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domenica 14 luglio 2024

Un’altra economia - Caterina Orsenigo

 

La scorsa primavera è uscita una serie televisiva di Scott Z. Burns intitolata Extrapolations. Il titolo rimanda al fatto che in ogni puntata si estrapolavano gli effetti del riscaldamento globale nel prossimo futuro: la prima puntata era ambientata nel 2037, la seconda nel 2046, e così via fino all’ultima, l’ottava, nel 2070. Extrapolations racconta vite, vittime e protagonisti dell’inasprirsi della crisi climatica. Tutto quello che si perde, i sempre meno che si salvano, e che si salvano sempre peggio. Ciò che non cambia mai, nemmeno di fronte ai disastri più disarmanti, è l’approccio ottuso dei gruppi dominanti: accumulo, guadagno e sviluppo perdono senso in maniera via via più plateale, eppure sembra che le loro menti non riescano a uscire da questa prigione ideologica, anche quando è quella stessa mentalità a spingere loro stessi e il mondo intero verso l’autodistruzione.

Del resto proprio l’economia è fra le poche scienze sociali (forse l’unica?) che non sembra più di tanto mettere in discussione i propri assunti. Lo diceva bene Mark Fisher: la necessità dello sviluppo viene percepita come postulato fondamentale e autoevidente, il sistema capitalistico come insostituibile. Ma ora che la fine del (nostro) mondo sembra un’ipotesi meno strampalata rispetto a qualche anno fa, da più parti comincia ad affiorare la necessità di immaginare la fine di questo apparentemente insostituibile capitalismo.

Cominciamo ricordandoci che il capitalismo non è sempre esistito: ancora oggi permangono anfratti del mondo che la sua luce abbagliante non arriva a illuminare. E ci sono idee, o almeno germi di idee, che ogni giorno cercano di farsi strada tra le sue maglie. Sapere che delle alternative ci sono, che nella lunga storia prima del capitalismo sono state la norma, che resistono pur su minuscola scala, che prendono forma nella testa di filosofi ed economisti – sapere tutto questo è importantissimo. Se non è sempre stato così, allora magari non sarà così per sempre.

L’economia è forse l’unica tra le scienze sociali che non sembra mettere in discussione i propri assunti.

Certo trovare modelli economici alternativi in grado di funzionare su larga scala, in un mondo abitato da otto miliardi di persone, è difficilissimo. Sappiamo però che è questo sistema economico ad aver causato il disastro climatico in cui viviamo. Il capitalismo è fatto di accumulo di risorse, di sovrapproduzione, di rifiuti, di colonialismo, di territori, di specie ed esseri umani trattabili come scarti: insomma, in qualche modo, il capitalismo è la crisi climatica. Non per niente il termine “Capitalocene”, nell’accezione conferita da Jason W. Moore, definisce la nostra epoca riferendosi al “deterioramento della natura come espressione specifica dell’organizzazione capitalistica del lavoro”.

In Extrapolations si ha la percezione di una mentalità, di un modo di ragionare, inscritto in questo sistema, nel quale siamo imprigionati e, anzi, nel quale è imprigionato proprio chi avrebbe il potere di cambiare la situazione. Sembra che soltanto chi il potere politico o economico di cambiare le cose non ce l’ha, ossia i movimenti giovanili e le classi più vulnerabili, riesca a vedere il disastro per quello che è, e ad avere una scala di priorità congrua alla dimensione del riscaldamento globale. Il personaggio di Don’t look up (2021) che vuole trarre profitto dalla distruzione dell’asteroide è l’archetipo perfetto di quella mentalità imprigionante, ma l’idea stessa di green economy ha a che fare con l’incapacità di tirare la testa fuori dalla sabbia. Come ha scritto Jaume Franquesa, docente di antropologia economica negli Stati Uniti:

l’idea che la crescita sia positiva, che sia un fine in sé, è ancora molto presente. E per sostenerla ci inventiamo fallacie come la crescita green. L’idea di crescita green si basa sull’ipotesi che si possa scindere la crescita economica dalla pressione sulle risorse ambientali. Ad oggi, questa teoria non è supportata da alcuna letteratura. Al massimo possono esserci momenti di separazione relativa, in cui la crescita diventa meno intensiva. […] Ma una separazione assoluta in cui la crescita economica prende una direzione, e la pressione sulle risorse un’altra, non è documentabile, non è reale.

Il primo rapporto sui limiti dello sviluppo uscì già nel lontano 1972 per conto del Club di Roma e individuava nella crescita economica la principale causa di deperimento degli ecosistemi, inquinamento e scarsità di materie prime. A stilarlo fu, fra gli altri, Nicholas Georgescu Roegen, economista e matematico che concentrò buona parte dei suoi studi sul legame fra attività economica e consumo di risorse naturali. Roegen ragionava perlopiù in termini generazionali, ritenendo lo sfruttamento incontrollato di risorse “una dittatura del presente sul futuro” per l’impossibilità di distribuire equamente le risorse esauribili fra generazioni presenti e generazioni future.

Se non è sempre stato così, allora magari non sarà così per sempre.

Fu un allievo di Georgescu-Roegen, l’accademico e analista del dipartimento Ambiente della Banca Mondiale Herman E. Daly a proporre un modello concreto di economia alternativa che potesse provare a risolvere (anche) il problema dell’allocazione intergenerazionale delle risorse. Per essere stato tra i fondatori dell’economia “ecologica”, Daly venne definito “il più importante economista di cui probabilmente non avete mai sentito parlare”, e non a torto. La raccolta di articoli Verso un’altra economia. Scritti per un futuro sostenibile (Carocci, 2023) mostra chiaramente come per Daly non solo la crescita infinita in un mondo finito sia impossibile, ma anche che la crescita smette di essere desiderabile ben prima di avvicinarsi a un pericoloso esaurimento delle risorse.

Con l’aumentare della produzione e del consumo l’utilità marginale dei beni prodotti e consumati diminuisce, e si ottiene al contrario una “disutilità marginale”. Superata una certa soglia, insomma, la crescita diventerebbe addirittura “anti-economica”: per Daly il concetto di “sviluppo sostenibile” è perciò un ossimoro in termini e la fiducia cieca nel mito della tecnologia come panacea a tutti i mali, capace di eliminare alla radice qualsiasi forma di scarsità materiale, non è altro che un’illusione. Ciò che proponeva Daly era l’approdo a una steady state economy, ossia un’economia di stato stazionario in cui la produzione di beni, i consumi, la popolazione e il tasso di occupazione restino costanti nel tempo. Si tratterebbe di trovare un giusto equilibrio fra questi fattori, con un margine più ampio di assestamento per i paesi più poveri e una stabilizzazione fra l’input di risorse naturali prelevate dall’ambiente e l’output di scarti che eviti perdita di biodiversità e inquinamento, e dia il tempo agli ecosistemi di rinnovarsi: l’opposto dell’approccio estrattivista che di norma guida le scelte di governi e grandi aziende.

In questa prospettiva stazionaria di non-crescita, l’economia potrebbe allora occuparsi di obiettivi più virtuosi, sani e concreti, come un’equa redistribuzione e la fruizione di beni immateriali. Questo stato stazionario si raggiungerebbe in seguito a un periodo di ridimensionamento dell’economia e ha a che fare solamente con gli aspetti materiali: la conoscenza, la ricerca, le arti possono continuare a crescere senza limiti. I critici alle tesi di Daly si sono soffermati sul rendimento decrescente delle risorse minerarie, il quale porrebbe un problema di giustizia intergenerazionale tanto in un’economia in crescita quanto in una stazionaria, così come sulle preoccupazioni di stampo neomalthusiano per la sovrappopolazione che sembravano caratterizzare il pensiero suo e di Georgescu-Roegen.

Per Daly la crescita smette di essere desiderabile ben prima di avvicinarsi a un pericoloso esaurimento delle risorse.

Pochi anni prima che i due economisti formulassero le loro teorie per un’economia alternativa, fu pubblicato The population bomb (1968) di Paul e Anne Ehrlich e in alcuni Paesi cominciavano i tempi delle politiche di contenimento della popolazione, con malcelate derive neocoloniali e classiste. In realtà l’impatto ambientale è in larga parte indipendente dalla dimensione della popolazione umana: il World Inequality report uscito nel dicembre 2022 indica come il 10% più ricco della popolazione mondiale emetta da solo il 50% della CO2 totale. La vera questione, insomma, è lo stile di vita della società di consumi in un’economia di tipo capitalistico. Questo non vuol dire che la popolazione debba crescere all’infinito, anzi: a livello mondiale sta già rallentando e presto raggiungerà il suo picco, per poi diminuire. Ma per ripensare l’economia e raggiungere uno steady state si dovrebbe partire innanzitutto da una drastica riduzione dei consumi più inquinanti e dunque della CO2 emessa da quel 10% di classe agiata.

Il concetto di “decrescita” proposto da Serge Latouche e anticipato dallo stesso Georgescu-Roegen ha forse il suo peccato originale nel nome scelto e nel non essersi saputo raccontare. Un peccato che negli ultimi trent’anni ha avuto due principali effetti: il primo è stato quello di dare all’ecologismo un’aura di mesta sobrietà, un volto grigio e austero, ben poco invitante. Il secondo effetto è stato quello di aver creato una diffidenza di classe verso l’ecologia in chi a mala pena stava arrivando ad avere il giusto e già aveva l’impressione di dovervi rinunciare, perché proprio sulla rinuncia sembrava essere posto l’accento. E mentre gli studi degli economisti decrescisti enfatizzano al contrario la necessità di un ripensamento globale delle attività economiche, la narrazione che voleva ridicolizzare la decrescita si è sempre concentrata sugli aspetti individuali.

Al di là del nome sfortunato e della narrazione derisoria che spesso se ne è fatta, quello di decrescita è un concetto denso, che propone un’inversione rispetto al modello economico capitalista. Se Keynes, fra le espressioni più “gentili” del capitalismo, riteneva che solo allargando sempre più la torta si sarebbe potuto dare da mangiare a tutti, Latouche sostiene invece la necessità di ripensare prima di tutto la dieta delle nostre società. Perché la torta non si può allargare all’infinito e, anche se si potesse, le disuguaglianze economiche e materiali resterebbero inalterate. È a partire da una civiltà fondata sulla giustizia sociale e su un rapporto armonico con la natura, o meglio dentro la natura, che si può raggiungere una maggiore equità sociale. Il benessere non dipende esclusivamente dalla crescita materiale, quanto invece da cooperazione, cura e anche autonomia nella gestione di molti aspetti della vita di ciascuno. In una società di questo tipo si porrebbero tetti condivisi nell’utilizzo delle risorse, diminuendo ogni anno le emissioni globali di gas serra o l’uso di energia non rinnovabile e assicurando a tutti un accesso equo alle risorse necessarie per condurre una vita soddisfacente.

Mentre gli economisti decrescisti promuovono un ripensamento globale delle attività economiche, la narrazione che voleva ridicolizzare la decrescita si è sempre concentrata sugli aspetti individuali.

Il reddito di base dovrebbe garantire un livello di vita dignitoso insieme all’accesso all’assistenza sanitaria, al cibo e all’alloggio, e potrebbe essere finanziato da schemi di “reddito climatico” che tassano le emissioni di carbonio e redistribuiscono le entrate lì dove possono produrre maggiore utilità sociale. Di proposte che vanno in questa direzione ce ne sono diverse: la campagna Tax the rich di Oxfam mostra che tassando i redditi multimiliardari si potrebbero ottenere dai 13 ai 15,7 miliardi di euro all’anno. Andrea Fumagalli, economista dell’Università di Pavia, parla invece di un basic income digitale, ossia una tassazione delle piattaforme online per “ripagare” il lavoro inconsapevole degli utenti che forniscono, al momento gratuitamente, i dati di cui le piattaforme stesse si nutrono. Non si tratta di misure che ribalterebbero il sistema economico vigente, ma magari potrebbero lanciare dei ponti verso prospettive più solide di post-crescita in cui ripensare alla base il rapporto con la natura.

Il concetto sudamericano di buen vivir compie un movimento ancora più radicale: propone una concezione del tutto diversa del rapporto tra esseri umani e ambiente e da lì approda a una diversa economia. Qui non si parla più di risorse a disposizione dei bisogni umani, ma piuttosto di scambi fra specie ed elementi naturali. E tutti, elementi naturali compresi, godono degli stessi diritti. Nel 2008 in Ecuador alcuni principi del buen vivir, che ha le sue radici nelle culture indigene, sono entrati nella costituzione, portandosi dietro una prospettiva comunitaria e pluralista, un forte coinvolgimento dei cittadini nelle scelte economiche e il riconoscimento di valori diversi rispetto a quelli prevalenti nelle economie liberali.

Non per niente proprio in Ecuador, nell’agosto 2023, è stato vinto un importantissimo referendum in cui si chiedeva alla popolazione se preferisse estrarre petrolio dal Parco nazionale Yasunì o invece lasciarlo sotto terra. E la maggioranza ha votato per non servirsi di quella risorsa: il guadagno economico che avrebbe tratto il Paese da quel petrolio passava in secondo piano rispetto all’importanza di lasciarlo al suo posto. Il fatto che il governo non stia rispettando il volere popolare è quasi secondario: non in termini climatici, ovviamente, ma in termini culturali. Il punto, lì, sta nella rivoluzione di pensiero insita in questa scelta. Testimonia la forza di comunità che vivono con regole e priorità lontanissime dall’estrattivismo e dall’imperativo della crescita.

La cultura può essere un regolatore potente degli eccessi dell’economia.

La cultura può essere un regolatore potente degli eccessi dell’economia. In Uganda, ad esempio, vivono alcune comunità di pescatori secondo la cui cosmologia qualsiasi tipo di accumulazione è da ritenersi addirittura deprecabile: l’eccesso è visto come qualcosa di sinistro, e ciò che avanza (in termini di ricchezze o di denaro) viene ridistribuito all’interno della comunità. Non importa come: si può condividere un raccolto, offrire da bere a tutti o regalare soldi a degli estranei, pur di non avere più del necessario. Il mondo, se lo rileggiamo attraverso questo codice interpretativo, ci appare allora ben più abbondante di come ci sembrava: è l’eccesso di desiderio a rendere “scarsa” la natura. Se ciò che ci preoccupa, parlando di decrescita, è che dovremo avere “meno”, l’unica risposta possibile è cambiare punto di vista e accorgerci che abbiamo già più di quel che ci serve.

Basta uscire dalla logica capitalistica del desiderio infinito e della fretta di sfruttare tutto ciò che è disponibile, perché il mondo appaia ricchissimo. All’economia della scarsità a cui siamo abituati, che porta ad accumulare proprio perché le risorse appaiono insufficienti, si contrappone un’economia dell’abbondanza, secondo cui c’è tutto quello che ci serve ed è inutile o anche dannoso tenere per sé qualunque eccedenza. Il fatto che nel tempo presente esistano concezioni dell’economia così opposte a quella occidentale, mostra come sia possibile pensare e pensarsi al di fuori del capitalismo. È sufficiente cambiare gli indicatori per rovesciare, o almeno rimescolare, le stime di benessere tra i Paesi del mondo.

Il caso più famoso è quello del Buthan: un Paese che è riuscito a guidare la modernizzazione mantenendola sotto controllo, con piani urbanistici severissimi che impediscono scempi ambientali ed estetici, e un’opposizione consapevole al primato del prodotto interno lordo come indicatore del grado di benessere di ogni nazione. Fin dagli anni Settanta, com’è noto, il Buthan ha adottato al posto (o al fianco) del PIL l’indicatore di “felicità interna lorda”, FIL o GNH (Gross National Happiness). È una differenza profonda, di visione del mondo e priorità: la felicità interna del paese conta più della crescita economica. La FIL si misura secondo quattro linee principali: uno sviluppo socio-economico equo e sostenibile, buona amministrazione, tutela dell’ambiente, promozione e difesa della cultura. Fra le variabili del benessere del Paese troviamo allora il grado di istruzione o la percentuale di territorio coperto di foreste (per legge, in Buthan, deve essere almeno il 60% e oggi raggiunge il 70%), la qualità dell’aria, la tutela dell’ecosistema, il grado di salute dei cittadini e di biodiversità dell’ambiente, l’uguaglianza, la libertà di pensiero, la vitalità della comunità, le relazioni sociali, il benessere psicologico, la cultura.

È sufficiente cambiare gli indicatori per rovesciare, o almeno rimescolare, le stime di benessere tra i Paesi del mondo.

In molti ritengono la felicità interna lorda uno specchietto per le allodole per migliorare l’immagine del Paese all’estero (per quanto il turismo sembri scoraggiato da tasse di soggiorno altissime) e reputano il governo del Paese più vicino a un regime che a una democrazia. Eppure, uscendo da quella gabbia mentale di cui parlavamo all’inizio, la FIL è chiaramente un indicatore più realistico dello stato di salute di una nazione. E non deve essere certo facile ragionare per livello di felicità in un mondo in cui tutti intorno ragionano per livello di produzione.

Il buen vivir è un insieme di pratiche e una visione del mondo profondamente situata. Non è sempre replicabile altrove, si fonda su una spiritualità con una storia e un’appartenenza ben precise. Lo stesso vale per il caso ugandese, ma raccontarlo altrove è importante. Le storie si raccontano per questo: non necessariamente per imitarle, o per appropriarci di una visione del mondo che non ci appartiene. Le storie si raccontano per scoprire che anche la nostra, di visione del mondo, è solo una fra le tante possibili. E se ascoltando altre storie ci rendiamo conto che la nostra è sporca, rotta, ferita, allora le storie altrui possono aiutarci a vedere il mondo con altri occhi.

da qui

lunedì 9 maggio 2022

Tra zone di sacrificio, migrazioni e resistenze: mantenere la relazione con i fondamenti della vita - Biodiversidad

 

Editoriale

Nella foto [di copertina NdR] vediamo persone che camminano lungo la linea di frontiera in cerca di un passaggio, di un mezzo di trasporto, di un rifugio, di un nascondiglio. Un breve spazio di tempo, come cantano alla radio, che scivola qua e là e segna il battito degli eventi al di fuori della loro relazione immediata. In qualche modo fuggono, fuggono in avanti. Il loro esilio, il loro viaggio, la loro emigrazione sono un confronto con il futuro, ma ora, adesso, perché il loro passato (per quanto recente possa essere) è insopportabile.

Il mondo come lo conoscevamo sta svanendo. La promozione di un'era digitale che, si dice, ci renderà più vasti e immediati, sta guadagnando volume e attenzione. Il che risolverà, come dice giustamente Larry Lohman, tutti i problemi di “fiducia” che la “mancanza di sicurezza” porta alla gente. Ma a quale gente, ci chiediamo, se l'accaparramento delle terre avviene già in modo digitale per mezzo di registri personalizzati, se si cercano ormai cataloghi di sementi, registri della popolazione, nascondigli per capitali, tutto in modo digitale, con la fiducia assoluta di chi possiede questi libri mastri digitali?

La distruzione del linguaggio non conta per loro, la distruzione delle relazioni che per millenni hanno significato la vita conta ancora meno per loro. Promuovono gli organismi geneticamente modificati, l'editing genetico, pesticidi e fertilizzanti agrotossici, cannoni antigrandine, allevamenti in batteria di polli e maiali, promuovono città-serra, il sequestro dell'acqua per molteplici usi (automotive, imbottigliamento, fracking, estrazione, serre, allevamenti industriali, processi petrolchimici e siderurgici che avvelenano l'acqua nell'aria o nel terreno). Promuovono anche la privatizzazione dei semi, della proprietà intellettuale, rompendo così le relazioni che hanno reso possibile la vita per millenni, come abbiamo già detto.

È di questo che stiamo parlando. Permettere la vita sulla terra. Mantenere la relazione con la terra, con ciò che chiamiamo natura e di renderla possibile, rivendicando quelle relazioni che mantengono il focus e l'attenzione sui fondamentali.

Ma i processi sovrapposti di accaparramento e devastazione stanno peggiorando le possibilità di sussistenza delle persone nelle loro comunità, nei loro ambienti vitali, nelle loro sfere di riproduzione. È l'avvelenamento dell'acqua, dell'aria, del suolo, dei corpi delle persone, dai bambini agli anziani, e degli animali con cui conviviamo.

E' anche però la distruzione dei cicli fondamentali che scatenano catastrofi. Distruggere la foresta significa favorire l'erosione del suolo, bandire gli impollinatori, schiacciare i processi di biodiversità e provocare l'interferenza di persone che impongono con violenza ciò che pensano sia redditizio. Quando questo diventa estremo e tanti processi distruttivi si uniscono, entriamo in quelle che chiamiamo zone di sacrificio.

Alla fine del 2020, in Messico, c'è stata una carovana per constatare l'esistenza di queste intense zone di devastazione, zone create, prodotte passo dopo passo da imprese di ogni tipo che, sfruttando gli accordi di libero scambio, stanno tessendo ogni tipo di progetto di morte che viene imposto quando c'è una forte resistenza, viene imposto con gruppi armati, con l'esercito e la polizia che impongono, senza tanti complimenti, la devastazione e il silenzio di coloro che subiscono tali aggressioni.

In questo numero documentiamo, grazie a diverse organizzazioni latinoamericane, undici zone di sacrificio in Ecuador, Venezuela, Bolivia, Cile, Argentina e Messico, sapendo che il metabolismo della distruzione ha passaggi, effetti che saltano oltre gli ambienti di morte e raggiungono altri spazi.

I media hanno diffuso la triste e terribile notizia di come i membri di una carovana di migranti provenienti dall'America Centrale, da Haiti e da varie regioni dell'Africa siano stati selvaggiamente repressi con calci, picchiati con bastoni e scudi, tirati e trascinati via per aver dovuto fuggire da condizioni estreme di invivibilità e violenza, per essere stati espulsi dal loro rapporto con la loro terra e natura.

Le scene di un uomo con in braccio il suo bambino tra gli scudi della Guardia Nazionale messicana che li butta a terra e poi di nuovo, ogni volta che l'uomo si rialzava con il bambino in braccio, ci devono trasmettere qualcosa di più di una scena di terrore. Qualcosa deve cambiare. Qualcosa viene usato spietatamente per distruggere tutto ciò che ci viene tolto da chi è al potere, per poi distruggere le persone che fuggono da tali devastazioni.

All'enorme esodo latinoamericano verso gli Stati Uniti e il Nord in generale (soprattutto centroamericano e messicano) si è aggiunta ora una nuova ondata proveniente dall'Africa attraverso varie rotte oceaniche, forse emulando alcune delle antiche vie di navigazione delle navi negriere, o scommettendo su viaggi aerei meno pubblicizzati. Si dice che una delle porte di entrata più forti sia la Colombia, da dove i migranti africani viaggiano verso nord.

Proprio l'anno scorso, di fronte alla nuova politica migratoria del Messico che cerca di imitare la sua controparte statunitense nell'umiliazione, nella reclusione e nella chiusura mentale di cui è capace l'autorità migratoria, è stata addirittura organizzata un'assemblea di migranti provenienti dall'Africa che hanno fatto richieste specifiche al governo messicano.

Intanto il Messico, intrappolato nei legami concordati con il T-MEC (Accordo Stati Uniti-Messico-Canada, ndt), sebbene continui a frenare il flutto migratorio dal Sud con una repressione selvaggia e vili confinamenti, serve anche da filtro affinché alla frontiera con gli Stati Uniti arrivi una certa parte di questa popolazione viaggiante che, prima o poi (se non riesce ad eludere le enormi recinzioni e gli agguati che hanno preparato per loro), sarà imprigionata nella ragnatela industriale del complesso di sorveglianza e confinamento delle frontiere che, con la tecnologia digitale “per fornire fiducia e sicurezza”, la rintraccerà, accerchierà, imprigionerà, poi la terrà in un confinamento lucrativo per un intero consorzio di prigioni private sul suolo americano.

Tra le zone di sacrificio, riflesso diretto dell'abuso costante e complesso del capitalismo industriale che sta divorando il mondo, e il confinamento lucrativo dei migranti considerati “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, esiste tuttavia una pletora di resistenze che insiste sul nostro rapporto con la terra, sulla ricerca della sovranità alimentare, sulla difesa delle nostre foreste, dei nostri semi, delle nostre acque e delle nostre sfere comunitarie che hanno sempre e per sempre simboleggiato il meglio dell'umanità.

Biodiversidad vuole porre luce su questi tentativi, questa emozione di mantenerci in relazione con i fondamenti della vita.


11 zone di sacrificio in America Latina


I. II Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, è la casa di comunità in isolamento volontario o di contatto recente (popoli Tagaeri Taromenane) e popoli di nazionalità Waorani, contattati da poco e ai quali i governi al potere di turno chiedono di sacrificarsi in favore dell'estrazione di greggio dal sottosuolo. Sono molti gli danni, ordinari e accidentali, provocati dall'attività petrolifera in questa enclave, una attività descritta come molto devastante sia in termini ambientali che di diritti umani. C'è un riconoscimento internazionale che ha dichiarato Yasuní un luogo tra i più biodiversi del pianeta, in termini di biodiversità ed endemismo, eppure è assediato dall'estrattivismo di caucciù, petrolio e legname.

Estrattivismo che continua nonostante l'esistenza di misure cautelari della Corte Interamericana a favore della regione, e nonostante che la stessa Costituzione ecuadoriana proibisce l'attività estrattiva di risorse non rinnovabili nelle aree protette e nelle zone dichiarate intangibili, compreso lo sfruttamento forestale, con poche eccezioni che devono essere giustificate dalla presidenza della Repubblica e che possono richiedere un referendum. “In tutte le sue fasi l'attività petrolifera causa l'inquinamento dell'acqua e dell'aria-acqua. L'espansione della frontiera estrattiva nello Yasuní provoca la deforestazione e quindi la perdita di biodiversità a causa della costruzione di strade, piattaforme, pozzi e infrastrutture petrolifere. I dati del Ministero dell'Ambiente affermano che ogni settimana in Ecuador c'è una fuoriuscita di petrolio di non meno di 5 barili. Le fuoriuscite, così come le infrastrutture petrolifere e altre fonti di inquinamento come torce petrolifere, acque connate e il rumore, causano gravi danni agli ecosistemi”. Questo non basta, il Parco Nazionale Yasuní continua ad essere sfruttato. Pedro Bermeo Guarderas e Esperanza Martínez (Colectivo Yasunidos, Acción Ecológica)

II. Nella provincia di Entre Ríos in Argentina, 135.000 ettari di boschi sono andati persi a causa della deforestazione tra il 2007 e il 2017. La maggior parte di questa deforestazione avviene in aree che per il loro valore conservativo, per la biodiversità e servizi ambientali non dovrebbero essere deforestate o disboscate, secondo le leggi e la pianificazione territoriale delle foreste native.

La perdita delle foreste e dei boschi nativi, insieme alla loro biodiversità, altera lo stile di vita delle comunità e delle famiglie legate da secoli a quei luoghi, che in molti casi sono costrette a migrare verso le periferie delle grandi città in condizioni di esclusione e povertà.

Tra il 2019 e il 2020, a Entre Ríos, 2 milioni 135.400 ettari sono stati piantati con otto monocolture. Le coltivazioni di grano, soia e mais hanno occupato il 94% della superficie coltivata e il 91% della produzione totale. L'espansione agricola e il sovrasfruttamento dei suoli hanno innescato l'uso di fertilizzanti sintetici. Da 300.000 tonnellate/anno nel 1990, il loro utilizzo è aumentato a 4,3 milioni di tonnellate/anno nel 2019, il che non ha a che vedere con l'aumento della superficie coltivata (da 26,7 milioni di ettari nel 1990 a 38,2 milioni di ettari nel 2019).

Tale aumento è legato anche all'espansione dell'uso delle sementi transgeniche, e implica un sovraccarico di sostanze: glifosato con cipermetrina, clorpirifos e endosulfan (per la soia), lambda-cyhalothrin (per il mais), dicamba e acido 2,4D. Gli sconosciuti “effetti sinergici” di queste combinazioni aggravano la loro tossicità e incidono sulla salute umana con ipersensibilità acuta, problemi cronici o danni a livello genetico. Nonostante il fatto che i pesticidi causino “gravi danni” all'acqua superficiale, sotterranea e atmosferica, al suolo, all'atmosfera, alla flora, alla fauna e al cibo, le fumigazioni sono incessanti e, di fronte alle denunce di non considerare l'impatto sulle scuole rurali, l'industria sostiene che “è molto più facile cambiare la scuola che vendere il campo o cambiare produzione”.

Nel 2018 il governatore della provincia “ha firmato un decreto che ha permesso l'irrorazione di pesticidi fino a 100 metri dalle scuole rurali. L'azione ha innescato una battaglia legale che, dopo tre sentenze a favore del divieto di irrorazione nelle vicinanze delle scuole rurali, si è conclusa nel settembre 2019 con una decisione della Corte Superiore di Giustizia della Provincia, che ha avallato il decreto del governatore di dare libero sfogo all'irrorazione a 100 metri dalle scuole. Damián Verzeñassi (Istituto di Salute Socio-ambientale della Facoltà di Scienze Mediche dell'Università di Rosario, Argentina).
 

III. La regressione del rio Coca in Ecuador è solo apparentemente un processo naturale. Due oleodotti che tirano via il greggio per l'esportazione convergono nella zona, attraversando un'area sismica con la presenza di un vulcano attivo. Nonostante i rischi accumulati, è stata costruita la più grande infrastruttura di produzione di elettricità del paese, il progetto Coca Codo Sinclaire. Il fiume è stato deviato in una zona molto fragile, causando uno squilibrio idrogeologico. Il 7 aprile 2020 le due condutture si sono rotte a causa dell'erosione del letto del fiume Coca. Anche se si parla di un incidente, le tante decisioni sbagliate prese dai governi di turno hanno forgiato questa zona di sacrificio.

È stato l'accumulo di progetti e opere infrastrutturali concentrate lungo il percorso del fiume Coca che ha alterato le caratteristiche di questo “continuum temporale”, e ha superato tutte i limiti del fiume fino all'irreversibilità.

Lo stato ha intrapreso queste opere infrastrutturali nonostante l'alto rischio e l'instabilità della zona a causa della sismicità, la presenza di attività vulcanica, le caratteristiche stesse del bacino del fiume Coca, e nonostante gli avvertimenti e le preoccupazioni espresse all'epoca. Un'aggravante è stata quella di scatenare l'alterazione del fiume modificandone la struttura, i suoli, i sedimenti, la flora e la fauna e, quindi, alterare la relazione tra la comunità e il fiume, senza studi preventivi, senza monitorare gli impatti provocati. Il tutto avviene nonostante che l'Ecuador riconosca alla natura lo status di soggetto di diritti e, quindi, la speciale protezione dei fiumi. Esperanza Martínez (Acción Ecológica)


IV. La concentrazione di opere potenzialmente distruttive o inquinanti si traduce sempre in zone di sacrificio. A Huasco-Cile convergono l'attività mineraria, un impianto di pellettizzazione del minerale di ferro della Compañía de Aceros del Pacífico (CAP) 8, un porto e una centrale termoelettrica. Questo si traduce in un indice di inquinamento dell'80% nella zona, motivo per cui è stata dichiarata “zona satura”. “L'impianto di pellettizzazione non ha depositi di sterili che vengono evacuati in mare”. Guacolda è la centrale termoelettrica che ha dichiarato di “utilizzare carbone bituminoso e sub-bituminoso, e chiede di bruciare petcoke, un residuo che può essere utilizzato solo sotto severe misure di mitigazione, perché emette quantità di anidride solforosa (SO2), gas generici di diossido di azoto (NOx), vanadio e nichel, considerati cancerogeni “alla sua minima esposizione”.

Tutta l'area olivicola è colpita dall'inquinamento; lo scarico in mare di sterili e rifiuti industriali “colpisce il substrato roccioso dei fondali necessario nei primi stadi di vita di molluschi, crostacei, echinodermi e alghe in generale, che costituiscono i primi livelli della catena ecologica marina, generando così in mare una macchia di solidi che impedisce il processo di fotosintesi, indispensabile per la flora e fauna marina”.

Anche se gli abitanti della città e della zona circostante hanno intrapreso diverse azioni amministrative e legali per far sospendere almeno in parte le attività inquinanti che li riguardano, le imprese continuano a svolgere le loro attività alla faccia a dispetto della legge. È lo Stato responsabile della creazione di questa zona di sacrificio, è lo Stato a permettere una tale concentrazione di attività e a non far rispettare le norme ambientali. Osservatorio dei conflitti minerari in America Latina (OCMAL)

V. Nella penisola dello Yucatan, in Messico, la pubblicità ufficiale propone un treno turistico, il Tren Maya, “che farebbe il giro della penisola, sfruttando strade esistenti e nuove, promuovendo soste in 18 città (ognuna con 50.000 abitanti), in una regione abitata principalmente da popolazioni indigene”. Di fatto, si tratta di una rete di progetti di ogni tipo che compongono una sorta di mega “zona economica speciale”, invadendo di investimenti gli stati di Tabasco, Chiapas, Campeche, Yucatán, Quintana Roo: siti di programmi sinergici, progetti, stanziamenti, appalti, politiche pubbliche e investimenti privati. Ossia accaparramento delle terre, deforestazione e devastazione, avvelenamento e degrado ambientale, e una possibile espulsione delle popolazioni. I 181.000 chilometri quadrati della penisola si riconfigurano come spazio per l'articolazione di progetti estrattivi, l'accaparramento multimodale di terra e acqua, e maquila. E' tutto legato a un corridoio di infrastrutture e trasporti che attraversa la fascia messicana dall'Oceano Pacifico al Golfo del Messico nell'Istmo di Tehuantepec (19.997 chilometri quadrati, e altre due entità: Oaxaca e Veracruz). Si apre così uno spazio di confluenza con gli Stati Uniti, con un evidente valore geopolitico. In questo spazio comune nel 2018 sono stati scoperti nuovi giacimenti di petrolio, rendendo il Messico la quarta potenza petrolifera del mondo. Zona di sacrificio di integrazione economica e riorganizzazione territoriale, parchi eolici e fotovoltaici, “intensificazione sostenibile” delle colture in serre industriali, monocoltura in grandi estensioni di piantagioni di palma e soia dipendenti da prodotti agrochimici, mais ibrido industriale, servizi ambientali, “economia verde”, crediti di carbonio, corridoi di maquila, sviluppi immobiliari, una cintura di “gironi neri”, intrattenimento, mega-turismo, “traffico di esseri umani, sesso e droga, tutto ciò danneggia e alla fine espelle pescatori, membri della comunità, contadini, abitanti e difensori della selva”. La lotta contro gli allevamenti di maiali è in corso, perché minacciano di contaminare una delle più importanti falde acquifere carsiche poco profonde del continente. Oggi, 14 allevamenti di maiali su 100 si trovano nella penisola e la loro installazione cresce del 4,5% all'anno. GRAIN in collaborazione con Samuel Rosado.


VI. Nel nord di Esmeraldas, in Ecuador, la popolazione vive in mezzo al razzismo e alla sofferenza ambientale, soprattutto le popolazioni nere e indigene, anche se la Costituzione della Repubblica dell'Ecuador riconosce i diritti collettivi agli afro-ecuadoriani e agli indigeni.

Qui la crisi è causata dall'estrattivismo: espropriazione territoriale, deforestazione, occupazione delle terre per produrre olio di palma, distruzione dei fiumi e delle terre comunali per l'estrazione dell'oro. Le popolazioni perdono i loro territori, che si inquinano, e la giustizia viene applicata solo contro le comunità e il/le loro leader.

Il 95% della popolazione rurale afroecuadoriana e indigena dell'Esmeraldas settentrionale vive in estrema povertà rispetto al resto del paese. Questo era un territorio coperto dalla megadiversa foresta del Chocó, da cui le popolazioni dipendono per la loro sopravvivenza culturale ed economica. Nonostante l'importanza ecologica di quest'area, l'estrattivismo di legname e minerali e le piantagioni di palma continuano a generare deforestazione, inquinamento e a privatizzare le risorse economiche, culturali e spirituali che la foresta fornisce. La cosa più preoccupante è l'inazione e la tolleranza dello Stato.

Le compagnie di palma, legname e minerali lavorano sotto la protezione di guardie private e sicari assoldati per intimidire la popolazione e obbligarla ad abbandonare la terra, ad accettare condizioni di lavoro illegali, a non denunciare l'inquinamento e gli abusi subiti - come la prostituzione forzata di ragazze e donne. Qui c'è un cumulo di vulnerabilità. Nathalia Bonilla (Rete latino-americana contro le monocolture di alberi -RECOMA).
 

VII. Nel bacino superiore del rio Suchez in Bolivia, al confine con il Perù, “l'economia era basata sulla produzione agricola”, coltivando tuberi e allevando camelidi, anche se la ricerca dell'oro “è un'attività tradizionale praticata fin dai tempi pre-ispanici”. “Dal 2005 sono iniziate le attività semi-meccanizzate di estrazione dell'oro nei depositi alluvionali delle pianure di Puna, coperte da bofedales [zone umide d'alta quota] lungo le rive del primo tratto del rio Suchez, estendendosi a est fino alle colline pedemontane. Questo ha portato alla distruzione totale della terra delle bofedales, delle pianure e delle colline alluvionali adiacenti al fiume Suchez. La povertà della regione facilita l'espansione delle miniere d'oro semi-meccanizzate a cielo aperto, come avviene nella vicina città di Cojata in Perù. Una politica permissiva sull'estrazione dell'oro sta alla base della distruzione sostenuta degli ecosistemi esistenti nella zona. Secondo uno studio, nel 2012 c'erano 39 concessioni minerarie registrate e nel 2014 ne sono state assegnate altre 81, che coprono un'area di 28.000 ettari. Le cooperative beneficiarie non hanno la capacità di rispettare gli attuali regolamenti ambientali, lavorativi, fiscali e di royalty”. “L'uso del mercurio (Hg) come agglutinante e per il recupero dell'oro nel processo di amalgamazione, potrebbe avere un grave impatto sulla salute umana e sull'ecosistema in generale (paesaggio e biodiversità). Il mercurio è uno dei metalli pesanti con proprietà estremamente tossiche per la salute umana a causa degli effetti teratogeni (mutazione cromosomica), neurotossici e cancerogeni che si verificano nella popolazione esposta al contatto continuo con questo metallo”.

A partire dal 2008 sono stati segnalati danni significativi e alterazioni del corso del rio Suchez e, di conseguenza, cambiamenti nella demarcazione del confine tra Perù e Bolivia. Nel 2009, il comune peruviano di Pelechuco ha presentato una denuncia al Ministero degli Affari Esteri e della Cultura boliviano. Nel 2010 è stata denunciata la modifica della demarcazione del confine.

Date le prove verificate dalle equipe di entrambi i Ministeri degli Affari Esteri, Perù e Bolivia hanno dichiarato il bacino del fiume Suchez “Zona critica soggetta a danno ambientale a priorità binazionale” e hanno istituito una Commissione tecnica con rappresentanza dei due paesi. È stato fatto un tentativo di stabilire un sistema di monitoraggio senza raggiungerne l'obiettivo. Centro di Documentazione e Ricerca Bolivia (CEDIB)
 

VIII. Il lago Poopó a Oruro, in Bolivia, è il secondo per superficie (2530 km2 ) e profondo 2,5 metri. Il lago è uno dei principali regolatori climatici ed è ricco di fauna e flora. È uno storico luogo di insediamento di culture andine che conservano costumi e pratiche ancestrali. Le condizioni ambientali e gli effetti della contaminazione generano contesti avversi che minacciano la vita delle persone colpite dalle attività minerarie.

“Nessuno dei casi presentati e citati in giudizio dalle comunità ha avuto un processo equo, perché gli operatori minerari sono sempre stati sostenuti da tutti i livelli dello Stato”.

Anche se sono stati fatti sforzi per ripulire o riabilitare questa zona di sacrificio, come dichiarala area di “emergenza ambientale”da parte dello Stato, o con programmi di protezione del bacino con il sostegno della cooperazione europea, e persino con la realizzazione di una “diga di scarico” per gli sterili da parte della Minera Huanuni che sta iniziando a funzionare, i risultati non sono stati significativi.

Nella zona di sacrificio si trova la città di Oruro e le città intermedie di Huanuni, Caracollo, Poopó e Challapata, e “una varietà di comunità contadine di origine Aymara e Quechua, soprattutto comunità Uru e Murato, le cui attività agricole, di allevamento, di pesca e commerciali si svolgono vicino al lago.

Il Coordinamento di Difesa dei Laghi Poopó, Uru Uru, e del fiume Desaguadero-Coridup ha realizzato, insieme a diverse comunità, numerose mobilitazioni per mostrare i danni che subiscono e chiedere allo Stato e agli altri di assumersi le proprie responsabilità. “Prima dell'esistenza di questo coordinamento ci sono stati diversi procedimenti di denunce e richieste da parte delle comunità, soprattutto quelle situate nelle zone di influenza delle distinte operazioni, contro le attività minerarie, per chiedere ispezioni e presentare petizioni alle autorità ambientali, ma le loro azioni non hanno mai portato a soluzioni efficaci”.

“A seguito di varie mobilitazioni, il 21 ottobre 2009 è stato promulgato il Decreto Supremo 0335, che dichiara le zone di emergenza ambientale per i comuni coinvolti nel sub-bacino di Huanuni. Questa misura non ha precedenti in Bolivia e mostra la gravità di una situazione dovuta agli altissimi livelli di contaminazione in molti dei fiumi affluenti del sistema del lago Poopó; a causa dei problemi sociali, di salute umana e di sicurezza alimentare provocati dalla presenza prolungata di contaminazione del fiume, con conseguente perdita di capacità produttiva e di salinizzazione del suolo”. Secondo quanto denunciano le comunità, dopo la promulgazione del decreto sono stati fatti pochi progressi nella sua applicazione.

Nel carente sistema di gestione dei rifiuti soliti della città di Oruro (una parte considerevole non viene assorbita ma trasportata tramite scarichi artificiali al lago Uru Uru, cosa che genera un problema di accumulo, soprattutto di plastica), finiscono anche le acque reflue domestiche dopo aver subito un trattamento fisico-chimico. A questo sistema si sommano le acque acide delle miniere, provenienti da piccole operazioni che risalgono all'epoca coloniale e gestite da piccole cooperative minerarie. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDIB)


IX. Il complesso della raffineria di Paraguaná, in Venezuela, si trova in una zona costiera situata nei comuni di Carirubana e Los Tiques, nello Stato di Falcón. La sua area di influenza si estende dalla baia di Amuay fino all'estremo sud di Punta Cardón, nella penisola di Paraguaná. È tradizionalmente abitata da comunità di pescatori presenti già prima dell'arrivo delle raffinerie, ma oggi queste comunità sono state spostate dai luoghi dove vivevano. Decine di migliaia di persone vivono in prossimità degli impianti, e i villaggi poveri sono stati assorbiti dalle attività dell'industria.

Cardón e Amuay sono in funzione rispettivamente dal 1949 e 1950 e formano il complesso della raffineria di Paraguaná (CRP), uno dei più grandi del mondo. Dal 1997 si è fuso con Bajo Grande (in Zulia) ed è gestito da Petróleos de Venezuela. Insieme hanno una capacità di raffinazione di 940.000 barili al giorno, anche se oggi la loro attività è diminuita ed è praticamente ferma.

Stiamo parlando di circa 40.000-50.000 persone colpite (i bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili). Il mare, la terra, l'acqua e l'aria sono pesantemente inquinate da rifiuti tossici e petrolio. La pesca e le coltivazioni locali sono danneggiate; in aumento le malattie neurologiche, respiratorie e il cancro. Senza considerare il pericolo di incidenti mortali, come l'esplosione del 2012 alla raffineria Amuay, che ha lasciato decine di morti.

Le comunità hanno individuato due fonti di inquinamento e degrado ambientale: i gas emessi dai cosiddetti “mechurrios”, o torce petrolifere, che esistono dagli anni '60 e forse, più seriamente, i problemi legati alla manipolazione e allo stoccaggio del coke petrolifero, ricaduti sulle comunità almeno dagli anni '80. Gli abitanti temono una nuova esplosione a causa delle perdite di gas negli impianti petroliferi. L'aumento e la persistenza delle fuoriuscite (che si verificano in tutto il paese) è il risultato di un notevole aumento degli “incidenti” e dei crimini ambientali commessi da Petróleos de Venezuela".

“Le rivendicazioni socio-ambientali della comunità sono state praticamente disattese per anni, lasciando queste popolazioni nell'abbandono ambientale, senza affrontare i problemi di salute segnalati, né le bonifiche ambientali, n'è l'approccio tecnico affinché l'industria smetta di generare tali danni”. E' chiaro che le zone petrolifere di Paraguaná si configurano come zone di sacrificio, forse tra le più problematiche del Venezuela. Questi danni potrebbero aggravarsi, sia per il deterioramento delle installazioni sia per le politiche di flessibilità ambientale dovute “alla crisi economica che attualmente vive il paese”. Observatorio de Ecología Política de Venezuela-Oilwatch
 

X. Il bacino inferiore del fiume Guayas è la regione più fertile dell'Ecuador. Ha la più lunga storia di occupazione agro-esportatrice nel paese. Le piantagioni coloniali nell'area hanno reso l'Ecuador, fino al 1920, il principale esportatore mondiale di cacao. Durante la Seconda Guerra Mondiale è iniziato il boom delle banane, che ha reso l'Ecuador il principale esportatore di questo frutto, fino ad oggi.

Nella provincia di Los Ríos sono state sviluppate grandi estensioni di banano, cacao, olio di palma; piantagioni forestali come teak e balsa, monocolture a ciclo breve di mais industriale e riso, dove è stata rilevata soia transgenica nonostante il fatto che l'Ecuador sia costituzionalmente un paese libero da OGM.

Tutta la produzione di banane si basa su un clone (Cavendish) altamente suscettibile a parassiti e malattie, come il fungo sigatoka nero che richiede l'uso di prodotti chimici per l'agricoltura attraverso la fumigazione aerea.

Circa 379 affluenti attraversano il territorio, contando fiumi, torrenti ed estuari, i più importanti dei quali sono il Vinces, il Puebloviejo, il Catarama e il San Pablo. Sono tutti affluenti del Babahoyo e, a loro volta, fanno parte del bacino del grande fiume Guayas. In questa regione sono state realizzate una serie di infrastrutture e pianificate altre che controllano i fiumi, progettate per il servizio dell'agrobusiness. I travasi e le dighe (quasi tutte mega-costruzioni idriche) possono alterare l'acqua di 250 alvei, coprire 170.000 ettari e interessare 11 cantoni.

Fin dall'epoca coloniale, i governi hanno fomentato nella zona lo sviluppo dell'agrobusiness, attraverso politiche come sussidi, esenzioni fiscali, liberalizzazione dei dazi su semi, agrotossici, fertilizzanti e altri input agricoli. Oppure, per omissione, non hanno controllato l'applicazione delle norme nazionali e internazionali sui diritti umani e della natura.

La deforestazione serve per espandere le piantagioni e costruire infrastrutture per il controllo dell'acqua , il tutto porta ad un uso smisurato di agrotossici e al cambiamento nei corsi dei fiumi. Questo genera deforestazione. Dal punto di vista ecologico, le foreste umide tropicali dell'occidente ecuadoriano sono considerate come uno degli ecosistemi più minacciati al mondo, minacciati di estinzione biologica dovuta alla deforestazione per permettere l'espansione delle monocolture industriali.

La prima cosa che annuncia l'entrata nei centri popolati sono i magazzini di prodotti agrotossici. In America Latina l'Ecuador è il terzo paese per quantità di applicazione di pesticidi per ogni ettaro di terra coltivata. Tale quantità di pesticidi sui campi ecuadoriani si ripercuote sulla salute dei lavoratori agricoli, la natura e la vita delle popolazioni che vivono in zone di influenza.

Le banane contengono 29 ingredienti attivi altamente pericolosi, di cui 8 vietati nell'Unione Europea. Il mancozeb è l'agrotossico più utilizzato. Nel dicembre 2020 la Commissione europea ha deciso di non rinnovarne l'uso, per cui è vietato dal 2021. Per gli esportatori di banane questo è un problema, perché l'UE è il principale importatore di frutta, quindi spingono l'UE a ripensare questa e altre decisioni che limitano l'uso dei pesticidi.

Circa 500 mila persone sono state colpite dalle fumigazioni aeree: lavoratori e popolazione circostante. Data la morte di diversi piloti addetti alle fumigazioni aeree e il deterioramento della salute di altri, nel 2007 la Defensoria del Pueblo dell'Ecuador ha chiesto una perizia che ha riscontrato un altro grado di danni alla salute tra la popolazione esaminata.

Uno studio, realizzato in una comunità vicina a piantagioni di banane esposte a irrorazioni aerea, riporta tassi più elevati di aborti spontanei che possono essere correlati all'esposizione a determinati pesticidi.

C'è anche un impatto sulle colture di sussistenza, sugli animali domestici e sul diritto alla sovranità alimentare delle comunità. L'organizzazione Unità Agroecologica e Politica “Machete e Garabato” ricorda che, con la monocoltura del mais duro, sono andate perse le tecniche contadine locali come l'orto misto diversificato, le policolture a ciclo breve e, tra gli altri, il sistema di riposo dei terreni.

Gli agrotossici contaminano le fonti d'acqua e le aree circostanti, violano i diritti della natura distruggendo popolazioni di insetti benefici che agiscono sul controllo biologico dei parassiti; quando entrano nell'acqua o per deriva a causa di fumigazioni aeree, gli agrotossici distruggono microrganismi e mesofauna importanti nel ciclo dei nutrienti del suolo e degli ecosistemi circostanti.
Ciò accade dal 1950, in un'area che nel 2020 era di circa 280 ettari di colture perenni (banane, piantagioni forestali, cacao, palma da olio) e di circa 194 mila ettari di colture temporanee (mais, riso, soia). Elizabeth Bravo, Red por una América Libre de Transgénicos-RALLT, Oficina de los Derechos de la Naturaleza, Acción Ecológica.
 

XI. Il bacino del fiume La Paz fa parte di uno più grande, quello del fiume Beni. Nasce nelle montagne di Chacaltaya dove è conosciuto come rio Jhunu Tincu Jahuira, poi diventa Kaluyo e poi ancora Choqueyapu, attraversando la capitale boliviana. Riceve contributi dai fiumi Orkojahuira, Irpavi, Achumani, Huaña jauira, Cotahuma e Achocalla. Attraversando La Paz, il Choqueyapu riceve il nome di Rio La Paz. Con questo nome arriva nella zona di “Río Abajo”, fino alle valli del comune di Mecapaca dove l'attività agricola è preponderante.

L'acqua del bacino del fiume La Paz rifornisce una parte considerevole della città. Secondo una analisi fatta dal Piano Metropolitano con i dati della Empresa Pública Social de Agua y Saneamiento- EPSAS (Azienda Pubblica Sociale per l'Acqua e i Servizi igienico-sanitari), la quantità di zolfo, alluminio e arsenico nell'acqua trattata nel 2011 dall'impianto di Achachicala ha superato i limiti massimi stabiliti dallo standard boliviano per l'acqua potabile NB512.

Secondo i dati 2013 della Corte dei Conti boliviana, “l'attività estrattiva individuata nella zona genera un significativo impatto ambientale negativo per il corpo d'acqua, in quanto la deposizione di scarichi ad alta concentrazione di elementi potenzialmente tossici insolubili fa sì che essi siano trascinati e depositati lungo il letto del fiume e lungo il suo corso, arrivando alle zone di attività agricola dove si depositano nei terreni e nei prodotti in cui è stata identificata la presenza di questi elementi”. Il grado di contaminazione da arsenico e zinco nei terreni e nei prodotti agricoli supera i limiti stabiliti dalla norma.

La miniera Milluni iniziò ad operare nel 1920 con la società Fabulosa Mines Consolidated, una delle più importanti miniere di stagno della Bolivia, con circa 500 minatori e un centro abitato di oltre 2.000 abitanti. Nel 1965, la resistenza dei minatori ai governi dittatoriali fu accolta con il massacro di Milluni. Dal 1976 alla fine delle sue operazioni, nel 1986, la miniera è stata gestita da COMSUR, che ha chiuso le attività. La sua macchina arrivò a processare fino a 9.000 tonnellate al mese, generando danni ambientali che superano un milione di m3 di sterili e residui.

L'inquinamento e il deterioramento ambientale derivano dagli oltre 462.000 m3 di rifiuti (poco più di 1 milione di tonnellate che occupano più di 100.000 m2 ) e 2 milioni di m3 di sterili (3 milioni di tonnellate che occupano 757.000 m2 ) generati dalla miniera Milluni e in misura minore da operazioni minerarie minori, è ancora in corso. Gli sterili generano un drenaggio acido che si accumula nel bacino di Milluni Chico (la sua diga di scarico) e trabocca nel bacino di Milluni Grande da cui si ottiene quasi la metà dell'acqua per il centro e il nord di La Paz. Sedimenti di cassiterite, siderite, pirite, blenda, quarzo, arsenopirite, marcasite, pirrotite, galena, tungsteno, apatite, calcopirite, sfalerite, cadmio, zinco, arsenico, rame, nichel, piombo e stagno sono stati identificati in questo drenaggio acido.

Gli audit ambientali nel bacino del fiume La Paz rivelano un ecosistema di corpi idrici notevolmente inquinati - per responsabilità minerarie, del carente trattamento delle acque, della mancanza di sistemi fognari - con conseguenze reali e significativi rischi potenziali per la salute pubblica dovuti alla pratica dell'irrigazione con queste acque. Come nota un audit del 2002 del Procuratore Generale della Repubblica: “La valutazione microbiologica dell'acqua d'irrigazione del fiume La Paz ha determinato che esiste una contaminazione significativa da batteri e parassiti (nematodi intestinali) nei prodotti agricoli destinati al consumo umano, associata a rischi potenziali che compromettono la salute della popolazione esposta, cioè gli agricoltori che sono in contatto diretto con quest'acqua e i consumatori dei prodotti irrigati con essa. Una valutazione tossicologica effettuata sui sedimenti dei principali alvei del bacino di studio, insieme al suolo e ai prodotti agricoli della zona, ha identificato importanti rischi per la salute della popolazione a causa della presenza di elementi potenzialmente tossici in concentrazioni che superano gli standard consentiti (con elementi riconosciuto come cancerogeni nell'uomo)”. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDI)
 

* Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network

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domenica 23 maggio 2021

Un avvocato troppo scomodo per il gigante petrolifero americano - Luca Manes

 


 

Il suo lockdown è iniziato con quasi un anno di anticipo, ma per motivazioni ben distinte da quelle che purtroppo tutti noi conosciamo. L’avvocato statunitense Steven Donziger è agli arresti domiciliari nella sua abitazione di New York per aver difeso decine di migliaia di indigeni della regione amazzonica dell’Ecuador, “vittime” delle attività della multinazionale petrolifera a stelle e strisce Chevron.

 

Tutto nasce con lo storico pronunciamento del 2011 di una corte dell’Ecuador, che ordinò alla compagnia di pagare 9,5 miliardi di dollari per i danni alle persone e all’ambiente provocati dall’inquinamento legato all’estrazione dell’oro nero. Chevron non ha mai pagato un centesimo, puntando il dito contro i “livelli scioccanti di cattiva condotta” da parte di Donziger e della magistratura ecuadoriana.

Quasi vent’anni prima, nel 1993, l’avvocato era entrato a far parte di un team legale che indagava sulle denunce di gravi impatti ambientali nella regione di Lago Agrio, nel nord dell’Ecuador, vicino al confine con la Colombia.

La Texaco, successivamente acquistata dalla Chevron, aveva iniziato a trivellare in quel tratto dell’Amazzonia già negli anni ’60, lasciando quelle che Donziger chiama “grottesche” piscine olimpioniche di rifiuti di petrolio. L’inquinamento scorreva liberamente nei fiumi e nei torrenti usati dalla popolazione indigena per l’acqua potabile. Il numero di tumori allo stomaco, al fegato e alla gola, nonché la leucemia infantile ha avuto una tragica impennata.

Nel corso degli anni Donziger ha seguito sempre più da vicino il caso, con una presenza costante in Ecuador. Si contano a centinaia i suoi incontri con le popolazioni locali per raccogliere le prove delle conseguenze dell’operato dell’oil major. Nonostante gli incessanti tentativi della Chevron di bloccare il caso, alla fine si è andati a processo, con l’eclatante risultato menzionato in precedenza.

Una gioia effimera, quella di Donziger e delle comunità indigene, perché la Chevron ha contestato subito la sentenza, affermando che il team legale aveva scritto di suo pugno quella che avrebbe dovuto essere una valutazione indipendente e offerto una tangente di 500mila dollari per influenzare la sentenza. Donziger ha negato qualsiasi atto illecito e la corte suprema dell’Ecuador ha poi confermato il verdetto della corte.

La Chevron ha contro-attaccato, mettendo in campo un fuoco di fila legale su cui solo una multinazionale dalla capitalizzazione di 228 miliardi di dollari può contare. Nel 2014 un giudice di New York ha di fatto stabilito che l’azienda non era tenuta a pagare il risarcimento in Ecuador, mentre Donziger è stato querelato ed è subito partita un’azione civile nonché un’azione penale con l’accusa di estorsione. L’avvocato ha subito la revoca della sua licenza per poter praticare e il congelamento dei suoi conti correnti da parte di una corte newyorkese. Da agosto 2019 si trova agli arresti domiciliari, è stato privato del passaporto e deve convivere con un braccialetto elettronico alla caviglia destra perché si è rifiutato di consegnare i suoi cellulari e computer – una imposizione che molto di rado viene fatta agli avvocati. Gli strascichi legali continuano in vari processi di appello in corso nel complesso sistema giudiziario americano. Va sottolineato che il giudice Lewis Kaplan, il quale ha emesso la sentenza di condanna penale di primo grado, sembra abbia un pesante conflitto di interessi per i suoi investimenti nella Chevron.

Quello nei confronti di Donziger appare un vero e proprio accanimento contro un professionista che ha “osato” danneggiare una delle potenze economiche statunitensi, creando un precedente fin troppo pericoloso agli occhi degli alti papaveri delle oil corporation. In suo favore si sono schierati premi Nobel e altre personalità di spicco, come il cantante dei Pink Floyd Roger Waters. Una prestigiosa commissione internazionale di giuristi indipendenti si è espressa in suo favore. Ma l’avvocato che voleva fare giustizia su quella che è stata definita la Chernobyl dell’Amazzonia continua a essere recluso in casa sua.

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sabato 20 febbraio 2021

Ecuador, gli indigeni che piacciono all’Europa - Geraldina Colotti

 

Dopo le elezioni presidenziali e parlamentari del 7 febbraio, con la quasi totalità delle schede scrutinate, la maggioranza è andata al candidato delle sinistre, Andrés Arauz, che ha ottenuto oltre il 32% con l’alleanza Unes.

Un buon risultato, considerando le condizioni avverse in cui si sono svolte queste elezioni per gli eredi della revolucion ciudadana, guidata per 10 anni da Rafael Correa. L’alleanza Unes è stata infatti messa insieme all’ultimo minuto, dopoché tutto quel che aveva a che fare con il cosiddetto “correismo” è stato perseguito in ogni modo possibile da una magistratura al servizio della politica, decisa a impedire all’ex presidente Rafael Correa di candidarsi alla vicepresidenza o al parlamento. A Correa, che oggi vive a Bruxelles, sono stati tolti i diritti civili dopo una condanna per presunta corruzione a 8 anni.

Elezioni complicate, soprattutto, dalla pandemia dal coronavirus in uno dei tre paesi più colpiti nel continente latinoamericano (il secondo continente con più contagi al mondo). Elezioni che, dato che i sondaggi davano vincente il candidato della sinistra, fino all’ultimo hanno subito il ricatto della sospensione. Alla presidenza della repubblica, siede infatti quello che ormai tutte le forze progressiste latinoamericane chiamano il Giuda Andino, e che risponde al nome di Lenin Moreno. Un personaggio che, dopo essere stato vice di Correa e per questo eletto con i voti della revolucion ciudadana, ha consegnato il paese nelle mani del fondo monetario internazionale e degli stati uniti, consentendo a Trump di riportare le basi militari in ecuador, da cui erano state espulse durante gli anni della revolucion ciudadana. Moreno, che non si è ricandidato, nei giorni precedenti le elezioni è volato a Washington per incontrare i suoi padrini nordamericani e anche il signor Almagro, Segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani, vero e proprio picconatore delle alleanze solidali in America Latina.

L’economista Arauz, dunque, ha vinto, ma il totale dei suoi voti non gli ha consentito di avere la presidenza al primo turno, perché avrebbe avuto bisogno del 50% più uno, oppure totalizzare almeno il 40% e dieci punti in più del secondo classificato. Al secondo turno, le cose si fanno difficili, perché le varie componenti della destra, sempre si uniscono contro quello che considerano il nemico comune.

Per il secondo posto, c’è stata una battaglia al fotofinish tra il banchiere Guillermo Lasso, che ha corso per il partito conservatore Creo, e il candidato indigeno Yaku Pérez, del partito Pachakutik. A oggi, quest’ultimo è in leggero vantaggio sul banchiere: 20,01% contro 19,56%. Tuttavia, la presidente del Consiglio nazionale elettorale (Cne) Diana Atamaint, ha annunciato che la conferma potrà tardare anche di “dieci giorni”. Restano infatti da scrutinare non solo l’1,16% delle schede, ma soprattutto quel 12,42% di “actas con novedad” (schede contestate e non attribuite) che potrebbero fare la differenza.

Il ballottaggio è previsto per l’11 aprile, occasione di voto anche per altri paesi dell’America Latina che, come il Cile e il Perù, avanzano la richiesta di un’assemblea nazionale costituente come quella che il popolo ha votato in Venezuela nel 1999 e poi in Bolivia e in Ecuador.

Ma, intanto, è già partito il peana all’”indigeno Yaku”, che rappresenterebbe il volto nuovo dell’Ecuador, emblema dell’eco-socialismo contro il “correismo estrattivista”. Con il supporto di “esperti” che forniscono la lista dei partiti in campo (16 in questo caso), ma non spiegano quali interessi rappresentino, né forniscono una chiave di lettura generale, ecco quindi uscire dal cappello magico il nuovo beniamino. Sarebbe lui, quello che per la sinistra latinoamericana è considerato un uomo di Washington, l’alternativa tra il correista Arauz e la destra di Lasso. Peccato che, in numerose dichiarazioni pubbliche, Pérez abbia assicurato che, in caso di secondo turno, avrebbe appoggiato il banchiere Lasso. Peccato che, come chiunque può constatare cercando il programma televisivo Ntn24, le posizioni che ha espresso vadano in senso opposto a quelle dell’integrazione latinoamericana e agli indirizzi che stanno portando avanti i popoli indigeni della Patria Grande. Quello del candidato Yaku propone, al di là dei proclami in difesa dei diritti umani scritti sulla carta e del “comunitarismo” indigeno, è un programma di allineamento agli USA e all’Unione Europea, con le cui rappresentanze ha intrattenuto ottimi rapporti come prefetto di Azuay. E per questo, nel corso della sua carriera politica, ha moltiplicato le prese di distanza e le accuse contro i governi progressisti della regione, a cominciare da quello ecuadoriano ai tempi di Correa, di cui è stato sempre fermo avversario. Dichiarazioni reperibili sul suo profilo twitter e condensate anche in una ricerca compiuta dal giornalista Ben Norton su The Grayzone, in cui si ripercorrono le tappe e le amicizie della sua carriera politica, e in cui compare anche un’intervista. “Lei si è mostrato aperto a un accordo commerciale con gli Stati Uniti, tema proibito a sinistra”, gli chiede il giornalista. E Pérez risponde: “Se l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, il principale socio commerciale dell’Ecuador favorisce la maggioranza, non ci penserei due volte. Non è male in sé, dipende dalle clausole. Non è un’idea peregrina”. E ancora: “Dollaro o moneta nazionale?”. E Yaku risponde: “Dollaro. Nessun’altra moneta, neanche quella elettronica”.

Che il personaggio venga sponsorizzato da giornali reazionari come abc in Spagna, dovrebbe indurre a porsi qualche domanda, ma tant’è. Lo stereotipo della “purezza indigena originaria”, riflette lo sguardo del colonizzatore, diceva a suo tempo Frantz Fanon. Ma siccome di Fanon e della stagione in cui la storia veniva attinta a piene mani, con annesso rischio di sporcarsi, non si ricorda più nessuno, il “racconto” continua a funzionare. A veicolarlo in Europa, sia con l’Ecuador di Correa che con la Bolivia di Morales, sono stati alcuni accademici, ininfluenti nei loro paesi, che però quel racconto lo avevano interiorizzato bene. Personaggi che, nei loro paesi, sempre in nome di quella “purezza” nella maggioranza dei casi si sono schierati con le destre in un curioso cortocircuito di presunte aspirazioni “libertarie” contro l’autoritarismo e l’estrattivismo. Ma qualcuno ha riflettuto sui trattati di libero commercio imposti dagli USA in America latina e non solo, che il signor Pérez si dice disposto a firmare?

Di ben altra portata dovrebbe essere la riflessione sui margini possibili per realizzare un cambiamento strutturale, a fronte della crisi sistemica del capitalismo a livello mondiale ulteriormente smascherata dalla pandemia. Di ben altra portata dovrebbe essere il lavoro di bilancio da compiere sulle esperienze progressiste o “post-neoliberiste” in America Latina nel quadro geopolitico che si va determinando. Di ben altra portata dovrebbe essere la critica alla democrazia borghese (in fase conclamata nei paesi occidentali) e messa alla prova da altri esperimenti di potere popolare che sfuggono agli schemini neo-coloniali.

La revolución ciudadana, rispetto al Venezuela e anche alla Bolivia, è stata quella che meno ha messo in discussione i rapporti di proprietà. Anche per questo, a suo tempo, ha raccolto l’entusiasmo peloso di settori, in Italia e in Europa, che di solito reagiscono alla parola rivoluzione come un vampiro all’aglio, ma che a quella rivoluzione dei diritti guardavano comunque con favore. E infatti, quando Correa ha provato a tassare le grandi fortune, subito si sono levate le accuse di “autoritarismo.

Detto questo, il governo di Correa ha costituito senz’altro un passo avanti, nel quadro di quello che venne considerato il nuovo rinascimento latinoamericano, guidato da Cuba e Venezuela dopo la vittoria di Chavez alle elezioni del 1998. Di certo, sia in Bolivia che in Ecuador, la debolezza delle forze socialiste all’interno delle alleanze che avevano scalzato i precedenti governi neoliberisti, è stato un elemento di fragilità su cui le forze conservatrici hanno potuto far leva per far saltare il tavolo. E in questa chiave converrebbe valutare la resistenza del Venezuela che, in 21 anni di governo bolivariano, ha costruito e rafforzato i movimenti popolari e soprattutto un partito, il PSUV, come sintesi permanente di coscienza e di organizzazione di classe.

Dopo la morte di Chavez, Fidel Castro disse: se volete capire come va il mondo, guardate chi piange e chi ride per la morte di Hugo Chavez.

Vale anche per chi ha celebrato e celebra la figura di Pérez.

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