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domenica 16 febbraio 2025

L’ipocrisia della Commissione Europea sul Congo - Alessandro Marescotti

Il Congo, ricchissimo di terre rare, è devastato da milizie sostenute dal Ruanda, che invadono e saccheggiano il Paese con la complicità tacita delle potenze occidentali. Ma a Bruxelles nessuno parla di "invasori" e "invasi". Nessuna condanna, nessuna sanzione.

Mentre l’Europa si erge a paladina della legalità internazionale, condannando l’aggressione russa all’Ucraina e imponendo sanzioni durissime a Mosca, in un’altra parte del mondo una tragedia simile si consuma nel silenzio assordante delle istituzioni europee. Il Congo, ricchissimo di terre rare, è devastato da milizie sostenute dal Ruanda, che invadono e saccheggiano il Paese con la complicità tacita delle potenze occidentali. Ma a Bruxelles nessuno parla di "invasori" e "invasi". Nessuna condanna, nessuna sanzione. Anzi, la Commissione Europea fa affari proprio con l’aggressore.

Il grande saccheggio del Congo

La Repubblica Democratica del Congo possiede immense risorse minerarie, in particolare cobalto, coltan e altre terre rare, materiali essenziali per la transizione tecnologica e digitale dell’Europa. Ma questi beni vengono sottratti con la violenza dalle milizie dell’M23, un gruppo armato sostenuto dal Ruanda, che da anni destabilizza l’est del Paese con massacri e sfollamenti di massa. In questa guerra, nei suoi retroscena geopolitici, c’è un interesse economico preciso: il Ruanda, privo di risorse minerarie proprie, si è trasformato in un hub per l’estrazione e la commercializzazione di terre rare, che in realtà provengono dal saccheggio del Congo.

E la Commissione Europea? Invece di denunciare questa razzia, ha siglato accordi economici con il Ruanda per garantirsi una fornitura stabile di materie prime strategiche, aggirando così la dipendenza dalla Cina, nazione che detiene il primato mondiale per le terre rare. In pratica, Bruxelles ha scelto di chiudere un occhio sullo sfruttamento e sulla violenza, trasformando un’aggressione militare in un'opportunità di business.

Due pesi, due misure

Il contrasto con il caso ucraino è evidente. Contro la Russia, l’UE ha reagito con sanzioni senza precedenti, isolando economicamente Mosca e fornendo massiccio sostegno a Kiev. Nel caso del Congo, invece, la Commissione non solo evita di sanzionare il Ruanda, ma lo premia con contratti vantaggiosi. L’integrità territoriale, la sovranità e la giustizia internazionale, valori che in Europa si difendono a parole, diventano irrilevanti quando a soffrire sono i congolesi e non gli europei.

Non si tratta di ignoranza o distrazione. È una scelta consapevole, cinica e calcolata: il benessere e la crescita tecnologica dell’Europa valgono più della vita dei congolesi. Dietro le batterie dei nostri smartphone e i componenti delle auto elettriche, c’è il sangue di un popolo che muore sotto le raffiche di milizie armate per garantire i nostri consumi.

L’Europa deve scegliere da che parte stare

L’Unione Europea non può continuare a giocare su due tavoli: difensore della giustizia quando conviene, complice silenziosa quando ci sono in ballo profitti strategici. Se davvero Bruxelles crede nei principi che proclama, deve interrompere immediatamente gli accordi con il Ruanda, imporre sanzioni a chi finanzia la guerra contro il Congo e sostenere il popolo congolese nella difesa della propria sovranità.

L’alternativa è l’ipocrisia totale: condannare le guerre quando colpiscono l’Europa e sfruttarle quando servono agli interessi economici. Ma questa ipocrisia ha un prezzo, e a pagarlo oggi sono i congolesi. Domani, potrebbe essere la credibilità stessa dell’Europa se la Commissione Europea non condanna già da subito il governo del Ruanda e se non interrompe ogni accordo commerciale.

Chiediamo al Parlamento Europeo di agire subito con una netta risoluzione di embargo verso il Ruanda fino a che non viene riportata la pace in Congo. 

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha siglato accordi con il Presidente del Ruanda, Paul Kagame.

Va sottolineato che un rapporto pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite sui diritti umani portò alla luce i tanti abusi e i massacri compiuti dalle truppe ruandesi contro i cittadini congolesi nel decennio compreso tra il 1993-2003 (UNHR, 2010). Questo si legge sull'Osservatorio Strategico 2021 n.IV, a pagina 21.

Chiediamo che il parlamento italiano prenda l'iniziativa per isolare diplomaticamente, militarmente e commercialmente il governo del Ruanda. 

Note: In Sudafrica canti e balli a sostegno esercito RD Congo contro Ruanda

Pretoria, 4 feb. (askanews) - Tra canti e balli, la comunità della Repubblica Democratica del Congo in Sudafrica si è riunita a Pretoria per dare sostegno alle FARDC, le forze armate congolesi, nel conflitto in corso nella provincia del Nord Kivu, Est del Paese. "Kagame assassino", è il grido dei manifestanti diretto contro il presidente ruandese, mentre su uno striscione si legge "Sanzioni per il Ruanda".

https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/in-sudafrica-canti-e-balli-sostegno-esercito-rd-congo-contro-ruanda/AGFgNaiC

 

da qui

venerdì 16 febbraio 2024

«Il mondo sta entrando in un’era di caos» avverte l’Onu impotente - Ennio Remondino

 

«Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos» lancia l’allarme il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, criticando le divisioni senza precedenti del Consiglio di Sicurezza, incapace di agire di fronte ai «terribili conflitti che stanno aumentando»«Non è la prima volta che il Consiglio è diviso. Ma è la cosa peggiore, l’attuale disfunzione è più profonda e pericolosa», ha avvertito Guterres presentando all’Assemblea generale le sue priorità per il 2024.

 

ll multilateralismo negato dai più forti

Guterres ha sottolineato che «i governi stanno ignorando e minando i principi stessi del multilateralismo, senza responsabilità. Il Consiglio di Sicurezza, il principale strumento per la pace nel mondo, è in un vicolo cieco a causa delle spaccature geopolitiche».

Consiglio di Sicurezza o di ricatto?

Criticando le divisioni senza precedenti del Consiglio di Sicurezza, Guterres ha sottolineato che «durante la Guerra Fredda, meccanismi ben consolidati hanno contribuito a gestire le relazioni tra le superpotenze, ma nel mondo multipolare di oggi tali meccanismi sono assenti. Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos».

Il caos del tutti contro tutti

«E vediamo i risultati: un pericoloso e imprevedibile tutti contro tutti, nella totale impunità», ha denunciato ancora, dicendosi preoccupato per una nuova proliferazione nucleare e lo sviluppo di «nuovi mezzi per uccidersi a vicenda e per annientare l’umanità».

Tragedia Gaza e attacco a Rafah

All’assemblea generale dell’Onu, Guterres ha messo in guardia da un attacco di terra israeliano a Rafah, che avrebbe «conseguenze regionali incalcolabili».

Agenda Onu 2024

La nostra organizzazione è stata fondata sulla ricerca della pace, eppure, la cosa che manca in modo più drammatico oggi è la pace. Mentre i conflitti infuriano e le divisioni geopolitiche crescono, la polarizzazione si approfondisce e i diritti umani vengono calpestati. Con l’esplosione delle disuguaglianze, la pace con la giustizia viene distrutta. E mentre continuiamo la nostra dipendenza dai combustibili fossili, ci facciamo beffe di qualsiasi idea di pace con la natura.

Guerre di parole. Guerre per il territorio. Guerre culturali

  • Gaza. Non esiste alcuna giustificazione per la punizione collettiva del popolo palestinese. Eppure, le operazioni militari israeliane hanno portato alla distruzione e alla morte a Gaza con una portata e una velocità senza eguali.
  • Rafah. Sono particolarmente allarmato dalle notizie secondo cui l’esercito israeliano intende concentrarsi su Rafah, dove centinaia di migliaia di palestinesi sono stati schiacciati nella disperata ricerca di sicurezza. Cessate il fuoco, rilascio ostaggi e due Stati
  • Ucraina. In Ucraina, ribadisco l’appello per una pace giusta e sostenibile, in linea con la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale – per l’Ucraina, per la Russia e per il mondo.
  • Sahel. In una serie di paesi del Sahel, il terrorismo sta aumentando e i civili stanno pagando un prezzo terribile.
  • Corno d’Africa. Azione collettiva nel Corno d’Africa per consolidare le conquiste ottenute con fatica contro Al Shabaab e per preservare il principio dell’integrità territoriale evitando nuove crisi.
  • Sudan. I combattimenti devono finire in Sudan prima che distruggano ancora più vite e si diffondano.
  • Libia. La precarietà del cessate il fuoco, ma il popolo libico merita pace e stabilità durature, a cominciare dall’impegno per elezioni libere ed eque.
  • Congo. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, gruppi armati a deporre le armi e leader regionali a dare priorità al dialogo.
  • Yemen. Nello Yemen, appello a tutte le parti affinché allentino le tensioni nel Mar Rosso sulla base del principio della libertà di navigazione.
  • Myanmar. In Myanmar, abbiamo bisogno di un’attenzione a livello internazionale per un percorso verso il ritorno al governo civile.
  • Haiti. Ad Haiti l’illegalità è in aumento e milioni di persone si trovano ad affrontare una grave insicurezza alimentare.
  • Balcani occidentali. E nei Balcani occidentali, alcuni leader continuano ad alimentare tensioni e retorica etno-nazionalistica.

Il nostro mondo sta entrando in un’era di caos

Dopo decenni di disarmo nucleare, gli Stati sono in competizione per rendere i propri arsenali nucleari più veloci, più furtivi e più accurati.

Aiuti umanitari e conflitti

Con il proliferare dei conflitti, i bisogni umanitari globali sono ai massimi storici, ma i finanziamenti non tengono il passo. Gli operatori umanitari stanno salvando vite umane e alleviando le sofferenze in tutto il mondo. Rendo omaggio ai loro sforzi eroici e a quegli operatori umanitari che hanno pagato il prezzo più alto, più recentemente e tragicamente a Gaza.

Nuova Agenda per la Pace

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve essere in grado di prendere decisioni e attuarle. E diventare più rappresentativo. Inaccettabile che il continente africano sia ancora in attesa di un seggio permanente. Anche i metodi di lavoro del Consiglio devono essere aggiornati.

Armi nucleari, Internet e Intelligenza artificiale

La Nuova Agenda per la Pace affronta i rischi strategici sulle armi nucleari, misure per mitigare l’impatto della competizione geopolitica sulle persone e prevenire la frammentazione delle regole del commercio globale, delle catene di approvvigionamento, delle valute e di Internet. E sollecita lo sviluppo di norme per regolamentare l’uso delle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, in ambito militare.

La storia di due canali

Il commercio attraverso il Canale di Suez è diminuito del 42% dall’inizio degli attacchi Houthi alle navi nel Mar Rosso, più di tre mesi fa. Il commercio attraverso il Canale di Panama è diminuito del 36% nell’ultimo mese, a causa del basso livello dell’acqua, un sottoprodotto della crisi climatica. Che la causa sia il conflitto o il clima, il risultato è lo stesso: interruzione delle catene di approvvigionamento globali e aumento dei costi per tutti.

Le economie in via di sviluppo

Quest’anno i paesi più poveri del mondo dovranno pagare di più in termini di servizio del debito rispetto alla loro spesa pubblica per sanità, istruzione e infrastrutture messe insieme. Nel frattempo, i governi sono costretti a tagliare gli investimenti e i servizi essenziali.

Le regole della finanza

La finanza e le sue regole oltre Bretton Woods. L’architettura è obsoleta, disfunzionale e ingiusta. Favorisce i paesi ricchi che lo hanno progettato quasi 80 anni fa. Non riesce a offrire ai paesi i finanziamenti accessibili e non garantisce una rete di sicurezza finanziaria per tutti i paesi in via di sviluppo.

Tecnologia e Intelligenza artificiale

Dobbiamo sfruttare il potere della tecnologia per portare avanti gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Dall’assistenza sanitaria all’istruzione, dall’azione per il clima ai sistemi alimentari, l’intelligenza artificiale è lo strumento potenziale più importante per costruire economie e società inclusive, verdi e sostenibili.

Ma l’intelligenza artificiale già discrimina

Ma l’intelligenza artificiale sta già creando rischi legati alla disinformazione, alla privacy e ai pregiudizi. È concentrato in pochissime aziende – e ancora meno paesi.  L’intelligenza artificiale influenzerà tutta l’umanità, quindi abbiamo bisogno di un approccio universale per affrontarla.

Summit del Futuro

Il nostro organo consultivo sull’intelligenza artificiale riflette il ruolo centrale di convocazione delle Nazioni Unite, riunendo governi, aziende private, mondo accademico e società civile.

La guerra con la natura

Stiamo facendo esplodere sistemi che ci sostengono emettendo emissioni che fanno implodere il nostro clima; avvelenando la terra, il mare e l’aria con l’inquinamento e decimando la biodiversità, provocando il collasso degli ecosistemi. La crisi climatica rimane la sfida decisiva del nostro tempo.

In una forma o nell’altra, tutto si collega alla ricerca della pace

La pace può realizzare meraviglie che le guerre non potranno mai realizzare. Le guerre distruggono. La pace costruisce. Ma nel mondo travagliato di oggi, costruire la pace è un atto consapevole, coraggioso e persino radicale. È la responsabilità più grande dell’umanità. E questa responsabilità appartiene a tutti noi, individualmente e collettivamente. A partire da qui. A partire da adesso.

da qui

venerdì 6 gennaio 2023

Congo, genocidio di un popolo. Appello ai giornalisti e alle giornaliste - Alex Zanotelli

 

Rd Congo, appello di padre Alex Zanotelli ai giornalisti -

Padre Alex Zanotelli è stato tra i primi missionari che ho incontrato in Africa. Fu lui a farmi scoprire Korongocho, la più povera e malfamata delle tante baraccopoli di Nairobi, la capitale del Kenya.
La forza di questo straordinario uomo, che all’epoca nel parlare  della sua “missione” la paragonava allo “scendere negli inferi” per aiutare gli ultimi, i più diseredati tra i disperati, ispira tutti noi di Articolo 21 nell’intraprendere il nostro percorso di giornalisti.
E’ anche grazie a lui che abbiamo deciso di impegnarci a illuminare le periferie del mondo, i conflitti dimenticati, i popoli oltraggiati.
Oggi più che mai rilanciare questo suo appello per il Congo, paese che vi abbiamo raccontato anche attraverso questo sito , è un dovere.
Aiutiamo, tutti insieme, a rompere il silenzio sul Congo, a cominciare dalla copertura del viaggio di Papa Francesco proprio nella Repubblica democratica del Congo e in Sud Sudan.
Noi ci saremo e documenteremo questo grande atto di generosità del Pontefice che nonostante i tanti problemi di salute ha voluto confermare questa sua missione per dare voce e speranza a questi popoli sofferenti e dimenticati.

Antonella Napoli

 

Congo, genocidio di un popolo. Appello ai giornalisti e alle giornaliste - Alex Zanotelli


Il mio è un pressante appello a voi giornalisti e giornaliste perché facciate conoscere la drammatica situazione in cui vive la popolazione del Congo. Alcuni anni fa vi avevo rivolto un altro appello:“Rompiamo il silenzio sull’Africa.”  con il quale non vi chiedevo atti eroici, anche perché sappiamo bene che i media sono nelle mani dei ‘poteri forti’, ma uno sforzo per diffondere qualche notizia in più sui tanti drammi che vivono i popoli dell’Africa. E ringrazio tutti coloro che continuano a prodigarsi per questo.
Ora sono qui a chiedervi di fare lo stesso per il Congo che vive una immensa tragedia. È stato il noto ginecologocongolese, Denis Mukwege, a lanciareun grido di aiuto all’Occidente per il suo popolo, durante il suo soggiorno a Napoli. Il Premio Nobel per la Pace, nellasua lectio magistralis per la laureaHonoris Causa,conferitagli il 6 dicembre,dall’Università di Napoli Federico II,ha denunciato l’“Umanesimo variabile”dell’Occidente. Lo ha fatto mettendo a confronto la spaventosa guerra che insanguina il Congo, che non mobilita le coscienze dei paesi ricchi e la guerra in Ucraina che ha visto “uno slancio di umanità e solidarietà senza precedenti.” Nel pomeriggio, ospite del Centro missionario di Napoli, Il Premio Nobel ha accentuato l’ipocrisia occidentale e l’ignavia della nostra stampa.
È incredibile notare quanto sia abbondante l’informazione sulla guerra ucraina e quanto silenzio ci sia sulla guerra in Congo, ma anche su tanti altri conflitti africani dimenticati, come quello in Sud Sudan.
Una guerra, quella del Congo, che dura da sessant’anni e ha già fatto dodici milioni di morti. E tutto questo per l’immensa ricchezza mineraria del Congo che è diventata la sua maledizione. In quel paese, infatti, ci sono i minerali essenziali per l’high-tech come il coltan (80% della produzione mondiale), il cobalto, il litio, (e molti altri) che sonoelementi fondamentali per i nostri telefonini, per le pile elettriche delle nostre auto….
Tutti questi minerali, frutto, spesso, dellavoro dei bambini, non passano per Kinshasa (la capitale del Congo), ma vengono trasferiti illegalmente in Uganda e in Rwanda, per entrare poi nel circuito internazionale. A guadagnarci è soprattutto l’Occidente e le multinazionali, ma a perderci è il Congo,classificato come il terzo paese più povero del mondo. La maledizione del ‘gigante’ dell’Africa è la sua ricchezza mineraria. Ecco perché il Ruanda sta facendo la guerra al Congo per annettere le confinanti province dell’Ituri e del Nord Kivu, ricche di questi minerali.
Lo fa oggi tramite il Movimento 23 marzo (M23) che sta avanzando verso Goma, il capoluogo del Nord- Est. (Oltre al M23 ci sono altri gruppi che incutono terrorecome il Maj-Maj e le Forze Democratiche Alleate).
Il movimento M23 lascia dietro a sé una scia di sangue e di orrore: stupri come arma di guerra, neonati uccisi e pestati in mortai di legno, donne incinte sventrate e altri atti ancora più orribili. A fronteggiare questa spaventosa situazione c’è l’Esercito Congolese e la missione ONUper la stabilizzazione del Congo, nota come MONUSCO, forte di 15.000 soldati,ma incapace di assicurare una protezione alla popolazione. Ma nel Nord-est del Congo ci sono oggi anche soldati dell’Uganda, del Burundi e del Sud Sudan.
Non solo,  ora anche il Kenya ha inviato,in nome della comunità dell’Africa Orientale, 900 soldati keniani.
“La parola giusta per definire quanto accade nel Kivu — ha detto il vescovo di Butembo, Melchisedek Sikul – è genocidio.”.
Tutto questo ha indotto mezzo milione di congolesi a fuggire nei paesi vicini e sei milioni a cercare rifugio in altre parti del Congo. Lasituazione è talmente grave che molti temono che possa scoppiare laseconda guerra internazionale africana. (La prima è stata combattuta dal 1998 al 2003 ed ha coinvolto otto paesi e 25 gruppi armati, provocando ben 5 milioni di morti) Non dimentichiamoci che dietro alle forze in campo in Congo ci sono le grandi potenze: USA, UE, ma anche la Russia e soprattutto la Cina. In questo contesto è provvidenziale il viaggio apostolico di Papa Francesco in Congo e nel Sud Sudan (annullato lo scorso luglio a causa dei problemi al ginocchio).
Il mio è un appello accorato a voi giornaliste e giornalisti perché possiate divulgare più spesso notizie sulla guerra in Congo, che è un genocidio. Non si vuol parlare di genocidio perché l’Occidente ha troppi interessi in quel paese! E questa crudeltà può cessare solo se intervengono le democrazie occidentali. Rompiamo il silenzio sul Congo e sul suo popolo crocifisso.

https://www.articolo21.org/2022/12/rd-congo-appello-di-padre-alex-zanotelli-ai-giornalisti/

martedì 27 luglio 2021

Tribù indiane, capitale, proletari nella storia del Nord America - Giorgio Stern

Prima di tutto Giorgio Stern ci ricorda che non c’è mai stata “la scoperta dell’America”, ma “l’invasione europea delle Americhe”, e le parole sono importanti, importantissime.

 

Bartolomè de Las Casas parlava, nel 1543, di 15 milioni di nativi assassinati; nel Messico centrale, da 25 milioni di abitanti nel 1519 ne era rimasto un milione alla fine del secolo, mentre in quel territorio chiamato ora Usa i nativi (quelli che sono stati chiamati indiani, per il destino strano e ignorante per il quale se quel continente era l’India, allora gli abitanti erano indiani) passarono in trecento anni (dal 1500 all’inizio del 1800) da 16 milioni a seicentomila. (p.20).

 

E, siccome le parole sono importanti, a questi numeri possiamo dare a quei numeri il nome di incidenti di percorso nella convivenza dei “selvaggi” americani con i “civili” europei, oppure sistematico sterminio, genocidio, olocausto (a scelta).

 

La differenza fondamentale fra i “selvaggi” americani e i “civili” europei era in sostanza economica, per i “selvaggi” tutto il territorio e le sue risorse erano beni comuni, che non si potevano comprare e vendere, per i “civili” europei tutto era da accatastare, da rubare, da uccidere (quello che non si poteva rubare), lo sterminio dei bisonti, perseguito scientemente, era un modo per sottrarre ai nativi le risorse vitali per la sopravvivenza, insieme al furto delle terre.

 

In tutte le grandi crescite economiche, l’accumulazione originaria* (ne parla un certo Karl Marx, che di economia e di storia dell’economia un po’ ne sapeva) aveva bisogno di grandi spazi e di manodopera a prezzi stracciati.

Le grandi compagnie ferroviarie si appropriavano degli spazi necessari, chiunque li abitasse e li vivesse, e anche le miniere (si parla quelle di carbone, non dei cercatori d’oro) avevano bisogno, come le ferrovie, di manodopera obbediente**. Per questo nel libro (come indica il titolo) appaiono insieme indiani e lavoratori, e i soldati che combattevano nativi e lavoratori erano gli stessi (assassini in uniforme, sicari di mandanti intoccabili).


Quello che noi sappiamo di indiani e minatori (tutta brutta gente, antiamericani di sicuro) ce lo ha raccontato il cinema, veicolo di propaganda (e di conoscenza, falsa) principe del secolo breve. Tutti hanno conosciuto le cose, e solo quelle, che la propaganda del cinema faceva passare (per esempio che lo scalpo è una terribile pratica degli indiani***), fino a quando qualcuno ha cominciato a usare (anche) il cinema per cambiare la narrazione. Ed è sempre il Potere che ha la narrazione, è difficile cambiarla, anche al cinema. E quando il tarlo della verità arriva al grande pubblico, prima ignorante e manipolato, gli stermini sono stati già compiuti.

 

Giorgio Stern fa poi il paragone con la Palestina, senza parole, bastano le carte geografiche (a p.162), c’è una continua sottrazione di territori, ci sono i coloni, in entrambi i casi i media, embedded o solo pigri (e quindi disonesti), hanno parlato sempre di guerra, fra i nativi americani e palestinesi, e i coloni e i loro rappresentanti politici, quando in realtà i nativi sono stati e ancora sono costretti a una lotta di Resistenza, che si paga troppo spesso con la galera.

 

Naturalmente nel libro leggerete, tra l’altro, di Custer, di Little Bighorn, di Leonard Peltier, di Wounded Knee, dell’American Indian Movement, e dei trattati troppo spesso truffaldini.


(“Nel 1973 portai a Trieste Vernon Bellecourt, esponente di punta dell’American Indian Movement. Assieme a il manifesto e Lotta Continua organizzammo, un lunedì 28 maggio, una manifestazione che si rivelò al calor bianco. Il libro appena uscito per le edizioni Zambon è dedicato a questo militante combattente antimperialista”, scrive Giorgio Stern)

Buona, imperdibile, lettura

 

 

* da qui

** obbedienti non lo erano, i nativi, lo sfruttamento schiavistico era impossibile, lo sterminio fu la scelta.

***  a proposito degli scalpihttps://it.abcdef.wiki/wiki/Scalping


 

Ps: 

Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.

da qui

 

 

scrive Giorgio Stern:

Nel 1976 ero ospite nella “riserva” degli Cheyenne del Nord, nel Montana, per assistere al pow wow annuale della tribù, quando un violento temporale abbatté la mia minuscola tendina da campeggio ed un indiano mi ospitò nel suo tipii. Davanti al fuoco che asciugava l’umidità gli raccontavo di aver visitato al mattino un chiosco di creazioni artigianali dove un’anziana della tribù aveva insistito nel mostrarmi un libro, e siccome io non parlavo la sua lingua e lei non parlava inglese, quando me lo mise in mano mi accorsi che era una “bibbia” tradotta in cheyenne. Ero molto sorpreso perché fino a qualche anno prima gli indiani avevano le “lingue tagliate”, era loro proibito adoperare o esprimersi pubblicamente nel loro idioma, mentre ora, dieci anni dopo, c’era una “bibbia”, o una sua sintesi, tradotta in cheyenne. L’uomo aspettò che finissi poi, sorridendo, rispose, …vedi è sempre stato così, prima noi avevamo la terra e loro la bibbia, poi loro hanno preso la terra e a noi hanno lasciato la bibbia. Un libro da leggere per riuscire a comprendere la storia dal punto di vista degli “altri”, per vincere i nostri pregiudizi e distruggere alcune delle nostre certezze “hollywoodiane” più radicate. Lo sapevate che la barbara usanza del “taglio dello scalpo” è stata introdotta dalle autorità nordamericane che, prima di pagare il “giusto compenso” pretendevano la prova dell’avvenuta eliminazione fisica dei “selvaggi”?

da qui

 

 

Viaggiando negli sconfinati territori nordamericani si va per regioni disabitate dove un tempo erano popoli dalla secolare esistenza ed è difficile capire perché quella gente ne sia stata scacciata e sterminata. Seppur nella perversa logica di aprire il loro spazi vitali, l’invasione dei bianchi ha edificato la sua nazione con centri e città sulle due opposte coste di quel paese scrivendone la controversa storia, ma rimane incomprensibile lo sterminio di quei popoli dalle foreste del nord ovest alle grandi pianure e i deserti meridionali ove di quella pretesa nuova civiltà si trova poco. Eppure in un pugno di decenni sono stati sterminati confinando i sopravvissuti in anguste e miserabili riserve solo per cacciarne i bisonti e commerciarne le pelli mentre per quella gente erano vita, tracciare piste di coloni e poi ferrovie verso l’ovest, inseguire l’effimero miraggio di corse all’ oro e invadere terre nell’ epopea dei pionieri celebrati nel il mito del Far West che per gli indiani fu solo sangue e lacrime. Dal nord alle Grandi Pianure fino agli aridi territori meridionali cercarono di resistere valorosamente all’ incontenibile, devastante e sanguinaria avanzata di pionieri, coloni e avventurieri d’ ogni risma protetti dall’ esercito della grande democrazia statunitense decisa a farne genocidio. Quella stessa che ha fondato parte la sua storia con gli orrori della Schiavitù dei neri e ha scritto il suo più nefando capitolo nei territori di quel Far West che ha celebrato come mito mentre ne ha consumato lo spaventoso Genocidio indiano

https://www.travelgeo.org/genocidio-indiani-d-america/

 

 

…Questa politica delle concessioni simboliche è la norma tra le élite progressiste: quante volte avete visto avvertenze con le quali una particolare istituzione o individuo ammette di trovarsi su un territorio “non concesso” dai popoli autoctoni, cioè sottratto? Eppure quanti sarebbero disposti a rinunciare a quel terreno o ai redditi derivanti dalle istituzioni che occupano quella terra?

La realtà è che raddrizzare un’ingiustizia storica come quella affrontata dai popoli indigeni del Canada è un argomento complesso, e non ci sono risposte facili. Ed è altrettanto vero che, se ogni terreno rivendicato fosse effettivamente restituito, il Canada come lo conosciamo cesserebbe di esistere. È il caso di tutti i paesi del mondo in cui i coloni invadono e poi si impadroniscono della terra dei popoli nativi, i quali finiscono per diventare una piccola sottoclasse emarginata.

Gli indigeni canadesi rappresentano solo il 5 per cento della popolazione. La cruda verità è che non hanno un peso elettorale, a differenza di altri gruppi minoritari. Ecco perché Trudeau o chi dovesse sostituirlo può accontentarsi di una politica di concessioni simboliche, sapendo bene che, semplicemente, non esiste la pressione politica necessaria ad affrontare in modo significativo la situazione.

https://www.internazionale.it/opinione/rupa-subramanya/2021/06/10/canada-indigeni-discriminazioni

 

 

si può tracciare un filo rosso, che lega i nativi americani al Congo del serial killer belga Leopoldo, che pagava gli assassini dei nativi alla consegna, non dello scalpo, ma delle mani.

 

https://it.aleteia.org/2017/07/27/violenza-europei-congo-colonialismo/

https://www.peacelink.it/kimbau/a/10354.html

https://www.storicang.it/a/tragedia-congo-belga_14624

 

o anche ad Haiti, che i civili francesi, quelli della “Liberté, Égalité, Fraternité”, costrinsero alla fame tutti gli haitiani, per secoli, per l’offesa di non voler essere più colonia della Francia rivoluzionaria.

 

https://www.vocidallastrada.org/2017/11/haiti-dalla-tratta-al-debito.html

http://znetitaly.altervista.org/art/23652

https://www.kenyavacanze.org/africa-ultime-notizie/le-stragi-del-colonialismo-in-africa/


Alcuni versi di Fabio Pusterla:


Sono andati di fretta
nessuno li ha salutati
nessuno li rammenta
nessuno li ha guardati.
Adesso sono scomparsi
persi nel nulla estinti.
Le stelle si sono spente
nel cielo dei vinti.

da qui


venerdì 23 luglio 2021

Congo. Alle radici della tragedia della regione dei Grandi Laghi - Giorgio Sichera


1.

La situazione politica della Repubblica Democratica del Congo (RdC), e in particolare della regione del Nord Kivu (dove è avvenuto il tragico agguato in cui hanno perso la vita, nel febbraio scorso, l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo), è segnata da decenni da una profonda e drammatica instabilità. Utilizzando un’immagine evocativa, lo psichiatra e antropologo francese Frantz Fanon scriveva che «se l’Africa fosse raffigurata come una pistola, il grilletto si troverebbe in Congo». I gruppi in conflitto, in un intreccio di cui risulta difficile ricostruire le ragioni originarie di contrasto, sono formati soprattutto da ribelli hutu ruandesi membri delle FDLR (Forze democratiche di liberazione del Ruanda) e da componenti delle ugandesi ADF (Forze democratiche alleate), di religione musulmana e, per questo, spesso associate alla realtà jihadista, che però non pare essere la componente decisiva alla base degli attacchi. Un altro gruppo numeroso, operativo in tutta la regione del Sud Luberu, è quello dei banyamulenge, pastori tutsi di origine ruandese, guidati da Michel Rukunda (“in arte” Makanika), che appoggiarono Laurent-Desirèe Kabila nell’ascesa al potere ai danni di Mobutu nel 1997, perennemente in conflitto con i combattenti delle milizie locali di villaggio, genericamente indicate come mai-mai. Il 17 maggio 2021, per tentare di porre in fine all’attivismo dei gruppi armati, il capo dello Stato congolese, Felix Tshisekedi, ha dichiarato lo stato d’assedio nelle province dell’Ituri e del Nord Kivu, sostituendo le autorità civili con reparti militari, che però non sempre rispondono alle direttive statali, ma tendono ad agire secondo fedeltà di corpo.

 

2.

Per intuire la complessità dell’attuale situazione, bisogna guardare al vicino Ruanda (confinante a Nord-Est proprio con la regione dei grandi laghi del Nord Kivu): a quel Ruanda, il cui territorio ha un’estensione pari a circa un novantesimo rispetto a quello congolese e la cui ricchezza di suolo e sottosuolo non è neanche lontanamente paragonabile a quella dell’RdC, ma che risulta oggi curiosamente il primo produttore mondiale di coltan (ne esporta circa 600 tonnellate all’anno, contro le 200 circa del RdC, e ha registrato una crescita nelle esportazioni pari al 42% solo nel 2019). La storia del Ruanda è particolarmente significativa per comprendere come le potenze occidentali abbiano sistematicamente cercato di creare uno stato di caos nella cosiddetta regione dei Grandi Laghi. Nel 1919, con l’entrata in vigore del Trattato di Versailles, l’ex colonia tedesca del Ruanda divenne un protettorato nelle Nazioni Unite sotto il governo del Belgio, che ne mantenne il controllo fino al 1962. Nei decenni di dominio coloniale, Germania e Belgio hanno artificiosamente alterato i rapporti tradizionali fra le due etnie che dal XVI secolo abitavano la regione, gli hutu e i tutsi – che fino ad allora avevano un rapporto collaborativo, condividevano la medesima lingua, religione e tradizione –, fondando un vero e proprio sistema di classi in cui la minoranza tutsi (14% della popolazione) veniva favorita sulla maggioranza hutu (85%) grazie al fatto che solo ai primi era garantita una formazione basata sul modello occidentale. La creazione ad hoc di tale spaccatura – tanto profonda che nel 1926 è stato introdotto un sistema differenziato di carte di identità tra le due etnie – è servita al Belgio per assumere il controllo della regione. Il Belgio, infatti, non ha mai concretamente delegato il governo locale ai capi indigeni, mantenendo uno stringente obbligo di ratifica di ogni decisione da parte dell’amministrazione coloniale, che si serviva dell’intermediazione operata dall’aristocrazia tutsi.

Dopo la Seconda guerra mondiale, con la rivoluzione sociale e l’indipendenza di Ruanda e Burundi nel biennio 1961-1962, si aprì un periodo molto travagliato per la regione. Nel 1960 gli hutu vinsero le elezioni, e si fecero autori di numerose purghe e faide interne. La situazione sfociò nella guerra civile ruandese, a causa della quale decine di migliaia di tutsi furono uccisi e altrettanti costretti a fuggire in Uganda. Nel 1987 la diaspora tutsi diede vita al Fronte patriottico ruandese (FPR), guidato da Fred Rwigyema e Paul Kagame, che mirava a far rientrare in patria i profughi tutsi e a ribaltare i rapporti di forza con gli hutu. In questo contesto a dir poco movimentato, segnato dalle prime azione armate del FPR in territorio ruandese, il Belgio non intervenne, e il ruolo di traino occidentale fu assunto dalla Francia, alleata di Juvénal Habyarimana, allora presidente ruandese di origine hutu. Le autorità francesi dotarono le forze hutu di armi e materiale bellico proveniente dall’Occidente, dal potenziale distruttivo imparagonabile rispetto alle armi che circolavano nella regione.

Un’apparente tregua fu sancita il 4 agosto 1993 grazie agli accordi di Arusha (firmati definitivamente il 3 ottobre del medesimo anno), a cui contribuirono in maniera sostanziale Francia e Stati Uniti, che prevedevano il rientro dei profughi tutsi e il riconoscimento di un maggiore peso politico all’FPR in Parlamento. Ma la tregua fu solo apparente. Da quel momento il presidente Habyarimana, con l’appoggio del suo clan, iniziò a preparare quello che per molti è il secondo più grande genocidio della storia. Fondamentale fu il sostegno cinese, che fornì centinaia di migliaia di machete alle forze hutu, organizzatesi in eserciti irregolari con l’obiettivo di sterminare la minoranza tutsi (da qui il nome della famosa “Radio Machete”, centro di coordinamento delle forze hutu, che coordinava gli attacchi e spingeva a completare lo sterminio degli “scarafaggi”). Il sostegno finanziario alla base delle operazioni fu cospicuamente fornito dalla Francia (i relativi documenti, in parte recentemente desecretati dal governo francese, sono raccolti nel c.d. “archivio Mitterand”).

Il 6 aprile 1994 l’aereo presidenziale ruandese, con a bordo il presidente del Burundi Ntaryamira e il presidente del Ruanda Habyarimana (entrambi hutu), venne abbattuto da un missile terra-aria nei pressi di Kigali. Ancora oggi l’attribuzione della responsabilità dell’attentato è incerta. I tutsi del FPR accusano gli estremisti hutu, che si sarebbero sentiti traditi dagli accordi di Arusha firmati da Habyarimana; gli hutu accusano invece il FPR, e più direttamente lo stesso Kagame, il quale avrebbe cinicamente scommesso sulla reazione violenta degli hutu, che avrebbe assicurato ai tutsi il sostegno internazionale di cui necessitavano per superare l’ostilità francese. Come che sia andata, l’abbattimento dell’aereo fu effettivamente il casus belli che diede il via al genocidio. Nel giro di 90 giorni, vennero trucidati circa un milione di tutsi e di hutu moderati. Nel tentativo di impedire la fuga delle vittime, vennero costruite vere e proprie barriere stradali, e chiunque ai controlli risultava di etnia tutsi veniva massacrato a colpi di machete, mazze chiodate e asce. L’ONU assistette inerme al massacro, decidendo inizialmente di ritirare la quasi totalità dei Caschi blu presenti sul territorio. Il 22 giugno 1994 intervenne il governo francese, con un’operazione che – secondo varie fonti – era originariamente destinata a sostenere gli hutu, ma che fu poi appoggiata dall’ONU e riconosciuta di carattere umanitario, a difesa della minoranza tutsi e con l’obiettivo di arrivare a una tregua. Grazie a tale intervento, il 4 luglio del 1994 Paul Kagame, attuale presidente del Ruanda e allora a capo del FPR, entrò a Kigali, e il successivo 16 luglio il conflitto venne dichiarato cessato.

A questo punto si generò un enorme movimento di profughi hutu, fuggiti dopo l’ingresso a Kigali di Kagame e le conseguenti rappresaglie tutsi, per cercare rifugio nel vicino Congo. L’esodo ebbe dimensioni epocali. Tra aprile ed agosto del 1994, secondo le stime del UNHCR circa 2,1 milioni di profughi hutu si riversarono nelle foreste del Nord Kivu. Le frange più estreme, vicine alle ex forze presidenziali, erano ancora determinate a colpire la minoranza tutsi ormai al governo. Le forze hutu ruandesi riuscirono pertanto a riorganizzarsi, e appoggiarono l’azione militare dell’Alleanza delle Forze democratiche per la Liberazione del Congo-Zaire (AFDL), con a capo Laurent-Désiré Kabila, al fine di potersi insediare nel territorio congolese al confine col Ruanda. Con il sostegno di Uganda, Burundi e Angola, il fronte riuscì a prendere possesso di Kinshasa e a cacciare il dittatore Mobutu.

Questo conflitto prese il nome di Prima Guerra del Congo, e il successivo precario equilibrio che ne scaturì fu la base per lo scoppio della Guerra mondiale africana (anche detta seconda guerra del Congo), in Occidente praticamente sconosciuta nonostante si tratti del conflitto armato che ha causato più morti dopo la seconda guerra mondiale (durante il conflitto, anche per via delle connesse carestie, morirono circa cinque milioni e mezzo di persone tra il 1996 e il 2003, ed il conflitto, nonostante gli accordi di pace del 2003, è nei fatti ancora in corso).

 

3.

È impossibile ricostruire, in questa sede, le ragioni e gli sviluppi di una guerra che porta con sé interessi e complessità incalcolabili. In estrema sintesi, il fronte del FPR, con gli eserciti nazionali di Ruanda e Burundi, che vantavano una forte influenza nella regione del Nord e del Sud Kivu, appoggiato cospicuamente da Francia e Cina, si contrappose al governo Kabila, che stava contraendo un ingentissimo debito estero, e si scontrò con l’esercito nazionale congolese, che, oltre all’appoggio di Angola, Ciad, Sudan, Namibia e Zimbawe, poteva contare sull’appoggio degli Stati Uniti d’America, sponsor della prima ora del presidente Kabila. Otto furono le nazioni africane coinvolte, trentacinque i gruppi armati. Il vero oggetto di contesa erano le preziosissime risorse del Congo orientale.

Dopo l’assassinio di Kabila nel 2001, il conflitto vide formalmente la fine, con gli accordi di pace di Sun City del 2003, cui seguì l’adozione della Costituzione transitoria dell’RDC e la formazione di un governo transitorio guidato dal figlio di Laurent-Desirèe Kabila, Joseph, sostenuto anche dalle forze di opposizione. Lo stesso Kabila jr. vinse poi le elezioni del 2006, formalmente “libere”, anche se l’influenza americana sembra essere stata decisiva per il successo del leader, al netto delle pesanti ombre sul sistema di spoglio delle schede e di possibilità di accesso ai seggi, venute fortemente alla luce in occasione delle elezioni del 2016. In questo contesto, segnato da una profondissima instabilità, va registrato il fatto che dal 1987 Paul Kagame è l’assoluto punto di riferimento del governo ruandese. Dipinto inizialmente come paladino della libertà per la minoranza tutsi, le ombre sulla figura di Kagame, riconfermato presidente in Ruanda per la quarta volta nel 2017, si sono nel tempo infittite. Secondo quanto riportato da diversi report (su tutti uno realizzato da Amnesty International), già dal 2000, anno della sua prima elezione, Kagame ha costantemente violato i diritti delle minoranze politiche, silenziando, censurando e perseguendo i propri oppositori politici, creando un vero e proprio clima di terrore. La sua avversaria alle ultime elezioni del 2017, Diane Rwigara, si è dovuta ritirare dalla corsa alla presidenza a seguito di dubbie accuse di falsificazione di firme a sostegno della propria candidatura. Lo stesso Kagame è accusato in Francia (a seguito della citata declassificazione degli “archivi Mitterand”) di essere stato l’autore dell’abbattimento dell’aereo su cui viaggiava Habyarimana, e di avere pertanto giocato un ruolo non del tutto “limpido” nella gestione del genocidio. Dal canto suo, Kagame sta ulteriormente rafforzando la propria popolarità in Ruanda, e la narrazione interna è quella di un eroe-nazionale insostituibile, che garantisce ricchezza e prosperità alla nazione.

Per tentare di comprendere a fondo la figura di Paul Kagame e i motivi che sottostanno alla prosperità del Ruanda, parlano chiaro le testimonianze (pur negate o comunque fortemente “edulcorate” da fonti ruandesi) che ci arrivano da Timothy Longman, professore di Scienze Politiche all’Università di Boston e già delegato delle Nazioni Unite all’Osservatorio per i diritti umani in Ruanda:

«Nel 2000 ho condotto una ricerca nel Congo orientale e ho raccolto numerosi racconti di testimoni oculari dei massacri compiuti dal FPR guidato da Kagame e dall’esercito di cui questo era parte. Naturalmente, all’epoca il presidente ruandese ha negato che le sue truppe fossero presenti, ma io le ho viste e ho intervistato alcuni testimoni oculari che le hanno viste. […] Lo sfruttamento delle risorse del Congo è una parte molto significativa del recente sviluppo economico del Ruanda, anche se non è l’unica. È importante rendersi conto che la prosperità del governo di Kigali poggia in maniera indissolubile su due fattori determinanti: il senso di colpa dell’Occidente e la sua affidabilità. Una fetta molto consistente del bilancio del Ruanda, infatti, proviene dai finanziatori internazionali e gli ingenti investimenti che arrivano si basano in parte sulla narrazione che il FPR ha costruito a proposito di come abbia salvato il Ruanda, perdonato i nemici, sostenuto i diritti umani e l’unità nazionale. L’occidente riconosce Kagame come un leader serio, sa che i soldi a lui destinati saranno spesi per i progetti concordati e non dispersi tra le maglie di un sistema corrotto e sa che il Paese è stabile. Lo considera un dittatore buono» (T. Longman, intervista riportata in M. Giusti, L’omicidio Attanasio, Castelvecchi, Bologna, 2021, p. 41).

L’infinito conflitto africano rappresenta plasticamente quelle che il sociologo italiano Marco Deriu ha definito «guerre invisibili», ossia guerre che «sono condotte – sia dal punto di vista militare che della comunicazione – in modo tale da non essere viste o registrate dall’opinione pubblica. Nell’epoca della televisione di massa [e dei social network!], a livello comunicativo esiste solo ciò di cui esistono le immagini. Se le immagini non arrivano o sono censurate, l’evento, dal punto di vista della percezione comune, non è mai successo» (M. Deriu, Dizionario critico delle nuove guerre, Emi, Bologna, 2005).

 

4.

In questa tragica vicenda, la vera posta in gioco è sempre stata il Congo, reso oggetto (e non soggetto) della propria storia. Come detto, il Ruanda risulta essere il primo esportatore di coltan, nonostante circa l’80% delle risorse mondiali si trovi in RdC. Ciò è anche dovuto al fatto che sia negli Stati Uniti, sia in Europa corre l’obbligo di certificare la provenienza dei minerali adoperati nella produzione, per combattere lo sfruttamento minorile. È per questo (ed anche a seguito di una legge varata nel 2018 da Joseph Kabila, che ha raddoppiato le royalties governative a carico delle multinazionali) che le multinazionali hanno, illegalmente e quasi interamente, dirottato l’esportazione del coltan al Ruanda, privo di miniere e ove non si ha traccia di sfruttamento minorile.

In questo contesto, in Congo si è ormai passati dallo «stato fallito» allo «stato inesistente», formalmente in piedi ma nei fatti del tutto incapace di dare risposta a qualsiasi legittima attesa dei suoi cittadini, né tanto meno di riuscire a opporsi all’illegale prepotenza delle multinazionali. Tutto ciò è frutto di quella che è stata correttamente definita «geopolitica del cinismo»: «I protagonisti della geopolitica del cinismo non sono gli Stati direttamente. Essi sono presenti sullo scenario congolese per il tramite di soggetti privati (gruppi armati, multinazionali, trust funds finanziari, associazioni) che agiscono con modalità prettamente economicistiche per massimizzare i loro profitti saccheggiando il Congo. Ecco perché è assai fuorviante chiamare il conflitto in Congo, come fanno tanti, una guerra «etnica». Dentro la guerra del Congo c’è certamente una componente etnica, innegabile nella funzione combattente strumentale. Ma le strategie, le finalità e il bottino finale sono extracongolesi. Questo dato rende difficile stringere accordi di pace perché gli attori in campo non sono dichiarati e non hanno interesse a interrompere il business ormai consolidato nei decenni. Tuttavia, nella giungla delle sigle combattenti e degli operatori economici globali e locali che alimentano la geopolitica del cinismo in Congo, alcuni attori sono identificabili e portano avanti alla luce del sole i loro piani di aggressione al gigante ferito». (J.-L. Touadi, Le guerre invisibili del Congo, in Limes, 12/2015).

Nonostante gli abitanti della regione del Kivu si siano fin dall’inizio mostrati estremamente disponibili ad accogliere i profughi, una cascata di eserciti, congolesi e ruandesi, si è riversata, come visto, nel loro territorio, provocando continui scontri armati che non hanno mancato di coinvolgere i civili. In questo contesto, la popolazione interviene con quello che può, accoglie nei propri villaggi il vicino, nonostante sia travolta da un fiume in piena. Non nelle grandi città, davanti agli eserciti e alle telecamere, ma nei piccoli villaggi della foresta la popolazione cerca di dare il proprio contributo positivo, di mettere a disposizione né più né meno che la propria relazione umana, senza paura o diffidenza nei confronti dello straniero che chiede aiuto.

Ma ciò a cui stiamo impassibilmente assistendo è un vero e proprio «genocidio in dosi omeopatiche», che ha causato e continua a causare milioni di morti. Dosi omeopatiche che garantiscono il silenzio, la connivenza. Negli ultimi mesi i massacri di civili nella regione, e in particolare a Beni, sono all’ordine del giorno, nel segno di una totale assenza dello Stato e di una qualsiasi forma di tutela e sicurezza per la popolazione: basti pensare che, a ottobre dello scorso anno, più di mille detenuti sono fuggiti dalla prigione centrale di Kangbayi per recarsi a Beni, senza che l’esercito abbia mosso un dito, come spesso avviene con tanti altri gruppi di ribelli. Appare condivisibile l’analisi recentemente proposta da Joan Tilouine su Le Monde, secondo cui «la comunità internazionale, o più precisamente alcune potenze occidentali, hanno sfruttato gli eventi drammatici accaduti in Ruanda nel 1994 per completare il progetto cominciato nella conferenza di Berlino del 1885, cioè rendere il vasto spazio congolese un magazzino di risorse e materie preziose a cui i vincitori possono attingere liberamente. Di qui è facile intuire che le ragioni umanitarie sventolate da chi ufficialmente si trova nel paese per assistere, aiutare, sostenere e rafforzare l’RdC non sempre corrispondono alle motivazioni reali» (J. Tilouine, Interessi, alleanze e tradimenti al centro dei conflitti ventennaliLe Monde, trad. it. a cura di Internazionale n. 1398 del 26 febbraio 2021).

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martedì 15 gennaio 2019

Africa, le aree di crisi che segneranno la stabilità del continente - Antonella Sinopoli



Se lo Yemen, la Siria, l’Afghanistan sono i Paesi i cui ormai lunghi anni di guerra stanno contribuendo a devastare il sempre precario equilibrio geopolitico in Medio Oriente, è l’Africa che continua ad alimentare il numero di conflitti nel mondo.
E il 2019 si annuncia come un periodo alquanto complesso per varie ragioni. Da un lato i numerosi appuntamenti elettorali – più di venti, tra presidenziali e legislative – dall’altro le nuove dinamiche economiche e di rapporti di forza e le solite ingerenze, che vedono affiancarsi a multinazionali e Governi europei il colosso cinese (con cui i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana hanno un debito di oltre 417 miliardi di dollari) e gli Stati Uniti che pur in “crisi di egemonia” rimangono presenti sul territorio, soprattutto con basi militari e “partnership” (come quella con l’Unione Africana) per il “rafforzamento della pace, stabilità e sviluppo economico”. Per non parlare delle numerose “missioni di pace” ONU sparse in aree di crisi.
Sono appunto queste ultime che segneranno il futuro immediato del continente. Nei termini di stabilità e rafforzamento delle economie, sempre compromesse dai conflitti. E questi problemi non riguardano certo solo l’Africa. Perché, seppure certe tensioni e conflitti rimangono circoscritti a livello interno o regionale, l’instabilità economica e le conseguenze in termini di annientamento dei diritti e della giustizia sociale non possono non ripercuotersi altrove, pensiamo ad esempio ai rifugiati e di chi cerca condizioni di vita migliori e più sicure.
Ma vediamo quali sono i Paesi in maggiori condizioni di instabilità.
LIBIA
Il Paese rimane fortemente diviso. Otto anni di disordini cominciati con l’uccisione del dittatore Muammar Gheddafi lo hanno destabilizzato, facendolo di fatto cadere nel caos. La speranza è riposta nelle elezioni di cui da tempo si parla. Sfumata la data del 2018, non si sa ancora bene quando si svolgeranno. I principali leader rivali – Fayez al Serraj, il cui governo internazionalmente riconosciuto ha sede nell’Ovest, e il maresciallo Khalifa Haftar nell’Est del Paese – avevano accettato di cessare le ostilità e di indire elezioni. Vedremo cosa accadrà. Ma intanto resta la paura, non solo quella legata alla frammentazione ma che questo stato di cose potrebbe agevolare la diffusione dello Stato Islamico. Ad una situazione già difficile si aggiunge il fatto che la Russia ha ampliato la sua presenza in Libia e sta facendo pressioni per il ritorno di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio del defunto dittatore, come possibile prossimo sovrano.
Le tensioni sono aumentate nella capitale Tripoli dopo l’attacco del 25 dicembre al ministero degli Esteri, rivendicato dall’ISIS. Continuano, intanto, le lotte tra le varie milizie e le dispute tra i politici dei Paesi che a vario titolo stanno intervenendo come “mediatori”. La legge sui referendum e due emendamenti costituzionali, che dovrebbe aprire la strada al referendum sulla bozza di Costituzione e al nuovo Consiglio della presidenza, non è piaciuta all’Alto Consiglio di Stato di Tripoli e ha suscitato critiche riguardanti presunte carenze sostanziali e procedurali. Neanche l’ultimo incontro tra le parti rivali ad Est di Bengasi, il 29 dicembre, ha portato a grandi risultati.
Intanto proliferano i centri di detenzione per migranti che vorrebbero arrivare in Europa, in realtà veri e propri lager, da dove giungono storie di disumana violenza.
MALI 
Iniziata nel Nord del Paese nel 2012, l’insurrezione islamica si è ripercossa in tutta l’Africa occidentale e non mostra segni di diminuzione. Lo spiegamento di oltre 15.000 soldati delle forze di pace delle Nazioni Unite e di 4.000 soldati francesi non è riuscito a impedire che gli attacchi dei militanti si diffondessero – ad esempio – nel vicino Burkina Faso, anch’esso interessato dalla violenza di gruppi estremisti.
La missione MINUSMA in Mali è quella che conta il maggior numero di morti tra le forze internazionali, almeno 177 peacekeepers hanno perso la vita finora. La situazione di instabilità ha generato oltre 140.000 rifugiati e oltre 55.000 sfollati. La situazione è praticamente di caos con frequenti attentati e la popolazione che si trova braccata dalle violenze jihadiste da un lato e le aggressive rivalità tra le varie etnie dall’altro. L’ultimo episodio risale a pochi giorni fa quando decide di uomini di etnia Fulani sono stati uccisi in un’area del centro del Paese dove, secondo le Nazioni Unite, la violenza etnica è costata la vita lo scorso anno a 500 civili. Lo scontro riguarda i pastori nomadi Fulani e gli agricoltori Bambara e Dogon. Una disputa che riguarda l’accesso alla terra da pascolo e alle fonti d’acqua.
Una situazione drammatica in un Paese povero e segnato, come dicevamo, dalla violenza dell’estremismo islamico. A tutto questo si aggiungono le violazioni dei diritti da parte dello stesso Governo e la critica situazione economica. Le forze di sicurezza nel mese di dicembre hanno represso le proteste dell’opposizione a Bamako, persone che cercavano di denunciare il malgoverno e l’estensione del mandato dei parlamentari fino al giugno 2019, dovuto ad un nuovo posticipo delle elezioni legislative. Più di 50 organizzazioni all’inizio di dicembre hanno denunciato la proposta di legge del Governo, National Understanding che – dicono – garantirebbe l’impunità sui crimini commessi durante gli eventi del 2012. E rimane ancora senza seguito l’accordo di pace firmato nel 2015, mentre lo scorso agosto è stato rieletto presidente Ibrahim Boubacar Keita, alla guida del Paese.
CIAD
Il Ciad ha schierato truppe e aerei militari vicino al confine settentrionale con la Libia in seguito a un attacco mortale dello scorso anno sulle postazioni dell’esercito, rivendicato dai ribelli del Consiglio militare del comando per la salvezza della Repubblica (CCSMR). Si ritiene che questo gruppo armato sia supportato dai combattenti libici. Settimane di scioperi dei lavoratori pubblici hanno peggiorato la già precaria situazione economica del Paese. Il presidente Déby il 5 dicembre ha ritirato il taglio dei salari dei soldati e ha firmato due accordi di finanziamento con la Francia, tra cui 40 milioni di euro per gli stipendi dei dipendenti pubblici e i pagamenti delle pensioni. Serviranno fino alla prossima crisi di liquidità. A tutto questo si aggiunge la presenza di Boko Haram e una grave crisi ambientale che riguarda il lago Ciad che bagna 4 Stati africani (Camerun, Ciad, Niger e Nigeria). Dal 1960 ad oggi la superficie del lago si è ridotta del 90%.
SUDAN e DARFUR
Il Sudan è entrato nel nuovo anno con proteste senza precedenti in quasi tutto il Paese riguardanti soprattutto l’aumento del costo della vita. Le proteste sono state represse brutalmente dalle forze di polizia Una situazione che sta mettendo a dura prova il presidente Omar al-Bashir – di cui i manifestanti chiedevano a gran voce le dimissioni – salito al potere con un colpo di Stato appoggiato dall’Islam nel 1989. Al-Bashir, che ha sedato diverse ribellioni interne è stato incriminato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e genocidio della popolazione del Darfur.
La situazione più critica è, appunto, quella di quest’area occidentale del Paese, con un conflitto in corso dal 2003. Situazione molto complessa dove si uniscono fattori religiosi, economici, territoriali. La battaglia continua senza soluzione di continuità: da un lato i gruppi ribelli: Sudan Liberation Movement (SLM) e Justice and Equality Movement (JEM), dall’altro il Governo di Khartoum accusato di oppressione e crimini contro la popolazione non araba e di spalleggiare e sostenere le feroci milizie dei Janjaweed. Negli anni tale oppressione ha assunto l’aspetto di un genocidio e ha generato una delle più gravi crisi umanitarie del pianeta – almeno 1.6 milioni di persone vivono in campi profughi – a cui si aggiunge un altro conflitto dimenticato, quello nel Kordofan meridionale.
SUD SUDAN
Dal 2013, inizio della guerra civile, nella più giovane nazione africana nata dalla separazione dal Sudan nel 2011, quasi 390.000 persone – secondo ultime stime – sarebbero morte nel conflitto. Quattro milioni sarebbero gli sfollati e quelli che si sono rifugiati in Paesi vicini. Il Sud Sudan è il terzo Paese nel continente sub-sahariano per riserve di petrolio, ma questa sembra essere una iattura per i suoi abitanti.  Dopo cinque anni di guerra il presidente Salva Kiir ha accettato di sedersi al tavolo negoziale con il leader dell’opposizione – ed ex vice presidente – Riek Machar. Intanto, negli anni si sono moltiplicati i casi di abusi sessuali e attacchi ingiustificati contro i civili. E anche in questo caso la comunità internazionale e l’ONU hanno ripetutamente parlato di crimini di guerra.
NIGERIA
I nigeriani andranno alle urne nel febbraio 2019 per le legislative federali e per eleggere un nuovo presidente. In programma anche le elezioni legislative. Le elezioni nigeriane sono state spesso caratterizzate dalla violenza – nel 2015 morirono più di 100 persone in vari scontri prima e dopo le consultazioni – e niente fa prevedere che questa volta saranno pacifiche. Muhammadu Buhari, presidente uscente si è ricandidato e il suo principale rivale è l’ex vicepresidente Atiku Abubakar. I rapporti tra i due sono particolarmente astiosi.
Tante le tensioni in questa che è la nazione più popolosa dell’Africa, i livelli di criminalità violenta e di insicurezza generale restano elevati e in particolare nel Nord-Est i civili sono tra due fuochi: le truppe governative e Boko Haram, che guadagna terreno e i cui attacchi in questo Paese sono particolarmente violenti e determinati. Altra questione è la violenza tra i pastori, prevalentemente musulmani e gli agricoltori, per lo più cristiani che ha già provocato migliaia di morti e messo in ginocchio l’economia tradizionale. La nazione più popolosa dell’Africa e sesto produttore di petrolio dell’OPEC, fa anche i conti con la crisi mai sopita nel Delta del Niger dove gruppi militanti hanno minacciato di riprendere gli attacchi.
CAMERUN
Nel Paese è di fatto in corso una guerra civile iniziata con le prime tensioni separatiste della popolazione anglofona (ovest del Paese), nel 2016 quando insegnanti e avvocati anglofoni scesero in piazza per protestare contro l’uso massiccio del francese nei sistemi di istruzione e legale. Rivendicazioni che si sono trasformate in proteste più ampie sull’emarginazione della minoranza anglofona del Camerun, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Paese. Da allora è stato creato un Governo ad interim delle regioni anglofone e fondato lo Stato di Ambazonia.
Il Governo di Paul Biya, 85 anni e al potere da 36, non ha reagito bene e da allora le forze governative si oppongono brutalmente ai separatisti. Secondo l’ONU si contano già 30.000 rifugiati anglofoni nella vicina Nigeria e 437.000 sfollati interni. Non si conosce con esattezza il numero di morti in un conflitto che non vede molti testimoni al di là della popolazione locale. Nelle ultime elezioni Biya fece bloccare Internet nelle regioni anglofone. Un programma di disarmo recentemente annunciato non ha ancora prodotto risultati ma non si prevede nulla di buono dalla minaccia del presidente di fare piazza pulita di coloro che si rifiutano di deporre le armi entro quest’anno.
A peggiorare una situazione davvero critica c’è la presenza di Boko Haram che opera indisturbato, soprattutto nell’estremo Nord del Paese, nonostante le dichiarazioni di Biya che davanti alle telecamere aveva recentemente affermato che il gruppo terroristico era stato sconfitto. Gravi invece le accuse di Amnesty International, che nel suo Rapporto “Stanze segrete di tortura in Camerun: violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nella lotta contro Boko Haram”  ha rivelato che “le autorità del Camerun hanno fatto ampiamente ricorso alla tortura contro i civili accusati di sostenere Boko Haram, spesso arrestati senza alcuna prova”.
SOMALIA
Una guerra civile senza soluzione di continuità è in corso in Somalia da due decenni, ma già a partire dagli anni Novanta ci sono stati conflitti e scontri che hanno ucciso – si stima – tra 350.000 e un milione di persone. Un’area di forte instabilità che si ripercuote in tutto il Corno d’Africa e in Paesi limitrofi anche a causa degli attacchi dei militanti di al-Qaeda, in particolare della fazione nota come al-Shabaab. Questi rimangono la principale fonte di insicurezza in Somalia, nonostante le continue operazioni per ridurne la forza, compresi i raid aerei statunitensi, intensificati sotto l’amministrazione del presidente Donald Trump.
Dal 2007 nel Paese è in atto la missione autorizzata dall’ONU, African Union Mission in Somalia (AMISOM), prorogata di anno in anno. Una delle più lunghe nella storia delle missioni di pace, quasi 12 anni. L’ultima estensione del mandato è stata a luglio 2018, il contingente resterà fino al 31 maggio 2019. Impegna 25.500 soldati e 500 poliziotti. 
Secondo gli ultimi bollettini dell’OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti  umanitari, alla situazione disperata già generata dal conflitto vanno aggiunte la siccità e la conseguente scarsità di cibo(solo la produzione di cereali è scesa del 75%), le tensioni tra clan e il degrado dell’ambiente. Si calcola che 4.2 milioni di persone, un terzo della popolazione, avranno bisogno degli aiuti umanitari nel corso del 2019.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
La RDC è nota a tutti per essere uno dei territori più ricchi del continente, basti pensare alle miniere di coltan, ma anche uno di quelli con il più basso PIL pro capite e in cui la popolazione civile vive da anni violenze di ogni sorta – pensiamo agli stupri di massa di donne, ragazze e anche bambine, soprattutto nel conflitto che, dal 2016, sta infiammando la Regione del Kasai. Almeno 5.000 persone sono rimaste uccise e oltre 1.4 milioni sono sfollati. Ma in tutto il Paese gli sfollati sarebbero oltre 4 milioni. Anche in questo caso la comunità internazionale ha parlato di genocidio. Altra area calda è il Nord Kivu, dove oltre alle violenze tra il Governo e i gruppi ribelli si deve fare i conti con l’ebola che ha già colpito oltre 200 persone.
In realtà è da circa venti anni che i cittadini della RDC vivono nella violenza e nella paura. Più volte l’ONU ha elaborato report che parlano di omicidi di massa e fosse comuni. 6 milioni di morti senza che in sostanza si sia fatto nulla. Tutto questo si è svolto sotto gli occhi dell’ormai ex presidente Joseph Kabila, rimasto al potere dal 2001 al 2018.
Per anni si era parlato di elezioni, costantemente rinviate a data da destinarsi. Finalmente, il 30 dicembre scorso la popolazione è andata al voto per eleggere il successore di Kabila. L’ex presidente aveva fatto di tutto per restare al potere, incluso un sovvertimento costituzionale e un candidato/ombra. Le cose – almeno secondo i risultati che potrebbero ancora essere messi in discussione dalla Corte Costituzionale – sono però andate diversamente. E per alcuni osservatori ciò potrebbe portare a ulteriori sorprese.


(Immagine tratta dal sito di ACLED (The Armed Conflict Location & Event Data). Si tratta di un centro di ricerca, analisi e raccolta dati su disordini e conflitti nel mondo. L’immagine si riferisce ad eventi di violenza avvenuti in varie parti del continente nei primi 5 giorni dell’anno. https://www.acleddata.com/)

A queste aree di forte crisi ne vanno aggiunte altre. A cominciare dal Togo – dove i negoziati sui cambiamenti costituzionali pianificati con i maggiori partiti dell’opposizione sono ad un punto morto e le proteste di massa contro il regime del presidente Faure Gnassingbe non accennano a diminuire. Gnassingbe è presidente dal 2005, elezioni contestate, tenutesi poco dopo la morte del suo padre, Gnassingbe Eyadema, che  a sua volta è stato al governo del Paese per 38 anni.
Situazione difficile anche in Guinea-Bissau, Zimbabwe e Burundi. Nel primo è in corso una faida politica tra il presidente Jose Mario Vaz e il suo partito, PAIGC, e la decisione di posporre le elezioni sta generando rabbia tra una popolazione perlopiù giovane e senza sbocchi di lavoro. Nello Zimbabwe si sta vivendo una forte recessione – scarsità di benzina, cibo, medicinali – con manifestazioni dei sindacati e dei lavoratori. In Burundi è in corso una crisi politica dal 2015 con il presidente Pierre Nkurunziza accusato di stroncare con ogni mezzo la voce degli oppositori e di crimini contro l’umanità intensificatisi negli ultimi due anni.
Da tenere d’occhio la situazione in Gabon dove, pochi giorni fa, un tentativo di colpo di Stato ha messo in luce una tensione che cova da tempo e che mette ormai in  forse la sopravvivenza del lungo regime, 50 anni, di Ali Bongo. Di fatto, già i risultati delle elezioni di un paio di anni fa sollevarono dubbi e proteste. Il Paese è di fatto senza Governo da molto tempo, sia perché Bongo si trova in Marocco per cure mediche, sia perché dopo le elezioni legislative di ottobre 2018 non si è proseguito agli adempimenti. Il 22 dicembre scorso i leader dell’opposizione hanno richiesto una commissione medica per determinare lo stato di salute del presidente Bongo e il 31 dicembre ha chiesto un periodo di transizione di due anni con il presidente e un Governo transitorio. La Corte costituzionale il 28 dicembre ha confermato i risultati delle elezioni legislative di ottobre; il partito al Governo ha vinto la maggioranza, il nuovo Governo sarà formato nelle prossime settimane.
Infine, genera grande preoccupazione l’escalation delle azioni dei militanti islamici in Egitto, così come di quelli di Boko Haram in Niger e Burkina Faso e in aree dell’Africa orientale per quel che riguarda Al-Shabaab. Mentre rimane sotto osservazione della missione di pace MINUSCA, la Repubblica Centrafricana (CAR), presente nel Paese dal 2014 e nuovamente prorogata.
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