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sabato 1 luglio 2023

Le Servitù Militari in Sardegna

 

Le Servitù Militari spiegate semplicemente - Assemblea Natzionale Sarda

 

Qual è lo stato dell’arte della presenza militare in Sardegna?
Cos’è una servitù militare? È il termine corretto?
Quanti e quali territori sono interdetti alla popolazione per via delle attività militari?
Si può parlare di occupazione militare della Sardegna?
Perchè tanti sardi protestano contro la presenza degli eserciti nell’Isola?
Esiste un’alternativa a questo scenario?

Assemblea Natzionale Sarda dà una panoramica dello status quo per facilitare la risposta a questi interrogativi, facendo luce su una tematica tanto dibattuta ma non sempre pienamente compresa in tutti gli aspetti.

 

Cosa è una servitù militare?

Il termine “servitù militare” è utilizzato impropriamente a livello giornalistico e colloquiale nella società. Contrariamente a quanto si sente, e a quanto si legge anche nel titolo di questo articolo, in termini giuridici si dovrebbe parlare di Demanio militare. Spieghiamo di seguito la differenza.

  • Il Demanio militare comprende i beni di proprietà dello Stato destinati all’attività militare, quindi i poligoni e le caserme ma anche altre strutture come basi navali e aeroporti militaridepositi per munizioni, depositi di combustibile e oleodotti, stazioni radiogoniometriche, impianti di telecomunicazioni, fari ed ex batterie. In Sardegna queste comprendono una superficie pari a 237,65 km2[1]
  • La Servitù militare, termine talvolta usato erroneamente per intendere tutto il terreno occupato militarmente, invece è un istituto della legge italiana che prevede la limitazione del diritto di proprietà nelle aree confinanti con gli impianti del Demanio militare per motivi di funzionalità e sicurezza degli impianti stessi. Le limitazioni possono essere il divieto di edificazione in prossimità dei siti o lo sgombero di terreni e abitazioni in concomitanza con operazioni di esercitazione militare. Le servitù militari in Sardegna hanno un’estensione complessiva di 136,07 km2.[1]

Questo significa che in Sardegna l’area totale destinata ad uso militare e sottratta dallo Stato ai civili è pari a 373,72 km2Il 65% del demanio militare italiano è sull’Isola.

 

Quali basi militari sono presenti in Sardegna?

Oltre a una vasta quantità di immobili inclusi nel Demanio, quattro sono le più importanti basi militari installate nell’Isola e sono utilizzate principalmente come sito d’addestramento per gli eserciti appartenenti a diversi Stati del mondo [2]:

  • Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze di Salto di Quirra: situato nella parte sud-orientale dell’isola si estende su un vasto altopiano chiamato “Su Pranu”, geograficamente conosciuto come “Salto di Quirra”. La base è divisa in due grandi sottosistemi: un “poligono a terra” di 12.000 ettari nel comune di Perdasdefogu, dove ha sede anche il Comando, e un “poligono a mare” di 2.000 ettari, a Capo San Lorenzo, nel comune di Villaputzu, che si estende per 50 km fino a Capo Bellavista. [4]
  • Poligono Militare di Capo Teulada: situato nella parte sud-occidentale della Sardegna, nel comune di Teulada, è un poligono permanente per esercitazioni terra-aria-mare affidato all’Esercito Italiano e messo a disposizione della NATO. È il secondo poligono d’Italia per estensione con 7.200 ettari di terreno a cui si aggiungono i 75.000 ettari delle attigue “zone di restrizione dello spazio aereo e le zone interdette alla navigazione”, ovvero le servitù militari. [5]
  • Poligono Capo Frasca: sito sulla costa occidentale dell’Isola, nel comune di Arbus, è un poligono dell’Aeronautica Italiana messo anche a disposizione delle altre forze NATO per esercitazioni di tiro a fuoco aria-terra e mare-terra. Occupa una superficie a terra di 14 Km2 e impegna anche una servitù marina interdetta alla navigazione nei comuni di Arbus e Terralba. [6] 
  • Aeroporto Militare di Decimomannu: situato nel Campidano di Cagliari, è una base aeroportuale dell’Aeronautica Militare italiana e utilizzato anche dalle altre aviazioni NATO, in passato soprattutto dalla tedesca Luftwaffe. Dal 2023 è presente anche l’International Flight Training School (IFTS). Grava principalmente sulle aree del comune di Villasor e quelle di Decimomannu con una superficie di 18,16 km2, di cui 5,72 km2 di demanio e 12,44 km2 di servitù. [7]

A queste si aggiungeva la Base Navale di Santo Stefano nell’arcipelago di La Maddalena, che ospitava due importanti impianti: il deposito di munizioni della NATO “Guardia del Moro” e la base-appoggio americana per sommergibili nucleari, ma dal 2008 è stata dismessa definitivamente dopo un accordo tra il Governo italiano e lo Stato Maggiore USA. [8]

Chi decise di installarle?

La matrice giuridica di queste basi militari in Sardegna va ricercata nel processo che portò alla fondazione della NATO, l’alleanza atlantica concepita per la difesa da un potenziale attacco del blocco sovietico, e i rapporti tra Italia e USA all’alba degli anni ‘50[9][21]

Più in particolare, la legittimazione della presenza americana nello Stato Italiano fu sancita con l’accordo bilaterale Italia – Stati Uniti del 7 gennaio 1952, chiamato “Accordo di mutua sicurezza”, che integrava gli impegni presi con la ratifica del Trattato di Washington e con cui gli Stati Uniti reclamarono delle postazioni in territorio italiano. [10]

Due anni dopo, precisamente il 20 ottobre 1954, un altro accordo tra Italia e USA noto come Bilateral Infrastructure Agreement (B.I.A.) fu stipulato al fine di individuare un certo numero di infrastrutture bilaterali e di fatto costituì il via libera a nuove installazioni militari. [10] Nello stesso accordo si definivano le linee da seguire per ciò che concerneva la gestione delle basi. Sebbene siano passati tanti anni dalla sua sottoscrizione il B.I.A. non è ancora stato desecretato e il suo preciso contenuto non è mai stato reso noto. Di fatto il contenuto segreto è stato in parte svelato, seppur involontariamente, attraverso lo scandalo “Wikileaks.”

A partire dagli anni ’50, la NATO assegnò alla Sardegna il ruolo di piattaforma addestrativa per la sua posizione periferica rispetto alla cosiddetta “soglia di Gorizia”, ovvero il confine nord-orientale italiano con la Jugoslavia, allora parte del blocco sovietico. Risale a quel periodo la nascita delle tre grandi basi addestrative di Teulada, Salto di Quirra e Capo Frasca e il ripristino dell’aeroporto militare di Decimomannu. [9]

La conferma dell’importanza strategica della Sardegna negli interessi statunitensi arriva da un rapporto della Central Intelligence Agency (CIA) degli anni Sessanta [21], dal quale emerge chiaro il criterio di scelta dell’isola come luogo particolarmente adatto agli scopi militari.

L’Italia è una mega portaerei che si affaccia sul Mediterraneo, si sporge a Est e sbircia a Oriente. All’interno di questa mega portaerei c’è la Sardegna, che fa parte della portaerei, ma non ha il fastidioso problema della gente e delle città. Una sorta di ponte libero, ettari ed ettari non cari, quasi spopolati ma comunque abitati dalla gente, i sardi, tenaci e coriacei, ma come risaputo incapaci di costituire movimenti collettivi o iniziative comuni. L’isola è povera, e per questo facilmente comprabile con poche centinaia di posti di lavoro nelle basi militari, da offrire come mangime a qualche compiacente politico nazionale o regionale.

Rapporto della Central Intelligence Agency (CIA), 1960

Cosa si fa nei vari siti?

Sebbene tutte le basi in Sardegna siano di proprietà delle Forze Armate italiane, esse vengono utilizzate di concerto con la NATO e pertanto sono funzionali alle sue attività. La NATO ha trasformato l’Isola in una grande area strategica di servizi bellici essenziali: esercitazioni, addestramento, sperimentazioni di nuovi sistemi d’arma, guerre simulate, depositi di carburanti, armi e munizioni, rete di spionaggio e telecomunicazioni. Al tradizionale ruolo di centro di addestramento si sovrappongono compiti direttamente operativi per il controllo dell’intera area mediterranea, funzioni che potenziano l’importanza strategica dell’isola come perno del sistema politico-militare dell’Alleanza nord-atlantica. [2]

A seconda del grado di norme di sicurezza ritenute necessarie durante le esercitazioni, i territori attigui ai poligoni, ovvero le servitù, subiscono limitazioni permanenti o temporanee, come lo sgombero di specchi d’acqua, il divieto alla circolazione terrestre o l’interdizione al sorvolo dello spazio aereo sovrastante. Si pensi che l’estensione delle zone di sgombero a mare è tale da superare l’intera superficie della Sardegna. Per intenderci, una parte del poligono di Teulada e dell’area a mare è permanentemente interdetta anche agli stessi militari per motivi di sicurezza. [2]

Difficile comunque dire nel dettaglio come vengono svolte: le attività più comuni sono la sperimentazione di nuove armi e le annuali esercitazioni a fuoco congiunte di forze NATO. Si pensi che a Teulada, per adeguare il poligono alle nuove esigenze addestrative, sono stati costruiti gli “scenari reali” confacenti alle guerre moderne, come ad esempio un villaggio in perfetto stile serbo-ortodosso in preparazione ai conflitti nei Balcani e un altro in stile medio-orientale. In ogni caso le attività svolte all’interno dei poligoni sono coperte da segreto militare quindi non si può sapere con precisione il reale impatto sul territorio e gli esiti delle prove. I trattati Italia-USA come il BIA e anche l’Air Technical Agreement hanno un’elevata classifica di segretezza tale che non possono essere declassificati unilateralmente neanche dallo Stato Italiano. [11]

Gli effetti delle attività militari nelle basi e nelle servitù sono pertanto costantemente oggetto di dibattito sociale e giudiziario, sia per quanto riguarda lo stato e la sostenibilità ambientale dei territori occupati dalla Difesa sia per gli effetti sulla salute della popolazione residente intorno ai siti e degli stessi militari che vi lavorano. Tali processi sono spesso complicati proprio per via dell’impossibilità di conoscenza dello stato dell’arte dei siti e delle attività belliche.

La popolazione ebbe voce in capitolo?

No. La popolazione residente e sarda in generale non ebbe alcuna voce in capitolo nel processo di occupazione della Sardegna da parte delle forze nord-atlantiche, nè direttamente attraverso consultazioni popolari, referendum ecc., nè indirettamente attraverso i suoi rappresentanti politici locali, dato che la Regione Sardegna fu tagliata fuori da ogni dialettica politica con i soggetti italiani e internazionali. L’installazione delle basi e delle servitù fu figlia delle dispute geopolitiche di quel tempo, esito pertanto di decisioni calate dall’alto.

Solo nel 1976, con la legge 898, si volle normare la materia delle servitù, con l’obiettivo di porre fine alla supremazia degli interessi della Difesa nazionale rispetto a quelli locali. Tale legge prevedeva l’istituzione del cosiddetto Comitato Misto Paritetico per le Servitù Militari, per un confronto costante tra Esercito e istituzioni civili. I rappresentanti della popolazione locale sono nominati dal Presidente della Regione e le esercitazioni, le nuove installazioni militari e le relative servitù vengono da allora sottoposte obbligatoriamente al parere del Comitato, che deve valutare la compatibilità dei programmi militari con i piani di sviluppo territoriali. [12]

Come spesso accade, però, la legge non basta per risolvere la situazione, sia perchè sovente gli interessi geopolitici internazionali sono molto più forti delle proteste locali – rendendo debole e inefficace il lavoro di monitoraggio del Co.Mi.Pa. – sia perchè gli stessi rappresentanti locali talvolta hanno supportato e incoraggiato la presenza militare nell’Isola per ideali partitici e tornaconto politico. [13]

Dagli anni ‘80 in poi, i politici sardi a ogni livello (regionale e statale) hanno svolto periodicamente un lavoro parlamentare di contrasto all’attività militare: nel 1980, ad esempio, la Commissione Difesa pensò a un “piano per la ri-dislocazione delle forze armate sul territorio nazionale finalizzato ad alleggerire le relative installazioni militari e servitù nelle regioni Friuli Venezia Giulia e Sardegna”. L’anno dopo la RAS invitò il Governo Italiano a “risolvere il problema delle servitù e installazioni militari in Sardegna” e questo riconobbe la gravosa situazione dell’Isola. [13]

Da lì in poi i “rappresentanti del popolo sardo” hanno ciclicamente posto solo piccole pezze come l’ottenimento di indennizzi o l’apertura di piccole porzioni stagionali di servitù a mare, ma senza alcun piano economico-sociale alternativo e senza fermare l’attività bellica che – come detto – si svolge praticamente ancora nella medesima quantità di area occupata militarmente.

L’inazione dei politici sardi comunque non significa una totale immobilità da parte della società civile: il caso più emblematico avvenne già nel 1969 quando a Pratobello, nel comune di Orgosolo, i residenti avviarono una protesta pacifica ad oltranza per un mese contro la volontà calata dall’alto dello Stato Italiano di installare lì un presidio militare in linea con la politica militare della NATO durante la Guerra Fredda. Dopo settimane di tensioni, la Difesa si arrese e dovette rinunciare al suo obiettivo di insediarsi in quei terreni. È questo l’unico caso nel quale la popolazione ha avuto voce in capitolo e ha ottenuto la non occupazione del territorio per usi militari. Scopri la storia dettagliata di Pratobello cliccando qui.

Da decenni, poi, esiste un trasversale movimento antimilitarista sardo che sensibilizza contro la presenza delle basi e delle servitù nell’Isola. Tante sono state infatti le manifestazioni di protesta contro l’occupazione militare, la più imponente fu nel 2014 quando a Capo Frasca sfilarono in corteo oltre 12.000 sardi [14][22]. Tuttavia, la condizione attuale è la stessa di Pratobello: i sardi, di fatto, non sono interpellati nelle scelte legate all’occupazione militare e se vogliono far sentire la propria opinione lo devono fare a loro rischio e pericolo scendendo in piazza e provando a opporsi a delle scelte nelle quali non hanno, appunto, voce in capitolo.

Perchè diversi sardi protestano?

Sono tanti i sardi che da decenni protestano contro l’occupazione militare della Sardegna da parte dello Stato italiano e della NATO. Lo fanno in quanto si ritiene che non ci sia alcuna ricaduta positiva sul territorio, per vari aspetti.

  • ECONOMICO: Non è raro sentire frasi come “Le basi portano lavoro” o “creano indotto”concetti entrati nel pensiero di diverse persone e propagandati dalle stesse autorità militari. In occasione dell’annuale esercitazione nel 2023, l’Ammiraglio dell’Esercito Italiano Fabio Agostini dichiarò che la stessa avrebbe determinato «una positiva ricaduta economica sul territorio con la presenza di migliaia di persone, assicurata con la fornitura di pasti, servizi di lavanderia, lavori edilizi per migliorare la ricettività, tutti servizi forniti a livello locale». [15]
    Tuttavia non risulta alcun profitto economico significativo generato dalla presenza militare nei territori delle esercitazioni. Una recente indagine dell’Unione Sarda ha svelato come tante delle operazioni di routine a supporto dell’attività militare, dalla fornitura del catering (dall’acqua minerale al cibo per la colazione) alla manutenzione degli impianti dentro i poligoni fino alla raccolta dei rifiuti vengano affidate, senza gare pubbliche, ad aziende non sarde. [15] Di fatto, nei poligoni vige un regime economico di sussistenza in cui non è necessario alcun commercio con le attività limitrofe. [16] Essendo aree militari ci si accede tramite arruolamento, per cui l’impatto di assunzioni di lavoratori è minimo vista la scarsa presenza di aziende circostanti a servizio delle basi. Anche i dati socio-economici dei comuni svelano come non avvenga alcuna produzione di ricchezza: il PIL dei comuni con aree occupate è decisamente più basso rispetto a quello dei comuni confinanti che vivono di altri indotti come il turismo balneare (si pensi a Teulada vs Pula o Villaputzu vs Muravera) ma non solo, dato che va da sé che qualsiasi occupazione di un territorio ne neghi lo sviluppo in altre direzioni, a maggior ragione se inaccessibile alla popolazione civile. Questi comuni, poi, hanno iniziato a subire una forte emigrazione proprio a partire dal periodo in cui vennero aperti i poligoni al contrario dei comuni confinanti [19] (leggi qui per approfondire).
  • AMBIENTALE: Non è più un segreto che le basi militari e le esercitazioni connesse generano un forte inquinamento. Basti pensare alla cosiddetta “sindrome di Quirra”, cioè il termine con il quale si indica un fenomeno che ha portato a una serie di morti sospette e casi di tumore tra i militari e pastori, nonché malformazioni di animali allevati nella zona, seguiti dall’esposizione a sostanze nocive, in primis l’uranio impoverito, scarto derivante alla deflagrazione di ordigni sia in zone di guerra che in aree di esercitazione militare, e che prende questo nome proprio perché si riscontrò nei militari e nella popolazione vicina alla base di Quirra. La correlazione tra attività bellica e tale mortalità è ancora oggetto di dibattimento giudiziario e attualmente i vertici dei Poligoni sono indagati per omicidio e lesioni colpose plurimeA Teulada invece una parte della Penisola Delta è inaccessibile ai militari stessi in quanto troppo inquinata, cinque vertici dell’Esercito sono ancora sotto processo per disastro ambientale e la Difesa stessa ha ammesso che dovranno essere effettuate le bonifiche del sito, mai però partite. [17]
  • ETICO: nelle aree del Demanio militare in Sardegna si esercitano tutte le principali forze armate del Pianeta. Quirra e Teulada sono i due più grandi poligoni d’Europa. Lì vengono sperimentate nuove armi e nuove tecniche belliche da traslare poi su reali scenari di guerra. Di fatto, questo rende la Sardegna parte in causa dei principali conflitti in corso nel Mondo. Liberarsi di queste aree significa pensare a un futuro per la Sardegna più pulito, oltre che remunerativo socialmente e economicamente.
  • POLITICO: si tratta di aree non accessibili e sottratte alla popolazione, operazione che è stata fatta senza la volontà dei residenti. La gestione di queste aree non dipende dai sardi, che non possono quindi decidere del loro destino. Dunque, tralasciando il discorso pacifista o antimilitarista, la questione si lega all’autogoverno dell’Isola e del suo territorio. Le dinamiche politiche della presenza militare in Sardegna hanno ricadute sull’attività economica dell’Isola in quanto ne determinano, in questo caso dall’alto, il suo destino. Si pensi all’apertura dell’ITFS a Decimomannu o al Distretto Aerospaziale Sardo, a discapito di altri investimenti utili alle comunità. O si pensi alle politiche assistenzialiste come gli indennizzi a pescatori e allevatori, a discapito di un vero sostegno allo sviluppo economico. Il militarismo italiano di fatto è una forma di colonialismo sulla Sardegna. [18]

 

Cosa si potrebbe fare lì in alternativa?

Le risposte a questa domanda potrebbero essere infinite. 

Di sicuro, al momento, data l’impossibilità di gestione e anche solo d’ingresso in quelle aree, fa sì che la popolazione non abbia voce in capitolo. Il lavoro deve essere volto a riprendere questo potere, che sia tramite il Comitato Paritetico, tramite il lavoro dei rappresentanti politici con a cuore la smilitarizzazione della Sardegna o direttamente attraverso le battaglie della società civile.

Dopodichè è necessaria un’importante opera di bonifica delle aree interessate a spese dell’occupante. Una volta riottenute le terre bonificate si può immaginare un futuro economicamente e socialmente sostenibile. Le basi militari non sorgono sull’etere, ma sono circondate da aree libere che vivono di altro e – come già detto precedentemente – talvolta sono eccellenze della Sardegna stessa. Quirra e Teulada fanno parte dell’area più attiva dal punto di vista turistico balneare, diverse aree (lo stagno di Corru S’Ittiri, gli stagni di Murtas e S’Acqua Durci, l’Isola Rossa, Capo Teulada e Porto Pino) sono definite Siti di Interesse Comunitario (SIC) ma ricadono del tutto o in parte nelle aree off-limits delle basi [20]. Esse potrebbero essere valorizzate per la ricerca scientifica o potrebbero ospitare azioni a tutela della flora e della fauna del luogo. Si potrebbero sviluppare forme di turismo sostenibile, si potrebbe (riprendere a) fare allevamento, agricoltura, o produzione di energie rinnovabili e migliaia di altre cose. Sicuramente anche il nulla sarebbe meglio di attività altamente inquinanti, distruttive e poco etiche. Un esempio palese è la dismissione della Base di La Maddalena che dal 2008 è nelle disponibilità dei residenti: da tale data i parametri economici della comunità sono in risalita rispetto al periodo della gestione militare. [19]

Se ciò sembra un obiettivo a lungo termine, per non dire lontano, si può iniziare a pretendere una riconsegna di tutti quei beni al momento ancora di proprietà del Demanio militare ma inutilizzati dalla Difesa stessa. Tali strutture, come le caserme chiuse, e tali aree naturali – come può essere il Promontorio di Sant’Elia a Cagliari per citarne una – sarebbero immediatamente a disposizione della collettività. [13]

Essere contro le basi militari significa schierarsi pro o contro qualcuno in un conflitto?

No. Essere contro le basi significa intraprendere una lotta per l’autodeterminazione della propria terra, ossia difenderla e pretendere il diritto di decidere cosa farne. 

Chi manifesta la propria contrarietà alle basi militari non si schiera con uno o con l’altro contendente in un determinato conflitto, ma è contrario a che i conflitti vengano preparati all’interno di aree sottratte alla collettività. Le basi militari in Sardegna persistono dal 1950 e, in oltre 70 anni, il mondo ha visto alternarsi periodi di guerra come periodi di pace (o di “meno guerra”), ma ciò non ha ridotto di una virgola la pressione militare sull’Isola. Essere contro le basi non sposterebbe l’ago della bilancia in alcun conflitto.

Infine, premesso che – come spiegato sopra – le alleanze internazionali tagliano spesso fuori le comunità dalle decisioni strategiche, la Sardegna come entità non indipendente è un “passeggero” nelle dinamiche geopolitiche condotte dall’Italia. In una Sardegna con i poteri di uno Stato, la popolazione avrà la facoltà di decidere direttamente e indirettamente il proprio destino, le proprie alleanze, la propria posizione nei conflitti mondiali e la propria Difesa.

FONTI:

  1. Cosa si intende per “demanio”?, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  2. Le basi militari in Sardegna, Regione Autonoma della Sardegna su, regione.sardegna.it
  3. La presenza militare nell’Isola, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  4. La base del Salto di Quirra, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  5. La base di Teulada, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  6. La base di Capo Frasca, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  7. Decimomannu, dove I piloti grandi e piccoli del mondo si addestrano per fare la guerra, Sardinnia Aresti, su www.maistrali.it
  8. La base di Maddalena, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  9. Lo sviluppo delle servitù, dal dopoguerra a oggi, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  10. La disciplina delle basi militari NATO ed USA in territorio nazionale, Parlamento Italiano, su camera.it
  11. Accordi sottobanco e trattati segreti, un secolo di (s)democrazia, Luca Rinaldi, su linkiesta.it (2 luglio 2016)
  12. Il ruolo del Comitato paritetico, Regione Autonoma della Sardegna, su regione.sardegna.it
  13. XVILegislatura – Interrogazione n. 1093/A, Agus et. al., 25 giugno 2021
  14. Capo Frasca, 12mila contro le servitù. Manifestanti entrati nel poligono, Federico Fonnesu e Davide Fara, su sardiniapost.it (2 luglio 2016)
  15. Nato & spesucce, in Sardegna manco l’acqua, Mauro Pili, su L’Unione Sarda (17 maggio 2023)
  16. «A Teulada i militari non comprano neppure un panino», Salvatore Loi, su L’Unione Sarda (17 maggio 2023)
  17. Udienza G.I.P. per l’inquinamento nel poligono di Teulada, Gruppo Intervento Giuridico, su gruppodinterventogiuridicoweb.com (7 maggio 2022)
  18. Questione sarda e complesso industriale-militare, Andria Pili, su jacobinitalia.it (15 aprile 2021)
  19. Le basi non portano ricchezza, risarciti i comuni, Ivan Monni, su sindipendente.com (25 marzo 2023)
  20. Completamento della procedura di designazione delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) riguardante Siti Natura 2000 ricadenti in aree interessate da poligoni militari, Regione Sardegna, Deliberazione N. 23/81 del 22.06.2021
  21. “Il poligono interforze del Salto di Quirra. Il prezzo del futuro”, Roberta Olianas, Tesi di Laurea a Università degli studi di Cagliari, Facoltà di Scienze Politiche (2012)
  22. “Guerra vista mare”, Omar Onnis, in Editoriale #8, Sud su Menelik (2022)
  23.  

https://www.assembleasarda.org/progetti/le-servitu-militari-spiegate-semplicemente/




lunedì 11 maggio 2020

Sardegna: l’invasione militare e chi si oppone - Walter Falgio




Si tratta di una riflessione sulle forme di opposizione alla presenza militare in Sardegna e sui gruppi antimilitaristi, con l’auspicio (dell’autore e nostro) “di continuare ad approfondire questa ricerca.”
Il pomeriggio del 12 ottobre 2019, davanti ai cancelli della base di Capo Frasca, si è tenuta sa manifestada contra a s’ocupatzione militare de sa Sardigna. Migliaia di persone hanno partecipato a un’iniziativa plurale convocata da “A Foras”, assemblea nata il 2 giugno 2016 a Bauladu con l’intento di includere gruppi, realtà politiche e singoli che oggi in Sardegna continuano a opporsi “all’occupazione militare”. Queste le parole d’ordine:firmare is esercitatzionesserrare is bases militares e is poligonos,bonifica e cunversione; bloccare le esercitazioni, chiudere le basi e i poligoni, bonifica e riconversione. Il sito internet dell’assemblea, ricco di informazioni, racconta come il movimento antimilitarista sardo si sia ricompattato a seguito di un’altra importante manifestazione che si tenne, sempre a Capo Frasca, il 13 settembre 2014.
Domusnovas, paese a 40 chilometri da Cagliari, ha visto nascere un comitato popolare per la riconversione della RWM Italia da fabbrica di bombe a fabbrica civile. La RWM è uno stabilimento del gruppo tedesco Rheinmetall che conta di aumentare la produzione degli esplosivi di tipo pbx con un importante piano di espansione. Italia Nostra, per esempio, è solo una delle tante associazioni che si oppone alla presenza dell’industria di armi, esportate e utilizzate per uccidere civili nel villaggio di Deir Al-Hajar nello Yemen nord-occidentale. Diverse le mozioni discusse in proposito dalla Camera, come quella del 18 giugno 2019 che vedeva come primo firmatario Federico Fornero.
L’arcipelago del movimento antibasi sardo è un’aggregazione trasversale e sfaccettata che interpreta un sentimento diffuso e si radica in uno specifico contesto territoriale e culturale: «‘Resistenza’ al colonialismo significava di più che semplice resistenza al dominio degli italiani. Come molte isole, e secondo una valutazione antica di secoli, se non di millenni, la Sardegna era ritenuta strategicamente importante. Inoltre, con le grandi estensioni di terra sottopopolata era il luogo ideale per l’addestramento militare», scriveva lo storico inglese Martin Clark nel 1989.
Le svariate forme di opposizione alla presenza militare nell’isola, piattaforma di servizio durante la Guerra fredda e ancor oggi nell’ambito degli interessi di una global Nato, sono oggetto di un ampio dibattito. Ne derivano i contorni di un tema di studio sulla storia politica e sociale della Sardegna del secondo dopoguerra tanto peculiare quanto poco indagato. Si propone qui una ricostruzione ancorché parziale della vicenda sarda prendendo le mosse dagli schemi interpretativi e dagli inquadramenti storici sul movimento nonviolento e antimilitarista nell’Italia del Novecento. Uno studio di Amoreno Martellini (2006) propone una prima definizione terminologica e concettuale. L’espressione “pacifismo” – osserva Martellini – indica una disposizione generica alla pace che non necessariamente contiene il significato di nonviolenza e antimilitarismo: «I Partigiani della pace, la più importante organizzazione pacifista sorta in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale» ad opera del Pci, che vide tra i suoi principali promotori il leader comunista sardo Velio Spano, non contemplava tra le sue «opzioni di fondo né quella nonviolenta né quella antimilitarista». Allo stesso modo buona parte del pacifismo di orientamento cattolico non aveva difficoltà a schierarsi a favore delle “guerre giuste” e delle gerarchie militari. «D’altra parte – continua Martellini – se la nonviolenza deve per forza di cose contenere l’antimilitarismo, l’antimilitarismo, inteso come opposizione alla istituzione militare, non necessariamente deve fondarsi sulla scelta nonviolenta».
Il movimento pacifista dei comunisti che fu capace di coinvolgere milioni di italiani, giovani, donne, intellettuali, anche al di fuori dell’alveo della sinistra, attorno ai temi dell’antimperialismo e dell’antiamericanismo e contro il nucleare atlantico, fu pienamente operativo sino al 1956. La pace era a tutti gli effetti utilizzata come un’arma ideologica nell’ambito dello scontro planetario della Guerra fredda e delle contraddizioni aperte soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Corea nel 1950. In contrapposizione al movimento delle organizzazioni di sinistra si schierò un pacifismo di matrice cattolica monopolizzato dalla Democrazia cristiana. L’egemonica mobilitazione partitica attorno al messaggio pacifista portò a una marginalizzazione dei gruppi di donne e uomini indipendenti, nonviolenti o antimilitaristi radicali, che, pur ispirandosi a solide tradizioni come il pensiero tolstoiano o quello anarchico e socialista dei primi del Novecento, non contavano su adesioni di massa (Scarantino, 2006; Moro, 2012).
Altri fattori di isolamento delle istanze nonviolente e antimilitariste nell’Italia del secondo dopoguerra sono riconducibili all’atteggiamento repressivo dello Stato soprattutto nei confronti dell’obiezione di coscienza e all’ avversità della Chiesa cattolica, sino al Concilio Vaticano II. In proposito si richiamano gli episodi di obiezione di coscienza al servizio di leva obbligatorio in Italia alla fine degli anni Quaranta e la conseguente reazione delle istituzioni militari. Insieme ai casi di Rodrigo Casello, cuneese, e di Enrico Ceroni di Casale Monferrato, processati e condannati rispettivamente nel 1947 e nel 1948 (il primo, pentecostale, fu amnistiato, mentre al secondo, testimone di Geova, fu concessa la sospensione condizionale della pena) si annovera Pietro Pinna, ragioniere di origini sarde, condannato anch’egli a più riprese dai tribunali militari a diciotto mesi di carcere per il reiterato rifiuto supportato da ragioni politiche di svolgere il servizio di leva. Fu infine congedato a causa di una improbabile “nevrosi cardiaca”. La sua vicenda fu raccolta dalla stampa ed ebbe anche una eco internazionale ma né la politica né la Chiesa cattolica accolsero favorevolmente la scelta della disubbidienza civile. Nel 1950 una delle prime voci critiche autorevoli si levò proprio dal mondo religioso vaticano. Dalle colonne de «La Civiltà Cattolica» fu il teologo gesuita Antonio Messineo a difendere «il dovere morale per il cattolico di ottemperare alla coscrizione obbligatoria». Bisognerà attendere i primi anni Sessanta per assistere all’affermazione di una nuova generazione di militanti e a una diffusione della coscienza pacifista, nonviolenta e antimilitarista anche sull’onda delle successive rivolte giovanili globali di fine decennio. Le proteste contro l’installazione degli euromissili a Comiso dell’81 segneranno un’altra grande impennata della partecipazione popolare.

Espropri e missili
La vicenda sarda in parte si intreccia con il corso dei movimenti a respiro nazionale, in parte – come accennato – assume dei caratteri specifici che si svilupperanno nel contesto sociale e politico della realtà isolana. La destinazione di area addestrativa e di servizio viene assegnata all’isola nell’immediato dopoguerra in ambito Nato e in virtù di patti tra il governo italiano e quello statunitense che reclama strutture militari per garantire la propria operatività nello scenario europeo e mediterraneo. Lo schieramento nazionale con il blocco occidentale comporta l’adeguamento alla sfera di influenza americana e a tutte le conseguenti politiche di difesa nel contesto ideologico del Patto atlantico e della guerra fredda determinate anche da accordi bilaterali. Uno di questi, tuttora soggetto a segreto di stato e che ha provocato effetti sull’isola, è il Bilateral infrastructure agreement (Bia), del 20 ottobre 1954: «Secondo un autorevole commentatore, esso fu firmato dall’allora ministro italiano degli esteri Giuseppe Pella e dall’ambasciatrice Usa in Italia, Clara Booth Luce. Tra l’altro, esso stabilisce il tetto massimo delle forze Usa che possono stazionare in Italia. L’accordo è inoltre corredato di annessi tecnici, relativi alle singole basi». Tra queste, se ne individuavano due da istituire in Sardegna, nei territori di La Maddalena e di Cagliari (Ronzitti, 2007). L’isola è indentificata come territorio ideale dove allestire poligoni di tiro, impianti di telecomunicazioni, depositi di armi, munizioni e carburante secondo le strategie difensive sovranazionali dell’alleanza atlantica. Una sorta di retrovia in funzione del controllo del confine orientale. È in quest’ottica che a metà degli anni cinquanta iniziano ad essere operativi i poligoni di Quirra e di Capo Teulada, seguiti da Capo Frasca, tuttora in piena attività per addestrare esercito, marina e aeronautica alle missioni Nato out of area e per la sperimentazione di armamenti e di tecnologie militari e civili gestita anche da soggetti privati. «La possibilità di svolgere tali attività è particolarmente importante – scrive lo Stato maggiore della difesa – perché consente di mantenere un elevato livello di riservatezza minimizzando così il rischio che prove o cicli addestrativi su poligoni esteri potrebbero portare a una indesiderata dispersione di informazioni operative» (Direttiva sull’organizzazione, impiego e funzionamento del PISQ, SMD – L 014 – 27 febbraio 2003, p. VIII).
Nell’immediato dopoguerra, sull’onda delle iniziative del movimento dei Partigiani della pace e dell’Unione donne italiane, si svolgono anche in Sardegna diversi incontri sul tema del disarmo. Ma per registrare una prima significativa denuncia dell’impatto che l’istituzione delle basi militari ebbe sul territorio della Sardegna sarà necessario attendere il documentario di Giuseppe Ferrara, Inchiesta a Perdasdefogu (Italia, 1961). Il film – accompagnato dal brano contro la guerra di Italo Calvino, Cantacronache e Sergio Liberovici Dove vola l’avvoltoio? – inquadra il malcontento della popolazione di dieci paesi «da Villaputzu a Ulassai» interessati dalla installazione della base militare con le testimonianze dirette degli abitanti. L’esproprio delle terre, quello che Ferrara definisce un «avvenimento drammatico», è all’origine di una protesta corale raccolta dal regista. Un agricoltore di Perdasdefogu lamenta la distruzione del proprio raccolto a fronte della richiesta negata di indennizzi, il sindaco di Tertenia illustra le ricadute negative della presenza militare: quattromila ettari espropriati dove prima pascolavano cinquemila capi di bestiame e dai quali trovavano sostentamento centoventi famiglie. Efficace è la descrizione che Ferrara presenta dei vigneti impiantati dalla cooperativa agricola fondata a Jerzu nel 1953 con duecento soci e ora ridotta a sessantacinque lavoratori: centotrentotto ettari di terreni avuti in affitto dissodati, sessantamila metri cubi di pietre trasformati in muri e accantonamenti, strade, acquedotti, vasche, ponti e tubi catramati per 2.600 metri costruiti, dodici case agricole edificate. Sette anni di lavoro e mezzo milione di piante di vite che «solo ora – spiega il regista – stavano iniziando a portare i frutti, dovranno tornare deserto». Il lavoro di Ferrara si chiude con il racconto di un contadino che dichiara di aver visto un missile fuori controllo precipitare nel suo terreno. Il 13 gennaio 1961 – di contro – il quotidiano «L’Unione Sarda» proseguiva quella che sarebbe diventata una lunga serie di servizi dedicati alla base con l’articolo intitolato: «Lanciato il primo razzo italiano da un poligono della Sardegna. Riuscito esperimento nella base Perdasdefogu».
La marcia di Capitini
Le espressioni di una coscienza pacifista e antimilitarista in Sardegna nei primi anni sessanta non potevano che essere guidate e organizzate anche dall’azione di un leader della levatura di Aldo Capitini, docente di pedagogia all’Università di Cagliari dal 1956 al 1965. L’intellettuale perugino promosse nell’isola una consulta per la pace, un movimento giovanile di azione e un movimento contro le basi militari accompagnando le sue iniziative con frequenti interventi sulla stampa – per esempio su «Rinascita Sarda» e su «L’Unione Sarda» – e con occasioni di confronto pubblico. La Marcia della pace per la fratellanza dei popoli che si svolse il 13 maggio 1962 nel capoluogo isolano, rappresentò uno dei momenti culminanti dell’attività del pensatore in Sardegna, come ha sottolineato Elisa Nivola (2006): «Migliaia di persone convenute a Cagliari da tutta l’isola […] diedero vita a una civile manifestazione, esprimendo in una mozione conclusiva l’adesione a un piano per la pace e chiedendo la riduzione progressiva delle spese militari e delle armi convenzionali, l’eliminazione di tutte le basi missilistiche, la distruzione delle armi atomiche, l’istituzione di un servizio civile per i giovani […]» .
Un’isola per i militari
Sul finire degli anni sessanta iniziano a circolare anche attraverso la stampa e gli editori italiani gli scritti di uno dei principali artefici della diffusione delle istanze antimilitariste sarde. Si tratta di Ugo Dessy, insegnante di Terralba, libertario, particolarmente attivo nelle iniziative di educazione popolare. Il 4 novembre del 1969 a Milano, a margine del congresso del Partito radicale, si tiene uno dei primi incontri nazionali del movimento antimilitarista al quale Dessy presenta un contributo sulla realtà sarda: «La sua relazione documentò per la prima volta il processo di militarizzazione del territorio sardo: fu pubblicata da Umanità Nova, giornale con il quale Dessy collaborò per due anni», ricorda «“A”-Rivista Anarchica» del 1 febbraio 1984. Il volume Sardegna un’isola per i militari, pubblicato nel 1972 da Marsilio editori, fornisce una mappa dettagliata di tutte le installazioni della Difesa nell’isola: «Il Salto di Quirra, Perdasdefogu; l’isola di Tavolara; l’arcipelago de La Maddalena; Decimomannu e Serrenti; Capo Frasca; Capo Teulada; Cagliari e adiacenze; Orgosolo, il poligono di Pratobello». La Sardegna deve sopportare un peso di strutture militari spropositato che non ha eguali nel resto del paese e tale carico costituisce una delle cause del mancato sviluppo del territorio. Questa consapevolezza fornisce uno degli argomenti centrali alle tesi antimilitariste isolane.
«Le strutture militari rappresentano un condizionamento negativo e un limite opprimente dello sviluppo sociale ed economico delle comunità in cui sono insediate e un condizionamento dello sviluppo dei diritti civili e delle strutture democratiche», scrive l’insegnante, «Ma per la Sardegna – e soprattutto per la Sardegna d’oggi – il discorso diventa particolarmente illuminante, giacché – venuta meno quella caratterizzazione dell’isola, rappresentata dalla inaccessibilità geografica e dalla malaria – la regione è diventata la zona prediletta per gli insediamenti militari e per le sperimentazioni non solo degli strumenti bellici, ma delle strutture e dei rapporti tra società civile e potere militare».
Il capitolo conclusivo del volume di Dessy non a caso è dedicato alla “rivolta di Pratobello”. Altro episodio simbolico della protesta antimilitarista sarda che distilla molti dei significati politici delle lotte identitarie e popolari verso l’imposizione esterna. Sull’onda di una forte opposizione contro «l’arroganza del potere centrale e della Regione, quale suo braccio cagliaritano» e nel caso delle aree interne, contro la condizione di una «provincia amministrata in armi», scrive Eliseo Spiga (1982), esplode una contestazione spontanea al tentativo di istituire un poligono di tiro della brigata Trieste nei pascoli di Pratobello alla quale partecipa tutto il paese di Orgosolo. Queste manifestazioni di conflitto «avevano sì un respiro internazionale e un riferimento al sessantottesco maggio francese, ma anche un aggancio evidente con la specifica realtà sarda».
Tra gli anni settanta e ottanta si registreranno nell’isola altre importanti iniziative di base che favoriranno anche la diffusione dei temi antimilitaristi. Nel 1972 nasce la Comunità di Sestu che prende il nome del comune nei dintorni di Cagliari dove si insediò. Un gruppo proveniente dell’esperienza di Capodarco di Fermo per l’integrazione sociale dei diversamente abili, fondò così anche in Sardegna una realtà che ha contribuito in maniera determinante alla diffusione della cultura di pace. Dal 1974 accolse i primi obiettori di coscienza al servizio militare e in seguito divenne sede regionale della Loc (Lega obiettori di coscienza). Nel 1981 a Barrali, un piccolo centro della provincia Sud Sardegna, il militante anarchico Tomaso Serra diede vita a un’esperienza unica nell’isola, il centro di documentazione sulla storia dei movimenti anarchici, libertari, operai e rivoluzionari, Arkiviu-bibrioteka de kurtura populari, intestato poi allo stesso Serra dopo la sua scomparsa nel 1985. La grande mobilitazione contro l’installazione degli euromissili a Comiso del 1981 consentì ulteriori spinte associative come il Movimento antimilitarista sardo.
Il nucleare nell’arcipelago
La concessione nel 1972 dell’approdo per sommergibili nucleari della VI flotta Us Navy nell’isola di Santo Stefano, nell’arcipelago de La Maddalena, si fonda sul già citato Bilateral infrastructure agreement, accordo tra i governi statunitense e italiano (Nixon e Andreotti) mai sottoposto alle Camere e privo di alcuna ratifica del Quirinale, viene considerato da molti giuristi un atto nullo e non conforme alla Costituzione repubblicana che esprime il principio fondamentale del ripudio alla guerra di aggressione (Onorato, 1994). L’installazione militare – che dal 26 gennaio 2008 non ospita più la Us Naval support activity – non solo rappresentò la violazione della sovranità interna e di un delicato equilibrio ambientale, ma fu al centro di numerose denunce, sospetti e dispute sul rischio di inquinamento radioattivo nelle acque della zona (Cortellessa, 1990; Aumento, 2005). Servizi giornalistici e interrogazioni parlamentari riportarono diverse testimonianze su casi di cranioschisi e di anencefalie registrati dal 1976 al 1988 (Mannironi, 2004).
L’assenza di informazioni, di indagini e strumenti adeguati e soprattutto di trasparenza da parte delle autorità della Difesa (sia italiana sia statunitense) trincerate dietro al segreto militare (soprattutto riguardo alle caratteristiche di armamento e propulsione nucleare dei cosiddettiHunter killer), ha portato a uno stato di sospensione di essenziali diritti come quello alla tutela della salute. Gli stessi americani dedicavano molta attenzione alla diffusione delle notizie sul pericolo nucleare a La Maddalena. Lo attesta questo resoconto molto dettagliato di un press touralla base con una interessante rassegna stampa commentata, documento del 25 maggio 1976, spedito dalla struttura diplomatica americana in Italia e ricevuto dal Bureau of european and eurasian affairs del Dipartimento di stato Usa, pubblicato ora su Wikileaks. A proposito di segretezza, è indicativa altresì la nota interna che l’ambasciatore statunitense Ronald Spogli redasse il 7 luglio del 2008, e che fu resa pubblica sempre attraverso Wikileaks, dove il diplomatico suggeriva di rifiutare la richiesta del governo italiano di desecretare il Bia (Olianas, 2011).
La presenza statunitense intensificò le forme di protesta anche a livello nazionale, prendendo le mosse dalle prime manifestazioni del novembre del 1972 della Fgci e di altri gruppi giovanili dei partiti, passando per la marcia internazionale degli antimilitaristi che si concluse a La Maddalena nell’estate del 1976, per numerose iniziative organizzate dal Partito radicale, da Lotta continua, dal Comitato per la pace, come quella del 22 dicembre del 1984. Saranno diverse le incursioni di Greenpeace e nel 1988, due anni dopo il disastro di Chernobyl, si avvieranno le procedure per l’espletamento di tre referendum contro la presenza nucleare militare poi sospesi il 22 novembre e bocciati l’8 marzo 1989 dalla Corte costituzionale. Questa circostanza porterà a importanti mobilitazioni popolari come la manifestazione a La Maddalena del 10 dicembre 1988.
L’opposizione della Regione
Negli anni ottanta si assistette a una più decisa opposizione alla presenza militare da parte dell’istituzione autonomista regionale soprattutto sotto i governi guidati dal leader sardista Mario Melis (1982, 1984-1989). La regione contrastò le richieste del governo in diverse forme e nei limiti concessi dalla legge 898 del 1976 che si proponeva di armonizzare paritariamente gli interessi della Difesa con quelli dello sviluppo del territorio riconoscendo il principio dell’indennizzo a fronte di un danno causato dai vincoli militari. Un ordine del giorno approvato dall’assemblea legislativa sarda datato 10 aprile 1981 impegnava la giunta a indire una conferenza regionale sul problema delle servitù e installazioni militari, coinvolgendo «primariamente le forze vive della società sarda» e i comuni. Melis, allora assessore dell’Ambiente, in apertura della conferenza che si tenne lo stesso anno, pretese dal governo una drastica riduzione della presenza militare che, per modalità, intensità e ampiezza del suo realizzarsi, aveva assunto caratteristiche «nettamente autoritarie e colonialiste», in una regione considerata come “area di servizio”. Melis fa riferimento alla pesante sproporzione di servitù e demanio della Difesa rispetto alle altre regioni italiane descrivendo le imposizioni militari come responsabili del freno allo sviluppo, del blocco dell’espansione turistica, dell’abbandono di terre fertili come la piana di Teulada o quella di Santadi. Mare e cieli inibiti portano limiti alla pesca e al traffico aereo con allungamenti di rotte e conseguenti aumenti delle tariffe. Il 5 e 6 maggio del 1981 seguì la conferenza nazionale sulle servitù militari per effetto della quale il ministro della Difesa Lelio Lagorio si impegnò a favorire una «riduzione quantitativa e qualitativa dei gravami connessi con le esercitazioni a fuoco delle unità terrestri e aeree della Sardegna». Impegno rimasto di fatto inattuato. Altri accordi si susseguirono come quello tra il presidente della giunta regionale Melis e il ministro della Difesa Giovanni Spadolini del marzo 1986 che portò all’insediamento di una commissione stato-regione dal luglio 1986 al gennaio 1987 e a una mappatura di tutti i beni militari considerati dismissibili con illustrazioni e cartografie.
Mappa della Sardegna con aree a mare e in cielo sottoposte a vincoli militari, gentile concessione dell’Archivio “Gettiamo le basi”.
La legge 104 del 2 maggio 1990, che tra l’altro riconosce diverse modifiche alla norma del 1976 e un contributo annuo in base alla percentuale dei gravami militari da destinare ai comuni interessati, si può considerare un effetto formale e parziale dell’annosa vertenza sarda con lo stato. Così come i numerosi protocolli d’intesa tra Roma e Cagliari: sulla regolamentazione e sui criteri degli indennizzi che includevano i pescatori (ottenuti dopo una protesta delle marinerie che comportò il blocco delle esercitazioni) del 1999 (governi D’Alema e Palomba) e del 2005 (governi Berlusconi e Soru). Gli accordi Parisi – Soru (2006) e l’intesa Pinotti-Pigliaru (2017). Questa mole di provvedimenti ha in parte consentito la dismissione di piccole porzioni di beni militari lasciando tuttavia irrisolto il nodo centrale sul riequilibrio reale del demanio asservito, delle esercitazioni e di altre attività operative tra l’isola e il resto d’Italia, considerazione emersa anche dall’indagine conoscitiva della Camera del 2014. Non bisogna poi dimenticare il ruolo assunto dagli amministratori locali che in certi casi hanno rappresentato un importante e unico punto di riferimento per la ricerca di informazioni e per la tutela della trasparenza. Beniamino Camba, sindaco di Teulada per svariate consiliature e memoria storica del Comitato misto paritetico per le servitù militari della regione, ha denunciato in più occasioni riserve di legittimità sulle modalità che hanno governato gli espropri per la costituzione del poligono nel sud ovest dell’isola descrivendo «l’abbandono forzato delle case da parte dei contadini di alcune frazioni» e ha richiesto la bonifica del vasto territorio e del mare inquinato da «discariche di vecchi ordigni» (Quaderni della Sardegna, 2000). Pasqualino Serra, primo cittadino de La Maddalena dal 1993 al 1997, commissionò nel 1999 uno studio su costi e benefici dovuti alla comunità dalla presenza americana riscontrando che si procurava una perdita netta di 928mila euro per il bilancio pubblico (Mostallino, 2012). Antonio Pili, ex sindaco di Villaputzu dal 1997 al 2002, medico oncologo, nel 2001 aveva rilevato l’alta e inspiegabile incidenza di tumori al sistema emolinfatico nel territorio comunale di Quirra, una frazione di 150 abitanti confinante con il poligono, avviando il lungo percorso di ricostruzione degli effetti del grave inquinamento ambientale causato dalla base militare. «C’è qualcosa laggiù che sta uccidendo uomini e donne», affermava Pili.
“Gettiamo le basi”
È sulla scorta di questo profondo vulnus ai danni della sovranità territoriale della Sardegna, mai superato in decenni di confronti istituzionali e dissenso, che nel 1997 si costituisce a Cagliari il comitato sardo Gettiamo le basi. L’iniziativa fece seguito all’omonimo convegno nazionale che si tenne a Pordenone dal 6 all’8 dicembre dello stesso anno. Forse il più fecondo e longevo gruppo antimilitarista indipendente di formazione regionale, ancora operativo dopo quasi 23 anni di attività ininterrotta. L’organizzazione fondata da Mariella Cao, insegnante e a lungo militante nell’ associazionismo di base, ha concentrato subito gli sforzi su un approfondito lavoro di documentazione e di ricerca.
Un opuscolo autoprodotto di sedici pagine pubblicato nel 1998 ha rappresentato una fonte di informazione alternativa alle scarse notizie divulgate dalle fonti ufficiali e un testo aggiornato rispetto ai lavori degli anni settanta e ottanta. La presenza militare in Sardegna era il titolo e riportava al centro della copertina una cartina dell’isola costellata dalle numerose installazioni della Difesa sparse in tutto il territorio e segnata dalle sconfinate zone aree e marittime proibite durante le esercitazioni. Un’immagine che diverrà il logo del comitato. Dopo un elenco molto particolareggiato delle decine di strutture militari presenti nell’isola, l’opuscolo evidenziava i numeri dell’occupazione militare del territorio sardo: «Il demanio permanentemente impegnato consta di 24mila ettari, il 60 % del totale nazionale, a fronte dei 16mila di tutto il restante della penisola». A questa cifra vanno aggiunti i 12.000 ettari gravati dalle servitù. Mentre gli spazi aerei interdetti sono di fatto incommensurabili, quelli a mare, con 2.800.000 ettari, superano l’intera superficie dell’isola. Con numerose iniziative pubbliche e attraverso un costante rapporto con la stampa (tra le prime testate a raccogliere le denunce del comitato, si ricordano «L’Unione Sarda», «La Nuova Sardegna», «Liberazione», «il manifesto», «Metro», «Peacelink»), Gettiamo le basi ha indagato sull’impatto sanitario e ambientale delle basi e sull’incompatibilità tra lo sviluppo sostenibile e i vincoli militari.
Sono state di particolare rilievo le segnalazioni documentate, e sostenute dalle famiglie delle vittime, di soldati e civili colpiti da patologie tumorali a seguito dell’esposizione a contaminanti usati in zone di guerra e in aree addestrative. Anche per merito dell’attività del comitato, a partire dalla fine del 1999, iniziano a diffondersi nell’isola i primi dati sulle morti correlate all’attività bellica, come il caso del caporalmaggiore della brigata Sassari, Salvatore Vacca, originario di Nuxis (Sud Sardegna), mancato a 23 anni nel settembre 1999 a causa di una leucemia linfoblastica acuta di ritorno da una missione in Bosnia. Per questa vicenda il Ministero della Difesa è stato condannato a maggio del 2016 dalla Corte d’appello di Roma a versare un risarcimento ai familiari di Vacca per condotta omissiva, ovvero per non aver protetto adeguatamente il commilitone dalle polveri nocive rilasciate dalla deflagrazione delle munizioni. Dopo i precedenti della Gulf war syndrome, le notizie sui casi di tumore riconducibili agli effetti tossici di armi contenenti metalli pesanti o alla dispersione di nanoparticelle nei teatri di guerra dei Balcani si susseguirono sino a far scoppiare un caso internazionale. Le prime segnalazioni partite dalla Sardegna, e si ricorda anche la vicenda di Valery Melis, innescarono un effetto a catena che all’inizio del 2000 coinvolse la stampa italiana ed europea. Il parlamento di Strasburgo votò una prima risoluzione per mettere al bando le armi all’uranio impoverito il 17 gennaio 2001. Gettiamo le basi concentrò immediatamente l’attenzione non solo sui militari colpiti di rientro dalle missioni internazionali ma anche sulle attività a rischio che si svolgono nei poligoni sardi raccogliendo una notevole quantità di informazioni e richiedendo la cessazione delle esercitazioni nel rispetto del principio di precauzione. Il 19 luglio 2003 il gruppo antimilitarista spediva una petizione con 1.500 firme al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi denunciando gli effetti della “sindrome di Quirra”: «In base al buon senso e all’elementare principio di precauzione, fino a quando non sia stata trovata una ragionevole e convincente spiegazione alle troppe morti e malattie sospette, si chiede l’immediata sospensione delle attività del poligono interforze Salto di Quirra».
Nella lettera di accompagnamento indirizzata al capo dello Stato si ricordava che «un generale e cinque militari in servizio nel poligono interforze sono stati uccisi dalla leucemia, quattro sono in lotta contro il male. A Quirra, frazione di Villaputzu con 150 abitanti, 12 persone sono state divorate da tumori al sistema emolinfatico, 2 decedute. A Escalaplano, paese confinante con la base, 2.600 abitanti, 12 bambini sono affetti da gravi malformazioni genetiche, 14 persone colpite da tumore alla tiroide». Dal 2004 al 2018, dalla XIV alla XVII legislatura, le Camere istituirono delle commissioni parlamentari d’inchiesta. Nel 2006, sotto la presidenza di Lidia Menapace e del senatore eletto in Sardegna, Mauro Bulgarelli, i deputati iniziarono a indagare non solo sul personale militare ma anche sulle popolazioni civili «nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari».
Confronto, indagini e media
Un aspetto caratterizzante della cifra comunicativa del comitato è da ricercarsi nel linguaggio diretto e nell’analisi essenziale delle problematiche che difficilmente cedeva al filtro ideologico. In una ricerca sociologica di Daniela Volpi (2019) incentrata sull’associazionismo in rapporto alle attività militari con elevato impatto ambientale, l’intervento di Gettiamo le basi è riconducibile a un contesto di self help:
«Il contesto in cui sorge questo associazionismo è molto complesso, caratterizzato da cadute, fratture e carenze tra le quali: la rottura di un patto di fiducia e di affidamento tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico; la crisi dello stato sociale; il rompersi di certezze ideologiche; la caduta di una partecipazione politica tradizionale ormai svuotata di senso. Ma questo stesso contesto è anche segnato da acquisizioni, dallo svilupparsi di una serie di “dotazioni” per l’azione sociale che permettono la moltiplicazione di risorse motivazionali, cognitive, pragmatiche per risolvere i problemi collettivi; il moltiplicarsi delle risorse disponibili; l’allargamento delle cittadinanze e l’evidenziarsi dei sistemi di autocorrezione della democrazia».
Iniziative come il convegno internazionale L’opposizione alle basi militari in Sardegna e nel mondo del luglio 2007, che a Cagliari metteva a confronto le esperienze di Vieques-Portorico, Filippine ed Ecuador, dimostra la significativa capacità di apertura al confronto che il gruppo era in grado di mettere in campo. Parteciparono tra gli altri le leader storiche del movimento antibasi portoricano, Nilda Medina e Wanda Colòn Cortes. Per rafforzare la propria attività, Gettiamo le basi è ricorso spesso al supporto dei gruppi di ricerca indipendente come “Scienziate e scienziati contro la guerra”. Al convegno Il male invisibile sempre più visibile. La presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali che si svolse ad Asti il 4 febbraio del 2005, furono ospitati quattro interventi sulla Sardegna del comitato e di altri militanti e studiosi. I lavori della fisica e bio-ingegnere Antonietta Gatti sono stati determinanti per comprendere i meccanismi di trasmissione nell’uomo degli agenti inquinanti e nocivi causati durante le esercitazioni o in zone di conflitto attraverso le nanoparticelle. Nel gennaio 2011 il comitato sardo apprese i risultati di uno studio veterinario delle Asl di Cagliari e di Lanusei svolto nell’ambito del progetto di monitoraggio ambientale sul poligono di Quirra coordinato dalla Namsa, maintenance and supply agency della Nato, e bandito il 28 maggio 2008. L’indagine confermava le denunce del comitato antimilitarista.
«Un grave fenomeno sanitario», scrivevano gli estensori: «Il 65% del personale impegnato con la conduzione degli animali negli allevamenti ubicati entro il raggio di 2,7 chilometri dalla base militare di Capo San Lorenzo a Quirra, risulta colpito da gravi malattie tumorali. In sette aziende su dodici sono stati riscontrati casi di tumore. Dal 2000 al 2010 le persone che risultano colpite da neoplasie sono dieci su diciotto. E si evidenzia una tendenza all’incremento. Negli ultimi due anni sono quattro i nuovi casi di neoplasie che hanno colpito altrettanti allevatori della zona». Anche questo tassello ha probabilmente contributo all’apertura nello stesso mese di gennaio del 2011 di un’inchiesta da parte della procura di Lanusei allora coordinata da Domenico Fiordalisi. La pubblica accusa ipotizzò inizialmente i reati di omicidio plurimo, disastro ambientale, omissione d’atti d’ufficio in relazione agli effetti dell’inquinamento causato dalla base di Quirra. In seguito la richiesta di rinvio a giudizio si concretizzò per venti persone: ufficiali, amministratori locali, docenti, studiosi e medici, con i seguenti capi di imputazione: omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri; falso ideologico aggravato in atto pubblico e ostacolo aggravato alla difesa da un disastro; omissione di atti d’ufficio dovuti per ragioni di sanità e igiene; favoreggiamento aggravato. Dodici indagati furono prosciolti e il 29 ottobre 2014 si aprì il dibattimento che vide al banco degli imputati otto ex comandanti del poligono di Quirra dal 2004 al 2010: Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni, Carlo Landi e Paolo Ricci; e i comandanti del distaccamento dell’aeronautica di Capo San Lorenzo, Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon. Il 18 dicembre 2014 il processo appena avviato si interruppe per un rinvio alla Corte Costituzionale di un’eccezione (poi respinta) sull’ammissione di parte civile della Regione Sardegna per il risarcimento del danno ambientale. L’11 novembre 2016 si tornò in aula: davanti al giudice monocratico Nicole Serra i militari dovranno rispondere di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri. Non avrebbero messo in atto tutte le procedure necessarie per evitare «Un persistente e grave disastro ambientale con enorme pericolo chimico e radioattivo per la salute» (Cristaldi, 2013).
Attraverso questo percorso di informazione, denuncia, opposizione e resistenza antimilitarista, le iniziative a tutti i livelli della società sarda, della politica e della magistratura, hanno guadagnato l’attenzione di media e documentaristi internazionali, del mondo dell’arte e della letteratura. Qui si ricordano solo alcuni titoli: Secret Sardinia, reportage di Emma Alberici per «Al Jazeera» del 2020; Italian military officials’ trial ignites suspicions of links between weapon testing and birth defects in Sardinia, inchiesta del servizio pubblico radiotelevisivo australiano, «Abc»  del 2019; Balentes, documentario di Lisa Camillo del 2018; Uran und Thorium. Sardiniens tödliches Geheimnis, servizi messi in onda dalla tedesca «ZDF» nel 2012 in tre puntate; Poisons mortels: Quirra poubelle des armées, di Livio Capra e Francoise Begu trasmesso da «France Ô» nel 2014 dopo un lavoro di anni; il blogger giapponese Ryusaku Tanaki si è occupato di Quirra nel 2011;Oltre il giardino, film della tv svizzera «Rtfi» del 2007. Sardegna teatro ha portato in scena nel 2017, L’avvoltoio, testo e indagine di Anna Rita Signore, regia di Cesar Brie, Mauro Salis è l’autore dello spettacolo Quirra megastore. Storie di poligoni e servitù militari, Dr Drer e Crc Posse hanno composto Generale, Piero Marras è l’autore di Quirra. Lo scrittore Massimo Carlotto e Mama Sabot hanno dato alle stampe il noir Perdas de Fogu.
Dal 2011 e ogni 15 del mese Gettiamo le basi con i comitati AmparuSu sentidu, “Famiglie militari uccisi da tumore”, convoca un sit-in nella piazza del Carmine di Cagliari, esattamente sotto le finestre della rappresentanza del Governo italiano. Si tratta di un appuntamento consolidato che si ispira alla celebre protesta delle Madri di plaza de Mayo e durante il quale si avanzano sempre le stesse richieste da anni: «sospensione immediata delle attività dei tre grandi poli militari della Sardegna dove si sono registrate le patologie di guerra: Quirra, Teulada, Capo Frasca-Decimonannu; evacuazione urgente dei militari in servizio nel Poligono Interforze Salto di Quirra; allontanamento dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Capo Teulada, Decimomannu-Capo Frasca; ripristino ambientale e messa in sicurezza delle aree contaminate a terra e a mare; risarcimento del danno inferto al territorio e del danno – irrisarcibile! – della perdita della salute e della vita». Le prime lettere di ciascuna rivendicazione compongono il vocabolo in lingua sarda serrai. Che significa: chiudere.
«Nessuna regione come la Sardegna ha visto interdire praticamente da ogni attività̀ civile zone tanto vaste, ha visto sorgere così preoccupanti impianti di armamenti non convenzionali. Tale situazione pesa. ovviamente nella già precaria economia dell’isola, come pesa nello sviluppo delle condizioni civili delle popolazioni» (Ugo Dessy, 1972).
Si ringrazia Mariella Cao

Bibliografia
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Documenti
Progetto di monitoraggio ambientale del PISQ. Relazione dei medici veterinari dr. Mellis Giorgio e dr Lorrai Sandro, 13 novembre 2010
«Peacelink», rete telematica attiva dal 1991, conserva un ricco archivio di note stampa e articoli sull’antimilitarismo sardo
Portale di Ugo Dessy
Repertorio di Bruno Sini con stampa internazionale
Inchieste giornalistiche e documentari
§  Veronica Tarozzi, intervista a Manlio Dinucci,Defender Europe 20”: l’alleanza USA-NATO ci difende o ci espone a dei rischi?, «Pressenza», 14 marzo 2020
§  Massimo Coraddu, Massimo Zucchetti,Bagni, morte e manette al poligono sperimentale di Perdasdefogu-Quirra, «Contropiano», 8 giugno 2017
§  Quirra, oltre l’aporia, regia di Cladinè Curreli (Sardegna, 2017)
§  Marco Mostallino,Fisco, la truppa gode. Esenzioni dei militari Usa in Italia: un tesoretto da 500 mln, «Lettera 43», 25 gennaio 2012
§  Paolo Carta,Quirra, un poligono con troppi misteri Il rapporto della Asl riaccende le polemiche, «L’Unione Sarda», 5 gennaio 2011
§  Ercole Olmi,Quirra, quel poligono che uccide uomo e fauna, «Liberazione», 4 gennaio 2011
§  Costantino Cossu,“Gettiamo le basi”. Dalla Sardegna un no alla guerra, «il manifesto» 8 luglio 2007
§  Sa Lota. Pratobello 1969, di Francesca Ziccheddu e Maria Bassu, (Sardegna, 2005).
§  Piccola pesca, regia di Enrico Pitzianti (Sardegna, 2004)
§  Piero Mannironi, Alla Maddalena anomalia statistica: troppe malformazioni gravi nei feti, «La Nuova Sardegna» 13 febbraio 2004.
Walter Falgio, ISSASCO (Istituto sardo per la storia dell’Antifascismo e della Società contemporanea)

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