I migranti economici sono quelle persone
che abbandonano il loro paese (sperando un giorno di tornarci) per cercare un
lavoro che permetta di vivere e mandare un po’ di soldi a casa.
Mio nonno era un migrante economico,
all’inizio del ‘900 ha lavorato in Francia, in Algeria (quando era una colonia
francese) in miniera, a Genova all’Ansaldo, voleva andare negli Stati Uniti,
anni di pacchia, senz’altro.
A Ellis Island (chi non sa veda
questo film) c’è un database (ecco il sito: https://www.libertyellisfoundation.org/passenger) con i nomi di decine di milioni di persone passate per
quell’isoletta, vicino alla Statua della Libertà.
In Brasile e in Argentina sono arrivati
qualche altro milione di italiani, fra gli altri, e qualche italiano, mi
sembra, è andato in Francia, Belgio, Paesi Bassi, in Gran Bretagna, in Spagna,
anche adesso.
Ma restiamo a Ellis Island: ho provato a
frugare solo in quel database e ho trovato che sono stati registrati
Meloni
479 persone
Salvini
255 persone
Butti
240 persone
Fazzolari
232 persone
Musumeci
460 persone
Locatelli
557 persone
Nordio
113 persone
Crosetto
102 persone
Giorgetti
550 persone
Urso
1246 persone
Calderone 1362 persone
Bernini 174 persone
Schillaci 562 persone
Delle due l’una: o quei
melonisalviniursogiorgetti erano tutti rifugiati e perseguitati politici come
Pertini, i fratelli Rosselli, Gobetti oppure erano, udite, udite, che SCANDALO,
che ORRORE, erano MIGRANTI ECONOMICI.
I melonisalviniursogiorgetti che
governano l’Italia dovrebbero chiedere l’espulsione, e il rimpatrio in Italia
di tutti i melonisalviniursogiorgetti (e i loro discendenti) che popolano il
mondo, indegni migranti economici.
Se non lo faranno mi viene in mente quel
pensiero sintetico ed efficace di Boris Vian (lo indirizzava al dottor Schweitzer), che con mio
nonno migrante economico (morto da molti anni, ma sarebbe d’accordo, lo so)
potremo indirizzare ai signori salvinidimaioconte (e a tutti quelli che
disprezzano i migranti economici), parole semplici e chiare: CI FATE CACARE!
Di recente i sovrani belgi, re Filippo e la regina
Matilde, con una delegazione al seguito, si sono recati nella Repubblica Democratica
del Congo (RDC) per una visita
di Stato della durata di una settimana. Il viaggio è stato annunciato come una
possibilità per ricalibrare i rapporti tra i due Paesi dopo un oscuro passato
coloniale. The Conversation ha parlato della visita con Julien Bobineau,
ricercatore universitario, che si occupa delle narrazioni riguardanti i
rapporti tra Belgio e Congo, per capire se vi siano le basi per una nuova
partnership tra le due nazioni.
La storia della presenza del Belgio nella RDC
Quella che lega Belgio e Repubblica Democratica
del Congo è una storiapiuttosto cupa che
affonda le sue radici nel XIX secolo.
Tra il 1884 e il 1885 le potenze europee avviarono una
serie di negoziati per formalizzare le rispettive rivendicazioni
territoriali in Africa, che culminarono nella Conferenza
di Berlino, durante la
quale però gli interlocutori africani non vennero coinvolti o interpellati.
Durante la conferenza, il re belga Leopoldo II ottenne la legittimazione
internazionale per la proprietà delle terre che
oggi corrispondono al Congo.
Da quel momento divenne il sovrano “privato” dello
Stato Indipendente del Congo, che era 80 volte più grande del suo regno in
Belgio. Re Leopoldo II morì nel 1909 senza aver mai messo piede nella “sua”
colonia, ma avendo ottenuto enormi profitti dalle
materie prime provenienti dal Congo.
Si
stima che
circa la metà degli allora 20 milioni di abitanti del Congo abbia perso
la vita a causa delle durissime condizioni a
cui furono costretti per estrarre le materie prime, principalmente la gomma.
Alcuni storici l’hanno definito un genocidio.
A seguito delle numerose proteste internazionali, nel
1908 Leopoldo II decise di vendere la sua colonia privata allo Stato del
Belgio. Dopo il passaggio di gestione il Paese fu rinominato Congo belga, ma gli interessi rimasero gli stessi. Nel
Sud-Est i belgi scoprirono grandi giacimenti minerari ed
esportarono rame, legno, cotone, cacao e caffè in Europa.
Dopo l’abolizione ufficiale della
schiavitù, nel 1910, i lavoratori congolesi iniziarono a ricevere un
salario per il loro lavoro nelle miniere e nelle piantagioni. Tuttavia, si
trattava di una paga molto inferiore a quella che ricevevano gli europei per lo
stesso tipo di lavoro.
Questo razzismo coloniale proseguì
anche nella vita quotidiana dei congolesi fino alla metà del XX secolo. Le
città erano divise in quartieri “bianchi” e quartieri
“neri”. Ai congolesi era permesso frequentare ristoranti, bar e
cinema degli europei bianchi solo tramite permessi speciali.
Negli anni ’50 prese
vita nel
Congo belga un ampio movimento di protesta contro il
dominio straniero. Il 30 giugno 1960 il re belga Baldovino
finalmente concesse l’autonomia alla RDC. Joseph Kasavubu fu eletto
primo presidente della nuova Repubblica, con Patrice Lumumba come
primo ministro.
Tuttavia, poco dopo l’indipendenza, ci fu dell’attrito
tra il Governo indipendente e le potenze occidentali, principalmente USA e
Belgio. Queste, infatti, volevano mantenere il controllo sulle materie prime
del Congo.
Nel settembre del 1960, dopo soli due mesi al Governo,
Lumumba fu destituito e a gennaio del 1961 venne
assassinato in Katanga per mano dei suoi avversari politici con l’aiuto dei servizi segreti belgi e statunitensi.
Il coinvolgimento del Belgio nell’omicidio politico
venne occultato fin quando una commissione d’inchiesta, promossa dal Parlamento belga nel 1999,
non ne ha riscontrato la parziale responsabilità.
Cosa è accaduto alle relazioni tra i due Stati dopo
l’indipendenza
Da quel momento in avanti si sono verificati tre passaggi importanti.
Il primo è avvenuto nel 1965, quando Joseph-Désiré Mobutu, comandante dell’esercito, salì
al potere instaurando
una dittatura autocratica che durò fino al 1997.
Le relazioni diplomatiche tra Belgio e Congo durante
la dittatura di Mobutu furono caratterizzate da alti e bassi. Da un lato il
Belgio voleva mantenere i legami con l’ex colonia per ragioni economiche e
geopolitiche, dall’altro lato il Governo doveva rispondere
diplomaticamente alle innumerevoli violazioni dei diritti umani commesse dal regime di
Mobutu.
Questa già difficile situazione fu ulteriormente
aggravata da due aspetti. In primis Mobutu aveva ripetutamente sottolineato la
responsabilità morale del dominio coloniale, soprattutto nelle situazioni di
crisi. In secondo luogo vi era una sorta di nostalgia coloniale tra la popolazione belga in
quanto il dominio coloniale era stato romanticamente idealizzato.
Un secondo passaggio avvenne molti anni dopo.
Nel 2020 l’African Museum modificò
le sue linee guida riguardo gli oggetti provenienti da contesti coloniali, con
l’obiettivo di rendere possibili le
trattative per la restituzionedei manufatti.
Il museo, situato nel comune di Tervuren, fu fondato
da re Leopoldo II nel 1897, all’apice del periodo coloniale, e funse da primo
contatto per i belgi con la colonia africana anche se tramite pregiudizi
razzisti costruiti ad arte per giustificare il
dominio straniero.
Centinaia di migliaia di oggetti etnografici –
principalmente frutto di saccheggi ma anche di alcune “donazioni” – furono
portati a Tervuren e sono conservati ancora oggi all’interno del museo.
Successivamente a questo cambiamento paradigmatico
generale, nell’ottobre del 2020 la Libera Università di Bruxelles ha
acconsentito alla restituzione all’Università di Lubumbashi di alcuni resti
umani provenienti dal Congo e, a marzo del 2022, il primo ministro belga
Alexander De Croo ha
annunciato la restituzione di 84.000 manufatti congolesi.
Il terzo passaggio è rappresentato dallalettera che re Filippo ha inviato al presidente Felix Tshisekedi il
30 giugno del 2020, data dell’anniversario dell’indipendenza congolese. Nella
lettera il monarca ha espresso il suo profondo rammarico per le
ingiustizie coloniali commesse in Congo. Tutto ciò è accaduto
anche nel contesto del movimento globale Black
Lives Matter durante
il quale le proteste contro il razzismo e le omissioni sulla storia coloniale sono
andate via via crescendo all’interno della popolazione belga.
È stata la prima volta che
un membro della famiglia reale si è rivolto alla popolazione congolese con tali
parole. Quello stesso giorno anche il primo ministro belga
Sophie Wilmès ha espresso il suo rammarico riguardo il passato coloniale.
Anche in questo caso si è trattato di una prima volta, rappresentando una
svolta paradigmatica nella storia politica del Paese.
Il piano di risarcimenti proposto dal Belgio
A ottobre del 2021 il Parlamento belga ha
istituito una commissione per esaminare le ingiustizie
coloniali. Dieci
esperti sono stati incaricati di discutere diverse questioni, inclusa la
possibilità di compensazioni finanziarie e una presenza più forte della
storia coloniale belga nei programmi di istruzione e nella società.
La commissione dovrà anche fornire le basi per
la riorganizzazione delle relazioni internazionali con
i territori delle ex colonie.
Per quanto riguarda la restituzione degli oggetti
provenienti dal contesto coloniale, il Governo belga ha stanziato 2 milioni di
euro per risalire all’effettiva provenienza degli oggetti.
Per molti congolesi della diaspora in Belgio e nel
Congo stesso tutto ciònon è abbastanza. Chiedono, infatti, anche le scuse ufficiali per le atrocità coloniali compiute,
poiché quelle pronunciate da re e Governo finora non sono state altro che
espressioni di rammarico.
Le possibilità di migliorare i rapporti diplomatici
Affinché le relazioni possano davvero migliorare, è
necessario che lo Stato belga ammetta con maggiore
risolutezza le proprie responsabilità e avvii dei negoziati politici in cui i due Paesi siano sullo stesso piano.
Anche i risarcimenti economici rappresentano una
questione importante. Sebbene molti belgi credano di non poter essere ritenuti
responsabili dei crimini commessi dai loro antenati, l’economia belga ha tratto
enormi benefici dallo sfruttamento coloniale e, in teoria, continua a trarne
tuttora. Alla società congolese, al contrario, è stato negata la potenzialità di “svilupparsi” a causa di
sfruttamento, schiavitù e genocidio.
Le differenti situazioni economiche dei due Paesi sono
la dimostrazione di una discrepanza provocata da ciò che è accaduto in passato
e per cui una compensazione è doverosa. Un dibattito più ampio su questi temi,
però, può essere affrontato nella società belga esclusivamente insieme alla
controparte congolese.
Da minatori a lavoratori di
alto livello: gli italiani emigrati in Belgio,
cuore d’Europa.
L’emigrazione
italiana in Belgio, esempio di “integrazione diffusa”. Dedicata ai nostri emigrati in
Belgio, l’ultima di una serie di ricerche curate da Franco Pittau, per conto
del Centro Studi IDOS per la rivista “Dialoghi mediterranei” e finalizzate a
riflettere sugli italiani all’estero.
Negli ultimi due decenni si
sono trasferiti in Belgio, un Paese di 12 milioni di abitanti, circa 50.000
italiani, in proporzione paragonabile a quelli emigrati in Germania. In tutto,
gli italiani in Belgio sono oggi poco più di 270.000, senza contare i
belga-italiani, sempre più numerosi. In parte risiedono ancora nelle zone
minerarie, ma in misura consistente hanno scelto Bruxelles, sede di strutture
comunitarie e di importanti realtà sociali, imprenditoriali, sindacali e
religiose.
Le analisi del fenomeno
concordano sul buon livello d’inserimento e integrazione di questi e degli
altri italiani che, nel corso della storia di emigrazione del nostro Paese,
hanno scelto il Belgio come destinazione e che qui sono riusciti a superare la
fase dell’emarginazione lavorativa e molti altri ostacoli. Questa “integrazione
diffusa” si esprime anche con alcuni casi eclatanti, uno su tutti Elio Di Rupo,
figlio di emigranti abruzzesi, che è stato primo ministro dal 2011 al 2014 e
leader del Partito socialista belga: un’affermazione “italiana” a così alto
livello non trova riscontro in nessun altro Paese europeo.
Nel Dopoguerra il Belgio è
stato il primo sbocco dei flussi migratori in partenza dall’Italia e all’epoca
l’inizio non sembrava promettente: i belgi avevano bisogno di braccia e
l’Italia aveva bisogno di carbone. Così, nel 1946 fu stipulato tra i due Stati
il primo accordo di emigrazione “assistita”, termine enfatico rispetto al
trattamento riservato a chi partiva. Tutto fu “nero”: il carbone che si estraeva,
le sistemazioni iniziali nelle baracche degli ex campi di prigionia, il
trattamento sindacale, l’emarginazione linguistica e sociale.
Nel 1956 si verificò il
gravissimo incidente minerario a Marcinelle con 262 morti, dei quali più della
metà italiani. Da quella data l’Italia pose gradualmente termine
all’emigrazione collettiva, mentre il Belgio iniziò, prima sporadicamente e
quindi più decisamente, a ripensare la sua politica migratoria.
Fu lentamente superata
l’ostilità che il Belgio aveva riservato agli emigranti italiani, anche per via
della loro provenienza da un Paese ex alleato e cobelligerante dei nazisti
invasori, e prese avvio una nuova fase in cui cominciò ad essere riconosciuto
il contributo positivo fornito dagli italiani all’industria carbonifera belga
e, successivamente, anche ad altri settori produttivi ed economici, fino al
loro protagonismo nella piccola e media impresa.
All’inizio negli anni ’60,
politici e opinione pubblica belgi si predisposero a un atteggiamento più
inclusivo: il Belgio si trovava ad affrontare complesse problematiche interne,
avendo a che fare con tre regioni autonome, due comunità linguistiche e ben tre
lingue nazionali. Ma ciò non impedì di farsi carico anche delle attese dei
lavoratori immigrati, considerati ormai parte integrante della società. Ciò
avvenne mentre in Europa prevaleva ancora la considerazione dell’immigrazione
come un fenomeno meramente temporaneo e non strutturale, anticipando di molti
decenni le politiche d’inclusione di altri Paesi europei. Le aperture belghe
furono poi rinforzate in un processo d’integrazione continentale e la Comunità
economica europea, costituita nel 1957 con la firma del Trattato di Roma,
consentì di dare inizio nel 1968
alla libera circolazione dei lavoratori, mentre un regolamento
del 1972 attuò il coordinamento delle leggi nazionali per la loro tutela
previdenziale: innovazioni
straordinarie, ancora oggi all’avanguardia in tutto il mondo.
L’atteggiamento più aperto
nei confronti dei lavoratori immigrati portò a facilitare anche il processo di
acquisizione della cittadinanza (tra
il 1985 e il 2000 furono 68.000 i casi di acquisizione di cittadinanza belga
per gli italiani) e, quindi, ad allargare anche il diritto di
voto.
Le seconde generazioni si
sono avvalse pienamente di queste opportunità e, senza più sentirsi in
difficoltà per la diversità della loro origine, si sono fatte protagoniste di
un inserimento lavorativo sempre più egualitario: non più solo minatori, ma
anche lavoratori qualificati, impiegati, imprenditori, professionisti e
funzionari comunitari. Secondo fonti italiane, sino al 1970 si sono recate in
Belgio poco più di 250.000 persone (un numero, per diverse ragioni, da ritenere
sottostimato). La punta più alta si è raggiunta nel 1958 con ben 46.000 espatri
in un solo anno. Numeri che, pur diminuiti successivamente, hanno portato gli
italiani ad essere la
prima collettività straniera in Belgio sino alla fine del secolo (attualmente
sono al terzo posto).
È comprensibile chiedersi
cosa ci si possa aspettare da questo investimento in capitale umano. Agli
italiani, attualmente residenti in Belgio, si aggiunge un flusso continuo di
intellettuali, esperti, professionisti, manager, giornalisti, lobbisti,
stagisti, studenti e operatori sociali (lo stesso Franco Pittau, curatore del
presente rapporto, a Bruxelles iniziò il suo impegno da studioso di
emigrazione).
Il caso belga sottolinea la necessità di una politica
migratoria basata sulle pari opportunità e sul dialogo interculturale e
raccomanda una maggiore attenzione alle collettività italiane all’estero, in
particolare agli italiani che ancora non hanno acquisito la cittadinanza del
Paese in cui lavorano e risiedono.
La stessa storia
dell’emigrazione, come ha ricordato Gianluca Lodetti del Patronato Inas nel
tirare le conclusioni del saggio, va valorizzata per coltivare le prospettive
d’impegno futuro, anche e soprattutto in senso geopolitico.
Lo
studio, per gentile concessione della rivista “Dialoghi Mediterranei”, da oggi è scaricabile
gratuitamente dal sito di IDOS (www.dossierimmigrazione.it).
Uno dei primi articoli che ho scritto dopo il mio arrivo in Belgio, nel
2009, nasceva dall’incontro con una donna eccezionale quanto il suo nome:
Olinda Slongo. Prima di incontrarla avevo scoperto, visitando una mostra
sull’immigrazione, il suo libro di memorieEt elle a voulu sa part, cette
roche obscure (Éditions du Cérisier 1999). Nel 1947, incinta di
otto mesi, Olinda aveva raggiunto in Belgio il marito Eugenio, partito per
lavorare in miniera (un migrante economico, diremmo oggi). Eugenio si era
ammalato poco dopo di tubercolosi e silicosi, e Olinda, con il suo lavoro nella
fabbrica di armi Fn Herstal, era diventata l’unico sostegno della famiglia,
permettendo ai due figli di continuare a studiare.
Quando andavo a trovarla a Herstal, in provincia di Liegi, nella casetta
operaia dove abitava dal 1956, Olinda mi parlava in un italiano d’altri tempi,
inframmezzato di parole francesi e modulato dalla sua cadenza settentrionale
(lei e il marito erano originari di Anzaven e Montebello, due frazioni di
Cesiomaggiore, nelle Prealpi bellunesi).
Olinda era una donna robusta e sorridente. Aveva una voce roca e pacata, il
gusto del racconto e della compagnia, e una forza di volontà granitica che
traspariva ancora, nonostante gli anni. Aveva deciso di scrivere le sue memorie
in francese per i tre nipoti, che erano belgi e non parlavano italiano. È morta
nel 2013, e uno dei miei grandi rimpianti è aver perso, in una di quelle
operazioni informatiche di cui mi sfugge il pieno controllo, le registrazioni
delle nostre lunghe chiacchierate.
Cittadini di seconda categoria
Olinda mi è tornata in mente ora che in Italia si ricomincia a discutere
di riforma della cittadinanza. Ogni volta che se ne parla (ovvero,
secondo Lucia Ghebreghiorges, ogni volta che a un politico fa comodo
tirare fuori “una carta d’identità in cui c’è scritto progressisti”), penso a
quanto in Belgio la storia della riforma della cittadinanza sia indissociabile
da quella dell’immigrazione italiana, indissociabile dalla vita di Olinda,
della sua famiglia e di innumerevoli famiglie coma la sua. Qui, fino a pochi
decenni fa, gli italiani erano considerati cittadini di seconda categoria, ed è
proprio per aprirsi a quei giovani figli e nipoti di immigrati (definiti in
un servizio televisivo del 1985 dei “mutanti” – non più italiani,
non ancora belgi) che negli anni ottanta si decise di semplificare le procedure
per l’acquisizione della cittadinanza.
Un primo esperimento il Belgio lo aveva fatto già all’inizio del novecento,
inserendo nel suo ordinamento giuridico lo ius soli temperato
accanto allo ius sanguinis. La legge, approvata
nel 1909, concedeva automaticamente la nazionalità belga, al compimento dei
ventidue anni, alle persone nate in Belgio da almeno un genitore nato a sua
volta in Belgio o residente nel paese da almeno dieci anni. La riforma non sopravvisse
alla prima guerra mondiale e al suo strascico di xenofobia e nazionalismo. Nel
1922 il parlamento mise fine a un sistema giudicato troppo liberale, ribadì la
centralità dello ius sanguinis e introdusse il
concetto di “idoneità” come condizione necessaria per ottenere la cittadinanza:
“Affinché lo straniero diventi belga, deve aver dato prova di assimilazione
alla nostra vita nazionale, di attaccamento al Belgio, ai suoi costumi e alle
sue istituzioni” (concetto tornato alla moda in tempi più recenti, e non solo
in Belgio).
L’emigrazione verso il Belgio degli italiani in cerca di lavoro cominciò
alla fine all’ottocento, aumentò tra le due guerre mondiali ed esplose nel
secondo dopoguerra, continuando anche dopo la catastrofe del 1956 nella miniera
di Marcinelle, in cui persero la vita 136 minatori italiani. Poi, negli anni
settanta, ci si rese conto di due cose. “Innanzitutto”, spiega Andrea Rea,
docente di sociologia all’Université libre de Bruxelles, “che gli immigrati non
sarebbero tornati nei loro paesi di origine ma sarebbero rimasti in Belgio con
le loro famiglie. E in secondo luogo che c’era un problema di integrazione”.
Una prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza fu presentata
nel 1971, ma ci vollero tredici anni prima che il nuovo Codice della
nazionalità venisse approvato, portando due grandi novità. La prima riguardava
lo ius sanguinis, che fino ad allora si applicava solo ai
figli di padri belgi (retaggio patriarcale che ancora resiste in venticinque stati del mondo). Con la riforma del 1984,
in Belgio anche le madri poterono trasmettere la cittadinanza attraverso
lo ius sanguinis. Fu poi adottato il cosiddetto
doppio ius soli: diventavano belgi i figli di genitori
stranieri se almeno uno dei due genitori era nato in Belgio e se i genitori
presentavano una dichiarazione. Grazie a queste due novità, nella notte tra il
31 dicembre 1984 e il 1 gennaio 1985 circa 75mila persone diventarono belghe
(il 10 per cento della popolazione straniera dell’epoca). Molte di loro erano
giovani figli o nipoti di immigrati italiani.
Frenare e promuovere
“Il Codice della nazionalità era il versante positivo di un pacchetto di
riforme sull’immigrazione promosso da un governo formato da liberali e
socialdemocratici”, spiega Rea. “L’idea era: freniamo la nuova immigrazione ma
promuoviamo l’integrazione degli immigrati ormai stabiliti in Belgio. La
riforma passò senza troppe resistenze perché fu accompagnata da altre due
novità che invece limitavano i flussi migratori. La prima fu l’avvio di una
politica di rimpatri per incoraggiare le persone a tornare nei loro paesi di
origine. Non fu molto efficace, dato che solo 250 persone accettarono di partire.
La seconda misura era che in alcune circoscrizioni con una forte presenza di
immigrati diventò possibile rifiutare l’iscrizione di un cittadino straniero”.
Il Codice della nazionalità, inoltre, non prevedeva nessuna apertura verso le
cosiddette seconde generazioni. Il Belgio aveva fatto dei passi avanti, ma non
erano sufficienti.
Nel maggio del 1991 scoppiarono “les émeutes de Forest”: i giovani di questo
quartiere popolare di Bruxelles si rivoltarono dopo un ennesimo controllo di
polizia finito male. “Erano stufi del razzismo, delle discriminazioni e dei
discorsi vuoti sull’integrazione”, afferma Rea, “anche perché i giovani di
origine marocchina e turca, figli di un’immigrazione più recente, non avevano
beneficiato della riforma del 1984”. Nel 1991 venne quindi approvata una nuova
legge, che oltre a rendere automatico il doppio ius soli (non
serviva più una dichiarazione dei genitori, la nazionalità era acquisita alla
nascita), introduceva lo ius soli temperato
anche per le seconde generazioni. “La riforma del 1991 cambiò profondamente le
circoscrizioni con una grande popolazione di origine straniera, che in alcuni
casi passò dal 57 per cento al 34 per cento”, osserva Rea.
Il Belgio ha portato avanti questo approccio inclusivo alla cittadinanza
approvando una legge, nel 2000, che semplificava le procedure per la
naturalizzazione. Da una decina d’anni, con l’affermarsi dei partiti
nazionalisti nelle Fiandre e della lotta al terrorismo, il vento è cambiato.
Oggi è più difficile accedere alla naturalizzazione e più facile essere privati
della cittadinanza belga se si infrange la legge. C’è anche qualche nostalgico
che sogna un ritorno allo ius sanguinis esclusivo.
Riguardo allo ius soli, come sottolinea Rea “è
una condizione necessaria ma non sufficiente per l’integrazione”. Anche se in
Belgio i giovani con una storia familiare di immigrazione non devono più
lottare per una riforma della cittadinanza, continuano a battersi contro
le discriminazioni e il razzismo strutturali, contro i controlli violenti da parte della polizia, contro
un sistema scolastico che produce disuguaglianza più che in molti
altri paesi europei.
L’Italia di oggi ricorda il Belgio di cinquant’anni fa. È un paese dove i
figli di immigrati ormai hanno figli, e le vite di entrambe le categorie, come
ha scritto il movimento Italiani senza cittadinanza nel suo appello al governo Draghi, “restano impantanate per legge”. E la legge,
impantanata nel passato, deve cambiare.
Quella che oggi conosciamo come Repubblica Democratica
del Congo, balzata improvvisamente alle cronache per l'omicidio del nostro
Ambasciatore (assieme al carabiniere di scorta e all'autista) si chiamava un
tempo Zaire e prima ancora Congo Belga. In realtà prima di essere una colonia
belga lo Stato Libero del Congo fu una proprietà, diretta e privata, di re
Leopoldo II di Belgio. Leopoldo fu definito da uno storico britannico come
"un Attila in vesti moderne". Governò il paese, tra il 1885 e
il 1908, (quanto un anno prima di morire dovette cedere il Congo alla
corona) nel terrore, reprimendo la popolazione locale nel peggiore dei modi. Il
Paese fu depredato di quei beni che allora facevano la ricchezza : l'avorio
e il caucciù. La mancanza totale del rispetto delle tradizioni, le violenza
e lo sprezzo per la vita "nera" furono il centro della politica di
Leopoldo.
Si deve a lui, e ai suoi uomini, quella pratica, poi
tristemente adottata in ogni parte del continente, di amputare le mani con il
macete a chi non lavorava o si ribellava. Così come erano diffuse ogni sorta di
violenza, soprattutto nei confronti delle donne e la pratica della schiavitù.
Sempre secondo gli storici trovarono la morte nei 20 anni di terrore un numero molto
vicino ai 10 milioni di congolesi su una popolazione di 25 milioni. Leopoldo fu
costretto a cedere la colonia proprio per le accuse di atrocità
internazionali. Nonostante i numeri quello del Congo non è mai stato
considerato un genocidio.
L'attuale capitale, Kinshasa, fino al 1966 e dalla sua
fondazione avvenuta nel 1881 portava il nome di Leopoldville (a dimostrazione
del fatto che il Belgio mai si dissociò dagli orrendi crimini avvenuti in quel
Paese).
Il Belgio resse la colonia per altri 50 anni, dal 1908
al 1960. Anni in cui Leopoldville diventò una città culturalmente molto attiva
(competeva con la sua "dirimpettaia", Brezzaville, separate dal fiume
Congo, il titolo di capitale africana della rumba). Anni in cui tra le due
guerre, fu fortemente potenziata l'attività estrattiva nel Paese. Dalle miniere
di uranio di Shinkolobwe proveniva il minerale usato per le bombe di Hiroschima
e Nagasaki. Il Paese è ritenuto uno scandalo geologico, nel suo sottosuolo si
trova di tutto: oro, diamanti, smeraldi, petrolio, uranio, manganese, cobalto,
rame e tantalio. Insomma tutto quello che il nostro Pianeta ha bisogno per ogni
sorte di tecnologia.
Negli anni '50 emerse un giovane leader, Patrick
Lumumba, visionario e panafricanista. Un leader che poteva cambiare,
se gli fosse stato concesso, le sorti dell'intero continente. Portò il Paese
all'indipendenza il 30 giugno 1960.
Ma si trattava di un'indipendenza effimera. Le potenti
compagnie minerarie sarebbero restate saldamente nelle mani dei Belgi e quando
solo pochi giorni dopo Lumumba nazionalizzò l'esercito ed era pronto a
nazionalizzare le risorse, lo Stato minerario del Katanga (con
l'aiuto dei parà del Belgio e di mercenari da ogni parte del mondo, Italia
compresa) dichiarò la secessione. La storia si sintetizza in poco: Lumumba
venne ucciso dai belgi con il benestare della CIA nel gennaio 1961, una
sanguinosa guerra civile si combattè tra il 1960 e il 1963 (l'intervento delle
Nazioni Unite costerà la vita al Segretario Generale Hammarskjold)
e a guidare il Paese giunse nel 1965 Joseph Desirè
Mobuto (poi divenuto Mubutu Sese Seko), uomo gradito all'
Occidente e agli Americani, baluardo anti-comunista in Africa che regnò (dal
1972 si auto-incoronò Imperatore) e uomo delle tangenti (generose delle
compagnie minerarie americane, francesi, sudafricane e belghe) tanto che nel
1984 il suo patrimonio era stimato in 5 miliardi di dollari (alla sua morte le
banche svizzere avevano i forzieri pieni dei suoi soldi - solo 8 milioni di
franchi furono confiscati alla sua famiglia). Morì nel 1997 in Marocco pochi
mesi dopo essere stato deposto da Laurent Desirè Kabila - storico rivale
che Che Guevara quando
assieme ad alcuni militari cubani era giunto in Zaire per addestrare i
congolesi alla rivoluzione aveva definito "un arrivista senza ideali".
Nel frattempo la situazione era - se possibile - ancor
più degenerata. A seguito del genocidio del Ruanda del 1994, il confine tra i
due Paesi (zona dove è stato ucciso l'ambasciatore italiano con il suo
carabiniere di scorta e l'autista) si riversarono prima i profughi in fuga
dalla carneficina e poi gli stessi carnefici.
Kabila fu poi ucciso nel 2001 lasciando il paese al
figlio Joseph che ne è stato Presidente fino al 2019.
Dall'inizio degli anni '90 ad oggi la Repubblica Democratica del Congo è teatro
di una guerra senza soluzioni. Si parla di oltre 160 diversi gruppi armati,
disposti a tutto, che mettono a ferro e fuoco l'intero Paese. Uomini che si
arricchiscono sfruttando fino alla morte bambini, uomini e donne (i bambini
vengono legati a testa in giù nei piccoli pozzi estrattivi e costretti a
scavare a mano, spesso vengono tirati su già morti) e che usano lo stupro come
arma di guerra (si parla di 500 mila stupri all'anno) ed è contemporaneamente
un modo per imporre il terrore e per sottolineare il fatto che la vita, qui,
non conta nulla. Armati fino ai denti (spesso gli scambi di minerali avvengono
in cambio di armi di ogni genere). Mentre in questo inferno tutto è possibile,
le estrazioni dei suoi minerali dal sottosuolo continua con grande continuità,
assicurando il fabbisogno dei Paesi ricchi, che in cambio chiudono entrambi gli
occhi.
Di Sancara su tutte queste vicende potete leggere:
L’Olocausto
ignoto: il Congo belga - Nunzia
Augeri
Gli ottimisti
parlano di tre milioni di vittime, i calcoli più pessimistici arrivano a
contare dieci milioni di uomini, donne, bambini schiavizzati, mutilati,
assassinati brutalmente. No, non si tratta dell’Olocausto che straziò l’Europa
dominata dal nazismo germanico, ma di un Olocausto ignorato, tuttora taciuto
sui libri di storia. Si svolse nelle terre africane che gli europei avevano
denominato Congo, ad opera dei belgi, e più precisamente per volere di quel
re Leopoldo II il cui monumento troneggia nel centro di
Bruxelles.
Tutto
comincia con un modesto impiegato, Edmund Morel, dipendente di una compagnia di
navigazione inglese. È un giovanotto di circa 25 anni quando nel 1898 viene
distaccato presso gli uffici della Compagnia al porto di Anversa, in Belgio. Ovviamente
interessato al traffico marittimo, comincia a notare un fatto strano: le navi
belghe tornavano dal Congo cariche di merci preziose, soprattutto avorio,
allora merce di lusso assai apprezzata e costosa, e di caucciù, già molto
necessario alle nascenti industrie – assai promettenti – dei velocipedi e delle
automobili, per le ruote dei veicoli. Quando ripartivano per l’Africa però le
navi non portavano altro carico che armi e materiale militare. Il giovane Morel
si domanda le ragioni di quello scambio così diseguale e
comincia a indagare. Il modesto impiegato inglese non sembra un eroe destinato
ad ergersi in difesa dei grandi ideali, ma quella indagine doveva diventare la
sua occupazione preminente e doveva permettergli di portare alla luce uno dei più
grandi disastri umani del colonialismo europeo: perché la conclusione tanto
logica quanto terribile fu che quelle merci erano frutto di lavoro
schiavistico.
Si tratta,
come abbiamo accennato, del Congo belga. Il Belgio era il penultimo arrivato
fra i paesi indipendenti d’Europa (ultima sarà l’Italia); aveva infatti
conquistato la propria indipendenza nel 1830 e i cittadini belgi avevano scelto
come re un principe tedesco, Leopoldo di Sassonia Coburgo Gotha, imparentato
con la casa reale d’Inghilterra (era zio materno della regina Vittoria), che
prese il nome di Leopoldo I. Nel 1835 era nato l’erede al trono, cui fu posto
lo stesso nome. Il giovane principe Leopoldo non si dimostrava particolarmente
brillante negli studi e aveva un unico grande interesse: la geografia. Appena
uscito dall’adolescenza, perfettamente in tono col suo tempo, cominciò a
ricercare territori coloniali su cui estendere la sovranità del suo piccolo
regno. Dopo qualche tentativo fallito in Asia, si rese conto che gli unici
territori su cui poteva sperare di lanciarsi erano in Africa.
I rapporti
fra africani ed europei si erano limitati alle zone costiere, dove per secoli
le navi avevano imbarcato soprattutto schiavi. Ma nel XIX secolo la schiavitù
cominciava ad avere pessima fama, perché non più funzionale a un capitalismo in
sviluppo industriale che aveva ormai bisogno di manodopera di natura diversa:
la guerra negli Stati Uniti era finita nel 1865 con l’abolizione della
schiavitù, e vari paesi latinoamericani scuotendosi di dosso il dominio
spagnolo avevano proclamato l’indipendenza e la libertà dei popoli autoctoni.
In Europa si era diffusa una tesi, accolta acriticamente, per cui il commercio
di schiavi era opera di mercanti arabi, mentre gli europei andavano in Africa
solo con il nobile scopo di portare la civiltà ed evangelizzare le popolazioni
selvagge.
Ormai verso
la fine del XIX secolo più che gli schiavi interessavano le materie prime di
cui i continenti extraeuropei erano ricchi, e di cui il nascente capitalismo
industriale aveva bisogno per il proprio sviluppo. Eroici esploratori si
lanciarono alla scoperta dell’interno del continente africano: fra questi era
diventato notissimo l’americano Henry Morton Stanley, in origine
giornalista, che nel 1871 aveva ritrovato l’esploratore e missionario David
Livingstone ancora vivo in un villaggio dell’interno. L’incontro con il giovane
Leopoldo, diventato re nel 1865, e il grande esploratore Stanley avvenne nel
1878, e fu l’inizio di un’avventura portata avanti con grande abilità politica
da parte di Leopoldo II e con grande coraggio e perseveranza da parte di
Stanley.
L’esploratore
aveva indicato la zone del fiume Congo come possibile territorio da esplorare:
il Congo, che sfocia nell’oceano Atlantico, è lungo 4.700 chilometri, ha la larghezza
massima di 126 chilometri e un bacino enorme di 3.730.500 chilometri quadrati,
che è il secondo al mondo dopo quello del Rio delle Amazzoni. Il clima è
tropicale e grandissime le ricchezze naturali.
Mentre
Stanley risaliva il fiume affrontando enormi difficoltà, Leopoldo II si muoveva
abilmente sullo scenario politico europeo e statunitense: nel 1876 organizzò
una Conferenza geografica, preparata dal re personalmente presso le corti di
Gran Bretagna e Germania. Vi furono invitati principi, esploratori, geografi,
missionari, rappresentanti delle organizzazioni umanitarie antischiavistiche,
uomini d’affari, alte gerarchie militari; tutti ospitati principescamente a
Bruxelles, proclamarono la nascita di una Associazione Internazionale
Africana, “per aprire alla civiltà la parte del globo dove essa non è
ancora penetrata, per bucare le tenebre che ancora avvolgono interi popoli”,
come disse Leopoldo nel suo discorso di benvenuto agli ospiti. Scopi
dell’Associazione erano “l’apertura di strade verso l’interno e la creazione di
basi scientifiche, di ospitalità e di pacificazione per abolire la tratta degli
schiavi”. La schiavitù era già stata abolita con diversi accordi internazionali
già dalla metà del secolo. Malgrado ciò, l’azione svolta con questa Associazione
conferì al re del Belgio un’aura umanitaria che per molti anni
lo favorì di fronte all’opinione pubblica sia in Europa che negli Stati Uniti;
qui, promuovendo un’efficace opera di lobby, egli si assicurò la benevolenza
del governo e del Congresso sotto presidenti sia repubblicani (Rutherford Hayes
e Chester Arthur) che democratici (Grover Cleveland).
Una nuova
Conferenza internazionale, questa volta promossa da Bismarck a Berlino nel 1878
per discutere i problemi relativi alla suddivisione dell’Africa, su cui ormai
si erano appuntate le attenzioni dei maggiori paesi europei, sancì la nascita
di una nuova Associazione Internazionale del Congo, su cui il re
del Belgio impose il suo indiscusso predominio, facendosi riconoscere dagli
ambienti diplomatici il primario interesse nella regione. La relazione con la
precedente Associazione Internazionale restava nebulosa, ma Leopoldo si era
ormai assicurato la fama di sovrano umanitario, giusto e pio: si trovò così
praticamente padrone – a titolo di proprietà privata personale – di un
territorio coloniale grande quanto Spagna, Francia, Italia, Germania e
Inghilterra messe insieme, cioè settanta volte più grande del Belgio
stesso.
La conquista
dell’enorme territorio fu compito di Stanley, che lottò per cinque anni per
esplorare il bacino del fiume. Fu aiutato dai nuovi strumenti che l’Europa
aveva sviluppato: i battelli a vapore che gli permisero di risalire il fiume,
almeno nelle parti navigabili, con una certa velocità e senza l’impiego di
rematori; e i nuovi fucili che gli permisero di fare strage delle popolazioni
locali, terrorizzate dall’incontro con quegli strani esseri. L’impresa
continuava a risucchiare enormi quantità di denaro: Leopoldo II, in base a un
accordo con il governo belga, non poteva chiedere denaro pubblico; si rivolse
perfino al Papa per avere contributi per la cristianizzazione delle popolazioni
selvagge, ma pare che non abbia avuto successo. Ne ebbe invece con alcune
grandi banche e con investitori privati interessati alla costruzione di un
ferrovia nel nuovo territorio da sfruttare.
Fino alla
morte del re, avvenuta nel 1909, lo sfruttamento si limitò ad avorio, caucciù e
legni pregiati. La raccolta e il trasporto delle merci, la produzione di viveri
destinati ai coloni europei che sempre più numerosi si installavano nel Congo,
nonché il lavoro necessario per la costruzione di strade e ferrovie, furono
compito delle popolazioni locali. Uomini e donne venivano deportati dai
loro villaggi, derubati delle loro derrate alimentari, incatenati al collo per
lunghe marce dolorose, obbligati a pesanti lavori con cibo scarso e
maltrattamenti, mentre i bimbi piccoli venivano semplicemente gettati via e i
più grandicelli radunati in “orfanatrofi” dove, affamati e trascurati ma
battezzati, la loro mortalità raggiungeva il 50%. Interi villaggi venivano
rasi al suolo per creare piantagioni di caucciù, e se non venivano consegnate
le quote fissate, per punizione a bambini e ragazzi venivano amputate le mani,
nella migliore delle ipotesi, oppure venivano uccisi. La minima mancanza era
punita con la chicotte, una frusta di pelle di ippopotamo che
infieriva in maniera particolarmente feroce sulle carni dei disgraziati. È la
situazione che il giovane Morel fece conoscere al mondo intero, provocando un
vasto movimento di opinione contro Leopoldo II. Alla morte del re, nel 1909,
tutto il territorio divenne colonia dello Stato belga.
Con il
tempo, nuove esplorazioni fecero scoprire ricchezze sempre più grandi: non solo
oro e diamanti ma anche petrolio e ultimamente anche le terre rare oggi
indispensabili per il progresso tecnologico, come il coltan, lega di columbio e
tantalio necessario per la costruzione di computer, smartphone e
per l’industria aerospaziale, non esclusi gli armamenti elettromagnetici di
nuova generazione. Tutte ricchezze che hanno suscitato la cupidigia dei paesi
più avanzati e hanno procurato grandi tragedie alla popolazione locale.
Dopo la
Seconda guerra mondiale, quando il vento dell’indipendenza cominciò a soffiare
forte su tutti i paesi coloniali, anche il Congo si risvegliò e trovò il suo
campione in Patrice Lumumba, capo del Movimento per l’indipendenza
del Congo. Il Belgio non aveva la possibilità di opporsi e di continuare a
gestire l’immenso territorio, tanto più dopo la sconfitta della Francia a Dien
Bien Phu e la guerra d’Algeria, allora in pieno svolgimento; nel giugno del
1960 il Congo poté proclamare la propria indipendenza. Ma le ricchezze
minerarie non potevano venir lasciate così facilmente nelle mani dei congolesi;
si fecero avanti con ben altra forza gli Stati Uniti, i quali appoggiarono una
secessione della parte nord-ovest del paese – cioè la zona mineraria più ricca
– che si proclamò Stato indipendente sotto il governo di Moise Tshombé.
Lumumba, accusato di essere comunista, venne preso e assassinato nell’ottobre
dello stesso anno.
Gli anni e i
decenni successivi non sono stati più clementi: il paese, sempre diviso in due
fra Repubblica Democratica del Congo (capitale Kinshasa) e Repubblica del Congo
(capitale Brazzaville), ha continuato ad essere sconvolto da guerre e scontri.
Dai primi anni di questo secolo, il coltan ha dato luogo a una guerra, quasi
totalmente ignorata dai mezzi di comunicazione italiani, che ha provocato circa
due milioni di vittime. Intere popolazioni sono state allontanate dalle proprie
terre e si sono disperse come profughi nel resto dell’Africa.
Se si
riflette sul passato del Congo, non diverso da quello di tante altre zone
d’Africa, Asia e America Latina, forse si possono capire meglio le ragioni
delle attuali migrazioni epocali, che tanto spaventano l’Europa e che portano a
erigere nuovi muri, negli USA come in Ungheria o in Italia con la chiusura dei
porti. Non si tratta di “aiutarli a casa loro”, bensì di cessare il secolare
sfruttamento che impoverisce e assassina interi popoli da interi secoli.
Storia: le atrocità di re Leopoldo II in
Congo - Raffaele
Masto
Falso
filantropo
Leopoldo II è ancor oggi una figura
controversa in Congo
Le terrificanti visioni che sconvolgono Kurtz sono le immagini
di un genocidio poco conosciuto, quello perpetrato tra fine Ottocento e inizio
Novecento da Leopoldo II del Belgio. Un sovrano subdolo e crudele, che passava
per essere un filantropo e che invece fu artefice di uno dei più grandi
misfatti della storia recente. Nel 1885 Leopoldo II riuscì a impossessarsi di
un immenso territorio (76 volte più grande del Belgio) ricoperto di foreste nel
cuore dell’Africa − il bacino idrografico del fiume Congo − grazie a
un’abilissima campagna di pubbliche relazioni, nel nome della promozione di
ricerche geografiche e scientifiche, della lotta ai mercanti di schiavi arabi, e
della diffusione della civiltà e del progresso.
Per raggiungere i suoi scopi, reclutò il più celebre esploratore
del suo tempo, Henry Morton Stanley, che percorse il fiume e stipulò centinaia
di contratti ingannevoli con capitribù locali e mise le basi per la costruzione
di un sistema di stazioni che facessero da collettori delle ricchezze della
foresta che attraverso il fiume potevano giungere ai porti sulla foce e da qui
in Europa.
Servi del
caucciù
Ma che cos’erano a quei tempi le ricchezze della foresta? Ce
n’era una, ambitissima dall’industria dell’epoca, una resina che si ricavava
incidendo la corteccia dei cosiddetti alberi della gomma e si raccoglieva in
recipienti messi ai piedi del tronco. Era il caucciù, che, grazie alla scoperta
del processo di vulcanizzazione, era destinato a diventare il precursore della
plastica. Per ottenere il controllo di questa materia prima strategica, re
Leopoldo organizzò un vero e proprio regime commercial-militare fondato
consapevolmente sul terrore.
Occorreva manodopera per raccogliere il caucciù e trasportarlo
fino al mare, così tutti gli africani furono obbligati a raccogliere quella
resina senza alcun compenso. Ogni villaggio doveva consegnare agli emissari del
re-filantropo una certa quota del prezioso prodotto vegetale: chi si rifiutava,
o consegnava quantità minori di quelle richieste, era punito duramente, fino
alla mutilazione: gli veniva tagliata una mano o un piede; alle donne, le
mammelle. Contro i ribelli si ricorreva all’assassinio, a spedizioni punitive,
distruzioni di villaggi, presa in ostaggio delle donne.
Crudeltà
disumana
A fare il lavoro sporco erano circa duemila agenti bianchi,
disseminati nei punti più importanti del “regno” di Leopoldo: molti di essi
erano malfamati in patria e malpagati in Congo. Ogni agente comandava truppe di
mercenari (sedicimila in tutto) e un certo numero di nativi armati, presi da
etnie diverse e dislocati nei singoli villaggi, per assicurare che la gente
facesse il proprio dovere. Se la quota era inferiore a quella stabilita, si
ricorreva a fustigazioni o mutilazioni. Era il metodo del terrore, tanto
efficace quanto diabolico.
Tutto questo accadeva nello Stato Libero del Congo, così
Leopoldo aveva chiamato il “suo” possedimento. Il risultato fu che, secondo
calcoli attendibili, nell’arco di un ventennio morirono circa dieci milioni di
persone, direttamente per le amputazioni o per le violenze, o indirettamente
per epidemie o per fame. Sì, per fame. Perché un’altra forma di punizione per
chi non riusciva a portare le quantità volute di caucciù era la distruzione dei
raccolti o addirittura dei villaggi. E portare la preziosa resina nelle
quantità volute diventava sempre più difficile, perché le piante adatte, visto
lo sfruttamento intensivo, si trovavano sempre più lontano dal fiume e molti
villaggi non riuscivano a onorare le richieste.
Testimoni
coraggiosi
Nell’agosto del 1908, poco prima di cedere ufficialmente la
propria colonia personale al governo del Belgio, Leopoldo II fece bruciare per
otto giorni consecutivi la maggior parte dei suoi archivi. «Regalerò ai belgi
il mio Congo, ma non avranno diritto a sapere ciò che vi ho fatto», disse. E,
oltre alle carte ridotte in cenere, ridusse drasticamente al silenzio i
testimoni scomodi. Fu così che una parte importante della storia della
dominazione europea in Africa venne cancellata.
A gridare al mondo ciò che accadeva in Congo furono un pugno di
eroi – giornalisti, esploratori, missionari o diplomatici – che fecero nascere
il primo movimento mondiale per la difesa dei diritti umani: Edmund Morel,
reporter e politico britannico che per primo indagò su ciò che accadeva in
Congo; George Washington Williams e William Sheppard, due neri americani, il
primo giornalista e il secondo predicatore cristiano, che smontarono la figura
da filantropo di re Leopoldo; Roger Casement, console britannico in Congo, che
raccontò in patria ciò che vedeva. Senza dimenticare Alice Seeley Harris e suo
marito John Harris, due missionari audaci che all’inizio del Novecento girarono
la foresta congolese con la Bibbia in una mano e la macchina fotografica
nell’altra. È grazie al loro coraggio se oggi possiamo pubblicare le
immagini-shock di quell’epoca. Quei preziosi testimoni denunciarono all’intero
mondo il regno del terrore di Leopoldo II, fermarono la carneficina dei popoli
indigeni e liberarono Kurtz dai suoi incubi.
Le persone che stanno manifestando contro il razzismo hanno preso di mira
quelle di Leopoldo II, considerato uno dei più spietati sovrani coloniali della
storia
Negli ultimi giorni in Belgio numerose statue del re Leopoldo II, che regnò
dal 1865 al 1909, sono state vandalizzate e prese di mira in tutto il paese
durante le proteste contro il razzismo innescate dall’uccisione di George Floyd
a Minneapolis, negli Stati Uniti, mentre gruppi di pressione che da tempo
chiedono la rimozione dei monumenti del vecchio re sono tornati a far sentire
le loro richieste.
Gli storici ritengono Leopoldo II uno dei più spietati sovrani coloniali
della storia, e il suo governo personale del Congo Belga, l’odierna Repubblica
Democratica del Congo, è ritenuto responsabile della morte di milioni di
abitanti del paese. Eppure il suo nome appare in vari luoghi pubblici: soltanto
a Bruxelles c’è una sua statua equestre nel centro della città e fino a poco
tempo fa il suo nome compariva in una fermata della metropolitana.
Il dibattito attorno alla sua figura ritorna ciclicamente nel paese e ad
alcuni ricorda un simile dibattito in corso negli Stati Uniti: quello
sulla rimozione delle
statue dei leader politici e militari schiavisti che nella
Guerra Civile americana combatterono dal lato della confederazione.
Oggi, con le proteste contro la brutalità della polizia americana che hanno
coinvolto tutto il mondo, queste discussioni hanno assunto una particolare
rilevanza internazionale.
Attivisti e manifestanti belgi e congolesi chiedono che le statue di
Leopoldo II vengano rimosse entro il 30 giugno, 60esimo anniversario
dell’indipendenza del Congo. I monumenti a un uomo responsabile di gravissimi
massacri, sostengono,
«non hanno posto a Bruxelles né in nessun altro luogo d’Europa».
Non sono molti a difendere la figura di Leopoldo II, che era stato oggetto
di critiche e controversie già nella sua epoca. Leopoldo ricevette il controllo
su quello che venne chiamato il “Libero stato del Congo” nel 1885, nel corso
della conferenza di Berlino, durante la quale le grandi potenze europee si
spartirono tra di loro una serie di aree geografiche africane non ancora
sottoposte a dominio coloniale.
All’epoca il Libero stato del Congo si trovava al confine tra le aree di
influenza francesi e britanniche. Il piano era di affidarlo a Leopoldo come
territorio “personale” e non come colonia appartenente al governo belga, così
da creare uno stato cuscinetto tra i due grandi rivali, neutrale e aperto al
commercio internazionale.
Questo accordo fece sì che per 23 anni Leopoldo governò personalmente e
direttamente il Libero Stato del Congo, sostanzialmente senza alcuna
supervisione parlamentare o governativa, e lo gestì come una sorta di suo
investimento personale il cui scopo era quello di produrre un guadagno per lui
e gli altri investitori nell’impresa.
Leopoldo si arricchì enormemente grazie al commercio di avorio e alla
coltivazione della gomma, due attitivà a cui i suoi funzionari si dedicarono
con particolare brutalità. Gli abitanti del paese vennero sottoposti a un
regime spietato di lavori forzati, obbligati a vivere in baraccamenti
insalubri, esposti alla durissima disciplina della milizia para-statale Force
Publique.
Una punizione particolarmente comune all’epoca era il taglio di una mano o
del piede a coloro che non raggiungevano le quote stabilite per la produzione
di gomma o avorio. A volte a subire la mutilazione erano figli o mogli dei
lavoratori, così da permettere a questi ultimi di continuare a lavorare.
Presto, fotografie dei membri della Force Publique che
reggevano arti mozzati iniziarono a circolare in Europa e divennero uno dei
simboli più evidenti della crudeltà del regime di Leopoldo.
All’epoca tutte le potenze europee erano impegnate nell’amministrazione di
vasti imperi coloniali nei quali il potere veniva esercitato con vari gradi di
brutalità. Nello stesso periodo, ad esempio, il governo tedesco stava compiendo
un genocidio dei popoli autoctoni di quella che è oggi la Namibia: uno
sterminio sistematico, anche se numericamente molto più ridotto di quello che
avveniva in Congo.
Quello che accadeva nel Libero Stato del Congo, però, divenne oggetto di
una speciale riprovazione internazionale: in parte per lo scarso peso politico
di Leopoldo II, in parte per il livello di spietatezza raggiunto
dall’amministrazione coloniale locale e per le conseguenze che produsse.
Le stime variano molto, ma secondo gli storici durante l’amministrazione di
Leopoldo tra i 5 e i 15 milioni di congolesi morirono a causa dei lavori
forzati, delle violenze e dell’epidemie causate dalla malnutrizione, e
dall’obbligo di vivere ammassati intorno alle piantagioni di alberi della
gomma.
L’espressione “crimini contro l’umanità” fu utilizzata, era una delle prime
volte, per descrivere l’oppressione subita dagli abitanti del paese, mentre un
numero crescente di racconti provenienti in gran parte da missionari rivelava a
tutta Europa cosa stesse succedendo nel paese.
Nel 1908 la crescente pressione nazionale e internazionale spinse il
governo belga a mettere fine all’esperimento del Libero Stato del Congo e ad
annettere direttamente il paese. Il lavoro forzato venne abolito, così come gli
eccessi peggiori dell’amministrazione di Leopoldo. La vita nel paese continuò
ad essere brutale, ma il numero di morti e l’entità delle violenze non
raggiunsero più il livello toccato negli anni precedenti.
Leopoldo morì l’anno successivo e a lungo venne ricordato soprattutto come
un monarca costruttore, che aveva dato al Belgio alcuni dei suoi edifici più
simbolici, come il palazzo reale di Bruxelles. Gli vennero dedicate più di una
dozzina di statue e busti, molti dei quali celebravano esplicitamente le sue
imprese nell’Africa Centrale. Altrettanti monumenti sono stati eretti alle
imprese coloniali del Belgio in generale.
Il suo ruolo sanguinario e quello del paese nella storia dell’Africa
Centrale, invece, è stato a lungo rimosso. Né il governo belga né la sua
famiglia reale hanno mai chiesto scusa per quello che accadde nel Libero Stato
del Congo e, fino agli anni Novanta, il museo africano di Bruxelles non
conteneva un solo riferimento ai massacri compiuti all’epoca di Leopoldo.
La situazione è iniziata a cambiare alla fine degli anni Novanta, con la
pubblicazione di una serie di libri su Leopoldo, molti dei quali estremamente
critici. Da allora, le critiche al re e al passato coloniale del paese e gli
attacchi alle sue statue non sono mai cessati.
Chi è
stato Leopoldo II del Belgio e perché vogliono buttare giù la sua statua - Alice Masoni
Le
proteste in Europa per l’omicidio di George Floyd hanno un significato diverso
nei Paesi dove il passato coloniale è presente in ogni via e piazza. Come nel
caso del Belgio dove attivisti e manifestanti hanno preso di mira la
statua di re Leopoldo II in numerose città: Bruxelles, Gent, Ostenda e per
ultima Anversa, chiedendone la rimozione.
Proprio
ad Anversa, la statua raffigurante uno dei “più grandi re del Belgio”, il cui
nome completo è Leopoldo Luigi Filippo Maria Vittori di
Sassonia-Coburgo-Gotha è stata tolta dal piedistallo. La presenza di re
Leopoldo II, non si limita alle statue in suo onore, ma si
estende anche a un gran numero di piazze e strade che portano il suo nome, e
che si ritrovano un po’ ovunque all’interno del Paese. È così evidente quanto
questa figura sia stata e sia ancora rilevante nel passato e nel presente
del Belgio: un paese enormemente complesso e diviso sotto vari punti di vista
(linguistico, culturale, politico, economico) e di cui da fuori si fa quasi
fatica a immaginarne un passato di unica potenza coloniale, che trascende e
supera le differenze interne.
Di
origini tedesche, il secondo figlio di Leopoldo I del Belgio e della sua seconda
moglie, la principessa franceseLuisa d’Orléans,Leopoldo governò il Paese per circa 40 anni, dal 1865 al 1909. È
passato alla Storia come il “re costruttore”. Peccato però che i tanti progetti
del suo regno siano stati finanziati depredando soprattutto di avorio e gomma
l’attuale Repubblica Democratica del Congo, colonizzata nel 1885 con
l’istituzione del cosiddetto Stato “Libero” del Congo.
Leopoldo
II non è infatti ricordato soltanto per le opere architettoniche che ha fatto
costruire, ma anche per essere responsabile di una delle più cruente operazioni
di colonizzazione durante la storica “spartizione dell’Africa” da parte delle
potenze europee a partire dal 1880 fino all’inizio della Prima Guerra
Mondiale.
Secondo
gli storici durante il suo regno sono morte circa 10 milioni di persone in
Congo: poco meno dell’intera attuale popolazione del Belgio, che sia aggira
attorno agli 11 milioni. Si tratta di un vero e proprio genocidio,
caratterizzato anche da aberranti forme di schiavitù, violenza e tortura nei
confronti della popolazione autoctona.
Le
proteste dei belgi contro il loro re simbolo del passato coloniale non sono un
fenomeno recente, ma vanno avanti già da almeno una quindicina di anni. «Quello
a cui stiamo assistendo in questi giorni non è una novità», spiega Benoît
Henriet, professore di storia contemporanea alla Vrije Universiteit Brussel,
specializzato in storia coloniale e postcoloniale del Congo.
È
piuttosto la prova tangibile «di un fenomeno presente non solo all’interno di
questo Paese, ma anche in altri Stati europei e non, come il Regno Unito, il
Sudafrica o gli Stati del Sud degli Stati Uniti, fortemente segnati da un
passato colonialista e dalle conseguenze che questo passato ha sul
presente».
Le
immagini a cui assistiamo sembrano trasmettere l’idea di un Paese che più o meno
uniformemente contesta il suo passato coloniale e le violenze che lo hanno
caratterizzato. In realtà la situazione non è così lineare come sembra. «Da
circa 20 anni a questa parte stiamo assistendo a una crescita significativa di
studi e ricerche che affrontano la colonizzazione del Congo in chiave critica»,
spiega Henriet.
«Solo
in piccola parte questi studi riescono a raggiungere il cittadino medio belga.
E nei pochi casi in cui storici e ricercatori vengono interpellati dai media,
ci si limita a chiedere cosa sia realmente successo nel Libero
Stato del Congo, se effettivamente si possa parlare di genocidio e se Leopoldo
II ne debba esser considerato il maggior responsabile. Si tratta di
interrogativi su cui la comunità accademica ha raggiunto un ampio consenso da
tempo. Ma a giudicare da come i media tradizionali si rapportano a questa
tematica, lo stesso non si può dire per quanto riguarda l’opinione pubblica in
generale».
Il tema
del controverso passato coloniale belga sembra essere più o meno un tabù anche
a scuola. «Fino a questo momento gli insegnanti di storia delle scuole
superiori non erano obbligati a inserire il colonialismo belga all’interno dei
programmi scolastici», spiega Henriet.
Solo in
questi ultimi giorni, i ministri dell’educazione di Vallonia e Fiandre,
Caroline Desire e Ben Weyts (quest’ultimo tra l’altro appartenente al partito
nazionalista conservatore fiammingo dell N-VA) hanno annunciato di voler
introdurne l’obbligatorietà.
C’è una
parte di società belga che è ancora profondamente legata alla figura di
Leopoldo II, e che lo esalta come uno dei più grandi re del Belgio. Anche se
«negli ultimi anni una parte significativa della popolazione si è dimostrata
pronta a fare i conti con il passato, e a mettere in discussione il ruolo che
ha avuto la monarchia belga nella colonizzazione del Congo», chiarisce
Henriet.
Sono
stati pubblicati libri sul tema che sono diventati veri e propri best-seller
sia nella comunità francofona che in quella fiamminga; lo scrittore Lucas
Catherine, autore del libro “On the evolution of Congolese history education
in Belgium”, ha organizzato tour turistici attraverso Bruxelles che
individuano le aree della città in cui le tracce del passato coloniale belga
sono più evidenti. La tematica è sbarcata anche in televisione, con
programmi dedicati e molto seguiti. «Quello che ancora sembra rimanere
invariato è la (mancata) risposta e reazione da parte delle autorità politiche
e governative del Paese», conclude però Henriet.
La
critica alla colonizzazione del Congo è evidente anche guardando alla
storia del Museo Reale per l’Africa Centrale di Tervuren
(comune fiammingo alle porte di Bruxelles). Aperto per la prima volta nel 1910,
fino all’anno scorso il museo di fatto esaltava il passato di gloria coloniale
e imperiale del Paese, cancellandone interamente le atrocità annesse. Ed è con
questo preciso scopo che il museo fu fatto costruire dallo stesso Leopoldo II,
morto un anno prima della sua inaugurazione.
Dopo un
periodo di circa 6-7 anni di lavori di ristrutturazione, il museo ha riaperto
nel dicembre 2018, annunciando un cambiamento di narrazione e visione: non più
una vetrina sul passato imperiale del Belgio ma piuttosto, una (tentata)
valorizzazione della cultura congolese. L
’operazione
però è riuscita solo in parte, soprattutto secondo il parere della comunità di
attivisti e storici che riconoscono sì, il genuino tentativo di cambiamento di
visione, ma ritengono al tempo stesso che si sia attuato un cambiamento solo
esterno di facciata, che non va a toccare le radici del problema. «Se il museo
può mostrare esempi tangibili di usi, costumi e cultura congolese, è perché la
loro stessa presenza è diretta conseguenza ed eredità del suo passato coloniale
e colonialista», chiarisce Henriet.
La
rimozione delle statue di Leopoldo II (o di altre figure simili, sia in Belgio
che altrove) riesce davvero nell’intento di scuotere le coscienze e alimentare
un dibattito e un confronto sul tema, da parte non solo di attivisti e
accademici, ma anche di opinione pubblica e autorità politiche?
Secondo
Henriet, bisogna far attenzione ad un particolare non secondario. «Nessun
attivista chiede il semplice smantellamento delle statue, ma la
decolonizzazione completa degli spazi pubblici». Questa può avvenire solo
attraverso una serie strutturata e sistematica di interventi, che hanno come
obiettivo quello di produrre una presa di posizione forte da parte di esponenti
politici e governativi, diretti ad una valutazione critica della presenza
coloniale.
«Non si
tratta solo di tirare giù delle statue – mette in chiaro Henriet – ma di
mettere in atto un programma che affronti il problema a più livelli: dagli
esempi visibili del passato coloniale, all’inserimento di quest’ultimo
all’interno dei programmi sia scolastici che universitari, passando per il
razzismo sistemico ancora presente in modo significativo all’interno della
società belga».
Tutti quei
crimini che oggi incominciamo a vedere - Franco Cardini
Nella complessa geografia politica dell’Africa le aree centrali del grande
continente sono fra le più difficili da decifrare perché emergono – a poco a
poco e solo da poco – dalla grande nebulosa che chiamiamo, collettivamente,
Congo, e che ha dato vita a diversi Stati venuti fuori dai domini coloniali
all’indomani della seconda guerra mondiale. Fra questi l’antico Congo belga
oggi Repubblica Democratica del Congo, rimasta sotto il dominio di Bruxelles dal
1908 al 1960: ma prima di allora, tuttavia, la corona belga con il sovrano
Leopoldo II aveva già giocato un ruolo importante nell’area.
Torniamo a parlarne oggi perché ad Anversa una statua del sovrano è stata
rimossa da una piazza a seguito del movimento che, tra Stati Uniti e Europa,
sta abbattendo o imbrattando le statue di personaggi che sono venerati come
simboli della nazione, ma che allo stesso tempo si sono macchiati di crimini
coloniali e schiavisti.
In Belgio il movimento Réparons l’Histoireha lanciato una
petizione chiedendo di rimuovere tutte le statue di Leopoldo II. Intendiamoci:
è chiaro che la storia non si 'ripara' e non è compito degli storici giudicare
il passato; il loro ruolo è studiarlo, comprenderlo e insegnarlo. Tuttavia, non
bisogna neppur credere ingenuamente che la realtà politica e il pensiero etico
si esprimano e si esauriscano tutti e solo all’interno delle aule universitarie
e dei seminari accademici: l’iconoclastia, cioè l’abbattimento dei simboli di
potere o la cancellazione delle immagini, sono una costante della nostra
storia; e la dimensione simbolica di tale azione non può nemmeno essere posta
alla stregua di una qualche conferenza erudita.
A Londra una statua di Winston Churchill è stata imbrattata con uno scritta
che accusa lo statista inglese di essere stato un razzista, il che è noto è
comprovato: Churchill definiva 'bestie' gli indiani e diceva che gli espropri
dei Nativi americani e degli aborigeni australiani erano giustificati dalla
necessità del trionfo della razza bianca; e fece anche di peggio, come quando
durante la Seconda guerra mondale non permise alle derrate alimentari di
raggiungere il Bengala, sotto il controllo britannico, affetto da una grave
carestia, preferendo stornarle verso i suoi compatrioti: un’azione che portò
alla morte di quattro milioni di persone.
Eppure per gli inglesi Winston Churchill significa la vittoria contro il
nazifascismo: ecco che, dinanzi all’assenza di una memoria condivisa e al
fenomeno per cui l’eroe secondo alcuni è un aguzzino secondo altri, la rabbia
iconoclasta si propone come una risposta antropologicamente pregnante.
L’ha benissimo spiegato, a proposito di altre iconoclastie, David Freedberg
nel suo apprezzatissimo Il potere delle immagini. Nel caso di
Leopoldo II la storia è forse meno nota. Nel 1876, il re belga organizzò
l’Associazione Internazionale Africana con la collaborazione dei principali
esploratori sul continente e il sostegno di diversi governi europei per la
promozione dell’esplorazione e della colonizzazione dell’Africa. Dopo che Henry
Morton Stanley aveva esplorato la regione in un viaggio che si concluse nel
1878, Leopoldo corteggiò l’esploratore e lo assunse per sostenere i suoi
interessi nella regione e, dal momento che il governo belga mostrava scarso interesse
per l’impresa, il sovrano decise di portare avanti la questione per conto
proprio.
La rivalità europea in Africa centrale condusse presto però a tensioni
diplomatiche, in particolare per quanto riguardava il bacino del fiume Congo
che nessuna potenza europea aveva ancora rivendicato. Nel novembre 1884 Otto
von Bismarck convocò a Berlino una conferenza di 14 nazioni per trovare una
soluzione pacifica alla crisi congolese. Nel corso di essa, pur senza formale
approvazione delle rivendicazioni territoriali delle potenze europee in Africa
centrale, ci si accordò su una serie di regole per garantire una pacifica
spartizione dell’area. Esse riconoscevano il bacino del Congo come 'zona di
libero scambio' (un eufemismo splendido!). Leopoldo II uscì dai lavori della
Conferenza con una grande quota di territorio a lui assegnata come 'Stato
libero del Congo, organizzato come un’impresa corporativa privata gestita
direttamente da lui attraverso un 'libero sodalizio', l’Association Internationale
Africaine, appunto.
L’entità definita 'Stato libero', comprendente l’intera area dell’attuale
Repubblica Democratica del Congo, sussisté dal 1885 al 1908: solo allora, alla
morte di Leopoldo, il governo belga procedette senza entusiasmo a un’annessione
(molti i voti contrari in Parlamento). Sotto l’amministrazione di Leopoldo II,
lo 'Stato libero del Congo' era stato un disastro umanitario, un’autentica
infame sciagura. La mancanza di dati precisi rende difficile quantificare il
numero di morti causate dallo spietato sfruttamento e dalla mancanza di
immunità a nuove malattie introdotte dal contatto con i coloni europei: come la
pandemia influenzale del 1889-90, che causò milioni di morti anche nel
continente europeo tra cui il principe Baldovino del Belgio. La Force
Publique, esercito privato sotto il comando di Leopoldo, terrorizzava
gli indigeni per farli lavorare come manodopera forzata per l’estrazione delle
risorse. Il mancato rispetto delle quote di raccolta della gomma era punibile
con la morte. Le punizioni corporali, comprese crudeli mutilazioni, erano
ordinarie.
I miliziani della Force Publique erano tenuti a fornire
una mano delle loro vittime come prova che 'giustizia era stata fatta'. Intere
ceste di mani mozzate erano poste ai piedi dei comandanti; a volte i soldati ne
tagliavano a prescindere dalle quote di gomma, per poter accelerare il congedo
dal servizio militare. Nei raid punitivi contro i villaggi uomini, donne e
bambini venivano impiccati e appesi alle palizzate. Il trattamento riservato
agli indigeni, insieme alle epidemie, causò nel Congo di Leopoldo II una crisi
demografica gravissima; anche se, come detto, le stime di morti variano, si
parla di cifre che vanno tra i dieci e i venti milioni. Se tutti i regimi
coloniali hanno accumulato una quota notevole di quelli che ormai definiamo
'crimini contro l’umanità', e che nella pratica significano massacri impuniti
di popolazioni locali, il caso di Leopoldo II è particolarmente efferato perché
il Congo, prima del 1908, era una sua proprietà personale e le leggi provenivano
direttamente da lui: da un sovrano costituzionale, cattolico e liberale.
Abbattere le statue dei responsabili di tali infamie non cambia certo il
passato né risarcisce le vittime: semmai, chissà, forme più pesanti di damnatio
memoriae sarebbero opportune soprattutto nei confronti di figuri che
sino ad ieri venivano onorati come eroi civilizzatori. Il vero problema non è
comunque l’iconoclastia quanto semmai il fatto che di questi crimini non si
legga sui libri di scuola, che si continui a considerarli 'minori' rispetto ad
altri.
Forse gli iconoclasti di oggi segnalano che finalmente è arrivato il
momento di parlarne. San Giovanni Paolo II aveva fatto in merito un gesto
esemplare e decisivo, quando aveva chiesto al genere umano perdono per i delitti
dei cattolici nella storia. Ma quella scelta implicava anche un severo
mònito: s’invitava con essa altre Chiese e religioni, altre associazioni, altri
sistemi sociali a fare altrettanto. Molti risposero riduttivamente, quasi
insoddisfatti: 'era ora' che la Chiesa di Roma riconoscesse i suoi crimini. Il
fatto era però che altri non erano stati da meno e molti erano stati da più: e
non bastava certo l’alibi dell’unanime condanna dei delitti di Hitler e di
Stalin. Papa Francesco, come gesuita argentino, sa bene che la Compagnia, nel
Settecento, venne disciolta soprattutto in quanto alcuni governi europei
protestarono contro la sua azione in favore degli indios dell’America latina
contro le razzìe e i lavori forzati loro imposti dagli schiavisti.
E non parliamo del genocidio dei native Americans che fa parte
integrante della storia della costruzione della 'nazione americana'
statunitense. Troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare
genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di
non sapere che esso fu parte della marcia verso il 'progresso' e
l’arricchimento dell’Europa liberista. Finché non faremo radicalmente e
sistematicamente tutto ciò, il lavoro di 'purificazione della memoria'
indirizzato a stigmatizzare i crimini nazisti e stalinisti sarà un esercizio
ipocritamente lasciato a metà strada. Non esistono crimini 'condannabili' e
crimini 'giustificabili': i crimini sono crimini e basta.
Ed è fino dalla scuola che bisogna imparare a riconoscerli, anche con una
diversa lettura del passato. E ciò, attenzione, non è 'revisionismo'. È
puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e
di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica
continua del passato alla, luce del presente e in funzione del futuro –, allora
non è nulla.
Il Belgio prova ad affrontare le ombre del suo passato
coloniale- Francesca Spinelli
Il suo nome spicca tra quelli degli schiavisti e dei colonialisti presi di
mira dai manifestanti in tutto il mondo: Leopoldo II, re del Belgio dal 1865
fino alla sua morte nel 1909 e padrone dello Stato libero del Congo dal 1885 al
1908. Se qualcuno ancora non lo conosce, ci penserà Ben Affleck a colmare la
lacuna: nel 2019 ha annunciato che girerà e produrrà un film ispirato al
libro pubblicato nel 1998 dal giornalista statunitense Adam Hochschild: Gli spettri del Congo. Re Leopoldo II del Belgio e l’olocausto
dimenticato. Per la maggior parte degli storici non si può parlare
né di olocausto né di genocidio, ma la brutalità del dominio di Leopoldo II su
quel territorio, ottenuto come proprietà personale alla conferenza di Berlino,
faceva scalpore già alla fine dell’ottocento, al punto che il re fu costretto a
cedere il “suo” Congo allo stato belga nel 1908.
E dire che il secondo sovrano del Belgio sperava di congedarsi con
discrezione dalla storia. Nel suo testamento scriveva: “Chiedo perdono per gli
errori che potrei aver commesso nel corso della mia esistenza. Spero che mi
saranno perdonati. Chiedo un funerale semplice, alle sette del mattino, in
presenza del personale del castello”. Non gli diedero retta. Il 22 dicembre
1909 una grande folla si
accalcò davanti alla cattedrale dei santi Michele e Gudula a
Bruxelles. Secondo la stampa britannica dell’epoca, il feretro fu accolto dai
fischi.
Anche in Belgio le proteste scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd
hanno riacceso il dibattito sulla colonizzazione e sul razzismo. Ricordato ai
quattro angoli del paese da statue, nomi di strade, piazze e tunnel, Leopoldo
II si è preso, e continua a prendersi, la sua dose di picconate, verniciate e
scritte antirazziste. Una petizione che chiede la rimozione di
tutte le sue statue a Bruxelles entro il 30 giugno, giorno del sessantesimo
anniversario dell’indipendenza del Congo, ha superato le ottantamila firme. Ma
sono oltre ventimila le persone che, attraverso un’altra petizione ne chiedono il mantenimento. Il
30 giugno il re Filippo del Belgio ha inviato una lettera a Félix
Tshisekedi, il presidente della Repubblica Democratica del Congo, in cui
esprime il suo “profondo dispiacere” per le “ferite” inflitte durante il
periodo coloniale.
In ritardo
Per decenni la questione coloniale non ha suscitato dibattito in Belgio, a
differenza di quanto accadeva in Francia, nei Paesi Bassi o nel Regno Unito.
Come l’Italia, il Belgio è “in ritardo”, osserva Georgi Verbeeck, docente di
storia moderna e cultura politica all’università di Maastricht: una prima volta
come potenza coloniale, smaniosa di affermare il suo prestigio di nazione
ancora giovane, e una seconda volta come società postcoloniale, a lungo
incapace di “riesaminare in modo critico la propria storia”.
Molti belgi hanno vissuto come un trauma la conquista dell’indipendenza da
parte del Congo nel 1960. Convinti anche loro di essere “brava gente”, non si
capacitavano di essere stati cacciati. A quella nostalgia per la colonia
perduta, scrive Verbeeck, s’intrecciava la certezza di non essere in alcun modo
responsabili del “turbolento processo di decolonizzazione” in Congo.
Specchio di quella visione statica e acritica, il Museo reale dell’Africa
centrale, inaugurato da Leopoldo II, ha continuato a viaggiare indisturbato nel
tempo, come un mostruoso relitto del passato. Intanto nelle scuole del paese,
quel capitolo della storia belga passava sotto silenzio.
Un lento risveglio
Il Belgio è andato avanti così, tra amnesia, torpore e ignoranza, fino agli
anni novanta, quando è cominciato un lento e travagliato risveglio. Due
commissioni parlamentari hanno tentato di fare chiarezza sulle responsabilità
del paese negli eventi in Ruanda del 1994 (il Ruanda-Urundi fu un territorio
coloniale belga dal 1924 al 1962) e nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo
capo del governo della Repubblica Democratica del Congo, ucciso il 17 gennaio
1961. Le loro conclusioni – considerate estreme da alcuni, troppo caute da
altri – hanno contribuito a intaccare il mito dell’“innocenza del Belgio”.
Nel 2003 la televisione belga ha trasmesso il documentarioLes ravages du roi Léopold II, versione francese
di White king, red rubber, black death, una coproduzione diretta
dal britannico Peter Bate e tratta dal libro di Hochschild. Il ritratto del
monarca – avido, senza scrupoli, sanguinario e razzista – ha offeso parte dei
belgi. Altri hanno deciso di mettere in azione quel giudizio storico: le prime
contestazioni di statue risalgono infatti al 2004. Ma nonostante una
mobilitazione crescente, sostenuta da associazioni più o meno radicali come
Mémoire coloniale, Change asbl e Nouvelle voie anticoloniale, le cose sono
cambiate poco.
Il Museo dell’Africa centrale, chiuso nel 2013 per ristrutturazione, ha
riaperto tra le critiche nel 2018. Per molti, tra cui gli esperti africani che
si sono rifiutati di collaborare di fronte al “vuoto teorico” del progetto, si
è sprecata un’occasione di trasformare il museo in “spazio critico al servizio
di tutta la società”, come scrive l’artista e storico dell’arte Toma
Muteba Luntumbue. Vittoria isolata: nel 2018, dopo una campagna durata dieci
anni, è stata inaugurata a Bruxelles una piazza Patrice Lumumba.
Prove evidenti
Oggi, in Belgio come altrove, si sente dire che le statue non vanno rimosse ma
“spiegate”, “contestualizzate”, e che il problema vero, in fondo, non sono
nemmeno le statue, ma il razzismo, le discriminazioni, la mancanza di
prospettive per i giovani neri. Come se ogni busto, monumento e nome di strada
legato al colonialismo – in Belgio sono almeno 450, secondo l’elenco compilato dallo
storico Matthew Stanard – non fosse la faccia spudorata di un sistema che ha prodotto
e continua a produrre quelle ingiustizie.
A Bruxelles, più che in altre metropoli europee, l’impronta del
colonialismo va oltre i monumenti e i nomi di strade. Con le ricchezze
accumulate sfruttando le risorse e il popolo congolesi, Leopoldo II ha dato
alla città il suo volto moderno, facendo costruire viali e palazzi e creando
mille ettari di spazi verdi. Tutte queste trasformazioni – rese possibili dalla
spoliazione del Congo e facilitate dalla legge sugli espropri del 1867 –
richiesero la demolizione di interi quartieri operai. Viali e parchi fanno
ormai parte del tessuto urbano, i quartieri operai non torneranno. Ma le statue
e i nomi di strade si possono rimuovere dai loro immeritati posti d’onore, e
sostituire con altre statue e altri nomi che riflettano i valori di cui le
nostre istituzioni si riempiono la bocca: uguaglianza, libertà, dignità.
Una buona sintesi del lavoro che il Belgio dovrebbe intraprendere l’hanno
fornita nel 2019 quattro esperti delle Nazioni Unite, incaricati di indagare sulla
condizione delle persone afrodiscendenti nel paese. “Esistono prove evidenti
che la discriminazione razziale è endemica nelle istituzioni belghe”, si legge nel loro rapporto preliminare.
“Le cause profonde di queste violazioni dei diritti umani vanno ricercate nel
mancato riconoscimento della reale portata della violenza e dell’ingiustizia
della colonizzazione”. Seguono 37 raccomandazioni, alcune delle quali tornano
tra le misure annunciate di recente dalle autorità belghe.
La camera dei deputati ha approvato l’istituzione di una
commissione parlamentare sul passato coloniale belga. La ministra francofona
dell’istruzione Caroline Désir e il suo omologo fiammingo Ben Weyts vogliono
rendere obbligatorio l’insegnamento della storia
del colonialismo. Quanto alle statue, Pierre Kompany (primo politico nero
eletto a capo di una giunta municipale) sostiene che avrebbero dovuto essere
trasferite in un museo già da tempo. “Nessuno ci entrerebbe per
spaccarle”, osserva, e chi vuole “pagherebbe per andarle a
vedere”.
C’è poi la questione delle riparazioni, a proposito della quale gli esperti
dell’Onu ricordano: “Il diritto alle riparazioni per le atrocità del passato
non è soggetto a termine di prescrizione”. Il 24 giugno cinque donne hanno citato in giudizio lo
stato belga per crimini contro l’umanità. Nate nel Congo belga da madri
congolesi e padri bianchi, furono sottratte alle loro famiglie e messe in un
istituto religioso. Le scuse ufficiali presentate nel 2019 dall’allora primo
ministro belga Charles Michel, hanno dichiarato le cinque donne alla stampa,
non sono bastate.
Al di là delle rivendicazioni individuali (tutte preziose, tanto più che le
testimoni e i testimoni del periodo coloniale sono già in là con gli anni), chi
denuncia le tracce del passato coloniale è parte di un movimento ampio,
intergenerazionale e transnazionale che, contrariamente a quanto affermano i
suoi detrattori, non vuole cancellare il passato ma svelarlo, e combatterne gli
effetti quando è fonte di oppressione.