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lunedì 5 dicembre 2022

La pressione psicologica della NATO, tipo...

…bombardare. E molto altro che il giornalismo con l’elmetto in testa  non vede, non vede e proprio non vede. Oppure capisce al contrario.

articoli, video, immagini di Stefano Orsi, Giuseppe Masala, Daniele Archibugi, John Mearsheimer, Fabio Alberti, Francesco Vignarca, Marinella Mondaini, Demostenes Floros, Fabio Marcelli, Franco Cardini, Gianandrea Gaiani, Manlio Dinucci, Francesco Masala, Domenico Gallo, Davide Malacaria, Oskar Lafontaine, Alessandro Marescotti, Sergio Cararo, Pino Arlacchi, Pepe Escobar, Daniela Calzolaio, Maria Ancona, Guido Viale, Banksy e altre/i


Il catechismo geopolitico – Francesco Masala 

La dottrina Monroe dichiara la protezione unilaterale degli Stati Uniti sull’intero emisfero occidentale.

Un esempio della dottrina Monroe:

Nella prima importante applicazione della Dottrina Monroe, le forze statunitensi si ammassarono nel 1867 sul fiume Rio Grande per sostenere le richieste degli Stati Uniti che la Francia abbandonasse il suo regime fantoccio in Messico, guidato dal principe degli Asburgo, Massimiliano. La Francia alla fine obbedì, segnando una vittoria significativa per la diplomazia coercitiva degli Stati Uniti…(da qui)

Ma la dottrina Monroe non si può più adottare, la sta già usando la Russia

Provate a sostituire qualche parola e potrete leggere:

…le forze russe si ammassarono nel 2022 ai confini dell’Ucraina per sostenere le richieste della Russia che la Nato (e quindi gli Usa) abbandonasse il suo regime fantoccio in Ucraina, guidato da Zelensky. La Nato non rispose…

 

Neanche la dottrina Truman si può applicare visto che Russia non è un paese comunista, “in base alla dottrina Truman, gli Stati Uniti hanno promesso di inviare denaro, equipaggiamento o forza militare a paesi minacciati e che resistevano al comunismo.”

Neppure la dottrina Carter si può applicare, visto che la Russia non minaccia la libera circolazione del petrolio mediorientale (da qui)

La dottrina geopolitica degli Usa e dell’Occidente (i paesi della Libertà) è la seguente:

facciamo come cazzo ci pare!

 

 

 

 

La ripresa del pacifismo politico – Fabio Alberti

Nell’epoca della guerra mondiale a pezzi le politiche per il disarmo e la nonviolenza sono destinate a fallire se non si modifica la postura occidentale nelle relazioni internazionali. Prima che l’appartenenza ad alleanze militari si tratta di mettere in discussione esplicitamente la dottrina della supremazia strategica incorporata nella Nato360. Una dottrina che, oltre che immorale, alimenta necessariamente il riarmo e la guerra.

A questa va contrapposta la proposta dello sviluppo condiviso e della cooperazione globale di fronte alle sfide comuni dell’umanità. Per questo le politiche per la pace per essere efficaci devono mettere la centro la critica della politica estera italiana ed europea. A fianco del pacifismo strumentale e del pacifismo etico, va rilanciato il pacifismo politico. La parola d’ordine della neutralità attiva lanciata dalla Rete Italiana Pace e Disarmo è fondamentale e sarebbe un grave errore lasciarla cadere.

Nel suo celebre saggio del 1966 sull’era atomica[1] Norberto Bobbio identificava tre principali filoni del movimento pacifista[2]. Per usare le sue parole: “…il primo strumentale, ovvero la pace attraverso il disarmo, il secondo istituzionale, ovvero la pace attraverso il diritto, il terzo etico e finalistico, ovvero la pace attraverso l’educazione morale…”.

Nel primo filone Bobbio propone di inserire le correnti teoriche e pratiche che concentrano la propria azione sui mezzi (gli strumenti) della guerra distinguendo poi gli sforzi per distruggere le armi o almeno per ridurne al minimo la quantità e la pericolosità e quelli con lo scopo di sostituire i mezzi violenti con mezzi non-violenti. Si tratta oggi delle tante campagne e organizzazioni impegnate, anche a livello internazionale, per il disarmo e per la difesa non armata.

Nel terzo filone Bobbio inseriva le filosofie politiche e religiose che concentrano la propria attenzione sul cambiamento morale e culturale, insistendo sulle culture collettive e sulle pulsioni individuali. Vanno inserite in questo filone le politiche normalmente raccolte nella definizione di Educazione alla pace e alla non-violenza e di costruzione della cultura di pace, a cui molte risorse vengono dedicate dalle religioni e da tanti collettivi es associazioni.

Poi c’è, intermedia tra i due filoni sin qui indicati, la corrente che Bobbio definisce “Istituzionale” o “giuridica”, nella quale egli raccoglieva ritengono si debba affidare la prevenzione della guerra alla politica, con la costruzione di trattati e istituzioni internazionali atte ad impedirla (pacifismo giuridico). Si parla qui del pensiero e delle pratiche politiche che affondano le radici nel “Progetto per una pace perpetua” di Kant o che alla fine dell’800 ha posto le basi teoriche per la nascita della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi.[3]

Si tratta di quello che definirei il “pacifismo politico” perché affida alla politica ed in particolare alla politica estera e ai rapporti negoziali tra gli Stati, il compito di costruire le condizioni politiche affinché le armi non vengano costruite ed utilizzate, nel mentre che si sviluppi una cultura umana che renda la guerra un tabù e la metta “fuori dalla storia”. In questo ambito il ruolo del movimento per la pace è esiziale.

Il vasto e multiforme movimento per la pace italiano, riunito nella Rete Italiana Pace e Disarmo e in altre reti e coordinamenti comprende un insieme di organizzazioni, persone, forze politiche che coprono l’intero arco delle correnti pacifiste individuate a suo tempo da Bobbio.

Nella Rete e nel più generale movimento per la pace convivono bene gruppi che si concentrano sulla contestazione delle alleanze militari con coloro che lavorano sulla formazione alla nonviolenza, coordinamenti che si battono per il disarmo atomico con associazioni che dedicano il proprio tempo ad interventi di educazione nelle scuole.

Un universo che batte su tutti i tasti del pensiero pacifista, anche se non sempre con un riconoscimento reciproco dell’altrui indispensabilità e con limitata consapevolezza dell’interconnessione esistente tra le diverse dimensioni. È questa una ricchezza che andrebbe reciprocamente maggiormente riconosciuta dalle diverse anime del pacifismo Ma sappiamo che la strada dell’unità nella diversità è difficile.

Volendo fare una rapidissima disamina dei risultati conseguiti dai movimenti per la pace nel secolo e mezzo che ci divide dalla nascita del pacifismo come movimento politico, che possiamo far risalire convenzionalmente al primo congresso mondiale dei “Friends of Peace” di Londra nel 1843, possiamo misurare contemporaneamente successi e insuccessi.

Sul piano morale e del pensiero sono stati conseguiti importanti risultati. Oggi deliri come “guerra igiene del modo” non possono più essere nemmeno pronunciati, mentre gli Stati sono costretti ad aggettivare la guerra nei modi più fantasiosi per giustificarla di fronte alla opinione pubblica (guerra umanitaria, difesa preventiva, operazione militare speciale, ecc.).

La guerra è stata definita “flagello dell’umanità”, dalla Carta dell’Onu che l’ha messa, almeno giuridicamente, fuorilegge. La Chiesa cattolica ha, di fatto, ritrattato la teoria della guerra giusta che datava da Tommaso d’Aquino. Se pensiamo che il secolo scorso usciva da un periodo di 300 anni di guerre intraeuropee e coloniali e dal riconoscimento vestfaliano del “diritto alla guerra” in capo ad ogni Stato, l’avanzamento è certamente notevole.

Questo è certamente il risultato dell’incessante lavoro degli uomini e delle donne di pace, ma nasce anche dall’impressione che nelle menti e nell’esperienza di milioni di uomini e di donne hanno fatto la Prima e la Seconda guerra mondiale, con l’inclusione nel perimetro della guerra e del terrore dell’intera popolazione civile. Insomma, questi risultati sono costati cento milioni di morti.

Più ambigui sono i risultati sul terreno del disarmo…

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Stay behind, l’Ucraina e 5 domande – Guido Viale

L’operazione Stay behind era – forse è ancora – un’iniziativa segreta della Nato, controllata operativamente dai servizi segreti degli Usa. Serviva a preparare una resistenza, da “dietro” il fronte, in caso di un’occupazione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, in caso di una vittoria elettorale dei comunisti. Per prevenirla o, nel caso, affrontarla, veniva addestrata una folta schiera di combattenti anticomunisti, venivano predisposti depositi segreti di armi, ma soprattutto, con il consenso degli Stati maggiori delle forze armate, venivano stretti rapporti con tutte le organizzazioni fasciste presenti in Italia, indotte o incoraggiate a perpetrare tutte le stragi che hanno costellato la storia del paese tra la fine degli anni ’60 e quella degli ’80. Non “per sport”, ma per preparare, attraverso varie emanazioni – Anello, Rosa dei Venti, Mar, Decima Mas, ecc. – dei colpi di Stato come quelli in Grecia e in Turchia, per allineare l’Italia agli altri Stati fascisti dell’Europa, compresi Spagna e Portogallo, ben inseriti nella cosiddetta difesa del “mondo libero”.

Non ci sono riusciti perché la resistenza popolare era – allora – troppo forte, ma quel lavoro dietro le quinte ha segnato la storia d’Italia da allora in poi. Beh! Vi dice niente?

È quello che è stato fatto in Ucraina, Paese non Nato, ma prenotato a diventarlo, tra il 2004 e il 2014, armando e addestrando gruppi e milizie naziste che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Euromaidan: metà manifestazione di insofferenza popolare – soprattutto di giovani – per il regime, metà colpo di Stato. Confermatosi tale non con le successive elezioni, che pure avevano mandato al governo il capo e padrone di una di quelle milizie, ma certo con l’impegno da questi profuso nel tenere alte tensione e persecuzione della componente russofona della popolazione, in particolare quella insediata nelle ricche e ancora industrializzate regioni dell’est. Queste sono state spinte a rivendicare la propria autonomia prima in termini politici, poi imbracciando le armi con proprie milizie, infine chiedendo o accettando il sostegno dei militari russi. Intanto in tutto il paese si svolgevano ormai da tempo “esercitazioni” sempre più massicce della Nato, a cui le forze sempre più armate dell’Ucraina erano state di fatto integrate.

La vittoria elettorale ottenuta da Zelensky con la promessa di porre fine a quella guerra non era bastata a invertire la rotta: evidentemente i condizionamenti per proseguirla erano troppo forti. Fino a che non si
è arrivati alla secessione – o all’occupazione – della Crimea e poi, otto anni e 14.000 morti dopo, alla tentata invasione prima e alla sistematica distruzione poi dell’intero Paese da parte delle forze armate russe.

Qui il comunismo non c’entra più, perché la Russia è da tempo uno Stato capitalista, in gran parte forgiato dall’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato su di esso sotto il governo di Eltsin. Il confronto è tra la Nato e la Federazione Russa: l’aggressore è quest’ultima, ma il regista dell’intera vicenda è la Nato.

Dopo otto mesi e oltre 200mila morti sul campo è difficile pensare a una vittoria di uno dei due eserciti alle condizioni che i loro governi pongono. È più probabile che l’inverno favorisca il consolidamento di una situazione di stallo affidata alle “lunghe gittate”, in cui alle incursioni sul campo degli uni corrisponda un bombardamento degli altri, mandando avanti la strage e la distruzione del Paese. L’esito sarà deciso dagli Stati Uniti (non dalla Nato), perché senza le loro armi l’esercito ucraino non può combattere un solo giorno in più, per lo meno nelle forme in cui lo fa adesso. Le scorte di armi e munizioni degli Stati Uniti stanno esaurendosi, ma iI bottino per loro è già sostanzioso: Svezia e Finlandia annesse alla Nato, Ucraina in procinto di esserlo, Georgia e altre repubbliche di nuovo in bilico. Le forniture di gas dalla Russia, quand’anche volessero riprendere, interrotte per sempre dalla distruzione del gasdotto senza che chi l’ha subita osi fiatare; l’economia tedesca e dell’Unione alle corde e l’Europa intera coinvolta in una guerra destinata a non finire e ad accrescerne la dipendenza dagli Usa, condizione ideale perché l’espansione della Nato riprenda non appena se ne presenterà una nuova occasione. La disgregazione dell’impero russo e il rovesciamento di Putin auspicati inizialmente da Biden rimandati, ma certo non sospesi.

  1. Ma se per ipotesi si raggiungesse la vittoria invocata da Zelensky – la riconquista sul campo delle regioni orientali, ormai Federazione Russa – se ne dovrebbe comunque trarre un bilancio: valeva la pena pagare con centinaia di migliaia di morti e di invalidi, con milioni di profughi, ieri in fuga, oggi invitati a lasciare l’Ucraina perché l’infrastruttura che permetteva loro di vivere è stata distrutta, con un Paese che si è indebitato per i prossimi decenni e con gli aiuti indispensabili alla ricostruzione, se mai ci saranno, certamente non così generosi come quelli per le armi?
  2. E il tutto per tornare alla situazione che c’era se si fossero rispettati – e preteso con una mediazione internazionale più efficace che venissero rispettati – gli accordi di Minsk II, riconoscendo alle regioni russofone una giusta autonomia, ma senza minacciare la Federazione Russa con la presenza della Nato alle porte di Sebastopoli? Ma non era quello, evidentemente, ciò che voleva chi stava dietro le quinte.
  3. E ancora: non ci si sarebbe forse stato bisogno dei 14mila morti della guerra al Donbass e della distruzione di quella regione se dopo Euromaidan – rivolta popolare o colpo di stato che fosse – non si fosse perseguitata la componente russofona della popolazione con il falso obiettivo nazionalistico – in realtà nazista – di “ucrainizzare” anche lingua e tradizioni di tutti?
  4. E ora?Se la situazione di stallo è destinata a protrarsi continueranno anche la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina ad opera dell’armata russa (quelle infrastrutture che ancora oggi sono alimentate dal gas russo…), le sofferenze e l’esodo della sua popolazione, il rancore di chi ha perso tutto, amici e parenti compresi, senza ottenere nulla in cambio.
  5. E tra un anno o due, o forse anche più, non ci si chiederà forse se non sarebbe stato meglio proporre un cessate il fuoco per cominciare a trattare sulle condizioni che avrebbero potuto rendere più accettabile il ritorno a una situazione basata sul rispetto di tutti in una reciproca autonomia?

da qui

 

 

“Pressione psicologica”. Così “Repubblica” descriveva nel 1999 i bombardamenti Nato contro le centrali elettriche della Serbia

“Bombe alla grafite e la Serbia è al buio”. Così titolava Repubblica il 3 maggio 1999 quando la Nato era impegnata a bombardare il paese balcanico. E questo il sottotitolo: “Il portavoce Nato ‘Uno strumento di pressione psicologica, possiamo spegnere l’interruttore ogni volta che lo vogliamo. Disagi a Belgrado: forni chiusi e mezzi di trasporto fermi.”

Su segnalazione di Fabio Falchi su Facebook, vi proponiamo alcuni stralci dell’articolo di Repubblica, principale megafono – allora e oggi – delle politiche belliche dell’Alleanza Atlantica, che vi fornisce l’idea di quanta ipocrisia ci sia nel racconto di oggi del quotidiano degli Elkann sugli attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine.

“L’ultimo ritrovato della tecnologia bellica. Ma soprattutto un micidiale strumento di pressione psicologica sui serbi. Le bombe alla grafite lanciate per la prima volta la notte scorsa sulle centrali elettriche di Obrenovac e Nis – e che hanno tenuto per sei ore al buio buona parte della Serbia – hanno avviato una nuova strategia di guerra. Che consiste nel provocare continue interruzioni dell’energia elettrica, senza distruggere gli impianti che la producono”. PRESSIONE PSICOLOGICA, scrive Repubblica.

“La Nato insomma ha in mano la spina della corrente elettrica in Serbia. E può staccarla a suo piacimento. […] I tentativi di ripristinare le reti elettriche che i tecnici serbi hanno messo in atto durante la giornata sono stati vani. Ancora nel primo pomeriggio infatti numerose zone di Belgrado sono tornate nel totale black out”.

“La Nato ha garantito di aver avuto cura di risparmiare il bombardamento alla grafite di strutture di particolare importanza civile, come gli ospedali. Ma le fonti serbe hanno comunicato che neppure le strutture sanitarie sono state risparmiate.volta che vorrà  farlo”.

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giovedì 4 agosto 2022

A chi interessa la pace in Ucraina?

 


articoli e disegni di Carlos Latuff, Federazione Anarchica Italiana- FAI, Turi Vaccaro, Gianluca Cicinelli, Antonio Mazzeo, Daniel Davis, Sergey Lavrov, Stefano Orsi, Sara Reginella, Philips Graham, Geraldina Colotti, Alessio Lerda, Francesco Vignarca, Graham E. Fuller, Pasquale Pugliese, Francesco Masala, Vanessa Ricciardi, Caitlin Johnstone, Manlio Dinucci, Enzo Apicella, Piero Orteca, Yurii Colombo, Michele Marsonet



Della guerra in Ucraina sembra non importare più niente – Francesco Masala

Ormai quello che importa, nell’informazione italiana, sono le elezioni, appena maturato il vitalizio, e, sarà un caso, prima che la sanzioni che l’Europa si è inflitta vadano a regime, nei prossimi autunno e inverno freddi.

Il giochetto sta riuscendo bene agli Usa, tenere l’Europa impegnata con l’Ucraina per tanto tempo ancora, fino a quando avranno lacrime per piangere, ma anche dopo.

La Cina è nel mirino degli Usa, provocano in tanti modi, secondo Pechino esiste un’unica Cina, Taiwan tornerà ad essere una provincia cinese, dicono.

Possibile che siano tutti d’accordo nell’impero occidentale?

Purtroppo sì, fino al suicidio.

Alcuni esempi:

a – Francia e Germania erano i garanti degli accordi di Minsk, se ne sono fregati, ma il pazzo è Putin (https://www.ilcappellopensatore.it/2022/04/gli-accordi-di-minsk-strappati-dallucraina/)

b – Londra ha rubato l’oro del Venezuela, e non vuole restituirlo, la colpa è del Venezuela (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-prendi_i_soldi_e_scappa_il_furto_delloro_venezuelano/39602_47004/)

c – quando in Cina, nel 1948, nacque la Repubblica Popolare Cinese “Chiang Kai-shek fuggì a Taiwan, portando con sé le riserve auree del paese e quel che restava dell’aviazione e della marina; per questo motivo, essendo i comunisti totalmente privi sia di marina militare che di aviazione non poterono far nulla contro i nazionalisti asserragliati a Taiwan e ad Hainan (ma quest’ultima, molto più vicina alla costa, fu conquistata l’anno successivo). Chiang Kai-shek ordinò inoltre che tutti i manufatti provenienti sia dalla Città Proibita sia dal palazzo imperiale di Nanchino, che si fosse riusciti a trasportare, venissero portati sull’isola di Taiwan. Questi oggetti formano oggi il cuore del “National Palace Museum” di Taipei. Il Kuomintang continuò il suo operato a Taiwan, considerandosi l’unico governo legittimo della Cina” (lo dice wikipedia, non il Quotidiano del popolo di Pechino)

Immaginate se domani Trump, sulla base della teoria delle elezioni truccate, si presentasse a Fort Knox e portasse l’oro lì depositato, in Alaska, o in Texas, come è successo in Cina e in Venezuela. Tutto bene? Non succederebbe niente?

Immaginate se le navi russe stazionassero fra Cuba e la Florida. Tutto bene? Non succederebbe niente?

L’Impero degli Stati eletti, accumunati da razzismo, imperialismo, colonialismo, l’Impero del Bene, che accoglie un ottavo della popolazione mondiale, ha deciso che la globalizzazione, che gli Usa hanno battezzato negli ultimi 30-40 anni, è morta, il libero commercio andava bene quando era ineguale, quando era sfruttamento a oltranza, adesso il gioco finirà, a brevissimo, anche senza guerra, ci saranno sanzioni contro la Cina, da cui arriva quasi tutto, dalle mutande ai telefoni cellulari.

L’Europa, Italia compresa, continuerà a produrre e consegnare armi in Ucraina (accanimento terapeutico per una guerra impossibile da vincere), per pagare i servizi di Vogue, i conti segreti di Zelenski, per uccidere dei civili filorussi in Donbass, pagherà la ricostruzione del paese, quando sarà, intanto l’Europa, senza mutande e telefonini, continuerà a non capire.

Ma quando il potere d’acquisto dei cittadini occidentali si sarà dimezzato entro il 2030, continuare a mandare armi in Ucraina, rinunciare alle mutande e ai telefonini, ai computer e alle pendrive, “con la Nato fino alla morte” sarà il nostro ideale?

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lunedì 14 febbraio 2022

Nel 2022 spese militari oltre i 25 miliardi, più di 8,2 per nuove armi (+13,8%) - Francesco Vignarca

  

L’aumento di 1,35 miliardi del Bilancio del Ministero della Difesa (+5,4%) traina la crescita della spesa militare italiana complessiva calcolata dall’Osservatorio Mil€x. Superato il muro dei 25 miliardi (25,82 in totale) con un aumento del 3,4% rispetto al 2021 e un balzo di quasi il 20% in 3 anni. Un miliardo in più per l’acquisto di nuovi armamenti: 8,27 miliardi complessivi (record storico) in aumento del 13,8% rispetto all’anno scorso, con un salto del 73,6% negli ultimi tre anni (+3,512 miliardi rispetto ai 4,767 miliardi del 2019).

 

Anche per il bilancio previsionale dello Stato per il 2022 continua la robusta crescita del budget per il Ministero della Difesa e della spesa militare complessiva. Le discussioni sui fondi in discussione in Parlamento non intervengono dunque su decisioni di spesa derivanti dal passato (in particolare dai fondi pluriennali di investimento, destinati in grande misura alla Difesa) che mettono a disposizione del comparto militare circa 850 milioni di euro in più.

L’aumento per l’anno 2022 ancora una volta netto e rilevante viene trainato dal bilancio proprio del Ministero della Difesa che sfiora complessivamente i 26 miliardi di euro (25.935 milioni per la precisione) con una crescita di 1.352 milioni di euro (+5,4% rispetto al 2021). Ancora più del solito si tratta, come già accennato, di un aumento derivante da decisioni prese in passato: già il bilancio a legislazione vigente prevedeva per il Ministero della Difesa un totale complessivo di 25.904 milioni dunque solamente ritoccato per circa 31 milioni dalle decisioni in discussione in manovra (Sezione I della Legge di Bilancio).

Le voci interne del Bilancio della Difesa vedono aumenti tra i 150 e i 200 milioni di euro per Marina Militare e Carabinieri, una flessione di 90 milioni per l’Aeronautica Militare e una sostanziale conferma del budget per l’Esercito. Ben più robusto l’aumento di stanziamento per i capitoli complessivamente afferenti a Stato Maggiore e Segretariato Generale della Difesa (insieme agli uffici politici e di bilancio): circa un miliardo e duecento milioni di euro in crescita determinati soprattutto, come vedremo, da stanziamenti per il procurement di nuovi sistemi d’armamento.

Come da sempre sottolineiamo, l’importo totale del Bilancio della Difesa è solo il punto di partenza per valutare la spesa militare italiana complessiva, che deve registrare in più cifre iscritte presso altri ministeri (principalmente il fondo per le Missioni militari all’estero che viene istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e i fondi che il Ministero per lo Sviluppo Economico mette a disposizione per acquisizione e sviluppo di sistemi d’arma) e deve invece vedere sottratta per coerenza di destinazione e tipologia di utilizzo la grande maggioranza del bilancio dell’Arma dei Carabinieri (per lo specifico ruolo che gioca tale struttura, in particolare la parte forestale) che viene considerata solo per la componente legata alle missioni all’estero.
La nuova metodologia dell’Osservatorio Mil€x sulla spesa militare, aggiornata e migliorata nel 2021, prevede inoltre altre considerazioni (quota parte costo basi USA, ammortamenti mutui su spesa armamenti MISE, impatto delle pensioni militari) portando ad una valutazione tendenziale della spesa militare complessiva “diretta” per il 2022 di circa 25,82 miliardi di euro (che diventano 26,49 miliardi con ulteriori costi indiretti). Ciò significa un aumento di 849 milioni rispetto alle medesime valutazioni effettuate sul 2021 con una crescita percentuale del 3,4% rispetto all’anno precedente e di addirittura dell’11,7% sul 2020 e del 19,6% sul 2019… 

 

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lunedì 30 agosto 2021

Affari armati e «guerra permanente» - Francesco Vignarca, Giorgio Beretta

 

Afghanistan. Boom in borsa e mega profitti per le aziende militari. L’offensiva sull’Afghanistan ha spianato la strada ai conflitti successivi e sdoganato l’uso dei contractors. Tutti i dati degli ultimi 20 anni: affari armati e «guerra permanente»

 

La missione militare in Afghanistan è stata un fallimento. Ma non per tutti. Non lo è stata per chi la lanciato l’offensiva militare e l’ha sostenuta per 20 anni: il complesso militare-industriale americano e i suoi alleati. Partiamo dall’andamento in borsa.

Secondo un’analisi condotta da The Intercept, l’acquisto di 10mila dollari in azioni equamente divise tra i principali fornitori militari del governo Usa (Boeing, Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman e General Dynamics) effettuato il 18 settembre 2001 – giorno dell’autorizzazione di George W. Bush all’intervento militare in risposta agli attacchi terroristici dell’11 settembre – varrebbe oggi, con utili reinvestiti, oltre 97mila dollari.

I rendimenti delle aziende

Un rendimento dell’872%, ben superiore a quello realizzato nello stesso periodo dalle aziende del listino Standard & Poor’s 500 che si ferma al 516% (dai 10mila dollari iniziali se ne sarebbero ricavati “solo” 61mila). Il «boom» in borsa è sotto gli occhi di tutti. Un’azione Lochkeed Martin (famosa in Italia per la produzione degli F-35) è passata da 44,6 a 356,6 dollari; una di Raytheon (la compagnia che inserisce le guide laser sulle bombe MK prodotte in Sardegna e poi usate dai sauditi in Yemen) valeva 30,8 dollari nel 2001 ed è ora quotata a 85,4.

Lo stesso vale per Northrop Grumman (da 42,8 a 363,16) e General Dynamics (da 41,2 a 196,8). Queste quattro aziende ricevono la maggior parte delle loro entrate dal governo degli Stati uniti. Ma la crescita è evidente anche per Boeing. Con un portafoglio più differenziato anche sul civile, ha sperimentato un balzo delle proprie azioni da 33,1 a 219 dollari.

L’elemento chiave della profittabilità delle aziende del complesso militare-industriale non è principalmente legato alle loro performance azionarie. Queste possono essere influenzate dai giochi di Borsa degli investitori o da scelte strutturali ed errori dei manager. Ad esempio questo è avvenuto nel caso dell’italiana Leonardo/Finmeccanica che, a differenza delle aziende americane, ha più che dimezzato il proprio prezzo di listino. Il cuore del successo economico dei produttori di sistemi militari risiede invece nel «fatturato sicuro» e nella conseguente capacità di garantire dividendi sempre più alti, che contribuiscono per oltre un terzo del rendimento finale.

Il fatturato sicuro

La già citata Lockheed Martin garantiva un dividendo di 0,44 dollari ad azione nel 2001, mentre l’anno scorso ne ha distribuiti 9,80 (massimo storico). Raytheon è passata da 56 centesimi all’anno a oltre due dollari, mentre Northrop Grumman da 72 centesimi a ben 5,67 dollari all’anno per azione. Tutto questo grazie proprio al «fatturato sicuro» garantito anche dal conflitto in Afghanistan.

Gli 83 miliardi di dollari investiti nelle forze afghane sono quasi il doppio del budget annuale per l’intero corpo dei marines. Superano i fondi stanziati l’anno scorso da Washington per l’assistenza in buoni pasto a circa 40 milioni di americani.

Ovviamente le aziende produttrici di armamenti non hanno venduto i propri prodotti solo ed esclusivamente per la guerra in Afghanistan. Ma proprio questo conflitto è alla base della crescita poderosa e inarrestabile delle spese militari mondiali. Comprese quelle dedicate a nuove armi, dopo il calo post Guerra fredda. L’infinita «guerra al terrorismo», emersa come mantra politico nelle relazioni internazionali dopo l’attacco alle Torri gemelle ha fornito agli Stati di tutto il mondo e alle lobby transnazionali degli armamenti il pretesto e la giustificazione politica per dedicare sempre più risorse e fondi a eserciti e armamenti.

I dati SIPRI

Lo testimoniano i dati del Sipri di Stoccolma, che evidenziano l’enorme crescita delle spese militari. Quasi un raddoppio tra il 2001 e il 2020 (da 1.044 a 1.960 miliardi di dollari a valori costanti comparabili) con un trend in aumento che è destinato a rafforzarsi negli anni a venire. E che ha garantito in questi ultimi due decenni risorse e contratti facili ai produttori di armamenti.

Non a caso i dati dello stesso Sipri relativi al fatturato militare delle prime quindici aziende del settore registrano un aumento complessivo del 30% tra il 2002 e il 2018 (ultimo dato disponibile). Da 199 a 256 miliardi di dollari. Lockheed Martin è la compagnia che è riuscita ad approfittare maggiormente di questa congiuntura favorevole quasi raddoppiando il proprio fatturato militare (da 26,3 a 47,2 miliardi di dollari a valori costanti) seguita da General Dynamics (da 13,7 a 22 miliardi) e Raytheon (da 16,7 a 23,4 miliardi).

In questo senso anche le aziende non statunitensi sono riuscite a seguire la scia di denaro aumentando di molto i propri ricavi armati. La britannica BAE Systems è passata da 18,2 a 21,2 miliardi di dollari mentre l’italiana Leonardo (in precedenza Finmeccanica) è passata da 6 a 9,8 miliardi di dollari.

I contractors

Il conflitto in Afghanistan ha dato il via a questa dinamica di profitto armato permettendo di giustificare costosi interventi internazionali e dispiegamenti di truppe fino a quel momento non previsti e comunque non tollerabili dalle opinioni pubbliche e dai parlamenti. Dopo il dispiegamento contro Kabul è stato più semplice intervenire militarmente in Iraq e in tutte le altre zone di tensione che vedono attualmente impegnati gli eserciti occidentali con nuovi armamenti, logistica e servizi.

Ma c’è di più. Il conflitto afghano ha permesso anche di sdoganare l’utilizzo su ampia scala delle compagnie private non solo di natura militare, ma anche e soprattutto con funzioni logistiche e di ricostruzione. Il tutto iscritto però in un sistema impostato in modo da permettere ai cosiddetti contractors di frodare a piacimento il Pentagono che spesso firmava i cosiddetti accordi «costo zero»: qualunque fosse l’ammontare per un progetto presentato, il governo avrebbe pagato.

Attirando dunque chiunque cercasse un profitto facile, ma con un prezzo alto: in Afghanistan sono morti più dipendenti di queste compagnie che soldati americani. Anche questo è servito a rendere sempre più «accettabile» la guerra ai decisori politici e ai portatori di interessi economici.

(Affari armati e «guerra permanente», Fonte: il manifesto, EDIZIONE DEL 20.08.2021)

da qui

giovedì 1 aprile 2021

Francesco Vignarca analizza l'industria delle armi in Italia

Perché l’industria degli armamenti non conviene al Paese - Francesco Vignarca


Lo scrivevamo proprio un anno fa dalle pagine de il manifesto: mentre l’Italia chiudeva per il Covid-19 le fabbriche di armamenti potevano decidere autonomamente se rimanere aperte grazie ad una concessione del governo che arrivava a definirle «apicali». Lo confermano gli elementi portati all’attenzione del grande pubblico dalla puntata di Presa Diretta di questo lunedì: la «dittatura delle armi» riesce a proteggere con qualsiasi governo gli affari militari. E sicuramente non è nei programmi dell’esecutivo di Mario Draghi e del confermato Lorenzo Guerini un cambio di rotta.

Il ministro è stato chiaro nelle sue linee programmatiche presentate al Parlamento: bisogna agire «valorizzando pienamente l’intero potenziale esprimibile dall’Industria della Difesa, di cui è essenziale assicurare lo sviluppo ed il posizionamento sul mercato europeo ed internazionale»,. L’obiettivo sarebbe «impiegare le risorse della Difesa per sviluppare pienamente l’intero potenziale esprimibile dall’Industria di settore, attraverso una rinnovata sinergia», anche e soprattutto in questa fase delicata ritenendo «fondamentale investire nel pieno rilancio dell’industria della Difesa, non solo quale settore trainante dell’economia ma (…) in quanto presidio di sovranità, libertà, sicurezza e prosperità per il futuro del Paese». Tralasciando l’immagine di armi viste come presidio di «libertà e sicurezza» è importante anche domandarsi se sia così vero anche il collegamento con la «prosperità» dato sempre troppo facilmente per scontato. E troppo spesso utilizzato come scusante per giustificare scelte distruttive.

Partiamo dal fatturato. Secondo uno studio del 2018 realizzato da Ambrosetti in collaborazione con Leonardo il comparto italiano di Aerospazio, Difesa e Sicurezza varrebbe nel complesso 13,5 miliardi di euro all’anno. Secondo Aiad (la Confindustria «militare»,) il totale delle aziende di questo settore svilupperebbe un fatturato di 15,5 miliardi. Altre stime arrivano ad una quota di 16,2 miliardi. Dunque, approssimando per eccesso (e non tutte le aziende del comparto si possono considerare esclusivamente militari), si può considerare una produzione totale di 17 miliardi tutta stimata pre-Covid. Se la confrontiamo con il Pil del 2020 (già fortemente impattato dalla pandemia) si arriva di poco a superare la misera quota dell’1%, che in realtà è più verosimilmente uno 0,9% in condizioni normali. Davvero stiamo parlando di un’industria «fondamentale e insostituibile» su cui puntare con investimenti pubblici robusti e per la quale chiudere un occhio (o forse due) dal punto di vista etico e delle norme da rispettare? Lo stesso si può dire per l’export, da sempre magnificato come elemento di valore da parte dell’industria militare ma che alla prova dei dati non è così significativo. Infatti non tutto l’export delle aziende con capitale tricolore è davvero «italiano»: soprattutto le più grandi hanno una parte preponderante della produzione fuori dai confini nazionali (ad esempio Leonardo dice che solo il 16% dei propri ricavi è basato in Italia).

Limitandoci a quello militare abbiamo un dato fissato dai circa 3 miliardi certificati dalla Relazione al Parlamento della legge 185/90, che possiamo arrotondare a 3,5 valutando che non tutte le vendite di armamenti passano per quella strada (e possibili slittamenti temporali, tanto è vero che sempre Leonardo ha dichiarato di aver esportato da sola 2,9 miliardi di prodotti militari nel 2019). Anche in questo caso stiamo parlando di cifre residuali rispetto al totale di circa 480 miliardi di euro di «made in Italy», uscito dalla Penisola: poco più dello 0,7%. Infine i dati sull’occupazione principale forma di «ricatto», – soprattutto in alcune aree del Paese – per costringere la politica ad assecondare l’economia armata. Le varie stime (sempre di fonte industriale) convergono più o meno su 50.000 occupati diretti e 200-230.000 se consideriamo un non meglio precisato «indotto» (sicuramente peraltro non solo militare). Stiamo parlando di «ben» lo 0,21% (o 1% nel caso dell’indotto) di tutta la forza lavoro italiana a fine 2020. Non certo la parte preponderante degli occupati in Italia, che ad esempio per la sola piccola e media impresa ammontano a qualche milione.

E allora perché continuare ad ostinarsi a trovare una «giustificazione economica» per il sostegno incondizionato all’industria delle armi, quando risulta evidente che soprattutto valutando il medio periodo la spesa militare è infruttuosa anche da quel punto di vista? Lo dimostrano studi condotti negli Usa (dove il moltiplicatore è vantaggioso per il militare, visti i budget mostruosi del Pentagono) per cui ogni milione di dollari speso nella difesa porta a meno di 7 occupati, mentre la stessa cifra nell’energia pulita ne produrrebbe poco meno di 10, nell’educazione di base oltre 19, nell’educazione superiore più di 11 e nella cura sanitaria oltre 14. Dunque, a chi giovano gli investimenti armati? Al Paese nel suo complesso sicuramente no.

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Armi, i numeri parlano chiaro: non ci convengono – intervista a Francesco Vignarca

 

(di Alessandro Canella per Radio Città Fujiko)

 

L’industria di armi in Italia non produce particolari vantaggi dal punto di vista economico o lavorativo, ma al contrario viola costantemente l’etica e i diritti umani. Eppure nel nostro Paese (e non solo) rimane un dogma, al punto che i governi forzano, aggirano o trasgrediscono la legge 185 del 1990. A passare dei guai giudiziari, però, non sembrano essere coloro che esportano verso regimi e scenari di conflitto, ma coloro che cercano di fermare i traffici di morte, come sta accadendo ai portuali di Genova, finiti sotto inchiesta addirittura per associazione a delinquere.

A mettere in fila i numeri sull’industria delle armi del nostro Paese, che anche il ministro della Difesa Lorenzo è tornato a difendere sostenendo la necessità di valorizzarla, è Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo in un articolo pubblicato oggi sul Manifesto.
I dati citati da Vignarca sono impietosi. Il fatturato dell’industria delle armi si aggira sui 17 miliardi, meno dell’1% del pil italiano. Una cifra che cala se si considera l’export, per cui l’Italia è al decimo posto nella classifica mondiale. I circa 3,5 miliardi di esportazioni belliche del nostro Paese rappresentano appena lo 0,7% di tutto l’export made in Italy, che ammonta a 480 miliardi.

Non va meglio sotto il versante occupazione, spesso addotto in modo apologetico per soprassedere a questioni etiche. I dipendenti diretti dell’industria di armamenti sono appena 50mila, pari allo 0,21% dell’intera forza lavoro attiva in Italia. Se si considera anche l’indotto, che comunque non coinvolge lavoratori e lavoratrici esclusivamente nel settore, ecco che i 200-230mila occupati rappresentano appena l’1%.
Secondo uno studio statunitense, nel Paese a stelle e strisce per ogni milione di euro investito nell’industria delle armi si creano appena 7 posti di lavoro. Con la stessa cifra, invece, si creerebbero quasi 10 posti di lavoro nelle energie rinnovabili, 19 posti di lavoro nell’educazione di base o 14 posti di lavoro nella cura sanitaria.

E allora perché c’è una difesa così dogmatica di un settore piuttosto residuale? «È marginale per la collettività, ma è un settore molto vantaggioso per i pochi che ne detengono le leve – osserva Vignarca ai nostri microfoni – È vantaggioso dal punto di vista politico perché chi sostiene o favorisce l’industria degli armamenti fa carriera più facilmente, mentre chi cerca di controllarla non la fa». Il portavoce della Rete Italiana Pace e Disarmo sottolinea che quello degli armamenti non è un vero e proprio mercato, perché la produzione e la vendita spesso sono una scelta politica e chi è nel settore non deve nemmeno rendersi particolarmente competitivo a livello industriale.

Sul fronte normativo, invece, le istituzioni stesse o le fabbriche d’armi che aggirano la legge 185 del 1990, che vieta le esportazioni in zone di guerra o verso Paesi che non rispettano i diritti umani, non sembrano subire particolari ripercussioni giudiziarie. Su questo versante è ancora attiva l’inchiesta circa l’utilizzo da parte dell’Arabia Saudita di bombe prodotte in Italia ed utilizzate nel massacro di civili in Yemen. Il caso, che risale al 2016, nacque dal ritrovamento di residui bellici che riconducevano a materiale prodotto nello stabilimento sardo della Rwm Italia, azienda produttrice di ordigni collegata alla tedesca Rheinmetall.

Molto più solerte, invece, è l’azione giudiziaria nei confronti di cinque attivisti del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) di Genova, indagati per associazione a delinquere, resistenza e attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti per aver bloccato, nel maggio 2019, la nave cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita Bahri Yambu, carica di armi, attraccata a un terminal del porto di Genova. I portuali avevano bloccato l’ingresso degli ormeggiatori del porto, brandendo uno striscione con scritto: «Stop ai traffici di armi, guerra alla guerra». L’intento dello sciopero proclamato per quella giornata era impedire che si caricassero o scaricassero armamenti e strumentazioni accessorie che sarebbero stati impegnati per la guerra in Yemen.

«Nell’inchiesta sulle armi in Yemen – ricorda Vignarca – dovemmo opporci in appello alla richiesta di archiviazione del pubblico ministero, che tra l’altro aveva condotto le indagini in modo farraginoso. Per fortuna la gip dispose che le indagini andassero avanti. Ma i pochi magistrati che in passato hanno iniziato ad indagare si sono dovuti fermare perché spesso veniva messo il segreto di Stato». Un approccio giudiziario molto diverso, insomma, da quello riservato ai portuali di Genova, per i quali, ironizza Vignarca, si cerca di capire se un fumogeno costituisca o meno l’associazione a delinquere.

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Vignarca: “La potenza della lobby delle armi, chi si oppone non viene rieletto”

 

La “dittatura delle armi” in Italia. Globalist ne parla con Francesco Vignarca, autore di Mil€x, il primo Osservatorio sulle spese militari italiane, ed esponente di primo piano della Rete Italiano Pace e Disarmo.

 

La “dittatura delle armi”. E’ il titolo della puntata di ieri di Presa Diretta, la trasmissione d’inchiesta di Riccardo Iacona.  Come si connota questa “dittatura”?

Le decisioni sugli armamenti negli ultimi dieci anni sono state prese in maniera quasi automatica. Io cito sempre il fatto che alcuni dei sistemi d’arma più costosi che abbiamo poi acquisito, sono stati decisi e votati dal parlamento in poche ore, sempre facendo pochissime rimostranze alla proposta che arrivava dalla Difesa, dagli stati maggiori, ed esercitando raramente un controllo. Solo in alcuni casi c’è stata la volontà di fare delle indagini conoscitive, di esercitare controlli, di cambiare un po’ le regole, ma poi da un lato i parlamentari che si sono spesi per questa cosa sono stati messi fuorigioco, e dall’altro prevale sempre l’inerzia del fatto che su questi temi non si può andare contro la Difesa, non si può cercare di avere una trasparenza e una indipendenza da questo punto di vista, e poi pesa e non poco il fatto che se ci si mette contro questi interessi e queste decisioni si fa poca carriera.

Cambiando sostantivo, si può parlare di una lobby trasversale delle armi?

C’è un pezzo di quello che Eisenhower chiamava il “complesso militare industriale” che porta avanti imperterrito il proprio percorso. In alcuni casi perché ci credono, credono veramente che la capacità dell’Italia di portare avanti i propri interessi dipenda dal dispiegamento militare o delle spese militari; in altri casi, perché capiscono che tutto questo favorisce un pezzo d’industria che lucra su queste cose, non certo a vantaggio del sistema Paese ma a vantaggio solo dei propri interessi. In questo senso sì, c’è una lobby, c’è un pezzo di strutture che va in quella direzione. Io, però, sul terreno parlamentare registro più che altro una mancanza di coraggio. Alla Commissione Difesa storicamente sono sempre andati coloro che non avevano altro dove andare e rimanevano con il bastoncino corto in mano, e quindi erano più facilmente malleabili, non dico manipolabili ma era difficile per loro mettersi contro. Devo dire che nella scorsa legislatura, soprattutto alla Camera dei deputati, la Commissione Difesa ha iniziato a lavorare diversamente, a manifestare un cambio di passo. Ed è una cosa che succede dappertutto. Negli Stati Uniti, il controllo sulle spese militari è forsennato, e non si tratta certo di un Paese pacifista, ma perché vogliono sapere cosa succede. Invece da noi sembra quasi che se tu vuoi andare a controllare, allora sei disfattista, sei contro lo Stato…Invece no. Purtroppo c’è una mancanza di coraggio, tranne per alcuni esponenti che alla fine, proprio per il loro impegno, sono stati messi da parte. La trasmissione di ieri ha fatto vedere il caso di Gian Piero Scanu, ma pensiamo, per restare alla scorsa legislatura, di Giorgio Zanin, sempre del Pd, o a Giulio Marcon: tutti quelli che hanno cercato di muoversi in una certa direzione, chissà come mai non sono più in Parlamento. Perché se hai il coraggio di esporti, di rivendicare e praticare controlli e trasparenza, rimani da solo. E’ questo un po’ il problema. Per cui uno dei nostri tentativi, anche come Rete Italiana Pace e Disarmo è quello di fare una pressione popolare affinché poi chi sta in Parlamento possa sentirsi non più da solo nel cercare di osteggiare questi mega interessi. Ogni tanto funziona.

Qualche esempio?

E’ il caso della revoca degli export di armamenti. Alcuni parlamentari, soprattutto donne, hanno preso in mano la situazione. Parlando delle spese militari, è il caso dei droni che si volevano comperare. Una spesa scandalosa di 800 milioni di euro, fatta per favorire Piaggio Aerospace e certi giri. Il combinato disposto dell’iniziativa dal basso del movimento pacifista e disarmista e l’impegno di parlamentari che hanno avuto il coraggio di esporsi, ha fatto sì che questa operazione sia saltata. Però sono casi rari. Quello che servirebbe è un controllo continuo di trasparenza. Questo non lo dovrebbe volere solo il pacifista disarmista ma qualunque cittadino voglia avere un controllo sugli ingenti fondi che vengono destinati a questo comparto, per sapere come vanno spesi. La gente si indigna per le auto blu, che magari costano 50mila euro, e non s’indigna per le navi blu, o gli aerei blu, o i carri armati blu, che costano molto ma molto di più.

Una vergogna nella vergogna di questa “dittatura” delle armi, riguarda gli affari che in questo settore l’Italia continua ad avere con Paesi retti da regimi autoritari, liberticidi, sanguinari: la Turchia di Erdogan, l’Egitto di al-Sisi, l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, solo per citarne alcuni. Come si spiega questa lucrosa vergogna?

Per due motivi: da un lato, ci sono interessi di alcuni che vengono fatti passare come interessi di tutti e invece non lo sono, perché l’investimento nel settore delle armi produce vantaggi solo per chi ha in mano quelle leve, ma è chiaro, e tutti i dati econometrici lo stanno a dimostrare, che investire in altri comparti, energia pulita, la sanità, l’istruzione, non solo è più sensato ma ci porta maggiori ritorni economici. Dall’altro lato, perché si gioca alla geopolitica, un giochino fatto di luoghi comuni, del tipo “se vogliamo influenzare certi Paesi dobbiamo portarci le armi”. E’ vero il contrario. Ormai siamo in mano ai Paesi che comperano le nostre armi. Lo si è visto nel caso libico, con Turchia ed Egitto che hanno fatto quel che hanno voluto e noi che gli abbiamo fornito le armi più degli altri non abbiamo certo aumentato la nostra incidenza in quel Paese e nell’area del Mediterraneo. Lo si è visto nel caso dello Yemen, che oggi entra nei sei anni dall’inizio di una guerra  devastante, della quale portano  una pesante responsabilità quei  Paesi, tra cui l’Italia, che hanno venduto armi alle parti in conflitto,  in particolare alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita.

Bisogna tornare a ragionare sensatamente. Insisto su questo: non è solo un punto di partenza del pacifista, del disarmista, ma di riflessione, di logica. Per anni ci è stato detto che con la vendita delle armi avremmo potuto recuperare influenza e migliorare le cose. Questo mantra si è rivelato empiricamente errato. Forse proprio perché è sbagliato il concetto di fondo, il modello che si sostiene. Se vuoi la pace, prepara la pace. E quindi ragiona diversamente. Se vuoi i diritti, i diritti li devi rispettare sempre, non li puoi sospendere quando vuoi, quando ti fa comodo. Perché poi c’è qualcuno che potrà sospenderli anche per noi.

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