustafa,
ho ricevuto la tua lettera, nella quale mi dici di aver fatto tutto il necessario per consentirmi di stare con te a Sacramento. Mi hanno comunicato di essere stato accettato al dipartimento di Ingegneria civile nell’Università della California. Devo ringraziarti per ogni cosa, amico mio. Ma quello che sto per rivelarti ti sorprenderà piuttosto inaspettatamente: non ho dubbi in proposito; non mi sento di esitare affatto; ne sono così convinto che non ho mai visto chiaramente le cose come le vedo adesso. No, amico mio, ho cambiato idea. Non ti seguirò “nella terra dove c’è vegetazione, acqua e facce attraenti”, come hai scritto. No, sto qui, non partirò più.
Sono veramente turbato che le nostre vite non continuino a seguire lo stesso corso. Quasi mi sembra di sentirti, mentre mi ricordi della nostra promessa di andare avanti insieme, e il modo in cui eravamo soliti gridare “diventeremo ricchi”. Ma non c’è niente che possa fare, amico mio. Sì, ancora ricordo il giorno in cui stavo nella hall dell’aeroporto del Cairo, stringendo la tua mano e fissando il motore ronzante dell’aereo. In quel momento ogni cosa ruotava in sincronia con l’assordante rumore del motore, e tu mi stavi di fronte, la tua faccia rotonda silenziosa.
La tua faccia non era cambiata, era la solita di quando crescevi a Shajia, nel quartiere di Gaza, a parte quelle lievi rughe. Siamo cresciuti insieme, in piena sintonia, e insieme ci siamo promessi di andare avanti sino alla fine. Ma…
“Manca un quarto d’ora prima che l’aereo parta. Non fissare il vuoto così. Ascolta! Andrai in Kuwait il prossimo anno, e metterai da parte abbastanza dal tuo salario per sradicarti da Gaza e trapiantarti in California. Abbiamo iniziato insieme e insieme dobbiamo andare avanti…”
In quel momento guardavo le tue labbra muoversi rapidamente. Che poi era il tuo solito modo di parlare, senza virgole o punti. Ma per qualche oscura ragione, sentivo che non eri completamente felice di andartene. Non riuscivi a fartene una ragione. Anche io ho sofferto questo strazio, ma la cosa sicura era: perché non abbandoniamo questa Gaza e fuggiamo? Perché non fuggiamo? Comunque, la tua situazione iniziò a migliorare. Il Ministero dell’Educazione del Kuwait ti diede un incarico, mentre a me non lo diede. Mi mandasti un po’ di denaro, perché ero immerso nella miseria e nella depressione. Ma volevi che considerassi quei denari come dei prestiti, perché avevi paura che fosse una mancanza di riguardo nei miei confronti. Conoscevi nei dettagli le condizioni finanziarie della mia famiglia; sapevi che il misero salario della scuola dell’UNRWA era inadeguato a sostenere mia madre, la vedova di mio fratello e i suoi quattro figli. “Ascolta attentamente. Scrivimi ogni giorno… ogni ora… ogni minuto! L’aereo sta partendo. Addio! O piuttosto, al prossimo incontro!”
Le tue labbra fredde sfiorarono la mia guancia, allontanasti la faccia e voltasti lo sguardo verso l’aereo, e quando mi guardasti di nuovo potei vedere le tue lacrime.
In seguito il Ministero dell’Educazione del Kuwait mi fece il contratto. Non è necessario ripeterti nei dettagli come andò da quelle parti la mia vita. Ti ho sempre scritto ogni cosa. La mia vita da quelle parti era collosa, e vacua, come se fossi stato una piccola ostrica. Ero smarrito in un opprimente isolamento, a combattere lentamente con un futuro buio come il calar delle tenebre, impigliato in una disgustosa routine, era una lotta inarrestabile contro il tempo. Ogni cosa era opprimente e disgustosa, sfuggiva dalla vita, e c’era una voglia matta di arrivare alla fine del mese. A metà anno, di quell’anno, gli ebrei bombardarono il distretto centrale di Sabha e attaccarono Gaza, la nostra Gaza, con bombe e lancia fiamme. Quell’avvenimento avrebbe potuto produrre dei cambiamenti nella mia vita abitudinaria, ma non c’era niente per me di così interessante; stavo lasciando dietro di me questa Gaza per andare in California, dove avrei vissuto la mia vita, tutta la vita per me stesso, la vita che avevo sofferto così tanto. Odiavo Gaza e i suoi abitanti. Ogni cosa nella città mutilata mi ricordava quadri grigi abbandonati, dipinti da un pittore malato. Sì, avrei mandato a mia madre, alla vedova di mio fratello e ai suoi figli un po’ di denari per aiutarli a vivere, ma avrei anche liberato me stesso da questo ultimo legame, lì, nella verde California, lontano dal fetore di sconfitta che per sette anni ha riempito le mie narici. L’affetto che mi legava ai bambini di mio fratello, alla loro madre e a mia madre, non sarebbe mai stato abbastanza da giustificare la mia tragedia, il mio salto all’ingiù. E questo non doveva trascinarmi più a fondo più di quello che aveva già fatto. Dovevo fuggire!
Conosci questi sentimenti, Mustafa, perché ci sei passato anche tu. Che cosa è questo maldefinito legame che noi abbiamo con Gaza, che smorza il nostro entusiasmo per volare? Perché non abbiamo analizzato la faccenda in modo da darle un chiaro significato? Perché non abbiamo lasciato questa sconfitta con i suoi feriti dietro di noi e ci siamo mossi verso un futuro più luminoso che ci avrebbe dato una più profonda consolazione? Perché? Non lo sapevamo esattamente.
Quando andai in vacanza a giugno, e misi insieme i miei averi, avevo voglia di una dolce partenza, l’inizio verso quelle piccole cose che danno alla vita un piacevole, luminoso significato. Trovai Gaza proprio come la conoscevo: chiusa come fosse un involucro interno, attorcigliato su se stesso, del guscio corroso di una lumaca scaraventata dalle onde sulla collosa, sabbiosa spiaggia vicino al mattatoio. Questa Gaza, più stretta del respiro di uno che sogna un incubo terribile, con l’odore particolare dei suoi stretti vicoli, l’odore della povertà e della sconfitta, e le case con i protuberanti balconi… questa Gaza! Ma quali sono gli oscuri motivi che attirano un uomo verso la sua famiglia, la sua casa, le sue memorie, come una sorgente attira un piccolo gregge di capre montanare? Non lo so. Tutto quello che so è che andai da mia madre, a casa nostra, quella mattina. Quando arrivai, incontrai la moglie del mio defunto fratello che mi chiese, piangendo, di far visita a Nadia quella sera, la figlia ferita ricoverata in ospedale, secondo il suo desiderio. Conosci Nadia, la bella figlia tredicenne di mio fratello?
Quella sera comprai un po’ di mele e mi preparai a fare visita a Nadia in ospedale. Sapevo che c’era qualcosa che mia madre e mia cognata mi stavano nascondendo, qualcosa che le loro labbra non potevano pronunciare, qualcosa di strano che non potevo cogliere. Volevo bene a Nadia con naturalezza, la stessa naturalezza che mi faceva voler bene a tutta quella generazione che era stata allevata sulle sconfitte e sulla rimozione, pensando che una vita felice fosse un genere di devianza sociale.
Cosa successe al momento? Non lo so. Entrai con calma nella stanza bianca. I bambini malati avevano qualcosa della santità; la malattia del bambino sembrava il risultato di ferite dolorose, crudeli. Nadia era sdraiata sul letto, con la schiena appoggiata su un grande cuscino, sul quale si spargevano i suoi capelli come una folta chioma. C’era un profondo silenzio che veniva dai suoi occhi spalancati, e una lacrima brillava nell’intensità delle sue pupille nere. Il suo viso era imperturbabile ma eloquente, come può essere la faccia di un profeta torturato. Nadia era ancora una bambina, ma sembrava più che una bambina, molto di più, e più grande di una bambina, molto più grande.
“Nadia!”
Non avevo idea se fossi stato io a parlare, o se ci fosse qualcun altro dietro di me. Ma lei sollevò gli occhi verso di me e sentii che questi si dissolvevano come una zolletta di zucchero caduta dentro una tazza di tè caldo.
Assieme al delicato sorriso sentii la sua voce. “Zio! Vieni dal Kuwait?”
La voce le si ruppe in gola; si alzò da sola con l’aiuto delle mani tendendo il collo verso di me. Le accarezzai le spalle e le sedei vicino.
“Nadia! Ti ho portato dei regali dal Kuwait, diversi regali. Aspetto che lasci il letto, completamente guarita, verrai a casa e te li darò. Ti ho comprato i pantaloni rossi che mi hai chiesto nella lettera. Sì, li ho comprati.”
Era una bugia, generata dalla tensione della situazione, ma come la pronunciai sentii che stavo dicendo per la prima volta la verità. Nadia tremò come se le avessero fatto l’elettro shock, e abbassò la testa in un terribile silenzio. Sentivo le sue lacrime bagnare il dorso della mia mano.
“Dimmi qualcosa, Nadia! Non vuoi i pantaloni rossi?” Sollevò lo sguardo verso di me e fece come parlare, ma poi si fermò, strinse i denti e sentii ancora la sua voce, come se venisse da lontano.
“Zio!”
Tese le mani, sollevò il bianco copriletto con le sue dita e indicò la sua gamba, amputata dalla coscia.
Amico mio… Non potrò mai dimenticare la gamba di Nadia, amputata dalla coscia. No! Non dimenticherò mai il dolore che modellò il suo viso e si fuse per sempre nei suoi tratti. Quel giorno uscii dall’ospedale di Gaza con la mano che stringeva, in silenzioso scherno, le monete che avevo portato per Nadia. Il sole cocente riempiva le strade con il colore del sangue. E Gaza era come marchiata a nuovo, Mustafa! Non abbiamo mai visto niente di simile, io e te. Le pietre accatastate all’ingresso del quartiere di Shajia, dove vivevamo, avevano assunto un significato, e sembrava che fossero state messe lì per spiegare qualcosa e non già per altre ragioni. Questa Gaza dove abbiamo vissuto e la gente con la quale abbiamo passato sette anni di disfatte, era qualcosa di nuovo. Mi sembrava giusto un inizio. Non so perché ho pensato che fosse proprio un inizio. Ho immaginato che la strada principale che ho percorso rientrando a casa, fosse solo l’inizio di una lunga, lunga strada che porta a Safad. Ogni cosa in questa Gaza emanava tristezza, non confinata al pianto. Era una sfida: di più, era qualcosa come la restituzione di una gamba amputata.
Andai fuori per le strade di Gaza, strade piene di luce accecante. Mi dissero che Nadia aveva perso la sua gamba mentre si lanciava sui fratellini e sorelline per proteggerli dalle bombe e dalle fiamme che avevano avviluppato la casa. Nadia poteva salvarsi, poteva scappare, salvare la sua gamba. Ma non lo fece.
Perché?
No, amico mio, non andrò a Sacramento, e non me ne rammarico. No, e neppure finirò quello che abbiamo iniziato insieme nella nostra infanzia. Questo oscuro sentimento che hai avuto come hai lasciato Gaza, questo piccolo sentimento deve crescere dentro di te come un gigante. Deve espandersi, e devi cercarlo per trovare te stesso, qui tra le brutte macerie della sconfitta.
Non verrò da te. Ma tu, tu torna da noi! Rientra, per imparare dalla gamba amputata di Nadia, amputata dalla coscia, che cosa è la vita e cosa il valore dell’esistenza.
Rientra, amico mio! Siamo tutti quanti
qui ad aspettarti.

Kuwait, 1956


lunedì 7 aprile 2014

9 aprile 1936: nasce Ghassan Kanafani

tre mesi prima di Wael Abdel Zwaiter, assassinato a Roma,per rappresaglia, dal Mossad,  Ghassan Kanafani viene ammazzato a Beirut, per rappresaglia, dal Mossad.
aveva solo 36 anni e una testa bellissima, e perciò pericolosa.
diversi suoi libri sono stati tradotti in italiano, ma molti sono introvabili.
qui e qui e qui si possono leggere tre suoi libri.

da “Uomini sotto il sole”, di Ghassan Kanafani, Tewfik Saleh ha tratto un film, nel 1973, un gran bel che ho avuto la fortuna di vedere, un grande film, sembra proprio un film della scuola neorealista italiana. Un bianco e nero che racconta più storie che si incontrare per una morte terribile, quella che capita tutti i giorni ai confini del nostro paradiso.

Ghassan Kanafani, (Acri, 9 aprile 1936 - Beirut, 8 luglio 1972) intellettuale, scrittore e giornalista palestinese, ha vissuto una vicenda umana paradigmatica di quella del suo popolo. Nato ad Acri nel 1936 da una famiglia della borghesia araba, nel 1948, alla proclamazione dello Stato di Israele, subì le stesse vicissitudini di migliaia di connazionali. Rifugiatosi in un primo tempo in Libano con la famiglia, si trasferì più tardi in Siria. Nel 1953, a Damasco, frequentò l'Università, pubblicò i primi racconti e lavorò come insegnante per l’UNRWA ( United Nations Relief and Works Agency), l'agenzia ONU per l'aiuto ai profughi. In questo periodo conobbe George Habash, leader del Movimento Nazionalista Arabo, successivamente fondatore del Movimento Popolare di Liberazione palestinese. Nel 1956 si trasferì in Kuwait per insegnare disegno. Nel 1960 si stabilì a Beirut, dove intraprese una brillante carriera giornalistica e politica che culminò, nel 1969, con la direzione di al-Hadaf (L'Obiettivo), organo ufficiale del FPLP. Nel 1961, anno del suo matrimonio con l'insegnante danese Anni, pubblicò il romanzo breve "Uomini sotto il sole", storia sempre attuale di tre clandestini palestinesi che, nascosti in un'autocisterna nel tentativo disperato di emigrare nel ricco Kuwait, vi moriranno asfissiati sotto il sole del deserto. Questo romanzo fece dell'ancor molto giovane Kanafani il modello intellettuale di tutta una generazione, considerato dalla critica araba e occidentale uno dei massimi scrittori arabi contemporanei. Fu assassinato nel 1972, a Beirut, con un ordigno esplosivo, insieme alla nipote sedicenne Lamis. L'opinione più diffusa sostiene che si sia trattato di una ritorsione del Mossad contro un attentato terroristico in Israele, attribuito al FPLP, di cui Kanafani era portavoce.

Jaffa: la terra delle arance - Ghassan Kanafani

Quando fummo costretti a lasciare Jaffa per Akka, non avvertivamo alcun senso di tragedia. Era come andare a trascorrere le vacanze in un'altra citta'. Le nostre giornate ad Akka non erano insolite: forse e' che, essendo giovane, provavo gioia per tutto quello che serviva a tenermi lontano da scuola... Poi, la notte del terribile attacco ad Akka, tutto divenne piu' chiaro. Fu, credo, una notte crudele, trascorsa tra il silenzio austero degli uomini ed il pianto delle donne. I miei compagni, tu ed io, eravamo troppo piccoli per capire cio' che stava accadendo. Pero', da quella notte, certe cose cominciarono a delinearsi piu' chiaramente di fronte ai nostri occhi. La mattina successiva - gli ebrei si erano ritirati dopo aver minacciato e fulminato - vidi un grosso camion che ci attendeva alla porta di casa. Piccole cose di casa, leggere, come materassi e coperte, venivano stipati all'interno, istericamente.
Mentre ero in piedi, appoggiato con la schiena all'antico muro della nostra casa, vidi tua madre entrare nel camion, poi tua zia, poi i piu' piccoli; infine tuo padre comincio' a caricare te ed i tuoi fratelli nella macchina, al di sopra dei bagagli. Poi mi prese dall'angolo in cui mi ero cacciato e, portandomi a cavalcioni sulle spalle, mi sistemo' nella gabbia di ferro della cabina guida, dove mio fratello Riad sedeva tranquillo. Il veicolo parti' prima che potessi trovare una posizione comoda. Akka spariva poco a poco tra le pendici delle colline che delimitavano la strada che portava a Ras al-Naqura (Libano).
Sembrava tutto avvolto nella nebbia, ed un senso di gelo comincio' a piantarsi all'interno del mio corpo. Riad, con la schiena poggiata sui bagagli e le gambe che penzolavano dal bordo della cabina di metallo, sedeva con solennita', mirando in lontananza. Io stavo zitto, con le guance strette tra le ginocchia, e le braccia avvolte attorno ad esse. Uno dopo l'altro, sparivano i giardini delle arance: da lontano gli spari ci sembravano saluti di addio.
Ras al-Naqura apparve all'orizzonte, avvolta da una nebbia bluastra. Il veicolo si fermo' all'improvviso. Le donne scesero e si fermarono presso un venditore di arance seduto al ciglio della strada. Mentre esse tornavano, con le arance tra le mani, le sentivamo singhiozzare. Solo in quel momento le arance mi apparvero oggetti cari e preziosi, ed ognuno di quei frutti tondi e puliti divenne qualcosa di cui rallegrarsi. Tuo padre, seduto a fianco dell'autista, prese un'arancia, la fisso' in silenzio, poi inizio' a piangere come un bambino indifeso.
A Ras al-Naqura il nostro veicolo si fermo' vicino ad altri veicoli simili. Gli uomini cominciarono a consegnare le loro armi ai poliziotti che erano li' apposta. Poi venne il nostro turno. Vidi pistole e fucili gettati su un lungo tavolo, vidi la fila di veicoli entrati in Libano: tutti avevano lasciato dietro di se' le tortuose strade della terra delle arance, ed allora anch'io cominciai a piangere amaramente. Tua madre fissava ancora le arance, in silenzio, e nei suoi occhi brillavano tutti gli alberi d'arance che tuo padre aveva dovuto lasciare agli ebrei. Era come se tutti quegli alberi, lindi e sottili, potesse vederli sul suo volto come in uno specchio. E negli occhi di tuo padre, senza che egli potesse evitare di nasconderle all'ufficiale della stazione di polizia, brillavano le lacrime.
Quel pomeriggio raggiungemmo Sidone: eravamo diventati profughi.
da qui



John Berger legge “Letter From Gaza”, di Ghassan Kanafani (qui il testo)