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lunedì 24 marzo 2025

Mi chiamo Mahmoud, sono un prigioniero politico - Mahmoud Khalil

Mi chiamo Mahmoud Khalil e sono un prigioniero politico. Vi scrivo da un centro di detenzione in Louisiana, dove mi sveglio al freddo del mattino e trascorro lunghe giornate a testimoniare le silenziose ingiustizie in atto nei confronti di moltissime persone a cui è preclusa la tutela della legge.

Chi ha il diritto di avere diritti? Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è l’uomo senegalese che ho incontrato e che è stato privato della sua libertà per un anno, con la sua situazione legale in un limbo e la sua famiglia a un oceano di distanza. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che ha messo piede in questo paese all’età di nove anni, per poi essere deportato senza nemmeno un’udienza.

La giustizia sfugge ai contorni delle strutture di immigrazione di questa nazione.

L’8 marzo sono stato preso da agenti del Department of Homeland Security che si sono rifiutati di fornire un mandato e hanno avvicinato me e mia moglie mentre tornavamo da una cena. Il filmato di quella notte è stato reso pubblico. Prima che mi rendessi conto di ciò che stava accadendo, gli agenti mi hanno ammanettato e costretto a salire su un’auto senza contrassegni. In quel momento, la mia unica preoccupazione era la sicurezza di [mia moglie] Noor. Non sapevo se sarebbe stata portata via anche lei, visto che gli agenti avevano minacciato di arrestarla per non avermi abbandonato. Il DHS non mi ha detto nulla per ore: non sapevo la causa del mio arresto né se rischiavo la deportazione immediata. Al 26 di Federal Plaza ho dormito sul pavimento freddo. Nelle prime ore del mattino, gli agenti mi hanno trasportato in un’altra struttura a Elizabeth, nel New Jersey. Lì ho dormito per terra e mi è stata rifiutata una coperta nonostante la mia richiesta.

Il mio arresto è stato una conseguenza diretta dell’esercizio del mio diritto alla libertà di parolamentre sostenevo la necessità di una Palestina libera e la fine del genocidio a Gaza, che è ripreso in pieno nella notte di lunedì (17 marzo). Con il cessate il fuoco di gennaio ormai infranto, i genitori di Gaza stanno di nuovo cullando sudari troppo piccoli e le famiglie sono costrette a scegliere tra fame e sfollamento e le bombe. È nostro imperativo morale continuare a lottare per la loro completa libertà.

Sono nato in un campo profughi palestinese in Siria da una famiglia sfollata dalla propria terra durante la Nakba del 1948. Ho trascorso la mia giovinezza in prossimità ma lontano dal mio paese. Ma essere palestinese è un’esperienza che trascende i confini. Vedo nelle mie circostanze analogie con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa – imprigionamento senza processo o accusa – per privare i palestinesi dei loro diritti. Penso al nostro amico Omar Khatib, che è stato incarcerato senza accusa né processo da Israele mentre tornava a casa dopo un viaggio. Penso al direttore dell’ospedale di Gaza e pediatra Dr. Hussam Abu Safiya, che è stato fatto prigioniero dall’esercito israeliano il 27 dicembre e che oggi rimane in un campo di tortura israeliano. Per i palestinesi, l’imprigionamento senza un giusto processo è una prassi comune.

Ho sempre creduto che il mio dovere non sia solo quello di liberarmi dall’oppressore, ma anche di liberare i miei oppressori dall’odio e dalla paura. La mia ingiusta detenzione è indicativa del razzismo anti-palestinese che sia l’amministrazione Biden sia quella di Trump hanno dimostrato negli ultimi sedici mesi, quando gli Stati Uniti hanno continuato a fornire a Israele armi per uccidere i palestinesi e hanno impedito ogni intervento internazionale. Per decenni, il razzismo anti-palestinese ha guidato gli sforzi per espandere le leggi e le pratiche statunitensi utilizzate per reprimere violentemente i palestinesi, gli arabi americani e altre comunità. È proprio per questo che sono stato preso di mira.

Mentre attendo decisioni legali che tengono in bilico il futuro di mia moglie e di mio figlio, coloro che hanno permesso che venissi preso di mira rimangono comodamente alla Columbia University. I presidenti Shafik, Armstrong e il rettore Yarhi-Milo hanno gettato le basi perché il governo degli Stati Uniti mi prendesse di mira, disciplinando arbitrariamente gli studenti filopalestinesi e permettendo che la delazione virale – basata sul razzismo e sulla disinformazione – si svolgesse senza controllo.

La Columbia mi ha preso di mira per il mio attivismo, creando un nuovo ufficio disciplinare autoritario per aggirare il giusto processo e mettere a tacere gli studenti che criticano Israele. La Columbia si è arresa alle pressioni federali divulgando i dati di studenti e studentesse al Congresso e cedendo alle ultime minacce dell’amministrazione Trump. Il mio arresto, l’espulsione o la sospensione di almeno 22 studenti di Columbia – ad alcuni è stata tolta la laurea a poche settimane dal diploma – e l’espulsione del presidente della Student Workers of Columbia, Grant Miner, alla vigilia delle trattative contrattuali, ne sono chiari esempi.

Se non altro, la mia detenzione è una testimonianza della forza del movimento studentesco nello spostare l’opinione pubblica in favore della liberazione della Palestina. Studenti e studentesse sono stati a lungo in prima linea nel cambiamento: hanno guidato la carica contro la guerra del Vietnam, sono stati in prima linea nel movimento per i diritti civili e hanno guidato la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Anche oggi, sebbene l’opinione pubblica non l’abbia ancora compreso appieno, sono studenti e studentesse a guidarci verso la verità e la giustizia.

L’amministrazione Trump mi sta prendendo di mira come parte di una strategia più ampia per reprimere il dissenso. I titolari di un visto, i titolari di una green card e i cittadini saranno tutti presi di mira per le loro convinzioni politiche. Nelle prossime settimane, studenti, sostenitori e funzionari eletti devono unirsi per difendere il diritto di protestare per la Palestina. In gioco non ci sono solo le nostre voci, ma le libertà civili fondamentali di tutti.

Sapendo che questo momento trascende le mie circostanze individuali, spero comunque di essere libero di assistere alla nascita del mio primo figlio.


Questa lettera è stata dettata per telefono dal centro di detenzione ICE (l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane) in Louisiana, da Mahmoud Khalil, dove si trova dopo l’arresto dell’8 marzo. Khalil, nato in Siria da rifugiati palestinesi, è stato figura chiave nelle proteste alla Columbia University contro la guerra a Gaza nella primavera del 2024. Traduzione di Connessioniprecarie (che ringraziamo).

da qui

mercoledì 12 marzo 2025

L’arresto senza accuse di Mahmoud Khalil, studente pro Palestina della Columbia, preoccupa il mondo - Sara Pierri

 


Mahmoud Khalil, leader delle proteste pro Palestina nelle università americane, è stato arrestato sabato notte. Si trovava nella sua residenza alla Columbia University con la moglie incinta di otto mesi quando gli agenti dell’ufficio americano dell’immigrazione (ICE) hanno fatto irruzione e, mostrando un mandato, hanno preso in custodia l’uomo senza presentare alcun tipo di accusa formale.

L’arresto senza accuse 

Khalil ha origini siriane e palestinesi ed è in regolare possesso di green card oltre a essere sposato con una cittadina americana. Nonostante questo, gli agenti hanno comunicato la revoca del suo visto studentesco. Un visto che però non esiste, essendo l’uomo ufficialmente cittadino americano e non avendo necessità di un visto per restare nel paese. La sua avvocata, Amy Greer, si è detta sorpresa del provvedimento senza precedenti e ha raccontato alla BBC che Khalil è detenuto in un centro dell’ICE in New Jersey.

La moglie, anche lei minacciata di arresto quando ha cercato di opporsi all’irruzione, non è stata autorizzata a fargli visita e gli agenti hanno negato l’uomo si trovasse lì. Dopo due giorni senza notizie, si è scoperto che è detenuto in un centro per migranti in Louisiana. Trump sperava in una deportazione lampo ma
un giudice federale di New York ha bloccato ogni pratica almeno fino a mercoledì 12 marzo, giorno in cui lo studente attivista potrebbe comparire in tribunale.

Le proteste pro Palestina alla Columbia University

Khalil, l’anno scorso, è stato tra gli attivisti più impegnati nelle proteste a favore della Palestina nei campus universitari americani. Il suo arresto arriva dopo le recenti dichiarazioni di Trump sull’inasprimento delle repressioni contro le università. Prima ha ordinato il taglio dei fondi alla Columbia per la cifra di 400 milioni di dollari, poi l’arresto del leader del movimento pacifico, a suo dire per difendere gli studenti ebrei da quelle che il presidente definisce «violenze antisemite».

La Columbia ha voltato le spalle ai propri studenti e ha cercato di preservare i propri fondi intensificando “le punizioni” verso gli studenti più impegnati. Maryam Alwan, studentessa dell’università, ha ricevuto una mail disciplinare che la accusava di molestie e discriminazioni dopo un editoriale uscito sul giornale universitario in cui chiedeva di disinvestire da Israele.

Un altro attivista è sotto inchiesta per aver affisso dei manifesti fuori dal campus e un altro è stato sanzionato per una mostra d’arte sull’occupazione israeliana a opera di artisti palestinesi. La direzione della Columbia University si è rifiutata di commentare l’arresto del suo studente.

Sempre più repressione, sempre più estrema

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha paragonato gli studenti ai terroristi di Hamas e Trump ha proposto l’uso dell’intelligenza artificiale per identificarli attraverso le loro attività sui social network. I due promettono di revocare la green card agli studenti coinvolti, una pratica legalmente impossibile visto che la decisione di revoca avviene solo in casi estremamente gravi e viene decisa esclusivamente da un giudice. Trump aveva preannunciato la svolta repressiva qualche giorno fa, utilizzando la parola Shalom, un saluto ebraico che significa pace, sul suo account X.

Le reazioni all’arresto tra solidarietà e sgomento

Le reazioni degli ebrei americani non si sono fatte attendere, particolarmente significativa quella dello scrittore David Grossman:

«Rendere le parole e le frasi ebraiche intercambiabili con la detenzione dell’ICE significa fare dell’ebraismo il volto del fascismo. Questo è successo in Israele e succederà qui se lo permettiamo»

L’arresto ha provocato sgomento e una serie di critiche da parte di associazioni sui diritti umani, singole personalità politiche e addirittura dalla Procuratrice Generale di New York Letitia James che ha dichiarato di star «monitorando attentamente la situazione». In seguito al suo arresto numerose protese spontanee hanno invaso le strade di New York, le petizioni per la sua scarcerazione aumentano e numerose associazioni ebraiche si sono dette contrarie all’arresto.

https://www.ultimavoce.it/arresto-senza-accuse-mahmoud-khalil/