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lunedì 8 novembre 2021

a proposito di pensioni

Pensioni, la riforma Fornero penalizza tutti - Felice Roberto Pizzuti

Nel dibattito sulle pensioni suscitato dalla proposta governativa inserita nella legge di bilancio ci sono due equivoci di fondo: il primo è che la normalità cui si dovrebbe tornare sarebbe l’assetto stabilito dalla riforma Fornero nel 2011; il secondo è che essa favorirebbe i giovani.

Nei dieci anni trascorsi, specialmente dopo la crisi pandemica, i fatti hanno mostrato chiaramente i danni creati dalla filosofia della “austerità espansiva” seguita dal governo Monti e dalla sua applicazione al sistema pensionistico. Prima ancora che la riforma Fornero venisse applicata, furono subito segnalate le sue incongruità anche tecniche che davano luogo a fenomeni economicamente e socialmente insostenibili come la creazione di una nuova penosa figura, quella degli “esodati”, cioè persone che improvvisamente venivano a trovarsi senza salario e senza pensione, un risultato decisamente estraneo ai compiti che dovrebbero essere svolti dalla previdenza sociale.

Naturalmente, bisognò correre subito ai ripari e si procedete alle cosiddette misure di salvaguardia; nel corso degli anni successivi ne sono state fatte nove, portando a circa 250.000 la platea dei lavoratori “salvaguardati” dalla “normalità” della legge Fornero. Questa, peraltro, era stata giustificata sostenendo pure che alzando l’età di pensionamento sarebbe aumentati gli attivi e gli occupati; ma mentre il primo effetto era statisticamente ovvio, il secondo era una colpevole illusione. Infatti l’occupazione non aumentò poiché proprio le politiche governative restrittive ostacolarono la crescita di un sistema già molto depresso. Quanto all’effetto sui giovani, trattenere forzosamente in attività chi stava per andare in pensione, inevitabilmente ridusse i posti disponibili per i nuovi ingressi nel mondo del lavoro; cosicché, oltre a penalizzare le aspirazioni comprensibili e complementari degli anziani e dei giovani, si ridusse il turnover e la sua normale spinta all’innovazione e alla dinamica della produttività. 

“Quota 100” è stato un altro tentativo di compensare i problemi generati dalla riforma Fornero, ma è stata una misura sopravalutata sia dai suoi sostenitori sia dai suoi detrattori. In una fase di grande precarietà economico-sociale, la sensibile riduzione di reddito che già si verifica nel passaggio dalla retribuzione alla pensione, accentuata dalla penalizzazione per l’anticipazione del pensionamento nel sistema contributivo, ha consentito solo ai lavoratori più benestanti, prevalentemente maschi, di usufruire di “Quota 100”. Questa, dunque, da un lato, si è rivelata una misura inadeguata e discriminante rispetto all’obiettivo, d’altro lato, è stata meno costosa di quanto temuto. Ma se oggi, alla prevista scadenza del triennio di applicazione di “Quota 100”, l’intervento del Governo si riduce alla sua progressiva eliminazione tramite “quote” intermedie (102, 103, …) per tornare alla legge Fornero, non solo non si realizza il bene dei giovani falsamente decantato, ma si continuano ad ignorare i problemi strutturali sempre più urgenti del nostro sistema previdenziale e dei suoi effetti negativi sui complessivi equilibri economico-sociali.

Da anni, nel Rapporto sullo stato sociale redatto in Sapienza viene richiamata l’attenzione sulla “bomba sociale” in arrivo: quasi il 60% di quanti hanno iniziato a lavorare a metà degli anni ’90, a causa dei salari bassi e instabili finora avuti, permanendo gli assetti del sistema previdenziale e del mercato del lavoro, matureranno una pensione inferiore alla soglia di povertà. Alle stesse generazioni che nell’età attiva stanno subendo le conseguenze di politiche economico-sociali controproducenti che alimentano la precarietà di vita, pregiudicando perfino la loro possibilità di fare figli, si sta prospettando una anzianità con condizioni di vita ancora peggiori.

Preoccuparsi per i giovani (e non solo) significa offrirgli una maggiore stabilità, che sarebbe favorita non solo da maggiori e migliori opportunità di lavoro e di realizzazione oggi, ma anche da prospettive di sicurezza per  il domani, tenendo in conto che le prime e le seconde interagiscono tra di loro. Assicurare ai giovani d’oggi una anzianità almeno decente, mettendola a riparo dall’automatica riproposizione delle precarietà lavorative attuali e riducendo l’ansia che induce risparmi eccessivi, stimolerebbe comportamenti più favorevoli alla crescita del reddito (attuale e futuro) da cui poter attingere anche il finanziamento delle pensioni (attuali e future). 

Il sistema pensionistico richiede interventi più significativi e innovativi rispetto alla logica dell’austerità che ha dominato negli ultimi decenni. Occorre riconoscere una contribuzione figurativa ai lavoratori involontariamente disoccupati per ridurre strutturalmente le conseguenze negative sulle loro pensioni derivanti dalla attuale precarietà del modo del lavoro; ciò, peraltro, non graverebbe sul bilancio pubblico attuale e offrirebbe le maggiori certezze favorevoli alla crescita e ai bilanci pubblici anche futuri. E’ utile e giusto dare a ciascun lavoratore elasticità di scelta dell’età di pensionamento (e della prestazione maturata) in un arco temporale variabile anche in relazione alle mansioni svolte; questo grado di libertà (peraltro inizialmente previsto nella riforma del 1995) nel sistema contributivo non avrebbe effetti sul bilancio previdenziale di medio periodo (un anticipo del pensionamento e un maggior numero atteso di annualità delle prestazioni ricevute sarebbe compensato dall’adeguamento attuariale del loro valore unitario); anche questa misura contribuirebbe a favorire le sicurezze personali e, quindi, gli equilibri economici.

Il sistema produttivo e quello previdenziale sono strettamente collegati; il superamento della visione macroeconomica rigorista imposto dal suo fallimento richiede che si proceda in modo corrispondente anche nel sistema pensionistico. Ecco perché è necessario smetterla con i rattoppi di una riforma tecnicamente sbagliata inserita dieci anni fa in un disegno di politica economico-sociale dimostratosi disastroso che, per di più, alimenta immotivate e pericolose contrapposizioni generazionali a danno della coesione sociale che ricordano i capponi di Renzo.

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Vi piace l'Unione europea? Vi piace il PNRR? Beccatevi la riforma delle pensioni - Thomas Fazi

 

In questi giorni molti - sindacati in primis - si stanno scandalizzando per la riforma delle pensioni di Draghi che innalza ulteriormente l'età pensionabile, con l'obiettivo ultimo di farci sgobbare tutti per un salario da fame finché non crepiamo.

Ci fa piacere vedere che i sindacati e tanti sinceri progressisti, mentre combattono il ritorno del fascismo, annuncino di voler dare battaglia anche su questioni che riguardano effettivamente la vita e la morte dei lavoratori.

Lascia un po' interdetti, semmai, la reazione sorpresa di molti. Così come il fatto che molti di quelli che oggi cascano dalle nuvole e annunciano barricate sono gli stessi - a partire dai sindacati confederali - che da un anno a questa parte profetizzano le sorti magnifiche e progressive del PNRR e dei «fiumi di soldi in arrivo dall'Europa» come «occasione storica per l'Italia».

Peccato che è lo stesso PNRR stilato dal governo - che, sospetto, nessuno dei suoi cantori abbia effettivamente letto - a ricordarci, a pagina 25, che l'erogazione dei fondi europei è soggetta alle Raccomandazioni specifiche per paese (country-specific recommendations) della Commissione europea, che abbracciano praticamente ogni aspetto della politica economica dei paesi membri: politica fiscale, mercato del lavoro, welfare, pensioni ecc.

Ed è sempre il PNRR a ricordarci che tra le ultime Raccomandazioni [leggi diktat] della Commissione europea all'Italia - la cui implementazione è vincolante per avere accesso ai fondi - spicca proprio quella di «attuare pienamente le passate riforme pensionistiche», ossia la Legge Fornero, «al fine di ridurre il peso delle pensioni nella spesa pubblica».

Che dire? Vi piace l'Unione europea? Vi piace il PNRR? Bene, adesso lavorate finché non crepate. Perché è questo che ci chiede (ordina) l'Europa. D'altronde, quando l'Europa chiede (ordina), il sincero progressista ubbidisce. 

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Pensioni: il lavoro infame di CgilCislUil - Sergio Scorza

Per quanto riguarda le pensioni l’impegno del governo e ritornare in pieno al sistema contributivo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri che ha approvato la legge di bilancio.

E come al solito, su un tema delicato qual’è quello delle pensioni perché va ad incidere sulle condizioni di vita di decine di milioni di persone, assistiamo, per l’ennesima volta, alle indecenti sceneggiate delle tre maggiori confederazioni sindacali.

Si, perché, a proposito delle manovre in corso, in questi giorni, sulle pensioni, andrebbe ricordato ai più giovani che l’idea di cambiare il metodo di calcolo da “retributivo” a “contributivo” con la legge Dini del 1995, in vigore dal 1° gennaio 1996, fu dei proprio dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil.

Una legge che segnò la fine del sistema previdenziale italiano solidale che garantiva pensioni dignitose a tutti. Basti dire che la proposta di Berlusconi di 2 anni prima che prevedeva “soltanto” di diminuire il coefficiente di ogni anno di anzianità, era, senza alcun dubbio, migliore.

Il calcolo contributivo, infatti, non si basa sugli ultimi stipendi o sulla media delle retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

Un calcolo che penalizza fortemente le categorie più povere, non prevedendo più nessun meccanismo solidaristico di compensazione. Di fatto, una poderosa spinta alla privatizzazione di tutto il sistema previdenziale pubblico che viene così trasformato progressivamente in ente che elargisce solo sussidi caritatevoli per i più poveri.

E quale fu il movente? Semplice: con l’entrata in vigore della riforma Dini (legge 335/1995) furono introdotti i fondi pensione cogestiti da assicurazioni e sindacati con la previsione di consigli di amministrazione “chiusi”, ovvero con dentro i sindacalisti (i così detti “enti bilaterali“, ovvero, organismi paritetici costituiti da associazioni padronali e sindacati dei lavoratori).

Sul punto Cgil Cisl e Uil non hanno mica cambiato idea e lo hanno chiaramente ribadito in questi giorni come da dichiarazioni riportate dal quotidiano il manifesto del 28 ottobre 2021(nel riquadro).

Sappiano, dunque, chi devono ringraziare i lavoratori più giovani (tirati in ballo continuamente solo per aizzarli contro i più anziani) i quali, alla fine della loro infinita vita lavorativa (di mezzo tanti lavori a termine), percepiranno importi pensionistici da fame proprio grazie a quella riforma.

Una norma sciagurata che introdusse il famigerato “calcolo contributivo” proprio per ridurre drasticamente gli importi e spingere così i lavoratori a devolvere la propria indennità di fine rapporto in favore di una pensione integrativa privata.

Da allora, le sedi sindacali si sono trasformate, infatti, in dependance di alcuni grandi gruppi assicurativi ed i funzionari sindacali in veri e propri brokers sempre a caccia di nuovi clienti.

 

Ma la cosa ancora più ignobile è che la svendita del sistema pensionistico pubblico del nostro paese fu ripagata ai traditori con una legge del 1996 che consente ancora oggi ai dirigenti sindacali italiani apicali di andare in pensione con il calcolo retributivo migliore del mondo: quello che consente di calcolare la pensione sull’ultimo mese di retribuzione percepito.

Ecco come si spiega, a titolo esemplificativo, una pensione stratosferica come quella dell’ex segretario della CISL Bonanni che ammonta a 336mila euro l’anno, ovvero, la stessa cifra che percepisce il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, o, per restare in Europa, il doppio esatto dello stipendio annuale del presidente francese Emmanuel Macron.

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lunedì 13 aprile 2020

L’ottimismo della ragione e la convenienza della solidarietà - Felice Roberto Pizzuti



Ogni giorno contagiati e morti da coronavirus crescono nel mondo a migliaia e si avverte che i contabilizzati siano solo una (piccola?) parte degli effettivi. Generazioni che non conoscono tragedie come la guerra si abituano alla drammaticità dei bollettini sanitari.
Viviamo un periodo nel quale la storia corre veloce lungo sentieri incogniti. Anche per superare la drammaticità del presente, si pensa al «dopo» e trova senso crescente analizzare gli «effetti collaterali» e prospettici del Covid-19 sulle relazioni economico-sociali, sulle loro interpretazioni e sulla percezione che ne ha l’opinione pubblica.

ANZICHÉ nel pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, la crisi spinge a sperare nella razionalità, ovvero che le critiche, empiricamente verificate, rivolte nei passati decenni alla visione economico-sociale dominante possano finalmente ottenere il consenso concreto che non trovarono nemmeno nei governi più progressisti, rimasti egemonizzati dalla saggezza convenzionale (e dagli interessi sottostanti). Invece dovrebbe aumentare la diffidenza verso i volontarismi inconcludenti diffusi dai populismi che di fronte alla complessità della crisi tendono ad offrirne una rappresentazione semplicistica e/o strumentale, capace anche di intercettare le crescenti insoddisfazioni che essa genera, ma senza metterne in discussione i meccanismi di fondo.
La pandemia sta confermando l’irrazionalità di quanti nella classe dirigente rimangono abbarbicati alla visione liberista sistematicamente contraddetta dagli esiti rovinosi del mercato, al rigorismo ragionieristico (con la retorica del «buon padre di famiglia») incongruamente applicato alle politiche macroeconomiche, ai modelli di crescita nazionali fondati sulle esportazioni e gli attivi di bilancio – come quello tedesco – illogicamente riproposti su scala continentale, dove avanzi e disavanzi inevitabilmente tendono a somma zero.

LA PANDEMIA sta rimettendo al centro delle relazioni umane l’incertezza che regola la Storia, annullando la pretesa delle teorie neoliberiste che essa avesse raggiunto il suo termine, cioè che il suo corso futuro fosse definitivamente tracciato da aspettative «razionali» coerenti con la persistenza nelle relazioni economico-sociali delle regole fissate dal liberismo, assurte a livello «naturale» ed estese a livello globale.

IL CORONAVIRUS ha messo in evidenza le inconsistenze del darwinismo sociale che, fondato sull’individualismo metodologico e sull’idea che la stessa libertà dipenda dalla capacità dei singoli di badare a se stessi, ha spinto a contenere il welfare state e comunque a ridurne la sua intrinseca logica sociale nel timore che le sue prestazioni, frenando la stessa disponibilità a lavorare, pregiudicherebbero la responsabilità e l’autonomia individuale e, «conseguentemente», la crescita complessiva.
Invece, il coronavirus esalta la dimensione di bene pubblico globale della salute, aiutando a capire che pagare tasse per finanziare il sistema sanitario nazionale è più efficace e conveniente che pagare una assicurazione sanitaria privata. La spesa pubblica, specialmente in situazioni emergenziali, deve tornare a poter contare anche sul finanziamento monetario. Le recenti decisioni di paesi liberali ma pragmatici come gli USA e la Gran Bretagna confermano che la logica del “divorzio” tra Banca centrale e Tesoro limita incongruamente la politica economica.
Il Covid-19 sta mostrando che per assicurare i beni primari a tutta la collettività è necessaria la programmazione dei mercati e la rivalutazione della dimensione sociale del lavoro rispetto a quella capitalistica di merce.

LA DIFFUSIONE incontrollata del contagio virale sta mettendo in crisi l’economia di puro mercato da entrambi i lati dell’offerta e della domanda. L’offerta è rallentata dalla necessità di arginare i contagi virali e dai problemi d’approvvigionamento degli input a produzione delocalizzata incrementati dai protezionismi che ostacolano anche le esportazioni di materiali necessari alle filiere alimentari e sanitarie. La domanda si restringe per il rallentamento dei redditi – ufficiali e sommersi – e del commercio internazionale.

DALLA CRISI esplosa nel 2008, le politiche di contenimento dei salari e delle prestazioni sociali pubbliche volte a ridurre il costo del lavoro non hanno stimolato gli investimenti e il rilancio produttivo, proprio per la carenza di domanda da esse stesse provocata. Il notevole aumento della liquidità da parte delle banche centrali, non riuscendo a stimolare adeguatamente l’offerta produttiva, ha trovato sfogo nel settore finanziario, nelle attività speculative e nell’aumento del corso dei titoli a favore degli azionisti e dei manager.

L’ULTERIORE aumento della liquidità, se nel breve periodo attenuerà le problematiche finanziarie indotte dalla crisi sanitaria, combinandosi con le nuove difficoltà dal lato dell’offerta, potrà creare squilibri aggiuntivi, settorialmente disomogenei, tra domanda e offerta, tra economia reale e settore finanziario. Dopo la stagflazione (l’anomala contemporanea presenza di inflazione e di stagnazione produttiva) degli anni ’70 potrebbero crearsi più deleterie combinazioni tra recessione/depressione e inflazione (recesflazione/depresflazione) con effetti conflittuali nelle relazioni settoriali e nella distribuzione del reddito.
Nella definizione dei nuovi equilibri internazionali, saranno dirimenti le dimensioni e il grado di coesione interna di ciascun sistema economico; la valutazione degli elementi di solidarietà interni all’Unione europea, pur non volendo affidarla solo a motivazioni etiche, dovrebbe comunque considerare gli aspetti di convenienza che essi generano. Specialmente in Europa, dobbiamo sperare nel risveglio della ragione (se non anche dei buoni sentimenti).

sabato 21 luglio 2018

La favola brutta della Fornero immutabile e dell’invasione - Felice Roberto Pizzuti




Non è vero che non si può abbassare l’età pensionabile a 64 anni. Costa 9 e non 18 miliardi. Molti interventi ridurrebbero la precarietà delle nostre vite. E senza mettere in contrapposizione ex giovani e anziani o lavoratori stranieri con italiani. Dagli stranieri 5 miliardi annui di saldo attivo.

Il dibattito economico e politico riporta l’attenzione sulla previdenza, sui suoi bilanci e sulle connessioni con le tendenze demografiche e i flussi migratori.
Poiché il compito dei sistemi pensionistici è trasferire agli anziani parte del reddito prodotto dagli attivi, è normale che l’aumento del rapporto numerico tra i primi e i secondi connesso all’invecchiamento della popolazione faccia crescere l’onerosità di questo trasferimento. Lo stesso accade se la quota di popolazione occupata e la produttività diminuiscono. Il fatto è che nell’ultimo quarto di secolo, specialmente in Italia, le politiche economico-sociali improntate alla piena libertà dei mercati e all’austerità dei conti pubblici hanno contribuito a tenere bassi sia il tasso di occupazione sia la dinamica della produttività.
Per quanto riguarda le tendenze demografiche, le nascite degli italiani, che negli anni Sessanta avevano superato il milione annuo, attualmente sono scese fino a meno della metà. Questo forte calo è stato parzialmente attenuato dal flusso degli immigrati che, peraltro, non è tra i più elevati in Europa: in base agli ultimi dati Eurostat riferiti al gennaio 2016, l’incidenza della popolazione straniera su quella totale è dell’8,3% in Italia, del 10,5% in Germania, del 9,5% in Spagna, dell’8,6% in Gran Bretagna e del 6,6% in Francia.
Fino al 2014, l’ingresso di stranieri è riuscito a impedire la decrescita della nostra popolazione, ma successivamente è iniziato il declino dei residenti, alimentato anche dalla ripresa delle nostre emigrazioni che includono molti giovani laureati. Il complessivo calo demografico contribuisce ad accentuare l’aumento del rapporto tra anziani e occupati e riduce le potenzialità della crescita economica. Le prospettive sono ulteriormente appesantite dal fatto che le previsioni economiche e previdenziali, finora basate sull’attesa – tra il 2015 e il 2020 – di un flusso annuo di immigrati oscillante tra i 270.000 e i 240.000, dovranno essere riviste in peggio se diventeranno permanenti le nuove barriere all’entrata che vanno affermandosi anche nel nostro Paese.
L’offerta di lavoro degli stranieri entra poco in concorrenza con quella degli italiani poiché corrisponde a mansioni, specialmente nei servizi, per le quali c’è poca disponibilità nella nostra popolazione attiva. Il calo degli immigrati potrebbe lasciare scoperte quelle funzioni con conseguenze negative sia per il sistema produttivo sia per le esigenze domestico-assistenziali delle nostre famiglie.
Effetti negativi sulla finanza pubblica e sulla qualità degli equilibri nel mercato del lavoro possono invece derivare dall’impiego irregolare dei lavoratori stranieri: per il venir meno dei contributi sociali e per il rischio che si diffondano un più generale degrado delle condizioni lavorative e un peggioramento delle relazioni contrattuali. Per contrastare questi rischi che interessano l’intero sistema economico-sociale, si rende necessario un forte e lungimirante impegno non solo da parte delle organizzazioni delle forze produttive, ma anche e soprattutto da parte delle istituzioni pubbliche tramite incentivi, regolamentazioni e controlli.
Sul piano specifico degli equilibri previdenziali, va tenuto presente che gli immigrati (regolarizzati) al momento versano contributi ben superiori alle prestazioni ricevute e il saldo netto positivo, intorno ai cinque miliardi di euro annui, è utilizzato per finanziare le pensioni degli italiani.
Data la loro composizione per età, che si concentra nella fascia lavorativa, gli immigrati pensionati attualmente sono pochissimi e se quelli attivi rimarranno nel nostro Paese fino all’età della pensione, in base alle regole vigenti, la riceveranno solo se riusciranno ad accumulare contributi lavorativi per almeno 20 anni e per un ammontare complessivo sufficiente a maturare una prestazione pari ad almeno 1,5 volte l’assegno sociale.
Oltre a quella tra lavoratori italiani e immigrati, un’altra falsa e deleteria contrapposizione costantemente riproposta nel dibattito economico e politico è quella tra giovani e anziani, fondata sull’idea che le pensioni ricevute dai primi sarebbero un ostacolo alle prospettive di vita dei secondi. Questo contrasto d’interessi sarebbe evidenziato dagli squilibri finanziari attribuiti al sistema pensionistico e dai costi che richiederebbero alcune modifiche proposte per migliorare il suo attuale assetto. Questa contrapposizione non c’è; invece, avrebbe effetti negativi se fosse ritenuta vera.
Nell’ultimo quarto di secolo, la torta del PIL prodotto annualmente è cresciuta poco e specialmente nell’ultimo decennio, dominato dalla Grande recessione, è diminuita a causa dell’affermazione di tendenze (globalizzazione non regolamentata) e politiche (funzionali all’autonomizzazione dei mercati) che hanno penalizzato l’intera collettività a prescindere dall’età.
Ma specialmente quando il PIL cresce poco o addirittura si riduce, il mantenimento della coesione sociale e le politiche per la ripresa economica richiederebbero che il reddito disponibile fosse distribuito meglio (non peggio come invece sta accadendo). Meno che mai andrebbe penalizzata (come invece sta avvenendo) larga parte delle giovani generazioni entrate in età da lavoro già da un paio di decenni, alle quali non solo si è riservata la “sorpresa” di poter accedere solo a lavori precari e mal retributivi (pensavano che sarebbero stati meglio, non peggio, dei genitori), ma si prospetta loro per la vecchiaia un tenore di vita corrispondentemente compromesso.
Il rapporto tra pensione media IVS e salario medio è previsto in calo di circa dodici punti nel prossimo ventennio rispetto al valore attuale che, in base ai dati ufficiali convalidati dall’Istat per il 2013, è pari a circa il 50%.
Va notato che questo valore è molto inferiore all’85% indicato nella recente Relazione del Presidente dell’Inps alla presentazione del XII Rapporto annuale dell’Ente; peraltro, anche utilizzando i dati di base del Rapporto Inps, riferiti al 2017, il rapporto tra il valore medio delle pensioni IVS e la retribuzione media dei lavoratori di imprese private e pubbliche extra agricole risulta pari al 57%. In ogni caso, si continuano a sostenere politiche restrittive per il sistema pubblico (ma incentivando la previdenza privata), millantando una condizione deficitaria del suo bilancio (che, invece, dal 1996 presenta stabilmente un saldo tra contributi e prestazioni nette consistentemente attivo, pari a 39 miliardi di euro nel 2016).
Contemporaneamente vengono sopravvalutati i costi di possibili interventi che avrebbero effetti migliorativi sia per gli anziani che per l’occupazione dei giovani. Ad esempio, l’onere finanziario immediato derivante dall’abbassamento a 64 anni dell’età di pensionamento viene valutato in 18 miliardi nella Relazione INPS; tuttavia, in base alle proiezioni del Centro di Politica Economica e Sociale operante in “Sapienza”, anche se tutti gli aventi diritto decidessero di anticipare il pensionamento, quell’onere si attesterebbe intorno alla metà di quella cifra; comunque, il costo immediato derivante dall’anticipo di spesa sarebbe compensato negli anni successivi dal minor importo della prestazione liquidata ad un’età inferiore.
Le posizioni restrittive vengono giustificate nell’interesse dei giovani quando invece sarebbe necessario riformare le parti dell’assetto attuale da cui dipendono le (loro) pensioni future. Ad esempio, riconoscere contributi figurativi per gli anni di disoccupazione involontaria sperimentati nella vita lavorativa attenuerebbe la condizione di precarietà oramai proiettata sull’intera esistenza.  Peraltro, ciò avverrebbe senza gravare sulle attuali problematiche di bilancio pubblico e fornirebbe stimoli alla crescita. Circa la metà di coloro che sono entrati nel mercato del lavoro a metà degli anni ’90 hanno accumulato contributi pensionistici corrispondenti a retribuzioni inferiori alla soglia di povertà e, conseguentemente, riceveranno pensioni “povere”.
L’introiezione dello “status” di precari a tempo indeterminato da parte dei giovani (e di molti, oramai, ex giovani) sta corrodendo non solo le loro vite, ma le prospettive dell’intera collettività. Rimuovere questo “status” personale è un presupposto cruciale per la coesione sociale e lo sviluppo economico, sociale e civile del nostro Paese.