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giovedì 12 giugno 2025

L’attacco ucraino alle basi russe: ora si apre la “pista Kazakstan” - Fulvio Scaglione


Della grande operazione ucraina che ha portato alla distruzione (o danneggiamento) di un numero imprecisato di bombardieri strategici russi (certo non i 42 di cui si parla, o quel 34% dell’intera flotta annunciato da Zelensky, più probabilmente una dozzina) si sa troppo poco per tirare conclusioni affrettate. Tanto meno per parlare di una “nuova Pearl Harbor” o per annunciare svolte in una guerra in cui, per portare un solo ulteriore elemento, gli analisti militari ucraini di Deep State registrano tra aprile e maggio un aumento del 19% degli attacchi russi quotidiani. Si possono fare però alcune considerazioni, lasciando che sia il tempo (se mai ne sapremo di più) a confermarle o smentirle.

La prima è questa: davvero un’operazione costata ai servizi segreti ucraini un anno e mezzo di preparazione, come ribadito dallo stesso presidente Zelensky, è potuta scattare esattamente alla vigilia del secondo round di trattative a Istanbul? Non è un po’ troppo bello per essere vero? O dobbiamo pensare che in realtà fosse già pronta prima e che le autorità di Kiev abbiano permesso ai russi di bombardare le città ucraine solo per aspettare il momento migliore per colpire? Nè l’una né l’altra tesi convincono. E le operazioni più spettacolari di guerra ibrida degli ucraini hanno la tendenza a essere un po’ troppo puntuali rispetto al quadro politico che accompagna questa guerra. Il sabotaggio al gasdotto Nord Stream arriva proprio quando è necessario staccare l’Europa da qualunque ipotesi di residuo scambio con la Russia. Questo attacco alle basi aeree russe si dispiega proprio mentre la Germania del nuovo cancelliere Merz e altri Paesi discutono delle forniture di missili per colpire in profondità la Russia e le sue installazioni militari. Non è tutto un po’ troppo preciso per essere casuale?

 

Non solo. L’agenzia Reuters ha anticipato il contenuto del memorandum con le condizioni che gli ucraini vogliono presentare stamattina alla delegazione russa. Sarebbero queste: cessate il fuoco completo per 30 giorni; scambio di prigionieri di guerra “tutti per tutti”; nessuna limitazione per le forze armate ucraine; nessun riconoscimento delle perdite territoriali; obbligo per la Federazione Russa di pagare i danni di guerra. Qualunque trattativa parte da posizioni distanti, ovvio. Ma davvero questa postura da Paese vincitore non ha nulla a che fare con il colpo portato contro le basi russe? Non pare che uno giustifichi l’altro e viceversa? Non sembra dire: possiamo continuare la guerra e farvi male, quindi dettiamo noi le condizioni?

Se questa considerazione ha un senso, diventa quasi inevitabile ipotizzare una partecipazione attiva delle intelligence occidentali a questa audace operazione ucraina. Zelensky ha smentito prima ancora che se ne parlasse (“Un’operazione autonoma ucraina che resterà nei libri di storia”, ha detto con legittimo orgoglio) ma le testimonianze sul ruolo degli specialisti Nato e occidentali nella pianificazione bellica ucraina sono ormai troppo qualificate e numerose (si veda per esempio questo articolo di Davide Bartoccini) per credere che Vasil’ Maljuk, il capo del’SBU ucraina (il servizio segreto interno) abbia fatto tutto da solo. Di tutte le pressioni e le minacce che in questi mesi Donald Trump ha rivolto all’Ucraina e a Zelensky, solo una ha davvero preoccupato la dirigenza di Kiev: quella, attuata per sole 24 ore, di bloccare il flusso di informazioni di intelligence. Qualcosa vorrà pur dire.

Terza considerazione: Zelensky ha detto che per attaccare le basi russe sono stati impiegati 117 droni. I quali sono stati assemblati in territorio russo e, come sappiamo, trasportati da alcuni camion nelle vicinanze delle basi. Poi gli operatori sarebbero tornati indietro verso l’Ucraina e, nel passaggio (questi è, almeno, la tesi ora più dibattuta), avrebbero fatto saltare i ponti provocando i disastri ferroviari.

La seconda parte è ipotetica e ci pare poco verosimile. Anzi, potrebbe far comodo agli ucraini far credere che i loro sabotatori abbiano riattraversato mezza Russia per tornare a casa (facendo, en passant, saltare qualche ponte) e che non siano invece usciti dall’ombra di quel quasi milione e mezzo di ucraini che vivono in Russia. Ma la prima è certa. E quindi la domanda è: come sono arrivati nel cuore della Russia i componenti per 117 droni? Dovremmo credere che, come i sabotatori, abbiano attraversato la zona di guerra, poi mezza Russia fino ad arrivare a Celjabinsk, nel magazzino dove, secondo gli inquirenti russi, sono stati montati e preparati all’uso, prima di essere “distribuiti” dai camion?

Qui si apre un capitolo tutto da esplorare di questa storia. Celjabinsk è prossima al confine tra Russia e Kazakstan (6.846 chilometri, il secondo confine più lungo del mondo), per le sue caratteristiche assai permeabile. Da quando è presidente Kasym-Jomart Tokayev, il Kazakstan persegue, con accortezza ma con molta chiarezza, stimolato dalla pressioni occidentali e dal timore di eventuali rivendicazioni territoriali russe, una politica di progressivo distacco dalla Russia, con capitoli anche clamorosi. L’80% del petrolio kazako viene esportato verso l’Europa attraverso il porto russo di Novorossisk, che “casualmente” ha sofferto negli ultimi tempi di numerosi guasti e intoppi. Nell’ottobre scorso Tokayev ha declinato l’invito pressante della Russia a entrare nei Brics, destando un’immediata reazione russa: blocco immediato all’importazione di tutta una serie di prodotti agricoli kazaki.

Ma l’episodio forse più eclatante e rivelatore è stato l’ultimo. L’anno scorso, con un referendum che ha ottenuto oltre il 71% di sì, il Kazakstan ha deciso di costruire una centrale nucleare. Tema spinoso per un Paese che, ai tempi dell’Urss, ha sopportato sul proprio territorio oltre 450 test nucleari. Decisa la costruzione della centrale, è stato quasi naturale, per i kazako, rivolgersi all’agenzia statale russa Rosatom, che nel settore ha maturato una grande esperienza e affidabilità. Poi, poche settimane fa, il colpo di scena: Rosato viene liquidata e la costruzione della centrale riaffidata alla cinese CNNC. Non solo: i portavoce del Governo kazako hanno detto senza mezzi termini che la decisione è stata presa per “diversificare i rapporti di politica estera”.

Per l’attacco ucraino alle basi russe, quindi, si apre una “pista kazaka”. Perché portarli dal Kazakstan sarebbe stato il modo più semplice per far arrivare i droni in Russia. Perché il Kazakstan sta accumulando una serie di contenziosi politici ed economici con la Russia e ha tutto l’interesse (vedi export, del petrolio ma non solo) a coltivare buoni rapporti con l’Europa. Perché il Kazakstan, non meno dei Baltici, teme la Russia e ha solo da guadagnare da un ridimensionamento delle capacità belliche e dello spazio politico della Russia. Non dimentichiamo che il Kazakstan fu il primo Paese, prima ancora dell’Ucraina con il Memorandum di Budapest del 1994, a rinunciare nel 1991 all’arsenale nucleare, trasferendo 1.400 testate alla Russia. E di certo gli eventi del Donbass prima e della guerra poi non hanno contribuito a tranquillizzarlo.

da qui

lunedì 9 giugno 2025

Genocidio: cosa, chi, quando, dove, come e perché - Fulvio Scaglione

 

Le classiche cinque ‘W’ del buon giornalismo di scuola anglosassone: Cosa? (What); Chi? (Who); Quando? (When); Dove? (Where): Perché? (Why). Volendo parlare del genocidio negato dagli esecutori ma in corso a Gaza per mano politica e militare di Israele, l’analisi di Fulvio Scaglione con lo sconto su alcune domande della tragedia per approfondire temi giuridici e storici spesso sottaciuti.

 

Tifoserie televisive da bar

Noi italiani abbiamo un metodo infallibile per mandare in vacca un argomento serio o, altrettanto spesso, per impedire un dibattito serio su un argomento spinoso. Ed è trasformare il tutto nell’ennesima discussione televisiva da bar, Milan-Inter, Coppi-Bartali, in cui tutti i pareri sono uguali e alla fin fine, proprio come al bar, vince la serata quello che grida più forte o sembra più convinto. Poi finisce la serata a tutti a casa, pronti per la sera dopo.

Formula tv classica

Non è complicato: chiami i soliti ‘esperti’ da strapazzo, quelli che pontificano su tutto e passano più tempo in Tv che in famiglia, e il gioco è fatto. Tanto, hanno tutti ragione. Per dire: Enrico Mentana che, nella foga di difendere Israele anche a costo del ridicolo, va in giro a dire che a Gaza non può essere genocidio perché «dal fiume al mare ci sono più palestinesi che israeliani». E nessuno che gli faccia notare che anche i coloni europei erano meno numerosi dei nativi dell’America del Nord, ma riuscirono egregiamente a sterminarli. E che anche i conquistadores erano meno numerosi degli indigeni dell’America del Sud, ma riuscirono a ottenere lo stesso risultato.

Non in difesa degli ebrei ma di ‘questo governo’

E sia chiara una cosa. Questa e altre amenità del genere non servono a difendere gli ebrei ma «questo Israele», «questo Governo di Israele», «questo primo ministro» ovvero Benjamin Netanyahu. Così come nel discutere l’ipotesi che a Gaza venga commesso un genocidio non vi è nulla di antisemita. Per una ragione molto semplice: quello di genocidio è un concetto non discutibile, che non ha nulla a che fare con la politica, con i gusti o i pregiudizi personali. Genocidio è un concetto codificato dal diritto internazionale. Non ci sono grandi interpretazioni da tentare: bisogna solo verificare se un certo evento (nel caso specifico le stragi di Gaza) corrisponde o meno ai criteri stabiliti dai trattati internazionali. Stop. Il resto è fuffa o propaganda.

Genocidio codificato dal diritto internazionale

Si InsideOver Raffaele Buccolo ha spiegato nel dettaglio sia il percorso compiuto nel secondo dopoguerra per arrivare a una definizione di genocidio sia ciò che il diritto internazionale prevede in merito. Qui solo le tappe principali. 1946: le Nazioni Unite arrivano alla definizione di genocidio come «negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, poiché l’omicidio è la negazione del diritto alla vita dei singoli esseri umani», precisando che «molti casi di tali crimini di genocidio si sono verificati quando gruppi razziali, religiosi, politici e di altro genere sono stati distrutti, in tutto o in parte». E sottolineiamo «in tutto o in parte». Sempre in sede Onu, nel 1948, si arrivò alla Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (detta anche Un Convention on Genocide) a cui hanno finora aderito 153 Paesi, tra gli altri Israele nel 1950.

Definizione di genocidio

All’articolo 2 della Convenzione dice chiaramente e senza fronzoli che cosa si intende per genocidio: «Nella presente Convenzione, per genocidio si intende uno qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale».

  • (a) Uccidere membri del gruppo;
  • (b) Causare gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo;
  • (c) Sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte;
  • (d) Imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo;
  • (e) Trasferire forzatamente bambini del gruppo a un altro gruppo”

Fatti certi e incontestabili

Israele uccide membri del gruppo (nazionale, etnico, razziale e religioso allo stesso tempo) palestinese di Gaza (e non solo a Gaza, peraltro): la proporzione di queste uccisioni, d’altra parte, è molto superiore ai dati solitamente diffusi per comodità o malafede, come le ricerche indipendenti dei medici Usa e della rivista medica britannica Lancet, di cui in pochi abbiamo dato notizia, hanno ampiamente dimostrato.

  1. Israele causa gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo.
  2. Israele sottopone deliberatamente il gruppo a «condizioni di vita volte a provocarne la distruzione fisica, in tutto o in parte».
  3. Israele impone ai gazawi «misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo», anche solo attraverso la sistemica distruzione delle strutture sanitarie e scolastiche o l’uso della carestia come un’arma di guerra.

Quattro su cinque

Quattro caratteristiche essenziali del genocidio su cinque sono dunque innegabili nelle azioni di Israele a Gaza. E dunque non vi è alcunché da discutere: è un genocidio. E come tale va punito secondo i meccanismi di garanzia previsti dalla suddetta Convenzione:

  • “L’istituzione di procedimenti giudiziari nei tribunali dello Stato sul cui territorio sono stati perpetrati atti di genocidio;
  • l’istituzione di un Tribunale penale internazionale, cui però possono fare ricorso solo gli Stati che ne abbiano accettato la competenza;
  • il ricorso agli organi competenti dell’Onu perché adottino misure contemplate dalla Carta delle Nazioni Unite;
  • il ricorso di uno Stato alla Corte internazionale di giustizia contro lo Stato autore di genocidio (ed è il caso della causa intentata dal Sudafrica contro Israele, ndr)”.

I precedenti storici

D’altra parte, i precedenti non mancano. La Shoah, ovviamente. Ma anche gli altri tre casi di genocidio internazionalmente riconosciuti: la guerra in Bosnia-Herzegovina, il genocidio del Ruanda, il genocidio in Cambogia. Più il genocidio degli armeni da parte dei turchi nel 1915, di cui ancora si discute. E si badi bene: nessuno pensa o dice che nel giudicare i fatti di Bosnia vi sia un fenomeno di razzismo o di discriminazione etnico-religiosa nei confronti dei serbi. Nessuno parla di razzismo nei confronti degli Hutu per il massacro di Tutsi, men che meno nel caso della Cambogia. E nessuno rileva un sentimento anti-turco quando si discute delle stragi ai danni degli armeni. Quindi perché si dovrebbe parlare di antisemitismo nell’esaminare quanto la legislazione internazionale dice a proposito di azioni come quelle di Israele a Gaza?

Quindi, per favore: basta con queste cazzate. La legge, anche quella internazionale, parla chiaro. E la legge, anche quella internazionale, è uguale per tutti. Altrimenti non è legge. È arbitrio. quello che piace a tanti, compresi tanti ‘esperti e analisti’ e “intellettuali” che popolano le nostre televisioni.

da qui

lunedì 2 dicembre 2024

Zelensky ora propone pace all’ombra della Nato. Quella che si poteva avere nel 2022 - Fulvio Scaglione

  

E così il presidente Zelensky ha deciso di abbordare la questione che è ormai diventata ineludibile: trovare un modo per fermare la guerra, prima che l’Ucraina tracolli dopo tre anni di coraggiosa resistenza e sacrifici enormi. E lo ha fatto rinunciando di fatto al sogno che ha animato questa lotta, ovvero “tornare ai confini del 1991”, quindi recuperare il Donbass e la Crimea. Niente più Piano per la Vittoria, a dispetto dei missili a lungo gittata che ora potrebbe usare con l’autorizzazione degli Usa, della Gran Bretagna e della Francia, ma molto realismo. La sua proposta: l’Ucraina nella Nato subito e per i territori occupati dalla Russia si vedrà, si tratterà. Purché si smetta di sparare e di morire, qualunque proposta è buona. Ma l’uscita di Zelensky, e non certo per colpa sua, mette un’infinita malinconia. Perché a questa stessa soluzione si poteva arrivare già nel 2022, quando la guerra aveva solo pochi giorni di vita.

Quasi tre mesi fa, nel silenzio della stampa occidentale, le truppe russe sono arrivate, in territorio ucraino, tanto avanti quanto lo erano nelle primissime settimane dell’invasione del febbraio 2022. E in questi tre mesi, come ben sappiamo, sono avanzate ancora. È piuttosto evidente, quindi, che si può definire questa situazione drammatica: perché se si fosse data una qualche possibilità alle trattative tra Russia e Ucraina che si erano aperte già poco dopo l’inizio dell’invasione, per quanto fosse già allora pesante la condizione degli ucraini e non fosse alle viste (allora) alcuna sanzione nei confronti della Russia colpevole dell’aggressione, ci saremmo risparmiati centinaia di migliaia di morti, distruzioni infinite soprattutto a carico dell’Ucraina, l’escalation militarista che investe anche l’Europa, le minacce atomiche e infinite difficoltà economiche.

È una realtà triste ma innegabile. La gente lo ha capito bene, visto che in tutti i Paesi coinvolti i sondaggi e le ricerche spiegano che i comuni cittadini sono per fermare la guerra. A cominciare ovviamente da Ucraina e Russia (come ha spiegato bene Daria Mihaylova in queste pagine), ma proseguendo con gli Stati Uniti (il 52% chiede di sospendere le forniture di armi all’Ucraina), la Germaniala Francia e così via. I sostenitori della guerra a ogni costo sopravvivono, purtroppo, soprattutto nei Governi, con le conseguenze che vediamo: la maggioranza più risicata di sempre per la Commissione Europea, crisi profondissime per i Governi di Francia e Germania, Regno Unito e così via. E si capisce bene perché: che fine farebbe il potere di deterrenza dell’Occidente se questa guerra si concludesse con l’impressione di una vittoria (o anche solo di una non sconfitta) della Russia? Quante altri potenziali Donbass e Crimee ci sono, oltre che nell’ex Urss (Abkhazia, Ossetia del Sud, Transnistria…), in giro per il mondo?

Come si diceva, già nel marzo del 2022 la scelta era angosciante ma semplice: fermare la guerra e poi cercare una “pace giusta”, oppure proseguire la guerra per imporre una “pace giusta”. Sappiamo bene quale soluzione sia stata scelta e le conseguenze che ha avuto. Di che cosa si discusse allora, tra russi e ucraini, lo hanno spiegato bene sulla rivista Foreign Affairs due importanti studiosi americani, Samuel Charap e Sergey Radchenko. Dopo un primo incontro interlocutorio il 28 febbraio 2022, in cui i russi presentarono condizioni così dure da essere inaccettabili, nei successivi round (cioè mentre falliva sul campo l’obiettivo del Cremlino di sbandare il governo Zelensky e sostituirlo con un governo amico) la trattativa cominciò a prendere senso. Il 3 e 7 marzo le delegazioni si. incontrarono ancora, e il 10 marzo, in Turchia, ci fu il colloquio tra il ministro degli Esteri ucraino Kuleba e il suo omologo russo Lavrov. Poi i colloqui proseguirono in forma indiretta fino al momento, poi risultato decisivo, del 29 marzo, quando a Istanbul le delegazioni si scambiarono una bozza di accordo redatta dagli ucraini e accettata dai russi come positiva base di discussione.

Il succo era questo: l’Ucraina sarebbe diventata un Paese permanentemente neutrale e avrebbe rinunciato all’adesione alla Nato, ma avrebbe potuto liberamente entrare nella Ue (al contrario di quanto voleva la Russia nel 2013-2014, quando il ripensamento del presidente Janukovich sulla Ue scatenò l’Euromaidan). I russi chiedevano che l’esercito ucraino (molto rinforzato durante la presidenza Poroshenko) venisse ridotto a una forza poco più che simbolica (85 mila uomini, qualche centinaio di carri armati e missili a gittata ridotta). L’Ucraina chiedeva ai Paesi occidentali (in primo luogo Usa e Gran Bretagna, ma anche Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia) di impegnarsi a soccorrerla in caso di nuova aggressione: l’equivalente dell’ingresso nella Nato ora ipotizzato.

La soluzione pacifica del problema Crimea veniva rimandata, dando alle parti 15 anni per trovare un accordo: una “concessione” della Russia, che mai prima aveva messo in discussione il proprio controllo sulla penisola. Le più immediate questioni territoriali (ovvero il Donbass) venivano lasciate a trattative dirette tra Zelensky e Putin. Proprio come adesso si ipotizza.

Le cose, poi, nel 2022 andarono come ben sappiamo. Colpa di Zelensky, convinto di poter vincere la guerra? Colpa di Boris Johnson e Joe Biden, che gli promisero aiuti sufficienti a sventare i piani del Cremlino? Colpa dei Paesi che dovevano fare da garanti e non se la sentirono di assumersi un simile obbligo? Colpa dei russi? Non lo sapremo mai. Ma la domanda vera è un’altra: sarebbe stata, quella, una “pace giusta”? Considerato che l’Ucraina era stata aggredita, no. Ma la pace giusta è quella possibile. La pace impossibile è sempre ingiusta. E anche la soluzione ora proposta da Zelensky lo è.

Facciamo l’ipotesi che molti danno per scontata, ovvero che Donald Trump cercherà di “imporre” una trattativa. Qualcuno pensa che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e nella Ue sia più vicino di quanto lo fosse nel 2022? Che Zelensky potrà sedersi a un tavolo con Putin e discutere della Crimea? Che il Donbass tornerà sotto il pieno controllo di Kiev? Che Usa, Gran Bretagna e gli altri Paesi siano oggi più disponibili a fornire all’Ucraina quelle garanzie che non fornirono nel 2022?

La risposta è sempre e solo una: spingere sul pedale della guerra è stato un clamoroso errore, la scelta di una strategia fallimentare di cui stanno facendo le spese, ovviamente, soprattutto gli ucraini. Un errore clamoroso soprattutto per chi ritiene, giustamente, che quella russa sia stata (qualunque motivazione possa addurre il Cremlino, a volte anche con ragione) un’aggressione. La cosa fondamentale era fermare l’aggressione. Convincere l’aggredito (magari già convinto di suo: la ricerca Gallupp del marzo 2022 diceva che il 73% degli ucraini si pronunciava per l’idea di combattere) di poter ottenere la rivincita ha prodotto il risultato che vediamo ogni giorno. Chi se ne prenderà la responsabilità?

da qui

domenica 24 novembre 2024

Il mondo al contrario dei media: 5 feriti sono un pogrom, 120 mila morti sono legittima difesa - Fulvio Scaglione


 

Niente, non è nemmeno colpa loro. Dei fatti di Amsterdam, in occasione della partita di Europa League tra Ajax e Maccabi, abbiamo già dato conto su InsideOver, in questo articolo di Valerio Moggia (Chi sono davvero i tifosi del Maccabi) e in quest’altro del sottoscritto (Se Gaza irrompe nel mondo del calcio), quindi non serve ricapitolarli. Abbiamo parlato di “pogrom” perché era chiaro che si trattava di violenze organizzate che avevano un preciso sfondo politico e razziale. Quindi non abbiamo debiti con nessuno.

Resta però un fatto. Come sempre, la narrazione corrotta dei fatti rischia di diventare persino più importante dei fatti stessi. Per condannare lo spregevole assalto ai tifosi del Maccabi (che a loro volta non si sono risparmiati, in quel di Amsterdam, con le provocazioni) sono stati scomodati i reduci dei campi di concentramento, sono stati chiamati a raccolta tutti gli intellettuali di pronta beva, trombe, trombette, pifferi e primi violini hanno provveduto al rumore di fondo. Netanyahu, che è una vecchia e cinica volpe, ha approfittato della situazione per una splendida operazione di propaganda: due aerei speciali sono decollati da Israele con squadre mediche a bordo, come nel pieno di un’emergenza bellica. Alla fine il bilancio di questa tragedia è stato: 5 feriti. Cinque. Feriti.

Eppure per circa 36 ore la cosiddetta “stampa di qualità” ci ha parlato dei fattacci di Amsterdam come di una seconda “notte dei cristalli”, come il segno evidente di una persecuzione antiebraica in pieno svolgimento. Il tutto sugli stessi media che delle stragi di Gaza parlano controvoglia, proprio perché non se ne può fare a meno. Con il risultato di produrre (e non veniteci a dire che è un caso) questa tesi: cinque fan del Maccabi feriti in una caccia al tifoso israeliano in quel di Amsterdam sono un pogrom, una notte dei cristalli, una congiura antisemita. Mentre 120 mila morti palestinesi a Gaza sono vittime collaterali di una legittima azione di autodifesa. E si badi bene: guai a parlare di genocidio o tentativo di genocidio per Gaza, come fanno molti. Mentre di “notte dei cristalli” per 5 feriti (cinque. feriti) si può serenamente parlare.

Come si diceva, il problema ormai non sta più in questo o quell’episodio, per quanto spiacevole o drammatico possa essere. Il problema, invece, sta ormai in questa nuvola mediatica che, in simbiosi con i poteri oggi prevalenti, cerca di “vendere” ai cittadini una pittura della situazione che è ormai quasi del tutto di fantasia. Che con la realtà dei fatti, con la proporzione delle questioni aperte, con la praticabilità delle soluzioni proposte ha un rapporto labilissimo, in molti casi inesistente. È un racconto di comodo, di interesse, che sempre più spesso va a spaccarsi le corna contro l’implacabile muro delle cose.

La conseguenza è questa: ogni volta che ci si trova ad affrontare una questione controversa e importante, ogni volta che servirebbe un’analisi seria e profonda per aiutarci a capire, molti dei media più diffusi sono largamente inutili, quando non dannosi. Prendiamo la guerra in Russia seguita all’invasione russa. Ci sono due livelli. Le pure e semplici balle: i russi combattono con le pale perché non hanno più armi; i russi usano i microchip delle lavatrici per i missili perché la loro industria bellica è a pezzi (indimenticabile copyright di Ursula von Der Leyen); i russi scavano trincee nel terreno contaminato di Cernobyl; i russi prendono pastiglie che consentono loro di combattere anche quando sono feriti… Ma questa è la fuffa, la schiuma. La sostanza sta nel fatto che tutte le previsioni importanti si sono rivelate sballate: l’effetto delle sanzioni, il sostegno dei russi a Putin, la capacità dei russi di riarmare, persino la possibilità di isolare la Russia nel contesto internazionale.

Abbiamo fatto questo esempio perché è il più tragico, in primo luogo per gli ucraini, e clamoroso. Ma vogliamo parlare delle elezioni presidenziali Usa? Prima un tifo sfegatato per Kamala Harris, senza mai spiegare che cosa diavolo volesse fare degli Stati Uniti la candidata improvvisata dopo la rinuncia di Joe Biden. Poi, di fronte alla vittoria a valanga di Donald Trump che nessuno aveva nemmeno lontanamente ipotizzato, un solo grottesco lamento sulla fine della democrazia, degli Usa, della civiltà. La crisi di governo in Germania, con le prossime elezioni anticipate? Il ruggito del vecchio leone Scholz, come se non fosse il certificato di morte della “maggioranza semaforo” (liberali, socialdemocratici e verdi) che ha governato finora il Paese e che, incidentalmente, è la stessa maggioranza che governa la Ue. Per non dire del fatto che se va in crisi la Germania andiamo in crisi un po’ tutti, a partire dall’Italia come ci ha spiegato bene qui Andrea Muratore in un recente articolo.

L’avanzata della destra di Marine Le Pen in Francia? Ricordo perfettamente che, all’epoca delle prime proteste dei gilet gialli, eravamo pochissimi a dire: guardate che dietro tutto questo, vi piaccia o no, c’è un problema vero, concreto. Riassumibile in una sola domanda: chi paga il costo della transizione energetica? Però non si poteva, anzi non si doveva dire, guai a criticare le politiche di Emmanuel Macron. E che pacchia quando le manifestazioni dei gilet gialli diventarono occasione di scontro e di speculazione dei soliti black Block e compagnia bella. E adesso? Che cosa ci diciamo adesso della transizione energetica e della posizione di Macron all’interno del suo stesso Paese? Tutto bene? Oppure vale la solita spiegazione, cioè che milioni di francesi (e tedeschi e italiani) si sono rincoglioniti?

Qualcuno, anzi, molti, credono che si possa vivere benissimo anche senza Tv e giornali. Non è vero. Primo perché nessuna società, come già Omero dimostrava, riesce a stare senza qualcuno che racconti il mondo. Secondo, perché l’informazione, ormai, non sta più nei media comunemente detti. L’informazione, cioè il racconto del mondo, è nell’aria, arriva dai telefoni, dagli schermi nelle metropolitane, dai social, dai passaparola sui tram, dalle classifiche dei libri di Amazon, dalle chat. E noi tutti cittadini abbiamo il diritto/dovere ad avere un racconto del mondo non vero o falso, non onesto o disonesto (categorie aleatorie se applicate all’informazione) ma ancorato alla realtà dei fatti e non alle fantasie più o meno interessate. Nessuno di noi vuole tornare ai tempi della peggior Unione Sovietica, quando il motto era: se teoria e realtà non combaciano, la colpa è della realtà.

da qui

giovedì 21 novembre 2024

1000 giorni di guerra in Ucraina e non abbiamo imparato (quasi) niente - Fulvio Scaglione

 

C’erano e ci sono molti modi per ricordare che da 1.000 giorni l’Ucraina, il popolo ucraino, resiste all’aggressione russa. Uno, forse non graditissimo agli aedi della guerra, è stato quello di Gallup, il prestigioso istituto di analisi statistica e ricerca sociologica fondato quasi novant’anni fa a Washington. Nel primo di una serie di interventi, i ricercatori Usa hanno rilevato che oggi il 52% degli ucraini oggi vorrebbe arrivare al più presto a fermare la guerra con un negoziato, mentre il 38% vorrebbe continuare a combattere. Di quel 52%, più della metà sarebbe disposta ad accettare cessioni di territori in cambio della pace. La ricerca Gallup ci dice molte altre cose. Per esempio, che il consenso alla guerra è andato sempre in calando: dal 73% del 2022, subito dopo l’invasione, al 63% del 2023 all’attuale 38%. E che il sostegno all’idea di continuare a combattere è calato in tutte le regioni del Paese, da quelle più vicine a quelle più lontane dalla linea del fronte. Noi aggiungiamo qui un’ulteriore considerazione: che questa ricerca è stata realizzata proprio a partire dal periodo in cui il presidente Zelensky presentava il suo Piano per la Vittoria.

Un popolo che vede il proprio Paese invaso e affronta immani sofferenze per difenderlo ha tutto il diritto di scegliere la propria strada. Lo pensavamo ieri, quando gli ucraini erano convinti di poter sconfiggere la Russia sul campo e recuperare la Crimea e tutti gli altri territori annessi alla Federazione Russa, e lo pensiamo oggi. Per usare un’espressione retorica, gli ucraini hanno comunque vinto la loro guerra, anche se si smettesse di sparare domani e i russi si tenessero tutto ciò che hanno finora occupato.

Questo, però, vale solo per gli ucraini. Tutti gli altri, americani ed europei, dopo questi mille giorni dovrebbero fare un serio esame di coscienza. Servirebbe a migliorare il livello della nostra politica e della nostra cultura. Noi, che siamo sempre stati sul “lato oscuro della forza”, abbiamo sempre pensato che la cosa migliore da fare fosse PRIMA fermare la guerra e POI cercare una pace giusta per l’Ucraina. Eravamo in minoranza, la linea che è passata è quella opposta: PRIMA sconfiggiamo la Russia sul campo e POI le imponiamo una pace giusta. Va bene così, in democrazia decidono i Governi con l’avallo dei Parlamenti.

Ma adesso, dopo questi 1.000 orribili giorni, è giunta l’ora di ammettere che la strategia scelta era quella sbagliata. Dopo quasi tre anni di guerra, sappiamo con certezza che non ci sarà la sconfitta sul campo della Russia e non ci sarà la “pace giusta” di cui si parlava. Se dopo due mesi di guerra, nel 2022, si fosse per ipotesi siglata una tregua con quelle trattative in Bielorussia, saremmo stati esattamente al punto di adesso. Con 500 mila ucraini morti in meno, un’Ucraina meno devastata e più solida di adesso, molti profughi ucraini in meno. Molte più risorse, sia militari sia economiche, almeno in Europa, per aiutare l’Ucraina a riprendersi. Molte meno divisioni, almeno in Europa ma ora forse anche negli Usa, su come aiutarla a proteggersi.

I “pacifisti” avevano ragione, come già l’avevano per l’Iraq, la Siria, la Libia. I bellicisti avevano torto, come sempre. Perché alla fin fine ha ragione il Papa quando dice che la guerra è la risposta peggiore, il male assoluto.

Certe strade, però, sono difficili da percorrere a ritroso. E così assistiamo, anche dopo questi 1.000 giorni, a penosi rituali già visti. Come quest’ultima decisione di Joe Biden sui missili a lungo raggio. Un presidente che ha già un piede fuori dalla Casa Bianca ed è totalmente privo di legittimità politica, essendo stato sfiduciato in primo luogo dal suo partito, toglie le restrizioni all’uso dei missili a lunga gittata da parte degli ucraini. Sommo esempio dell’ipocrisia che ha guidato per 1.000 giorni le azioni dell’Occidente. Se questa è una guerra contro l’impero del male russo, contro un asse di Paesi (Russia, Cina, Iran e chissà chi altro) che vogliono imporre le pretese dell’autocrazia ai diritti della democrazia, una guerra “esistenziale” per tutti noi, perché non abbiamo dato tutto e subito agli ucraini che ci rimettono la pelle? E perché non siamo andati a combattere anche noi, per primi i baltici, i polacchi, i finlandesi, gli svedesi, cioè i Paesi che ci ripetono che Putin, se vincente in Ucraina, passerebbe di certo ad altre aggressioni? E dopo di loro noi latini, ovviamente, almeno i Paesi fondatori di questa Ue che non vuole esser messa sotto tutela dell’imperialismo moscovita.

Nulla di tutto questo è successo. Nessuno degli obiettivi programmati o anche solo auspicati (cambio di regime a Mosca, crollo dell’economia russa, sconfitta sul campo della Russia, isolamento internazionale del Cremlino) è stato finora raggiunto. Lo sarà in futuro? Forse. Da Mosca arrivano voci sulla grande preoccupazione di Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca centrale di Russia, che avrebbe più volte ammonito Putin a frenarsi, perché l’economia russa fatica sempre più ad assorbire lo sforzo bellico. Ma dopo questi 1.000 giorni siamo ai “forse” e non è un gran risultato.

A proposito di rituali. A dispetto di ciò che la realtà (e ora anche gli ucraini) indica con chiarezza, proseguono le campagne per convincerci che va bene così, che siamo sulla strada giusta, che la vittoria è vicina. Perfettamente in linea con una propaganda che fin dal primo minuto dell’invasione russa si è preoccupata non di raccontare i fatti ma di bastonare chiunque di quei fatti desse un’interpretazione diversa. Il termine “putiniano”, quindi complice dell’invasore (roba che in un Paese normale dovrebbe valere una querela dall’esito certo) usato come un manganello contro i diversi pareri, assurdi o fondati che fossero. Per cui poteva essere definito “putiniano” anche l’ex direttore di AvvenireMarco Tarquinio, ora europarlamentare del Pd, mentre noi non potremmo mai definire imbecilli i molti che in 1.000 giorni non ne hanno azzeccata una. O tutti quelli che hanno pubblicato come oro colato le più colossali baggianate, compresa la famosa affermazione della Von Der Leyen sui microchip delle lavatrici usati dai russi per far volare i missili.

E quindi si continua così, facendo finta che esista una realtà parallela in cui le previsioni sbagliate diventano giuste, i russi si ritirano, gli ucraini avanzano e con i missili Usa la democrazia trionfa. L’Europa invecchiata male si balocca con una visione del mondo che, ormai, corrisponde solo ai suoi desideri. Oggi sul Corriere della Sera l’ex ministro ucraino degli Esteri Kuleba (uno dei tanti silurati da Volodymyr Zelensky) dichiara quanto segue: “Se permettono a Putin di prevalere, non avranno perso solo l’Ucraina. Avranno perso l’Occidente, perché chi segue questa guerra in Cina, in Africa, in America Latina vedrà che l’Occidente non è capace di difendere i propri valori di libertà, democrazia, Stato di diritto. E allora anche altri attaccheranno gli interessi occidentali nel mondo, convinti che l’Occidente non sia più quello che conoscevano».

Abbiamo già detto che i cittadini di un Paese invaso hanno diritto a fare e pensare ciò che più credono. Ma a Kuleba bisognerebbe pur dirlo che quanto lui teme è già successo. In Africa la Francia viene presa a calci nel sedere ogni giorno. La Cina, non ne parliamo. L’America Latina? Vada a vedere quel che succede con gli investimenti cinesi o le relazioni con la Russia. Ed è successo non perché la Russia POTREBBE vincere questa guerra ma perché l’ha fatta. Perché cerca di rovesciare un tavolo su cui le carte sono sempre state distribuite dagli occidentali, con le loro monete, le loro alleanze militari, le loro istituzioni. Cosa che molti non accettano più come prima. Basta vedere quel che succede con i BRICS: da quando abbiamo iniziato a demonizzare Russia e Cina è cresciuto in misura esponenziale il numero dei Paesi che vogliono entrarvi, ultimi Tailandia e Colombia.

Tutto questo è bello, è giusto? Il potenziale “nuovo ordine mondiale” sarà sicuramente meglio del vecchio? Certo che no. Ma un’epoca, per noi indubbiamente felice, è finita. Prima ce ne renderemo conto, prima la smetteremo di fare i nobili con le pezze al culo, e meglio sarà.

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martedì 19 novembre 2024

Media malati: 5 feriti è pogrom, 120 mila morti è legittima difesa - Fulvio Scaglione

 

Di Amsterdam e della partita tra Ajax e Maccabi, abbiamo già dato conto su InsideOver e su Remocontro. «Abbiamo parlato di ‘pogrom’ perché era chiaro che si trattava di violenze organizzate che avevano un preciso sfondo politico e razziale. Quindi non abbiamo debiti con nessuno». Ma Fulvio Scaglione, dalle tifoserie violente strumentabili vuole passare a parlare del giornalismo che le racconta. Ciò che vede e ciò che fa vinta di non vedere.

 

La narrazione che sovrasta i fatti

Come sempre, la narrazione corrotta dei fatti rischia di diventare persino più importante dei fatti stessi. Per condannare lo spregevole assalto ai tifosi del Maccabi (che a loro volta non si sono risparmiati, in quel di Amsterdam, con le provocazioni) sono stati scomodati i reduci dei campi di concentramento, sono stati chiamati a raccolta tutti gli intellettuali di pronta leva, trombe, trombette, pifferi e primi violini hanno provveduto al rumore di fondo. Netanyahu, che è una vecchia e cinica volpe, ha approfittato della situazione per una splendida operazione di propaganda: due aerei speciali sono decollati da Israele con squadre mediche a bordo, come nel pieno di un’emergenza bellica. Alla fine il bilancio di questa tragedia è stato: 5 feriti. Cinque. Feriti.

Stampa ‘alta’ vetrina bordello

Per circa 36 ore la cosiddetta “stampa di qualità” ci ha parlato dei fattacci di Amsterdam come di una seconda “notte dei cristalli”, come il segno evidente di una persecuzione antiebraica in pieno svolgimento. Il tutto sugli stessi media che delle stragi di Gaza parlano controvoglia, proprio perché non se ne può fare a meno. Con il risultato di produrre (e non veniteci a dire che è un caso) questa tesi: cinque fan del Maccabi feriti in una caccia al tifoso israeliano in quel di Amsterdam sono un pogrom, una notte dei cristalli, una congiura antisemita. Mentre 120 mila morti palestinesi a Gaza sono vittime collaterali di una legittima azione di autodifesa. E si badi bene: guai a parlare di genocidio o tentativo di genocidio per Gaza, come fanno molti. Mentre di “notte dei cristalli” per 5 feriti (cinque feriti) si può serenamente parlare.

Oltre l’episodio, il sistema

Come si diceva, il problema ormai non sta più in questo o quell’episodio, per quanto spiacevole o drammatico possa essere. Il problema, invece, sta ormai in questa nuvola mediatica che, in simbiosi con i poteri oggi prevalenti, cerca di “vendere” ai cittadini una pittura della situazione che è ormai quasi del tutto di fantasia. Che con la realtà dei fatti, con la proporzione delle questioni aperte, con la praticabilità delle soluzioni proposte ha un rapporto labilissimo, in molti casi inesistente. È un racconto di comodo, di interesse, che sempre più spesso va a spaccarsi le corna contro l’implacabile muro delle cose.

Stampa inutile se non dannosa

La conseguenza è questa: ogni volta che ci si trova ad affrontare una questione controversa e importante, ogni volta che servirebbe un’analisi seria e profonda per aiutarci a capire, molti dei media più diffusi sono largamente inutili, quando non dannosi. Prendiamo la guerra in Russia seguita all’invasione russa. Ci sono due livelli. Le pure e semplici balle: i russi combattono con le pale perché non hanno più armi; i russi usano i microchip delle lavatrici per i missili perché la loro industria bellica è a pezzi (indimenticabile copyright di Ursula von Der Leyen); i russi scavano trincee nel terreno contaminato di Cernobyl; i russi prendono pastiglie che consentono loro di combattere anche quando sono feriti…

Ma questa è la fuffa, la schiuma. La sostanza sta nel fatto che tutte le previsioni importanti si sono rivelate sballate: l’effetto delle sanzioni, il sostegno dei russi a Putin, la capacità dei russi di riarmare, persino la possibilità di isolare la Russia nel contesto internazionale.

Propaganda, vera tragedia ucraina. Poi Trump, e Germania, eccetera

Abbiamo fatto questo esempio perché è il più tragico, in primo luogo per gli ucraini, e clamoroso. Ma vogliamo parlare delle elezioni presidenziali Usa? Prima un tifo sfegatato per Kamala Harris, senza mai spiegare che cosa diavolo volesse fare degli Stati Uniti la candidata improvvisata dopo la rinuncia di Joe Biden. Poi, di fronte alla vittoria a valanga di Donald Trump che nessuno aveva nemmeno lontanamente ipotizzato, un solo grottesco lamento sulla fine della democrazia, degli Usa, della civiltà. La crisi di governo in Germania, con le prossime elezioni anticipate? Il ruggito del vecchio leone Scholz, come se non fosse il certificato di morte della “maggioranza semaforo” (liberali, socialdemocratici e verdi) che ha governato finora il Paese e che, incidentalmente, è la stessa maggioranza che governa la Ue. Per non dire del fatto che se va in crisi la Germania andiamo in crisi un po’ tutti, a partire dall’Italia.

E la Francia di Marine Le Pen?

L’avanzata della destra di Marine Le Pen in Francia? Ricordo perfettamente che, all’epoca delle prime proteste dei gilet gialli, eravamo pochissimi a dire: guardate che dietro tutto questo, vi piaccia o no, c’è un problema vero, concreto. Riassumibile in una sola domanda: chi paga il costo della transizione energetica? Però non si poteva, anzi non si doveva dire, guai a criticare le politiche di Emmanuel Macron. E che pacchia quando le manifestazioni dei gilet gialli diventarono occasione di scontro e di speculazione dei soliti black Block e compagnia bella. E adesso? Che cosa ci diciamo adesso della transizione energetica e della posizione di Macron all’interno del suo stesso Paese? Tutto bene? Oppure vale la solita spiegazione, cioè che milioni di francesi (e tedeschi e italiani) si sono rincoglioniti?

Non senza tv e giornali, ma informazione seria

Qualcuno, anzi, molti, credono che si possa vivere benissimo anche senza Tv e giornali. Non è vero. Primo perché nessuna società, come già Omero dimostrava, riesce a stare senza qualcuno che racconti il mondo. Secondo, perché l’informazione, ormai, non sta più nei media comunemente detti. L’informazione, cioè il racconto del mondo, è nell’aria, arriva dai telefoni, dagli schermi nelle metropolitane, dai social, dai passaparola sui tram, dalle classifiche dei libri di Amazon, dalle chat.

E noi tutti cittadini abbiamo il diritto/dovere ad avere un racconto del mondo non vero o falso, non onesto o disonesto (categorie aleatorie se applicate all’informazione) ma ancorato alla realtà dei fatti e non alle fantasie più o meno interessate. Nessuno di noi vuole tornare ai tempi della peggior Unione Sovietica, quando il motto era: se teoria e realtà non combaciano, la colpa è della realtà.

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mercoledì 13 novembre 2024

L’Occidente ha perso la guerra con la Russia, gli Usa hanno vinto quella con l’Europa - Fulvio Scaglione

 

Com’era prevedibile, il meteorite della rielezione di Donald Trump, da molti prevista nell’esito finale ma non nelle clamorose proporzioni, ha generato un rumore di fondo quasi incontrollabile. Con l’insediamento lontano ancora due mesi e le nomine fondamentali per il Governo degli Usa ancora da decidere, rischiamo di essere travolti da un’onda di supposizioni, illazioni, fake news e presunte rivelazioni che sono quasi sempre basate sul nulla, o sulla fantasia dei giornalisti. Il fatto che quasi sempre queste “informazioni” arrivino dalle stesse fonti, pubbliche o private, che da anni provvedono a diffondere analoghe “informazioni” (il Nord Stream l’hanno fatto saltare i russi, i russi usano i microchip delle lavatrici per i missili, i russi combattono con le pale perché non hanno armi, ecc. ecc.), ovviamente non contribuisce a rallegrarci. Ed è quasi buffa l’idea che Trump possa tra poco entrare nella Sala Ovale, sedersi al Resolute Desk e con un tratto di penna mandare alla deriva l’Ucraina e far tornare gli Usa pappa e ciccia con la Russia.

Faccio questi esempi non solo perché l’invasione russa e la guerra in Ucraina sono un tema fondamentale per noi europei ma anche perché il buco temporale e decisionale tra l’uscita dalla Casa Bianca di Joe Biden e l’ingresso di Trump dovrebbe essere il momento giusto per tenersi ancorati all’essenza delle cose. Soprattutto per noi europei, vuol dire questo: la rielezione di Trump, comunque vada, chiunque lo affiancherà al Governo, qualunque decisione verrà presa, scrive la parola fine alla narrazione che ha dominato dal momento dell’invasione russa del 24 febbraio del 2022: ovvero, che il conflitto si potesse concludere solo con la sconfitta sul campo della Russia, il suo collasso economico sotto il peso delle sanzioni, il suo isolamento internazionale e, meglio ancora, con un cambio di regime a Mosca. Ipotesi ottimale: tutte queste cose più la disgregazione della Federazione Russa.

Certo, è un mantra che viene ancora ripetuto. Lo ha fatto Josep Borrell, che sta per lasciare l’incarico di Alto commissario alla politica Estera e di Difesa della Ue, pochi giorni fa, durante il suo sesto e ultimo viaggio a Kiev. L’ha fatto anche Giorgia Meloni. Ma si percepisce ormai la stanchezza, la sfiducia, la ritualità delle dichiarazioni fatte per abitudine. Nella realtà, che certo non sfugge a politici di quel livello, l’Occidente (non l’Ucraina, che si è sacrificata a livelli quasi inconcepibili per respingere la Russia) ha perso la guerra: la Russia non è stata sconfitta, la sua economia non è crollata, Putin è saldo al potere e non è isolato nel mondo, la Federazione non si è disgregata. La Russia ha grosse difficoltà, è ovvio. Ma l’obiettivo era annichilirla, non crearle problemi.

Il ritorno di Trump sulla scena internazionale manda appunto questo messaggio: no, da questa guerra si può uscire anche in un altro modo. Trattando, negoziando, mettendo in qualche modo d’accordo. Anche con l’invasore russo, anche con Putin che ha stracciato tutti o quasi i trattati internazionali, anche con un’Ucraina amputata della Crimea e magari anche di altri territori. Non è giusto? Certo che non lo è. Ma da quando i rapporti tra le potenze sono improntati al senso di giustizia?

Attualmente il termine generico “Occidente”, di cui tutti abusiamo, in questo fallimento serve solo fino a un certo punto. Il Giappone non perde quanto la Germania. L’Italia perde assai più della Norvegia, diventata fornitore di gas al posto della Russia. La Polonia guadagna, la Francia recede. La Finlandia si sente più sicura per essere entrata nella Nato ma ora sta riaprendo il confine con la Russia perché il traffico frontaliero le rendeva dei bei soldoni. E così via.

Quello che è certo è questo: gli Usa ci guadagnano, l’Europa ci rimette. Gli Usa hanno ottenuto concreti vantaggi (anche solo nel settore energetico) e un vantaggio politico inestimabile: aver tagliato il legame tra l’Europa (con la Germania a far da testa di ponte) e la Russia, eliminando con questo l’unica, anche se vaga, ipotesi di blocco davvero concorrenziale con gli Usa dal punto di vista politico ed economico. L’Europa, ora, è costretta a inventarsi un nuovo modello di sviluppo, diverso da quello energia a basso costo – manifatture – esportazioni che il rapporto con la Russia le aveva consentito per decenni e che l’aveva fatta prosperare. E nell’emergenza della guerra alle porte ha rinunciato a qualunque ipotesi di organizzazione collettiva di difesa, abbandonandosi a una corsa al riarmo “ognuno per sé” di dubbia efficacia e in definitiva affidando le proprie sorti alla Nato a trazione Usa, ora perfettamente sovrapposta ai confini della Ue.

Noi abbiamo sempre scritto che la guerra in Ucraina, nata dalla violazione dei trattati internazionali operata dalla Russia con l’invasione del 2022, andava soffocata quanto prima e non fomentata, non alimentata nell’illusoria speranza di una vittoria totale sul campo. La Von der Leyen, Borrell e i loro seguaci avevano torto e noi avevamo ragione. Quello che si prospetta ora, Trump o non Trump, è esattamente ciò che si prospettava nel 2022 se si fosse perseguita una tregua ma in peggio, molto peggio: l’Ucraina oggi può rimetterci più territori di allora ed è più distrutta di allora, tra Russia e Ucraina è morto un milione di persone, altri milioni di ucraini sono dispersi in Europa e altrove come rifugiati e chissà quanti di loro torneranno in patria. Dell’Europa abbiamo detto, dell’ascesa dei Brics potremmo dire, del mal funzionamento dell’Unione Europea ha già parlato abbastanza Mario Draghi nel suo recente rapporto.

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venerdì 23 agosto 2024

Notizia e moschetto, giornalista della Nato perfetto



Essere un giornalista della Nato

Anche quest’anno si è svolto il corso Essere giornalista della Nato.

La Russia stermina i civili ucraini, gli europei devono togliersi il pane di bocca per comprare le sante armi da mandare in Ucraina. Adesso ci sono i giornalisti della Rai embedded, specie mai estinta.

Essere giornalista della Nato è come essere un medico antiabortista, la carriera è assicurata, la coscienza chissà.

Non è difficile essere giornalista della Nato, la Nato fa la lista delle notizie da diffondere e vanno diffuse.

Le notizie importanti sono quelle da ripetere, seguendo gli ordini:

-La Russia invade, l’Ucraina no, la Russia ha torto, bisogna sostenere la povera Ucraina.

-L’Ucraina vincerà la guerra, è sicuro.

-Zelensky non suda, lui profuma.

-La vittima Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente si difende dai barbari e dai terroristi.

-L’Iran è un pericolo per tutti, non deve attaccare Israele.

-Invadere la Russia è un dovere di tutto l’Occidente.

 

 

Ancora più importarti sono le notizie da non dare, per non passare da filorusso e filopalestinese:

 

Cosa è successo nel 2014 in Piazza Maidan

Il genocidio a Gaza nella stampa italiana

La direttiva Annibale

Paolo Desogus: Le “non persone” di Gaza

Gaza_e_i_crimini_dell’obbedienza

Israele_a_che_titolo_partecipa_alle_olimpiadi

Jeffrey Sachs: Non mi fido degli USA neanche per un momento

Matteo Saudino: Strage a scuola, e l’informazione?

David Colantoni: I documenti che riscrivono la storia tra NATO e Ucraina

L’Ucraina “allevata” dagli USA

Clara Statello: Gli ucraini che non vogliono combattere

Paolo Mossetti: L’occupazione di Israele è illegale e si chiama apartheid

Fulvio Scaglione: Nord stream sono stati gli ucraini ed ecco chi li ha aiutati.html


venerdì 1 dicembre 2023

Dice un proverbio africano: quando due vicini litigano, prima è passato un inglese

 


articoli e video di Francesco Dall’Aglio, Ariel Umpièrrez, John Mearsheimer, Fulvio Scaglione, Ennio Remondino, Fabio Ruzzarin, Fabio Mini, Ugo Mattei, Giacomo Gabellini, Stefano Orsi, Fabrizio Poggi, Marco Travaglio, Ezequiel Bistoletti, Alberto Capece, Alessandro Orsini, Sara Reginella, Sergei Lavrov, Gaetano Colonna, Laura Ruggeri, Tatiana Santi, Giuliano Marrucci


La ritirata di Russia – Marco Travaglio

Martedì Repubblica ha intervistato in pompa magna Anna Netrebko, “regina della lirica, soprano russa senza confronti, voce da brivido, vigore espressivo, piglio da diva, milioni di follower e carisma ammaliante”, “scoperta dal geniale direttore Valery Gergiev, vicino a Putin”. A dieci giorni dalla prima della Scala che la vedrà mattatrice nel Don Carlo di Verdi, si è concessa in “esclusiva” a Rep “a patto di non citare quei temi” (la guerra in Ucraina). E Rep ha subito accettato: “Bello prendersi una vacanza dai fuochi e affrontare il ritratto del suo personaggio verdiano”. Non bello: bellissimo. Abbiamo atteso 24 ore prima di scriverne per dare modo ai Riotta, Mieli, Polito, Cappellini, Severgnini, Folli, Grasso, Sarzanini, Guerzoni, Iacoboni e gli altri atlantisti nostrani di infilare Rep in una nuova lista di putiniani servi della cyberpropaganda russa. Invece tutti zitti e Mosca.

Sembra passato un secolo, non 18 mesi, da quando la “regina della lirica” dovette ritirarsi dalla Scala perché Sala e il teatro avevano cacciato il “geniale direttore” Gergiev per putinismo molesto. Altri teatri cancellavano i balletti di Tchaikovsky e altri musicisti protoputiniani. La Fiera del libro per ragazzi di Bologna bandiva editori e autori russi. Il Festival della fotografia di Reggio Emilia rimandava indietro il russo Gronsky, così putiniano che appena rientrò a Mosca sfilò in un corteo contro la guerra di Putin e fu arrestato dalla polizia di Putin. Gli atleti russi, olimpici e pure paralimpici, erano banditi dalle gare o costretti a parteciparvi senza bandiere. La Bicocca, dopo approfondite ricerche, scoprì che era russo anche tal Dostoevskij, sedicente scrittore che, con Tolstoj, Cechov, Puskin, Gogol’ e altri putribondi figuri, minacciava di diffondere la propaganda putiniana e sospese il seminario di Paolo Nori sulle sue opere. Mezzo mondo cancellò i film russi e i corsi di russo. Le fiere feline squalificarono i gatti russi per evitare miagolii putinisti. Il concorso Albero dell’Anno espulse la quercia di Turgenev (pure lui proditoriamente russo). Banditi anche gli intellettuali e artisti ucraini che avevano osato nascere o esibirsi in Donbass o in Crimea. La delegazione russa fu estromessa dalle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz, notoriamente liberato non dall’Armata Rossa, ma dagli ucraini e dagli americani (come ne La vita è bella di Benigni). Il tutto fra le standing ovation della stampa atlantista. La stessa che ora copia Orsini, relega l’eroico Zelensky nei trafiletti, invoca un compromesso Mosca-Kiev prima che si noti la disfatta Nato e stende tappeti rossi alla regina putiniana della lirica, che si esibirà non a caso dinanzi a La Russa. Di questo passo c’è pure il rischio che riabilitino quel Dostoevskij.

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Il mito che Putin fosse intenzionato a conquistare l’Ucraina e a creare una Grande Russia – John Mearsheimer

Un numero crescente di prove convincenti dimostra che la Russia e l’Ucraina sono state coinvolte in seri negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina subito dopo il suo inizio, il 24 febbraio 2022 (vedi sotto). Questi colloqui sono stati facilitati dal Presidente turco Recep Erdogan e dall’ex Primo Ministro israeliano Naftali Bennett e sono stati caratterizzati da discussioni dettagliate e sincere sui termini di un possibile accordo.

A detta di tutti, questi negoziati, che si sono svolti nel marzo-aprile 2022, stavano facendo progressi reali quando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno detto al Presidente ucraino Zelensky di abbandonarli, cosa che egli ha fatto.

La cronaca di questi eventi si è concentrata su quanto sia stato sciocco e irresponsabile da parte del Presidente Joe Biden e del Primo Ministro Boris Johnson porre fine a questi negoziati, considerando tutte le morti e le distruzioni che l’Ucraina ha subito da allora – in una guerra che Kyiv probabilmente perderà.

Tuttavia, un aspetto particolarmente importante di questa storia, riguardante le cause della guerra in Ucraina, ha ricevuto poca attenzione. La convinzione convenzionale ben radicata in Occidente è che il Presidente Putin abbia invaso l’Ucraina per conquistare il Paese e renderlo parte di una Grande Russia. Poi, si sarebbe spostato a conquistare altri Paesi dell’Europa orientale. La controargomentazione, che gode di scarso sostegno in Occidente, è che Putin sia stato motivato all’invasione soprattutto dalla minaccia che l’Ucraina entrasse nella NATO e diventasse un baluardo occidentale al confine con la Russia. Per lui e per altre élite russe, l’Ucraina nella NATO era una minaccia esistenziale.

I negoziati del marzo-aprile 2022 chiariscono che la convinzione convenzionale sulle cause della guerra è sbagliata e la controargomentazione è giusta, per due ragioni principali. In primo luogo, i negoziati si sono concentrati direttamente sulla soddisfazione della richiesta della Russia di non far entrare l’Ucraina nella NATO e di diventare invece uno Stato neutrale. Tutti coloro che hanno partecipato ai negoziati hanno capito che il rapporto dell’Ucraina con la NATO era la preoccupazione principale della Russia. In secondo luogo, se Putin fosse stato intenzionato a conquistare tutta l’Ucraina, non avrebbe accettato questi colloqui, poiché la loro stessa essenza contraddiceva qualsiasi possibilità di conquista dell’intera Ucraina da parte della Russia.

Si potrebbe sostenere che Putin abbia partecipato a questi negoziati e abbia parlato molto di neutralità per mascherare le sue ambizioni più grandi. Non ci sono prove, tuttavia, a sostegno di questa linea di argomentazione, senza contare che: 1) la piccola forza d’invasione russa non era in grado di conquistare e occupare tutta l’Ucraina; e 2) non avrebbe avuto senso ritardare un’offensiva più ampia, perché avrebbe dato all’Ucraina il tempo di costruire le proprie difese.

In breve, Putin ha lanciato un attacco limitato in Ucraina allo scopo di costringere Zelensky ad abbandonare la politica di allineamento di Kiev con l’Occidente e a far entrare l’Ucraina nella NATO. Se la Gran Bretagna e l’Occidente non fossero intervenuti per ostacolare i negoziati, ci sono buone ragioni per pensare che Putin avrebbe raggiunto questo obiettivo limitato e avrebbe accettato di porre fine alla guerra.

Vale anche la pena ricordare che la Russia ha annesso gli oblast ucraini di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia solo nel settembre 2022, ben dopo la fine dei negoziati. Se fosse stato raggiunto un accordo, l’Ucraina controllerebbe quasi certamente una quota molto maggiore del suo territorio originario rispetto a quella attuale.

È sempre più chiaro che, nel caso dell’Ucraina, il livello di stupidità e disonestà delle élite occidentali e dei media mainstream occidentali è sbalorditivo.

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LA GUERRA, DI COLPO, NON CI PIACE PIU’ – Fulvio Scaglione

L’infilata è stata notevole. Prima Time Magazine, con un reportage spietato da Kiev, protagonista un presidente Zelens’kyj che, nelle confidenze dei suoi stessi collaboratori, sembra aver perso il senso della realtà. Poi The Guardian, impegnato a raccontare la disillusione e il pessimismo degli ucraini mentre la guerra si prolunga.  Quindi il Wall Street Journal, che invita a rimettere i piedi per terra quanto a sconfitta della Russia. Per chiudere Gazeta Wiborcza, il più importante quotidiano polacco, che titola “Mosca trionfa, l’Occidente esita”, e parla di “vergognoso fallimento” (nostro) nella guerra in Ucraina. Questo ammosciamento generale mi fa poca impressione: è assolutamente speculare al ridicolo entusiasmo che su queste stesse testate dilagava un anno fa, quando Zelens’kyj e i suoi parlavano addirittura di marcia su Mosca. Ho scritto sempre che questa guerra non avrà vincitori ma solo sconfitti e resto del mio parere. Anche per quanto riguarda la Russia che, al di là delle pesanti conseguenze militari, politiche ed economiche, spostandosi verso l’Asia rinnega la sua anima più vera e profonda.

Resto del mio parere anche su un altro fatto, che cercai di sottolineare più di un anno fa, quando nella nostra povera provincia informativa impazzava la caccia al putiniano. Scrissi per Lettera da Mosca che i veri putiniani “cioè quelli che fanno gli interessi di Vladimir Putin e della classe dirigente russa che abita il Cremlino, sono proprio i sostenitori della guerra senza se e senza ma, della guerra da condurre fino allo sfinimento delle forze armate russe e/o al tracollo economico della Russia e a quello sociale del popolo russo, considerato colpevole quanto i suoi leader”. E anche qui non era difficile azzeccare il pronostico.

Tutto quello spirito combattivo, tutta quell’ansia di “fargliela vedere”, infatti, si basava su previsioni minate alla base da  due errori fondamentali, da due sottovalutazioni fatali. Il primo errore: sottostimare la Russia in generale e il Cremlino in particolare. Non sembra ma erano e sono molti quelli convinti che avesse ragione il povero (perché è morto giovane e perché non era molto acuto) John McCain quando diceva che la Russia non è altro che una pompa di benzina travestita da Stato. Piace vincere facile. E invece eccola lì la tua pompa di benzina, che resiste a migliaia di sanzioni, riconverte l’apparato industriale in un’economia di guerra e tira avanti più che bene. E poi, altra previsione sbagliata: tutti a immaginare rivolte di piazza e complotti anti-Putin. Nulla di tutto questo, Prigozhin parzialmente a parte. A colpi di servizi segreti, intimidazioni e leggi repressive il Cremlino ha tenuto il controllo del Paese. Cosa che peraltro non sarebbe riuscita (e anche questa banalità la scrivo da molti anni) se dietro Putin non ci fosse anche il consenso di una parte più o meno importante della popolazione.

L’altro errore fondamentale è stato sottovalutare la situazione internazionale. Ovvero, non rendersi conto che c’era tutta una serie di Paesi che della politica occidentale a trazione Usa ne aveva piene le tasche. D’altra parte, come poteva essere diversamente dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria, la Libia  ecc. ecc.? Dopo l’ascesa della Cina e dell’India, dopo gli infiniti pasticci americani in America Latina? Come potrebbe essere diversamente se il pensiero del responsabile della politica estera (e quindi della diplomazia) dell’Unione europea, Josep Borrell, è che l’Europa è un giardino e tutto il resto una giungla? Questo ha fatto si che, al momento dello scontro anche economico con l’Occidente, la Russia trovasse un sacco di sponde. L’Iran, la Cina, certo. Ma anche Paesi da sempre alleati dell’Occidente: per esempio l’Arabia Saudita, che nell’Opec+ collabora con la Russia per tenere discretamente alti i prezzi del petrolio, tanto che il famoso “tetto” dei 60 dollari a barile, decretato dal presuntuosissimo G7, è andato subito a farsi benedire. Come testimonia il Financial Times, il petrolio russo è andato venduto a non meno di 75-80 dollari a barile per tutto l’anno. Quelle sponde hanno aiutato la Russia a resistere alle sanzioni e a chiudere il 2023 con un attivo di 75 miliardi di dollari nella bilancia commerciale.

Il risultato di questa incredibile approssimazione politica è quello che abbiamo sotto gli occhi e che i giornali fin qui citati (nessuno sospettabile di putinismo, vero?) stanno cominciando a descrivere. E dunque avevo ragione. I putiniani veri erano quelli che incitavano alla guerra, senza rendersi conto del pasticcio in cui andavamo a infilarci. Un pasticcio, peraltro, che il radar delle opinioni publiche ha intercettato da tempo. Davvero nessuno nota  che quasi tutti i Governi europei che erano in carica nella prima fase della guerra sono stati mandati a casa come in Slovacchia (dove ora è premier quel Robert Fico che è considerato filorusso) o in Finlandia o in Italia o nel Regno Unito, o feriti a morte come in Polonia (lì avevano fiutato l’aria e avevano cominciato a litigare con l’Ucraina ma il Pis di Jaroslaw Kacsinski non riuscirà a formare una coalizione) o in Olanda, dove il partito più votato e quello del razzista Geert Wilders, di solito definito filorusso.  Altrove l’hanno sfangata con esiti paradossali come in Spagna dove il premier Sanchez, pur di restare in carica, si è acconciato all’amnistia per i separatisti catalani. E l’autonomismo catalano, per molti qui da noi e in Europa, a suo tempo era un prodotto degli hacker russi!

Sapete quali sono stati i due massimi putiniani? Angela Merkel e Francois Hollande. Hanno confessato, anche con un certo orgoglio, di aver lavorato, dopo il Maidan del 2014 e la ribellione del Donbass, non per realizzare gli Accordi di Minsk o comunque trovare una via per la pace ma per rafforzare militarmente l’Ucraina. Non sarebbe stato meglio invece cercare una soluzione negoziata? Oggi davvero pensiamo che, rinunciando a priori a quella prospettiva, Merkel e Hollande abbiano fatto un favore all’Ucraina e all’Europa?

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La guerra di cui tutti sono stanchi: mancano uomini, soldi, armi e soluzioni – Ennio Remondino

Con la crisi mediorientale che nessuno sa come potrà andare a finire, e la Cina che resta affacciata su Taiwan, la guerra impantanata d’Ucraina, voragine senza fine, diventa eccessiva anche per superpotenza. «Gli Usa potrebbero scaricare sull’Ue il peso della fornitura di armi», l’allarme di Francesco Palmas su Avvenire. In realtà, è da tempo che il comando Usa-Nato prova a scaricare in casa Ue più oneri possibili. Mentre sull’altro fronte, i russi aumentano i fondi, ma sembrano incapaci di fermare l’inerzia, sostiene chi capisce di cose militari.

Combattere non attrae più

In Ucraina, i due belligeranti non hanno mai comunicato né le perdite subite, né lo stato degli arsenali, rendendo azzardata ogni previsione sulla guerra. «Sappiamo però che combattere non attrae più», avverte Palmas. Perfino il comandante supremo ucraino, rimbrottato da Zelensky, si è detto pessimista sulle capacità del Paese: «Potremmo ritrovarci senza effettivi», ha confidato all’Economist. E l’asettica ANSA scrive che 16 mila soldati ucraini hanno disertato, abbandonando la zona di conflitto del Donbass, molti dei quali con le armi. Le città ucraine, piene di mutilati e di invalidi, vedono molti uffici di arruolamento vuoti. E oggi, l’età media di chi combatte al fronte è di 43 anni, «un handicap per qualsiasi esercito moderno».

Fine del consenso generalizzato

E c’è anche di peggio. Time descrive una presidenza isolata, ‘hybris’, troppo orgogliosa, con un Zelensky cieco di fronte ai segnali allarmanti che arrivano dalle battaglie. «L’Ucraina non ha bisogno di F-16, ma di un comando e controllo efficiente, perché è questo il motore e il cervello delle forze armate. Quasi in crisi e scosso dalle purghe di molti quadri, il vertice militare manca purtroppo di ufficiali di stato maggiore. Non ha mai imparato a coordinare azioni di grande respiro, uniche in grado di rompere il fronte», spiega l’analista di cose militari. «È il motivo principale che spiega il fallimento della controffensiva estiva, come ammesso dagli stessi comandanti ucraini». I 400chilometri quadrati riconquistati e i 17 chilometri di avanzata hanno deluso tutti, a partire dai finanziatori occidentali.

Gli assaltatori di ieri frenano

Joseph Borrell, politica estera Ue, citato da Metadefense, ha messo le mani avanti, dicendo che Bruxelles non potrà sostituire Washington nel caso in cui il prossimo nuovo inquilino della Casa Bianca voltasse le spalle a Kiev. «La paralisi amministrativa che pende sulle dinamiche d’oltreatlantico rischia di spegnere le illusioni ucraine, azzerate soprattutto se si realizzasse la vittoria trumpiana», avverte Francesco Palmas. Resta sempre più sola ‘Ursula von der Nato’. A promettere senza soldi. Mentre Le Figaro ipotizza un inverno durissimo, foriero di sconfitte per Kiev. E sulla stampa europea, anche la più militarizzata di ieri, cominciano ad affiorare dubbi su una disfatta ucraina, rilanciati pure dal premier rumeno.

Cancellerie e comandi militari a rivedere vecchie priorità. I nuovi fronti del Vicino Oriente e dalle tempeste che si profilano in Asia, anche se il G7 –ormai pressoché inutile-, ripete il sostegno a Kiev e parte della Commissione si inventa una impossibile ammissione Ue di corsa.

Le pressioni su Zelensky

«La verità è che i nostri leader stanno premendo ufficiosamente su Zelensky perché accetti colloqui con la Russia, pur non avendo precisato i termini della persuasione: pensano forse a un trattato di pace? O a un armistizio in stile coreano? O a un semplice cessate il fuoco? E i russi sarebbero d’accordo a intavolare trattative?».

Guai anche russi

L’Armata Rossa sta facendo l’impossibile: aumenta l’età dei reclutabili; l’industria che sforna missili e blindati e ha la sponda degli arsenali iraniani e nordcoreani. E l’anno prossimo il 6% del Pil nazionale sarà dirottato sulle armi. Servirà davvero? «La Russia è zeppa di problemi. Si trova nella stessa impasse tattica ucraina, nell’incapacità di una manovra dinamica in attacco e nella predominanza della difesa. Insomma non ha nulla capace di spezzare l’inerzia. Mosca ha un’aviazione intatta, ma priva di occhi e di intelligence strategica (acquisire e colpire gli obiettivi in tempo reale)».

Finale prossimo venturo?

Per il generale ucraino Zalujny solo l’arrivo di armi dirompenti (game-changers) potrebbe scompaginare il quadro. Ma i pochi F-16 che stanno per arrivare non consentiranno nessuna svolta. «A Kiev servirebbero piuttosto uomini, difese aeree, mezzi antimina, sistemi da guerra elettronica, armi anticarro e centinaia di aerei». Avvertimento del presidente ceco Petr Pavel il 9 novembre. «Il tempo ora è a favore della Russia, che ha una base più forte per mobilitare le risorse umane», ha detto Pavel. «Potrebbe esserci un momento per l’inizio dei negoziati l’anno prossimo», ha aggiunto Pavel senza specificare i dettagli.

Poco dopo la sua elezione nel gennaio 2023, Pavel aveva dichiarato che l’Ucraina avrebbe avuto solo una possibilità per lanciare una controffensiva di successo, affermando che in caso di fallimento, difficile/impossibile ottenere finanziamenti per un’altra.

Conflitto a spegnersi

Salvo sorprese, il conflitto scemerà forse d’intensità, non solo per le avversità climatiche, ma anche per l’impotenza dei belligeranti, la conclusione su Avvenire.

«La guerra si farà semicalda, con scontri sporadici al fronte, bombardamenti a lungo raggio e un fronte che correrà lungo la nuova cortina di ferro Est-Ovest, a riprova che la pace è un miraggio ancora lontano».

da qui


EU NUCHI D’EUROPA – Laura Ruggeri

Alla fine di ottobre, la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola ha chiesto a un giornalista se l’UE avrebbe aperto formalmente i colloqui di adesione dell’Ucraina e della Moldavia dopo aver concesso a questi Paesi lo status di candidati nel 2022. “Se un Paese guarda all’Europa, allora l’Europa dovrebbe spalancare le porte. L’allargamento è sempre stato lo strumento geopolitico più potente dell’Unione Europea”. Sebbene Metsola abbia semplicemente riformulato le dichiarazioni del capo della Commissione europea Ursula Von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, le parole che ha usato ben riflettono le basi ideologiche dell’espansionismo dell’UE. Metsola confonde l’Europa con l’Unione Europea, ma non si tratta di un semplice lapsus: Bruxelles da tempo ritiene che l’UE coincida con l’Europa e che i Paesi che si trovano al di fuori dei confini dell’Unione non siano veramente europei, altrimenti come potrebbero mai “guardare all’Europa”?

Diventare europei significa diventare “civilizzati”, poiché al di fuori del “giardino d’Europa” si vive in una “giungla”, almeno secondo il responsabile degli affari esteri dell’UE Josep Borrell. L’UE, che si propone come incarnazione di valori superiori, ha il dovere morale di aprire le sue porte e ammettere quei Paesi sfortunati che attualmente sono esclusi da questo giardino di delizie, e così facendo, salvarli da un imprecisato pericolo. In pratica una variazione sul tema coloniale del salvatore bianco. Poi Metsola offre l’argomento decisivo a sostegno dell’allargamento: beh, ovviamente è uno strumento geopolitico per rafforzare l’UE. L’idea che l’allargamento renda più forte il blocco, come sostengono i suoi sostenitori, o, al contrario, acceleri la sua implosione, divide le opinioni da due decenni. Metsola opportunisticamente glissa sul fatto che senza unanimità i colloqui sull’adesione non possono nemmeno essere avviati, ma si sa che per gli eurocrati  i fatti contano meno della narrazione. Le metafore utilizzate da Metsola (la porta) e da Borrell (giardino/giungla) rafforzano la dicotomia spaziale dentro/fuori che riflette culturalmente l’opposizione tra valori positivi e negativi, civiltà e barbarie. Senza una sfera esterna “caotica”, reale o immaginaria, la struttura interna non apparirebbe ordinata, anzi non apparirebbe affatto: figura e sfondo si mescolerebbero in un continuum. Supporre l’esistenza di una giungla pericolosa abitata da barbari è essenziale per mantenere l’illusione di ordine e civiltà all’interno. Il problema è che ad ogni round di allargamento l’entropia del sistema aumenta.

La storia dimostra che quando si tenta un’espansione imperiale senza le condizioni necessarie – un esercito sufficientemente forte e un’economia in grado di sostenerlo, una leadership efficace, un’ideologia che stimoli il desiderio di impero e legami istituzionali robusti tra il centro e la periferia – il fallimento e la sconfitta sono inevitabili. Ma non chiedete ai nostri eunuchi di parlare di imperi, soprattutto di quello di cui servono gli interessi. Credono alla loro stessa propaganda e si impegnano a “proteggere, promuovere e proiettare i valori europei, difendere la democrazia e i diritti umani nell’interesse del bene comune e pubblico. Promuovere la stabilità e la prosperità nel mondo, proteggendo un ordine mondiale basato su regole, è un prerequisito fondamentale per la difesa dei valori dell’Unione“. Quando si tratta di dichiarazioni dell’UE la parodia non è necessaria, l’originale ottiene lo stesso effetto comico.

Se un’ulteriore espansione sia positiva o negativa per l’UE è l’equivalente moderno dell’antica discussione bizantina sul sesso degli angeli e, sebbene non sia possibile raggiungere un accordo, il processo si è in gran parte arenato dopo l’ingresso della più grande ondata di nuovi membri nel 2004 e della Croazia nel 2013. Allora perché negli ultimi due anni è balzato in cima all’agenda di così tanti eurocrati? Principalmente perché i sostenitori dell’espansione speravano di poter far leva sull’unità dimostrata dall’UE a fronte del conflitto in Ucraina per far passare un progetto imperialista per procura partorito dal pensiero magico di Washington. La pietra angolare di questo progetto era la piena conquista dell’Ucraina, il cui esercito addestrato dalla NATO avrebbe dovuto infliggere un colpo decisivo alla Russia. Come sappiamo, le cose non sono andate esattamente secondo i piani e quell’unità di intenti sembra ora precaria quanto il futuro dell’Ucraina. All’Ucraina è stato promesso per anni lo status di candidato all’UE e finalmente lo ha ottenuto in cambio di un bagno di sangue. Ovviamente, non ha i requisiti per l’adesione e la prospettiva di restare per anni in una sala d’attesa affollata con altri candidati non è  propriamente allettante.

Bruxelles deve prima trovare e poi offrire una carota più succosa in un momento in cui i sondaggi di opinione mostrano stanchezza verso l’Ucraina. Dopo essersi schierata in difesa dell’“ordine basato sulle regole” degli Stati Uniti, l’UE ha un sacco pieno di pagherò (promesse che non può mantenere), un’economia indebolita, e il giardino delle delizie terrene di Borrell assomiglia sempre più al pannello scuro del famoso trittico di Hieronymus Bosch. Si potrebbe pensare che discutere dell’allargamento dell’UE mentre l’Unione si trova ad affrontare crisi importanti che la stanno mettendo alla prova fino al punto di rottura sia l’epitome della follia. In realtà, alcuni commentatori hanno già paragonato la leadership dell’UE a Nerone che strimpellava durante l’incendio di Roma. Ma a quanto pare Nerone fece anche qualcos’altro, incolpò i cristiani. Offrire un nemico interno o un nemico esterno è una tattica collaudata per schiacciare il dissenso e consolidare il potere.

Ed è esattamente quello che ha provato a fare il ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock in una recente conferenza a Berlino dedicata all’allargamento dell’UE. Ha detto a 17 ministri degli Esteri dell’UE e dei Paesi candidati, tra cui l’ucraino Dmytro Kuleba, che l’UE deve espandersi per evitare di rendere tutti vulnerabili. “La Mosca di Putin continuerà a cercare di dividere da noi non solo l’Ucraina, ma anche la Moldavia, la Georgia e i Balcani occidentali. Se questi Paesi possono essere destabilizzati in modo permanente dalla Russia, allora questo rende vulnerabili anche noi. Non possiamo più permetterci zone d’ombra in Europa”. Che fine hanno fatto le promesse di crescita economica, investimenti e accesso a un ricco mercato unico? Poiché nel 2023 suonano tutte piuttosto vuote, Baerbock invoca l’uomo nero. È finita la pretesa che l’UE e la NATO perseguano strategie diverse. Con la porta della NATO chiusa all’Ucraina e con Washington che ha spostato la sua attenzione sul Medio Oriente e sull’Asia-Pacifico, l’onere di sostenere l’Ucraina “per difendere l’Europa” è stato scaricato sull’UE. Se dipingere la Russia come una minaccia è stato a lungo utilizzato dagli Stati Uniti per mantenere in vita la NATO, negli anni più recenti è stato sfruttato per uniformare la politica estera e la difesa degli Stati membri dell’UE. Washington ha promosso e facilitato un consolidamento verticale del potere nell’UE al fine di esternalizzare a Bruxelles alcune delle funzioni di controllo e polizia che consentono l’accumulo di capitale a livello globale e sostengono la sua egemonia…

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