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lunedì 5 luglio 2021

Perché dovrebbero inginocchiarsi? - Francesco Giorgioni

 

La Federazione Italiana Giuoco Calcio e la nazionale, intesa come selezione, hanno assunto una posizione incomprensibile riguardo all’iniziativa antirazzista prima delle partite. “Ci inginocchiamo se si inginocchiano gli altri” è, semplicemente, una risposta demenziale, priva di logica.
Guardiamo però in faccia la realtà: perché i calciatori italiani dovrebbero inginocchiarsi, se non credono davvero in questa iniziativa antirazzista?
Perché li si dovrebbe costringere ad una messinscena ipocrita, se non sentono alcun trasporto verso quel monito?

Badate bene che io non li sto giustificando né criticando, io semplicemente guardo in faccia alla realtà.
I calciatori della nazionale sono lo specchio dell’Italia, in tutta la sua multiforme complessità.
Dell’Italia migliore, dell’Italia peggiore.
Un’Italia che, stando agli ultimi sondaggi politici, vede la somma di Lega e Fratelli d’Italia oltre il quaranta per cento del gradimento elettorale.
Un’Italia in cui troppa gente crede ancora che il razzismo sia nulla più che una strumentalizzazione, un’arma di propaganda della parte sinistra del nostro arco costituzionale.
I calciatori della nazionale sono ragazzi ventenni o trentenni cresciuti in questo clima culturale.
Per quanto ricchi e famosi, questi giovanotti non vivono in una bolla: sono figli del loro tempo. Si aggiunga il fatto che questa nazionale non ha neppure, tra i suoi convocati, un calciatore di colore.
Per un Claudio Marchisio che non perde occasione per scagliarsi contro ogni forma di discriminazione, tanti altri preferiscono non prendere posizione: il che è già, di per sé, una presa di posizione.
Ma il problema riguarda tutto l’ambiente del calcio, non solo i giocatori.
Due anni fa, nell’aprile del 2019, si giocò a Cagliari un Cagliari – Juventus investito da violente polemiche sulla questione degli ululati razzisti allo stadio. A denunciarli furono, in particolare, due calciatori di colore della Juventus, Moise Kean e Blaise Matuidi.
Il diciannovenne Kean segnò un gol e non trattenne un’esultanza provocatoria verso la curva da cui erano giunti gli ululati. La conclusione fu paradossale: furono lui e il suo compagno Matuidi a finire sul banco degli accusati, avendo osato sfidare l’intoccabile pubblico.
A rimproverare Kean fu, uno per tutti, Leonardo Bonucci, senatore della Juventus, lo stesso che nei giorni scorsi ha rappresentato la incomprensibile posizione della nazionale con spericolati equilibrismi dialettici: disse che Kean aveva sbagliato.
Il dibattito ebbe anche un acceso strascico su Sky, a fine partita, protagonisti il presidente del Cagliari Giuseppe Giulini e il commentatore Lele Adani.
Traggo dalla testata Il Post le dichiarazioni del presidente Giulini di quell’aprile 2019, perché le trovo molto significative di quale sia il grado di sensibilità del calcio verso il problema delle discriminazioni razziali. Significative anche nell’ordine dei concetti espressi:
“Evitiamo moralismi – ha esordito il numero uno del club sardo nello studio con Cattaneo i suoi ospiti -. Se quell’esultanza l’avesse fatta Bernardeschi la reazione del pubblico sarebbe stata la stessa”. Insomma, non c’entra il razzismo secondo Giulini: i tifosi avrebbero reagito a una provocazione del giocatore. “Kean ha sbagliato, come del resto hanno detto anche i giocatori della Juve (Bonucci nell’intervista flash a fine partita, ndr) – ha proseguito -. Colpe a metà? Sì, ma dopo l’esultanza. Prima la colpa è del giocatore. In ogni caso io ho sentito soprattutto fischi in realtà. Cori razzisti? Se ci sono stati vanno condannati ovviamente”.
Davvero ci potevamo aspettare una nazionale schierata apertamente contro il razzismo, cosciente del potente valore simbolico dei suoi gesti?
Ma, infine, avrebbe senso chiedere di inginocchiarsi a gente che non riconoscere alcun valore a quel gesto?

da qui

venerdì 29 maggio 2020

La pena di morte in strada, a Minneapolis

Giustizia americana - Francesco Giorgioni

Oggi, 20 maggio 2020, lo Stato americano del Missouri ha condannato a morte un cittadino di 64 anni, Walter Barton, accusato di avere ucciso nel 1991 una donna ottantunenne.
Ventinove anni dopo quell’omicidio, lo Stato boia ha eliminato l’accusato.
Molti hanno osservato come l’emergenza coronavirus, per via delle regole marziali che ha imposto, lasci pericolosi spiragli a derive autoritarie: si estendono i poteri di controllo dello Stato, si restringono le libertà personali.
Non so se questo sia vero. Credo sia certamente vero se si valuta l’aspetto informazione, una delle libertà che al cittadino vanno riconosciute.
L’emergenza coronavirus ha tolto di mezzo dalle prime pagine ogni notizia che non fosse in qualche maniera collegata alla pandemia.
Quando ho saputo della condanna a morte di Barton, sono andato a cercare altre informazioni sul caso smanettando su Google.
Sui siti web dei principali quotidiani italiani non ho trovato neppure una riga, se non il telegrafico lancio di un’agenzia di stampa che scambiava l’uomo condannato a morte per una donna.
Una volta si aprivano dibattiti roventi sul diritto di uno Stato di mandare a morte un cittadino, replicando il crimine imputato a quello stesso cittadino.
Oggi silenzio assoluto. In questo senso, il virus ci ha abbruttiti tutti e ha imposto una dittatura della notizia.
O forse il virus non c’entra nulla e dello Stato boia non frega più nulla a nessuno.

da qui


venerdì 31 maggio 2019

Una notte al pronto soccorso - Francesco Giorgioni




Ho già scritto questo post. E sempre ne scriverò uno, ogni volta che mi capiterà di passare una notte intera al pronto soccorso.
Forse non lo avrei scritto, se dopo un paio d’ore d’attesa non mi si fosse avvicinato uno sconosciuto per chiedermi se anche a me sembrava che medici e infermieri fossero “da arrestare”, poiché da troppo tempo ai pazienti che suonavano all’ingresso non rispondeva nessuno.
Neppure io ho risposto al signore fuori di sé. Erano appena arrivate tre ambulanze e avevano scaricato i feriti coinvolti in altrettanti incidenti stradali.
Ho provato a mettermi nei panni di medici e infermieri, ad interpretare i loro dubbi professionali e di coscienza nello stabilire le priorità delle decine di casi, assegnando magari la precedenza a chi era arrivato un minuto prima su una barella, a discapito di chi invece aspettava il suo turno da tre ore.
Io stesso aspettavo da ore il mio turno, dopo essere stato disarcionato dalla mia bicicletta ed essere ricaduto pesantemente sulla schiena. Avevo dolori ovunque, ma ero stato visitato e sapevo che non ci avrei lasciato la pelle.
Medici e infermieri di un pronto soccorso sono eroi civili. Eppure subissati ogni giorno di bestemmie, insulti, minacce e maledizioni, confusi con le inefficienze di un sistema mai abbastanza preparato per fare fronte a tutte le emergenze.
Alla grandezza di vigili del fuoco, carabinieri e poliziotti si dedicano inni. Ai medici di un pronto soccorso esposti e denunce in Procura.
Sono arrivato al pronto soccorso del nuovo ospedale di Olbia alle sette del pomeriggio di martedì 21 maggio, ne sono uscito alle quattro del mattino seguente.
Sarei dovuto andarmene via schiumando rabbia e inveendo contro la malasanità, i politici, il governo.
Invece me ne sono tornato a casa con, negli occhi e nelle orecchie, immagini e parole registrate in quelle lunghe ore ad aspettare, in parte dentro una stanza dove riposavano pazienti appena ricoverati ed altri in attesa degli esami, in parte tra gli ambulatori al pianterreno e i corridoi.
L’essenza di ciò che è rimasto in me, dopo la notte, potrebbe risolversi nella parola “gratitudine”.
Alle dieci il medico di turno mi ha tastato la spalla e la schiena, dopo avermi chiesto dettagli sull’incidente. Un infermiere mi ha porto una pillola: “La tenga sotto la lingua per venti secondi, poi deglutisca”.
Sono stato accompagnato nella stanza accanto, in attesa dei raggi.
L’ho condivisa con:
immobile su una lettiga, un giovanotto con la barba da hipster vittima di un tamponamento in un cantiere stradale della nuova strada per Sassari, il collo stretto in un collare ortopedico, così stretto da sentirsene soffocato;
Un tassista, abbandonato su una sedia, l’ago della flebo conficcato nel braccio, cui dopo qualche minuto una giovane infermiera con indispensabile senso dell’umorismo ha annunciato: “Lei ha vinto un letto!”;
Un altro giovanotto, magro e pensieroso, allarmato da forti ed insistenti dolori al petto;
Un novantaduenne arrivato da un paese della bassa Gallura, assistito da una badante di Olbia;
Un signore di mezza età, addormentato su un fianco nel letto in fondo alla stanza e che per tutto il tempo ha dormito profondamente.
Alla compagnia, nel cuore della notte, si è aggiunto un ragazzo vestito di tutto punto, anch’egli irrigidito su una lettiga metallica, anch’egli provvisto di collare ortopedico, anch’egli coinvolto in un incidente stradale avvenuto in una vicina località turistica.
Mi era più facile convivere con i miei dolori stando dritto in piedi, anziché seduto. Allora mi sono alzato e ho iniziato a passeggiare per il corridoio.
In una nicchia ricavata lungo questa corsia, su tre letti affiancati, due signori parlavano in inglese.
In mezzo a loro, infagottato nelle coperte, stava un vecchio rinsecchito, piccolo come un bambino. Il volto, aggrinzito da rughe profonde come solchi, coperto dal respiratore per l’ossigeno.
Gli teneva la mano un signore dai capelli bianchi, che mi sono convinto essere il figlio.
Mi sono fermato proprio davanti a loro, accanto alla porta del medico.
Mi fissavano, cercando forse un cenno di conforto che io non sono stato capace di regalare. Manco quando dagli occhi del figlio hanno iniziato a cadere lacrime silenziose.
Gli altri due signori erano olandesi, ammaccati nell’incidente stradale avvenuto nella località turistica assieme al ragazzo della stanza.
In tutto questo tempo, medici e infermieri non si sono fermati per un solo momento.
Governare la disperazione di un pronto soccorso credo sia molto più difficile che amministrare la speranza e la rassegnazione di un reparto.
Il signore novantenne aveva, nel tono e nei discorsi, il profilo di un benestante abituato agli agi di una vita comoda. Ma era disorientato, perso in un presente confuso.
Non voleva credere di essere in ospedale, non ricordava ce lo avessero portato. E ad un certo punto si è ribellato, ordinando di essere riportato a casa.
Cercava di alzarsi e di strapparsi il catetere, nonostante le rassicurazioni della badante. E così medici ed infermieri hanno dovuto dedicare parte del loro tempo a tranquillizzarlo, ora con parole gentili ed altre volte con avvertimenti severi.
Ma lui nulla, voleva andarsene.
Quando ha capito che non era aria, ha iniziato a raccontare la storia della sua lunga e ricca vita, screziandola con nitidi dettagli sulla sua istruzione, sulle sue tante attività di imprenditore e sulle auto che, a partire dagli anni quaranta, aveva posseduto.
Il racconto durava un quarto d’ora. Poi ricominciava daccapo. E così per un numero che non saprei dire di volte.
I due signori olandesi avevano altre parenti ricoverati in reparto, così ho capito. Ad un certo punto anche loro sono stati colti da un gran bisogno di parlare, chiedere informazioni, chiacchierare.
Medici e infermieri hanno risposto in un inglese fluente, comunicando senza impedimenti con loro.
Medici e infermieri, difficile distinguere gli uni dagli altri. Ricordo una giovane dottoressa che faceva avanti e indietro spingendo per il corridoio i pazienti stesi sui lettini con le rotelle, un lavoro che forse non le sarebbe spettato. I ruoli si confondono e si mescolano, le gerarchie soccombono allo stato di necessità.
All’una mi hanno portato a fare le lastre.
Dall’altra parte del vetro erano in due.
In piedi, spalle appoggiate al macchinario, braccio alzato, braccio piegato, di fronte e di profilo come un detenuto pronto alla cella.
Mi è sembrato un lavoro scrupoloso, svolto con attenzione.
In quel mentre sono arrivati i carabinieri. Pensavo li avessero chiamati per sedare un signore trasandato, in evidente stato di agitazione, che si aggirava in sala d’attesa poco dopo il mio arrivo.
Invece i due militari cercavano dichiarazioni dalle persone coinvolte in uno degli incidenti. Il personale ha dovuto collaborare anche al lavoro di indagine, rispondendo a domande e richieste di documenti, in aggiunta al lavoro della notte.
Quando sono tornato nella stanza, il vecchio aveva interrotto il racconto della sua vita e ripreso a protestare, lui in ospedale non voleva assolutamente restarci.
Una dottoressa e un infermiere hanno mollato tutto per calmarlo. Improvvisamente si è addormentato.
La sua badante, conquistata la quiete, mi ha chiesto se sapessi nulla di un incidente accaduto nei pressi di Arzachena, di cui aveva letto su Facebook. No, non ne sapevo nulla. E lei: “Sa, non c’è sempre da fidarsi di quel che si legge su Facebook”.
Il giovanotto irrigidito sulla barella di metallo, stretto nel suo collare ortopedico, ha alzato un braccio: “C’è stato, l’incidente, c’è stato. Dentro una delle macchine c’ero io”.
Verso le due il medico mi ha anticipato che mi ero fratturato tre costole, rimandandomi ad un colloquio più approfondito qualche minuto più tardi.
Subito dopo, il giovanotto con i dolori al petto è stato sottoposto ad un nuovo elettrocardiogramma e, infine, dimesso.
Ha salutato tutti col sorriso e l’ho visto scomparire in fondo al corridoio, assieme alla sua signora.
Alle tre il medico mi ha ricevuto nel suo studio per le conclusioni: le fratture alle costole erano quattro, proprio all’inserzione della colonna vertebrale.
Un mese di riposo, antibiotici e toradol, nuovo controllo tra venti giorni.
Ho riletto il pezzo. Non sono riuscito a trasmettere fino in fondo la concitazione della notte, il misto di speranza e angoscia, il moto perpetuo di quel gruppo di donne e uomini in camice col compito di salvare vite in mezzo agli insulti e alle brutture di questo mondo nevrotico e irriconoscente.
Nessuno tra loro si è mai fermato, in quella notte. Ognuno, da quanto ho visto, ha speso tutte le sue energie. Nessuno ha detto una parola fuori posto per rispondere alle provocazioni. Tutti hanno sempre avuto un sorriso per tutti.
Mentre mia moglie mi riportava a casa, all’alba, pensavo a quale grande conquista sia la sanità pubblica e gratuita.
Certo, la paghiamo con le nostre tasse, ma c’è qualcosa di migliore per cui valga la pena contribuire?
E poi ho pensato a quel signore che voleva far arrestare i medici del pronto soccorso. Avrà certamente avuto i suoi motivi per essere esasperato.
Ma risolvere il problema arrestando i salvatori mi è sembrata, da subito, una rappresentazione cosmica delle ingiustizie umane, come ne accadono da duemila anni a questa parte

giovedì 23 maggio 2019

dopo il Salone del Libro di Torino


Via i neofascisti dal Salone del Libro. Abbiamo vinto. Ecco alcune cose da imparare per la prossima volta.

 [Attenzione: articolo aggiornato il 10 maggio 2019 alle h.13:20. Gli otto punti adesso sono dieci.]
L’antifascismo ha ottenuto un risultato importante, che farà precedente: Casapound è fuori dal Salone internazionale del libro di Torino. Aprire la contraddizione è servito, eccome se è servito. Dare un segnale chiaro è stato determinante. Grazie a tutte e tutti quelli che, insieme a noi, lo hanno dato.
Eppure nei giorni scorsi il dibattito ha avuto momenti molto tossici e, nel vortice di “voltairismi” d’accatto, pseudo-obiezioni, diversivi, sfondoni e hashtag malissimo concepiti, pochi speravano nel buon esito della lotta.
Abbiamo compilato, come strumento utile per il futuro, un glossario di equivoci e malintesi rimbalzati sui giornali e sui social media, dopo l’annuncio che non avremmo partecipato al Salone per non condividere quello spazio con un editore fascista.
Ne abbiamo individuati otto dieci, che a nostro avviso raccontano qualcosa sull’Italia dei libri, su come oggi viene percepita e percepisce se stessa. E forse anche qualcosa di più.

1. «Libertà di espressione»
Credere nella libertà d’espressione non significa considerare ogni espressione equivalente a qualunque altra. Ci sono idee alle quali non si può concedere la dignità del dibattito, perché rappresentano la negazione di ogni dibattito – e lo hanno dimostrato in mille occasioni. Non si può concedere spazio a chi difende e inneggia al nazifascismo, perché non si tratta di una semplice «idea», della quale discettare belli comodi, seduti sul divano. Nelle strade i fascisti ancora prevaricano, bastonano e uccidono. Per questo vanno tenuti fuori dalla porta e gli va conteso il terreno oltre quella porta.
Non può esserci alcun confronto con chi diffonde odio per una parte della specie umana e fa della violenza sui deboli la cifra del proprio predicare e agire. Questo a prescindere da quanti e quali reati costoro possano avere commesso in nome di certe idee. Lo abbiamo detto e non siamo stati i soli: il problema non è legale, ma politico e culturale. Per affrontarlo non serve un magistrato, ma determinazione e senso di responsabilità.
Forti della vittoria ottenuta a Torino, gli organizzatori di feste del libro, rassegne, kermesse e fiere editoriali vanno messi di fronte alla necessità di scegliere: se vuoi dare spazio a un editore fascista, non avrai autori antifascisti, né sopravvissuti all’Olocausto o vecchi partigiani. La cultura non si può piegare al modello del supermercato, dove puoi trovare tutto, dal biologico all’OGM, dalla frutta esotica al Km Zero. La scelta deve farla chi organizza e non soltanto il consumatore. Perché i libri e la cultura non sono una merce qualsiasi e diffondere certi contenuti comporta delle conseguenze.

2. Lezioni di antifascismo
Il nostro è stato un gesto unilaterale e non abbiamo mai detto o pensato che fosse l’unico efficace nella battaglia antifascista. Il movimento No Tav ci ha insegnato che ogni forma di lotta è legittima, purché non danneggi quella degli altri. Chi vuole pregare, prega. Chi vuole tagliare le reti di un cantiere, le taglia. Se le questioni tattiche monopolizzano la discussione, si finisce per perdere di vista gli obiettivi strategici. Disquisire se sia più «culturalmente efficace» andare o non andare a Torino ha rischiato di far uscire dal mirino i veri bersagli, cioè la presenza di Altaforte al Salone e le responsabilità del comitato d’indirizzo.
Una scrittrice o scrittore va al Salone per fare il proprio lavoro: presentare un libro. Dunque la nostra azione è stata simile a uno sciopero politico, una forma di lotta e di protesta che vanta una consolidata tradizione. Proprio perché con i fascisti non si dialoga, il destinatario della nostra azione non era Altaforte, ma il comitato di indirizzo del Salone, che aveva permesso a costoro di acquistare uno stand, quando avrebbe potuto benissimo escluderli dalla fiera fin dal principio.
Per farlo, non aveva certo bisogno di una sentenza per apologia di reato. Ci sono molte amministrazioni comunali, compresa quella di Torino, che per concedere sale, spazi e suolo pubblico chiedono una dichiarazione scritta di antifascismo, in nome della Costituzione italiana. Non è certo un’arma fine-di-mondo, ed è facile aggirarla, ma quantomeno dimostra che si può evitare di offrire a certi soggetti un comodo palcoscenico.
Ecco perché abbiamo indetto lo sciopero, e accusare chi sciopera di abbandonare il campo di battaglia è una stupidaggine che si commenta da sé. Ma abbiamo dovuto sentire anche questo, e da parte di colleghe e colleghi che evidentemente si sentono in diritto di dare lezioni agli altri. Ci spiace, ma va detto: non è stato grazie a loro che si è vinta questa lotta.

3. «L’Aventino»
Per alcuni la scelta nostra e di chi come noi ha annunciato il proprio ritiro dal Salone equivaleva a una «secessione dell’Aventino», e quindi a un errore, visto che l’abbandono del parlamento da parte di alcuni deputati nel 1924 non indebolì il regime fascista.
Innanzitutto, è bene sottolineare che il problema della secessione aventiniana non fu la secessione stessa, bensì il suo scarso tempismo: Mussolini era già andato al potere con la violenza e i brogli e aveva già svuotato il parlamento di ogni significato. La mossa non poteva che concludersi in un insuccesso.
Detto questo, ci tocca ricordare che il Salone del libro di Torino non è il parlamento della repubblica democratica dei lettori, la quale si riunisce in tanti altri luoghi e circostanze. Il Salone è un evento importante, senza dubbio, ma copre solo cinque giorni all’anno e non è certamente l’unico presidio culturale antifascista – anzi: ci sono fronti ben più attivi e più avanzati. Chi ha chiamato in causa l’Aventino, scambia – o finge di scambiare – il Salone per il mondo intero e il mondo intero per un Aventino.

4. «Dare ai fascisti questa visibilità significa far loro un favore.»
Quanto detto sopra, dimostra che nel combattere il fascismo è necessario, come in tante altre lotte, agire per tempo. Parlare di un fenomeno preoccupante quando è già diffuso, significa farlo quando è troppo tardi. Chi non conosceva Altaforte e la galassia dell’editoria nera dovrebbe ringraziare quanti l’hanno additata all’attenzione degli antifascisti. Anche perché molte realtà dell’estrema destra amano giocare a nascondino: si presentano davanti agli ipermercati per raccogliere cibo per i poveri, salvo poi distribuirlo con criteri razzisti e buttare fuori di casa rom e stranieri. Dare loro visibilità non è affatto fargli un favore.
La situazione a cui siamo giunti in questo paese è il risultato dell’atteggiamento lassista di chi per anni ha guardato con sufficienza all’antifascismo militante, come fosse qualcosa di residuale e superfluo, suggerendo piuttosto di ignorare i fascisti, visti come fenomeno nostalgico e folkloristico. Ed ecco che da qualche anno i fascisti flirtano con chi sta al governo. Altaforte pubblica un libro intervista con il ministro dell’Interno e fa riferimento a una forza politica che si presenta alle elezioni. La regione Veneto, di recente, ha acquistato per le scuole centinaia di copie di un fumetto inguardabileprodotto da Ferro Gallico, un’altra casa editrice neofascista, distribuita da Altaforte.
Anche se non stiamo parlando di grandi numeri, costoro godono di appoggi politici e mettono in atto le loro strategie indipendentemente dalla visibilità – e in certi casi, proprio grazie all’indifferenza generale.
La mappa delle aggressioni di matrice fascista, su e giù per la Penisola, mostra come la violenza di strada faccia parte del repertorio “retorico” di questa gente, pronta a metterla in atto senza troppe remore.

5. «Mentre voi vi occupate di questo, Casapound si prende le periferie!»
Altra fallacia logica. Occuparsi di una cosa non significa ignorarne un’altra. La battaglia antifascista si conduce su più fronti. Cioè su tutti i fronti. E non c’è bisogno di ricordare quali e quanti sono quelli che abbiamo frequentato, in oltre vent’anni di lavoro politico e culturale.

6. Mi si vede di più se vado o se non vado?
Per alcuni particolarmente dediti a scimmiottare le prese di posizione altrui la questione si riduce al celebre quesito “morettiano”, non ci sarebbe alcuna sostanza in questa protesta, sarebbe soltanto una gara tra scrittori a chi si fa notare di più. Sminuire i termini del dibattito è l’argomento salva-coscienza per qualunque immobilista paraculo: chi fa, lo fa per farsi vedere. E allora tanto vale non fare niente, o tutt’al più pontificare e tirare frecciatine dalle pagine di qualche quotidiano o blog.
Praticamente il secondo sport nazionale.

7. Giammai accodarsi a Wu Ming!
Inutile nasconderselo: per alcuni il malcelato problema è stato chi ha aperto le danze. O anche l’eventualità stessa di accodarsi a chicchessia, guai a passare per gregari. Men che meno gregari di quei “cinesi”… Forse per questo il primo ad “accodarsi” è stato un signore che di queste menate può farsene un baffo, Carlo Ginzburg.
Tuttavia, proprio perché sappiamo di stare sulle balle a molti, non abbiamo promosso azioni collettive, boicottaggi o grandi campagne. Abbiamo voluto soltanto porre una questione, con uno degli strumenti che abbiamo a disposizione.

8. Individualisti & divisivi?
Qualcuno ci ha scritto che avremmo fatto meglio a concordare con altri una linea comune. Quali altri? Non esiste un’assemblea permanente degli scrittori, i quali sono un paradossale branco di cani sciolti, spesso fin troppo intenti a cullare le loro malattie professionali, come il narcisismo e la voglia di distinguersi, per poter condividere una presa di posizione forte. In questo frangente ogni scrittore, editore, addetto ai lavori, ha scelto in coscienza come comportarsi e quali gesti mettere in atto. Ed è giusto così. Ci sono azioni che hanno senso solo se sono collettive e altre che si possono fare anche da soli, specie quando la risposta da dare è urgente e non c’è modo di organizzarsi meglio.
Noi non abbiamo linee di condotta da dettare ai colleghi. Siamo consapevoli che col nostro atto di sottrazione abbiamo spinto altri a scegliere. Li abbiamo costretti a schierarsi, a prendere posizione, ciascuno con le proprie parole e sfumature di discorso. Ben venga. Che gli scrittori si schierino non può far loro che bene.
Di sicuro ha fatto bene alla causa antifascista.
Oggi Casapound ha uno spazio di meno da inquinare.
Lo sdoganamento dei camerati nel mondo culturale ha subito un’importante battuta d’arresto.
E adesso, metro dopo metro, vanno ricacciati indietro.
Vanno cacciati non solo dai festival letterari, ma dalle strade, dai quartieri, dalle città.
P.S. Per chi vorrà incontrarci al Salone, saremo là domenica 12 maggio, alle ore 11:30, Sala Bronzo, per la presentazione de Il fabbro di Oxford (Eterea Edizioni)
ADDENDUM DEL 10 MAGGIO: I PUNTI 9 E 10

9. «Duri e puri»
Chi aveva annunciato lo sciopero contro il Salone del Libro, oggi viene accusato di aver assunto una posizione da «duro e puro», salvo poi avere la contraddizione X, l’incoerenza Y.
È uno schema retorico molto comune. Si va dal vegano e gli si dice: «Eh, tu non mangi carne, ma in realtà è dimostrato che nel processo di produzione della farina vengono uccisi migliaia di insetti, per non parlare di quelli che ti mangi con l’insalata».
In realtà, la nostra non era affatto una posizione «dura e pura», ma una forma di lotta piuttosto scontata, addirittura banale. Questo non significa che tutte le contraddizioni si debbano affrontare allo stesso modo. Abbiamo scritto fino allo sfinimento intorno al nostro pubblicare per una casa editrice di proprietà della famiglia Berlusconi. In quel caso, abbiamo scelto di restare «dentro», per ragioni ben precise e discusse coram populo, mentre nel caso del Salone abbiamo scelto di stare «fuori». Ma questa tra il «dentro» in una situazione e il «fuori» in un’altra non è un’ulteriore contraddizione. Semplicemente, problemi diversi si devono affrontare in maniera diversa.
La mentalità del «duro e puro» finisce quindi per averla proprio chi accusa gli altri di assumere quella posizione. Da chi rifiuta compromessi in una situazione si pretende la “purezza” di rifiutarli in qualunque ambito, senza distinzioni.
Per noialtri, già andare al Salone è un compromesso: prima del 2017 noi non eravamo mai stati nel programma del Salone come relatori. Ci eravamo andati nel 1999 per assistere di nascosto a una delle fasi del Premio Strega – in quell’occasione scrivemmo un breve resoconto ­– e nel 2004 per sostenere la campagna di Greenpeace «Scrittori per le foreste». Quella kermesse ci sembrava soltanto un grande mercato, poco interessante per un autore che voglia davvero incontrare lettori e lettrici. Abbiamo cominciato a partecipare nel 2017, come atto di fiducia nel nuovo corso diretto da Nicola Lagioia. E un contributo a quel nuovo corso, nel nostro piccolo, in questi tre anni lo abbiamo dato.
Come si vede, nessuna purezza da sbandierare.

10. «I fasci esultano, quindi hanno vinto!»
Esercizio critico: chiedetevi come mai stiano esultando («successo d’immagine!») e frignando («ci censurano!») allo stesso tempo.
L’esultanza è la posa che devono mantenere, il piagnucolio è la loro vera cifra.
Detto questo: per quale motivo a noialtri dovrebbe fregare qualcosa se i fascisti comprano libri fascisti?
Risposta: per nessun motivo. Noi dobbiamo curarci di tutt’altro: di sbatterli fuori dagli spazi che fin qui si sono presi e che in molti casi gli sono stati semplicemente regalati, offerti su un piatto d’argento, spesso da chi oggi sostiene che vendono i loro libri grazie a chi li contrasta. Dobbiamo liberare dalla loro presenza gli spazi di vita comune. Ormai fanno i presidii di intimidazione nell’androne di casa, vogliamo aspettare che buttino giù la porta?
Inoltre, stiamo parlando di un libro-intervista con il Ministro dell’Interno e segretario di uno dei principali partiti italiani. Roba che qualche migliaio di copie lo vende di default. Sarebbe diventato il titolo più venduto di Altaforte a prescindere da qualsiasi ulteriore pubblicità. E in Italia, dove si acquistano pochissimi libri, mille copie in più (su sessanta milioni di abitanti) fanno la differenza.
Più nello specifico: quando vi fermate a pisciare in autogrill e vedete uno di quei libri con la fascetta gialla o rossa, di un editore minuscolo, che strilla in caratteri da grafico dilettante «100.000 copie vendute!» , «15 ristampe!», «Un successo internazionale grazie al passaparola», voi ci credete? Perché d’accordo, se ci credete allora potete credere anche a Francesco Polacchi, quando dice che tutta questa storia gli ha portato un grande beneficio e sta vendendo carrettate di copie dei suoi libri. Ma se in autogrill esercitate il minimo sindacale di spirito critico, perché non fate altrettanto in questa situazione?
Dice: «Ho le prove! Su Amazon il libro di Salvini è schizzato ai vertici della classifica dei bestseller!». Sì, ma sarebbe bene, prima di strombazzare certi risultati, avere una minima idea di come funzionano le classifiche su Amazon. Ad esempio, una clausola come questa:
«La classifica di libri con una cronologia di vendite consistenti che sono stati disponibili su Amazon per un lungo periodo può subire variazioni minori rispetto alla classifica di nuovi libri o di libri la cui cronologia di vendita non è stabile. La singola vendita di un libro molto popolare potrebbe non influire sulla sua classifica, ma la vendita di un libro con un volume minore potrebbe migliorare in maniera significativa la classifica di tale libro.»
Traduzione: se un libro che ieri ha venduto 2 copie oggi ne vende 30 sale in classifica più di un libro che ieri ne ha vendute 200 e oggi ne vende 90. Già solo questo dovrebbe rimettere in prospettiva il «grande ritorno» che la vicenda Salone avrebbe avuto per Altaforte. Oltretutto, non stiamo parlando dell’intero catalogo, ma di un solo libro.
Infine, va fatto notare che non si tratta di reali dati di vendita su cui discutere, perché Amazon non fornisce cifre ma solo posizionamenti relativi, decisi dall’algoritmo dell’azienda stessa e non verificabili da terzi.
Tutto molto opaco, insomma, e nell’opacità i fascisti ci sguazzano. Evitiamo di sguazzarci anche noi, cadendo nelle loro trappole. Chiarezza di idee e posizioni, spirito critico, rigore e pazienza: siano queste le nostre armi.


Cosa pensate di risolvere? - Francesco Giorgioni


E cosa pensate di risolvere, disertando una manifestazione letteraria perché non volete condividere gli spazi con un editore fascista?
Se questo dev’essere il principio, non dovremmo più entrare in una chiesa, in un bar o dal barbiere, dovremmo star lontani dalle piazze e dagli stadi.
I fascisti non sono una forza aliena arrivata da Marte. Sono sempre stati tra noi, solo che prima si vergognavano ad ammetterlo.
Per “tra noi” intendo nei nostri paesi, nelle nostre strette cerchie di amici, nelle nostre case.
Ascoltate i discorsi ai matrimoni, alle cene di Natale, alle feste di battesimo. Fascismo, oggi, non è mostrare dei simboli del ventennio, per provocazione o ricerca dell’attenzione. Non mi preoccupano tanto questi patetici rigurgiti, tutt’al più un maldestro tentativo di trovare una pezza ideologica alla propria banalità.
Oggi fascismo è lo smantellamento violento della complessità della politica.
Oggi fascismo è ruspa al posto della democrazia.
Fascismo è risolvere tutto con una pistola in casa, augurare la putrefazione in galera, non aspettare le condanne per condannare, istituzionalizzare la vendetta, respingere a cannonate tutto ciò che è diverso o lontano.
Fascismo è vedere un malfattore, un ladro o un corrotto in ogni politico che si appelli alla Costituzione.
Oggi fascismo è, per quanto bizzarro e paradossale appaia, dire sempre quel che la maggioranza della gente vuole sentire, prima che la riflessione subentri: non abbiamo tempo per la democrazia.
Che ci piaccia o no, con questa gente dobbiamo conviverci. Non solo nei saloni del libro, ma anche nel soggiorno di casa.
Fuggire da loro significa rinunciare al confronto o forse rivela un complesso d’inferiorità, un’ammissione di inadeguatezza al confronto stesso.
Dividere il mondo in paratie stagne è un nuovo passo verso una guerra civile.
Una guerra di lontananza e di silenzi, mentre l’unico strumento per vincerla sarebbero proprio le parole dette nel chiuso della stessa stanza.
A voi scrittori e intellettuali si chiede pensiero e partecipazione, non aventini.

martedì 19 marzo 2019

L’apostrofo del popolo.- Francesco Giorgioni



Ieri il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha scritto un post di tre righe nel quale esprimeva la sua ammirazione per l’atleta Manuel Bortuzzo, alla sua prima nuotata dopo l’attentato.
In quelle tre righe il ministro dell’Istruzione ha infilato uno strafalcione grammaticale, come quelli che spesso si leggono nei compiti in classe degli alunni delle scuole medie: un apostrofo concordato con un aggettivo maschile.
Una docente delle scuole superiori ha condiviso sulla sua bacheca Facebook il post nella sua stesura originale – qualcuno ha evidentemente fatto notare l’errore al ministro, che qualche minuto dopo lo ha corretto – aggiungendovi una nota di leggera ironia.
Mi sono soffermato sul sarcasmo di alcuni commenti.
“Intollerabile!”, “Dimissioni subito!”.
Lo spirito era: che volete che sia, è solo un apostrofo.
Io quell’apostrofo lo trovo invece straordinariamente rappresentativo di questo momento storico.
Uno strafalcione può capitare a tutti, nessuno pensi di essere infallibile.
Però è mai possibile che un ministro dell’Istruzione – tenuto a conoscere almeno i rudimenti dell’italiano scritto – non sia in grado di controllare con un minimo di tempo e attenzione la correttezza di un post di numero tre righe, prima di metterlo in rete?
Tre righe, capite?
Più facile che un errore si annidi, passando indenne al setaccio delle riletture, in un testo lungo e articolato.
Ma qui stiamo parlando di tre righe tre.
Evidentemente no, il ministro non è in grado di controllare la correttezza di ciò che scrive. Scrive di getto, senza badare troppo alla forma.
Perché al suo elettorato interessa il contenuto, perché un apostrofo è solo un apostrofo, perché in fondo conta la spontaneità, perché quell’uso incerto dell’apostrofo è molto comune tra gli italiani, molto popolare.
E se un errore è popolare, ormai non è più un errore.
Non si tratta di essere nazisti della grammatica, si tratta solo di capire che un ministro dell’Istruzione è un esempio e ha dei doveri di attenzione e cautela prima di scrivere qualunque cosa.
Trovo questo piccolo fatto emblematico anche perché capisco l’amarezza della docente: una passa una vita a cercare di affermare la sacralità della lingua e poi basta il post distratto di un ministro per convincere il mondo che la forma non è poi così importante e ognuno può scrivere un po’ come cazzo gli pare.
Infine, arriverà il giorno in cui la professoressa, rinfrescando ai suoi alunni il corretto uso dell’apostrofo, mostrerà alla classe il post di Bussetti, indicandolo come errore comune da non commettere.
Quel giorno un alunno, senza alzare la mano, prenderà la parola per contestare la professoressa: “Non essendo eletta dal popolo, lei non ha diritto di correggere il post di un ministro”.

lunedì 2 gennaio 2017

Rubare cibo a Natale - Francesco Giorgioni


Ieri, al supermercato, mi sono sentito prima osservato e poi seguito. Stavo tastando delle clementine al banco della frutta e con la coda dell’occhio vedevo una sagoma nero pece di fronte a me, immobile, in qualche modo inquietante.
Ho alzato la testa e l’ho messa a fuoco.
La sagoma nera era un giovanotto in abito nero, non alto ma col fisico da atleta, la mascella squadrata e un’espressione impassibile.
Era un addetto al servizio anti taccheggio, di quelli pagati per sventare i furti nei supermercati. Molto calato nella parte, devo dire.
Mi ha seguito per un po’, sarà che ero vestito male e sarà pure che io ho la faccia da ceffo, poi mi ha mollato. Mi fissava in modo così insistente da farmi quasi sentire in colpa, mentre spostavo gli yogurt dalla prima fila per scegliere quelli in fondo, con la data di scadenza più lontana.
Ci vado spesso in quel supermercato, ma di questi muscolosi difensori della proprietà privata non ne avevo mai visto uno fino a ieri.
Mi hanno spiegato che con l’avvicinarsi delle feste gli ammanchi da furto aumentano sensibilmente, allora la proprietà della catena ha ritenuto indispensabile ricorrere ad un servizio di vigilanza interna, magari solo come deterrente.
Perché i furti aumentano a Natale?
La spiegazione mi pare evidente. Perché anche chi non se lo può permettere desidera condividere lo spirito della festa, magari infilando nella tasca del giubbotto quell’ingrediente pregiato da servire in tavola per onorare il momento solenne, nella speranza di poterla far franca alla frontiera della cassa.
In sostanza si ruba ancora per povertà, si ruba perché non si ha abbastanza, si ruba perché non tutti hanno tasche per vivere un Natale dignitoso.
È vero, ci sono anche i cleptomani che rubano per malattia e non per necessità, ma quelli sgraffignano in tutte le stagioni, non solo sotto Natale.
E sarà anche vero che la proprietà è sacra – non vorrei che qualcuno mi accusasse di voler legittimare l’esproprio proletario, sia mai! – ma io mi chiedo se rubare per fame, per bisogno, possa davvero essere considerato un reato.
Mi chiedo se davvero possa essere punito un genitore che voglia far contenti i propri figli, in quel giorno di festa, facendo trovar loro a tavola un pranzo più ricco del solito e un panettone.
Chi rischia l’umiliazione andando a rubar cibo nei supermercati, nella maggior parte dei casi cerca solo qualche sorriso e pochi attimi di serenità, in mezzo ad una vita di merda.

domenica 18 settembre 2016

Gogna, web, giornali, Sircana - Francesco Giorgioni

Giornali e televisioni stanno somministrando da giorni pillole di saggezza e umanità, sul caso della ragazza napoletana suicidatasi per la vergogna di un peso insostenibile.
Pongono il problema della violenza in rete, una rete che non sembra la somma caotica di chi scrive e commenta ma un’entità incorporea, astratta, eppure materialmente capace di condannare a morte una persona e di bollarla a vita per la leggerezza di una serata sbagliata.
Quindi i giornali accusano la rete descrivendola come una fogna, un luogo dove è concessa la parola anche a gente irresponsabile e spietata.
Fin qui ci siamo.
Nei due anni in cui ho lavorato al Giornale di Sardegna, nella redazione di Olbia, quasi sempre uscivo di notte per andare a comprare una cena volante: un panino o una pizza, in una rosticceria di via Roma.
Al portone dello stabile che ospitava la redazione, a quell’ora, mi capitava spesso di incontrare due ragazze nigeriane, poco più che adolescenti.
Erano prostitute.
Me le ricordo stringersi intirizzite nei giubbotti, nelle notti invernali, oppure ridere tra di loro, forse per farsi coraggio a vicenda.
Io le salutavo e mi ci fermavo a parlare, quando le incontravo, una volta ricordo di aver anche offerto loro la pizza.
Non sono mai stato con una prostituta in vita mia e ci parlavo non in quanto prostitute, ma in quanto esseri umani. Cercavo di regalare loro un sorriso e una parola gentile, niente altro.
Avrei fatto lo stesso con uno spazzino o una guardia giurata, forse anche per quella misteriosa forma di empatia che nasce tra la gente costretta a lavorare di notte.
Mi sembrava un’abitudine innocente.
Senonché, in quello stesso periodo, esplose lo scandalo di Silvio Sircana. Forse nessuno se lo ricorda più, ma Silvio Sircana è stato il portavoce del presidente del Consiglio Romano Prodi.
Nel marzo del 2007, Sircana venne investito da uno scandalo surreale.
Alla guida della sua auto nel centro di Roma, peraltro con un’amica accanto, accostò ad un marciapiedi su cui stazionava un transessuale.
La sosta durò qualche istante, forse il tempo di una battuta, poi l’auto ripartì lasciando il trans dove l’aveva trovato.
Il caso, o forse no, volle che la scena fosse stata seguita da un paparazzo, alla ricerca di vip in atteggiamenti compromettenti nella notte capitolina.
Di compromettente non c’era assolutamente nulla, ma il portavoce del capo del governo che si ferma davanti ad un travestito era merce pregiata per un certo giornalismo.
Considerate che era lo stesso periodo dell’harem di villa Certosa e della rottura tra Berlusconi e Veronica Lario, con la conseguente tempesta mediatica che aveva messo in discussione l’integrità morale del signore di Arcore.
Ebbene, la foto di quell’auto ferma davanti al trans venne sbattuta su tutte le prime pagine, ad iniziare da quelle dei quotidiani antigovernativi.
Ne segui un dibattito grottesco, nel corso del quale Giampaolo Pansa – dalle colonne di Libero – arrivò a chiedere le dimissioni immediate di Sircana perché inadeguato a ricoprire la carica assegnatagli.
Tenete conto che i più fermi erano gli stessi che, tre anni dopo, si sarebbero mostrati molto più indulgenti con un presidente del Consiglio che riceveva le visite di minorenni.
Quella contro Sircana fu una campagna indegna, violentissima, con punte di follia pura. Uno di quei periodi in cui mi vergognavo, nel mostrare la mia tessera di giornalista.
Sircana messo alla gogna, principalmente davanti alla propria famiglia, per aver abbassato il finestrino davanti ad un trans, come se quello non fosse un essere umano ma un mafioso o un camorrista.
E andasse evitato come la peste.

Giunsi alla conclusione che, se qualcuno avesse voluto farmi del male, avrebbe potuto fotografare me mentre parlavo con le due prostitute nigeriane, al portone del palazzo di redazione, far girare le immagini e far credere che chissà cosa avevo contrattato in cambio della pizza offerta alle due ragazze.
Questo scempio del rispetto umano lo fecero i giornali, non la rete.
Silvio Sircana fu processato da giornalisti tenuti a rispettare una deontologia, non dalla rete.
Per questo i giornali sono gli ultimi a poter dare lezioni di correttezza.

domenica 17 luglio 2016

sulla censura di Olbia a Sabina Guzzanti

Minculpop Olbia - Francesco Giorgioni

Le auto della polizia locale ferme davanti al Civico IV di via Porto Romano, nel centro di Olbia.
La forza pubblica mobilitata per impedire la proiezione di un’opera cinematografica tra mura private.
Rita Borsellino, sorella di Paolo, che rinuncia ad intervenire in diretta, visto il surriscaldarsi degli animi.
Bisogna chiamare le cose col loro nome: ieri, a Olbia, è stato commesso un brutale atto di repressione, di matrice tipicamente fascista.
Commesso per oscurare un film che non ho visto e magari non mi piacerà, ma poco importa che io lo abbia visto o no e che piaccia o no a me, al sindaco, all’assessore, a chiunque altro: “La trattativa” di Sabina Guzzanti è un punto di vista personale su una fase cruciale, delicatissima, irrisolta del nostro passato recente.
È uno sforzo di comprensione e merita rispetto. Ma foss’anche una pellicola di scarso valore, non spetta ad un sindaco o un assessore metterla all’indice.
Non è un film clandestino, ma un documentario proiettato al Festival del cinema di Venezia e in centinaia di piazze italiane.
E non è colpa della Guzzanti se Marcello Dell’Utri è in cella con l’accusa di associazione mafiosa.
O se lo stalliere Mangano lavorava ad Arcore.
Repressione, dunque. Non repressione di un oppositore inteso fisicamente, ma repressione della ricerca storica, del tentativo di conoscenza, della documentazione.
La forma più ottusa e violenta di soffocamento dell’intelletto.
Un’opera intimidatoria da Minculpop.
Repressione, censura, cancellazione per decreto di una fase del nostro passato prossimo ancora per larga parte oscura, ma sulla quale è meglio non porsi domande.
Ieri si è voluto negare il diritto di indagare sulla fine della prima Repubblica e sulla transizione verso la seconda, sulle bombe ai monumenti e sulla presunta trattativa sottobanco tra mafia e Stato.
La politica, con ostentata protervia, ha cancellato dalla mattina alla sera un appuntamento culturale programmato da mesi, sconfessando l’opera di chi aveva assemblato la manifestazione.
L’ha proibita nella biblioteca comunale, l’ha di fatto impedita al di fuori.
“Ostentata protervia”, perché una volta si aveva il pudore di camuffare la censura, di nasconderla sotto una coltre di spiegazioni cervellotiche ma formalmente inattaccabili. Oggi non più, oggi si dice senza imbarazzi che ha diritto di parola solo chi non rompe i coglioni.
Ieri, al Civico IV di via Porto Romano, l’aria vibrava di indignazione, come da anni non capitava di avvertire in questo clima molle da democrazia intorpidita.
C’era tanta gente che non aveva previsto di partecipare alla serata, ma poi è accorsa per manifestare il suo raccapriccio, avendo saputo del sasso in bocca.
Ma al titolare del Civico IV – il locale scelto dopo il divieto di proiezione in biblioteca – era stato fatto presente dalla forza pubblica che la trasmissione del film nel locale non sarebbe stata autorizzata, cosicché il commerciante ha preferito evitare rogne.
E così la Guzzanti ha proposto una marcia verso il municipio. Il corteo è dunque partito: una processione scandita da “Bella ciao” e slogan, una sfilata tra i tavolini di bar e ristoranti all’aperto, sotto gli occhi di turisti incuriositi.
Non è di fatto successo nulla, se non la proposta del sindaco di San Teodoro di spostare nel suo paese la serata. Ma sarebbe stata una fuga e la folla in tumulto non lo avrebbe accettato.
Cosa c’entra la piccola Olbia, comunità da 60 mila abitanti, con vicende molto più grandi di lei?
L’aspetto locale è forse quello più sconcertante della vicenda.
C’è un sindaco, Settimo Nizzi, che ha vinto contro tutti i pronostici ed è tornato a comandare quando sembrava che la sua stella avesse smesso di brillare.
Per tutta la campagna elettorale gli era stata cucita addosso una veste rassicurante e lui l’ha resa credibile usando toni morbidi, concilianti, tradendo la sua fama di uomo aggressivo, fuori dalle righe, facile alla collera e ai duelli all’arma bianca.
Una reputazione costruita nei 22 anni di attività politica, iniziata proprio nello stesso momento in cui Berlusconi piombava sulle istituzioni.
Fu Berlusconi a scegliere lo sconosciuto ortopedico Nizzi per la candidatura alle regionali di quell’anno, fu Berlusconi ad imporlo candidato sindaco a Olbia nel 1997. Nizzi capitò per caso a Villa Certosa – il medico di fiducia era in ferie – per dare un’occhiata al padrone di casa, reduce da una caduta.
I due si presero subito.
Ma negli ultimi anni il rapporto si era raffreddato e quella complicità venuta meno, sarà anche che Nizzi le ultime comunali le aveva perse rovinosamente.
Il sindaco di Olbia tutto può essere fuorché uno sprovveduto. Pare difficile credere che abbia imboccato la strada della censura senza sapere quali conseguenze avrebbe comportato.
Questo divieto di proiettare un film dai contenuti sgraditi è un modo per dimostrare a tutti che, archiviate le strategie suggerite dagli spin doctor, l’uomo è rimasto esattamente quel che era: un decisionista insofferente al dissenso, pronto a comandare anche contro la democrazia e i diritti sanciti dalla Costituzione, convinto di avere comunque la maggioranza dalla propria.
Un uomo che deve mostrare il suo potere, nei modi più vistosi possibili.
Ma questo atto così spericolato appare anche come un tentativo di compiacere platealmente il padre politico di Arcore.
Come dire, siamo con te e davanti a te ci genuflettiamo, accogliendo ogni tuo desiderio, ancorché inespresso.
Questo era il tono del rozzo comunicato stampa firmato dall’assessora alla Cultura, nelle cui righe il ruolo istituzionale dell’amministratore viene grossolanamente soppiantato dalla fede politica personale e dall’ammirazione per il leader, benché pregiudicato ed espulso dal Parlamento.
Dato troppo volte per morto, Berlusconi potrebbe presto resuscitare politicamente e riconquistare le posizioni di popolarità perdute.
Essere nelle sue grazie conviene.
Quello di ieri è stato un esercizio di fedeltà. Costato la sospensione delle libertà democratiche: un prezzo giudicato evidentemente ragionevole da chi ha deciso che “La Trattativa”, a Olbia, non dovesse vederla nessuno.
E invece, questa censura è stata la più grande promozione possibile per il film della Guzzanti e i manifestanti sono corsi a vederlo ciascuno nelle proprie case, a corteo concluso.
Viviamo ancora in uno Stato libero e Olbia tutto sommato ne fa parte.



Nizzi, l’assessora alla Pubblica Istruzione e la censura - Romina Fiore

L’ho esposto mille volte ai miei alunni delle classi V durante le lezioni di storia…
Ho spiegato fino alla nausea in cosa consisteva quell’odiosa limitazione della libertà d’espressione. Seguendo pedissequamente il loro libro di testo ho raccontato a occhi increduli, fortunatamente infarciti di democrazia, di quel controllo fascista attuato nel ventennio tra il 1922 e il 1943, dei mass media, della stampa, della radiodiffusione, della parola, sfociato nella soppressione della libertà.
Ho riferito della censura, raccomandando risolutamente e incessantemente che si può non essere d’accordo con qualcuno o su qualcosa, ma che nessuno ha il diritto di mettere un bavaglio.
Li ho anche esortati a non permettere a nessuno di tappar loro la bocca.
E quando l’ho menzionato come un pericolo scampato, mi sbagliavo.
Oggi ho capito di aver commesso un errore clamoroso.
E me ne sono resa conto oggi perché è di oggi la notizia che la giunta Nizzi di Olbia, nella persona dell’assessora alla Pubblica Istruzione, ha diramato un comunicato stampa col quale ha riesumato quel bavaglio che ho sempre proibito ai miei alunni.
L’assessora alla Pubblica Istruzione, che dovrebbe avere come obiettivo prioritario lo sviluppo di strumenti critici negli studenti e la loro formazione autonoma di cittadini consapevoli, oggi ha mostrato cos’è una museruola per l’informazione e come si usa.
L’ha mostrato a tutti e, con l’avvallo del sindaco, anche agli alunni.
Stasera, presso la Biblioteca Civica Simpliciana, si sarebbe dovuto tenere un appuntamento legato alla rassegna letteraria “Sul filo del discorso”. Appuntamento che prevedeva la proiezione del film La trattativa di Sabina Guzzanti.
Un documentario che poteva piacere o non piacere, ma che racconta di alcuni episodi della storia italiana dagli anni novanta in poi, definiti come trattativa Stato-mafia. Un film scomodo, magari arduo, ma meritevole d’essere visto anche solo per l’offerta di numerosi spunti di riflessione.
In occasione della proiezione, peraltro, la regista sarebbe intervenuta per parlare via Skype con Rita Borsellino.
La proiezione è stata annullata con un comunicato stampa perché Il film costituisce un’offesa ai milioni di elettori in tutta Italia che hanno nel tempo dato fiducia al partito e al suo Presidente, e verso le migliaia di elettori che pochi giorni fa hanno affidato a Forza Italia l’onore e la responsabilità di governare la nostra città.
Abbiamo letto il Mein Kampf in allegato ne Il Giornale e abbiamo buttato nel cesso Voltaire col suo “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”.
Non credo di avere molto da aggiungere.
Se non una comunicazione rivolta ai miei alunni:
scusatemi ragazzi, quando vi dicevo che la censura del ventennio fascista era ormai alle spalle, non sapevo di mentirvi.

domenica 17 febbraio 2013

Grillo uguale Berlusconi. Una cazzata della sinistra senza memoria – Francesco Giorgioni

 l'equazione Grillo uguale Berlusconi che la propaganda di sinistra cerca di accreditare per arginare la raccolta di consensi del movimento Cinque Stelle mi pare senza alcun fondamento, così come l'allarme di chi vede nel comico genovese un nuovo demagogo pronto a ripetere le nefandezze del ventennio targato Mediaset.  Evidenzia però due aspetti strettamente legati alla scialba campagna elettorale del centrosinistra:
1. La scarsa sensibilità nel giudizio e la superficiale analisi dimostrata nel ritenere simili due leader con storia personale, argomenti e orizzonti del tutto antitetici;
2. La tendenza a rinnegare la carica rivoluzionaria e la spinta al cambiamento della sinistra, delegittimando ogni elemento di novità del quadro politico che potenzialmente potrebbe rappresentare un elemento di rottura e un possibile interlocutore.
Anch'io guardo con sospetto ai movimenti legati alla figura dell'uomo forte e diffido delle manifestazioni muscolari di Grillo, penalizzato peraltro da certi atteggiamenti da esagitato che nella politica-spettacolo possono essere un criterio di valutazione non secondario. Ma tra Grillo e Berlusconi vi è un abisso incolmabile e le differenze scaturiscono proprio dalla natura dei due personaggi e dalle ragioni, radicalmente diverse, del loro impegno politico. Tanto che a me, negli ultimi mesi, sembra più fieramente antiberlusconiano il messaggio di Grillo di quanto non lo sia quello del Partito Democratico…

…Grillo, non dimentichiamolo, viene dalla sinistra e ha avuto la tessera dei Ds. Ma poi, a suo modo, ha giudicato estinta in quell'apparato la reale volontà di un cambiamento. E ha deciso di andare per conto suo.
Rivoluzionando anche il rapporto col pubblico, tornato ad essere confronto fisico  nelle piazze. Amaramente, da giornalista, io l'atteggiamento del Grillo avverso ai media "istituzionali" lo comprendo: sono i mezzi attraverso cui il potere deforma spesso la realtà facendola apparire per quel che gli torna comodo. E, allora, meglio tornare ai vecchi comizi e al confronto diretto con il mondo.
Lo so, lo si faceva anche una volta e non c'è nulla di nuovo. Ma oggi non c'è nulla di più rivoluzionario del parlare con la gente faccia a faccia, senza il filtro di una telecamera o di un cronista che taglia e cuce.