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mercoledì 22 ottobre 2025

Il "Cartel de los Soles" una creazione CIA: la verità di un mercenario smentisce anni di bugie - Fabrizio Verde


L'ex berretto verde descrive l'operazione come un pretesto per l'aggiornamento della Dottrina Monroe. "Quella che chiamano lotta al narcotraffico è la copertura per una guerra ibrida contro l'influenza di Russia e Cina nel continente"

In una recente intervista realizzata dal giornalista Max Blumenthal di The Grayzone, Jordan Goudreau, mercenario ed ex membro delle forze speciali statunitensi noto per aver guidato la fallita “Operación Gedeón” contro il governo venezuelano nel 2020, ha rilasciato dichiarazioni di portata rilevante e che acquisiscono importanza nell’attualità. Le sue parole squarciano il velo su una delle narrazioni più tossiche e persistenti utilizzate contro la Rivoluzione Bolivariana: quella del cosiddetto “Cártel de los Soles”. Secondo Goudreau, questa struttura non sarebbe un’organizzazione narcotrafficante guidata da Caracas, ma una creazione della Central Intelligence Agency (CIA) risalente agli anni Novanta, molto prima dell’ascesa al potere del Comandante Hugo Chávez.

Già negli anni ‘90, il ‘Cártel de los Soles’ fu creato dalla CIA. Questo non è un segreto, voglio dire, questa è la verità”, ha affermato Goudreau con grande franchezza. Ha aggiunto che lo stesso costrutto viene oggi strumentalmente utilizzato per accusare il presidente Nicolás Maduro, nonostante “forse in realtà non esista nemmeno più”. Interrogato per una conferma, la sua risposta è stata perentoria: “Oh, assolutamente. Non è una novità”. A supporto della sua tesi, l’ex “berretto verde” ha citato fonti dell’intelligence statunitense, riferendo le dichiarazioni di un ex capo della DEA (la Drug Enforcement Administration) che, in un’intervista a Mike Wallace, avrebbe parlato esplicitamente di “traffico di droga da parte della CIA in associazione con la Guardia Nazionale del Venezuela”.

Goudreau ha inoltre smontato la mitologia attorno al nome stesso del cartello, definendolo “quasi una barzelletta” tra gli addetti ai lavori. “Non si sono dati quel nome da soli. Hanno una patch sull’uniforme con un sole e suppongo che la DEA, o chi per essa, li abbia chiamati così per quello”. Al di là dell’aspetto quasi folcloristico, l’ex mercenario ha tenuto a ribadire il cuore della questione: “L'agevolazione del traffico di droga da parte della CIA attraverso questo gruppo è ben documentata”.

Queste rivelazioni gettano una nuova luce – per chi non conosce il loro modus operandi - non solo sul passato, ma anche sulle attuali politiche dell’amministrazione statunitense. Goudreau sostiene che il governo USA, a prescindere dal presidente di turno, cerchi di proteggere le ingenti risorse economiche derivanti dal narcotraffico. La pressione su Caracas si inquadrerebbe in un’aggiornata Dottrina Monroe, finalizzata a prevenire l’influenza strategica di Russia o Cina nella regione, una politica che ironicamente definisce “la dottrina Maduro”.

La smentita dopo anni di disinformazione

Le dichiarazioni di Jordan Goudreau costituiscono una smentita plateale e definitiva a anni di campagne mediatiche e accuse infondate propalate da ampi settori della stampa italiana contro la Rivoluzione Bolivariana. Per anni, senza mai presentare prove concrete, numerosi opinionisti e giornalisti hanno dipinto il Venezuela come uno “Stato narcotrafficante”, avallando acriticamente la narrativa del “Cártel de los Soles” costruita a Washington. Un caso emblematico è quello di Roberto Saviano, che in diverse occasioni ha ripreso e amplificato la teoria del “Cartel de los Soles”, contribuendo a radicare nell’immaginario del pubblico italiano l’idea di un governo venezuelano colluso con il narcotraffico. Oggi, la fonte più improbabile – un mercenario che ha tentato di rovesciare quello stesso governo – rivela che quel “cartello” era in realtà un’operazione della CIA. Queste rivelazioni mettono in discussione non solo la credibilità delle fonti giornalistiche, ma anche la leggerezza con cui sono state trattate accuse gravissime, rivelatesi ora, alla luce di queste confessioni, parte di una strategia di una guerra ibrida che utilizza la disinformazione come arma per preparare il terreno a interventi più ampi. La notizia non è solo ciò che Goudreau ha detto, ma il silenzio assordante che sta cadendo su quelle redazioni che per anni hanno sostituito il giornalismo d’inchiesta con la becera propaganda anti-venezuelana.

da qui

venerdì 23 maggio 2025

Non siamo tutti romeni ora? - Patrick Lawrence

Una nuova grande esclusiva per l'AntiDiplomatico. Il grande giornalista statunitense Patrick Lawrence affronta il tema delle elezioni in Romania nel suo spazio "Dentro l'Impero".


Un altro pasticcio politico in Romania, un altro caso di corruzione elettorale apparente se non provata. Le elezioni presidenziali della scorsa domenica sono il secondo episodio di questo tipo in sei mesi. Non possiamo sapere, non ancora e forse mai, come sia possibile che un "centrista" – secondo la definizione prevalente del termine – abbia vinto alle urne nonostante fosse in netto svantaggio rispetto al candidato favorito. Ma possiamo ragionevolmente supporre alcune cose e trarre conclusioni quasi definitive.

Inizio subito con il mio giudizio provvisorio sui risultati delle elezioni romene di domenica. Se avete prestato attenzione, molto probabilmente avete assistito a un altro broglio elettorale in un Paese che, dall’era post-Guerra Fredda, ha cercato senza successo di istituzionalizzare un processo democratico. Sembra un altro caso di illecito politico da parte di centristi radicati al potere, e con "centristi" intendo le élite neoliberali europee e quelle di Bucarest, indifferenti alle preferenze degli elettori, come dimostrato lo scorso dicembre quando la Corte Costituzionale ha annullato un’elezione perfettamente valida perché il vincitore non apparteneva alla cerchia al governo e non condivideva le sue ortodosse priorità, prima fra tutte la russofobia.

Esistono prove concrete a sostegno di questa valutazione pessimistica dei risultati di domenica, oltre a un eccesso di indizi circostanziali.

La vittoria dichiarata di Nicusor Dan sparirà dalle prime pagine dei media occidentali – un fait accompli che non richiede ulteriori verifiche. Non cediamo a questa manipolazione del silenzio. I dubbi sulla legittimità del risultato riflettono non solo le difficoltà dei romeni nel trovare una via d’uscita, ma anche la fragilità delle cosiddette "post-democrazie" transatlantiche. In un certo senso, siamo tutti romeni ora.

Dopo il primo turno delle elezioni romene del 4 maggio, l’esito del secondo turno era quasi scontato, come ricorderanno i lettori. George Simion, definito dai media occidentali un pericoloso "ultranazionalista", aveva ottenuto il 41% dei voti contro 10 candidati. Al secondo posto, Nicusor Dan, un centrista filo-occidentale (sempre e ovunque questo termine), sostenitore dell’UE e della guerra in Ucraina, con il 21%.

Il panico nei centri di potere occidentali è stato immediato. Il New York Times del 16 maggio ha pubblicato un articolo intitolato "La Romania sta per affrontare un disastro", in cui Vladimir Bortun, accademico romeno a Oxford, scriveva:

"Il peggio deve ancora venire... Simion sembra destinato a diventare presidente, con il potere di nominare un primo ministro e dirigere la politica estera. Sarebbe una svolta negativa per la Romania".

Il Financial Times del 10 maggio lo ha etichettato come "hooligan di calcio" e populista di destra che "sminuisce la minaccia russa e chiede di fermare gli aiuti a Kiev" – i suoi "peccati mortali".

Non abbiamo già sentito tutto questo?

Il signor Georgescu, squalificato dalla Corte Costituzionale romena a dicembre con pretesti ridicoli, era un "ultranazionalista". Marine Le Pen, esclusa dalle elezioni francesi con argomenti legali fragili, è un’"ultranazionalista". L’AfD in Germania, primo partito nei sondaggi, viene escluso dal governo per lo stesso motivo.

Sono casi di corruzione politica, in cui le élite neoliberali europee combattono guerre contro i propri elettori. Simion, erede politico di Georgescu, critica la NATO e l’UE ma non vi si oppone apertamente. Difende la sovranità romena e relazioni equilibrate con Occidente e Russia, rifiutando il sostegno a Kiev.

Dan, al contrario, è un filo-UE, debole sulla sovranità nazionale e russofobo nel solco neoliberale. Il suo sostegno alla guerra in Ucraina è centrale per la sua identità politica. Rappresenta le élite che i romeni disprezzano per la cattiva gestione economica e le politiche estere anti-popolari.

Nonostante Simion fosse favorito, il risultato ufficiale del secondo turno lo ha visto perdere con il 46% contro il 54% di Dan. Come sospettarne la validità? Basta ricordare le elezioni di dicembre: Georgescu, favorito dopo il primo turno, fu squalificato dalla Corte con la scusa di "campagne social filo-russe". Simion definì la mossa un "colpo di Stato".

Ora, con Simion in vantaggio del 100% al primo turno, com’è possibile una sconfitta del 17%? Simion ha denunciato frodi in Moldova, dove un terzo della popolazione ha doppia cittadinanza romena. Il suo partito ha segnalato un aumento del 70% dei voti dalla diaspora: "1,7 milioni di voti manipolati".

Inizialmente, Simion non ha concesso la vittoria a Dan, ma 10 ore dopo ha accettato "la volontà del popolo". Cosa è successo in quelle ore? Probabilmente pressioni o accordi occulti.

Intanto, Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha rivelato che i servizi segreti francesi gli hanno chiesto di "censurare i nazionalisti romeni" prima delle elezioni. Il governo francese ha negato, ma Durov ha citato nomi e circostanze:

"A maggio, Nicolas Lerner, capo dell’intelligence francese, mi ha chiesto di bloccare le voci conservatrici in Romania. Ho rifiutato".

Infine, durante il voto, si è tornati a parlare di "interferenze russe", ma dopo la vittoria di Dan, il silenzio.

Conclusione: il fetore della corruzione in Romania è forte, ma permea anche l’Occidente. Dalla Germania alla Francia, fino alla demonizzazione di Jeremy Corbyn nel Regno Unito: "Non siamo tutti romeni ora?"

 
(Traduzione di Fabrizio Verde)

da qui

martedì 21 febbraio 2023

Fuori l’Italia dalla Nato

articoli, video, disegni di Barbara Spinelli, Andrea Puccio, Stefano Orsi, Giacomo Gabellini, Irina Alksnis, Piero Orteca, Turi Palidda, Gloria Ferrari, Piero Pagliani, Marco Ghisetti, Demostenes Floros, Stefania Maurizi, Seymour Hersh, Mao Valpiana, Giovanni Punzo, Andrew Napolitano, Paul Schreyer, Carlo Bellisai, Fabio Mini, Alessandro Di Battista, Pepe Escobar, Thierry Meyssan, Gianandrea Gaiani, Manlio Dinucci, Alfredo Tocchi, Patrick Boylan, Sergei Lavrov, Peppe Sini, Fabrizio Verde, Giulietto Chiesa, Carlos Latuff

Strage di Brescia : il Comando Nato (prima puntata)

Strage di Brescia :

  • Primo livello: gli esecutori, due nuovi nomi
  • Secondo livello: confidenti, infiltrati, servizi segreti, generali e forze dell’ordine.
  • Terzo livello: il Comando Nato.

…Di seguito la prima parte dell’articolo di Carlo Bonini e Massimo Pisa apparsa su la Repubblica del 27 gennaio 2022.

Terzo livello ( 1a puntata)

La nuova inchiesta sulla strage neofascista di Brescia porta lì dove nessuno poteva immaginare. Il comando Nato di Verona.

Quando l’hanno battuta le agenzie, poco prima di Natale, la notizia ha faticato a conquistarsi una breve. Due chiusure indagini per la strage di piazza della Loggia e due nuovi e semisconosciuti estremisti di destra accusati di aver messo la bomba che dilaniò Brescia alla fine del maggio di 48 anni fa, uccise otto persone, ne ferì un centinaio, inaugurò l’ennesima stagione dello stragismo di mano neonazista con la complicità di pezzi dello Stato. Già perché ha già due colpevoli, quell’attentato, arrivati però soltanto con la sentenza di Cassazione del 2017. Uno, Carlo Maria Maggi, ex capo dell’organizzazione neofascista “Ordine Nuovo” nel Triveneto, è morto l’anno dopo. L’altro, Maurizio Tramonte, la fonte “Tritone” del Sid (l’allora servizio segreto militare), sta ancora combattendo la sua battaglia per la revisione del processo. Per questo, le storie di Marco Toffaloni e Roberto Zorzi – che sono appunto i due accusati dell’ennesima indagine della Procura di Brescia – potrebbero benissimo essere due note a margine della storia nera d’Italia. Invece, nelle 280mila pagine (mal contate) di atti depositati in altro. C’è la consueta ricerca documentale del “secondo livello” (quello degli uomini incardinati nelle istituzioni italiane) e ci sono nomi e cognomi di ufficiali degli apparati: Sid, Carabinieri, Polizia. Ma c’è, soprattutto, l’indicazione di un inedito terzo livello. Parliamo del Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa – leggi: Nato – il cui cuore sarebbe stato a Palazzo Carli, a Verona, la città di Toffaloni e Zorzi. Qui, con la copertura di generali dei paracadutisti italiani e statunitensi, si sarebbero svolte le riunioni preparatorie di un progetto stragista che avrebbe dovuto sovvertire la democrazia italiana e rinsaldare lo scricchiolante fronte dei regimi del Mediterraneo. Quello che, all’epoca, teneva insieme il Portogallo salazarista, la Grecia dei colonnelli e la Spagna franchista.

D’istinto, lo si direbbe un romanzo fantasy costruito su migliaia di informative, verbali, intercettazioni, pedinamenti e vecchi faldoni, recuperati dalla magistratura negli archivi dei nostri Servizi e in quelli degli Stati Maggiori dei nostri apparati militari e della sicurezza a forza di decreti di esibizione, e in cui si dipana anche la storia di un pugno di ragazzi figli di quel tempo. Con la passione per il calcio, le moto, i giochi da adulti, l’esoterismo. Un mondo popolato da donne bellissime e attori, svastiche e orge, agenti doppi e vendette. Per una vicenda tragica che ha fatto morti prima di quel terribile 28 maggio 1974, e forse continua a farne. Già, perché chi indaga sulla strage di Brescia si è sempre trovato di fronte a due nodi da sciogliere. A due bombe. La prima, esplosa nove giorni prima, alle 3 di notte, falciò un ragazzo di vent’anni in Vespa. Si chiamava Silvio Ferrari, era un neofascista che aveva già commesso attentati e andava a far saltare l’uscio della sede della Cisl. Ma non fece in tempo. Saltò in aria all’imbocco di piazza Mercato. Fatalità, errore umano o trappola? Uno dei migliori amici di Ferrari, Arturo Gussago, finì a processo accusato di strage, e come tutti i coimputati fu assolto. Faceva l’avvocato. Il 24 dicembre, quattro giorni dopo la chiusura di questa inchiesta, un infarto lo ha stroncato. Il supertestimone che ha guidato gli investigatori tra i segreti bresciani e fino al comando Nato di Verona (lo chiameremo “Alfa”, per motivi di sicurezza, e sarà l’unico nome che non faremo) ha fatto tanti nomi di persone coinvolte nella strage.Quello di Gussago è stato l’ultimo, pochi mesi fa…

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qui la seconda parte dell’articolo di Carlo Bonini e Massimo Pisa.

Visti però gli incombenti “ Venti di Guerra” in Ucraina, ci piace aprire questo post con una foto che sintetizza il ruolo della NATO oggi, quella stessa alleanza atlantica che con il proprio comando supremo sembra aver ispirato lo stragismo di Ordine Nuovo in Italia.

(Ucraina: membri del Battaglione Azov espongono la propria bandiera unitamente a quelle nazista e della NATO)

 

A PROPOSITO DI NATO: IL RUOLO DEL COMANDO DI VERONA NELLA STRAGE DI PIAZZA LOGGIA – BORTOCAL

una nuova inchiesta sulla strage porta infatti al comando NATO di Verona: il giovane neofascista Silvio Ferrari, dilaniato da un ordigno che trasportava nella notte il 19 maggio 1974, era un informatore del vicequestore Lamanna della questura di Brescia, e aveva partecipato, assieme a Delfino, a riunioni a Verona a Palazzo Carli, sede del Comando Forze Terrestri Alleate per il Sud Europa, quindi anche con ufficiali americani; lì si sarebbe preparata la strategia stragista.

Carlo Digilio era l’esperto di armi ed esplosivi dell’organizzazione fascista “Ordine nuovo”  che preparò e mise in sicurezza la bomba che poi arrivò a Brescia ed esplose in Piazza Loggia, ma nello stesso tempo era un agente informatore al servizio delle basi nato del Veneto, così come Maurizio Tramonte, condannato per la strage insieme al leader di Ordine Nuovo veneto Carlo Maria Maggi, era un informatore del Sid (servizio segreto militare del tempo) con il nome in codice di “Fonte Tritone”.

“Viene accertato lo stesso meccanismo socio-politico che abbiamo già visto operante anche a Piazza Fontana, cioè gruppi neofascisti che vengono inquadrati da frange istituzionali, militari e non, e ritenuti utilizzabili, utili per compiere quelle operazioni sporche che talvolta sono necessarie al potere“…

da qui

 

 

Chi ha ucciso la pace in 12 mesi di guerra – Barbara Spinelli

Invece di insistere come ebeti su una distinzione del tutto scontata – il 24 febbraio 2022 ci fu un aggressore e un aggredito in Ucraina – converrebbe cominciare a porsi qualche domanda magari scomoda ma utile.

La più ovvia concerne l’opportunità di inviare a Kiev armi sempre più offensive, che troncano ogni trattativa. La risposta a questa domanda è negativa: è ormai evidente che accrescere l’armamento ucraino non genera tregue, ma aumenta il numero di morti e la possibilità di un conflitto nucleare. Per le industrie belliche occidentali è una manna, ma non per i cittadini, né aggrediti ucraini né europei, che pagano il prezzo della guerra.

La seconda domanda riguarda le ragioni del conflitto. Dopo i negoziati con Gorbaciov del 1991 e negli anni che vanno dalla Rivoluzione delle Rose in Georgia nel 2003 a quella Arancione in Ucraina del 2014, è stato fatto tutto il necessario, per rassicurare Mosca che pure aveva sciolto l’Urss aprendosi all’Occidente? Niente affatto, visto che dopo poco tempo l’Occidente decise, per volontà degli Stati Uniti e dell’Est europeo, di espandere la zona di influenza Usa-Nato fino alle porte russe. La menzogna più dura a morire è quella che ritrae Vladimir Putin nelle vesti di zar imperiale. I veri imperiali sono gli occidentali, guidati da Washington. È ormai palese che l’ottocentesca dottrina Monroe (nessuna interferenza è tollerata nelle aree attorno agli Usa) si applica oggi all’Europa sino alle frontiere russe. Non aver capito che tale estensione ha non solo infranto le promesse fatte a Gorbaciov nel ’91, ma ha rappresentato una micidiale provocazione è il peccato originale dell’Occidente. Mosca è l’aggressore e Kiev l’aggredito, ma questo non implica che la guerra fosse “non-provocata” e inevitabile.

Terza domanda, legata alla seconda: i giornali europei mainstream hanno fatto abbastanza per capire le radici della guerra cominciata nel 2014 in Donbass, ben prima del febbraio 2022? La risposta è no. I media scritti e parlati non fanno il loro mestiere di cani da guardia. Non sono al servizio dei cittadini-lettori, ma degli interessi geostrategici Nato. Esercitandosi in censura e autocensura giungono sino ad accusare di disinformazione uno dei massimi giornalisti occidentali – Seymour Hersh, premio Pulitzer, noto per aver rivelato la strage di My Lay del 1968, i retroscena dell’assassinio nel 2011 di Bin Laden, le torture nelle carceri di Abu Ghraib nella guerra in Iraq – che l’8 febbraio ha svelato con dovizia di fonti gli autori – governo Usa, aiutato da Norvegia e Svezia – del sabotaggio che nel giugno scorso ha distrutto i due gasdotti Nord Stream.

Fu un atto di guerra preparato molti mesi prima del 24 febbraio ’22, e scatenato non solo contro Mosca, ma anche contro la Germania e contro i rapporti energetici Europa-Russia (uno degli obiettivi è facilitare la dipendenza Ue dal gas liquefatto Usa).

Le rivelazioni sono occultate non solo da giornali e Tv, ma anche da Facebook, dove la notizia viene segnalata come fake news (segnaliamo che il fact checker di Facebook per l’Italia è Open di Enrico Mentana).

Hersh è accusato di nascondere le fonti. Sappiamo che fine farebbero queste ultime, se rivelate: la fine di Snowden e Assange.

La domanda da porsi dentro questa terza domanda è se i cittadini siano pronti a proteste massicce, come fecero per il Vietnam e un po’ per l’Iraq (non per le guerre di Corea o Afghanistan)...

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Adesso Stoltenberg ammette che la guerra in Ucraina è iniziata nel 2014 – Andrea Puccio

Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha detto oggi a Bruxelles che il conflitto tra Ucraina e Russia non è iniziato nel 2022, ma nove anni fa.
“La guerra non è iniziata nel febbraio dell’anno scorso, la guerra è iniziata nel 2014. E dal 2014 che gli alleati della NATO stanno fornendo sostegno all’Ucraina con addestramento e attrezzature, quindi le forze ucraine sono state molto più forti nel 2022 di quanto non fossero nel 2014”, ha detto il capo dell’Alleanza Atlantica prima della riunione dei ministri della difesa del blocco.

Allo stesso tempo, Stoltenberg ha detto che né la Nato né i suoi alleati fanno parte del conflitto, tuttavia, ha notato che continueranno a fornire armi più avanzate e moderne, assicurando che la consegna di carri armati, veicoli da combattimento di fanteria e munizioni sono ora una priorità della NATO.
“Il tipo di sostegno che abbiamo, che stiamo fornendo all’Ucraina, è cambiato e si è evoluto nel tempo. E continuerà a cambiare ed evolversi”, ha aggiunto, riporta RT.

Credo che ogni commento sia superfluo ma la domanda che mi faccio è perché solo adesso, ad un anno dall’inizio dell’operazione speciale in Ucraina da parte della Russia, i vertici della Nato hanno deciso di gettare la maschera e riferire quanto molti di noi dicono da tempo.

Inoltre mi chiedo, dopo aver ascoltato queste parole, come è possibile che i nostri mezzi di informazioni continuino a propagandare la retorica che è stata la Russia ad iniziare il conflitto? Se la guerra è iniziata nel 2014 chi è stato ad iniziarla la Nato o la Russia che si è trovata nella condizione di difendersi?

Aprite gli occhi per favore prima che la spregiudicatezza di questa classe politica non ci porti davvero alla terza guerra mondiale.

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giovedì 7 aprile 2022

Quando gli elefanti combattono è l’erba a soffrire



articoli, video, canzoni e immagini di Toni Capuozzo, Nicoletta Vallorani, Donatella Di Cesare, Vincenzo Costa, Giorgio Bianchi, Andrea Giustini, Ennio Remondino, Tonio Dell’Olio, Eve Ottenberg, Fabrizio Poggi, Pepe Escobar, Diana Johnstone, Andrea Siccardo, Bái Qiú’ēn, Gruppo Abele, Francesca Donato, Alessandro Marescotti, Anna Ferruzzo, Peppe Sini, Nunzio D’Erme, Vauro, Rosy Bindi, Gianandrea Gaiani, Fabrizio Verde, Eugenio Bennato, Eugenio Finardi, con un piccolo dialogo fra due persone (angosciate) “qualunque”.


Le armi? sono dell’USB – Francesco Masala

I padroni dei padroni del New York Times sono giustamente incazzati per la storia di Bucha, non si possono ricreare al computer le foto satellitari e dimenticare di mettere la neve, se ne accorgono tutti;

E poi si sono lamentati con Zelensky, dicendo che quei nastri bianchi messi ai polsi e alle braccia dei morti in strada da settimane dovevano sporcarli un po’, sembrano appena usciti dalla lavatrice, ma se li toglievano era meglio (non sono per solidarietà con quei rompipalle di Emergency, sono un segnale di amicizia con i russi, lo sanno anche le pietre); “se è un problema di soldi, per avere maestranze più qualificate ti aumentiamo il budget, non è un problema, e non parliamo della messa in scena dei cadaveri, sembra li abbiano messi degli arredatori d’interni, non degli assassini che non hanno fatto le scuole per geometri, distanze sempre uguali, allineati perfettamente lungo i marciapiedi, che figura di merda ci hai fatto fare, ci hanno creduto solo quei minus habens di europei nostri alleati”, gli hanno detto

Intanto, in Italia, fra tutte le armi che girano pare sia avanzata una pistola che, perchè niente vada sprecato, è stata portata in una sede del sindacato USB; sembra che qualche altro sindacato si sia offeso per non essere stato scelto.

Pare che al Ministero della Verità (in via della Riconciliazione stesso piano, appartamento affianco al Ministero della Guerra), a causa di quel papa che non si fa i fatti suoi, faranno cambiare in tutti i libri (e nei siti internet, naturalmente) il proverbio Scherza coi fanti, ma lascia stare i Santi in Scherza coi santi, ma lascia stare i Fanti .


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martedì 5 aprile 2022

La guerra in corso e le spoglie degli imperi

articoli, video, musica e disegni di Gian Luigi Deiana, Michele Santoro, Toni Capuozzo, PeaceLink, Matteo Saudino, Benigno Moi, Oreste Pivetta, Notav, Fabrizio Verde, Marco Tarquinio, Lorenzo Guadagnucci, Laura Ru, Massimiliano Fortuna, Dmitri Makarov, Mary Kaldor, MIR Italia, Patrick Boylan, Yurii Sheliazhenko, Aldo Bonomi, Loris, Francesco Masala, Tiziana Barillà, Raul Mordenti, Franco Cardini, Raffaele Barbiero, Antonio Li Gobbi, Pierluigi Fagan, Antonia Sani, Teri Volini, Enzo Jannacci, Stefano Massini, Dmitri Kovalevich



Quando cadono gli imperi – Francesco Masala

 

il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo che dietro al romanzo che dietro questi due ettogrammmi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante , un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto…

Carlo Emilio Gadda (citato da Carla Benedetti, in Disumane lettere, 2011)

 

gli stregoni, quelli veri (non gli apprendisti che poi mettono tutto a posto, come racconta Walt Disney), i colonialisti e i terroristi  si stupiscono se non esiste l’unanimità di tutto il mondo per la condanna dell’invasione della Russia di Putin.

è giusto e necessario commuoversi e aiutare i profughi, tutti i profughi, di tutto il mondo (scusate se la butto in politica), ma è anche giusto capire perchè accadono le cose, tutto ha un motivo, la pioggia, i terremoti, le guerre.

quando cadono gli imperi i colonialisti e i terroristi (come dice anche Noam Chomsy) godono e tutti gli altri, la maggior parte dell’umanità, ne soffriranno per generazioni.

è necessario che gli imperi cadano, quando è il momento, ma la cosa più importante è come cadono.

è come per i palazzi, quando esplodono è meglio che ci sia un’esplosione controllata, no?

ormai si può fare tutto quello che si vuole, tranne che controllare il disfacimento degli imperi, non si vuole colà dove si puote.

i colonialisti e i terroristi sono onnipotenti, ma fanno finta di essere innocenti.

faccio qualche esempio.

per non andare troppo indietro nel tempo ricordiamo la caduta dell’impero ottomano, ancora oggi i confini degli stati sono disegnati col righello, la spartizione dei territori dell’ex impero da parte dei colonialisti ha effetti ancora dopo un secolo, e per un secolo infiniti lutti hanno dovuto subire gli abitanti di quei territori ;

ricordiamo la caduta degli imperi colonialisti europei in Africa, con confini di stati decisi a tavolino nel secolo precedente, senza pensare allle popolazioni e ai gruppi etniciche vivevano in quei territori, in quella caduta rovinosa per gli imperi colonialisti, qualche stato europeo si è impegnato per una vera indipendenza, forse i francesi, forse i belgi, forse gli inglesi (qualcuno crede che Patrice Lumumba e Thomas Sankara si siano suicidati)?.

arriviamo alla caduta dell’impero sovietico, i colonialisti e i terroristi hanno goduto come non mai.

era necessario che le repubbliche ex-sovietiche restassero com’erano, o i geni stregoni Usa ed europei, molto attivi adesso nella fornitura di armi perché crepino più persone possibili in Ucraina, avrebbero dovuto ridisegnare i confini in maniera ragionevole econcordata prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica?

l’Unione Sovietica era all’angolo, a terra, confusa, i geni stregoni le erano sopra, lucidi e feroci, ma anche ebbri di pre-potenza, sperando solo di rubare le immense risorse del sottosuolo ex sovietico.

col senno di poi, ma anche col senno di allora, cosa si poteva fare?

esattamente quello che non si è fatto durante le manifestazioni a Genova nel 2001, non lasciare vie di fuga, una cosa che non si deve fare nella gestione una dimostrazione.

è stata una scelta, non un caso, niente vie di fuga ai dimostranti (il NEMICO), niente vie di fuga alla Russia (il NEMICO).

gli avversari si contrastano, si combattono, il NEMICO si annienta (gli amici erano i black block allora, i black nazisti oggi, a libro paga di qualcuno), individuare un nemico fa sembrare di essere nel giusto, a chi ci crede.

ecco quello che si poteva fare, per lasciare una via di fuga alla Russia.

la Russia ha un’importante flotta militare, tre basi navali per la flotta, in Crimea, in Siria, a Kaliningrad,

occorreva lasciare un accesso al mare alla Russia, che poi la Crimea se l’ha presa, dopo un referendum, e nel Donbass, e nelle zone del sud dell’Ucraina, con molti russofoni, occorreva la concessione di un’ampia autonomia, modello Alto Adige, poteva essere una via di fuga, ma se il NEMICO si vuole abbattere si aspetta la guerra, tutto è lecito.

se qualcuno viene chiuso in gabbia. o si rassegna, e viene chiuso in silenzio, o reagisce, come è successo all’orso russo, e se vicino ci sono i civili ucraini o i soldati ucraini o i nazisti, veri e presunti, è stata sua la colpa, non di chi l’ha rinchiuso.

domani toccherà (di nuovo) alla Siria, poi alla Georgia, poi a Kaliningrad (è già tutto previsto nei piani?).

poi creperà qualcuno, molti, sempre troppi, uccisi dai buoni, come a Raqqa*, ma chi se ne frega, mentre all’ospedale di Mariupol, teatro di una strage, dicono i giornali e le tv, non è morto nessun bambino e nessuna mamma, non dicono i giornali e le tv (qui )

 

se non l’avete ancora fatto provate ad ascoltare qui quello che Zelensky non ha mai detto, ma se l’avesse fatto l’avrebbe fatto diventare uno statista responsabile, dopo anni nei panni di presidente attore sbruffone.

 

quello che non ascolterete, neanche per scherzo, è il discorso di Draghi che annuncia che il momento è grave e tutti gli stipendi ed emolumenti vari oltre i 100000 euro annui pagati in Italia, verranno dimezzati con effetto immediato, come contributo necessario allo sforzo bellico della nazione (con quello che resta nessuno di loro farà la fame) .

 

 

*(Un rapporto del Pentagono riconosce che l’aeronautica USA ha distrutto, nel 2017, l’80% delle case della città di Raqqa, durante i bombardamenti per sloggiare l’Isis dal suo capoluogo. “Non è stato fatto il necessario per evitare la distruzione della città e l’uccisione di civili”, ammette il rapporto. Tra il 6 e il 30 ottobre 2017, sono morti sotto i bombardamenti aerei e dell’artiglieria USA 1600 civili. Tra le costruzioni colpite vi erano 8 ospedali, 29 moschee, 45 scuole. Un’ammissione in ritardo dei crimini di guerra dei comandi militari di Washington, coperti mediaticamente allora con la lotta contro il terrorismo jihadista, qui)


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sabato 15 gennaio 2022

L'ordine è tornato in Kazakistan

 

Kazakistan, il cuore del 'Triangolo Geopolitico' nel mirino della destabilizzazione occidentale - Fabrizio Verde

In seguito della richiesta del presidente Tokayev i paesi componenti l’Organizzazione del trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) hanno inviato un contingente di pace che sarà guidato dalla Russia. I paesi si sono mossi in maniera molto celere affinché il Kazakistan non sprofondasse in un caos irrecuperabile.

In Kazakistan le proteste sono infatti partite contro l’aumento delle tariffe del gas, in particolare il GPL utilizzato per alimentare le automobili, ma ben presto hanno preso tutt’altra direzione con rivendicazioni squisitamente politiche rivolte a far collassare il paese e allontanarlo dalla sua collocazione attuale. Una Maidan ucraina in salsa kazaka.

Uno scenario ovviamente auspicato dall’occidente che così avrebbe potuto completare il suo accerchiamento alla Russia che condivide una frontiera di oltre 7 mila chilometri con il Kazakistan e piazzare un elemento di instabilità tra Mosca e Pechino.

Il Kazakistan, inoltre, è un paese centrale a livello geostrategico e geopolitico. Il paese è infatti al centro del ‘Triangolo geopolitico Caucaso-Asia centrale-Asia meridionale’, dunque nel bel mezzo del terreno di scontro nella lotta per ‘egemonia tra Oriente e Occidente.

Con le sue dimensioni geografiche, la sua struttura demografica con diverse comunità etniche e religiose, e la sua struttura di leadership esperta e visionaria, il Kazakistan appare come una significativa "sintesi" sia per l'Est che per l'Ovest. Quindi un paese conteso.

Situato nel centro dell'Eurasia, che tutte le teorie geopolitiche definiscono come il cuore della terra (Heartland), il Kazakistan si trova in una posizione vitale nella politica di espansione a sud della Russia, ed è una delle principali vie preferite nella strategia cinese di apertura all'Occidente nel quadro dell'iniziativa Belt-Road, ossia la Nuova Via della Seta. Il Kazakistan, insomma, è un territorio di transito che permette ai paesi dell'Asia centrale di stabilire relazioni con Mosca e Pechino. Questa situazione fa del Kazakistan un attore chiave per la Russia, la Cina e i paesi dell'Asia centrale.

Non bisogna trascurare che la linea ferroviaria Mazar-i-Sharif-Kabil-Peshawar, prevista con l'Asia del Sud attraverso l'Uzbekistan, renderà Nur-Sultan ancora più prezioso soprattutto dal punto di vista geografico. Vale anche la pena ricordare che alcuni del Kazakistan, come Aktau (una delle città dove le proteste hanno avuto inizio) e Kuryk, situati nel Mar Caspio, collegano l'Asia centrale al mondo occidentale attraverso le rotte dell'Azerbaigian, della Georgia e della Turchia.

In breve, la posizione geopolitica del Kazakistan rende questo paese un ponte tra il nord-sud e l'est-ovest; la politica estera multidimensionale seguita del presidente fondatore del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev, ha permesso a Nur-Sultan di diventare un attore importante.

Il Kazakistan è anche un paese che si muove attivamente per stabilire la pace e la stabilità regionale. Il presidente Tokayev, che ha una significativa esperienza diplomatica, è consapevole che la pace e la stabilità in Asia centrale è nell'interesse del continente asiatico, della Russia e della Cina.

Durante il conflitto tra Kirghizistan e Tagikistan, la politica del Kazakistan volta a ridurre la tensione lo ha confermato ancora una volta.

Una delle questioni legate alla sicurezza regionale è il Corridoio Transcaspico, che è collegato al Corridoio Centrale. Il suddetto corridoio attira l'attenzione come una nuova e potente alternativa che si estende dalla Cina (e anche dall'Asia meridionale nel processo) all'Europa. Nella situazione attuale, non si può dire che le rotte marittime siano abbastanza sicure per l'amministrazione di Pechino. In particolare, la crescente influenza degli Stati Uniti nel Pacifico, i problemi su Taiwan e la visibile competizione nell'Artico stanno portando Pechino verso i corridoi terrestri, che rappresentano una via più sicura. Inoltre, la Cina è preoccupata dall’instabilità dell'Afghanistan per raggiungere l'Occidente via terra. Per questo motivo, il corridoio transcaspico sembra essere la rotta più sicura per Pechino.

Dunque destabilizzare il Kazakistan creerebbe grossi grattacapi a Cina e Russia andando a intaccare i loro interessi più diretti in una regione cruciale che l’Occidente prova in ogni modo a tenere nell’instabilità anche a costo di portare guerre, lutti e sofferenze.

Con una regione stabile e sicura invece, essendo questa una via di transito e collegata al Caucaso, potrebbe esserci un impatto significativo sulla ripresa delle economie degli Stati della regione. Quindi un significativo aumento del loro tenore di vita. Questo effetto positivo permetterebbe probabilmente di trasformare l'Asia centrale e la regione del Caspio in una geografia di pace e di amicizia. Pertanto, gli sviluppi da sperimentare coincidono con gli interessi della Russia, che ha bisogno di un'Asia centrale sicura per mantenere le sue relazioni con la regione in modo sano e per aprirsi all'Asia meridionale.

La situazione in Kazakistan preoccupa anche la Cina. Data la breve distanza tra Almaty e la regione cinese dello Xinjiang, la Cina aumenterà i controlli alle frontiere, hanno fatto sapere da Pechino, evidenziando però al contempo che l'attuale situazione in Kazakistan è ancora controllabile.

Cina e Kazakistan hanno mantenuto strette relazioni con un fiorente commercio bilaterale negli ultimi anni.

Le attuali proteste in Kazakistan hanno anche suscitato preoccupazioni per il trasporto di petrolio e gas in Cina. Tuttavia, le imprese cinesi e alcuni addetti ai lavori contattati dal quotidiano cinese Global Times hanno affermato che i disordini non avranno un grande impatto poiché il trasporto di petrolio e gas è tecnicamente affidabile. Le aziende cinesi locali hanno affermato di essere preparate e anche il governo del Kazakistan ha fatto sapere che adotterà le misure necessarie a garantire la sicurezza.

Una compagnia energetica cinese ha anche affermato che i suoi progetti di esplorazione petrolifera si trovano lontano dalle grandi città e quindi non sono stati interessati per il momento, mentre le imprese locali operano tutte normalmente.

"Non stiamo pensando di ritirarci dal Kazakistan, perché è una parte molto importante del nostro mercato. La stragrande maggioranza dei nostri dipendenti è locale", ha detto la società al Global Times a condizione di anonimato.

La situazione in Kazakistan avrà inevitabilmente un impatto sul trasporto di petrolio e gas, ma nel complesso le operazioni continueranno a essere normali, ha affermato al Global Times, Yang Jin, ricercatore associato presso l'Istituto di studi russi, dell'Europa orientale e dell'Asia centrale presso l'Accademia cinese di Scienze sociali.

"Il gasdotto Cina-Asia centrale riguarda i principali interessi nazionali del Kazakistan ed è un’ancora di salvezza economica. Pertanto, anche in caso di disordini interni temporanei, questi non influiranno sulla sicurezza”, ha affermato Yang.

Il Kazakistan, poi, è un pezzo importante della Belt and Road Initiative: consente l'accesso attraverso l'Eurasia alle nazioni del Caspio e all'Europa attraverso la Russia e la Turchia, riducendo al minimo i controlli alle frontiere nazionali e massimizzando la connettività ferroviaria. Il Kazakistan è un paese che si presta ad avere ferrovie con chilometri e chilometri di binari da est a ovest. Quella connettività, che risale ai tempi dell'antica via della seta, ha anche aiutato il Kazakistan a sviluppare un'integrazione più contemporanea tra Oriente e Occidente rispetto ai suoi vicini meridionali più inaccessibili, che sono più tradizionali e conservatori.

L'economia kazaka è la più grande dell'Asia centrale e la sua posizione è fondamentale per la BRI. Nonostante permangano alcune lacune, l0infrastruttura del paese è la più sviluppata della regione. Mentre il completamento dei progetti di trasporto BRI ridurrà i tempi di spedizione kazaki e aumenterà gli IDE, le esportazioni non petrolifere e il PIL. Tre delle rotte BRI passano attraverso città kazake; due rotte collegano l'Europa mentre la terza transita attraverso l'Uzbekistan e il Turkmenistan per collegarsi all'Iran e all'Asia occidentale, nonché all'India utilizzando i porti iraniani.

Dunque, dato il il suo grande territorio e la sua posizione geopolitica, il Kazakistan è un paese importante in Asia centrale, e sia la Russia che gli Stati Uniti stanno facendo sforzi per attirarlo dalla loro parte. Il Kazakistan ha cercato di mantenere un delicato equilibrio tra i due paesi per i propri interessi, ma una simile posizione è divenuta insostenibile con il deterioramento delle relazioni USA-Russia, come sostiene il professor Zhu Yongbiao del Centro di ricerca per la Belt and Road dell'Università di Lanzhou.

Anche la strategia degli Stati Uniti in Asia centrale è cambiata. In precedenza, durante l'occupazione dell'Afghanistan, gli Stati Uniti avevano trattato l'Asia centrale come base logistica e di trasferimento per i loro militari in Afghanistan, e l'obiettivo di realizzare riforme democratiche in questa regione non era così importante. Ma dopo il ritiro dall’Afghanistan lo scenario è cambiato. Adesso gli Stati Uniti spingono molto sulla destabilizzazione utilizzando il pretesto delle riforme democratiche.

A indicarlo chiaramente è l’inequivocabile ruolo del National Endowment for Democracy (NED), una fondazione finanziata dal governo degli Stati Uniti. La NED ha versato ben 1,08 milioni di dollari in Kazakistan per finanziare progetti su notizie e commenti indipendenti e sulla difesa dei diritti umani. Per esempio, 50.000 dollari di questo denaro erano stati usati per promuovere "la libertà di riunione pacifica in Kazakistan”, evidenzia il Global Times.

Come abbiamo visto il Kazakistan è senza dubbio alcuno dei più importanti attori per la cooperazione, la pace e la stabilità in Asia centrale, nel Caucaso e nel Mar Caspio in un momento di crescente tensione nella politica mondiale. Il cuore del "Triangolo geopolitico", può essere testimone di molti sviluppi diversi nel prossimo periodo, proprio per questo la CSTO è intervenuta subito su richiesta di Nur-Sultan. La posta in gioco è troppo alta e il paese non poteva sprofondare nel caos.

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