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venerdì 13 febbraio 2026

“Blocco navale? No, fumo negli occhi”. Il giurista sul ddl del governo: “Inutile e contrario alla Convenzione ONU”

 

Il disegno di legge che ha ricevuto l’ok del governo in Consiglio dei ministri contiene anche norme per impedire l’ingresso di navi nelle acque territoriali italiane. “E’ inutile e per lo più illegittimo secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”, spiega senza incertezze Giuseppe Cataldi, ordinario di Diritto internazionale all’Università L’Orientale di Napoli e presidente dell’Associazione internazionale del diritto del mare. Ma andiamo con ordine. Ecco cosa dice il testo sul tavolo del Cdm: “Nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Interno”. Dove sta la novità? Fin qui non ce ne sono. Anzi, “l’articolo 19 della Convenzione Onu sul diritto del mare, che è legge dello Stato perché l’Italia l’ha ratificata, elenca già tassativamente i casi in cui il passaggio di una nave può essere considerato “non inoffensivo” e dunque lo Stato può ostacolarlo”, spiega il giurista. “Ma lo Stato non può aggiungere arbitrariamente nuove eccezioni, specialmente se violano l’obbligo di soccorso e la tutela dei diritti fondamentali”.

In base alla Convenzione (art. 17) a nessuna nave può essere impedito il passaggio nelle acque territoriali finché è “inoffensivo“, compresa la sosta quando comporta, ad esempio, l’assistenza a persone in pericolo. L’articolo 19 dice che “il passaggio è inoffensivo fintanto che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”. Il passaggio è invece pregiudizievole quando, nel mare territoriale, la nave è impegnata in attività come l’uso della forza, spionaggio, propaganda, esercitazioni militari, traffici illegali di persone o merci, pesca o ricerca non autorizzate, inquinamento grave o interferenze con comunicazioni e impianti. Ma torniamo al ddl del governo, che di minacce gravi ne prevede quattro: “il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale”; “la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”; “le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale”; “gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza”. Casi in cui il governo può disporre l’interdizione per un massimo di “trenta giorni, prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi“.

Secondo Cataldi, a parte il rischio terrorismo già perfettamente contemplato dalla Convenzione, il resto sarebbe illegittimo secondo la norma ONU. Che, tra l’altro, va applicata secondo proporzionalità e necessità: “Senza stabilire una discriminazione di diritto o di fatto tra le navi straniere”. Quanto alle minacce ipotizzate dal governo, per le “emergenze sanitarie” Cataldi osserva che bisognerebbe adottare identici provvedimenti per aeroporti e confini terrestri, “altrimenti è discriminazione”. Per gli “eventi internazionali di alto livello” parla di “ipotesi ridicola, assolutamente incompatibile con la Convenzione”. Infine, nel caso della “pressione migratoria eccezionale”, Cataldi ritiene “impossibile negare il passaggio inoffensivo” soprattutto se si tratta di navi che hanno soccorso naufraghi in un’operazione SAR (search and rescue) e chiedono il noto porto sicuro (place of safety). “Queste hanno sempre il diritto di entrare in acque internazionali“, spiega, chiarendo che tale ingresso non equivale a decidere autonomamente dello sbarco. Di più: “Non si può determinare a priori che per un mese tutte le navi delle Ong siano pericolose: la minaccia deve essere specifica e provata per la singola imbarcazione, e la presenza di persone salvate in mare non costituisce di per sé una minaccia”.

A proposito di Ong, il ddl del governo aggiunge che “i migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese”. Ipotesi che però non avrebbe nulla a che fare col passaggio in acque internazionali regolato dalla Convenzione Onu. Nel coordinare un’operazione di soccorso, l’Italia potrebbe decidere di assegnare – illegittimamente secondo Cataldi, che cita le convenzioni internazionali in materia – un porto lontano, anche in un altro Paese. Nondimeno, “l’imbarcazione ha sempre il diritto di entrare nelle acque territoriali in base al diritto internazionale. E in caso di emergenza anche di entrare in porto, come ribadito in diverse sentenze, come quella del caso di Carola Rakete”. Ancora: “L’obbligo di soccorso prevale sulle norme interne relative all’immigrazione: i naufraghi non possono essere considerati migranti illegali nel momento in cui la nave comunica l’emergenza e richiede un “place of safety””, ricorda Cataldi. Peraltro, aggiunge, “sono tutte cose già viste e superate ai tempi in cui a tentare soluzioni identiche fu Matteo Salvini col decreto Sicurezza bis (decreto-legge n. 53/2019), sempre in virtù della pressione migratoria”. Il decreto fu poi modificato dal governo Conte II che ricondusse la norma ai soli casi conformi alla norme internazionali. Che, è bene ricordarlo, secondo l’articolo 117 della Costituzione rappresentano un limite invalicabile per la legislazione nazionale.

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venerdì 6 febbraio 2026

Detenere per governare: nei CPR d’Italia si parla già la lingua di Trump - Franz Baraggino

 

Strutture chiuse, opache, normalizzate: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio italiani raccontati dal rapporto “CPR d’Italia: istituzioni totali”, non sono un’anomalia nazionale, ma un tassello di un paradigma globale. Lo stesso che ha legittimato le politiche di detenzione e deportazione di Donald Trump, di cui l’ICE rappresenta solo la manifestazione più recente e visibile, e che in Europa prende forma nei nuovi regolamenti del Patto su migrazione e asilo, che estende hotspot e zone di frontiera, introduce deroghe procedurali e limiti alle garanzie, trasformando i confini in spazi di sospensione dei diritti. Luoghi dove l’eccezione diventa regola e il controllo sostituisce la tutela delle persone che da soggetto di diritti sono ridotte a “corpi da contenere”. Come nei Cpr italiani, dove la privazione amministrativa della libertà non è più misura residuale, ma strumento ordinario di governo delle migrazioni e forse non solo di quelle.

Il nuovo rapporto di monitoraggio pubblicato il 21 gennaio è stato realizzato dalle organizzazioni aderenti al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a partire dalle visite ispettive in dieci centri nazionali condotte da delegazioni multidisciplinari al seguito di parlamentari e consiglieri regionali. Schede di rilevazione uniformi hanno documentato i Cpr di BariBrindisiCaltanissettaGradiscaMacomerMilanoPalazzo San GervasioRomaTorino e Trapani. Senza dimenticare i casi in cui l’accesso è stato ostacolato o impedito agli accompagnatori medici, legali e agli interpreti. Gianfranco Schiavone, tra i curatori, non usa mezzi termini per definire queste strutture come una ferita aperta nello stato di diritto. Il lavoro di indagine, condotto con un approccio metodologico rigoroso e linee guida chiare che, spiega, “ha permesso di avere un quadro mai così dettagliato sulla situazione all’interno dei centri”, svela una realtà che il potere politico “non vuole che si conosca”, dal degrado dei moduli fatiscenti alle condizioni inaccettabili ormai divenute la norma. Gli elementi raccolti permettono al rapporto di affermare che i Cpr presentano tutte le caratteristiche di una “istituzione totale non riformabile“, intesa come luogo che ha la capacità di assorbire completamente la vita di persone che non sono trattenute perché hanno commesso un reato (è bene ricordarlo), isolandole dal resto della società. Da qui le “fortissime analogie con l’istituzione manicomiale”, commenta Schiavone. Come già per i manicomi, anche l’esistenza dei Cpr è presentata come “necessaria”, ma la realtà dei fatti smentisce sistematicamente questa narrazione: producono solo sofferenza e non raggiungono gli obiettivi dichiarati.

Tanto che si può parlare di paradosso: il sistema costa milioni, ma se la finalità dichiarata è il rimpatrio, nel 2024 solo il 10,4% delle persone colpite da un provvedimento di allontanamento è stato effettivamente rimpatriato tramite i Cpr. Eppure tra il 2018 e il 2024 l’Italia ha speso oltre 110 milioni di euro per questo apparato, includendo costi esorbitanti per il personale delle forze dell’ordine nei centri più remoti, come Macomer, dove questi costi superano quelli della gestione stessa della struttura. Inefficienza che, per Schiavone, non è un incidente ma un elemento strutturale, perché stando ai risultati “i Cpr non sono affatto orientati all’allontanamento delle persone”. Anzi, “l’inutilità è insita all’interno del sistema di violenza”. E allora qual è il senso? Riprendendo le parole di Fabrizio Coresi, esperto di migrazione per ActionAid che pure ha collaborato al nuovo rapporto, “la detenzione in sé: assimilare le persone a criminali così che l’opinione pubblica si senta legittimata a considerarli invasori, concorrenti nella crisi economica. E questo disciplina i cittadini perché ci distrae da altre questioni”. Insomma, più che a rimpatriare loro, questi centri servono a controllare noi”. Ma il noi non deve sapere troppo. Oltre i muri e il filo spinato, la vita è ridotta all’essenziale biologico, spesso in celle prive di arredi, con letti in cemento. Quello dei detenuti è un “tempo vuoto” sul quale non hanno alcun controllo, nemmeno se si tratta della salute.

Ci sono poi le testimonianze, letteralmente urla nel silenzio. Ayman, rimpatriato d’urgenza dopo aver denunciato le condizioni del centro con un video, racconta di teste spaccate dagli agenti perché si chiedeva assistenza medica. Hafed descrive il centro come una Guantanamo dove da animale domestico lo hanno trasformato in un lupo. E poi Hassan, lasciato con le gambe fratturate senza cure, o Wissem Ben Abdelatif, morto dopo essere stato legato per cento ore in un “reparto psichiatrico”. Prima di morire, implorava: “Ho bisogno di un avvocato datemi un avvocato”. Casi isolati? La violenza si manifesta nell’assenza di informativa legale che aliena e viola le norme Ue: a Caltanissetta, dove “al momento dell’accesso al CPR non viene fornito alcun tipo di informativa”, le affermazioni dei gestori sulla consegna di documenti sono state “smentite dai trattenuti”, mentre a Trapani la mancata consegna è stata giustificata con il “rischio che i fogli di carta possano essere bruciati”. È costante che i trattenuti “lamentino di non sapere perché si trovano lì“, e “molti hanno dichiarato di essere stati “invitati a firmare qualcosa che non hanno compreso” durante informative orali svolte troppo in fretta”. Quanto alla difesa legale, in centri come Gradisca d’Isonzo e Palazzo San Gervasio, i trattenuti hanno riferito di “ricevere un foglio già compilato per la nomina” dell’avvocato. E così per il diritto alla comunicazione, descritto come una “concessione regolata dall’organizzazione interna” anziché un diritto effettivo, mentre il telefono personale viene ritirato all’ingresso. E’ scritto nel rapporto: “Un trattenuto riportava disperato di non poter vedere sua figlia di cinque anni che non riesce a capire dove si trovi il padre”. A Gradisca d’Isonzo il rapporto segnala che, nella fase iniziale del trattenimento, l’accesso alla comunicazione può essere precluso fino alla convalida del trattenimento.

C’è infine l’uso massiccio di psicofarmaci per anestetizzare e spegnere il disagio che nasce dalle condizioni che annientano le persone. In molti centri, la somministrazione di ansiolitici e antipsicotici avviene anche senza controllo psichiatrico, come emerso dai monitoraggi tecnici. Un quadro che, denuncia il TAI, si aggrava con l’evoluzione normativa europea, dove il nuovo Patto trasforma le diverse forme di confinamento in infrastruttura ordinaria delle politiche migratorie. Una zona grigia di sospensione dei diritti in un modello di gestione privatizzato che affida la vita di migliaia di persone a pochi gestori privati in regime di oligopolio. Schiavone avverte come la stessa resistenza prefettizia all’accesso dei collaboratori tecnici nei Cpr nasca dalla “paura che si possa veramente vedere all’interno e avere appunto dati scientifici inequivocabili sui quali fondare dei ragionamenti da contrapporre a vuoti slogan”. Forse perché è ormai chiaro ai più, e guai se non lo fosse dopo venticinque anni di “sperimentazione“, che lo stato di diritto non può che fermarsi sull’uscio di questi luoghi, intrinsecamente non riformabili. “Questo rapporto spiega le ragioni per cui il miglioramento non è possibile, ma è possibile soltanto una un cambiamento profondo, così come è avvenuto con con l’Istituto Manicomiale”, conclude Schiavone. E allora “senza contraddizione alcuna con l’intenzione di migliorarli, l’unica possibilità reale è la loro chiusura”. A questo servono analisi e rapporti come questo, a evitare che si normalizzi l’orrore nell’attesa che vengano aboliti.

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lunedì 13 ottobre 2025

ancora sul premio nobel per la pace

 

…L’11 maggio 2021, nel pieno del conflitto tra Israele e Hamas, la leader venezuelana scriveva sul proprio profilo Twitter: “Oggi, tutti noi che difendiamo i valori dell’Occidente siamo con lo Stato di Israele; un genuino alleato della libertà”…

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Lettera aperta di Adolfo Pérez Esquivel a Corina Machado

Da Nobel a Nobel

 …Il governo venezuelano è una democrazia con le sue luci e le sue ombre. Hugo Chávez ha segnato il cammino della libertà e della sovranità del popolo e ha lottato per l'unità continentale, è stato un risveglio della Grande Patria. Gli Stati Uniti l'hanno attaccata in modo permanente: non possono permettere a nessun paese del continente di uscire dalla sua orbita e dalla sua dipendenza coloniale; continua a sostenere che l'America Latina è il suo "cortile di casa". Il blocco di Cuba da parte degli Stati Uniti per più di 60 anni è un attacco alla libertà e ai diritti dei popoli. La resistenza del popolo cubano è un esempio di dignità e di forza.

Sono sorpreso di come ti aggrappi agli Stati Uniti: devi sapere che non hanno alleati, né amici, solo interessi. Le dittature imposte in America Latina sono state strumento dei loro interessi di dominio e hanno distrutto la vita e l'organizzazione sociale, culturale e politica dei popoli che lottano per la loro libertà e autodeterminazione. I popoli resistono e lottano per il diritto di essere liberi e sovrani e non una colonia degli Stati Uniti. Il governo di Nicolás Maduro vive sotto la minaccia degli Stati Uniti e del blocco, basta tenere a mente le forze navali nei Caraibi e il pericolo di invasione del vostro paese. Non avete detto una parola e non avete sostenuto l'ingerenza della grande potenza contro il Venezuela. Il popolo venezuelano è pronto ad affrontare la minaccia.

Corina, te lo chiedo. Perché ha chiesto agli Stati Uniti di invadere il Venezuela? Quando hai ricevuto l'annuncio di essere stato insignito del Premio Nobel per la Pace, lo ha dedicato a Trump. L'aggressore del vostro paese  mente e accusa il Venezuela di essere un trafficante di droga, una menzogna simile a quella di George Bush, che accusava Saddam Hussein di avere "armi di distruzione di massa". Pretesto per invadere l'Iraq, saccheggiarlo e causare migliaia di vittime, donne e bambini. Ero alla fine della guerra a Baghdad, nell'ospedale pediatrico, e ho potuto vedere le distruzioni e le morti di coloro che si proclamano i difensori della libertà. La peggiore delle violenze è la menzogna.

Non dimenticare Corina che Panama è stata invasa dagli Stati Uniti, che hanno causato morte e distruzione per catturare un ex alleato, il generale Noriega. L'invasione lasciò 1200 morti a Los Chorrillos. Oggi, gli Stati Uniti intendono impadronirsi nuovamente del Canale di Panama. È una lunga lista di interventi e sofferenze in America Latina e nel mondo da parte degli Stati Uniti. Le vene dell'America Latina sono ancora aperte, come diceva Eduardo Galeano. Mi preoccupa il fatto che non abbia dedicato il Premio Nobel al vostro popolo e che abbia dedicato il Nobel all'aggressore del Venezuela. Penso Corina che devi analizzare e sapere dove ti trovi, se sei un pezzo in più della colonizzazione degli Stati Uniti, soggetto ai suoi interessi di dominio, che non potrà mai essere per il bene del tuo popolo. Come oppositore del governo di Maduro, le sue posizioni e opzioni generano molta incertezza, ricorre al peggio quando chiede agli Stati Uniti di invadere il Venezuela.

L'importante è tenere presente che costruire la Pace richiede molta forza e coraggio per il bene del vostro popolo, che conosco e amo profondamente. Dove prima c'erano baracche sulle colline che sopravvivevano alla povertà e all'indigenza, oggi ci sono alloggi decenti, sanità, istruzione e cultura. La dignità del popolo non si compra né si vende. Corina, come dice il poeta: non c'è sentiero in un viandante, un sentiero si fa camminando. Ora avete la possibilità di lavorare per il vostro popolo e di costruire la Pace, non di provocare una violenza più grande, un male non si risolve con un altro male più grande. Avremo solo due mali e mai la soluzione del conflitto. Apri la tua mente e il tuo cuore al dialogo, per incontrare il tuo popolo, svuota il vaso della violenza e costruisci la pace e l'unità del tuo popolo affinché la luce della libertà e dell'uguaglianza possa entrare.

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se il premio nobel per la pace… - bortocal

se il premio nobel per la pace va ad una sconosciuta donna politica venezuelana, nota agli addetti ai lavori per avere invocato più volte un intervento armato straniero contro il governo populista di sinistra di Maduro, il messaggio per Trump, che lo voleva, è chiaro:

invada prima il Venezuela, e poi lo daranno anche a lui.

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forse vale la pena di smettere di parlare di questa buffonata del nobel per la pace:

e che diavolo, siamo pur sempre in tempi di guerra mondiale a pezzi, ?a chi volete che lo diano?

ovvio: a quelli di cui parlava Tacito quasi duemila anni fa: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; dove spianano tutto e fanno il deserto, lo chiamano pace.

così, giustamente, il premio per la pace va ai desertificatori; ed è già tanto che non l’abbiano dato a Netanyahu.

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Con Machado il Nobel per la Pace - Davide Malacaria

 

Il Nobel per la pace non è stato assegnato a Trump, né era possibile nonostante tanti abbiano solleticato il suo narcisismo che l’aveva portato a pretenderlo, dal genocida Netanyahu (Timesofisrael), per la tregua a Gaza, passando a Zelensky, che si è detto pronto a sostenerne la candidatura se invierà i missili Tomahwak in Ucraina (Politico) – cioè se aumenterà le probabilità di una guerra nucleare.

Ma, in qualche modo, l’ha vinto per interposta persona dal momento che è stato assegnato a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana che in questo modo è stata incoronata reginetta del suo Paese. Pronta, cioè, a essere il volto nuovo del regime-change che l’amministrazione Trump intende realizzare a Caracas.

Così il Nobel per la pace è stato militarizzato per supportare una guerra che appare sempre più prossima. Da tempo, infatti, l’amministrazione Trump, sotto la spinta di Marco Rubio, sta accumulando forze contro il Venezuela, ufficialmente per contrastare il narcotraffico.

Alle prime navi da guerra se ne sono aggiunte progressivamente altre, tra cui un sommergibile, e ieri è arrivata una nave adibita alle operazioni speciali, mentre una squadriglia di F-35 è stata inviata in una base di Porto Rico.

Le forze statunitensi hanno già affondato alcune imbarcazioni venezuelane che sarebbero state usate per il narcotraffico, accusa non verificata e che non giustifica un crimine del genere, che peraltro è un atto di guerra.

Due giorni fa, poi, l’affondamento di un naviglio della Colombia, che dovrebbe essere fuori dal mirino degli Stati Uniti, ma che sembra esserci entrata a causa del sostegno accordato dal presidente Gustavo Petro al Venezuela (peraltro, la nave colombiana è stata affondata poco dopo la decisione di Petro di espellere la delegazione israeliana dal suo Paese in reazione al sequestro della Samud Flottilla, decisione che non è certo passata inosservata a Washington).

Di ieri, poi, l’indiscrezione che l’amministrazione Trump intenderebbe colpire target non più solo in mare, ma sul territorio venezuelano. Minacce che arrivano dopo quelle pregresse, tra cui quella esplicita di adire a un golpe contro Nicolás Maduro, e che seguono la decisione di interrompere i negoziati avviati con il Venezuela per ricomporre le tensioni in atto.

Curiosamente, il giorno precedente l’interruzione dei negoziati, Jorge Rodríguez, a capo dell’Assemblea nazionale venezuelana e della delegazione preposta alle trattative, aveva comunicato in una nota che “attraverso ‘tre diversi canali’, gli Stati Uniti erano stati avvertiti ‘di una grave minaccia’ da parte di gruppi di destra che si spacciavano per seguaci del presidente venezuelano Nicolás Maduro”.

Si trattava di un piano per compiere un attentato contro l’ambasciata Usa in Venezuela che, cessata l’attività diplomatica, ospita però personale addetto alla manutenzione e alla sicurezza dell’edificio. Sarebbe stata la scintilla per un attacco.

Se si sta alla tempistica, sembra che l’allarme pubblico del capo della delegazione venezuelana abbia irritato l’amministrazione Usa, che si è vista privare di un casus belli, la quale ha deciso di evitare ulteriori rapporti con la controparte.

Ora è arrivata, a fagiolo, la figura che ha il phisique du rôle per sostituire Maduro, baciata da un endorsement più che autorevole: il Nobel per la pace. La Machado ha così preso il posto di Juan Guaidò come figura immagine per promuovere il regime-change di Caracas, con il Nobel che gli conferisce la visibilità necessaria a diventare l’ancella del cambiamento.

L’unico Paese, oltre al suo, nel quale aveva certa notorietà prima di ieri erano gli Stati Uniti, tanto da partecipare agli incontri dell’Americas Society/Council of Americas (AS/COA), un centro di interessi fondato da David Rokefeller. In quella sede, nel giugno scorso, squadernava la meravigliose opportunità che offriva il suo Paese una volta rimosso Maduro e avviato “una cambiamento strutturale”.

Il Venezuela, non ha solo le riserve petrolifere “più ingenti del mondo”, ma “anche abbondanti risorse di ferro, oro e minerali” vari e sovrabbonda di “terre fertili non sviluppate”. Nel caso avesse termine l’attuale governo, aggiungeva, in “soli 100 giorni” tutto ciò sarebbe a disposizione degli “investitori esteri, che ne beneficeranno, sin dal primo giorno, avvalendosi di condizioni senza precedenti”… un piano che porterà a creare ricchezza per “1000 miliardi di dollari” in pochi anni, come da titolo del report dell’incontro al AS/COA.

Un piano di privatizzazione ultraliberista, al modo di quello applicato dai Chicago Boys nel Cile di Pinochet. In una nota pregressa spiegavamo che, come recitano documenti ufficiali Onu e Usa, la droga che arriva negli States non proviene dal Venezuela. L’interesse dell’amministrazione Trump per Caracas è tutt’altro. La Machado lo ha spiegato molto bene.

Appena vinto il Nobel, la Machado ha chiamato il suo alleato politico Edmundo González Urrutia, che a gennaio 2025 sfidò e perse le presidenziali contro Maduro, accusandolo poi di brogli che gli avrebbero tolto la vittoria.

Nell’occasione, Urrutia e la Machado ricevettero la telefonata del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, con genocidio palestinese in corso, che elogiava la loro asserita vittoria elettorale, con la Machado che si felicitò per il “sostegno del governo di Israele al popolo venezuelano”.

D’altronde i rapporti tra la Machado e Israele sono consolidati: nel 2020 siglò a nome del suo partito, Vente Venezuela, un’alleanza strategica col Likud mentre, in un’intervista successiva a una Tv israeliana, dichiarò che se avesse vinto le elezioni avrebbe spostato l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme.

In quest’anno si poteva conferire il Nobel per la pace a qualcuno che si fosse distinto nel portare sollievo ai palestinesi. Si è scelto altro.

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Nobel a Machado, perché la sinistra non festeggia? Dai rapporti con l’ultra destra europea a quelli con Trump e Netanyahu – Franz Baraggino

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana all’autoritarismo del governo di Nicolas Maduro, sta causando molte polemiche, mentre le manifestazioni di giubilo sono soprattutto a destra. Descritta da alcuni come una “trumpiana“, i suoi detrattori la accusano di invocare l’uso della forza per ribaltare il governo venezuelano e di essere troppo vicina agli interessi della Casa Bianca. Ma anche all’ultra destra europea e a quella israeliana di Benjamin Netanyahu. Critiche sono ovviamente arrivate da membri del partito di Maduro, che la accusano di “favorire l’instabilità politica e colludere con potenze straniere”. Ma non solo. La sintesi dell’indignazione l’ha fatta l’ex leader di Podemos ed ex Vice Presidente del Governo spagnolo, Pablo Iglesias, che sui social ha espresso un giudizio durissimo: “La verità è che per assegnare il Premio Nobel per la Pace a Corina Machado, che da anni cerca di organizzare un colpo di Stato nel suo Paese, avrebbero potuto darlo direttamente a Trump o addirittura postumo ad Adolf Hitler. L’anno prossimo, lasciate che se lo dividano Putin e Zelensky. Se è già finita…”.

Stando ai fatti, lo scorso febbraio Machado ha preso parte con un videomessaggio al vertice dell’ultra destra di Madrid intitolato “Make Europe Great Again” e organizzato dal partito sovranista spagnolo Vox. “La nostra è una lotta globale e voi siete i nostri alleati. Quelle che avvengono in Europa, come quelle che combattiamo in Venezuela, hanno gli stessi obiettivi, valori e nemici”, ha detto mentre ad ascoltarla c’erano, tra gli altri, Matteo SalviniMarine Le Pen e l’olandese Geert Wilders e il primo ministro ungherese Viktor Orbán e quello argentino Javier Milei. “Il Venezuela rappresenta oggi la più grande minaccia che l’Occidente deve affrontare nel nostro continente. È il centro nevralgico del crimine organizzato e il rifugio sicuro dei nemici della democrazia nel mondo”, ha spiegato ai patrioti, ai quali ha dedicato un altro videomessaggio per l’edizione di settembre intitolata Europa Viva 2025, dove ha annunciato che “in Venezuela è partita la riconquista della democrazia”.

In queste ore le si rinfaccia anche un accordo di cooperazione del 2020, quello che promosse in qualità di coordinatrice nazionale tra il suo partito, Vente Venezuela, e la destra israeliana del Likud, il partito del premier Netanyahu. A rinfacciarle l’iniziativa è oggi il Council on American-Islamic Relations (CAIR), gruppo statunitense per i diritti civili musulmani, che definisce Machado una “fanatica anti-musulmano e sostenitrice del fascismo europeo” e l’assegnazione del Nobel una scelta “inconsciente”. Siglato nel 2020, il documento impegnava i due partiti a rafforzare i legami su “questioni politiche, ideologiche e sociali, nonché compiere progressi in materia di strategia, geopolitica e sicurezza”. A firmarlo insieme a Machado fu Eli Vered Hazan, direttore degli affari esteri del partito israeliano, ruolo nel quale ha preso parte alle reti internazionali della destra conservatrice. “L’obiettivo – si legge ancora nel documento – è avvicinare il popolo israeliano a quello venezuelano, promuovendo insieme i valori occidentali a cui entrambe le parti aderiscono: libertà, indipendenza e economia di mercato”.

C’è poi la storia recente e qui le critiche le derivano dal sostegno esplicito alle forze Usa, con l’amministrazione di Donald Trump che sulle navi nel Mar dei Caraibi ha quasi raddoppiato il numero dei soldati da utilizzare per la lotta al narcotraffico, della quale il Tycoon accusa direttamente il presidente Maduro. Delle ultime ore le dichiarazioni dell’ambasciatore di Caracas all’Onu, Samuel Moncada: “Le azioni guerrafondaie e la retorica del governo statunitense indicano che ci troviamo di fronte a una situazione in cui è razionale pensare che un attacco armato contro il Venezuela verrà portato a termine molto presto”, chiedendo al Consiglio di Sicurezza di intervenire per evitare “una catastrofe che potrebbe sconvolgere l’intera regione per generazioni”. Niente che c’entri molto con la pace e del resto Machado ha sostenuto più volte che per rimuovere l’autoritarismo al governo in Venezuela servirà l’uso della forza. Mesi fa ha applaudito al presidente americano sottolineando che “Trump non sta giocando”. Dopo aver ricevuto il Nobel ha nuovamente ribadito che “oggi più che mai possiamo contare sul presidente Trump” perché riporti “libertà e democrazia” in Venezuela.

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Il Nobel per la Pace alla venezuelana Maria Corina Machado lo si potrebbe chiamare, premio Nobel per la Guerra - Andrea Zhok

Comunque il Nobel per la Pace alla venezuelana Maria Corina Machado è in perfetta sintonia con il cambio di nome del ministero della Difesa americano in ministero della Guerra.

Visto anche il grande precedente di Obama lo si potrebbe chiamare, senza tanti patemi, premio Nobel per la Guerra.

Dopo tutto, con le cannoniere – pardon, le portaerei – americane davanti alla costa venezuelana, con il chiaro mandato di rovesciare il governo Maduro, quale umile contributo poteva dare l’intellighentsia europea?

Armi non le potevano mandare (non sono ancora riusciti a comprarle dagli americani, per fare in tempo a portarle in supporto agli americani).

Genuflessioni, donazioni, ius primae noctis, abbiamo già dato.

Cosa ci restava come europei?

Ah, ecco, possiamo giocarci gli scampoli residui della famosa “autorevolezza morale del Vecchio Continente”.

Possiamo conferire una bella botta di supporto morale alla spallata militare in vista, conferendo il premio Nobel a un’attivista venezuelana antigovernativa, distintasi nella vita per essere… un’attivista venezuelana antigovernativa, educata a Yale, antichavista, filoatlantista, neoliberista, ma che comunque resta umile. Pronta a farsi carico dell’onere del futuro governo, nello sciagurato caso in cui a Maduro capitasse qualcosa.

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domenica 27 aprile 2025

Decreto sicurezza, 257 giuristi danno l’allarme. L’appello: “A rischio la nostra forma di Stato, si vuole governare con la paura” – Franz Baraggino

 

In tempi normali, i giuristi dediti al diritto pubblico, che regola l’organizzazione e il funzionamento dello Stato, interpretano e insegnano la Costituzione e assumono anche posizioni individuali sulla vita normativa della nostra comunità. “Ci sono momenti però nei quali accadono forzature istituzionali di particolare gravità, di fronte alle quali non è più possibile tacere ed è anzi doveroso assumere insieme delle pubbliche posizioni”, avverte l’Appello per la sicurezza democratica (testo integrale) firmato da 257 giuspubblicisti di tutte le Università italiane, compresi Presidenti e vice-Presidenti emeriti della Corte costituzionale: Ugo de SiervoGaetano SilvestriGustavo ZagrebelskyEnzo CheliPaolo Maddalena. L’Appello si aggiunge a quelli dell’Associazione Magistrati, delle Camere penali, dei professori di diritto penale per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica verso il decreto sicurezza approvato l’11 aprile dal governo di Giorgia Meloni. Un intervento che, scrivono i promotori, “nel metodo e nel merito esplicita un disegno complessivo, che tradisce un’impostazione autoritaria, illiberale e antidemocratica, non episodica od occasionale ma mirante a farsi sistema, a governare con la paura invece di governare la paura”.

“E’ raro che un numero così alto di professori universitari prenda pubblicamente posizione verso un singolo provvedimento legislativo”, spiega Roberto Zaccaria, ordinario di Diritto Costituzionale già docente all’Università di Firenze, tra i promotori dell’Appello. “Un atto di impegno civile”, lo definisce. Di fronte a un intervento “che può ledere le libertà fondamentali ed essere addirittura più pericoloso di una riforma costituzionale”. Tanto che, ammette, “non ricordo in epoca recente interventi di sicurezza pubblica di questa intensità e forza”. Il problema di fondo, spiega Zaccaria, è il rischio di trasformare il tema della sicurezza “in un valore ideale fondante, in un limite generale inaccettabile perché le libertà costituzionali non possono andare incontro a limiti di carattere generale. Come l’ordine pubblico che nella Costituzione non ha cittadinanza”. Peggio ancora se il piano si realizza stracciando un disegno di legge già in dirittura d’arrivo. “Un vero e proprio scippo nei confronti del Parlamento ed un clamoroso aggiramento della Costituzione”, attacca Zaccaria. E cita Meloni: “Ha detto che in occasione del 25 Aprile riaffermiamo la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato. Ma se tu fai approvare in questo modo un decreto sicurezza col quale un cittadino rischia anni di carcere per un sit-in, non stai comprimendo le libertà fondamentali?”.

“Confidiamo che tutti gli organi di garanzia costituzionale mantengano alta l’attenzione e censurino questo allontanamento dallo spirito della nostra Costituzione, che fonda la convivenza della comunità nazionale su democrazia, pluralismo, diritti di libertà ed uguaglianza di fronte alla legge, affinché nessuno debba temere lo Stato e tutti possano riconoscerne, con fiducia, il ruolo di garante della legalità e dei diritti”, conclude l’Appello dopo aver elencato i profili di incostituzionalità del decreto. Nel metodo, a sdegnare i giuspubblicisti è appunto l’utilizzo improprio della decretazione d’urgenza. Con un cambio di passo: “In quest’occasione la violazione è del tutto ingiustificata e senza precedenti, dato che l’iter legislativo, ai sensi dell’art. 72 della Costituzione era ormai prossimo alla conclusione, quando è intervenuto il plateale colpo di mano con cui il Governo si è appropriato del testo e di un compito, che, secondo l’art. 77 Costituzione può svolgere solo in casi straordinari di necessità e di urgenza, al solo scopo, sembra, di umiliare il Parlamento e i cittadini da esso rappresentati”.

Quanto al merito, “si tratta di un disegno estremamente pericoloso di repressione di quelle forme di dissenso che è fondamentale riconoscere in una società democratica”. In particolare, l’Appello denuncia l’equiparazione dei centri per stranieri alle carceri e la resistenza passiva agli atti violenti. Il cosiddetto “daspo urbano“, deciso dal questore, che limita la libertà personale trattando allo stesso modo chi è condannato e chi è solo denunciato. Preoccupa che la polizia possa portare armi non di ordinanza anche fuori servizio, e l’inasprimento delle pene per illeciti avvenuti “in occasione” di una manifestazione pubblica. Una disposizione tanto vaga che “contrasta con il principio di tipicità delle condotte penalmente rilevanti, violando per giunta la specifica protezione costituzionale accordata alla libertà di riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico”. Altrettanto vaghe sarebbero infine le disposizioni che prevedono pene fino a sette anni per l’occupazione di luoghi che presentano un’estensione del tutto imprecisata e rimessa a valutazioni e preferenze del tutto soggettive dell’interprete”. Scelte che mettono in discussione la nostra forma di Stato perché, dice conclude Zaccaria, “l’eterno equilibrio tra individuo e autorità è risolto solo a favore di quest’ultima, con una ossessione securitaria” che non appartiene alla visione degli Stati democratici, ma che ricalca pericolosamente la logica degli Stati di polizia”.

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