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sabato 17 febbraio 2024

Se il mondo diventasse tutto occidentale…

 ...dove andrebbe a nascere il sole? (J. Baudrillard)

articoli, video disegni e canzoni di Jeffrey Sachs, Clara Statello, Stefano Orsi, Francesco Dall’Aglio, Giacomo Gabellini,Roberto Buffagni, Maurizio Vezzosi, Ezequiel Bistoletti, Fiammetta Cucurnia, Nicolai Lilin, Giorgio Bianchi, Marcus Klöckner, Jesús López Almejo, Ariel Umpièrrez, Fernando Moragón, Pasquale Pugliese, Manlio Dinucci, Francesco Galofaro, José Antonio Zorrilla, Gianandrea Gaiani, Notangelo, Jean Baudrillard, Jorge Zepeda, Fabrizio De Andrè, Francesco Masala, Tucker Carlson, Nicolai Lilin, Fiammetta Cucurnia

venerdì 21 luglio 2023

La guerra nascosta. L'Afghanistan nel racconto dei militari italiani - Massimo De Angelis, Giampaolo Cadalanu

capita che tutto quello che ci dicono è falso, se uno segue l'informazione dei media mainstream, o solo i miseri telegionali, megafoni del potere, sempre o quasi.

e allora fa piacere, dopo la vergognosa fuga dell'Afghanistan da parte dell'Invincible Armada occidentale, leggere e ascoltare voci diverse che ci raccontano quella guerra con le parole dei soldati vittime inconsapevoli di una guerra che sembrava una gita dell'oratorio, a sentire i criminali politici che si inchinano senza fiatare al volere indiscutibile del padrone.

e a ogni morto "Lo Stato s' indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità".

per sapere un po' di quello che è nascosto, con le parole dei due giornalisti e sopratutto dei soldati, questo libro illumina quel buio che (non) ci hanno mai mostrato.

buona (afgana) lettura.


 

 

…Spedendo i primi soldati fuori da Kabul, in zona di combattimenti, nel 2003, il ministro della Difesa dell’epoca dichiarò: «È una missione a rischio, ma le sue finalità sono comunque di peace-keeping». In realtà già da fine 2001 i piloti del gruppo Lupi Grigi decollati dalla portaerei Garibaldi erano impegnati nelle missioni di bombardamento sull’Afghanistan insieme agli aerei americani: ne compirono 278.

Non c’era pace da mantenere laggiù, lo dimostra anche l’esistenza di una unità come la Task Force 45, formata dall’élite delle forze speciali italiane, quotidianamente impegnata in azioni di combattimento, ma la cui esistenza all’inizio non era nemmeno ammessa dal governo.

Numerosi ‘operatori’ della fantomatica TF-45 raccontano nei particolari le operazioni di guerra, portate a termine spesso senza poter contare sul supporto degli aerei italiani. In vent’anni di intervento la guerra ha portato con sé corruzione, ruberie, appetiti economici, tradimenti. E il bilancio è uno solo: la situazione in Afghanistan è peggiorata.

da qui

 

I giornalisti, quelli onesti, hanno sempre una grande prudenza a trattare il tema della Verità, quella con la “V” maiuscola. In genere ce la caviamo parlando delle verità, al plurale e con la “v” minuscola, per sottolineare che possiamo offrire al lettore o ascoltatore la nostra visione delle cose, non un concetto filosofico inattaccabile. In compenso siamo molto disponibili a parlare delle bugie, quando le vediamo direttamente e possiamo verificarle.
Ecco, il tema fondamentale del libro ‘La guerra nascosta – L’Afghanistan nel racconto dei militari italiani”, che Massimo de Angelis ed io abbiamo pubblicato con Laterza, è proprio questo. La missione era una grande, intollerabile bugia rivolta all’opinione pubblica, al Parlamento, ai cittadini.

In Italia, si dice, non esiste una cultura della Difesa, e i governi cercano di evitare al massimo ogni ammissione sulla vera natura delle operazioni internazionali. Ma se i soldati italiani hanno combattuto, hanno ucciso, sono caduti, vuol dire che erano in guerra. Non erano impegnati in un intervento umanitario, ancora meno in un’operazione di peacekeeping: era una guerra. Per noi giornalisti che spesso abbiamo seguito le vicende afghane, sia “embedded” con i militari del nostro contingente che in totale autonomia, i fatti erano evidenti. Molto meno chiara era la narrativa suggerita dagli Stati maggiori, che obbedivano com’è ovvio a disposizioni dall’alto e proponevano una versione sempre annacquata di tutto.

Lavorando con gli strumenti giornalistici sul libro avevamo almeno tre buone carte da giocare: i tempi di lavorazione, per fortuna più distesi delle esigenze di quotidiani e tv, poi il fatto che ormai la missione era conclusa e i “rischi” politici erano sicuramente trascurabili. Ma la carta più importante era la fiducia degli uomini con le stellette, conquistata in decenni di lavoro al loro fianco, esercitando il rispetto per l’impegno e il sacrificio anche quando – succedeva e anche non di rado – le valutazioni dei fatti non erano le stesse.

Qualche volta, com’è facile immaginare, lavorare da giornalisti “embedded” può impedire di vedere alcune cose, ma allo stesso tempo rende possibile vederne altre. E noi abbiamo visto con chiarezza che la bugia dei governi – tutti uguali, da questo punto di vista – non reggeva la verifica dei fatti. Abbiamo scoperto qualcosa di paradossale: la cappa di eufemismi o persino di censura che circondava la missione italiana lasciava spiragli inattesi ovunque. Persino nelle motivazioni delle medaglie abbiamo trovato il racconto di episodi di sangue, che gli Stati maggiori si erano ben guardati dal comunicare.

Abbiamo raccolto le testimonianze dei militari spesso in modo anonimo, per ovvi motivi. Il lettore dovrà contare sulla garanzia degli autori, che ci mettono la faccia: ci sono solo alcuni dettagli raccontati in modo da nascondere l’identità delle persone e non rendere identificabili le fonti. Grazie al coraggio e all’onestà di chi ha raccontato, siamo convinti di aver contribuito a una visione più corretta: insomma, la guerra in Afghanistan oggi è un po’ meno nascosta”. (Giampaolo Cadalanu)

da qui

 


mercoledì 9 marzo 2022

Grande è la guerra sotto il cielo. La situazione è pessima



articoli, link e video di Lorenzo Guadagnucci, Marco Maurizi, Loris Campetti, Francesco Borgonovo, Gianni Tognoni, Gigi Proietti, Associazione Centro Documentazione Polesano, Fabrizio de Andrè, Jonathan Ng Truthout, Pepe Escobar, Domenico Gallo, Tiziano Cardosi, Wu Ming e Giuseppe Bruzzone

da qui

venerdì 6 marzo 2020

Un futuro da paura - Daniele Barbieri



Paure per tutti i gusti? Dal vasto magazzino della fantascienza estraggo un paio di storie – entrambe di Philip Dick – per vedere cosa spaventa chi.
Nel primo racconto (brevissimo) un ragazzo si nasconde: sa che i suoi genitori questa volta gliela faranno pagare. Lo ammazzeranno. Perché… non ha superato un esame. Cosa può esserci di tanto terribile? Non ha saputo risolvere un’equazione di secondo grado. E’ tanto grave? Chissà se chi ora sta leggendo sa risolvere le equazioni. Nel racconto di Philip Dick una certa società ha deciso (o tollera) che la misura dell’umanità, la stessa definizione giuridica di «essere umano» completo – quindi che può godere i diritti – venga assegnata solo a chi sia in grado di risolvere equazioni complesse. Nella società qui immaginata se non sei un essere umano completo, puoi essere ucciso; o meglio… abortito, scrive Dick ampliando la provocazione. Il racconto s’intitola «Le pre-persone», cioè prima d’essere persone.
Un’altra storia dello stesso autore ma con paure che incrociano una concezione completamente diversa di umanità.
La protagonista di questo racconto si chiama Gil. Aspetta il marito, Lester che torna da un satellite di Giove dove è ingegnere spaziale. Non è felice Gil, anzi ha paura perchè Lester è arrogante e violento. Dick non spiega perchè lei resti con il marito. Ma è una condizione purtroppo che incontriamo spesso nel mondo reale: donne che hanno paura a vivere con uomini violenti eppure hanno ancor più terrore di ribellarsi o restar sole in una società così ostile per loro…
Ma quando Lester arriva, Gil lo scopre affettuoso, “attento ai suoi bisogni”: una persona completamente diversa. Passano pochi giorni e, mentre Lester non c’è, bussano alla porta. Sono due poliziotti; anzi la parola usata da Dick è «sbirri». Dicono a Gil che quel tipo non è suo marito ma un alieno: un parassita che si è impadronito del corpo di Lester.
Gli sbirri chiedono l’aiuto di Gil contro l’alieno. Un extra terrestre fa più paura persino di un extracomunitario. Ben più di un alieno proposto dalla fantascienza al lettore o spettatore “ideale” (maschio, bianco, ricco, eterosessuale) è più estraneo di un marocchino che in fondo ha due gambe come noi… talvolta una o nessuna gamba se fa il muratore in cantieri italiani dove non si osservano le norme di sicurezza, ma questo è un altro discorso.
Torniamo a Gil. Lei dovrebbe aiutare i poliziotti non solo per paura o per il senso del dovere ma per solidarietà con la razza umana. E infatti Gil dice sì ma sta mentendo perchè ha deciso che quell’essere NON umano è infinitamente migliore, più dolce del maschio arrogante che prima abitava quel corpo. E lo aiuterà a scappare. Il racconto finisce così.
«“Stavo pensando”, disse la donna all’essere non terrestre, che forse continuerò a chiamarti Lester, se non ti dispiace”.
Tutto quello che vuoi purchè possa farti felice” le rispose lui».
In questo secondo racconto c’è qualcosa di importante sulle nostre paure e sull’idea di umanità. Philip Dick in una antologia così lo commentò. «Per me questa storia simboleggia ciò che l’essere umano è. Non si tratta di avere un certo aspetto o di provenire da un certo pianeta, ma di vedere sino a che punto si è gentili. La gentilezza ci differenzia dai sassi, dai pezzi di legno, dal metallo e così sarà sempre qualsiasi forma assumiamo, dovunque andiamo o qualunque cosa diventiamo».
Il titolo è appunto «Umano è». Dick aggiunge: “Umano è è il mio credo e mi auguro che possa essere anche il vostro”. Tornando su questo concetto Dick ha scritto: «La misura di un essere umano non è la sua intelligenza, non consiste nell’altezza che può raggiungere in un sistema sbagliato. La misura di un essere umano è questa: con quale rapidità sa reagire ai bisogni di un’altra persona e quanto può dare di sé?»Una definizione di essere umano completamente opposta a quella del primo racconto; ne derivano paure differenti, vi pare?
Saltiamo dalla fantascienza a uno scrittore e filosofo franco-algerino, oggi un po’ dimenticato: Albert Camus. Parlando del ‘900, il secolo dei sogni più grandi ma anche degli incubi più spaventosi, scriveva così: «Sta finendo il secolo della scienza liberatrice. Il nostro ventesimo secolo è il secolo della paura.(…) Il diciassettesimo è stato quello delle matematiche, il diciottesimo delle scienze fisiche, il diciannovesimo della biologia, il nostro è il secolo della paura. Ma voi direte: la paura non è una scienza. In primo luogo la scienza c’entra qualcosa perchè i suoi ultimi progressi tecnici l’hanno portata a negare se stessa e perchè le sue conseguenze pratiche minacciano la Terra intera di distruzione. Inoltre se la paura in se stessa non può essere considerata una scienza non vi è dubbio che essa sia perlomeno una tecnica».
Un altro salto fino a uno dei più grandi poeti del ‘900 non solo italiano: Fabrizio De Andrè. Magari ricordate quei versi oltraggiosi «chi non terrorizza si ammala di terrore» e forse avete dimenticato quell’altro suo suggerimento: «senza la mia paura mi fido poco». Proviamo a confrontarle con le parole di un altro grande poeta del nostro Novecento, Umberto Saba. «In una casa dove uno s’impicca, altri si ammazzano fra di loro, altri si danno alla prostituzione o muoiono faticosamente di fame, altri ancora vengono avviati al carcere o al manicomio… si apre una porta e si vede una vecchia signora che suona molto bene la spinetta».
L’immagine di questa casa tremenda con la vecchina che suona tranquilla mi è rimasta in mente da quando la lessi. E spesso mi chiedo: in quella casa – che immagino essere non un semplice condominio ma il mondo intero – dove mi colloco io? E voi chi siete in quella casa? Potreste essere la vecchina che suona tranquilla mentre intorno scoppiano guerre e catastrofi ma Trump dice a Greta che tutto va bene.
Si può avere paure che altri non comprendono. Dario ha il terrore che qualcuno gli occupi il posto macchina assegnato. Kashif che la polizia veda i suoi documenti non in regola. Ognuno ha i suoi timori e spesso fatica a entrare in quelli altrui. Ancora Dick: «la paura dei nobili alla vigilia della rivoluzione francese era che il popolo sarebbe entrato nelle loro case, avrebbe sporcato il tappeto e rovinato il giardino… Non immaginavano che sarebbero finiti sulla ghigliottina». Certe paure non riuscivano a concepirle, come qui in Occidente oggi fatichiamo a capire che in un’altra parte del mondo le bombe o la morte per fame siano possibilità concrete.
Una delle paure più grandi che la fantascienza ha amplificato è che prima o poi incontreremo nemici – alieni incomprensibili e mostruosi – venuti dallo spazio esterno.
Allora vale rileggere «La sentinella» di Fredric Brown: è solo una paginetta.
«Era bagnato fradicio, e coperto di fango, aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni luce da casa. Un sole straniero gettava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato faceva di ogni movimento un’agonia di fatica.
Dopo decine di migliaia di anni quell’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super armi, ma quando si arrivava al dunque toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria prendere la posizione e tenerla con il sangue, palmo a palmo. Come questo maledetto pianeta di una stella mai sentita nominare, finchè non ci eravamo arrivati. E adesso era suolo sacro. Perchè c’era arrivato anche il nemico.
Il nemico, l’unica altra razza intelligente della galassia: crudeli, schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti. Ed era stata la guerra subito. Quelli avevano cominciato a sparare senza neppure tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso pianeta per pianeta bisognava combattere coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango, aveva fame e freddo. E il giorno era livido, spazzato da un vento violento che faceva male agli occhi ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni posizione era vitale. Stava all’erta, le armi pronte. Era lontano cinquantamila anni luce dalla patria a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
Allora vide uno di loro strisciare verso di lui, prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano e agghiacciante che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire».
«Molti con il passare del tempo si erano abituati, non ci facevano più caso, ma lui no: erano creature troppo schifose con solo due braccia e due gambe e quella pelle di un bianco nauseante e senza squame».
Il nemico siamo noi, nello sguardo degli altri. Brown ci avvisa che potremmo essere l’unica altra razza intelligente della galassia: crudeli, schifosi, ripugnanti mostri. E che gli alieni potrebbero – a ragione – aver paura di noi. Perchè loro non fanno «la guerra subito… senza neppure tentare un accordo, una soluzione pacifica».
Fra tanti timori di ciò che non conosciamo, ogni tanto dovremmo aver paura anche di noi stessi.
Per questo la fantascienza è importante: affonda il coltello al crocevia delle paure e dei desideri. Ci invita a uno sguardo diverso sul futuro come sull’ovvio. La buona science ficton influenza le decisioni; la “cattiva” invade comunque l’immaginario di massa.
Non a caso è esplosa nel ‘900 (come si conta da queste parti del globo) cioè nel secolo della scienza e del tecno-vudù: tecnologie ovunque ma incomprensibili ai più, dunque magia.
Ognuno coccola le sue paure. C’è chi ancora trema per i cattivi marziani di H. G. Welles mentre io rabbrividisco pensando a una sua profezia del 1920: «La storia umana diventa sempre più una gara fra istruzione e catastrofe … ma sembra che l’istruzione stia perdendo la gara».
Il presente è cupo ma noi possiamo – dobbiamo? – immaginare che esistano molti domani possibili. Se qualcun altro sogna (o ha paura) al posto nostro siamo fregati.


mercoledì 25 maggio 2016

il nostro amico turco

   wrea
L’Europa “si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. (*)
Erdogan non ha mai nascosto l’ammirazione verso l’efficienza tedesca
latuff 1
Dice cose che molti governanti vorrebbero ma non possono.
Sa che lui può arginare l’ondata di migranti verso l’Europa,
e siccome business is business, per la modica somma di sei miliardi di euro farà il doganiere d’Europa


tutti fingono di non vedere il fascismo di Erdogan

in Europa fingono di ignorare i suoi metodi

in fondo invidiano come riesce a vincere le elezioni

in Europa la macchina che produce profughi non si ferma
cause_effect__naoufal_lahlali

e ci sono tante questioni migratorie da seguire

proprio l’altro giorno il parlamento turco ha deciso la revoca dell’immunità per i parlamentari, decisione che andrà a colpire quasi tutti i deputati dell’HDP, per coincidenza oppositori di Erdogan.
Finora deboli le reazioni internazionali: solo il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, ha parlato di “colpo alla democrazia turca e alla libertà politica”, mentre Angela Merkel, la cancelliera tedesca che si è spesa per firmare il vergognoso accordo con la Turchia per bloccare i profughi ha dichiarato che “solleverà il problema” con Erdoğan lunedì prossimo.
Qual è il senso dell’immunità dei deputati in un sistema democratico parlamentare? Proteggere i rappresentanti eletti dal popolo dalla persecuzione per le loro idee. E cosa fa un regime fascista quando vuole togliersi di torno le opposizioni? Le priva di tale protezione o a seconda dei casi, le elimina fisicamente. Questa storia l’abbiamo già vista: cosa aspettano i governi europei a fare tre-quattro passi indietro sulla Turchia?

I co-presidenti di HDP Figen Yüksekdağ e Selahattin Demirtas hanno rilasciato una dichiarazione alla stampa a seguito della revoca delle immunità parlamentari, una proposta da colpo di stato introdotta dall’AKP e approvata da CHP e MHP sulla base di un alleanza anticurda.
Demirtaş intervenendo dopo la Yüksekdağ, ha duramente criticato l’emendamento costituzionale e lo ha descritto come un colpo di stato che ha interessato la volontà del popolo.Ha sottolineato che: “Nessuno dei nostri colleghi accetterà la richiesta dei pubblici ministeri e dei tribunali di testimoniare. Nessuno si deve aspettare che noi accattiamo questo colpo di stato che impone una dittatura aperta”.Oggi due partiti e mezzo si sono riuniti e hanno approvato questo colpo di stato.
Il co-presidente di HDP ha evidenziato che non ci sarà un processo giusto finchè continueranno ad esistere un parlamento, una magistratura e una stampa governati dal Palazzo. Demirtaş ha sottilineato che: “Noi non andremo volontariamente in tribunale.Se ci prenderanno con la forza, devono fare dei preparativi in anticipo, per porci in detenzione, arrestarci o catturarci.Tutti devono sapere che non diventeremo uno strumento in questo gioco.”
Demirtas ha anche sottolineato che staranno dietro la volontà popolare fino alla fine e non si arrenderanno al Palazzo, aggiungendo; “La lotta è appena iniziata.”

(*) si ringraziano i disegnatori:
Carlos Latuff, Chappatte, Brandan Reynolds, Naoufal Lahlali, Kalmius.

martedì 3 novembre 2015

In memoria di Mario Masala, poeta


In Africa, quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia (Amadou Hampâté Bâ)

 


Mario Masala non c’è più, era un poeta improvvisatore, fra i più importanti della Sardegna.

I poeti improvvisatori sono diffusi in tutto il mondo, ma li conoscono in pochi.

Sono i poeti che sanno tenere attenti per ore un pubblico in estinzione, come i poeti, da quando, per centinaia di anni, o anche millenni, raccontano storie, giocano con le parole, appassionano il pubblico.

C’è stato un tempo nel quale la televisione non esisteva, si usciva di casa, quando c’era la festa del paese non si invitava il gruppetto che faceva cover, non si invitava lo scemotto che aveva fatto qualche comparsata alla tv, come succede oggi.

Si invitavano i poeti, e si spendeva (poco, per carità) per fare arrivare i migliori.

Si contavano i giorni che mancavano alla gara poetica, nella quale i poeti si sfidavano (anche ora, ma sempre meno) su temi sorteggiati fra le proposte del pubblico.

E la sera la piazza era piena, ci si portava la sedia da casa, nelle serate e notti fresche d’estate.

I bambini correvano qui e là, quando il bambino era bambino, andavano venivano ogni tanto si fermavano, e quando chiedevi loro cosa vuoi fare da grande alcuni rispondevano il poeta, non il tronista, non il paramedico, non il consigliere di circoscrizione, proprio il poeta.

quando i bambini vogliono diventare poeti, ecco, quella è una civiltà superiore.

Intanto c’è stata una trasformazione anche antropologica (si legga una poesia di Francesco Masala, qui, per intuire qualcosa), ma questo è un altra storia,o forse no.

 

QUI Mario Masala racconta la sua vita, da quando era bambino, in sardo con i sottotitoli in italiano.

È’ una bellezza ascoltare il suo racconto, provateci.

 

Ecco un piccolo ricordo uscito sulla stampa sarda:

Una vita sui palchi di tutta l’Isola (e non solo) per cantare le storie della sua terra: Mario Masala, “Masaleddu”, ha passato ben 64 anni davanti a un microfono come poeta improvvisatore. La sua voce e la sua straordinaria vena poetica non canteranno più: si è spento ieri a 80 anni nella sua casa di Silanus lasciando un grande vuoto nella poesia sarda.
Ha iniziato a cantare a 16 anni: nella sua prima gara si trovò subito davanti i grandi nomi come Cicciu Piga, Andria Nìnniri e Remundu Piras. Fu proprio quest’ultimo che intuì il suo straordinario talento e lo spinse al canto. Masala ha girato le piazze della Sardegna ed è stato poi sui palchi di tutto il mondo come ospite dei circoli sardi.
Tre anni fa, in occasione del Premio Funtana Elighe a Silanus. aveva composto una poesia dedicata all’amico Toni Manca appena scomparso.
Oggi riportiamo le sue stesse parole per ricordarlo: “Pro nois tottus sos paesanos issu est biu et est cantende ancora“ (Per noi compaesani lui è vivo e sta cantando ancora)
da qui

lo potete sentire cantare qui:




e qui:





anche Mario Masala appare in questo bel documentario di Giovanni Columbu:




martedì 13 gennaio 2015

Nel frattempo, Gideon Levy riceve una minaccia di morte - Gideon Levy

Gideon Levy è nel mirino di qualche assassino, non musulmano (non tutti fra i musulmani sbocciano i fiori del male) - franz


“La Corte europea per i crimini antisemiti. Squadra di esecuzione [delle sentenze] della Corte.“Risposta: Procedimento contro partecipanti ad attività anti-israeliane. “La Corte ha ricevuto la richiesta di indagare sulle attività di Gideon Levy, giornalista, contro Israele.
“Il testimone n°1 ha mostrato l’articolo “Le azioni più basse dalle altezze più elevate” (Haaretz, 15 luglio 2014)
…Il presidente della corte: la corte si è convinta che è stata fatta una propaganda a favore del nazismo. Una volta che ciò sia stato provato, la corte non ha alcuna possibilità di scelta in merito al verdetto, pertanto il colpevole di cui sopra è condannato a morte. Dato il notevole danno procurato, la sua eliminazione deve avere luogo al più presto. Morte “accidentale”: con il veleno, le vespe, i serpenti, con un virus, ecc. “Ps: La corte Pulsa Denura [una maledizione cabalistica che secondo alcuni sarebbe come una sentenza di morte, secondo altri invece no. N.d.tr.] non ha nessun collegamento con il sistema di sicurezza israeliano… Questa corte insegue i nemici di Israele dovunque essi siano e i verdetti sono eseguiti dal plotone di esecuzione della corte… Con preghiera di affiggere questa lettera in diversi posti dei vostri uffici.” Questa lettera, scritta in inglese, è arrivata ad Haaretz la settimana scorsa, in una busta spedita da Tel Aviv. La lettera non è stata scritta da un musulmano. Al fondo c’era scritto: “i semi d’arancio significano morte”. I semi sono stati incollati sul retro della lettera.
Un racconto di Sherlock Holmes ha come titolo: “I cinque semi d’arancio”, e si svolge su una lettera con minacce di morte. Questa non è la prima minaccia contro un giornalista israeliano, e non sarà l’ultima. L’attacco al settimanale Charlie Hebdo la scorsa settimana è stato preceduto da minacce di morte. Il massacro è avvenuto in seguito a ciò. Potrebbe succedere anche qui. Chiunque è rimasto sconvolto per l’attacco alla libertà di stampa in Francia deve considerare cosa stia accadendo in Israele. In generale i media israeliani non hanno bisogno di minacce. Si sono arruolati molto tempo fa, di loro spontanea volontà, al servizio del potere e della sua versione delle cose; per veicolare il consenso, le valutazioni, l’intrattenimento e rendere piacevole la vita ai propri clienti. Non c’è stata nessuna pressione dall’alto, né dalla censura né da una qualsiasi forma di coercizione. Solamente [sono state] semplici considerazioni di carattere commerciale, l’obbedienza,la vigliaccheria e una sostanziale mancanza di comprensione della natura del proprio lavoro.
Solamente chi osa superare la linea rossa sa quanto sia grande e imminente il pericolo e quanto questo sia aumentato negli ultimi tempi. Israele ha provocato in molti modi l”ondata di terrore in Francia contro i giornalisti e gli ebrei. I soliti esperti sulla sicurezza sedevano negli studi televisivi ed elargivano pomposamente i loro consigli ai dilettanti francesi. Alcuni di loro prendevano in giro la legge francese che non permette lì quello che si fa qui. Altri hanno parlato di inesperienza. È chiaro che questi sono esperti che sanno come sterminare il terrore nel proprio paese, una volta per tutte. Naturalmente, raccomandano ai francesi le soluzioni violente che si usano qui– più forze , più intelligence e più assassinii. E tutto questo è stato seppellito – come avrebbe potuto essere altrimenti? – da un esplicito sentimento di gioia perchè “ora capiranno con chi abbiamo a che fare” e anche il più popolare mantra ricorrente in Israele: “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”.
Tutti i terroristi sono musulmani? Uhm. Alcuni dei più orribili atti di carneficina negli anni recenti sembrano essere stati dimenticati. Sono stati commessi da bianchi, uomini cristiani, ma chi tiene il conto? In quei casi sono stati sempre “individui” che hanno agito da soli, mentalmente malati e disturbati. Anders Breivik, che ha trucidato 75 persone a Oslo e nell’isola di Utoya, è un musulmano? E la serie di massacri negli USA, al liceo Columbine, alla scuola elementare Sandy Hook e al politecnico Virginia Tech, sono stati questi eseguiti da musulmani?
Nessuno ha attribuito questi atti a uomini bianchi, americani o norvegesi. Nessuno ha pensato ad un terrorismo cristiano. E non abbiamo speso una parola circa il più grande spargimento di sangue della storia che è accaduto non molto tempo fa, tutto nel continente dell’illuminismo, che all’epoca non aveva praticamente alcun musulmano. E le uccisioni di giornalisti? Si può anche ricordare che durante l’operazione Margine Protettivo della scorsa estate ne sono stati uccisi 13 a Gaza.
È molto preoccupante il terrorismo criminale commesso nel mondo da movimenti e individui islamici. È necessario combatterlo. Ma dobbiamo anche provare a capire i suoi obiettivi e le sue motivazioni. L’attacco alla stampa in Francia ci dovrebbe togliere il sonno, ma dobbiamo ricordare cosa sta succedendo nel frattempo in Israele.
Qui c’è un altro brano della lettera che ho ricevuto la settimana scorsa, e questa non mi è affatto arrivata da un musulmano. “Hai sputato sul popolo di Israele e Dio ti ha risposto. Nessun bambino”. Non c’è altro da dire. Nena News
(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)
da qui

domenica 6 aprile 2014

8 aprile 1915: viene pubblicata l'Antologia di Spoon River, di Edgar Lee Masters

Alcuni pensano che Edgar Lee Masters sia stato il paroliere delle canzoni dell’album “Non al denaro non allamore né al cielo”, di Fabrizio de Andrè
(qui i testi delle canzoni, tradotti da Fernanda Pivano)
Il suo epitaffio sembra tratto dall’Antologia :
« Buoni amici, andiamo ai campi…
Dopo una piccola passeggiata e vicino al tuo perdono,
Penso dormirò, non c’è cosa più dolce.
Nessun destino è più dolce di quello di dormire.
Sono un sogno di un riposo benedetto,
Camminiamo, e ascoltiamo l’allodola »

« Good friends, let’s to the fields…
After a little walk and by your pardon,
I think I’ll sleep, there is no sweeter thing.
Nor fate more blessed than to sleep.
I am a dream out of a blessed sleep-
Let’s walk, and hear the lark. »
ecco una delle poesie che non stanno nel disco (questa poesia spesso mi ha fatto pensare, per usare le parole di De Andrè):
Serepta Mason – Edgar Lee Masters
Il fiore della mia vita sarebbe sbocciato d’ogni lato
se un vento crudele non avesse appassito i miei petali
dal lato che vedevate voi del villaggio.
Dalla polvere levo la mia protesta:
il mio lato in fiore voi non lo vedeste!
Voi, i vivi, siete davvero degli sciocchi
e non sapete le vie del vento
e le forze invisibili
che governano i processi della vita.

My life’s blossom might have bloomed on all sides
Save for a bitter wind which stunted my petals
On the side of me which you in the village could see.
From the dust I lift a voice of protest:
My flowering side you never saw!
Ye living ones, ye are fools indeed
Who do not know the ways of the wind
And the unseen forces
That govern the processes of life.