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sabato 26 ottobre 2024

L’età dell’oro: il Burkina Faso nazionalizza le miniere e ora attende la reazione delle compagnie occidentali - Simona Losito

 

Il Burkina Faso è uno dei maggiori produttori d’oro del continente africano. L’estrazione aurifera rappresenta una delle principali fonti di reddito per lo Stato e un pilastro dell’economia nazionale. Tuttavia, le risorse minerarie del Paese sono storicamente state sfruttate in gran parte da compagnie straniere, con benefici spesso limitati per la popolazione locale. Recentemente, il governo ha annunciato una svolta epocale: la nazionalizzazione delle miniere d’oro. Ad agosto ci sono state le prime nazionalizzazioni ai danni di società britanniche e statunitensi. Prima la miniera di Boungou, gestita dalla britannica Endeavour Mining, e quella di Wahgnion, gestita dalla statunitense Burkina Lilium Mining.

Questa decisione fa parte di una serie di azioni che vede diverse nazioni africane riappropriarsi delle risorse della propria terra al fine di riorientare i profitti a proprio vantaggio, soprattutto da parte di quegli Stati che puntano all’indipendenza dalle direttive neocoloniali occidentali. Si parla in particolar modo delle nazioni del Sahel, nonché luoghi in cui negli ultimi anni si sono verificati numerosi colpi di Stato per rovesciare i governi filoccidentali. E il Burkina Faso è tra questi.

La notizia ha suscitato sia entusiasmi sia preoccupazioni. Da un lato nazionalizzare le miniere d’oro significa ricondurre le risorse naturali e i possibili guadagni nelle mani dello Stato, accertandosi che i profitti dell’estrazione mineraria rimangano nel Paese. Dall’altro, le conseguenze per il mercato internazionale sono inevitabili.

Le miniere del Burkina Faso

Il Burkina Faso ha iniziato a sfruttare il suo potenziale minerario su larga scala negli anni Novanta, quando sono state aperte le porte agli investimenti stranieri in seguito a una serie di riforme economiche. Le compagnie minerarie multinazionali, attratte dall’abbondanza di giacimenti e dalla relativa stabilità politica, hanno iniziato a operare nel Paese, instaurando relazioni con il governo per lo sfruttamento delle risorse.

Durante il periodo coloniale, la Francia esercitava un controllo diretto sull’economia delle sue colonie, sfruttando le risorse minerarie per alimentare l’industria nazionale. Dopo l’indipendenza, nel 1960, l’influenza francese non è scomparsa del tutto, ma si è trasformata in un modello neocoloniale e ha continuato a mantenere un’influenza economica e politica attraverso accordi bilaterali e la presenza di aziende francesi.

Nel tempo, anche società provenienti da nazioni come Canada, Australia, Regno Unito e Russia sono diventate protagoniste del panorama minerario. La Russia è l’unica a non essere penalizzata, perché il governo locale ha stretti rapporti economici e militari con Mosca .

Nonostante l’aumento della produzione e delle esportazioni, i benefici per la popolazione locale sono stati spesso limitati. Il settore ha generato introiti significativi per il governo e per le imprese, ma ha anche sollevato polemiche riguardo alle condizioni di lavoro nelle miniere, all’impatto ambientale e alla distribuzione iniqua della ricchezza. Gran parte dei profitti è infatti rimasta nelle mani delle compagnie straniere, con una parte marginale che ritorna sotto forma di tasse e royalties allo Stato.

Nazionalizzare: obiettivi e motivazioni

La decisione del governo burkinabé di nazionalizzare le miniere si inserisce in un contesto di crescente desiderio di autonomia economica e di recupero della sovranità sulle risorse nazionali. Il Burkina Faso, come altri Paesi africani, ha assistito a una crescente disillusione nei confronti del modello di sfruttamento delle risorse dominato dalle multinazionali, che spesso lascia indietro la popolazione locale. La nazionalizzazione rappresenta un tentativo di invertire questa tendenza, garantendo che una quota maggiore delle entrate derivate dall’estrazione aurifera rimanga all’interno del Paese, finanziando infrastrutture, servizi pubblici e programmi di sviluppo economico.

Attraverso la gestione diretta delle miniere, lo Stato può ottenere maggiori entrate da investire in programmi di sviluppo e lotta alla povertà, affrontando la disparità economica che affligge il Paese. Inoltre, la gestione pubblica delle miniere può contribuire a creare nuove opportunità di lavoro per la popolazione locale, migliorando le condizioni di lavoro e garantendo maggiori tutele.

Dal punto di vista interno, la nazionalizzazione delle miniere d’oro rappresenta una sfida per il Paese. Se da un lato il Governo può aumentare i propri guadagni diretti dal settore minerario, dall’altro si presenta la necessità di sviluppare capacità amministrative e tecniche per gestire efficientemente le operazioni. La sfida sarà quella di dimostrare di essere in grado di gestire autonomamente le proprie risorse senza rischiare che le miniere nazionalizzate non riescano a raggiungere gli stessi livelli di produttività e profittabilità delle compagnie straniere che hanno dominato il settore fino ad ora.

La nazionalizzazione potrebbe anche creare tensioni sociali interne. Nonostante le promesse del governo di redistribuire i benefici alla popolazione, esiste la possibilità che le risorse aggiuntive vengano mal gestite o che le élite politiche ne traggano maggior vantaggio rispetto alle comunità locali. In un Paese che lotta contro la povertà e instabilità sociale, qualsiasi percezione di iniquità nella distribuzione delle ricchezze minerarie potrebbe alimentare conflitti.

Ripercussioni sul mercato internazionale

Oltre agli effetti interni, la decisione del Burkina Faso avrà sicuramente conseguenze sul mercato globale dell’oro. Con le multinazionali coinvolte nella produzione aurifera del Paese, la nazionalizzazione potrebbe portare a tensioni diplomatiche e legali. Le compagnie minerarie straniere, che hanno investito ingenti somme in infrastrutture e operazioni nel Paese, potrebbero tentare di bloccare la nazionalizzazione attraverso cause legali internazionali o tramite la pressione dei loro governi. La nazionalizzazione segna anche una rottura simbolica e concreta con l’influenza storica della Francia nella regione.

Un altro possibile effetto è una riduzione della produzione di oro nel breve termine, poiché le strutture nazionalizzate potrebbero non essere immediatamente in grado di operare alla stessa capacità delle compagnie private. Ciò potrebbe incidere sui prezzi dell’oro a livello globale, aumentando la volatilità del mercato. Tuttavia, l’impatto sul mercato globale dipenderà anche dalla reazione di altri Paesi produttori di oro, molti dei quali stanno anch’essi riconsiderando le proprie politiche di gestione delle risorse naturali.

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venerdì 13 settembre 2024

Nasce la ‘Confederazione del Sahel’ che cancella l’Africa francese

 

Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, che decidono di ‘federarsi’ creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia. Basta ‘Franco CFA’, cercasi nome alla nuova moneta. Tensioni tra Burkina Faso e Costa d’Avorio per presunte basi segrete francesi.

L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione

Dopo l’avvio di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e delle infrastrutture, sottolinea ‘Pagine Esteri’. «Nei giorni scorsi, i tre paesi hanno annunciato la creazione della ’Confederazione degli Stati del Sahel’, evoluzione della precedente ‘Alleanza del Sahel’ formalizzata a settembre», precisa Marco Santopadre.

Mali, Niger e Burkina Faso a tutta economia

Riuniti a Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi nati da diversi e successivi golpe anti coloniali, hanno formalizzato la creazione di una ‘Banca di investimento comune’ e di un ‘Fondo di stabilizzazione’, già annunciati a novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani (Niger) hanno poi deciso di creare una «Forza Unificata del Sahel», per rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti. A guidare la neonata Confederazione sarà il ‘presidente ‘di transizione’ del Mali, colonnello Assimi Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un anno.

Verso l’addio al ‘Franco CFA’

I tre paesi continuano lavorare sugli aspetti tecnici per arrivare ad abbandonare il ‘Franco CFA’ (nel 1945, CFA era l’acronimo di ‘Colonie Francesi d’Africa’; successivamente, divenne acronimo di ‘Comunità Finanziaria Africana’), con l’intenzione di adottare una moneta comune ai tre paesi. Infine, i capi delle tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare urgentemente tutte le procedure tecnico diplomatiche per l’uscita dei tre Paesi dei Sahel dalla Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale), l’accordo economico stipulato da dodici Stati dell’Africa occidentale nel 1975, e tuttora in vigore, ma destinato a scadere il prossimo anno.

Cancellare anche il nome del ‘Franco’

La creazione della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale, che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico. Mentre i cinque Paesi che restano della ‘Cedeao’ hanno progettato di adottare una moneta comune a partire dal 2025; la moneta dovrebbe chiamarsi Eco. L’unione monetaria verrà detta ‘Zona monetaria dell’Africa occidentale’ (ZMAO). E anche questa nascita, prevista a partire dal 2025.

Rischi e minacce

In caso di ritiro dei tre della ‘Confederazione del Sahel’, ha detto il presidente della Cedeao, l’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar tre paesi del Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per Touray, rischio di disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sua sicurezza. Il rischio di una disintegrazione paventato anche dal presidente del Senegal Bassirou Faye, che sostiene la necessità di liberare l’organismo «dagli stereotipi che la dipingono come un’organizzazione ‘soggetta alle influenze di poteri esterni’». Sentori di colonialismo, con Faye che ha anche criticato le sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi ‘ribelli’ dopo i rispettivi colpi di stato.

Basi segrete francesi in Costa d’Avorio

Intanto la giunta militare al potere in Burkina Faso ha alzato i toni nei confronti di Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi nella regione. «Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste un centro operativo ad Abidjan per destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta militare, che accusa il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a suo dire utilizzate per addestrare terroristi contro il Burkina Faso. La Costa d’Avorio è ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di Parigi. Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di Cotonou.

Burkina e risorse minerarie

Traoré, il capo della giunta del Burkina ha annunciato di voler rimanere al potere nei prossimi cinque anni, partendo da subito con la nazionalizzazione delle risorse minerarie – soprattutto di oro – e il blocco dei permessi di estrazione finora concessi a multinazionali straniere. A novembre la giunta militare burkinabé ha avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), per avere maggior controllo sul loro trattamento e smettere di esportarli. La fabbrica è di proprietà di una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.

Le ricchezze sono mie e le sfrutto io, e gli amici

D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri partner che accettano di sostenerci nella lotta contro l’insorgenza jihadista, spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh». Un implicito richiamo alle relazioni commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora non ha sortito gli effetti sperati.

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sabato 10 agosto 2024

Niger a un anno dal golpe: l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti – Mauro Armanino

 

L’attuale capo di stato ha decretato il 26 luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi detenuto nel palazzo presidenziale.

La festività, artisticamente orientate al ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione, di piantare un albero come simbolo e contributo a rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’. Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica. L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro, della sovranità.

I militari che hanno preso il potere negli stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’, come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del Sahel’.

Non appare dunque casuale se questo progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo. Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente come una sfida.

Esso è costituito, come sempre, dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà. Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la legge è dettata piuttosto da gruppi armati che manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano della città.

Di tutto ciò, nella settimana festiva, probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione, che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.

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giovedì 5 ottobre 2023

L’ESODO - intervista di Gavino Cocco a Moussa Compaore

                                              

Nella primavera del 2014 Ibrain, Giuseppe, Renzo ed io, siamo ritornati in Burkina Faso per concordare, con i funzionari del ministero della Sanità e il Vice Ministro della Salute, gli interventi che avremo dovuto ancora realizzare, per completare il Presidio Ospedaliero che già da alcuni anni “L’ARNI”, l’associazione dei Burchinabè che vivono in Italia e l’Associazione “Volo Insieme” di San Mauro Pascoli, stavano costruendo a Niaogho, un villaggio situato nella Provincia di Bolgou, che fa parte della Regione del Centro – Est.

Dopo due giorni trascorsi nella Capitale Ouagadougou, siamo andati a Niaogho per informare le autorità locali degli accordi che avevamo preso con i funzionari ministeriali e per ritrovare gli amici che avevamo conosciuti in un viaggio precedente.

A Niaogho avevamo fatto amicizia anche con Moussa, un dinamico giovane ventiquattrenne, alto un metro e novanta, che parlava bene la lingua italiana e che si era subito reso disponibile a farci da interprete durante tutto il soggiorno a Niaogho.

Mussa parlava bene l’italiano, perché da adolescente era venuto in Italia dove già risiedeva un suo fratello ed aveva trascorso un periodo in Campania alla raccolta dei pomodori, poi si era trasferito a Brindisi e successivamente era andato in Romagna, dove aveva conseguito la qualifica di installatore elettrico in un istituto professionale di Forlì.

Raggiunta la maggior età era ritornato a Niaogho.

Nelle settimane trascorse insieme, la sua presenza era stata fondamentale per noi, soprattutto perché ci aveva permesso di comunicare e di vivere insieme alla gente e ci aveva spiegato le loro usanze e i significati dei riti locali. Si era creata tra noi una amicizia che dura da tempo e che continua tutt’ora con una collaborazione a distanza.

Moussa è nato nel 1990 ed è coetaneo della mia terza figlia.

Quando è deceduto suo padre, infermo da vari anni, mi aveva detto che per lui ero diventato il suo secondo padre e varie volte mi chiedeva dei consigli ed anche per me lui era ed è diventato un “figlio d’anima”, come si suol dire in Sardegna, quando tra un anziano ed un giovane si creano rapporti simili al nostro.

Da quando si era ammalato il padre Moussa lavora i terreni della sua famiglia, dove si producono: legumi, cereali e dove c’è anche una piantagione di alberi di mango.

Quando gli viene richiesto di fare qualche impianto elettrico nelle nuove abitazioni, costruite prevalentemente con le rimesse degli emigrati, alterna all’agricoltura anche il suo lavoro di elettricista impiantista.

Alcuni anni fa mi aveva telefonato per chiedermi cosa ne pensassi di un suo eventuale ritorno in Italia per lavorare ed aveva aggiunto che avrebbe seguito il suggerimento che gli avrei dato con la mia risposta.

Gli avevo detto, senza esitazione, di restare a Niaogho, (dove nel frattempo si era sposato ed erano nati una figlia ed un figlio) perché lui era una “risorsa” per il suo villaggio.

Gli avevo anche spiegato quale fosse realmente la situazione in Italia, molto diversa dagli anni di quando c’era lui, per nulla favorevole ai nuovi arrivi.

Mi aveva ringraziato ed  aveva aggiunto che anche altre persone gli avevano detto le medesime cose.

Nei giorni successivi mi aveva espresso il desiderio di iniziare un allevamento di pecore, dato che avrebbe potuto destinare una parte dei terreni a foraggera e a pascolo.

Gli avevo risposto che sarei stato felice di contribuire alla sua iniziativa e che ero convinto che sarebbe riuscito a realizzare il suo proposito.

Attualmente ha un piccolo gregge di pecore ed alcune vacche e continua con determinazione il suo lavoro di allevatore-agricoltore alternandolo, all’occorrenza, con quello di elettricista.

Collabora con lui anche suo cugino Calù, un altro amico che avevo conosciuto a Niaogho.

Calù è anche un musicista, suona uno strumento a due corde simile al mandolino napoletano.

Moussa quattro anni fa è diventato nuovamente padre di un’altra bambina e quest’anno anche di un altro bambino.

La scorsa Primavera Mussa e Calù hanno proposto ad altri loro amici agricoltori-allevatori, con i quali si aiutano reciprocamente durante la raccolta dei prodotti, di unirsi in un’associazione per collaborare insieme e hanno avuto molte adesioni.

All’inizio dell’estate, in una delle nostre telefonate Moussa mi informava che molti giovani di Niaogho, compresi quelli che avevano aderito all’associazione, stavano vendendo il bestiame e indebitavano le loro famiglie per pagarsi il viaggio per andare in Italia, partendo dalla Tunisia.

Mi aveva anche detto che alcuni erano già partiti e che c’erano stati dei morti, durante la traversata.

Io l’avevo informato che in Italia la situazione era ulteriormente peggiorata e che alcuni componenti dell’attuale governo, avevano addirittura proposto un blocco navale per impedire le partenze dalla Libia e dalla Tunisia.

 

 

Ho fatto tutta questa lunga premessa, per rendere più comprensibile il dialogo, intercorso con dei messaggi sonori alcuni giorni fatra Moussa e me e che adesso riporto nelle righe che  seguono:

 

Gavino (domanda) – Come ti spiegavo ieri pomeriggio, quando mi hai detto che i tuoi amici continuano a partire, la situazione in Italia è sempre più problematica, a Lampedusa sbarcano quotidianamente centinaia e centinaia di creature e purtroppo arrivano anche notizie tragiche, riferite a naufragi con vari morti annegati. Molti arrivano stremati dal viaggio e recentemente una neonata e un neonato sono morti subito dopo il parto avvenuto durante la traversata.

Quando alcuni mesi fa mi avevi detto che anche da Niaogho parecchi tuoi amici erano partiti verso la Tunisia per poi imbarcarsi per l’Italia e che altri tuoi conoscenti stavano vendendo il bestiame per potersi pagare il viaggio, io ti avevo spiegato quale era ed è la situazione in Italia e non quella illusoria che invogliava i tuoi amici a partire.

Ti avevo anche chiesto di dissuaderli e di spiegare che non c’era solamente il pericolo di morire durante il viaggio, ma che, una volta giunti in Italia, avrebbero trovato una situazione tutt’altro che favorevole.

Hai notizie dei tuoi amici? Sai qualcosa di come stanno e dove sono ora?

Hanno ascoltato quello che dicevi o continuano a farsi ingannare e partono ugualmente?

 

 

 

Moussa – (risposta) – Dal nostro villaggio ne sono già andati via parecchi e solamente nel quartiere dove abito non ci sono più i giovani che conoscevo e ho calcolato che almeno in cinquecento sono partiti per la Tunisia e da quanto ne so, più di quaranta sono arrivati in Italia, alcuni di loro hanno detto che erano feriti ed ora le loro famiglie sono molto preoccupate.

Di un mio amico che si chiama Dauda, la cui madre è molto amica della mia, non si sa più nulla ed anche di altri due ragazzi non si hanno più notizie già da parecchio tempo. Di un altro gruppo di giovani, partiti insieme per la Tunisia, si sa che alcuni sono arrivati in Italia, altri invece sono ancora in Tunisia per cercare di imbarcarsi ed ogni tanto chiamano a casa per chiedere dei soldi per poter restare in quei luoghi.

Ce ne sono altri che sono là da quattro o cinque mesi e non hanno ancora ricevuto il denaro per pagarsi la traversata.

Ti posso dire con certezza che dal nostro villaggio se ne sono andati più di duemila giovani. Anche quasi tutti quelli che avevano aderito all’idea di costituire l’associazione per lavorare insieme se ne sono andati. Di quel gruppo siamo rimasti solamente Calù, io ed un altro ragazzo che sei mesi fa è rientrato dall’Algeria.

Quando era in Algeria una pattuglia di agenti di polizia lo aveva fermato e mandato via, si era fatto male ad una gamba ed era rientrato a Niaogho ed ora lavora con noi nell’allevamento.

Credimi è la verità quella che ti dico e sta accadendo proprio tutto questo nel nostro villaggio!

Qui da noi c’è un animaletto che in dialetto bissa noi chiamiamo: “sisi” e questo insetto ogni volta che vede una luce le si getta contro, anche se è quella del fuoco.

 

 

Quando parlo con i ragazzi per spiegar loro le ragioni per non partire e vedo che non le vogliono capire, io dico che noi siamo come i “sisi”, perché andiamo a morire da soli.

Devo anche dirti che quelli che erano arrivati in Italia avevano subito chiamato i loro famigliari per rassicurarli che stavano bene e ormai sono trascorsi quattro o cinque mesi e non si sono più fatti sentire e questo, a mio avviso, significa che non si trovano un una buona situazione, perché altrimenti non avrebbero fatto trascorrere tutto questo tempo senza avere e dare notizie alle loro famiglie.

Io cerco di dissuadere quelli che sono rimasti, però sono pochi quelli che mi ascoltano, ed anche adesso che sono diminuite le partenze, ci sono alcuni che vogliono andare via, io dico loro di parlare anche con i genitori e i parenti di quelli che sono partiti e chiedere come stanno i loro figli, se hanno telefonato per far sapere se stanno lavorando.

Proprio l’altro ieri, dopo che ci eravamo sentiti è arrivato un ragazzo di ritorno dalla Tunisia e quando è sceso dalla vettura che lo ha riportato a casa, ho notato che era ferito ad un ginocchio.

Lui era andato in Tunisia per tentare la traversata ma è stato scacciato.

Ho cercato di dargli una mano e l’ho accompagnato alla sua casa e poi gli ho detto che sarei passato più tardi a trovarlo.

Quando ieri insieme a Calù siamo andati a fargli visita, sua madre non ci ha fatto entrare in casa e ci ha detto che suo figlio non stava bene e di ritornare un’altra volta.

Ti avevo raccontato anche di quei due ragazzi che erano annegati e noi avevamo partecipato alla veglia funebre.

Avevo anche parlato di Dauda e di quei due ragazzi dei quali non si hanno più notizie e si pensa che non siano arrivati in Italia, perché se fossero arrivati avrebbero subito informato le loro famiglie.

Io comunque cercherò sempre di convincere quelli che sono rimasti a non partire.

Sono convinto che anche restando qua si possa realizzare qualcosa se ci si mette un po’ di convinzione.

E’ anche vero che da noi purtroppo c’è anche il problema del terrorismo, che un tempo non c’era ed anche se nella nostra Provincia i terroristi non sono arrivati perché loro sono al nord del Paese, a Niaogho sono già giunti parecchi profughi, costretti ad andare via a causa dei terroristi.

Solamente alcuni giorni fa ne sono arrivati altri trentacinque e tra queste persone c’erano solamente due anziani e due giovani e il resto erano donne e bambini, sono fuggiti dal loro villaggio perché i terroristi hanno ucciso i loro famigliari.

Nella nostra zona fortunatamente non c’è questo problema che costringe i nostri giovani ad andarsene.

Devo anche dirti che quando un mio amico è partito io ho pianto, perché mi era dispiaciuto che se ne fosse andato.

Lui era più avanti di me nell’allevamento del bestiame, aveva otto vacche ed oltre cento pecore ed ora alla sua famiglia sono rimaste solamente sette pecore.

Le sette pecore le accudisce sua moglie insieme ad un bambino piccolo, le mucche e le altre pecore le ha vendute per andare in Italia.

Fino ad ora ha chiamato una sola volta sua moglie per dirle che era arrivato in Italia e sono passati già tre mesi e non si è più fatto sentire, ma ti tendi conto!

Adesso non hanno più nulla! Sono rimaste solamente le sette pecore che sua moglie accudisce con difficoltà, perché non ha un figlio grande che possa darle una mano.

Io lo avevo quasi pregato suo marito di non vendere tutto il bestiame e di non credere che in Italia avrebbe trovato il Paradiso.

Gli avevo detto:” Tu lo sai che io sono già stato in Italia, però non mi è andata bene. Non voglio augurarti che ti vada male, ma non ti conviene andare via”.

Quando gli ho parlato così, lui se l’è presa e non ha voluto più comunicare con me perché non gli davo coraggio”.

Un giorno, mentre ero al mercato del bestiame ho visto le sue mucche, aveva incaricato qualcuno per venderle.

Ora che lui è in Italia ogni tanto sua moglie viene a parlare con me per chiedere delle informazioni che io non posso darle perché non so niente.

Le dico che se lui non le telefona è perché telefonare dall’Italia costa almeno cinque euro, che sono oltre tremila franchi e se non lavora non può permettersi di telefonare.

Lei mi dice che è molto dispiaciuta e che è già passato molo tempo da quando suo marito era arrivato e avrebbe già dovuto lavorare. Mi dice anche che a loro non sono rimaste molte risorse.

Ti ripeto, a me dispiace tutto questo ed io spero che lui si faccia sentire, per farci sapere come sta ed anche perché vorrei chiedergli se ha capito che quello che gli avevo detto corrisponde a verità.

 

 

Gavino (domanda) – Vorrei chiederti anche cosa si aspettano dall’Italia quelli che sono partiti e quelli che vogliono partire e cosa dicono quelli che già da molto tempo si sono stabiliti e lavorano in Italia e perché, sapendo come è la situazione qui da noi, non hanno dissuaso i loro amici o parenti a partire?

 

Moussa (risposta) – I loro parenti che vivono in Italia, quando durante le ferie ritornano a Niaogho, parlano sempre molto bene di come è la vita in Italia.

Le case nuove di Niaogho sono quasi tutte di gente che lavora all’estero ed anche le poche vetture che circolano nel villaggio o sono di funzionari che lavorano per il Governo o sono degli immigrati.

Non è perché io sono stato a lungo in Italia, devo consigliare agli altri di partire ed anche se non fossi stato in Italia io non ragionerei in questo modo.

Ti ho raccontato del mio amico che è ritornato dalla Tunisia con la gamba ferita e con il quale non sono ancora riuscito a parlare per sapere di come è stata la sua esperienza, però ti posso dire che in Tunisia ci sono più o meno delle “carceri”, costituite da muraglioni dove i Tunisini rinchiudono i nostri amici e poi li obbligano a telefonare alle proprie famiglie per farsi inviare dei soldi.

Di fatto li sequestrano e questo lo hanno fatto con tante persone che conosco.

Giorni fa, mentre facevamo la preghiera, è venuta alla moschea una signora per chiedere aiuto perché ha venduto tutto quello che aveva e ha detto che suo figlio ha fatto molti tentativi per andare in Italia e varie volte i Tunisini lo prendevano e lo rimandavano indietro. Ha detto che quelli che vengono respinti li riportano fino al deserto del Sahara, li picchiano fino a ferirli e poi li lasciano nella sabbia, a volte senza acqua e loro sono costretti a camminare per giorni per arrivare all’insediamento più vicino.

Molte volte vengono salvati dai passanti e qualcuno ha raccontato di aver visto per strada anche dei cadaveri.   

Qui a Niaogho, tra gli esuli a causa dei terroristi ce un signore con il quale sono diventato amico e mi ha detto che, prima che arrivassero i terroristi, non sarebbero mai andati via dai loro villaggi come adesso fanno i ragazzi di Niaogho

Finalmente poco fa sono riuscito a parlare con quel ragazzo ferito al ginocchio e adesso sta un po’ meglio, utilizza le stampelle per camminare ed è venuto alla moschea insieme a noi.

Riguardo a Dauda ed un altro ragazzo, abbiamo avuto la notizia che sono in un ospedale dell’isola di Malta, mentre del terzo ragazzo non sappiamo ancora nulla.

Quello che è in ospedale con Dauda ha un fratello che vive a Brindisi e questo, quando ha saputo che suo fratello era introvabile, ha fatto divulgare una sua fotografia e da questa è stato possibile rintracciarlo.

Hanno così rintracciato anche Dauda e lo hanno visto in ospedale tutto bendato ed in cattive condizioni, però nonostante queste ultime notizie ci sono ancora alcuni che vorrebbero partire, è veramente difficile la situazione da noi!

Adesso che molti uomini se ne sono andati, sono rimaste solamente le donne con i loro bambini a dover fare la raccolta dei prodotti dei loro campi e accade che molte di loro, al termine della nostra giornata di lavoro, vengano a chiederci se possiamo andare a dare una mano quando sarà il momento di raccogliere le arachidi. 

Sono sicuro che quest’anno una parte dei prodotti non verranno raccolti e rimarranno nella terra, perché quelli che li hanno seminati se ne sono andati via e non ce nessuno che possa raccoglierli al loro posto.

Sia mia moglie che io stiamo facendo di tutto per aiutare una signora che vive vicino al nostro terreno, ma non è semplice per noi. Lei ha cinque bambini ancora piccoli ed anche suo marito se ne è andato è lei rimasta a accudire le pecore. Come famiglia condividiamo con lei il nostro cibo e ho aggregato le sue quattro pecore al nostro gregge e le sto portando al pascolo. Faccio questo per solidarietà e sia mia moglie che io cerchiamo di aiutare anche altre donne rimaste sole.

Adesso sono preoccupato perché siamo anche al termine della stagione delle piogge e quando non pioverà più la terra si seccherà e se le colture non verranno raccolte marciranno nei terreni.

Noi abbiamo già iniziato a raccogliere il mais un po’ alla volta, perché matura prima e ci aiutiamo tra di noi, quando però matureranno contemporaneamente il miglio, le arachidi ed altri prodotti, allora sarà difficile anche per noi riuscire a raccoglierli.

Penso a tutte le difficoltà che avranno queste donne, perché se i loro mariti dovranno rimanere altro tempo in Italia, in attesa del permesso di soggiorno e senza poter lavorare, per poter inviare qualcosa alle proprie famiglie, sarà veramente difficile per loro tirare avanti.

Penso anche a quando si ammalerà qualche bambino perché qui le medicine si pagano e se non ci sono i soldi per acquistarle, sarà veramente un problema grave.

In questi periodi sono parecchi i bambini che si ammalano e senza i loro padri che portavano i soldi per pagarle, come faranno adesso le loro mamme!

Tra di noi, rimasti, abbiamo discusso di tutti questi problemi, ma non sappiamo trovare una soluzione, perché, noi africani molte volte pensiamo solo all’immediato e quando ci viene una cosa in testa agiamo d’impeto, senza pensare alle conseguenze e pensiamo che ci possa andare bene tutto, invece molte volte ci pentiamo dopo averla fatta.

 

 

 

Gavino (domanda) – Moussa, vorrei farti ancora un’altra domanda, ma non so se mi potrai dare una risposta e se tu ne sai qualcosa.

Ho sentito dire, in un filmato, che anche i Francesi sono implicati e d’accordo con i terroristi per scacciare le popolazioni dai loro territori, tu hai sentito qualcosa a riguardo?

 

 

Moussa (risposta) – Riguardo il terrorismo, come ti ho già detto, anche pochi giorni fa sono arrivate trentacinque persone, costrette ad abbandonare il proprio villaggio a causa dei terroristi. Un tempo in Burkina Faso non c’era il terrorismo e ne sentivamo parlare solamente attraverso i telegiornali. Gli atti terroristici avvenivano nel Sahara, lontano da noi, però adesso si sta avvicinando sempre più.

Le persone che sono arrivate vengono ospitate vicino a casa nostra e tutto il villaggio li aiuta e la gente della chiesa ha portato loro il miglio e il mais ed anche noi, vicini, condividiamo con loro quello che possiamo donare.

Quel ragazzo con il quale ho fatto amicizia, mi ha detto che quando i terroristi arrivavano nei loro villaggi, in un primo momento costringevano quelli che non erano Mussulmani a cambiare religione e a diventare Mussulmani, successivamente arrivavano e senza più parlare incominciavano ad uccidere le persone, compresi i bambini.

Riguardo i sospetti della complicità dei Francesi, credo che sia vero perché mi ricordo che nel mese di febbraio o marzo di questo anno è transitata nel territorio di Niaogho una colonna militare francese, lunga quattro o cinque chilometri, proveniente dal Togo e diretta verso il Niger. Noi, in quella occasione siamo scesi tutti in strada per cercare di impedire questo transito, perché erano tutti mezzi da guerra e qui non c’era la guerra ed allora cosa venivano a fare?

Quando questa colonna è arrivata in Mali è stata bloccata anche lì.

Per quanto riguarda i terroristi, alcuni di loro hanno dichiarato, attraverso i social, che loro erano neo militari e venivano trattati bene perché i Francesi li finanziavano e li fornivano le armi.

Quando il nostro Presidente ha iniziato a reclutare dei nuovi volontari per difendere il Burkina Faso, i terroristi hanno detto ai volontari di non arruolarsi e hanno intimato che se in qualche villaggio avessero visto gente armata, loro avrebbero ammazzato tutta la popolazione.

Ho sentito dire alla TV che dopo uno scontro tra i terroristi e i militari burkinabè, siano state trovate addosso a dei cadaveri delle carte di identità francesi.

Adesso anche i canali TV e i programmi francesi sono stati oscurati dalla nostra televisione e i tecnici francesi sono stati allontanati.

Nel pomeriggio ho incontrato un anziano rifugiato che mi ha informato che anche sua figlia ed il suocero di lei, stanno arrivando a Niaogho.

Mi ha detto che loro hanno tentato di resistere, però è stato impossibile restare perché i terroristi ammazzano tutti: uomini, donne, bambini e animali.

E’ veramente brutta questa situazione!

Sto cercando se ci sia la possibilità di coltivare insieme a loro alcuni dei nostri terreni, perchè ho la sensazione che quest’anno ci sarà la fame a Niaogho…


lunedì 19 luglio 2021

The Last Twenty

 Mentre in Italia andavano avanti gli incontri dei G20, dei venti Grandi della terra, dal mese di febbraio si è costituito un comitato denominato “Last Twenty”, che ha tentato di riunire gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali. Sono i Paesi che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20.

Guardare il mondo con gli occhi degli “Ultimi” ci permette di andare alla radice dei problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più sensibili.

L’evento “The Last 20” parte da Reggio Calabria il 22 luglio, con l’intitolazione di un ponte, che unisce la città al suo porto, all’Ambasciatore Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato in Repubblica Democratica del Congo il 22 febbraio 2021. Un ponte che ha un valore simbolico perché unisce l’ultimo lembo della penisola italiana con il mare che ci porta nel Continente africano. Un legame che vogliamo riprendere e rilanciare. Alla cerimonia sarà presente la vice-ministra del MAEC on. Marina Sereni, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo in Italia, i familiari dell’ambasciatore e del carabiniere Iacovacci, nonché le massime autorità locali.

Dal pomeriggio del 22 Luglio per tre giorni si terranno, presso il Parco Ecolandia, un grande balcone sullo Stretto sito nella parte Nord della città, incontri e dibattiti con i rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari, rappresentanti della comunità degli L20 presenti in Italia e nella Ue, sui temi relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo dell’Europa rispetto agli L20.

“The Last 20” proseguirà dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del mutamento climatico, della resilienza.

“The Last 20” si concluderà a S.M. di Leuca il 2-3 ottobre con la stesura di un documento da presentare nelle sedi internazionali.

I Paesi L20

Non si tratta di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento coloniale, guerre e conflitti etnici, catastrofi climatiche. Sono Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.

 

 

 

Dove e quando gli incontri degli L 20

·         22-25 luglio: inaugurazione a Reggio Calabria, quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate e/o “governi in esilio”, delle culture di questi Paesi (mostre, artigianato, spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su fussi migratori e politiche di accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.

·         10-12 settembre a Roma. Incontro sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del dilagare delle malattie e sulle alternative in atto. Il rilancio della cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue. Le nuove pratiche dell’agro-ecologia come risposta dei Paesi dell’Africa sub-sahariana alla siccità e come alternativa alla dipendenza dalle multinazionali del cibo.

·         17-21 settembre a L’Aquila, Sulmona (AQ), Agnone (IS), Castel del Giudice (IS), Piano dei Mulini, Colle d’Anchise (CB). I più piccoli insieme ai più poveri per costruire il presente. I giovani come promotori del dialogo intergenerazionale: i giovani italiani, rappresentanti politici e religiosi e la società civile insieme a Capi di Stato, ambasciatori, Comunità delle Diaspore africane e associazioni internazionali rispondono al G20 nella tappa. Abruzzo e Molise saranno la cornice di questo incontro internazionale di dialogo, ascolto, confronto e proposte.

·         23-26 settembre a Milano. Incontro con rappresentanti di questi Paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale, salute e altreconomia. Sarà afrontata la questione sanitaria, partendo dalle evidenze fatte emergere dalla pandemia, ma andando oltre vero una politica globale che metta la salute delle persone al primo posto. La resilienza al mutamento climatico e le nuove pratiche delfair trade, a livello nazionale e internazionale, saranno al centro dell’incontro.

·         2-3 ottobre Santa Maria di Leuca, Campo Internazionale per la pace. “Il cammino nella bellezza”. Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e stranieri.

 

Ufficio stampa:

Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio Facchini tel: +39 3291376380

 

https://thelast20.org/

sabato 7 marzo 2020

COME PORTARE IL MONDO FUORI DALLA POVERTÀ - Marinella Correggia (*)


Solo dieci anni ci separano dal 2030, l’orizzonte temporale per il raggiungimento dei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (Ods), detti anche Agenda 2030, approvati dall’Onu nel 2015 (1). Impegnativi a partire dai primi due: «porre fine alla povertà in tutte le sue forme in tutto il mondo» e «porre fine alla fame, realizzare la sicurezza alimentare e una migliore nutrizione, promuovere l’agricoltura sostenibile». Ne siamo lontani, visto che nell’anno appena trascorso il numero di affamati (821 milioni di persone) nel mondo è nuovamente in aumento dopo decenni di regressione, e che i livelli di insicurezza alimentare grave o moderata riguardano inoltre il 26% della popolazione mondiale ((2).
In questo 2020, iniziato fra un’emergenza mondiale e l’altra (virus, locuste, terrorismo e i «soliti» eventi estremi climatici), la «comunità internazionale» si trova sulla soglia di diversi appuntamenti importanti. È arrivato a metà percorso il Decennio Onu per la nutrizione, mentre entra nel secondo anno il Decennio per l’agricoltura familiare. Nel mese di novembre si terrà a Glasgow la cruciale Conferenza delle parti delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Cop26). Nel 2021, poi, l’Onu organizzerà a New York il Vertice mondiale sui sistemi alimentari. Questi ultimi sono messi a repentaglio dal caos climatico – il quale potrebbe far precipitare nella povertà altri 100 milioni di persone nei prossimi dieci anni – ma al tempo stesso lo influenzano: il settore emette annualmente il 25% dell’anidride carbonica totale di origine antropica.
Quale strada a ostacoli dovrà dunque essere percorsa in questi dieci anni per onorare gli obiettivi dello sviluppo sostenibile? «Il cammino passa per le aree rurali impoverite. Il sostegno e gli investimenti a favore dei lavoratori più marginali delle campagne, i piccoli produttori agricoli, le donne, i giovani, le popolazioni indigene, va messo al centro della lotta contro la povertà e la fame, per la resilienza ai cambiamenti climatici e la risoluzione dei conflitti. Abbiamo dieci anni e i prossimi due saranno cruciali, per l’impegno politico da assumere e le risorse finanziarie da mobilitare»: così ha detto il togolese Gilbert Houngbo, presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), una delle tre istituzioni «agroalimentari» dell’Onu con base a Roma – le altre sono la Fao e il Programma alimentare mondiale -, e anche l’unica istituzione finanziaria multilaterale che dal 1977, ha il mandato esclusivo di sostenere, con doni o prestiti agevolati a seconda delle situazioni, le economie rurali e i sistemi alimentari nelle regioni più marginali, «là dove la Banca mondiale e le altre si fermano». I servizi finanziari arrivano raramente nelle comunità rurali che ne hanno bisogno per produrre meglio, avere accesso ai saperi, alle tecnologie e ai mercati, migliorare le condizioni di vita (3).
Nei primi giorni di febbraio 2020, l’Ifad ha tenuto la 43° sessione del suo governing council e, in occasione della dodicesima ricostituzione del proprio fondo, ha chiesto ai 177 Stati membri del Fondo di aumentare gli sforzi a vantaggio delle popolazioni più marginali, così da affrontare l’instabilità globale e un circolo vizioso, quello fra estrema povertà, insicurezza alimentare, migrazioni, aggravato dai cambiamenti climatici da un lato e dai conflitti dall’altro. Il 75-80% dei poveri si concentra nelle campagne, dove due miliardi di persone dipendono da piccoli appezzamenti agricoli; e – apparente paradosso – la maggior parte delle persone che vanno a letto affamate appartengono a famiglie contadine o comunque di lavoratori rurali e produttori di alimenti. Investire nelle campagne significa potenziare di due o tre volte l’impatto in termini di riduzione della povertà.
Un miliardo di giovani nella fascia d’età fra i 15 e i 24 anni vive nei paesi in via di sviluppo, e 500 milioni nelle aree rurali; cifra che sale ad almeno 780 milioni se si considerano anche le aree semirurali e periurbane (4). In molti contesti, le ragazze di campagna hanno una sfida in più: le norme sociali. Si pensi all’Afghanistan, un’emergenza dopo l’altra, un paese in guerra da 40 anni dove intere generazioni non sanno cos’è la pace. La partecipazione politica e sociale delle donne – tante le vedove di guerra che si fanno carico di tutta la famiglia – viene ora tentata nei 35.000 consigli per lo sviluppo comunitario sparsi nel paese: devono contare almeno il 40% di donne. La fascia giovanile è la più attiva.
Malgrado l’idea diffusa che l’età media degli agricoltori nelle campagne dei paesi impoveriti o emergenti sia intorno ai sessant’anni e che tutti i giovani se ne vadano, nei fatti anche le nuove leve fanno in maggioranza lavori collegati all’agricoltura. Ma per essere efficaci, investimenti e politiche devono offrire accesso alla terra (5) e opportunità formative e occupazionali, ma anche rendere le campagne più appetibili: la rivoluzione digitale e quella tecnologica sono particolarmente attraenti per i giovani. Il rischio è di avere una generazione perduta che cerca solo di andarsene.
Si pensi in particolare all’Africa, dove l’Ifad investe almeno il 50% delle risorse. Stretto fra insicurezza, conflitti armati, cambiamenti climatici ed eventi estremi, il continente ha tuttavia un sogno di rinascita. L’orizzonte stavolta non è il 2030 ma, più realisticamente, il 2063. Cinquant’anni a partire da quando, nel 2013 ad Addis Abeba, l’Unione africana (Ua) ha elaborato l’Agenda 2063. L’Africa che vogliamo (6), «la visione panafricana di un continente integrato, prospero, in pace, guidato dai propri cittadini e forza dinamica nello scenario internazionale». Obiettivi molto lontani dalla realtà anche geopolitica dell’oggi. Josefa Sacko, commissaria dell’Ua per l’economia rurale e l’agricoltura, intervenendo all’ultima conferenza dell’Ifad è stata chiara: «Nel 2019 rispetto all’anno precedente i conflitti sono aumentati del 36%. Pregiudicano la produzione agricola e portano spostamenti e destabilizzazione. Non è possibile alcuno sviluppo senza la pace».
Guerre cosiddette civili e/o attacchi da parte di gruppi terroristici tormentano Congo, Somalia, Sud Sudan, Nigeria, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso, Libia… In parallelo, sempre per citare Sako, «dopo molti anni la fame è tornata a crescere, ma aumentano anche il diabete e altre malattie non trasmissibili». Quanto ai cambiamenti climatici, sono un «fattore propulsivo di migrazioni e conflitti». Dunque «la finanza per lo sviluppo è fondamentale per la trasformazione delle aree rurali, la sicurezza alimentare, la resilienza ai cambiamenti climatici, la condizione delle donne e dei giovani, e per creare opportunità in modo tale che i mercanti di guerra non trovino più giovani da armare».
Certo, i cambiamenti climatici aiutano talvolta il lavoro di gruppi jihadisti perché rendono più intollerabile la povertà rurale. Lo ricordano spesso gli africani, ad esempio Ibrahim Boubacar Keita, presidente del Mali (7): «Viviamo e subiamo lo sconvolgimento dei cicli naturali, la rarefazione delle terre e una maggiore precarietà, della quale approfittano gruppi – terroristi la cui vocazione è morire e far morire – che in nome dell’islam pretendono di sostituire lo Stato». È anche il peso di guerre altrui a ricadere sull’Africa in termini di violenza jihadista, in passato sconosciuta: «Il nostro spazio è stato investito da persone non invitate ed è successo a causa, lo dico con decisione, di scelte fatte da altri. Noi ne subiamo le conseguenze. Quando la questione libica è esplosa non siamo stati consultati, abbiamo subito. Adesso siamo noi le vittime».
E si pensi al caso della Somalia, descritto dal ministro dell’agricoltura e dell’irrigazione Said Hussein Iiid (8): «In 30 anni, oltre alla guerra, abbiamo avuto 12 lunghe siccità, 18 inondazioni, una migrazione interna verso i centri urbani e internazionale verso i paesi vicini e altri continenti. Gli investimenti rurali sono indispensabili anche per evitare conflitti legati anche agli spostamenti in cerca di acqua e pascolo per il bestiame» (metà della popolazione è costituita da pastori). Gli interventi devono puntare sulle donne (che dopo una guerra civile diventano ancora più importanti, con la morte o l’invalidità degli uomini) e sui giovani, «per evitare che si facciano coinvolgere in gruppi armati o che lascino il paese. Occorre interessarli all’agricoltura, ma le tecniche tradizionali non li attraggono, la cosa più importante è la tecnologia, la meccanizzazione». La riduzione della fatica di vivere e lavorare nei campi, l’aumento della produttività e dell’efficienza: sono possibili? Investire nella tecnologia costa, ma il prezzo delle materie prime è dettato da una dittatura: i mercati internazionali. Nella Repubblica centrafricana hanno verificato che, non appena i prezzi del cotone si abbassano e la povertà aumenta, i giovani più facilmente prendono le armi si dedicano a un altro mestiere.
Quanto al Sudan, ha vissuto una lunga dittatura, la separazione post-guerra del Sud Sudan (ricaduto nel conflitto subito dopo la raggiunta indipendenza), gli scontri sanguinosi nel Darfur. Dove investire risorse? Le donne sono il pilastro della sicurezza alimentare; il nuovo governo cerca di organizzarle in cooperative. Importanti i vivai per la piantumazione di alberi. Serviranno alla Grande muraglia verde, un titanico progetto-simbolo per l’Africa sub-sahariana: lanciato nel 2008, prevede una barriera di alberi lunga 7800 chilometri attraverso 11 paesi. Molte le difficoltà e le lentezze, anche se alcuni successi, soprattutto in zone aride del Senegal, fanno ben sperare (9). Uno sforzo che registra anche storie esemplari, come quella di Dsniel Balima, vivaista 67enne che vive a Tenkodogo, un villaggio del Burkina Faso (un altro paese saheliano coinvolto nel progetto contro il deserto): senza l’uso delle gambe fin dall’infanzia per via della poliomielite, da decenni fa il vivaista e ha superato il milione di pianticelle seminate (10).
Ma, come gli alberi della Grande muraglia, lo sviluppo delle filiere alimentari non può prescindere dalla disponibilità di acqua. La ministra dell’agricoltura del Chad, Madjidian Padja Ruth, sottolinea lo sforzo degli attori agricoli, «l’80% della popolazione, nel mio paese», di fronte alle vulnerabilità: «Condividiamo la frontiera sul lago Chad con Niger, Nigeria, Camerun. A causa delle ripetute siccità, il lago, vitale per molte popolazioni, si è ridotto a uno spazio insignificante. Dal canto suo il terrorismo provoca spostamenti di popolazione. Le terre coltivabili sono abbandonate, l’insicurezza è grande.» Eppure il Chad, malgrado le prolungate emergenze e la crisi economica, ha promesso all’Ifad che per il 2020 pagherà regolarmente il proprio contributo al Fondo. Non si può dire altrettanto per diversi paesi del Nord del mondo.
Questi ultimi, malgrado godano di vantaggi coloniali e post-coloniali da rentiers e abbiano maturato un grosso debito ecologico e climatico nei confronti del resto del mondo, sono spesso meno generosi degli altri e con un braccio riprendono quello che hanno concesso con un dito. C’è chi osa dirlo. Come accade nei contesti Onu, anche nella conferenza Ifad 2020 a Roma è toccato all’ambasciatore di Cuba additare alcune disgrazie aggiuntive man-made: le spese militari (e la vendita di armi), i conflitti fomentati, le sanzioni economiche unilaterali.

NOTE
(2) Rapporto di Fao, Ifad, Wfp, State of Food Security and Nutriton 2019, www.fao.org/3/ca5162en/ca5162en.pdf
(3) Il rapporto annuale dell’Ifad 2019 riporta questi risultati, fra i 205 progetti in corso. In Bolivia il programma Accesos, chiuso nel 2019 ha rigenerato quasi 7.000 ettari di terre degradate, raggiunto quasi 60.000 famiglie, al 46% guidate da donne, puntato su pratiche indigene di adattamento ai cambiamenti climatici. In Nigeria il programma di sviluppo della catena di valore ha creato 5.000 posti di lavoro, incrementato la produzione di riso e cassava di un milione di tonnellate e aumentato del 25% il reddito della grande maggioranza dei beneficiari. Un progetto nel Southern Punjab ha quasi eliminato la povertà estrema (scesa dal 58% al 4%) combinando protezione sociale, formazione professionale e infrastrutture (fra le quali i servizi igienici e l’energia solare). In Sudan, il progetto integrato Butana per lo sviluppo rurale ha migliorato la resilienza climatica di oltre 500.000 ettari, aumentando del 90% le rese e abbattendo la percentuale di poveri: dal 50% al 12%.
(4) Ifad, 2019 Rural Development Report. Creating Opportunities for Rural Youth. https://www.ifad.org/documents/38714170/41190221/RDR2019_Overview_e_W.pdf/699560f2-d02e-16b8-4281-596d4c9be25a
(5) La Dichiarazione delle Nazioni unite sui diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite a fine 2018, sottolinea all’articolo 17 l’urgenza di riforme agrarie che garantiscano l’accesso alla terra. https://www.geneva-academy.ch/joomlatools-files/docman-files/UN%20Declaration%20on%20the%20rights%20of%20peasants.pdf
(6) Agenda 2063: The Africa we want https://au.int/Agenda2063/popular_version
(7) Trascrizione dell’intervento del presidente in occasione della 43 esima sessione del Governing council dell’Ifad, Roma, febbraio 2020.
(8) Appunti dal seminario «Lo sviluppo rurale per disinnescare i conflitti, promuovere la pace e rafforzare la resilienza dei piccoli coltivatori di fronte agli shock climatici», Roma, 12 febbraio 2020.
(11) Breve intervista della ministra all’autrice, Roma, febbraio 2020.
18 febbraio 2020

(*) ripreso da blog-micromega

da qui