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martedì 27 luglio 2021

Tribù indiane, capitale, proletari nella storia del Nord America - Giorgio Stern

Prima di tutto Giorgio Stern ci ricorda che non c’è mai stata “la scoperta dell’America”, ma “l’invasione europea delle Americhe”, e le parole sono importanti, importantissime.

 

Bartolomè de Las Casas parlava, nel 1543, di 15 milioni di nativi assassinati; nel Messico centrale, da 25 milioni di abitanti nel 1519 ne era rimasto un milione alla fine del secolo, mentre in quel territorio chiamato ora Usa i nativi (quelli che sono stati chiamati indiani, per il destino strano e ignorante per il quale se quel continente era l’India, allora gli abitanti erano indiani) passarono in trecento anni (dal 1500 all’inizio del 1800) da 16 milioni a seicentomila. (p.20).

 

E, siccome le parole sono importanti, a questi numeri possiamo dare a quei numeri il nome di incidenti di percorso nella convivenza dei “selvaggi” americani con i “civili” europei, oppure sistematico sterminio, genocidio, olocausto (a scelta).

 

La differenza fondamentale fra i “selvaggi” americani e i “civili” europei era in sostanza economica, per i “selvaggi” tutto il territorio e le sue risorse erano beni comuni, che non si potevano comprare e vendere, per i “civili” europei tutto era da accatastare, da rubare, da uccidere (quello che non si poteva rubare), lo sterminio dei bisonti, perseguito scientemente, era un modo per sottrarre ai nativi le risorse vitali per la sopravvivenza, insieme al furto delle terre.

 

In tutte le grandi crescite economiche, l’accumulazione originaria* (ne parla un certo Karl Marx, che di economia e di storia dell’economia un po’ ne sapeva) aveva bisogno di grandi spazi e di manodopera a prezzi stracciati.

Le grandi compagnie ferroviarie si appropriavano degli spazi necessari, chiunque li abitasse e li vivesse, e anche le miniere (si parla quelle di carbone, non dei cercatori d’oro) avevano bisogno, come le ferrovie, di manodopera obbediente**. Per questo nel libro (come indica il titolo) appaiono insieme indiani e lavoratori, e i soldati che combattevano nativi e lavoratori erano gli stessi (assassini in uniforme, sicari di mandanti intoccabili).


Quello che noi sappiamo di indiani e minatori (tutta brutta gente, antiamericani di sicuro) ce lo ha raccontato il cinema, veicolo di propaganda (e di conoscenza, falsa) principe del secolo breve. Tutti hanno conosciuto le cose, e solo quelle, che la propaganda del cinema faceva passare (per esempio che lo scalpo è una terribile pratica degli indiani***), fino a quando qualcuno ha cominciato a usare (anche) il cinema per cambiare la narrazione. Ed è sempre il Potere che ha la narrazione, è difficile cambiarla, anche al cinema. E quando il tarlo della verità arriva al grande pubblico, prima ignorante e manipolato, gli stermini sono stati già compiuti.

 

Giorgio Stern fa poi il paragone con la Palestina, senza parole, bastano le carte geografiche (a p.162), c’è una continua sottrazione di territori, ci sono i coloni, in entrambi i casi i media, embedded o solo pigri (e quindi disonesti), hanno parlato sempre di guerra, fra i nativi americani e palestinesi, e i coloni e i loro rappresentanti politici, quando in realtà i nativi sono stati e ancora sono costretti a una lotta di Resistenza, che si paga troppo spesso con la galera.

 

Naturalmente nel libro leggerete, tra l’altro, di Custer, di Little Bighorn, di Leonard Peltier, di Wounded Knee, dell’American Indian Movement, e dei trattati troppo spesso truffaldini.


(“Nel 1973 portai a Trieste Vernon Bellecourt, esponente di punta dell’American Indian Movement. Assieme a il manifesto e Lotta Continua organizzammo, un lunedì 28 maggio, una manifestazione che si rivelò al calor bianco. Il libro appena uscito per le edizioni Zambon è dedicato a questo militante combattente antimperialista”, scrive Giorgio Stern)

Buona, imperdibile, lettura

 

 

* da qui

** obbedienti non lo erano, i nativi, lo sfruttamento schiavistico era impossibile, lo sterminio fu la scelta.

***  a proposito degli scalpihttps://it.abcdef.wiki/wiki/Scalping


 

Ps: 

Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.

da qui

 

 

scrive Giorgio Stern:

Nel 1976 ero ospite nella “riserva” degli Cheyenne del Nord, nel Montana, per assistere al pow wow annuale della tribù, quando un violento temporale abbatté la mia minuscola tendina da campeggio ed un indiano mi ospitò nel suo tipii. Davanti al fuoco che asciugava l’umidità gli raccontavo di aver visitato al mattino un chiosco di creazioni artigianali dove un’anziana della tribù aveva insistito nel mostrarmi un libro, e siccome io non parlavo la sua lingua e lei non parlava inglese, quando me lo mise in mano mi accorsi che era una “bibbia” tradotta in cheyenne. Ero molto sorpreso perché fino a qualche anno prima gli indiani avevano le “lingue tagliate”, era loro proibito adoperare o esprimersi pubblicamente nel loro idioma, mentre ora, dieci anni dopo, c’era una “bibbia”, o una sua sintesi, tradotta in cheyenne. L’uomo aspettò che finissi poi, sorridendo, rispose, …vedi è sempre stato così, prima noi avevamo la terra e loro la bibbia, poi loro hanno preso la terra e a noi hanno lasciato la bibbia. Un libro da leggere per riuscire a comprendere la storia dal punto di vista degli “altri”, per vincere i nostri pregiudizi e distruggere alcune delle nostre certezze “hollywoodiane” più radicate. Lo sapevate che la barbara usanza del “taglio dello scalpo” è stata introdotta dalle autorità nordamericane che, prima di pagare il “giusto compenso” pretendevano la prova dell’avvenuta eliminazione fisica dei “selvaggi”?

da qui

 

 

Viaggiando negli sconfinati territori nordamericani si va per regioni disabitate dove un tempo erano popoli dalla secolare esistenza ed è difficile capire perché quella gente ne sia stata scacciata e sterminata. Seppur nella perversa logica di aprire il loro spazi vitali, l’invasione dei bianchi ha edificato la sua nazione con centri e città sulle due opposte coste di quel paese scrivendone la controversa storia, ma rimane incomprensibile lo sterminio di quei popoli dalle foreste del nord ovest alle grandi pianure e i deserti meridionali ove di quella pretesa nuova civiltà si trova poco. Eppure in un pugno di decenni sono stati sterminati confinando i sopravvissuti in anguste e miserabili riserve solo per cacciarne i bisonti e commerciarne le pelli mentre per quella gente erano vita, tracciare piste di coloni e poi ferrovie verso l’ovest, inseguire l’effimero miraggio di corse all’ oro e invadere terre nell’ epopea dei pionieri celebrati nel il mito del Far West che per gli indiani fu solo sangue e lacrime. Dal nord alle Grandi Pianure fino agli aridi territori meridionali cercarono di resistere valorosamente all’ incontenibile, devastante e sanguinaria avanzata di pionieri, coloni e avventurieri d’ ogni risma protetti dall’ esercito della grande democrazia statunitense decisa a farne genocidio. Quella stessa che ha fondato parte la sua storia con gli orrori della Schiavitù dei neri e ha scritto il suo più nefando capitolo nei territori di quel Far West che ha celebrato come mito mentre ne ha consumato lo spaventoso Genocidio indiano

https://www.travelgeo.org/genocidio-indiani-d-america/

 

 

…Questa politica delle concessioni simboliche è la norma tra le élite progressiste: quante volte avete visto avvertenze con le quali una particolare istituzione o individuo ammette di trovarsi su un territorio “non concesso” dai popoli autoctoni, cioè sottratto? Eppure quanti sarebbero disposti a rinunciare a quel terreno o ai redditi derivanti dalle istituzioni che occupano quella terra?

La realtà è che raddrizzare un’ingiustizia storica come quella affrontata dai popoli indigeni del Canada è un argomento complesso, e non ci sono risposte facili. Ed è altrettanto vero che, se ogni terreno rivendicato fosse effettivamente restituito, il Canada come lo conosciamo cesserebbe di esistere. È il caso di tutti i paesi del mondo in cui i coloni invadono e poi si impadroniscono della terra dei popoli nativi, i quali finiscono per diventare una piccola sottoclasse emarginata.

Gli indigeni canadesi rappresentano solo il 5 per cento della popolazione. La cruda verità è che non hanno un peso elettorale, a differenza di altri gruppi minoritari. Ecco perché Trudeau o chi dovesse sostituirlo può accontentarsi di una politica di concessioni simboliche, sapendo bene che, semplicemente, non esiste la pressione politica necessaria ad affrontare in modo significativo la situazione.

https://www.internazionale.it/opinione/rupa-subramanya/2021/06/10/canada-indigeni-discriminazioni

 

 

si può tracciare un filo rosso, che lega i nativi americani al Congo del serial killer belga Leopoldo, che pagava gli assassini dei nativi alla consegna, non dello scalpo, ma delle mani.

 

https://it.aleteia.org/2017/07/27/violenza-europei-congo-colonialismo/

https://www.peacelink.it/kimbau/a/10354.html

https://www.storicang.it/a/tragedia-congo-belga_14624

 

o anche ad Haiti, che i civili francesi, quelli della “Liberté, Égalité, Fraternité”, costrinsero alla fame tutti gli haitiani, per secoli, per l’offesa di non voler essere più colonia della Francia rivoluzionaria.

 

https://www.vocidallastrada.org/2017/11/haiti-dalla-tratta-al-debito.html

http://znetitaly.altervista.org/art/23652

https://www.kenyavacanze.org/africa-ultime-notizie/le-stragi-del-colonialismo-in-africa/


Alcuni versi di Fabio Pusterla:


Sono andati di fretta
nessuno li ha salutati
nessuno li rammenta
nessuno li ha guardati.
Adesso sono scomparsi
persi nel nulla estinti.
Le stelle si sono spente
nel cielo dei vinti.

da qui


mercoledì 15 luglio 2020

Ludwig Hohl



Sul guardare e il rabbrividire - Piero Zanini


1. ETIMOLOGIA. Sfogliando quel libro inesauribile che è Note, o della riconciliazione non prematura (1944-54), dello scrittore svizzero di lingua tedesca Ludwig Hohl, per esempio nella sua ultima sezione, la XII, intitolata Immagine (Spirito – Mondo  Riconciliazione – Il reale), alla nota 45 si legge questo: 

Sarebbe bello se il guardare [schauen] e il rabbrividire [erschauern] fossero legati dall’etimologia.

2. Poche pagine prima, Hohl scrive: “È impressionante, quello che noi tutti non vediamo” [nota 25]. E, ancora, qualche nota dopo: “Guardare in realtà è tutto; sapere sempre induce in errore (questo è il sapere che pretende durare; il sapere più alto può durare solo un istante, soltanto l’istante in cui esso sorge è contenuto nel guardare). [...] La nostra sola possibilità è di guardare.” [nota 34]. Per poi aggiungere: “Gli uomini non vogliono vedere – solo ciecamente andare al di là di tutto – quando la legge stessa della vita è la visione.” [nota 46].

2bis. (In una fotografia che ritrae Ludwig Hohl nello scantinato in cui abitava a Ginevra, si vedono dei fili tirati lungo una parete e attraverso la stanza, da un muro all’altro, sopra il tavolo dove lavorava e dove mangiava. Su questi fili lo scrittore era solito appendere con delle mollette decine e decine di foglietti scritti a mano, pagine di giornale, ritagli, fotografie, cartoline... che riflettono bene due dei principi che lo guidavano nel suo lavoro, quello della selezione e quello della connessione).

3. Il guardare, dunque, e il rabbrividire. Ma potremmo anche chiederci: guardare è rabbrividire?

4. Vorrei provare a prendere sul serio e a esplorare, per quanto brevemente e per accenni, questa ipotesi: che tra il guardare e il rabbrividire esista una relazione, e grazie ad essa qualcosa di significativo appaia. Voglio dire: per quanto inatteso e fragile possa presentarsi, è proprio grazie alla possibile parentela etimologica tra questi due termini immaginata e auspicata da Hohl che qualcosa di rilevante emerge. L’etimologia, qui, non è più soltanto quel sapere che ricerca la radice, la forma originaria (intima?), da cui una parola, o un insieme di parole, ha preso forma. No, in questo caso l’etimologia agisce piuttosto come sintomo. Indica una possibile manifestazione. Rileva di quello che Hohl avrebbe chiamato un “incidente significativo” della percezione.

5. SORPRESA. In una conferenza tenuta alcuni anni fa a Edimburgo, e intitolata “The quickening of the unknown” (The Munro Lecture, 2013), l’antropologa Jane I. Guyer prende spunto da questa citazione tratta dallo scrittore e poeta nigeriano Ben Okri per delineare quella che chiama un’epistemologia della sorpresa (in antropologia, ma non solo). Che tipo di conoscenza è questa? Empirica. Nella sorpresa uno spazio si apre, e nello spiraglio qualcosa traspare. Incerto. Sfuocato. Sospeso. Siamo presi alla sprovvista, quindi senza alcuna preparazione, da un’irruzione (un dono?) che ci chiede prima di tutto di accettare – per quanto inusuale e disorientante possa risultare – il palpito di qualcosa “non ancora conosciuto”. (L’esperienza a cui rinvia il termine “quickening” è infatti quella in cui la madre, nel corso della gravidanza, percepisce per la prima volta i movimenti del feto). 

6. La sorpresa, quindi, come il momento in cui “l’ignoto dichiara se stesso”, ci dice la Guyer. Un istante prima che il pensiero, in un certo senso, provi ad assestarlo. Ma prima che questo accada, noi – balbettanti – siamo posti nella condizione di riconoscere in questa dichiarazione una corrispondenza, delle relazioni, per quanto inconsuete. Qualcosa che ci riguarda, perché improvvisamente ci chiede attenzione. Potremmo anche dire: ci riguarda proprio perché un’attenzione prende corpo. Il nostro. E tra il guardare e il rabbrividire un legame emerge.

7. CRONACA. Nel suo L’imitatore di voci (Adelphi), in un capitoletto intitolato Bella vista, Thomas Bernhard rende conto – obiettivamente – di questo fatto:

Sul Grossglockner, dopo un’ascensione di parecchie ore, due professori amici tra loro dell’Università di Göttingen, che erano alloggiati a Heiligenblut, avevano raggiunto lo spiazzo antistante il cannocchiale installato sopra il ghiacciaio. Per quanto fossero scettici, non appena ebbero messo piede nel punto in cui era installato il cannocchiale, non avevano logicamente potuto resistere alla bellezza senza pari di quelle montagne, come del resto si erano detti più volte tra loro, e ciascuno dei due aveva insistito perché l’altro guardasse per primo dal cannocchiale in modo da risparmiarsi l’accusa dell’altro di essersi precipitato sul cannocchiale. Alla fine i due erano riusciti a mettersi d’accordo, e il più anziano, il più colto e logicamente anche il più gentile dei due era stato il primo a guardare dal cannocchiale rimanendo soggiogato da quello che aveva visto. Quando però era toccato al suo collega avvicinarsi al cannocchiale, costui, gettato appena uno sguardo attraverso il cannocchiale, aveva lanciato un urlo lacerante ed era stramazzato morto al suolo. Logicamente l’amico superstite dell’uomo perito in maniera così singolare si domanda ancora oggi che cosa effettivamente abbia visto il suo collega nel cannocchiale, non potendo certo trattarsi della stessa cosa.


8. Guardare. Rabbrividire. Cosa accade su quello spiazzo sovrastante il ghiacciaio? Che relazione si instaura tra noi e il mondo? Per quanto scettici, per i due amici professori tutto sembra iniziare sul piano estetico, della contemplazione: come resistere di fronte alla riconosciuta e iconica “bellezza senza pari di quelle montagne”? Una volta accordatisi tra loro, ognuno vede – “logicamente” – cose diverse, certo. A tal punto diverse. (Seppure, in apparenza, a partire da uno stesso punto di vista). Poi, però, le cose cambiano. La distanza che separava uno di loro dall’oggetto del guardare, scompare. Quindi, di cosa effettivamente si tratta, qui?

9. Proviamo a fare un passo a lato. Proviamo a spostare per un momento la nostra attenzione dall’oggetto, dalla forma – la bella vista, il panorama – all’azione, al processo – ossia all’atto stesso del guardare. Il punto allora diventa un altro: non più tanto quello di sapere che cosa si è visto, ma piuttosto di chiedersi cosa implica questo guardare. In altre parole: cosa, letteralmente, comprende il guardare.

10. Guardare. Rabbrividire. Proviamo a riformulare la questione in questa forma: che cosa ci “prende”, bruscamente, quando siamo parte del paesaggio? Che cosa trapela, là dove siamo, tramite questa “presa”? Perché improvvisamente quel mondo – quella bella vista – non è più davanti a noi, ossia altro da noi, ma si sostanzia con noi. Interroga la nostra stessa esistenza, il nostro essere nel mondo, individuale e collettivo. (Per analogia, la morte, in Bernhard, è “l’ambiente” della vita, non la sua fine). Il corpo ne fa esperienza.

10bis. (Sul Brunnenkogel, dopo un’ascensione di pochi minuti, alcuni turisti tra loro sconosciuti, che erano alloggiati in Pitztal, avevano raggiunto la terrazza panoramica sopra il ghiacciaio. Mentre – “soggiogati” – ammiravano la bellezza senza pari di quelle montagne, poche decine di metri più in basso un piccolo gruppo di operai srotolava e stendeva con grande cura sul pendio dei lunghi veli bianchi a coprire parte del ghiacciaio. Sulla scheda tecnica allegata si legge: Poliestere e polipropilene, bianco puro. Disponibile in rotoli di 4.85m di larghezza e 55.00m di lunghezza. Spessore di 3.8mm. Superficie coperta per rotolo: 266.75m2. Descrizione: tessuto non tessuto composito a due strati assemblati. Resiste agli UV, agli choc termici. Attutisce gli effetti degli UV. Riduce lo scioglimento dei ghiacciai, protegge le zone di neve formando un ammortizzatore termico tra l'atmosfera e gli strati sottostanti. Il prodotto non contiene sostanze nocive. Riciclabile per incenerimento.)

11. La vertigine qui è in questo paesaggio di morbide pieghe in mezzo al “grande spettacolo della montagna”. Guardare. Rabbrividire. Viene da chiedersi, come Max Frisch: il piede sulla terra, lo posiamo ancora allo stesso modo? Come se il terreno per tutto ciò, per noi, fosse certo una volta per tutte.

12. TATTO. Paesaggio: là dove un’impressione ha luogo. Per contatto. Tra noi e il mondo. Potremmo dire, anche, quella “soglia dell’essere” (Bachelard) in grado di porci in una condizione particolare per pensare il significato del nostro essere nel mondo. Andrea Zanzotto ne parlava – nel Ritratto che ne hanno fatto C. Mazzacurati e M. Paolini (Edizioni dell’immagine) – precisamente nei termini di “una grande offerta, un immenso donativo”, ampio quanto il nostro stesso orizzonte e necessario “come il respiro stesso della presenza della psiche, che imploderebbe in sé stessa se non avesse questo riscontro”. Qualcosa di vivo e di mutevole, che ci “punge e trapunge e di cui noi siamo una specie di spoletta, che si aggira in mezzo, che cuce... oppure qualcosa che taglia”. Lascia il segno, il paesaggio, si imprime dentro di noi. E riceve i nostri segni, le nostre impronte. Ed è in questo andare e venire che si delinea la complessa trama della nostra esistenza.

13. Il guardare, quindi, e/è il rabbrividire. Toccare il mondo, ma anche essere toccati dal mondo. Se ci pensiamo, non abbiamo un organo specifico per il tatto, come è il caso per gli altri sensi, perché il tatto ci concerne in quanto totalità. Se le cose mi toccano è perché, dal principio, “esse formano una stessa carne con me”, scrive Mikel Dufrenne (L’œil et l’oreille). Poi aggiunge: “essere al mondo, è essere a contatto, cosa tra le cose, che allo stesso tempo tocca ed è toccata. Il tatto, è l’apice della prossimità; e allo stesso tempo ho anche bisogno della contiguità del mondo, perché manifesta al meglio questa reversibilità per la quale la mia carne è innestata sulla carne del mondo: non tocco le cose che per quanto esse mi toccano, e spesso esse prendono l’iniziativa; [...] Le cose non sono allora tangibili che tanto quanto lo sono io: noi siamo della stessa specie. È da questo fondo di co-naturalità che emergo.” 

14. Non tocco le cose che per quanto esse mi toccano. E spesso esse prendono l’iniziativa. Essere toccati allora vuol dire essere coinvolti (travolti?) da qualcosa che comprende la totalità della nostra esistenza. Non si tratta, quindi, di essere toccati da qualche parte. Siamo toccati, punto. Ma anche, siamo toccati perché con il mondo formiamo un “tutto”. E il paesaggio permette di pensarci come parte di questo tutto. Di farcelo “intuire”. Guardare. Rabbrividire. 

14bis. (Una sequenza da un film di Claudio Pazienza, Scènes de chasse au sanglier: una mano si muove a tentoni davanti ai nostri occhi. Toccare. La corteccia di un albero. Il volto di un bambino. Le tende di una finestra. Il padre, morto, sul suo letto. Le mani di una vicina. La porta di casa. Il piede scava nella terra... Una voce che dice: “Tocca ciò che le immagini non ti dicono più”.) 

15. È in questa prossimità e fragilità assoluta che è il paesaggio, come relazione tattile tra noi e il mondo, che sta la nostra possibilità di essere umani. È qui in fondo che l’anomalia da cui siamo partiti può – come si dice nel linguaggio musicale – “risolversi”, e il “guardare” può raggiungere il “rabbrividire” se non proprio sul piano etimologico su quello ben più importante di un’etica concepita, direbbe Levinas, come “evento immediato della sensibilità.”

16. REALE. Scrive ancora Hohl, in un altro dei suoi libri (Tous les hommes presque toujours s’imaginent, Les Éditions de l’Aire): 

Quando un uomo, senza precipitazione, perviene a riconciliarsi, senza precipitazione: voglio dire gli occhi completamente aperti, in piena conoscenza della nostra condizione e della terrificante realtà dei fatti [...], allora vede il reale. Quando le periferie fanno irruzione, è allora che l’uomo vive veramente il reale.







Riflessioni sulla poesia - Fabio Pusterla

Parecchi anni fa, un amico molto misterioso mi ha chiesto se io sarei stato in grado di leggere qualche pagina in tedesco. Gli ho risposto che, con un po' di fatica, potevo provarci. Il giorno dopo, mi ha regalato un libro, che secondo lui mi sarebbe stato utile, e di cui mi invitava a leggere soprattutto un frammento. Anzi, più che un invito o una segnalazione, la sua sembrava una preghiera. Il libro era quello di Ludwig Hohl, Dass fast alles anders ist (pubblicato a Olten nel 1967); il frammento era invece uno dei più famosi di Hohl (ma questo l'avrei scoperto più tardi): Von den hereinbrachenden Rändern ("Dei margini che irrompono"). La tesi di Hohl è notissima, quasi proverbiale: il centro non è il luogo del rinnovamento creativo, che avviene invece, spesso incompreso o deriso, ai margini; il centro è un luogo abitudinario, inerte, arrogante, pago di sé; nell'ombra dei margini, al contrario, un segno sottile, una tensione impercettibile, un'apparizione…, là, dove secondo l'opinione comune, si possono dar da fare solo gli specialisti "inesperti", quelli usciti dall'orbita (cito nella traduzione di Paola Galimberti apparsa in "Idra", R, 1998). Qui dunque appare, timido, quel che si appresta a modificare la realtà; e qui appunto cerca di abitare chi si sforza di usare il linguaggio in maniera artistica.
La forza di queste parole e di queste immagini è evidente a chiunque, e il mio amico aveva ragione di suggerirmele come punto di riferimento essenziale. Ma la visione che si potrebbe ben dire eroica proposta da Hohl è forse più complessa di quanto appaia; non è indolore; presenta dei rischi.
Ai margini, intanto, si è soli e in balia di venti quasi sconosciuti. L'amico che mi ha regalato il libro di Hohl è morto poco tempo dopo, d'improvviso, senza ragione: come se fosse stato travolto e inghiottito dalla sua stessa, voluta, marginalità. Dopo la sua morte, dietro i libri (tutte edizioni pregiate e rarissime della poesia europea novecentesca) che stipavano il suo studio/cantina, sui muri nudi, sono apparsi i versi poetici che lui scriveva disperatamente e in segreto. Altri frammenti, brevissimi, forse semplici appunti o impreviste illuminazioni, sono affidati a foglietti vaganti, scritti a matita e talvolta illeggibili: li conservo come un lasciapassare che forse mi permetterà di attraversare qualche territorio desolato. Eppure mi domando: è questo, il margine? Questo andare verso il vuoto, questo smarrirsi? Non lo credo; ma certo costituisce uno dei rischi più concreti per chi si allontana in un modo o nell'altro dalle rassicuranti banalità del centro. Uno dei rischi, o forse meglio una delle tentazioni: là in fondo, oltre il margine, dove l'ultima terra frana e scoscende verso qualcosa di ignoto, una voce chiama seducente. Il margine, unico luogo in cui la scrittura può intraprendere una vera ricerca, può allora trasformarsi in una prigione, e obbligare la parola a girare su di sé, in un inutile gioco solitario e insensato, pari al silenzio.
Nel marzo del 1973, su un vagone ferroviario in viaggio da Parigi verso il sud della Francia, un poeta sedeva in silenzio tra due commercianti che venivano dal Nord del paese e che parlavano di cose loro. Il primo, un uomo anziano, che si vantava reduce di ben due guerre, raccontava del suo tentativo di trovare una nuova moglie, dopo la morte della precedente; e di come avesse schiaffeggiato e scacciato sui due piedi una signora cinquantasettenne che l'aveva illuso in tal senso; si dichiarava felice che nella sua città venissero finalmente demoliti i vecchi quartieri. L'altra, una Bretone orrendamente truccata, si diceva molto contenta di abitare al Nord, ricco di moderni supermercati, mentre trovava deserta e noiosa la valle del Rodano. Il poeta, che si chiamava Philippe Jaccottet e che avrebbe poi raccontato la scena in un breve appunto de La semaison (Gallimard, Paris, 1984, pp. 196-97), ascoltava con un misto di divertimento e di angoscia. E concludeva: Quand on vit à l'écart, on oublie comment pensent la plupart des gens. Je ne sais si cela vaut mieux.
Benché il vivre à l'écart di Jaccottet non sia forse un esatto sinonimo dei Rändern di Hohl (non potrebbe invece riecheggiare il classico ideale petrarchesco, De vita solitaria?), il quadretto ferroviario suggerisce un'altra difficoltà, più sottile e forse anche più insidiosa della precedente: quella di perdere il contatto con la realtà, con quella realtà magari orribile, magari ripugnante, in cui vivono comunque gli altri esseri umani, o almeno molti di loro. La contrapposizione fra centro e margini potrebbe infatti essere interpretata in modo troppo netto, troppo compiaciuto; e indurre qualcuno a rifiutare sdegnosamente la rozza incultura del centro, rifugiandosi in un'aristocratica, elegantissima marginalità. Il XX secolo ha conosciuto ampiamente questa tentazione, il richiamo di un nobilissimo isolamento, di una sprezzante separazione tra scrittura e vita. Ma i margini di Hohl, come l'écart di Jaccottet, vogliono essere ben altro, o almeno così tendo a interpretarli, assumendoli come modelli etici: un'attenzione vigile, un tentativo costante di comprendere, e la capacità di far passare, attraverso minuscole fessure, un soffio d'aria. Anche nei supermercati, nelle periferie più tristi e sconsolate. Soprattutto lì, dove margine e centro si sfiorano e talvolta si confondono.
E forse il problema sta proprio nell'uso e nel significato delle parole; nel fatto cioè che l'antitesi chiarissima di Hohl finisce per suggerire un'immagine troppo orizzontale e netta, che noi siamo indotti ad interpretare, banalizzandola, in termini quasi urbanistici: come se fosse ancora possibile opporre un vero, riconoscibile centro alle immense periferie che lo circondano. Ma qual è il centro, oggi? Privi ormai da tempo, ma finalmente coscienti di esserlo, di un fuori, di un oltre, di un altrove, siamo contemporaneamente orfani appunto di quel centro che non esiste più, o che ci sfugge, tanto sul piano geografico quanto su quello culturale. Condannati a vivere in una sterminata periferia di noi stessi, forse dovremo trovare un altro modo di definire lo spazio della ricerca creativa.
Un altro brevissimo aforisma di Hohl recita: La grandezza di un uomo è proporzionale alla grandezza del passato che riesce a risvegliare. Appaiono qui una nuova dimensione e un nuovo compito: la verticalità del tempo e della storia (il passato) che può (deve) essere risvegliata, nella sua grandezza, nella sua profondità. E proprio l'idea del risvegliare, cioè del rendere nuovamente visibile, la cosa che già esisteva ma che si è come sottratta alla nostra attenzione (o sarà piuttosto la nostra disattenzione ad averla espunta dal catasto della realtà), quest'idea mi appare più importante, più utile e più urgente di altre che tradizionalmente sono state associate all'atto poetico. Questo forse è qualcosa che davvero si potrebbe fare, che si potrebbe sperare di fare, dentro le nostre vite periferiche, lungo i corridoi dei supermercati entro cui vaghiamo: aiutare gli occhi a guardare con intensità, suggerire alla coscienza individuale una diversa concentrazione su di sé e sugli altri, riscoprire quel mondo su cui è calato un velo opaco. Lungo questa via sarebbe forse possibile augurarsi di non rimanere del tutto prigionieri della marginalità: il margine non sarebbe più territorio di fuga o di ripiego, ma vero luogo di riscoperta e di condivisione. Se ciascuno vive il proprio esilio in una periferia (psichica, esistenziale, culturale), diverso è il grado di coscienza e di comprensione: lungo gli interminabili scalini che conducono dalla piatta superficie alle zone di profondità, la scrittura poetica può forse tessere qualche filo d'Arianna, qualche corrimano.
Si tratta di una speranza eccessiva, di una responsabilità troppo gravosa per le forze esilissime di cui sembra godere oggi la poesia? Può darsi; eppure è proprio ciò che sembra suggerire l'ultimo autore che vorrei chiamare alla sbarra come testimone e come guida: il poeta portoghese Nuno Júdice, che in una densa pagina di prosa descrive il proprio lavoro di scrittura (il brano, tradotto in francese dallo stesso Júdice, è apparso con il titolo La nuit du poème sulla rivista parigina "Europe" - numero 875, marzo 2002). A notte fonda, sul delta del Danubio, in un luogo deserto dove si accampano le rovine di un'antica città romana, un autobus di turisti stranieri si arresta. Malgrado l'oscurità, che impedisce di vedere e di capire, la guida si attiene scrupolosamente al programma, che prevedeva una visita al sito archeologico: e, nel buio, descrive agli ignari turisti le bellezze del passato di cui essi non possono neppure distinguere i poveri resti. Ma appunto in questo modo sembra risorgere nell'immaginazione l'intera città, sfolgorante di luce: risvegliata dalla parola, squarcia le tenebre. Qualcosa del genere, osserva l'autore, accade al poeta: Il se trouve embarqué par hasard dans ce voyage et fait halte au seuil d'un monde que la nuit couvre de sa noirceur: c'est le désir de voir, derrière cette nuit, ce qui existe, ce qui survit ou non de tout ce qui s'est passé, qui le fait écrire. Dans le poème, comme dans la voix de celui qui raconte ce qu'il ne voit pas, les choses commencent à paraître. Il s'agit toujours d'un miracle. Je suis sûr que ce miracle n'a rien de sacré; au contraire, c'est le seul miracle profane, et il est suffisant pour qu'on puisse regarder le réel avec des yeux qui le transpercent jusqu'à atteindre sa vérité la plus profonde.
Poesia, dunque, come mezzo per intensificare la percezione immaginativa, la coscienza profonda di noi stessi e di ciò che ci circonda e ci ospita, come una terra stratificata e complessa, un'atmosfera fremente di particelle e di luci? Se è così, il margine da cui è partito il ragionamento può trasformarsi in una riva: la riva di un fiume qualsiasi, da cui lo sguardo può cogliere contemporaneamente tre prospettive diverse e complementari. Quella laterale dell'acqua che fluisce, movimento che scandisce il trascorrere del tempo, e suggerisce l'idea di un viaggio che unisce il passato e il futuro, aprendo un varco indefinito. Quella verticale che scende verso il letto del fiume, luogo d'alghe e di movimenti sinuosi, e da lì risale verso l'alto come un raggio di luce riflessa, sprigionato dal guizzo di una coda fuggitiva. E infine quella che si apre proprio di fronte agli occhi, e parla di una diversa riva, speculare e irraggiungibile, vasta come un sogno impreciso o incomprensibile. E in mezzo a queste linee immaginarie, a queste direzioni dell'aria e del paesaggio (non importa che l'aria sia tersa, il paesaggio idilliaco), la parola poetica cerca in sé l'energia per concentrare una simile complessità, per preservarla e trasmetterla altrove, dove muri chiudono la vista, luci abbaglianti accecano: per ricondurla in quel centro muto del dolore contemporaneo che va riconquistato alla parola e alla coscienza.

giovedì 2 luglio 2020

La ley del camino - Fabio Pusterla




Questo discorso è stato tenuto al Congresso del Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i suoi confini geografici. Ho chiesto all’autore di poterlo quindi riproporre su Nazione Indiana.)
L’originale si trova qui:  http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/ (f.m.)

Discorso per il congresso del Partito Socialista, Arbedo 18 novembre 2018
Care compagne, cari compagni,
ho pronunciato quattro parole, o meglio due, declinate al femminile e al maschile, e sono già costretto a fermarmi. Queste due parole sono state a lungo, per più di un secolo, una formula ovvia d’apertura, dietro la quale tutti potevano capire una realtà comune e almeno entro certi limiti chiara. Ma oggi è ancora così? Io ne dubito, e penso che questa formula nota a tutti oggi forse ponga qualche problema, e chieda di essere interrogata seriamente. Tutto il mio breve intervento sarà dunque basato sugli interrogativi sollevati da queste due parole così importanti e oggi così incerte.
Tanto per cominciare: ci siamo davvero ancora reciprocamente “cari”?  E cosa vorrebbe dire “cari”? “Aver caro qualcuno” vorrebbe dire, e questo è il significato che la parola porta con sé da secoli, e anzi da millenni, salendo a noi almeno dall’epoca latina, riconoscerne il valore, la preziosità, e provare una forma di affetto, di tenerezza, persino di amore. Da “caro” deriva del resto il concetto importante di “carità”. Allora: è questo che proviamo reciprocamente: un senso di preziosità, di affetto che ci unisce al di là delle differenze e delle divergenze? Una comune carità? Tutti noi sappiamo benissimo che la storia della sinistra è una complessa dialettica di unità e frantumazione; e che, entro certi limiti, proprio questa effervescenza ideologica ha a lungo costituito una grande ricchezza e un grande serbatoio di idee e di energie. Ma in certi momenti storici, di solito contrassegnati da una particolare difficoltà, come quello che stiamo affannosamente vivendo, le divergenze hanno preso il sopravvento; le rivalità oscurato la coscienza della comune carità; le ambizioni individuali o di parte annichilito la dimensione ideale. Il mondo in queste epoche è spazzato da un vento cupo e nero, lo stesso vento di cui ha parlato recentemente Igor Righini in uno suo articolo, e di cui oggi sentiamo la presenza quotidiana, nel piccolo della nostra realtà, ma anche allargando lo sguardo: dal Brasile di Bolsonaro all’Italia di Matteo Salvini, dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan, quasi da ogni dove giungono le raffiche gelate di questo vento, e, come nella pagina iniziale del grande romanzo di Emile Zola, Germinale, la strada davanti a noi sembra aprirsi dritta come un molo nel buio accecante delle tenebre. Ma intanto che il vento infuria e le tenebre si infittiscono, cosa fa la sinistra? A volte, come dimentica di sé e di ciò che sta accadendo, litiga, si frantuma, si annulla. Perde di vista la “carità”. Colpa dei gruppuscoli più estremi, si dice allora di solito, che in nome della loro intransigenza  e presunzione di verità assoluta favoriscono la dispersione. Ma una simile spiegazione è insufficiente, e soprattutto ingiusta, perché non considera che la vera forza di un grande movimento di sinistra, di un grande partito di sinistra, sta nella capacità di contenere e accogliere in sé queste divergenze, di non lasciarle esplodere in maniera distruttiva; e questo è possibile solo quando, al di sotto delle contingenze e delle diversità, si mantiene viva e forte una idealità comune, vigorosa e riconoscibile, una forza progettuale che va ben al di là delle scadenze elettorali, delle tattiche e delle preoccupazioni spicciole.
Ma questo ci conduce alla seconda parola: “compagni”. Tutti ne conosciamo la splendida origine, che riconduce alla concreta realtà del “pane”, l’alimento primario della nostra cultura, e ai suoi significati simbolici. Colui con cui spezzo il mio pane è il mio compagno: e l’immagine è così bella e così forte, la parola così ricca di significato evidente, che tutti coloro che la avversano la invidiano anche, e per questo la irridono non appena possono: il disprezzo con cui le destre pronunciano come se fosse un insulto o una parola ridicola il termine “compagni” è l’altra faccia dell’invidia e del timore: perché si sente rimbombare, in questa semplice parola, qualcosa di grande. E tuttavia oggi le cose sono più complicate. L’8 luglio 1974 Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato trucidato nell’autunno dell’anno successivo, scriveva su «Paese sera» un articolo memorabile, in cui rispondeva a certe critiche che gli aveva mosso Italo Calvino. E diceva, Pasolini, che un’epoca della storia umana, lunghissima, che lui riassumeva nell’espressione età del pane era terminata, perché eravamo ormai entrati nell’età della merce. Nell’età del pane, osservava, «gli uomini erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse, che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Se, come credo, Pasolini aveva ragione, dobbiamo chiederci cosa possa significare la parola “compagno” nell’età della merce, che non è più quella del pane. Dobbiamo chiederci quale possa essere, oggi, il nuovo pane da spezzare tra di noi e con gli altri, perché solo in questo modo potremo continuare ad usare il termine “compagni” senza essere patetici.  Naturalmente non mi illudo di avere la risposta; ma suggerisco di considerare con attenzione l’idea che a dover essere condivisi, oggi, siano soprattutto i diritti. I diritti che già esistono, che sono il frutto di una faticosa conquista del progressismo otto e novecentesco, e che oggi vediamo costantemente minacciati da un vasto progetto di restaurazione volto a indebolire, e talvolta addirittura eliminare questi diritti umani e sociali, cosa che spinge da molto tempo le forze della sinistra su una posizione difensiva e logorante, che rischia di minarne lo slancio, l’inventiva, la creatività. Bisogna senz’altro difendere con forza i diritti esistenti dalla furia del neocapitalismo selvaggio e del suo talvolta inconsapevole braccio armato, il populismo dilagante; ma bisogna anche avere il coraggio di immaginare i diritti che ancora non esistono, quella fetta enorme di giustizia e di equità che ancora non è stata riconosciuta. Per fare questo, io penso che ci si debba spingere verso territori ancora sconosciuti; che si debba avere il coraggio di varcare i confini dei diritti attuali, delle leggi attuali, per esplorare e illuminare ciò che sta oltre. Perché i diritti non sono immobili nel tempo, ma mutano con il mutare delle condizioni, con l’emergere di nuovi soggetti storici, politici, economici. Oltre la soglia della legalità non abita soltanto l’illegalità, bensì anche il nuovo volto dei bisogni, la possibilità di una giustizia sociale che oggi non sa ancora essere pensata. Andare oltre la legalità, in questo senso, significa non accontentarsi di ciò che già esiste; non appiattirsi su posizioni difensive; non credere che l’attività politica sia definita semplicemente dal mantenimento delle posizioni e dalla gestione del potere. Il diritto di avere dei diritti, intitolava alcuni anni or sono Stefano Rodotà la sua ultima grande opera. Sono certo che, ascoltando queste parole, la mente di molti di voi sta pensando ai migranti, ai nuovi diseredati, alle terribili negazioni dei diritti che li concernono, tanto nei luoghi da cui cercano di fuggire tanto in quelli a cui provano ad approdare, con tutti gli ostacoli che conosciamo bene. Ma non si tratta soltanto di questa nuova realtà. Gli studenti che incontro nel mio lavoro a scuola: hanno il diritto di sperare? Di provare a essere felici? Di superare il disagio, il senso di catastrofe familiare ed esistenziale che spesso li accompagna? Di credere nel futuro? Gli anziani: oltre ai diritti già esistenti hanno anche quello di sentirsi utili e ascoltati, non emarginati e ghettizzati? E come concretizzarlo? Gli apostoli che spezzavano il pane con Cristo durante l’ultima cena era tutti uomini; le donne forse erano di là, a lavare i piatti. Che diritti hanno le donne? In uno scrittore svizzero di lingua tedesca che certo non simpatizzava per il socialismo, Meinrad Inglin, trovo un po’ a sorpresa questa domanda: «Ma noi, chi siamo noi alla fin fine? Siamo degni, siamo all’altezza di questo spazio nel quale abitiamo?». Inglin si riferiva al Canton Svitto, ma anche noi potremmo porci lo stesso interrogativo; siamo degni dello spazio, del territorio in cui abitiamo? Troveremo la forza di arginarne lo scempio e la rovina, o ci siamo già rassegnati ad accettarne la trasformazione in parcheggio e supermarket, in merce da consumare in fretta tra nuove passerelle sui laghi e rinnovata svendita delle acque? Solo mantenendo vive e brucianti queste domande inquietanti potremo sperare di sentirci ancora reciprocamente cari, ancora compagni di qualcosa e per qualcosa; partecipi di un’avventura che è infinitamente più importante di una votazione o di una percentuale. In una lettera del 30 novembre 1969 un poeta italiano, Giovanni Giudici, scriveva ad un altro poeta, Franco Fortini, comunista e traduttore di Brecht. Gli diceva: «Ai livelli del temporale, penso che la “compassione” sia ancora una delle virtù meno indegne di ciò che la nostra specie vorrebbe essere». Compassione: cioè il patire, il provare passione, insieme; compagni: cioè il condividere insieme il pane. Perché, come ho letto una volta in un romanzo di Cormac Mc Carthy, «el compartir es la ley del camino».
E allora, care compagni e cari compagni, adesso provo ad usarle di nuovo, queste due parole, con tutta la cautela e con tutta la speranza di cui posso disporre; per augurare buon lavoro a questo congresso, ma soprattutto per augurare a tutti di saper andare oltre, oltre i regolamenti, oltre le contrapposizioni inutili e persino oltre le preoccupazioni elettorali, per ritrovare lo slancio, l’idealità e la forza. La ley del camino.

venerdì 2 marzo 2018

dicono di maestra Lavinia


Dalla parte di una maestra antifascista e incazzata


Troppo onesti,
troppo davvero buoni,
questi ragazzi che hanno disimparato
a contrapporsi.
(Fabio Pusterla, Per una insegnante cattiva, 2014)

Senza manganelli, quando volete. Così Lavinia Flavia Cassaro, antifascista, maestra precaria e incazzata, a Torino inveisce ripetutamente contro il cordone di sicurezza schierato a protezione dei fascisti di Casapound per impedire che il loro comizio venga disturbato dalle contestazioni. Non conosciamo Lavinia Flavia Cassaro di persona, ma ri-conosciamo la sua incontenibile rabbia di fronte ad uno schieramento di poliziotti in antisommossa che protegge i fascisti, ammessi a partecipare alle elezioni politiche in un paese, questo, la cui Costituzione vieta espressamente la ricostituzione di organizzazioni politiche di matrice fascista. E invece i fascisti non solo vengono ammessi alle elezioni, ma i loro comizi vengono protetti e garantiti dalle forze dell’ordine, su e giù per lo stivale. Ri-conosciamo la rabbia di una precaria, trapiantata al nord con uno stipendio tra i più bassi d’Europa e la rabbia, troppo spesso repressa, di un corpo docente contro cui sono schierate frotte di pennivendoli in una gara al massacro, alla diffamazione e alla delegittimazione della  scuola statale nel momento stesso in cui questa viene trasformata, anzi mostrificata, in una palestra di addestramento al lavoro precario, se non schiavile, mentre, parallelamente, i percorsi per accedere alla professione docente e diventare di ruolo vengono resi sempre più incerti e costosi. 
Prevedibile che le parole di Lavinia Flavia Cassaro  sarebbero ritornate indietro come un boomerang in questa italietta piccola piccola, a caccia di capri espiatori e sicurezze, mentre sprofonda nel baratro di una polarizzazione della ricchezza che miete sempre più vittime tra la piccola borghesia declassata. Un’italietta che ha costruito l’immaginario scolastico sulla maestrina con la piuma rossa del libro Cuore e che, complice la femminilizzazione della professione docente, confonde un lavoro intellettuale con un lavoro di cura. Lavinia è una cattiva maestra perché inveisce contro la polizia, quella stessa polizia incaricata di proteggere  fascisti e leghisti e caricare i/le contestatori/trici dei vari Di Stefano, Fiore, Meloni, Salvini, spesso poche decine di ragazzi inermi, come è accaduto di recente a Pisa. Lavinia è una cattiva maestra perché è vicina al movimento No tav e non staremo qui a ricordare 20 anni e passa di repressione, carcere, lacrimogeni ad altezza d’uomo, pestaggi contro chi contestava un’opera che ora il governo ha ammesso essere un’opera inutile.
A chi affidiamo la cura dei nostri figli? Confondendo docenza e cura, di questo si preoccupa la famigliola che insegue, angosciata, i miraggi di benessere, pace e serenità della pubblicità del mulino bianco. La preoccupazione è “nelle mani di chi” lasciare i figli quando si è costretti ad assentarsi, attanagliati da un lavoro sempre più fagocitante e meno remunerativo; la preoccupazione è dove, con chi lasciare i figli, ma non l’ odio e la violenza di fascio-leghisti che sparano da un’auto sui migranti o accoltellano alla schiena chi sta attaccando manifesti elettorali, salvo poi ribaltare la versione dei fatti e recitare la parte delle povere vittime con la complicità dei massmedia, come è accaduto a Perugia.
Una brava maestra, invece, cosa dovrebbe fare, secondo l’opinione pubblica fascistizzata e forgiata dai racconti del libro Cuore e dalla pubblicità del mulino bianco? Forse rimanere in classe con il pallottoliere e il gessetto in mano, tra un’ave maria e una salve regina, mentre fuori dalle pareti ovattate di un’aula scolastica i fascisti tengono tranquillamente comizi e fanno proseliti fomentando le masse, sempre più impoverite, contro chi è ammassato sugli ultimi gradini della scala sociale? Una brava maestra dovrebbe forse rimanere ferma e buona al suo posto, pacata, mite, sorridente, addestrare i pargoletti a ripetere le date delle guerre puniche, distogliendo l’attenzione da quello che accade oggi e lasciando ad altri la conduzione del ciclo politico reazionario  in cui il nostro presente sprofonda? E  così che ci si rende meritevoli di quella mancetta di poche decine di euro di aumento stipendiale, piovute come una caritatevole manna dal cielo in prossimità delle elezioni, per tentare di recuperare terreno dopo l’emorragia di voti che ha seccato il bacino elettorale della scuola.
Lavinia non è la maestrina dalla piuma rossa, questo è evidente. Con la sua birra in mano, con la sua rabbia esplosiva, rompe violentemente con l’immaginario femminilizzato, e per questa via reso passivo, succube e innocuo, dell’insegnante tipo, dell’insegnante modello, quella che rimane in classe a ripetere le tabelline e a ringraziare il suo Signore e Padrone della mancetta per il buon servizio reso, quella che chiude le finestre e gli scurini quando fuori infuria la tempesta.
Nel momento in cui scriviamo, la rabbia di Lavinia si sta trasformando in paura. La stampa ha provveduto a sondare gli umori della pancia dell’utenza scolastica, nella ricerca morbosa di testimonianze sull’ inadeguatezza della maestra. Il ministero ha allertato l’ufficio scolastico regionale, il segretario di un partito in agonia e in cerca di consensi per rimontare ha sentenziato: dovrebbe essere licenziata.
Se in questa apologia di una maestra incazzata abbiamo scelto, nostro malgrado, l’anonimato, è perché stiamo con Lavinia e non vogliamo dover subire la rappresaglia oltre che dei commentatori abbrutiti e violenti che  avvelenano il web, anche di una ministra agli sgoccioli che può vantare come unico titolo di merito per l’incarico che ricopre la fedeltà incondizionata – nomen omen, si direbbe – ad un ex premier, segretario di partito sul viale del tramonto, che non ha mai lavorato un solo giorno della sua vita, se non nell’azienda di papà, e che purtuttavia si arroga il diritto di fare la voce grossa e di esprimersi sulla licenziabilità di chi lavora in maniera precaria, con uno stipendio da miseria, lontano dai ripari sicuri della casa paterna e intende la politica come militanza e non come fedele servilismo al potere, ammantato da una patina di ipocrita rispettabilità, tipica del politicante di professione.
L’attacco a Lavinia non è altro che un avvertimento preciso rivolto alla categoria intera, un monito a non uscire fuori dalle righe, a tenere la testa bassa e a continuare il proprio lavoro in silenzio, nel rispetto di un sistema in cui lo spazio per dissentire viene progressivamente azzerato.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché rivendichiamo il diritto a rifiutare non solo  un modello di insegnamento passivo e, quindi, autoritario, ma respingiamo anche l’idea secondo cui le/gli insegnanti sarebbero diretta emanazione dei valori e delle regole dello Stato in cui vivono e della sua classe politica.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché siamo per una scuola laica, antifascista e antisessista, in direzione contraria di quella che vorrebbero imporci lo stato e il ceto politico; siamo per una scuola libera che, se continua in qualche modo a sopravvivere, è grazie a quelle/quei docenti che dissentono, che quotidianamente decidono di svolgere il proprio mestiere in un altro modo, fuori dalle regole e dalle indicazioni ministeriali, e che per questo vengono spesso isolate/i o attaccate/i.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché non vogliamo educare soldatini obbedienti o bravi elettori, ma persone in grado di elaborare un pensiero critico sulla realtà in cui viviamo, la stessa che pensa che la sicurezza sia garantire agibilità politica ai fascisti.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché abbiamo tutte le ragioni per essere incazzate e tutto il diritto di urlare ed esprimere la nostra rabbia. Del resto, per quanto dure, sono solo parole. Non siamo noi a disporre di armi, manganelli, lacrimogeni, idranti e a usarli contro gente inerme, che non ha altro da opporre che i propri corpi e  la forza della propria voce.



licenziata per eccesso di antifascismo? – bortocal


la vicenda della maestra antifascista di Torino, ora minacciata di licenziamento da Renzi in persona, per qualche grido truculento in piazza, dimostra da solo a che punto sta arrivando il degrado antidemocratico nel nostro paese sotto l’attiva guida del Partito Demokrat riplasmato da Renzi come partito di destra:
eccola, la riedizione aggiornata dei partiti collaborazionisti dell’Europa dell’Est sotto la cortina di ferro.
solo che ora il collaborazionismo e` non con uno stato del comunismo stalinista degenere, ma con la finanza internazionale.
. . .
obbediente al diktat renzino, l’Ufficio scolastico regionale del Piemonte informa di avere notificato, oggi, un provvedimento disciplinare a Lavinia Flavia Cassaro, ieri sospesa.
La sanzione è stata prospettata “in considerazione della gravità della condotta tenuta dalla docente”.
La “grave condotta” tenuta dalla docente – “seppur non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica contrasta in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa e arreca grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione”.

Il direttore generale dell’Ufficio, Fabrizio Manca, “a salvaguardia della serenità della comunità educativa”, ha “sospeso l’insegnante dal servizio fino alla conclusione del procedimento sanzionatorio”.
. . .
la maestra puo` essere processata per il suo comportamento, ci dovrebbe pensare la magistratura e non i politici in cerca di consenso elettorale, ma… licenziata?
È  quello che grida il bullo di Rignano.
bestia! lo conosce il codice disciplinare dei dipendenti pubblici?
si occupa soltanto dei comportamenti in servizio, logicamente!
nessuno può essere licenziato direttamente dall’amministrazione per comportamenti fuori servizio, salvo casi davvero gravissimi.
il ministero dimostri che la maestra sta violando, a scuola, i suoi doveri, e lasci perdere il resto.
. . .
se la maestra verrà condannata ad una pena detentiva prolungata, questa fara` scattare il licenziamento, ma soltanto per l’assenza obbligata dal lavoro.
l’art. 10 del Codice disciplinare valido per tutti i dipendenti pubblici parla di Comportamento nei rapporti privati
1. Nei rapporti privati, comprese le relazioni extralavorative con pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, il dipendente non sfrutta, ne’ menziona la posizione che ricopre nell’amministrazione per ottenere utilita’ che non gli spettino e non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all’immagine dell’amministrazione.
ma sono rapporti privati quelli stabiliti dalla maestra con i poliziotti in piazza, anche se in modo certamente improprio?
. . .
ma anche a volerli fare rientrare in questo articolo, si giustifica un licenziamento addirittura per una frase gridata in un momento di rabbia?
ma dai! siamo pur sempre in uno stato di diritto, anche se i demokrat stanno cercando da tempo di farcene uscire.
chi sono i populisti, i populisti cattivi, altrimenti detti fascisti, in questo caso?

. . .
allego a questo punto le norme disciplinari in vigore, che fanno parte del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro del personale della scuola, per chi vuole verificarle di persona: per il licenziamento richiede (ragionevolmente) la recidiva plurima nell’anno o nel biennio di comportamenti gravi:
4. La sanzione disciplinare dal minimo del rimprovero verbale o scritto al massimo della multa di importo pari a quattro ore di retribuzione si applica, graduando l’entità delle sanzioni in relazione ai criteri di cui al comma 1, per:
a) inosservanza delle disposizioni di servizio, anche in tema di assenze per malattia, nonché dell’orario di lavoro;
b) condotta non conforme a princìpi di correttezza verso i superiori o altri dipendenti o nei confronti dei genitori, degli alunni o del pubblico;
c) negligenza nell’esecuzione dei compiti assegnati ovvero nella cura dei locali e dei beni mobili o strumenti affidati al dipendente o sui quali, in relazione alle sue responsabilità, debba espletare azione di vigilanza;
d) inosservanza degli obblighi in materia di prevenzione degli infortuni e di sicurezza sul lavoro ove non ne sia derivato danno o disservizio;
e) rifiuto di assoggettarsi a visite personali disposte a tutela del patrimonio dell’Amministrazione, nel rispetto di quanto previsto dall’art. 6 della legge n. 300 del 1970;
f) insufficiente rendimento, rispetto a carichi di lavoro e, comunque, nell’assolvimento dei compiti assegnati; 
g) violazione di doveri di comportamento non ricompresi specificatamente nelle lettere precedenti, da cui sia derivato disservizio ovvero danno o pericolo all’Amministrazione, agli utenti o ai terzi.
6. La sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione fino a un massimo di 10 giorni si applica, graduando l’entità della sanzione in relazione ai criteri di cui al comma 1, per:
a) recidiva nelle mancanze previste dal comma 4 che abbiano comportato l’applicazione del massimo della multa;
b) particolare gravità delle mancanze previste nel comma 4;
c) assenza ingiustificata dal servizio fino a 10 giorni o arbitrario abbandono dello stesso; in tali ipotesi, l’entità della sanzione è determinata in relazione alla durata dell’assenza o dell’abbandono del servizio, al disservizio determinatosi, alla gravità della violazione dei doveri del dipendente, agli eventuali danni causati all’Amministrazione, agli utenti o ai terzi;
d) ingiustificato ritardo, fino a 10 giorni, a trasferirsi nella sede assegnata dai superiori;
e) testimonianza falsa o reticente in procedimenti disciplinari o rifiuto della stessa;
f) comportamenti minacciosi, gravemente ingiuriosi, calunniosi o diffamatori nei confronti dei superiori, di altri dipendenti, dei genitori, degli alunni o dei terzi;
g) alterchi con ricorso a vie di fatto negli ambienti di lavoro, anche con genitori, alunni o terzi;
h) manifestazioni ingiuriose nei confronti dell’Amministrazione, esulanti dal rispetto della libertà di pensiero, ai sensi dell’art. 1 della legge 300 del 1970;
i) atti, comportamenti o molestie, anche di carattere sessuale, che siano lesivi della dignità della persona;
l) violazione di doveri di comportamento non ricompresi specificatamente nelle lettere precedenti da cui sia, comunque, derivato grave danno all’Amministrazione, ai genitori, agli alunni o a terzi.
7. La sanzione disciplinare del licenziamento con preavviso di applica per:
a) recidiva plurima, almeno tre volte nell’anno, nelle mancanze previste nel comma 6, anche se di diversa natura, o recidiva, nel biennio, in una mancanza tra quelle previste nel medesimo comma, che abbia comportato l’applicazione della sanzione di dieci giorni di sospensione dal servizio e dalla retribuzione;
b) occultamento, da parte del responsabile della custodia, del controllo o della vigilanza, di fatti e circostanze relativi ad illecito uso, manomissione, distrazione o sottrazione di somme o beni di pertinenza dell’Amministrazione o ad essa affidati;

c) rifiuto espresso del trasferimento disposto per motivate esigenze di servizio;
d) assenza ingiustificata ed arbitraria dal servizio per un periodo superiore a dieci giorni consecutivi lavorativi;
e) persistente insufficiente rendimento o fatti che dimostrino grave incapacità ad adempiere adeguatamente agli obblighi di servizio;
f) condanna passata in giudicato per un delitto che, commesso fuori del servizio e non attinente in via diretta al rapporto di lavoro, non ne consenta la prosecuzione per la sua specifica gravità;
g) violazione dei doveri di comportamento non ricompresi specificatamente nelle lettere precedenti di gravità tale, secondo i criteri di cui al comma 1, da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro.
8. La sanzione disciplinare del licenziamento senza preavviso si applica per:
a) terza recidiva nel biennio di: minacce, ingiurie gravi, calunnie o diffamazioni verso il pubblico o altri dipendenti; alterchi con vie di fatto negli ambienti di lavoro, anche con utenti;
b) accertamento che l’impiego fu conseguito mediante la produzione di documenti falsi e, comunque, con mezzi fraudolenti;
c) condanne passate in giudicato:
1. di cui art. 58 del D.lgs. 18 agosto 2000, n.267 ,nonchè per i reati di cui agli art. 316 e 316 bis del codice penale; 
2. quando alla condanna consegua comunque l’interdizione perpetua dai pubblici uffici;
3. per i delitti indicati dall’art. 3, comma 1, della legge n. 97 del 2001.
d) condanna passata in giudicato per un delitto commesso in servizio o fuori servizio che, pur non attenendo in via diretta al rapporto di lavoro, non ne consenta neanche provvisoriamente la prosecuzione per la sua specifica gravità;
e) commissione in genere di fatti o atti dolosi, anche non consistenti in illeciti di rilevanza penale per i quali vi sia obbligo di denuncia, anche nei confronti di terzi, di gravità tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro.