Visualizzazione post con etichetta Fidel Castro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fidel Castro. Mostra tutti i post

mercoledì 20 luglio 2022

Omaggio a Fidel

 

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.

Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.

E’ difficile, per una come me, arrivere all’aeroporto praticamente in fuga, pregustando il mondo normale che riabbraccerai entro un’ora, sopportare con odio le ultime angherie cubane prima di entrare nell’aereo (un assorbente dieci dollari di cui otto te li metti in tasca tu, negoziante cubana che abusa del mio stato di straniera in difficoltà?) e poi, nel momento esatto in cui l’odio ti trabocca da dentro, vedere gli sportelloni di un aereo angolano che si aprono e i passeggeri che cominciano a scendere: in sedia a rotelle, in barella, uno più sciancato dell’altro. Africani che vanno a curarsi a Cuba. Gente che noi, in Europa, lasciamo morire con indifferenza se non soddisfazione, e che la poverissima Cuba invece accoglie e cura. E tu che fai? Guardi, ti rendi conto, e che te ne fai più del tuo odio? Ti accorgi che sei una straniera viziata o, peggio, che non sei proprio nessuno. Che la Storia, da quelle parti, non sei tu, non passa per l’Europa. Tu sei lo spettatore pagante, se ti va bene, oppure aria, vattene. Cuba mette a fuoco altro da te.

L’Europa, in effetti, è lontanissima. Ed è straniante sentire gli europei che parlano di Cuba e dicono sempre, puntualmente, tutto il contrario di quello che vedi tu. Dai massimi sistemi a quelli minimi. Cominciamo dai primi: “E’ una dittatura, la gente vuole fuggire, gli omosessuali perseguitati, i dissidenti“. In realtà, l’immagine di dittatura cubana che si ha all’estero è quella dei primi anni 70, del cosiddetto “quinquenio gris” che la stessa ortodossia politica della Cuba di oggi definisce come “intento de implantar como doctrina oficial el Realismo socialista en su versión más hostil.” La definizione è di EcuRed (la Wikipedia cubana, per intenderci) ma io stessa ho sentito criticare, addirittura ridicolizzare quell’epoca nelle aule universitarie dell’Università dell’Avana. Sono passati 35 anni da allora, gente. Cuba non è quella cosa lì. I cubani fanno il diavolo che gli pare. E pure gli stranieri.

Diceva la mia padrona di casa: “Tre cose non si possona fare, a Cuba: le droghe, lo sfruttamento dei bambini e, se sei straniero, una smaccata propaganda antistatale. Per il resto, se vuoi camminare per strada nudo e a testa in giù nessuno ti dice niente.” I dissidenti? Avranno una dignità quelli legati alla Chiesa, suppongo, ma credo che tutti sappiano che le varie Damas en  Blanco, per non parlare poi della Sanchez, prendono soldi per ogni manifestazione che fanno (famoso un loro sciopero perché non erano pagate abbastanza). Io non ho conosciuto nessuno, letteralmente nessuno, che ne parlasse con un minimo di rispetto. E’ gente pagata, punto, chiusa la questione. Poi, certo, la gente parla di poltica, immagina il futuro, esprime idee. C’è chi ama (amava, gessù…) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l’ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c’è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C’è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli. Sono uniti da fare schifo, i cubani. E se si sentono minacciati, di più. Ne sanno qualcosa gli USA, che inasprirono l’embargo nel momento esatto in cui cessarono gli aiuti dall’URSS e a Cuba fecero, letteralmente, la fame. Speravano in una rivolta, gli USA. Si ritrovarono con un popolo che si rimboccò le maniche per l’ennesima volta e ne uscì in piedi, come sempre. Inventandosi cose come il pastrocchio di soia, ripugnante intruglio distribuito alla popolazione come “proteinas para el pueblo“. Perché poi sono pratici: il corpo ha bisogno di proteine, vitamine, carboidrati? In qualche modo li ingurgitavano. E nei parchi ci sono gli attrezzi per fare ginnastica, tipo palestra. E se non ci sono medicine, ricorrono alle piante, alla medicina naturale. Ne escono sempre. E si concedono pure il lusso di esportare i loro medici in Venezuela, come altri esporterebbero, chessò, rame, in cambio di petrolio venezuelano. Questo, hanno fatto i cubani: hanno esportato medici in cambio di petrolio. Perché questo è quello che hanno: la loro formidabile, benché odiosissima, gente. Suona retorico, lo so. Odio scriverlo, odio dirlo. Però è vero. Incredibilmente, è vero. Come, poi, questi medici, questi professionisti cubani riescano ad essere bravi nonostante ristrettezze di ogni genere (falla tu, ricerca, in un paese con internet a pedali) io non lo so e non l’ho capito. Ma ce la fanno.

Gli omosessuali, poi: a Cuba si celebra il Pride, per dire. Sono finiti gli anni 70, “Fresa y chocolate” fu girato con sovvenzioni statali, non scherziamo. Ma, soprattutto, ricordo una pubblicità progresso dello Stato, dei cartelloni esposti nelle farmacie che mi colpirono molto. Era una cosa sulla prevenzione dell’AIDS e c’era la foto di due gay che si baciavano. Ma a differenza dell’Europa, dove i due gay sarebbero stati giovani e bellissimi, nella foto cubana c’erano due signori di mezz’età, bruttini, normali. Due comuni cittadini, come li avresti potuti incontrare sul pianerottolo. Né giovani, né belli, né magri, niente. Due signori che si baciavano e un pacato invito all’amore che non escludeva la prevenzione. Sobrio. Rispettoso. Bello. Mi sembrò un esempio da seguire. Del resto, Cuba è molto poco patinata. Non ha neanche la pubblicità, se è per questo. Solo pubblicità progresso e grosse scritte motivazionali un po’ ovunque. E’ il buono dell’avere molto poco da comprare, nessuno cerca di convincerti a farlo.

Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all’Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un’ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza. Ecco, questa è una cosa importante: il divario tra i vecchi e i giovani, a Cuba. Con la crisi degli anni Novanta, il sistema scolastico cubano si ritrovò a piedi, come molte altre cose. Con il grosso dei maestri esportati in giro, ci si ritrovò con i ragazzi più grandi a fare lezione ai più piccoli, per dire, e a un generale decadimento dell’istituzione. Per questo e altri motivi, si percepisce uno stacco culturale importante tra i cubani da una certa generazione in giù. I giovani non valgono quanto i loro padri. E questo sarà un problema, in prospettiva. Poi, è vero, la gente fuori dall’Avana (o da Varadero, gessù) è meglio. Molto meglio. Ma i cubani sono, dicevo, isolani. Cocciuti, orgogliosi, quello che vuoi tu, ma non amichevoli. Ma manco per il cazzo, proprio. Se sono amichevoli, anzi, è meglio che ti preoccupi. Avranno i loro motivi, e sono motivi che non ti convengono. Esagero? Sì, un po’. Sintetizzare crea stereotipi, è ovvio. Però, ecco, stereotipo per stereotipo, quello dello stronzo mi pare più azzeccato di quello del felice danzerino. Fermo restando che ballano benissimo, è ovvio.

Ma siamo sempre lì: se da una parte io li detestavo – a un certo punto li detestavo proprio tutti, senza eccezioni – dall’altra, poi, mi accorsi in fretta che, nel resto dell’America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come un’onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell’altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. “Io mi sono laureato a Cuba, gratis!” “Mio padre è stato salvato da un medico cubano!” Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l’isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l’abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato. E alla fine, è questo: li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “E’ vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.

Cosa si può dire di Fidel nel giorno della sua morte? Questo, probabilmente: che ha dato un senso allo sfuggente concetto di “cubanità”. Concetto che i cubani inseguivano da un secolo, prima che arrivasse lui. Che ha preso un popolo che lottava per la sua indipendenza da cent’anni – prima contro gli spagnoli e subito dopo, come una grottesca beffa, contro gli USA che ne presero il posto – e lo ha reso, per la prima volta nella sua storia, indipendente. Parliamo un po’ di questo, di cosa è la “cubanità”. I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza. Cuba è giovane. Diceva uno dei suoi grandi intellettuali, Fernando Ortiz: “Tutto quello che in Europa è successo nell’arco di millenni, a Cuba è successo in soli quattro secoli“. Cuba non ha storia che non sia di appena ieri, non ha spiritualità come la intendono i popoli antichi, non ha religione che non sia un minestrone di riti mischiati, non ha un colore, una faccia, un’identità che non sia quella dell’essere cubani, appunto. Qualsiasi cosa ciò voglia dire. E diceva sempre Ortiz: “La cubanità non la dà la nascita, in un paese come il nostro, né la residenza, il colore, non te la dà nessun dato oggettivo. La cubanità te la dà la volontà di essere cubano“. E’ cubano chi ha voluto costruire Cuba. E Cuba, quindi, ha cominciato a nascere nel 1868, quando bianchi e neri insieme hanno cominciato a lottare contro la Spagna. Insieme, questo è importante. Lì è stato lo spartiacque. E l’hanno combattuta per 30 anni, fino al 1898. Quando sono arrivati gli USA, che fino ad allora se ne erano rimasti a guardare tifando per lo più Spagna, e hanno sfilato la vittoria ai cubani. Hanno dichiarato guerra a una Spagna ormai sfiancata, l’hanno sconfitta e si sono presi Cuba. I cubani, quindi, invece di una vittoria si sono trovati davanti a un passaggio di consegne. Invece della loro costituzione si sono ritrovati l’Enmienda Platt, e un padrone nuovo a cui obbedire.

Però i cubani sono cocciuti, come dicevo. Per i cinquanta anni successivi si sono rotti la testa studiando, protestando, guerreggiando – la rivoluzione fallita del ’30 – e ancora e ancora, tra due dittature e mille governi-fantoccio, mentre la loro economia dipendeva dagli USA, mentre persino il razzismo si accodava a quello degli USA impiantando l’apartheid che gli spagnoli mai avevano conosciuto, mentre sull’isola dilagavano il gangsterismo e la corruzione e le carceri erano piene – allora, mica oggi! – di oppositori politici. E poi è arrivato Fidel, la cui storia è talmente folle che sembrerebbe finta, se non fosse invece reale e documentabile. Si cita spesso “La Storia mi assolverà”, credo il più delle volte senza averlo letto. E’ l’autoarringa con cui lui, ben prima della Rivoluzione, spiegò ai giudici che lo avrebbero condannato il perché dell’assalto alla caserma Moncada, fatto da lui, il fratello piccolo Raul e un manipolo di studenti, studentesse, ragazzi vari, e finito malissimo. E’ la fotografia della Cuba sotto Batista e gli USA. E’ una dichiarazione di intenti – o, all’epoca, di sogni – ed è, soprattutto, l’autoritratto di un gigante. E’ molto difficile leggerlo, sapere che quell’uomo stava entrando in carcere e non sentire un rispetto immenso. Poi vennero l’uscita dal carcere, l’esilio in Messico, l’acquisto di una barchetta (il Granma) con cui partire, stipandola all’inverosimile, all’assalto di Cuba, lo sbarco (su cui il Che disse: “Fu più che altro un naufragio”), la polizia di Batista che stermina i naufraghi, Fidel che alla fine si ritrova con – boh, vado a memoria – meno di venti superstiti e dice: “Ce l’abbiamo fatta, vinciamo sicuro.” E vince. Sul serio. E, per la prima volta nella sua storia, Cuba diventa uno Stato sovrano. Questo, è stato il punto.

E poi vince ancora, e ancora, e ancora. Contro gli USA. Prendendoli sempre, incessantemente, per il culo. Gli USA proiettano propaganda anticastrista sul loro palazzone all’Avana? Castro fa circondare il palazzone da bandiere più alte, una per ogni stato che all’ONU si è dichiarato contrario all’embargo, e così lo impacchetta rendendolo praticamente invisibile. Gli USA mandano navi al largo di Mariel per prendere dissidenti in fuga e mostrarli al mondo? Fidel fa svuotare tutte le carceri e i manicomi di Cuba e ne spedisce gli ospiti tutti da loro, riempiendo gli USA di matti e delinquenti comuni cubani. La lista è infinita, la vicenda umana di Fidel anche. Il rapporto tra USA e Cuba, alla fine, è strano. Ma strano forte.

Gli USA e Cuba si amano e si odiano, sembrano parenti in lite. I primi hanno sempre voluto mettere le mani sui secondi, prima cercando di comprare Cuba alla Spagna, poi prendendosela con le cattive. I secondi hanno sempre sofferto l’ingombrante ombra e le mire squalesche dei vicini, e hanno fatto tutto quello che un popolo può umanamente fare per farsi trattare alla pari. Cuba non ha voluta fare la fine di Puerto Rico, tutto qui. Non ha voluto essere una colonia. Ma, alla fine, la sua storia recente è stata comunque pesantemente condizionata dagli USA. Avrebbero chiesto aiuto all’URSS, virando fortemente sulle posizioni sovietiche, se non avessero dovuto difendersi dagli USA? Avrebbero avuto bisogno di un partito unico per 50 anni se non avessero avuto bisogno di essere tanto compatti dinanzi a un nemico tanto potente? E come sarebbe, oggi, Cuba, se non uscisse da 60 anni di embargo? Se è riuscita a dare cibo, salute e istruzione a tutti i suoi cittadini NONOSTANTE l’embargo, cosa avrebbe fatto senza il limite, l’impoverimento a cui è stata condannata? Voi lo sapete? Io no, francamente. Quello che so, è che l’embargo li ha compattati ancora di più. E, conoscendoli, non era difficile da capire.

Però ho visto un sacco di cittadini USA, a Cuba, e ben prima che Obama aprisse il paese. Col cappello in mano e colmi di ammirazione, li ho visti. Che arrivano per dei corsi di studio all’università, o da soli, passando per il Messico per non farsi scoprire dalle proprie autorità. Perché gli statunitensi non potevano andare a Cuba per ordine degli USA stessi, ma lo Stato cubano li ha sempre fatti entrare, facendo col visto lo stesso giochino che Israele fa con chi non vuole il timbro d’entrata sul passaporto: te lo dà su un pezzo di carta. E ho visto un sacco di cubani che desideravano andarci, negli USA, e fare soldi, vedere l’abbondanza, visitare i parenti. Sono talmente vicini, in linea d’aria, che sembra incredibile.

Io, alla fine – e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria – di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell’isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all’altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l’indipendenza e l’ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell’America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l’ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l’alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So’ gente orgogliosa, che gli vuoi dire.

Per quanto possa sembrare paradossale, io non pensavo che Fidel potesse morire. Pensavo che avrebbe seppellito pure me. Mi fa proprio uno strano effetto, questa morte, ed essendo io una donna del Novecento penso che, stavolta, di giganti non ne rimane proprio nessuno. Ora: i cubani di oggi, i giovani cubani di oggi, saranno all’altezza della storia incredibile che gli lascia Fidel?  Io credo che lui abbia cercato anche, riuscendoci spesso, di tirare fuori il meglio dal proprio popolo. Di dargli disciplina, serietà, educazione, cultura. Di fare di un popolo caraibico il popolo serio per eccellenza di tutta l’area. Operazione non facilissima, va detto.

Lascia un popolo povero ma viziato, nonostante la cura da cavallo degli anni Novanta. Che non paga bollette, che ha la sopravvivenza assicurata, che si crede ‘sto cazzo. E che è umanamente e culturalmente in declino da un po’. Dove le differenze razziali, dagli anni novanta in poi, si sono accentuate. Da quando le rimesse dall’estero sono diventate vitali, e si dà il caso che il grosso dei cubani emigrati fosse bianco e abbia, quindi, mandato denaro alle famiglie bianche, mettendo loro e solo loro in condizione di partire con la piccola impresa. Un popolo che ha più aspettative che voglia di lavorare, e a cui il turismo – soprattutto quello italiano, e va detto a nostro disonore – ha fatto un gran male.

Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi “difetti” la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero – e lo fanno appena possono – e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un’italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.

Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.

Tocca invece invidiare un po’ il Padreterno, se c’è, ché finalmente se lo vede là, ‘sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno.

http://www.ilcircolo.net/lia/2016/11/26/omaggio-a-fidel/

sabato 26 maggio 2018

Lo giurammo sul cielo - Gian Luigi Deiana

presentazione della sesta lezione 2018 della Scuola popolare Antonio Gramsci: IL ’68 – — Ghilarza 26 maggio ore 18.30, sala Agorà
Se una compiuta comprensione storica del ’68 è ancora oggi un esercizio velleitario e carico di divergenze, i simboli che esso conserva sono invece universalmente riconosciuti. Il 15 ottobre 1967 a L’Avana Fidel Castro diede l’annuncio della morte del “Che”, avvenuta in Bolivia sette giorni prima; esattamente dodici mesi dopo, il 16 ottobre 1968, i velocisti afroamericani Tommie Smith e John Carlos levarono i pugni guantati di nero sul cielo di Città del Messico, dal podio delle Olimpiadi. In ambedue i casi è stata la fotografia a fissare quella significazione che l’analisi storiografica stenta a rendere chiara: l’immagine del martirio del guerrigliero e il diritto del potere nero. La storia tuttavia non si chiude nelle cronologie e lo spirito del tempo non si blocca in un flash: sul fiume degli eventi vanno colte le sorgenti, gli alvei comuni e i loro sbocchi nel presente. Poiché l’onda del mutamento ha investito sia il grande mondo della geopolitica che la singola vicenda degli individui è su questa estrema bidimensionalità (l’ordine geopolitico e la libera individualità) che va cercato un denominatore comune: il ’68 ha infatti messo in scena insieme due disconoscimenti globali visibilmente asimmetrici tra loro: il rifiuto dell’ordine dei due blocchi instaurato dal secondo dopoguerra e la rivolta contro i modelli psichici e sociali imposti all’individualità. La condizione storicamente inedita, che questi due disconoscimenti si siano incontrati e si siano alimentati reciprocamente, è ciò che ha maggiormente caratterizzato quel tempo: quindi dobbiamo cercare le ragioni che hanno reso possibile quell’incontro. La geopolitica del rifiuto è caratterizzata fondamentalmente dai processi di liberazione anticoloniale, i più importanti dei quali sono stati capaci di respiro mondiale sia nella teoria (si pensi al libro di Franz Fanon “I dannati della terra”, 1961) che nella pratica (si pensi ala figura di Ho Chi Minh); la maturazione di una nuova concezione dell’individualità è animata soprattutto, invece, dall’espansione della scolarizzazione superiore nella prima generazione postbellica e dalla difformità degli stili di vita giovanili rispetto a quelli tradizionali. Non è quindi un caso se i luoghi deputati alla prova scenica di questo doppio immane scontro siano i luoghi di cerniera del vecchio ordine: da un lato il Viet Nam e dall’altro le università. A sua volta l’evoluzione della guerra in Viet Nam ha potenziato e mondializzato le ragioni di tutte le lotte di liberazione del Terzo Mondo (“dieci, cento, mille Viet Nam” nella prospettiva del “Che”), così come le lotte studentesche nelle università hanno recepito e diffuso in tutte le pieghe della vita sociale le ragioni della lotta alla discriminazione razziale e alla discriminazione di genere: sta in tutta questa complessità la caratterizzazione della vicenda storica come “contestazione globale”, una globalità che si avvaleva di una diffusione molto più sciolta dei prodotti della cultura (libri, giornali, cinema, musica, arte ecc.), in grado di superare censure politiche e prescrizioni morali e che pure azzardava, talvolta su vicoli ciechi, sia salti dichiaratamente utopici (“l’immaginazione al potere”), sia ibridazioni di situazioni diverse (la rivoluzione culturale cinese in Occidente), sia riduzionismi settari (fascinazioni, varianti e scolasticismi dell’universo marxista). A fronte di questa indefinita risorgiva di eventi antisistemici è necessario individuare le azioni reattive dei sistemi d’ordine. La più importante di queste azioni reattive riguarda appunto l’ordine geopolitico e consiste in questo: circoscrivere i processi di decolonizzazione e costringerli entro un ordine imperialistico di tipo nuovo: i casi del Viet Nam e della Cecoslovacchia, i più importanti del ’68, illuminano la correzione di indirizzo assunta nel primo caso dagli USA e nel secondo caso dall’URSS, e valgono per capire la proiezione globale della nuova fase degli imperialismi, in Medio Oriente, in Africa e nell’America Latina. La gravità degli errori di prospettiva, sia nella conduzione politica americana che nella conduzione politica sovietica, aprirà di lì a poco un baratro sugli impianti dei relativi sistemi. (La resa americana sulla cerniera del Viet Nam, nel 1972, sarà seguita immediatamente dalla fuoriuscita del dollaro dal sistema monetario, da una crisi economica mondiale e dall’intensificazione della pressione militare sul Medio Oriente e sull’America Latina, moltiplicando i regimi dittatoriali e le condizioni di guerra: Cile, Israele, Iran e infine Iraq, Jugoslavia ecc.; dall’altra parte della cortina di ferro, parallelamente, l’ostinazione sovietica a liquidare il processo riformatore in Cecoslovacchia per impedire il contagio sulle università polacche e un possibile effetto domino ha favorito la maturazione della dissidenza polacca, ha determinato l’effetto domino sulla Germania Est, e ha portato in breve alla dissoluzione dell’Unione Sovietica in quanto tale). La seconda delle operazioni reattive messe in opera dalla conservazione sugli eventi del ’68 riguarda invece l’arretramento dei modelli della tradizione sotto la spinta delle nuove forme dell’individualità. Sul campo si possono contare avanzamenti epocali nel campo dei diritti civili (la considerazione della malattia psichiatrica, il diritto di famiglia, la parità di genere, la dissolubilità del matrimonio, il diritto allo studio ecc.), una forte spinta emancipativa nel costume e negli stili di vita, ed insieme una frastagliata collocazione politica degli attori di questo processo nell’identificazione con la sinistra o con i marxismi. Per inciso, è forse su quest’ultimo aspetto, il rapporto tra gli attori della cosiddetta contestazione globale e il loro lento ma inesorabile assorbimento nella macchina dei poteri politici e istituzionali costituiti e dei loro presunti contropoteri, che si verifica nel tempo una consistente dissipazione della forza di quel fiume. Ora, se consideriamo i due lati della vicenda, appunto la reazione al corso degli eventi sul piano geopolitico (l’ordine imperialistico) e la reazione sul piano dell’individualità (i modelli valoriali) è difficile dare conto di chi abbia vinto e di chi abbia perso. Senza dubbio si è trattato di un vento tempestoso di possibilità, ma è anche vero che gran parte di queste sono state assorbite, o deviate o deluse. Esse erano tutte necessarie già in quel tempo, ma per una parte di esse non sussistevano le condizioni materiali di affermazione. E’ l’urgenza della necessità e la sua impossibilità di attuazione che promana dal volto di morte e di redenzione di Ernesto Che Guevara; e la certezza che quella necessità inevasa comunque permane e che perdura, non sconfitta, come sfida al tempo a venire, è rilanciata al mondo nei pugni al cielo di Smith e Carlos a Città del Messico. Quanto a una riduzione cronologica di quegli avvenimenti, essa può risultare utile a condizione che si abbia chiara la gestazione di essi in tutto il decennio precedente e si presti la dovuta attenzione agli effetti epocali verificatisi nel decennio successivo. La maturazione di possibilità, quando viene temporaneamente impedita, non può che aspettare il suo momento, anche al prezzo di deviazioni che alla lunga possono rivelarsi drammatiche. L’assioma gramsciano secondo cui il nuovo non nasce se il vecchio non muore trova in questo caso una dimostrazione quasi letterale. Entro questi limiti, ora, possiamo azzardare una succinta indicazione cronologica di vicende e di rimandi in questo senso essenziali. Primavera 1964: nascita del Free Speech Movement nell’Università di Berkeley (v. H. Marcuse) Dicembre 1965: chiusura del Concilio Vaticano II (v. teologia della liberazione in America Latina); Agosto 1966: inizio della rivoluzione culturale cinese (v. Mao, maoismo, marxismo-leninismo); Aprile 1967: colpo di stato in Grecia (v. CIA, condanna a morte di George Panagulis); Giugno 1967: guerra dei Sei Giorni (v. occupazione della Palestina, diaspora palestinese, OLP ecc.); Ottobre 1967: morte di Che Guevara (v. Cuba, diretta pressione americana in America latina); Gennaio 1968: offensiva del Tet (v. Viet Nam, importanza simbolica della figura di Ho Chi Minh); Febbraio 1968: Dubcek primo ministro (v. primavera di Praga, v. Università di Varsavia ecc.); Marzo 1968: occupazione di università in Italia e in Germania (v. Paolo Rossi 1966, Benno Ohnesorg 1967); Aprile 1968: assassinio di Martin Luther King a Memphis; attentato a Rudy Dutschke a Berlino; Maggio 1968: occupazione delle università in Francia (v. movimenti studenteschi europei); Giugno 1968: assassinio di Robert Kennedy, candidato alla presidenza USA (v. candidatura Mc Govern); Luglio 1968: sconfitta della linea antiamericana di De Gaulle; isolamento del movimento studentesco; Agosto 1968: invasione sovietica della Cecoslovacchia (v. sovranità limitata; morte di Jan Palach); Agosto 1968: convention del partito democratico a Chicago, controconvention pacifista (v. J. Rubin ecc.); Settembre 1968: nascita dei comitati operai autonomi in Italia (v. Pirelli, Marghera ecc.); Ottobre 1968: massacro di centinaia di studenti a Città del Messico (v. CIA e regimi in America Latina); Ottobre 1968: protesta di Smith, Carlos e Norman alle Olimpiadi (v. diritti umani; v. apartheid). Come è evidente l’estrema eterogeneità di queste vicende rende improbo il tentativo di coglierne un denominatore comune nelle cause, nello svolgimento o negli esiti, tranne appunto che per la diffusa percezione di un fascinoso “spirito del tempo”; se non vi sono stati presupposti ideologici riducibili ad un unico asse teorico, e tanto meno azioni pratiche riconducibili a uno schema strategico condiviso, vi è stata comunque una reazione dei media e delle opinioni pubbliche relativamente simile, come vi è stata la manifestazione di una sorprendente sintonia di nuovi interessi e nuovi indirizzi culturali nella saggistica, nella musica, nella moda, nei linguaggi e nel costume in genere. Come dar conto della grande sete di riflessione sugli scritti di Theodor Adorno, della rilettura di Marx, della musica rock, del maoismo occidentale, del situazionismo, dell’operaismo, del pacifismo, delle guardie rosse, dei feddayn, della rivolta studentesca di Atene, della teologia della liberazione, delle facoltà di sociologia, del movimento hippy e del loro effetto simultaneo e moltiplicatore fin dentro le zone rurali, le scuole, gli ospedali, le carceri o i seminari vescovili, e fin dentro ogni singola famiglia in molte parti del mondo? Un elemento incontrovertibile, quanto a questo, sta appunto in un fenomeno di unificazione mai visto prima, cioè nella diffusione planetaria di un “immaginario”. La nostra Scuola popolare ha aperto questo suo secondo calendario annuale lo scorso ottobre, nel cinquantesimo anniversario della morte del “Che” e indirizzando l’attenzione ai cinquant’anni dal 1968; lo conclude quindi con la vicenda che simbolicamente conclude quell’anno straordinario, la protesta di Smith, Carlos e Norman sul podio olimpionico di Città del Messico. L’immagine del “Che” straziato e l’immagine di Smith e Carlos che rifiutano la posa di fronte alla bandiera americana e all’inno nazionale sono forse le icone più forti di quell’immaginario. Tuttavia la forza delle icone necessita di essere indagata e riportata alla misura degli avvenimenti reali. Ora sappiamo quasi tutto sulla cattura e sull’uccisione di Che Guevara, e persino sul culto che vi si conserva a Vallegrande e a La Higuera, dove finì la sua guerra. Si è saputo molto di meno, per molti decenni da allora, sulla vicenda dei tre atleti che vinsero la gara dei duecento metri piani: essi infatti furono espulsi dalle rispettive squadre, rinnegati dai rispettivi comitati olimpici e cancellati dalla sfera dell’opinione pubblica: ne fu castigato non solo il loro gesto, ma tutta la loro storia precedente e tutta la loro esistenza successiva: nessuno avrebbe dovuto avere conoscenza o interesse per alcuno di loro. Ma, per quanto gli umori del momento possano essere manipolati, non sempre il tempo storico rispetta questo dettato; infatti noi oggi conosciamo la storia dei tre di Città del Messico. La storia di Smith e Carlos è data da una biografia di militanti politicizzati, che dopo Malcolm X, Martin Luther King o Muhammad Alì trovano la loro strada di lotta nel Movimento olimpico per i diritti umani; ma è quella dell’australiano Peter Norman la storia più sorprendente, più antieroica e perciò più emblematica quanto a potere di identificazione su chi ne viene a conoscenza: “il mio nome non conta, la mia età nemmeno”, come esordisce una delle più celebri ballate di Bob Dylan, è come lo stigma della personalità di Norman; egli vinse la medaglia d’argento e si presentò sul podio con la spilla del movimento per i diritti umani, dopo essersela fatta prestare dai suoi due compagni e avversari per manifestare la condivisione della loro lotta; fu radiato dal comitato olimpico del suo paese e rigettato in una vita di povertà; il movente della sua espressione di solidarietà manifestato sul podio non era una biografia militante, ma l’avere sposato fin da bambino la causa degli aborigeni e averla coltivata nell’Esercito della salvezza. Quando seppero che Norman era morto, nel 2006, Smith e Carlos volarono dall’altra parte del mondo e portarono a spalla il feretro del loro compagno, nella sua ultima corsa.

lunedì 5 dicembre 2016

I magi alla capanna - Giuseppe Aragno


L'embargo. Quanta arrogante violenza! Mi fanno ridere gli inchini, le riverenze, gli elogi, i salamelecchi, le critiche "oggettive" dei democratici d'accatto e le feste di piazza dei "patrioti cubani". Non volle fare le "parti uguali" tra diseguali. L'avete odiato, vi ha fatto tremare e infine vi ha fregato. Ci avete messo la rabbia e l'odio, mentre era stretto tra due giganti, ma non si è fatto schiacciare. In un mondo che dimentica presto, avete fatto di tutto per cancellarlo, ma sarà ricordato.
Di voi no. Di voi non si ricorderà nessuno e non è poco.
Per voi, che avete costruito un inferno e lo chiamate vita, per voi che dite di avere una risposta per tutto, c'è ora una domanda a cui non saprete rispondere mai: Allende lo ha accompagnato e si sono dati la mano lui e il Che?
Voi, nel migliore dei casi, avete un appuntamento con Pinochet.
Buon viaggio Fidel.

mercoledì 30 novembre 2016

Considerazioni sulla morte di Fidel Castro - Karim Metref



É morto Fidel!
Aldilà di ogni giudizio sulla persona e sull’opera, ricevere questa notizia per me è come sapere della morte di un parente… lontano, ma parente comunque. Un modello. Un modello d’infanzia che crescendo si finisce per vedere nella sua dimensione umana con pregi e difetti.
Fidel per me è stato un “compagno”. Un compagno d’infanzia. Ci sono quelli cresciuti con storie di Sandokan, quelli cresciuti con storie fantastiche,  fantascienza… Io pur avendo letto di tutto da piccolo, posso dire senza mentire che sono cresciuto a pane e leggende dei leader socialisti.
Mio nonno, mio padre, i miei fratelli, vari miei cugini… tutti erano ammiratori di Lenin, di Mao, Guevara e Castro, Ho Chi Minh e Giap.
La nostra libreria era piena zeppa di propaganda delle repubbliche socialiste, tutte. Più tardi i discorsi del Leader Maximo, incisi su dischi di vinile morbidi allegati alle riviste cubane, mi saranno molto utili per lavorare la mia pronuncia per le lezioni di spagnolo al liceo. Ma da piccolo, dopo cena, nella stanza di mia nonna, si parlava di tutto: della vita, della famiglia, delle storie degli antenati… ma anche della resistenza del popolo russo durante l’assedio di Leningrad. Delle gesta del Marechal Jukov. Dell’avanzata di Mao su Pechino. E dell’entrata dei Barbudos a Santa Clara, dell’umiliazione dei contro-rivoluzinari e della Cia alla Baia dei Porci e della fuga in catastrofe dei Marines da Saigon…
Per noi queste storie erano la vendetta dei poveri sui ricchi. Gli indiani che finalmente riuscivano a mandare in inferno i cowboy con i loro maledetti cappelli che non volano mai via, i loro cavalli instancabili e le loro pistole che non si svuotano mai.
Che emozione quando veniva il Che o Fidel ad Algeri. Non ero ancora nato quando Guevara visitò Algeri per la seconda volta nel 1965. Ed ero molto piccolo nel 1972 quando arrivò Fidel. Non avevamo ancora la tv a casa ma questi eventi animarono le discussioni per anni. Il racconto della visita del Leader cubano ci fu raccontato varie volte da mio padre, che mescolava le letture della stampa ufficiale con le voci che giravano tra la gente. É così che ci raccontò ad esempio come Fidel falsò compagnia alle guardie del corpo del presidente Houari Boumedienne per farsi un bagno di folla da solo. «Le guardie lo ritrovarono- diceva mio padre- in una viuzza della Casbah, intento a chiacchierare e a farsi abbracciare dalla gente che lo accoglieva come un eroe, come un fratello». Il popolo cubano, come quello algerino aveva affrontato una grande potenza militare e ne era uscito a testa alta. Eravamo “popoli vincitori”, almeno così credevamo allora.
Per tutte queste ragioni sento la morte di Fidel come la perdita di un parente. Un parente lontano ma importante. Uno di quelli che nonostante la distanza, contano nella famiglia. Uno considerato da piccoli come un eroe, un modello assoluto, e che poi crescendo si è imparato a guardare con occhi più critici. Tentando di separare il buono dal cattivo.
Fidel è un uomo che si è ribellato all’ingiustizia e ha fatto il suo possibile per sconfiggerla. Ribellarsi con le armi in mano non è il miglior modo di affrontare l’ingiustizia. Ma è sempre meglio che stare in silenzio, meglio della sottomissione. Questo lo diceva anche Ghandi. “Di un ribelle violento posso fare un combattente nonviolento, ma di un codardo non saprei fare nulla.”
Fidel affrontò l’ingiustizia e fece quello che poteva, quello che sapeva… per far finire l’oppressione Ma contrariamente al “Ché”, lui ha dovuto poi governare il paese liberato. Il “Ché” fece il rivoluzionario puro e cercò di farlo «senza perdere l’umanità». E effettivamente non la perse mai, la sua umanità, ma in cambio perse la vita. Lasciando il quesito ancora in sospeso: “si può fare la guerra e vincerla senza perdere l’umanità?”
Il quesito al quale invece la Storia ha risposto più di una volta e senza equivoci è: “Si può tenere il potere con la forza senza perdere la propria umanità?” Questo è ormai chiaro. “Il potere corrompe. E il potere assoluto corrompe assolutamente” per dirla sempre con Gandhi.
Che strumenti abbiamo noi per giudicare l’operato di Fidel Castro a Cuba? I media. Quelli  occidentali che lo odiano a morte e quelli amici che lo idolatrano. É dall’epoca della vittoria castrista a Cuba che siamo divisi tra notizie che lo vogliono demonizzare e altre che lo vogliono divinizzare. Tifoserie opposte che vedono nell’isola, ognuna, solo li aspetti che fanno comodo a la loro versione.
Prima della rivoluzione, Cuba era il casinò e il casino degli USA. La mafia la faceva da padrona. Il popolo era schiacciato e ridotto alla fame sotto il peso della dittatura sanguinaria di Fulgencio Batista. Se la rivoluzione ha avuto il successo folgorante che ha avuto, delle ragioni ci sono, che ne dicano i nostalgici di quella epoca e delle sue belle feste nei locali dell’Avana.
Oggi, sono passati 57 anni da quel primo gennaio 1959 quando i ribelli “barbudos” del Movimento del 26 Luglio (M26-7) entrarono alla Havana. In esilio c’è ancora molta gente. Molte ragazze e ragazzi cubani si prostituiscono ancora. Non ci sono elezioni libere, poca libertà di espressione. I fratelli Castro regnano ininterrottamente da quel lontano 1959…
Dall’altra parte, comparato a tutti i paesi della regione Centro Americana, Cuba è il paese che offre la miglior qualità dell’educazione, della sanità e di ridistribuzione delle poche ricchezze prodotte dal paese. Chi si prostituisce oggi non lo fa più per sopravvivere ma perché nel mondo globalizzato avere un buon telefonino, dei vestiti firmati sono diventati bisogni che molti considerano essenziali. Il cibo scarseggia ma quello necessario per stare in salute ce l’hanno tutti. La corruzione c’è ma non ha niente a che fare con i livelli presenti nei paesi vicini. Nessuna traccia di organizzazioni malavitose importanti. E la povera isola di Cuba si permette persino di mandare aiuti umanitari, fatti non di cibo o medicine ma di personale medico e paramedico e di insegnanti di altissimo livello, a paesi che sono cento volte più ricchi in risorse naturali e non subiscono nessun tipo di embargo.
Che a Cuba ci sono oppositori in carcere, a raccontarcelo sono soprattutto alcuni oppositori che lo scrivono dietro pagamento su tutta la stampa del mondo… e che non stanno in carcere. Quindi forse tutto non è proprio così come lo raccontano. Cuba non è il paradiso che raccontano i “castristi” di tutto il mondo ma nemmeno l’inferno che racconta la stampa dei potenti.
Cuba oggi è un paese del cosiddetto terzo mondo. Ha poche risorse, produce poco Pil. Come molti altri ha un regime autoritario. Molti problemi sociali e politici. Ma meglio di molti altri (forse meglio di tutti) ha investito sulla salute e sull’educazione dei suoi figli. A me non sembra poco.
E credo che è su questa base che si può giudicare il principale artigiano di questa situazione. Come un uomo politico che ha preso il potere con la violenza contro un regime violento e ingiusto. Un uomo che ha subito pressioni enormi e che nello stesso tempo non ha potuto, non ha voluto o non ha saputo sottrarsi al gioco delle parti durante la guerra fredda. Un uomo che ha scelto di tenere saldi i redini del potere e di opporre un regime autoritario e militare a varie forme di aggressioni sia dirette che indirette, sotto forma di embargo e complotti vari.
Non aveva scelta? Questo non è vero. Si ha sempre la scelta? Io non credo che la sorte di tutto un popolo possa mai dipendere da un solo uomo o da un solo gruppo di uomini. Ma nello stesso tempo, bisogna dirlo, la scelta che si presentava nell’immediato era spesso tra tenere il potere in mano o lasciare il paese in mano alle mafie di Miami.
Alla fine quello che è morto ieri è un uomo. Un grande Uomo. Uno di quelli che hanno fatto la Storia. Un uomo che io credo mosso alla base da sani principi di giustizia. Ma pur sempre un uomo. Con le debolezze di ogni umano. Uno che arrivato al potere si è preso forse un po’ troppo sul serio e si è creduto indispensabile. Malattia che colpisce molti leader carismatici, soprattutto quelli che conquistano il potere con la violenza.
Ma dire oggi  “è morto un dittatore” cosa vuol dire? Se questo è solo una valutazione tecnica e significa “è morto il leader di un paese senza funzionamento riconosciuto internazionalmente come democratico”, allora è vero. Ma se questo vuol dire “è morto un uomo malvagio”, allora bisognerebbe specificare  il “perché”, il “come” e soprattutto il “quanto”.
È forse morto un uomo più malvagio degli uomini politici che regnano sulle principali “democrazie” del mondo?
È forse più malvagio di Clinton, Bush e Obama che hanno ridotto il Medio Oriente intero in cenere per avere controllo sul petrolio?
É forse più malvagio dei presidenti francesi che hanno ridotto l’Africa in cenere per pagare i costi della loro bella democrazia?
É più malvagio dei leader del mondo che giocano con la sorte di milioni di profughi e migranti come fossero semplici palline in un macabro gioco del ping-pong?
È più malvagio dei leader, democraticamente eletti o no, che trasferiscono le ricchezze dei loro paesi verso i paradisi fiscali, lasciando i loro fratelli morire di fame e di malattie?
È più malvagio di chi fomenta guerre per far funzionare l’industria bellica o di chi crea le crisi per arricchire le banche?
Diteci quanto è malvagio questo uomo che è morto ieri. Facciamo una scala ragionata degli atti malvagi dei leader del mondo e vediamo come sarà classificato Castro. Fin che questa graduatoria della malvagità non sarà fatta, lasciatelo riposare in pace.
Io che non credo più negli eroi da tempo, preferisco salutare un’ultima volta, con rispetto, l’uomo. Un Uomo che per opporsi all’ingiustizia del mondo ha scelto una via, che io considero sbagliata, quella della violenza. Ma comunque uno che ha preso il proprio coraggio e le proprie responsabilità in mano e ha fatto qualcosa. Qualcosa che nelle intenzioni era giustizia. E che qualche volta ci è andato molto vicino, qualche volta se n’è allontanato proprio. Com’è normale che succeda al semplice essere umano che era, dopo tutto.
(Pubblicato inizialmente sul sito del Centro Sereno Regis)

giovedì 5 maggio 2016

le ultime lettere di Ernesto Che Guevara


Lettera del Che ai genitori

Cari vecchi,
una volta ancora sento i miei talloni contro il costato di Ronzinante: mi rimetto in cammino con il mio scudo al braccio.
Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato. A quanto ricordo, mi lamentavo di non essere un miglior soldato e un miglior medico.
Nulla è cambiato essenzialmente, salvo il fatto che sono molto più cosciente, il mio marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con quello che credo. Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare la loro verità.
Può darsi che questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non cerco la morte ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio.
Vi ho molto amato, ma non ho  saputo esprimere il mio affetto; sono, nelle mie azioni, estremamente drastico e credo che a volte non abbiate capito. Non era facile capirmi, d’altra parte: credetemi almeno oggi. Ora, una volontà che ho educato con amore di artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi. Ci riuscirà.
Ricordatevi, ogni tanto, di questo piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia, a Roberto, a Juan Martin e a Pototin, a Beatriz,  a tutti. A voi un grande abbraccio difigliol prodigo e ostinato.
Ernesto


Queridos viejos:
Otra vez siento bajo mis talones el costillar de Rocinante, vuelvo al camino con mi adarga al brazo.
Hace de esto casi diez años, les escribí otra carta de despedida. Según recuerdo, me lamentaba de no ser mejor soldado y mejor médico; lo segundo ya no me interesa, soldado no soy tan malo.
Nada ha cambiado en esencia, salvo que soy mucho más consiente, mi marxismo está enraizado y depurado. Creo en la lucha armada como única solución para los pueblos que luchan por liberarse y soy consecuente con mis creencias. Muchos me dirán aventurero, y lo soy, sólo que de un tipo diferente y de los que ponen el pellejo para demostrar sus verdades.
Puede ser que ésta sea la definitiva. No lo busco pero está dentro del cálculo lógico de probabilidades. Si es así, va un último abrazo.
Los he querido mucho, sólo que no he sabido expresar mi cariño, soy extremadamente rígido en mis acciones y creo que a veces no me entendieron. No era fácil entenderme, por otra parte, créanme, solamente, hoy. Ahora, una voluntad que he pulido con delectación de artista, sostendrá una piernas fláccidas y unos pulmones cansados. Lo haré.
Acuérdense de vez en cuando de este pequeño condotieri del siglo XX. Un beso a Celia, a Roberto, Juan Martín y Patotín, a Beatriz, a todos. Un gran abrazo de hijo pródigo y recalcitrante para ustedes.
Ernesto



Carta de Ernesto Guevara a sus hijos
A mis hijos,
Queridos Hildita, Aleidita, Camilo, Celia y Ernesto:
Si alguna vez tienen que leer esta carta, será porque yo no esté entre ustedes.
Casi no se acordarán de mí y los más chiquitos no recordarán nada.
Su padre ha sido un hombre que actúa como piensa y, seguro, ha sido leal a sus convicciones.
Crezcan como buenos revolucionarios. Estudien mucho para poder dominar la técnica que permite dominar la naturaleza. Acuérdense que la Revolución es lo importante y que cada uno de nosotros, solo, no vale nada. Sobre todo, sean siempre capaces de sentir en lo más hondo cualquier injusticia cometida contra cualquiera en cualquier parte del mundo. Es la cualidad más linda de un revolucionario.
Hasta siempre hijitos, espero verlos todavía. Un beso grandote y un gran abrazo de
Papá



Fidel,
mi ricordo in quest'ora di molte cose, di quando ti conobbi in casa di María Antonia, di quando mi proponesti di venire con te, di tutta la tensione dei preparativi.
Un giorno vennero a domandarci chi si sarebbe dovuto avvisare in caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì tutti. Più tardi sapemmo che era vero, che in una rivoluzione si trionfa o si muore (se è vera). Molti compagni rimasero lungo la strada che portava alla vittoria.
Oggi, tutto ha un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento di aver compiuto quella parte del mio dovere che mi legava alla Rivoluzione cubana nel suo territorio, e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che ormai è anche il mio.
Rinuncio formalmente ai miei incarichi nella Direzione del Partito, alla mia carica di Ministro, al mio grado di Comandante, alla mia condizione di cubano. Nulla di legale mi vincola a Cuba, soltanto legami di altro genere, che non si possono rompere come i titoli.
Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente onestà e dedizione a consolidare il trionfo rivoluzionario. Il mio unico errore di qualche gravità è di non aver avuto maggior fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di capo e di rivoluzionario. Ho vissuto magnifici giorni e ho provato, al tuo fianco, l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della Crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista brillò tanto alto, e così provo orgoglio anche per averti seguito senza esitazioni, per essermi identificato col tuo modo di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i principi.
Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare ciò che a te è negato dalla tua responsabilità alla testa di Cuba, ed è giunta l'ora di separarci.
Si sappia che lo faccio con un misto di allegria e di dolore: lascio, qui, la parte più pura delle mie speranze di costruttore e i più cari tra gli esseri a me cari... e lascio un popolo che mi adottò come un suo figlio; ciò lacera una parte del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò riconforta e cura largamente qualunque strazio.
Ripeto una volta di più che sollevo Cuba da qualunque responsabilità, salvo da quella che emana dal suo esempio. Che se la mia ultima ora mi raggiungerà sotto altri cieli, il mio pensiero andrà a questo popolo e in particolare a te. Che ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e il tuo esempio e che farò in modo di essere fedele fin nelle conseguenze estreme dei miei atti. Che sono stato identificato sempre con la politica estera della nostra Rivoluzione, e che continuo a esserlo. Che, dovunque io starò, sentirò la responsabilità del fatto di essere un rivoluzionario cubano, e come tale agirò. Che non lascio ai miei figli e a mia moglie nulla di materiale e che ciò non mi addolora: che così sia mi rallegra. Che non chiedo nulla per loro poiché lo Stato darà loro quel che basta per vivere ed educarsi.
Avrei molte cose da dirti, a te e al nostro popolo, ma sento che non sono necessarie: le parole non possono esprimere quello che io vorrei, e non vale la pena d'imbrattare carta.

Fino alla vittoria sempre! Patria o morte!

Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario,

Che