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martedì 23 giugno 2020

Salvate il teatro - Cosimo Filigheddu


Se dovessi scrivere un horror distopico sul futuro post pandemico, immaginerei un grande teatro con una platea fatta di biglietti omaggio e di scarso pubblico pagante dove, su un palco vuoto di luci, scene e attori, uno scrittore o un giornalista raccontano i relativamente interessanti cazzi loro in un monologo mal letto. E alla fine, il ministro o l’assessore di turno applaudono commentando soddisfatti: “Ecco come siamo riusciti a fare rinascere il teatro italiano”.
Non so se il noto e bravo regista sardo Lelio Lecis condivida questo incubo. Però mi è sembrato abbastanza preoccupato per come la ripresa del suo settore si stia configurando in Sardegna: “Ai vecchi problemi si aggiungono i nuovi e la miscela è venefica”.
Lecis, oltre che tra i padri costituenti di Akroama, la compagnia di Cagliari che è uno dei più bei fabbricatori di teatro italiani, è il responsabile del settore teatro dell’Agis sarda. Il messaggio al grande pubblico di questo settore fondamentale nella produzione di cultura è sostanzialmente così: le immense difficoltà della ripresa del teatro dopo il disastro economico provocato dal blocco proprio nel periodo dell’anno in cui si vendono più biglietti e i mille lacci di distanziamenti, uscite, disinfezione e ogni altra misura anti virus, rischiano di chiudere per sempre molti dei sipari sardi, aiutateci quindi a convincere la Regione a fare in fretta se vuole salvare lo spettacolo.
Il problema, spiega, non è adesso il quanto ma il quando. I sette milioni stanziati a Cagliari per il settore non sono molti, la promessa è di farli arrivare almeno a nove, ma il fatto è che bisogna assolutamente concedere subito almeno ciò che si è promesso. La rapidità nell’erogazione dei fondi, in questo momento, è fondamentale per evitare il tracollo. Le tante compagnie sarde hanno già perso un mucchio di soldi, molte sono a rischio di scioglimento, quasi tutte cercano di resistere alla china di un forte ridimensionamento. La ripresa estiva si presenta difficilissima. Inoltre il teatro all’aperto, quello tipico dell’estate e ancora più di questa estate post peste, era già un’impresa da eroi e navigatori tra i bizantinismi delle regole e regolette dopo i fatti di Torino e il decreto Gabrielli, ora con le nuove restrizioni sarà ancora più tragico.
La prima soluzione è quindi quella di mettere rapidamente le compagnie in condizioni di lavorare rendendo più rapidi gli ingranaggi della burocrazia regionale che azionano l’emissione dei finanziamenti.
C’è ancora il terrore del virus, più o meno giustificata, commenta Lecis, cita Buzzati: la gente, come nella fortezza Bastiani del “Deserto dei Tartari” attende immobile un nemico che forse non arriverà mai.
Ma come ridare fiducia a queste platee spaventate se non si può mostrare la sicurezza e la qualità di un’organizzazione teatrale sarda bene supportata dalla Regione Sardegna?
Lecis sembra abbastanza fiduciosa della “volontà politica”, teme soprattutto la burocrazia, quindi. Sarebbe già utile– dice – se per ogni pratica ci si accontentasse delle autocertificazioni, nelle quali comunque non si può mentire se non rischiando fior di condanne penali.
Lecis ha ragione ma ritengo che sia anche un problema di fondo. In Italia – e in Sardegna – la cultura viene sempre meno considerata un servizio fondamentale e nell’ambito di questa categoria cenerentola il teatro è ultimo degli ultimi. Eppure l’attenzione popolare verso il palcoscenico è molto viva dappertutto. Non è neppure un problema di classe politica che asseconda gli umori senza guidarli, come avviene in altri ambiti nell’era del populismo. Al contrario, molta gente vuole andare a teatro, quando glielo si offre, e i dati nazionali e sardi sui biglietti venduti testimoniano in questo senso. Ma a fronte di un pubblico le cui dimensioni rispecchiano più o meno quelle dei pubblici di altre parte d’Europa, i finanziamenti dello Stato e degli enti locali sono infinitamente più bassi. E, nella dimensione Italia, il teatro sardo è a sua volta dimenticato rispetto a quello di molte altre parti del Paese. Lecis cita il comune brianzolo di Vimercate dove il settore è sostenuto con tre milioni di euro annui: a Cagliari, “leggermente” più grande, con 800.000 euro e a Sassari, naturalmente, con ancora meno. E questo della disparità di trattamento tra Sassari e Cagliari nell’erogazione dei fondi per lo spettacolo è un altro dei capitoli di questo tartassato settore, ancora più spettinato da queste discrasie finanziarie che generano malumori di campanile tanto più dannosi in una categoria alta qual è quella della cultura.
La richiesta urgente e cogente è quindi quella della spendita totale e immediata dei soldi stanziati e non ancora erogati. Ma restano aperti mille altri problemi di questa ripresa estiva, non ultimo dei quali l’incertezza e i ritardi nell’individuazione degli spazi. Basti l’esempio di Sassari, dove l’iniziativa dell’assessora comunale alla Cultura Rosanna Arru per una rapida risalita sui palcoscenici viene rallentata, anche in questo caso, da un milione di problemi burocratici sull’utilizzo dei siti, vane complicazioni che possono essere travolte soltanto da una decisa iniziativa politica.
La Cultura, quindi, che Tremonti aveva definito una cosa che non si mangia, provocando rovine politico culturali che hanno attraversato anche altri governi non di destra come il suo, è una delle vittime principali anche di questo contagio. Il teatro e lo spettacolo dal vivo in genere potrebbero non riprendersi se la classe politica non capirà che questo è uno dei settori più produttivi e importanti del nostro Paese e della nostra regione. Ogni cosa, adesso, senza soldi, diventa più difficile. Ciascuno dei settori dello spettacolo, prosa, danza,lirica, musica sinfonica, ha problemi diversi che diversamente incidono sulle regole che vorrebbero gli attori in mascherina. Dal Nabucco si taglierà “Va pensiero” perché gli assembramenti sono proibiti? Dal “Ballo in maschera” si cancellerà la scena appunto del ballo in maschera che prevede varie decine di artisti tra solisti, coristi, danzatori e comparse? I “Sei personaggi in cerca di autore” diventeranno due perché in tanti sul palco non ci possono stare? Magari, finito di ridere, a questi problemi si ovvierà, ma senza finanziamenti rapidi diventeranno insormontabili. Il problema è che qui come nel resto d’Italia c’è una grande voglia di buon teatro e insieme una sua sottovalutazione da parte della politica. Il teatro, certo, ha i suoi peccati. C’è la tendenza di molti autori moderni di scrivere non più per il grande pubblico ma per gli intellettuali di riferimento e soprattutto per certi critici e alcune compagnie accettano e producono testi interessanti e coinvolgenti quanto un iban pur di entrare nelle logiche di finanziamento da parte di gruppi di potere molto attenti al politically correct e ai suoi esponenti. La carenza di soldi ha portato all’invenzione di forme di teatro che prevedano poca folla sul palcoscenico, anche prima che lo si vietasse per motivi di covid. Una commedia con dieci attori viene considerata un lusso. Se un autore la scrive sa che difficilmente sarà rappresentata. Quelle già scritte vengono messe in scena con la copertura “intellettuale” delle audaci riscritture di geniali registi il cui scopo è in realtà soltanto quello di risparmiare impoverendo il numero dei personaggi e quindi degli interpreti. Fra un po’ nella scespiriana “Eccellentissima e tristissima tragedia di Romeo e Giulietta” compariranno in scena soltanto i due eroi eponimi, nelle versioni più audaci, osannate da certa critica, soltanto uno dei due. Magari alternandosi tra donna e uomo e dividendosi il compenso.
Il monologo inteso come spettacolo unico, dall’inizio alla fine della serata, con la fortunata necessità di una sola persona in scena, è la forma teatrale preferita dai risparmiatori, spesso dimenticando che, se a dirlo non è un professionista con tutte le carte in regola, lo stesso monologo rischia di essere una delle forme più pallose di spettacolo. Eppure, nonostante tutto, le compagnie resistono presentando buon teatro e secondo il rapporto di Federcultura la prosa negli ultimi dieci anni ha avuto un incremento di pubblico del 18 per cento. Se scomparirà o se verrà ridimensionata, quindi, la gente infine chiamerà la politica a risponderne, quella politica che dovrebbe proporre idee e programmi colti, popolari e anche economicamente produttivi. Basti ricordare il grande assessore Renato Nicolini, che risollevò con il suo “effimero” (mai si è visto un effimero così perenne e glorioso) il comune della capitale da una grave crisi politica e finanziaria, creando un modello di moderno mecenatismo dell’ente pubblico che purtroppo ora viene abbandonato.
Non si può affidare un settore fondamentale della vita sociale a dilettanti o pretendere che venga mantenuto per gentile omaggio. Per il teatro occorrono soldi, ma possiamo stare certi che torneranno tutti indietro e con ampi guadagni non soltanto sul piano della crescita culturale, di per sé un dovere fondamentale di Stati, amministrazioni pubbliche e classi dirigenti, ma anche su quello economico. Ma deve finire la concezione di teatro che ha creato lo sketch amaro che, da molti anni, circola tra le quinte
-Lei cosa fa?
-Faccio l’attore.
-No, volevo dire di mestiere.
da qui

domenica 31 maggio 2020

Repubblica: perché è importante capire cos'è successo


Tutti o quasi sanno che La Repubblica ha cambiato padrone (che sarà lo stesso di La Stampa e di Huffington Post). Forse non sarà più politicamente corretto dire padrone, ma è così chiara questa parola.
Perché qualcuno compra un giornale (nel senso della casa editrice) anziché un’impresa di autospurgo?
Ci sono varie ipotesi al riguardo. La prima è che costa poco, la seconda è che fa spettacolo, la terza è che fa guadagnare soldi, non al giornale, ma alle imprese che lo posseggono.
In poche parole è una storia di Potere, quando esiste un padrone (adesso sono scatole cinesi di società, ma alla fine - o all’inizio, o sempre - un padrone c’è, anche se mascherato) e si compra e si vende.
Non è una novità: Enrico Mattei (Eni) e Angelo Rovelli (Sir) compravano  giornali,  anche Bezos, di Amazon, compra un prestigioso giornale che si chiama Washington Post.
C’è chi compra parole, libri e giornali, per leggere storie che hanno scritto altri, e c’è chi acquista case editrici, per farsi scrivere storie; a volte per guadagnarsi onestamente la vita, ma è sempre più raro.
In mezzo sta un macigno che si chiama conflitto d’interesse.
Prendiamo il caso di Repubblica. Se il suo padrone chiede allo Stato una montagna di soldi per un’altra sua impresa, quel giornale dovrà sostenere quell’iniziativa, senza se e senza ma. Essere il padrone conterà ancora qualcosa, no? "Produco automobili e non so cos’è una cinghia di trasmissione?" pensa il padrone.
Cosa fa un giornalista di quel giornale?
Qualcuno - Enrico Deaglio, Pino Corrias e Gad Lerner - se ne va, non sopportando i modi del nuovo padrone; altri vorrebbero andarsene, per scrupolo, ma pensano che tanto li lasceranno scrivere o perché i loro articoli sono lontani dal Potere o perché sono innocui per il Padrone: insomma avranno la libertà di scrivere cose innocue (ma solo quelle, però).
Diceva Alessandro Manzoni - non sapeva ancora del futuro, o forse sì - che il coraggio uno non se lo può dare.
La maggior parte dei giornalisti, che non sono diversi dagli altri italiani, hanno un motto scolpito nel cuore: Franza o Spagna purché se magna.
i lettori, poco informati, si trovano nelle parole di Stendhal: Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che gli interessi del bestiame e i suoi sono gli stessi 

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Scrive Enrico Deaglio
Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (RepubblicaEspressoStampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli.
Anche per lui, il 23 aprile era un giorno importante. Da quattro mesi infatti il direttore di Repubblica era oggetto di una pesantissima campagna di intimidazione. Messaggi su Twitter, lettere anonime, fotomontaggi che annunciavano la sua morte (e quella di sua figlia) per il 23 aprile 2020. Per la stessa data era da lungo tempo stabilito il consiglio di amministrazione della proprietà del gruppo GEDI per importanti comunicazioni.
Nella giornata fatidica al mattino non succede niente; anzi, per iniziativa di un giornalista del Tg3 parte un tweetstorm di solidarietà con il direttore, che ha molto successo. Alle 14 Verdelli viene convocato dalla proprietà che gli comunica il licenziamento. Il timing di tutta la vicenda la rende davvero la trama di un giallo. In cui gli intimidatori ovviamente conoscevano l’importanza della data e delle intenzioni della società. Questa, peraltro, non si era mai messa in contatto con Verdelli, né per manifestargli solidarietà, né per offrirgli aiuto, né si era dimostrata preoccupata per le minacce che colpivano così pesantemente il giornale. E gli ha comunicato il licenziamento volutamente nella forma più sgradevole.
E dire che la gravità delle minacce era talmente cresciuta da convincere il ministero dell’Interno a fare scortare permanentemente Verdelli considerando possibile che qualcuno gli sparasse; a far sì che il Consiglio d’Europa chiedesse a Roma spiegazioni su come fosse ammissibile che il direttore di un importante quotidiano fosse costretto a girare sotto scorta. A spingere Sergio Mattarella a definire le minacce contro di lui “indegne di una democrazia”.
La polizia sta indagando e tutti sperano che presto scopra chi erano/sono gli autori delle minacce – iniziate da una polemica su un titolo di Repubblica dedicato a Matteo Salvini – e quindi comunichi a Verdelli che il pericolo è passato. Se non dovesse succedere, sarebbe davvero molto grave; comunque, saremmo ancora un gradino sopra l’Arabia Saudita, Malta, Turchia, Russia, Egitto nel campo del trattamento dei giornalisti scomodi.
Dal 23 aprile del 2020 il panorama dell’editoria italiana è comunque cambiato. Tutti i commenti lodano la sveltezza e la determinazione con cui Exor ha condotto l’operazione, addirittura in mezzo al disastro della pandemia, spuntando un prezzo incredibilmente vantaggioso per il compratore. Tutto il gruppo editoriale (compresa la sua storia, il suo capitale umano, il suo “vecchio giornalismo”) è stato valutato 103 milioni di euro; è stato notato che per quella cifra si sarebbe potuto comprare solo uno dei garretti di Cristiano Ronaldo. Poche proteste; d’altronde, come avrebbe detto Bobi Bazlen, “Ciò che non vuole morire deve crepare”.
Per questi motivi, ho comunicato al Venerdì di Repubblica (il miglior news magazine italiano) che, con molto dispiacere, cesso la mia collaborazione. “Qualcosa è successo”, e non vorrei che fosse dimenticato troppo in fretta.
da qui

scrive Pino Cabras
Appena i nuovi padroni raccolti intorno agli Elkann lo hanno nominato direttore del quotidiano "la Repubblica", Maurizio Molinari ha reso vivide e attuali le più spassose pagine che Paolo Villaggio scriveva mezzo secolo fa sul servilismo aziendale. Molinari ha annunciato infatti la premiazione, ogni lunedì, del miglior giornalista della settimana con una "R" stilizzata e 600 euro lordi in busta paga. Slap. Slurp.
Abbiamo un modesto suggerimento per il prossimo lunedì. Il premio vada al buon Francesco Manacorda, il quale vanta la bontà di un'operazione in cui lo Stato italiano si dovrebbe fare garante di un prestito bancario da 6,5 miliardi in favore di una società controllata da una holding che non paga le tasse all'Italia ma al Regno dei Paesi Bassi, la FCA. Che poi la FCA abbia gli stessi padroni della società di diritto olandese che edita "la Repubblica" è solo uno di quei dettagli che si perdono nella bava.

da qui

Bandiere stanche - Cosimo Filigheddu
Leggo soltanto ora sul “Post” l’articolo dove qualche giorno fa Enrico Deaglio spiegava i motivi per i quali ha interrotto la collaborazione con Repubblica. Sono riassumibili nel primo capoverso: “Resterà sicuramente negli annali italiani, il 23 aprile 2020. In quel giorno, all’apice dell’epidemia, si è infatti concluso un notevole riassetto dell’informazione italiana. Il gruppo finanziario Exor ha formalizzato la catena di comando che controlla il maggior gruppo giornalistico italiano (RepubblicaEspressoStampa, giornali locali, siti web, radio); cardine dell’operazione il licenziamento del direttore di Repubblica Carlo Verdelli”.
Sappiamo tutti che Verdelli era, ed è tutt’ora, nel mirino di un neo fascismo vigliacco e violento che ha persino indotto il ministero dell’Interno a mettere il giornalista sotto scorta e ha suscitato preoccupazione in tutta Europa.
Non ci sono stati grandi proteste contro questa operazione made in Fiat: la Fiat di adesso, della finanza, non più la grande Fiat dell’economia industriale, quella di un tempo, più o meno assistita ma comunque grande incubatrice di lavoro italiano.
Direi anzi che la protesta più clamorosa è stata quella di Deaglio. Poi nella categoria dei giornalisti c’è stata una diffusa rassegnazione alla potenza di questo formidabile gruppo editoriale che si è sostituito all’anima del vecchio gruppo “Espresso” di Caracciolo, cioè il primo grande editore puro italiano del dopoguerra che fece a pezzi il sistema dell’editoria giornalistica italiana dove l’industria acquisiva i giornali non per fare impresa ma per utilizzarli come strumento di pressione per altri affari.
Il lungo periodo Sir della Nuova Sardegna ne è un esempio, così come lo è del periodo successivo il passaggio del quotidiano nel 1981 a Caracciolo che ne fece uno dei giornali regionali più grandi e belli del Paese. Condizione che La Nuova si è sempre sforzata di conservare anche in seguito a dispetto del mutare degli assetti editoriali e delle generali difficoltà della carta stampata nel mondo.
Pochi ora protestano con forza in difesa di Verdelli e di ciò che rappresenta: perché il giornalismo è debole, la stampa è in crisi, qualsiasi cosa, o quasi, è buona se garantisce mantenimento dei posti di lavoro e versamenti dei contributi previdenziali a un ente pensionistico e assistenziale che resiste ma rispecchia nelle sue condizioni il generale smarrimento della categoria. Pochi vogliono esporsi con questi nuovi padroni la cui determinazione è dimostrata dalla freddezza con la quale si sono liberati di Verdelli, quasi un avviso: badate che noi non abbiamo paura dei vostri mostri sacri.
Ed è per questo che mi chiedo: anche prima che la nuova Fiat mettesse le mani sull’informazione italiana, oltre a Verdelli quanti ne restavano di questi mostri sacri? Quanto sopravviveva lo spirito di gente come Caracciolo che aveva chiuso le porte della stampa alla cultura industriale dei Rovelli e dei Cefis? Forse dovremmo riflettere su questo: quanto la Fiat della finanza abbia trovato facile presa in una situazione dove ormai la bandiera dell’informazione era agitata liberamente ma sempre più stancamente appunto da Verdelli e pochi altri.
Una situazione che mi ricorda quella descritta dalla storica Giuseppina Fois in un saggio che è parte fondamentale del libro curato da Sandro Ruju “La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli”, pubblicato dalla Edes. La professoressa Fois fa del passaggio del giornale da Arnaldo Satta Branca a Nino Rovelli un’analisi forse unica nel suo disincanto scientifico e nella coraggiosa denuncia di una condizione che la memorialistica sarda ha spesso mitizzato. E scrive tra l’altro: “La vendita della Nuova Sardegna suscitò preoccupazione e scandalo. Da una parte si denunciò subito la fine traumatica di quella che appariva (e in parte era) una lunga esperienza di indipendenza giornalistica. Dall’altra si segnalò invece, con toni polemici, come il giornale della democrazia sassarese, essendosi inaridita da anni la sua vena originaria anticonformista e pluralista, si fosse per così dire quasi autopredisposto a subire l’aggressione esterna da parte del nuovo potere economico”.
La storica cita un articolo pubblicato su un periodico degli anni Sessanta da uno dei più coerenti e acuti intellettuali sardi, Giuseppe Melis Bassu: “Che cos’è questa bandiera che sta scendendo dal pennone? Che indipendenza è mai quella di un giornale se manca una coerenza ideale, un nerbo di idee, un impegno preciso verso la realtà nuova? Diciamolo ancora una volta, anche se è amaro ripeterlo: nessuna bandiera è stata ammainata, perché nessuna bandiera – da tempo ormai – sventolava su quel pennone”.
Cito Giuseppina Fois perché trovo questa considerazione fondamentale in una eventuale riscrittura della storia della mia città libera da vincoli di quieto vivere e di altri condizionamenti che ritengo abbiano sempre oscurato alcuni suoi aspetti. Quindi una suggestione che magari mi porta esageratamente a ritenere quella bandiera perduta degli anni Sessanta sardi un paradigma del giornalismo della famiglia De Benedetti poi incamerato dagli eredi Agnelli. Forse dovremmo chiederci se già da tempo anche quella bandiera fosse un po’ stanca, pur con i lodevoli sussulti che ogni tanto la facevano agitare al vento dell’informazione guardiana severa dell’operato del potere.

da qui

La “libertà di stampa” e i suoi padroni - Volere la luna
Il traumatico cambio di direzione a Repubblica è un evento la cui portata supera l’ambito del giornalismo, ma investe interamente la democrazia in Italia.
Innanzitutto per il modo in cui è avvenuta. La perentoria, immediata affermazione del diritto della proprietà di imporre al giornale non solo la persona di un direttore ma una linea politica rende manifestamente chiara la drammatica restrizione dello spazio di un possibile giornalismo critico. Il giornale trattato come una qualunque azienda di famiglia: ma nella piena consapevolezza che non è una qualunque, perché è evidente che la decisione di investire su Repubblica si deve all’aspettativa di un immediato ritorno in termini di propaganda.
La scelta della data, poi, è addirittura indegna. Oscure minacce annunciavano da settimane che il 23 aprile sarebbe avvenuta l’esecuzione fisica del direttore Carlo Verdelli: il fatto che si sia scelto proprio quel giorno per celebrarne l’esecuzione professionale lascia semplicemente sconcertati, e apre mille inquietanti interrogativi. In ogni caso è chiaro che si voleva che nella data simbolo del 25 aprile l’editoriale del nuovo direttore annunciasse il ribaltamento di linea.
Perché è questo che è avvenuto. Intendiamoci, da molto tempo la sinistra (per esempio quella che si riconosce in Volere la Luna) non pensa che Repubblica sia un giornale di sinistra. Ma se fino a ieri questa mutazione risultava in opposizione con i valori originali della fondazione del giornale, e rappresentava dunque una contraddizione evidente, da oggi quei valori sono stati ufficialmente cestinati. Se qualcuno avesse avuto dubbi, lo legga, quel primo editoriale. Parole vuote e generiche sulla Liberazione, lingua da burocrate aziendale (si annunciano «contenuti competitivi»), un giudizio desolante sulle diseguaglianze (che sarebbero «uno stato d’animo», frutto del «salto tra rivoluzione industriale e rivoluzione digitale»), invocazione finale all’avvento di «una nuova generazione di leader» che interpreti «l’urgenza del fare». Un testo che – per toni e contenuti – appartiene alla cultura di una destra conservatrice di establishment. Un testo che potrebbe benissimo essere un discorso del Berlusconi del 1994.
La scelta di Maurizio Molinari cambia, è evidente, il campo di Repubblica. Il nuovo direttore, uomo fidato di casa Agnelli, è un convinto atlantista, sostenitore della “missione americana” incarnata dal George W. Bush del dopo 11 Settembre. Un ossequioso difensore del blocco di interessi dell’oligarchia nazionale, e in particolare torinese, come apparve in modo perfino imbarazzante all’indomani della manifestazione delle Madamine per il Tav, celebrata dalla Stampa diretta da Molinari con toni da regime totalitario. Memorabile l’editoriale del direttore che vedeva in quella piazza organizzata da pezzi della borghesia torinese, organizzazioni confindustriali e vecchi berlusconiani «un’Italia di donne e uomini, famiglie etero e gay, impiegati e operai, studenti, pensionati ed artigiani che non ama gridare ma fare». Questo il pantheon ideale di quella piazza, e del nuovo, plaudente, direttore di Repubblica: «i simboli di Torino: la gigantografia di Cavour, i cartelli sui piemontesi europei, gli applausi per Pininfarina e Marchionne, il canto finale dell’inno di Mameli e una piazza senza neanche una carta in terra quando la folla se ne va. Con la schiena diritta».
Ecco, la “schiena diritta” è qualcosa che non ci si dovrà aspettare, nella direzione che nasce. Molinari viene promosso a dirigere Repubblica nonostante che a lui si debba il seppellimento della Stampa: presa a 244.000 copie di tiratura e 146.000 vendute e lasciata a 160.000 di tiratura e 89.000 vendute. E nonostante alcune macchie imbarazzanti (per un direttore che dovrebbe essere in grado di denunciare le mende della tutt’altro che impeccabile classe dirigente italiana): come per esempio l’esteso plagio del suo libro Il Califfato del terrore. Perché lo Stato Islamico minaccia l’Occidente.
Ora, è piuttosto evidente che se, nonostante ciò, Molinari ascende alla guida di Repubblica è perché da lui non si attende successo editoriale o originalità di giornalismo: ma obbedienza ai padroni. E questa è una pessima notizia per tutti noi, anche per quelli che da anni hanno smesso di leggere Repubblica.
da qui

Alcuni articoli:
https://www.lordinenuovo.it/2020/05/21/cosi-i-lavoratori-pagheranno-di-nuovo-i-dividendi-della-fiat/
http://www.strisciarossa.it/quei-direttori-del-giornale-unico-di-john-elkann-e-quel-dividendo-straordinario-di-fca/
https://fortebraccionews.wordpress.com/2020/05/22/paradisi-fiscali-vasco-rossi-sfotte-gli-agnelli-la-mia-residenza-in-italia-e-scolpita-nella-pietra/
https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17886-redazione-contropiano-il-dittatore-dello-stato-libero-di-repubblica.html
https://www.professionereporter.eu/2019/12/elkann-sbarca-a-repubblica-e-stampa-un-proclama-due-mosse-una-ritirata/
https://sbilanciamoci.info/elkann-exor-prendi-i-soldi-e-scappa/?spush=cGtkaWNrQGZhc3RtYWlsLml0 Guglielmo Ragozzino
https://www.internazionale.it/notizie/roberta-carlini/2020/05/19/fca-prestito-italia  Roberta Carlini


L’intera redazione dei Cahiers du Cinéma si è licenziata per protestare contro la nuova proprietà
Édito n°764 – mars 2020
The End - Stéphane Delorme

Le 31 janvier, un conglomérat de producteurs et d’hommes d’affaires a acheté les Cahiers du cinéma. Les lecteurs n’ont peut-être pas pris connaissance des nouveaux actionnaires, dont la liste est publique. Parmi les vingt noms, côté producteurs, Pascal Caucheteux (Audiard, Desplechin), Toufik Ayadi et Christophe Barral (Les Misérables), Marie Lecoq et Frédéric Jouve (les films de Rebecca Zlotowski), Marc du Pontavice (J’ai perdu mon corps), Pascal Breton (la série Marseille). Côté hommes d’affaires : Grégoire Chertok (banque Rothschild), Éric Lenoir (le mobilier urbain Seri), Reginald de Guillebon (Le Film françaisPremière), et la «love money» de Xavier Niel (Free), Marc Simoncini (créateur de Meetic), Stéphane Courbit (Banijay, producteur de contenus audiovisuels), Frédéric Jousset (Beaux-arts), Alain Weill (BFM).
La rédaction dans son ensemble a décidé de quitter les Cahiers du cinéma. Les journalistes salariés prennent la clause de cession, droit de conscience qui protège les journalistes lors d’un changement de propriétaire. Une telle décision est déchirante pour nous, et inédite dans l’histoire de la revue.
C’est d’abord une question de principe. Nous refusons de travailler sous l’égide de producteurs, ce qui pose un risque de conflit d’intérêts immédiat. Le fait même que des producteurs possèdent la revue brouillera la réception des films et créera une suspicion légitime. La nomination prochaine au poste de directrice générale de Julie Lethiphu, actuelle déléguée générale de la SRF (Société des réalisateurs de films), lobby actif et influent, n’a fait qu’aviver nos craintes. Nous ne voulons pas devenir la vitrine du cinéma d’auteur français.
Les actionnaires ont annoncé à leur arrivée la création d’une charte d’indépendance. Or la communication brutale dans la presse (Les Échos et Télérama) l’a immédiatement bafouée. On nous annonce la création d’une revue «chic», «conviviale» et «recentrée sur le cinéma français». Il va sans dire que les Cahiers n’ont jamais été aucun des trois. Les Cahiers se sont toujours moqués du chic et du toc. Ils n’ont jamais été une plateforme de débats pour/contre : la santé des Cahiers, c’est leur virulence, quand on sait dur comme fer qu’elle est au service de la défense d’idées, de passions et de convictions. Les Cahiers ont toujours été ouverts sur le monde. Et l’équipe a été très attentive au cinéma français depuis onze ans mais sans doute ce n’est pas le bon cinéma français que nous avons défendu. Il faut recentrer les excentriques. On nous affaiblit en minimisant les chiffres de vente, alors que, malgré une absence sévère de moyens, les Cahiers se maintiennent dans le contexte de l’effondrement de la presse, terminant même 2019 avec une progression des ventes en kiosque. Dernier message alarmant : les Cahiers sont envisagés comme une marque qui devrait «faire des événements autour de marques». Et les actionnaires de nous intimer sans ambages : «Il leur appartient de marquer leur adhésion ou non à notre projet.» On croirait entendre : «Parce que c’est notre projet !» Eh bien nous le refusons.
Les lecteurs savent aussi que les Cahiers ont affiché leurs prises de position politiques, qu’ils ne séparent pas de leurs prises de position esthétiques : contre le traitement médiatique des gilets jaunes, contre la nomination de Franck Riester, le pass Culture (piloté par Frédéric Jousset, nouvel actionnaire) ou Parcoursup, bref contre la présidence Macron. Voir apparaître les noms de Rothschild, BFM, Niel, Simoncini pose question : pourrait-on rester aussi libres de nos mouvements ? Arrive tout simplement aux Cahiers ce qui arrive à tous les titres de presse, le rachat par des millionnaires proches du pouvoir, souvent venus des télécoms afin de préparer la transition numérique et le flux des contenus. Personne d’autre ne s’intéresse-t-il au sort de la presse ? Richard Schlagman, le précédent propriétaire, venait de l’édition d’art (Phaidon) et garantissait notre indépendance, nous protégeant de toute influence des milieux parisiens.
Les propriétaires n’ont de toute façon pas fait mystère de leur volonté de changer de rédacteur en chef et d’équipe dans le Tout-Paris, qui visiblement se pose moins de questions déontologiques que nous et s’excite à l’idée de prendre la place, ou de revenir. Ce qui explique le manque de soutien dans la presse. Nous verrons – ou plutôt vous verrez, puisque pour nous la page est tournée – si les Cahiers, à la décidément turbulente histoire, vivront une Restauration ou une Révolution, au sens nouveau monde. Le numéro d’avril en tout cas sera notre dernier.
da qui

Libération naviga da solo. Più indipendente e più povero - Anna Maria Merlo
Nuova svolta per Libération, il quotidiano fondato da Jean-Paul Sartre e Serge July nel ’73, passato dall’estrema sinistra a posizioni social-democratiche, dopo aver attraversato un lungo periodo libertario. Altice Média, il gruppo di Patrick Drahi, imprenditore delle telecom (proprietario di Sfr), dal 2014 nel capitale di Libération, abbandona il controllo diretto del quotidiano e lo cede a una fondazione senza scopi di lucro. Il modello della Fondazione è quello di Médiapart, sito di giornalismo di inchieste su Internet, che aveva guardato al Guardian e al suo Scott Trust. Ma Médiapart, a differenza di Libération, è in attivo (anche se non ha pubblicità), e in crescita di abbonamenti.
QUESTO FONDO, scrive il gruppo Altice in una lettera ai dipendenti, «doterà sostanzialmente Libération» per permettere al giornale di far fronte alle perdite e al debito «fino a quando sarà necessario» e di ottenere «il finanziamento futuro e così garantire l’indipendenza a lungo termine» della testata. Libération è in perdita, 8,9 milioni nel 2018, malgrado una sovvenzione pubblica annuale di quasi 6 milioni di euro, mentre ha accumulato un debito intorno ai 45-50 milioni, la diffusione è intorno alle 70mila copie, con abbonamenti web in netto aumento negli ultimi due anni (moltiplicati per 6).
PER LAURENT JOFFRIN, il direttore che adesso entra nel consiglio di amministrazione del fondo assieme a due uomini di Altice (il direttore generale di Altice Média, Arthur Dreyfuss, e il direttore delle fusioni/acqusizioni del gruppo, Laurent Halimi), «moralmente, eticamente, giornalisticamente è un progresso». La vita di Libération è assicurata, almeno per un po’, e sulla carta il quotidiano non dipenderà più da un imprenditore, come era ormai dal 2005, quando in occasione di un’altra crisi era entrato nella proprietà Edmond de Rothschild. Ma la redazione è perplessa. Molti giornalisti sono stati sorpresi dalla notizia della cessione da parte di Altice e della creazione del fondo, che per statuto sarà aperto a finanziamenti di nuovi «mecenati», mentre eventuali utili dovranno venire versati «in opere caritative».
C’è preoccupazione tra i dipendenti di Libération, che dovranno traslocare in nuovi locali. «Se avesse voluto liberarsi del giornale, avrebbe potuto vendere, da due anni abbiamo offerte, Drahi mi ha sempre detto di avere un debole per Libération, abbandonarci non sarebbe buono per la sua immagine», spera Joffrin. La redazione ha chiesto «garanzie giuridiche, finanziarie e sociali, in particolare sulla dotazione e sull’occupazione» e vorrebbe venire associata alla gestione del fondo.
IL GRUPPO ALTICE si libera dell’ultima testata di carta stampata che ancora controllava, dopo aver venduto non molto tempo fa il settimanale L’Express, che con la nuova proprietà ha subito un ridimensionamento della redazione. «Seguiamo la stessa strada», temono a Libération. Altice, nei media, si concentra ormai sulla tv (Bfm, Rmc), ma questo settore sta per essere anch’esso riorganizzato e le redazioni temono che ci sia in programma una diminuzione dell’organico (la riorganizzazione in corso a Sfr – telecom – si concluderà con l’allontanamento di un terzo del personale).
Drahi è un uomo d’affari e ha studiato la manovra per la creazione del fondo di Libération senza perdere denaro. Drahi vende il giornale alla Fondazione, per un valore eguale alla dotazione che avrà questo fondo: in sostanza, otterrà importanti sgravi fiscali (una riduzione delle tasse del 60%), così potrà recuperare parte della somma dell’operazione.
LA CARTA STAMPATA sta attraversando in Francia un periodo difficile, aggravato dalla crisi del coronavirus. Venerdì sono state messe in liquidazione giudiziaria le filiali di provincia di Presstalis, il primo distributore francese di quotidiani e riviste. I quotidiani salvano la distribuzione a Parigi, ma 500 sui 910 dipendenti di Presstalis perderanno il lavoro. Ieri, la Cgt ha indetto uno sciopero. Ma il settore è in declino: nel ’95 c’erano ancora 700 depositi di giornali e riviste in Francia, oggi sono solo più 61. Le edicole sono preoccupate, sono rimaste in circa 22mila e il coronavirus sta dando il colpo di grazia a molte. Le vendite di quotidiani e riviste sono diminuite nel periodo di confinamento e molti lettori non torneranno in edicola perché sono passati al web.
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lunedì 14 ottobre 2019

Ma chi cazzo è quel Nobel? - Cosimo Filigheddu



Fra un po’ comunicheranno il nome (anzi, pare i nomi) del nuovo Nobel per la Letteratura e io mi ricordo di questa cosa, quando al giornale ero capo delle pagine culturali, che ti capitava tra capo e collo. Il fatto è che a un certo punto ci fu un’infilata di premiati che non sapevamo chi cazzo fossero. E non lo sapeva nessuno, anche se tutti facevano finta di saperlo. E non c’era verso. Tra l’altro Google non l’avevano inventato o forse a Sassari non era ancora arrivato, boh.
Arrivava il primo lancio d’Ansa con il nome e la data di nascita. Che me ne potevo fottere alla grande della data di nascita, se non per il fatto che magari constatavo che era già vecchio e mi dicevo
-Bastardo, e non poteva crepare prima di rompere i coglioni a me?
Poi dovevi aspettare almeno mezz’ora in cui ti immaginavi i redattori dell’Ansa disperati che aspettavano le agenzie estere, ma anche queste erano in difficoltà. E alla fine, immaginavo, i corrispondenti delle agenzie della nazione del premiato, che lo rintracciavano probabilmente dagli elenchi del telefono e lo intervistavano
-Scusi, ma lei chi cazzo è?
E avute le prime scarne informazioni potevano rilanciarle via via sino alla mia redazione dove finalmente potevamo lavorarci sopra.
Poca roba. Allora che la carta costava di meno, sul Nobel si sarebbero dovute fare paginate, invece tiravamo fuori poco. E il direttore, immensa faccia da culo, veniva al mio tavolo a fare le smorfie.
-Ma come, danno il Nobel a Sempronio Lumumba e tu mi fai soltanto mezza paginetta?
Proprio lui che prima di fare questa sceneggiata si era ripassato otto volte il nome per non dimenticarselo nel tragitto dal suo ufficio.
Insomma, allora telefonavo a certi nostri collaboratori che erano il meglio della cultura sarda e cominciavo alla lontana.
-Sai, poco fa hanno assegnato il Nobel per la Letteratura.
-Ah, bene. E a chi?
-Sempronio Lumumba.
Silenzio.
-Naturalmente lo conosci.
-E… beh… naturalmente…
-Ti sembra una buona scelta?
Silenzio.
-Mi faresti un pezzo?
-Quando?
-Ora, subito.
Gli uomini e le donne di cultura ancora non avevano il telefonino e quindi non potevano rispondere “pronto, pronto, non c’è segnale…”. Però erano cagionevoli di salute e in queste circostanze erano sempre malati.
Quando i colleghi mi vedevano concludere la telefonata con la faccia scura, mi chiedevano comprensivi
-Non lo fa?
-No, sta male.
-E cosa c’ha?
-Le piaghe da decubito ci avrà, maledetto fannullone mangiapane a tradimento.
E aggiungevo scrutando intorno con sguardo inquisitorio
-E poi scommetto che neppure sa chi è Sempronio Lumumba.
E i bastardi, scandalizzati
-Ma no, figurati, un intellettuale come lui non può ignorare chi è Sempronio Lumumba.
Che poi mi venivano i complessi di colpa per la mia ignoranza che cercavo di reprimere convincendomi che fosse ampiamente condivisa. E immaginavo le difficoltà dei giornalisti antichi, quelli che non c’avevano neppure il telefono su ogni scrivania, quando avevano dato il Nobel a Grazia Deledda. Chissà quanto gliene hanno detto, povera donna.
Oh, però una volta ho avuto un giorno di gloria.
Fu nel 1988, quando arrivò l’Ansa con la notizia del Nobel a Nagib Mahfouz. Per caso avevo letto da poco “Vicolo del mortaio” e mi era preso questo fascino straniante perché mi immaginavo un Vasco Pratolini fuori da spazio e tempo paracadutato in Egitto. Tanto che cominciai a interessarmi a lui.
Sollevai gli occhi dal foglietto d’agenzia e mi guardai intorno.
-Ah, avete visto? Il Nobel a Mahfouz.
I colleghi non si esposero. Solo uno, il più sincero, mi chiese.
-Cosa c’era oggi, il Nobel per la Fisica?
Poi, vedendo il mio cipiglio nobile e severo, fece una risatina nervosa, come a dire che scherzava.
Manco per i coglioni che stava scherzando.
Comunque mi misi a scrivere grandi pezzi sul vincitore sulla base delle scarne notizie dell’Ansa e sono convinto che i miei colleghi pensino tuttora che gli abbia giocato uno scherzo con la complicità degli accademici di Svezia che mi avevano detto in anticipo il nome del vincitore per darmi modo di prepararmi.
Un altro trionfo, ma il giornale qui non c’entra, lo ebbi nel 2006 con il Nobel a Orhan Pamuk.
Ma qui occorre una premessa. Io vado alla libreria Koinè di Aldo Addis, che non è solo un negozio dove si vendono libri ma anche un circolo spontaneo dove librai e clienti hanno il piacere di incontrarsi e di chiacchierare mentre si fruga sui banconi.
Una volta, durante un Festival di Sanremo, chiesi ad Aldo
-Hai visto ieri gli Avion Travel?
-“Sentimento”, fantastica- rispose.
Aggiunsi
-Meriterebbe di vincere Sanremo, ma figuriamoci se fanno vincere una cosa così bella.
Dopo che gli Avion inusitatamente avevano vinto Sanremo, ricapitai in libreria e Aldo mi guardò con faccia strana.
Poi mi prese l’innamoramento per Pamuk, che ancora non era propriamente uno scrittore di fama popolare, e quando infine lessi “Istanbul” dissi ad Aldo.
-Questo è uno scrittore da Nobel, ma figurati se danno il Nobel a Pamuk.
Qualche giorno dopo, alla notizia del Nobel assegnato a Pamuk, Aldo mi fece una singolare telefonata.
-Senti, so che di calcio non te ne frega niente, ma dovresti farmi un favore.
-Se posso…
-Sai che io sono tifoso della ***?
-Non lo sapevo, me ne compiaccio.
-Grazie. E’ che…
-Dimmi, Aldo.
-Senti… dovresti venire qui in libreria e dire a voce alta: “E’ una grande squadra ma figuriamoci se le fanno vincere il campionato”.