La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
martedì 6 maggio 2025
sabato 26 ottobre 2024
L’età dell’oro: il Burkina Faso nazionalizza le miniere e ora attende la reazione delle compagnie occidentali - Simona Losito
Il Burkina Faso è uno dei maggiori produttori d’oro del continente africano. L’estrazione aurifera rappresenta una delle principali fonti di reddito per lo Stato e un pilastro dell’economia nazionale. Tuttavia, le risorse minerarie del Paese sono storicamente state sfruttate in gran parte da compagnie straniere, con benefici spesso limitati per la popolazione locale. Recentemente, il governo ha annunciato una svolta epocale: la nazionalizzazione delle miniere d’oro. Ad agosto ci sono state le prime nazionalizzazioni ai danni di società britanniche e statunitensi. Prima la miniera di Boungou, gestita dalla britannica Endeavour Mining, e quella di Wahgnion, gestita dalla statunitense Burkina Lilium Mining.
Questa decisione fa parte di una serie di azioni che vede diverse nazioni
africane riappropriarsi delle risorse della propria terra al fine di
riorientare i profitti a proprio vantaggio, soprattutto da parte di quegli
Stati che puntano all’indipendenza dalle direttive neocoloniali occidentali. Si
parla in particolar modo delle nazioni del Sahel, nonché luoghi in
cui negli ultimi anni si sono verificati numerosi colpi di Stato per rovesciare
i governi filoccidentali. E il Burkina Faso è tra questi.
La notizia ha suscitato sia entusiasmi sia preoccupazioni. Da un lato
nazionalizzare le miniere d’oro significa ricondurre le risorse naturali e i
possibili guadagni nelle mani dello Stato, accertandosi che i profitti
dell’estrazione mineraria rimangano nel Paese. Dall’altro, le conseguenze per
il mercato internazionale sono inevitabili.
Le miniere del Burkina Faso
Il Burkina Faso ha iniziato a sfruttare il suo potenziale minerario su
larga scala negli anni Novanta, quando sono state aperte le porte agli
investimenti stranieri in seguito a una serie di riforme economiche. Le compagnie
minerarie multinazionali, attratte dall’abbondanza di giacimenti e dalla
relativa stabilità politica, hanno iniziato a operare nel Paese, instaurando
relazioni con il governo per lo sfruttamento delle risorse.
Durante il periodo coloniale, la Francia esercitava un
controllo diretto sull’economia delle sue colonie, sfruttando le risorse
minerarie per alimentare l’industria nazionale. Dopo l’indipendenza, nel 1960,
l’influenza francese non è scomparsa del tutto, ma si è trasformata in un
modello neocoloniale e ha continuato a mantenere un’influenza economica e
politica attraverso accordi bilaterali e la presenza di aziende francesi.
Nel tempo, anche società provenienti da nazioni come Canada, Australia,
Regno Unito e Russia sono diventate protagoniste del panorama minerario. La
Russia è l’unica a non essere penalizzata, perché il governo locale ha stretti
rapporti economici e militari con Mosca .
Nonostante l’aumento della produzione e delle esportazioni, i benefici
per la popolazione locale sono stati spesso limitati. Il settore ha
generato introiti significativi per il governo e per le imprese, ma ha anche
sollevato polemiche riguardo alle condizioni di lavoro nelle miniere, all’impatto
ambientale e alla distribuzione iniqua della ricchezza. Gran parte dei profitti
è infatti rimasta nelle mani delle compagnie straniere, con una parte marginale
che ritorna sotto forma di tasse e royalties allo Stato.
Nazionalizzare: obiettivi e motivazioni
La decisione del governo burkinabé di nazionalizzare le miniere si
inserisce in un contesto di crescente desiderio di autonomia economica e
di recupero della sovranità sulle risorse nazionali. Il Burkina Faso, come
altri Paesi africani, ha assistito a una crescente disillusione nei
confronti del modello di sfruttamento delle risorse dominato dalle
multinazionali, che spesso lascia indietro la popolazione locale. La
nazionalizzazione rappresenta un tentativo di invertire questa tendenza,
garantendo che una quota maggiore delle entrate derivate dall’estrazione
aurifera rimanga all’interno del Paese, finanziando infrastrutture, servizi
pubblici e programmi di sviluppo economico.
Attraverso la gestione diretta delle miniere, lo Stato può ottenere
maggiori entrate da investire in programmi di sviluppo e lotta alla
povertà, affrontando la disparità economica che affligge il Paese. Inoltre,
la gestione pubblica delle miniere può contribuire a creare nuove opportunità
di lavoro per la popolazione locale, migliorando le condizioni di lavoro e
garantendo maggiori tutele.
Dal punto di vista interno, la nazionalizzazione delle miniere d’oro
rappresenta una sfida per il Paese. Se da un lato il Governo può aumentare i
propri guadagni diretti dal settore minerario, dall’altro si presenta la
necessità di sviluppare capacità amministrative e tecniche per
gestire efficientemente le operazioni. La sfida sarà quella di dimostrare di
essere in grado di gestire autonomamente le proprie risorse senza rischiare che
le miniere nazionalizzate non riescano a raggiungere gli stessi livelli di
produttività e profittabilità delle compagnie straniere che hanno dominato il
settore fino ad ora.
La nazionalizzazione potrebbe anche creare tensioni sociali interne.
Nonostante le promesse del governo di redistribuire i benefici alla
popolazione, esiste la possibilità che le risorse aggiuntive vengano mal
gestite o che le élite politiche ne traggano maggior vantaggio rispetto alle
comunità locali. In un Paese che lotta contro la povertà e instabilità sociale, qualsiasi
percezione di iniquità nella distribuzione delle ricchezze minerarie
potrebbe alimentare conflitti.
Ripercussioni sul mercato internazionale
Oltre agli effetti interni, la decisione del Burkina Faso avrà sicuramente
conseguenze sul mercato globale dell’oro. Con le multinazionali coinvolte nella
produzione aurifera del Paese, la nazionalizzazione potrebbe portare a tensioni
diplomatiche e legali. Le compagnie minerarie straniere, che hanno investito
ingenti somme in infrastrutture e operazioni nel Paese, potrebbero tentare di
bloccare la nazionalizzazione attraverso cause legali internazionali o tramite
la pressione dei loro governi. La nazionalizzazione segna anche una rottura
simbolica e concreta con l’influenza storica della Francia nella
regione.
Un altro possibile effetto è una riduzione della produzione di
oro nel breve termine, poiché le strutture nazionalizzate potrebbero non essere
immediatamente in grado di operare alla stessa capacità delle compagnie
private. Ciò potrebbe incidere sui prezzi dell’oro a livello
globale, aumentando la volatilità del mercato. Tuttavia, l’impatto sul mercato
globale dipenderà anche dalla reazione di altri Paesi produttori di oro, molti
dei quali stanno anch’essi riconsiderando le proprie politiche di gestione delle
risorse naturali.
venerdì 13 settembre 2024
Nasce la ‘Confederazione del Sahel’ che cancella l’Africa francese
Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso, che decidono di ‘federarsi’ creando un blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana (Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia. Basta ‘Franco CFA’, cercasi nome alla nuova moneta. Tensioni tra Burkina Faso e Costa d’Avorio per presunte basi segrete francesi.
L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio
di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della
maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una
strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano
anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e
delle infrastrutture, sottolinea ‘Pagine Esteri’. «Nei giorni scorsi, i tre
paesi hanno annunciato la creazione della ’Confederazione degli Stati del
Sahel’, evoluzione della precedente ‘Alleanza del Sahel’ formalizzata a
settembre», precisa Marco Santopadre.
Mali, Niger e Burkina Faso a tutta economia
Riuniti a
Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi nati da diversi e successivi
golpe anti coloniali, hanno formalizzato la creazione di una ‘Banca di
investimento comune’ e di un ‘Fondo di stabilizzazione’, già annunciati a
novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani
(Niger) hanno poi deciso di creare una «Forza Unificata del Sahel», per
rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti. A guidare la neonata
Confederazione sarà il ‘presidente ‘di transizione’ del Mali, colonnello Assimi
Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un
anno.
Verso l’addio al ‘Franco CFA’
I tre paesi
continuano lavorare sugli aspetti tecnici per arrivare ad abbandonare il
‘Franco CFA’ (nel 1945, CFA era l’acronimo di ‘Colonie Francesi d’Africa’;
successivamente, divenne acronimo di ‘Comunità Finanziaria Africana’), con
l’intenzione di adottare una moneta comune ai tre paesi. Infine, i capi delle
tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare
urgentemente tutte le procedure tecnico diplomatiche per l’uscita dei tre Paesi
dei Sahel dalla Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa
Occidentale), l’accordo economico stipulato da dodici Stati dell’Africa
occidentale nel 1975, e tuttora in vigore, ma destinato a scadere il prossimo
anno.
Cancellare anche il nome del ‘Franco’
La creazione
della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale,
che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la
fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più
del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di
risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico. Mentre i cinque Paesi che
restano della ‘Cedeao’ hanno progettato di adottare una moneta comune a partire
dal 2025; la moneta dovrebbe chiamarsi Eco. L’unione monetaria verrà detta
‘Zona monetaria dell’Africa occidentale’ (ZMAO). E anche questa nascita,
prevista a partire dal 2025.
Rischi e minacce
In caso di
ritiro dei tre della ‘Confederazione del Sahel’, ha detto il presidente della
Cedeao, l’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar tre paesi del
Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per
Touray, rischio di disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà
di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sua
sicurezza. Il rischio di una disintegrazione paventato anche dal presidente del
Senegal Bassirou Faye, che sostiene la necessità di liberare l’organismo «dagli
stereotipi che la dipingono come un’organizzazione ‘soggetta alle influenze di
poteri esterni’». Sentori di colonialismo, con Faye che ha anche criticato le
sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi ‘ribelli’ dopo i rispettivi colpi di
stato.
Basi segrete francesi in Costa d’Avorio
Intanto la
giunta militare al potere in Burkina Faso ha alzato i toni nei confronti di
Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi
nella regione. «Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa
contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste un centro operativo ad Abidjan per
destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta militare,
che accusa il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a
suo dire utilizzate per addestrare terroristi contro il Burkina Faso. La Costa
d’Avorio è ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di
Parigi. Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha
bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di
Cotonou.
Burkina e risorse minerarie
Traoré, il
capo della giunta del Burkina ha annunciato di voler rimanere al potere nei
prossimi cinque anni, partendo da subito con la nazionalizzazione delle risorse
minerarie – soprattutto di oro – e il blocco dei permessi di estrazione finora
concessi a multinazionali straniere. A novembre la giunta militare burkinabé ha
avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato
il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente
carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), per avere maggior controllo
sul loro trattamento e smettere di esportarli. La fabbrica è di proprietà di
una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.
Le ricchezze sono mie e le sfrutto io, e gli amici
D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a
sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri
partner che accettano di sostenerci nella lotta contro l’insorgenza jihadista,
spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh». Un implicito richiamo alle relazioni
commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora
non ha sortito gli effetti sperati.
sabato 10 agosto 2024
Niger a un anno dal golpe: l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti – Mauro Armanino
L’attuale capo di stato ha decretato il 26 luglio come nuova festa nazionale del Niger. Ciò per sottolineare la cesura tra un prima e un dopo l’ultimo colpo di stato militare che ha spodestato il presidente Mohammed Bazoum, a tutt’oggi detenuto nel palazzo presidenziale.
La festività, artisticamente orientate al
ricupero delle culture tradizionali, durerà sino alla celebrazione della festa
nazionale, il prossimo 3 agosto. Dal 1975 c’è l’usanza, per l’occasione,
di piantare un albero come simbolo e contributo a
rallentare l’avanzata del deserto. Si celebra, in qualche modo, l’Indipendenza
dall’indipendenza per una nuova dipendenza, quella della ‘sovranità nazionale’.
Il Paese è infatti indipendente dal giogo coloniale francese dal 1960, l’anno
delle indipendenze per 14 Paesi dell’Africa subsahariana francese. Si
aggiunsero il Congo Belga, la Somalia italiana e la Nigeria britannica.
L’Etiopia, la Liberia e la Guinea avevano già gustato il frutto, dolce e amaro,
della sovranità.
I militari che hanno preso il potere negli
stati che hanno scelto di formare ‘l’Alleanza del Sahel’, il Mali, il Burkina
Faso e il Niger, hanno affermato di aver risposto alle aspirazioni dei rispettivi popoli, stanchi
dell’insicurezza, la miseria e la pessima conduzione politica. La modalità
scelta dagli autoproclamati capi di stato e secondo il contesto dei Paesi
citati è quella di unire i popoli attorno al valore della ‘sovranità nazionale’,
come collante e nuova religione del momento. Non è dunque casuale che, in
questo spazio saheliano, si punti al ricupero di un passato mitizzato, per così dire ‘imperiale’, per rifondare la
sovranità. È questa la ‘porta’ che vuole chiudere con 60 anni di ‘democrazia
occidentale’ non adatta ai popoli del Sahel e aprire
al passato delle tradizioni in grado di rifondare una ‘democrazia africana del
Sahel’.
Non appare dunque casuale se questo
progetto di ricostruzione politica vuole realizzarsi: la creazione e il
mantenimento ‘aggiornato’ di un nemico. Siano i gruppi armati terroristi, il
neocolonialismo, l’imperialismo, l’insieme degli stati dell’Africa occidentale
che hanno applicato le sanzioni dopo il colpo di stato, le basi militari
straniere sul posto e, in genere, quanti non sono d’accordo con questo progetto
di ingegneria politica. Il nemico è insostituibile e
varierà nel tempo, nello spazio e a seconda delle necessità del momento. I
militari hanno giustificato la presa di potere adducendo come motivi principali
la lotta all’insicurezza, la situzione economica e la pessima e corrotta
gestione del potere politico. La ‘Salvaguardia della Patria’, missione che il
Consiglio Nazionale dei militari si è data, si è gradualmente tradotta
nella riappropriazione dell’identità profonda dei popoli
del Sahel. Il rischio di assumere, tradurre (o tradire) le attese dei popoli è
sempre molto alto quando ci arroga il diritto di rappresentarlo o manipolarlo.
Una porta che si chiude e che si apre al passato per illuminare il presente
come una sfida.
Esso è costituito, come sempre,
dall’ostinatezza della realtà, puntuale e inesorabile nella sua perentorietà.
Dal momento del colpo di stato alla data, le persone uccise (militari e
civili) si contano a centinaia. Si prende atto che in alcune
zone delle ‘Tre Frontiere’ (Mali, Burkina, Niger) lo stato è inesistente e la
legge è dettata piuttosto da gruppi armati che
manipolano la religione per fini di potere. Il numero di profughi e sfollati
non è affatto diminuito. Migliaia di contadini non potranno lavorare la terra e
questo aumenterà il numero delle persone in vulnerabiltà alimentare o in carestia, che già si contano a milioni. Le condizioni
di vita dei cittadini del Paese si sono ulteriormente deteriorate. Per le famiglie
assicurare il cibo, la salute, l’educazione e gli affitti rappresenta una scommessa alla sopravvivenza. Trovare un lavoro
decente è come osare intraprendere il percorso di un combattente. La
criminalità spicciola e quella più organizzata fanno ormai parte del quotidiano
della città.
Di tutto ciò, nella settimana festiva,
probabilmente si dirà poco o nulla. Le danze
tradizionali e gli slogan passeranno in fretta. Diceva il saggio, a ragione,
che l’albero (della sovranità) si riconosce dai suoi frutti.
giovedì 5 ottobre 2023
L’ESODO - intervista di Gavino Cocco a Moussa Compaore
Nella primavera del 2014 Ibrain, Giuseppe, Renzo ed io, siamo ritornati in Burkina Faso per concordare, con i funzionari del ministero della Sanità e il Vice Ministro della Salute, gli interventi che avremo dovuto ancora realizzare, per completare il Presidio Ospedaliero che già da alcuni anni “L’ARNI”, l’associazione dei Burchinabè che vivono in Italia e l’Associazione “Volo Insieme” di San Mauro Pascoli, stavano costruendo a Niaogho, un villaggio situato nella Provincia di Bolgou, che fa parte della Regione del Centro – Est.
Dopo
due giorni trascorsi nella Capitale Ouagadougou, siamo andati a Niaogho per
informare le autorità locali degli accordi che avevamo preso con i funzionari
ministeriali e per ritrovare gli amici che avevamo conosciuti in un viaggio
precedente.
A
Niaogho avevamo fatto amicizia anche con Moussa, un dinamico giovane ventiquattrenne,
alto un metro e novanta, che parlava bene la lingua italiana e che si era
subito reso disponibile a farci da interprete durante tutto il soggiorno a
Niaogho.
Mussa
parlava bene l’italiano, perché da adolescente era venuto in Italia dove già
risiedeva un suo fratello ed aveva trascorso un periodo in Campania alla
raccolta dei pomodori, poi si era trasferito a Brindisi e successivamente era andato
in Romagna, dove aveva conseguito la qualifica di installatore elettrico in un
istituto professionale di Forlì.
Raggiunta
la maggior età era ritornato a Niaogho.
Nelle
settimane trascorse insieme, la sua presenza era stata fondamentale per noi,
soprattutto perché ci aveva permesso di comunicare e di vivere insieme alla
gente e ci aveva spiegato le loro usanze e i significati dei riti locali. Si era
creata tra noi una amicizia che dura da tempo e che continua tutt’ora con una
collaborazione a distanza.
Moussa
è nato nel 1990 ed è coetaneo della mia terza figlia.
Quando
è deceduto suo padre, infermo da vari anni, mi aveva detto che per lui ero
diventato il suo secondo padre e varie volte mi chiedeva dei consigli ed anche
per me lui era ed è diventato un “figlio d’anima”, come si suol dire in
Sardegna, quando tra un anziano ed un giovane si creano rapporti simili al
nostro.
Da
quando si era ammalato il padre Moussa lavora i terreni della sua famiglia,
dove si producono: legumi, cereali e dove c’è anche una piantagione di alberi
di mango.
Quando
gli viene richiesto di fare qualche impianto elettrico nelle nuove abitazioni,
costruite prevalentemente con le rimesse degli emigrati, alterna
all’agricoltura anche il suo lavoro di elettricista impiantista.
Alcuni
anni fa mi aveva telefonato per chiedermi cosa ne pensassi di un suo eventuale ritorno
in Italia per lavorare ed aveva aggiunto che avrebbe seguito il suggerimento che
gli avrei dato con la mia risposta.
Gli
avevo detto, senza esitazione, di restare a Niaogho, (dove nel frattempo si era
sposato ed erano nati una figlia ed un figlio) perché lui era una “risorsa” per
il suo villaggio.
Gli
avevo anche spiegato quale fosse realmente la situazione in Italia, molto
diversa dagli anni di quando c’era lui, per nulla favorevole ai nuovi arrivi.
Mi
aveva ringraziato ed aveva aggiunto che
anche altre persone gli avevano detto le medesime cose.
Nei
giorni successivi mi aveva espresso il desiderio di iniziare un allevamento di
pecore, dato che avrebbe potuto destinare una parte dei terreni a foraggera e a
pascolo.
Gli
avevo risposto che sarei stato felice di contribuire alla sua iniziativa e che
ero convinto che sarebbe riuscito a realizzare il suo proposito.
Attualmente
ha un piccolo gregge di pecore ed alcune vacche e continua con determinazione
il suo lavoro di allevatore-agricoltore alternandolo, all’occorrenza, con
quello di elettricista.
Collabora
con lui anche suo cugino Calù, un altro amico che avevo conosciuto a Niaogho.
Calù
è anche un musicista, suona uno strumento a due corde simile al mandolino
napoletano.
Moussa
quattro anni fa è diventato nuovamente padre di un’altra bambina e quest’anno anche
di un altro bambino.
La
scorsa Primavera Mussa e Calù hanno proposto ad altri loro amici agricoltori-allevatori,
con i quali si aiutano reciprocamente durante la raccolta dei prodotti, di
unirsi in un’associazione per collaborare insieme e hanno avuto molte adesioni.
All’inizio
dell’estate, in una delle nostre telefonate Moussa mi informava che molti
giovani di Niaogho, compresi quelli che avevano aderito all’associazione,
stavano vendendo il bestiame e indebitavano le loro famiglie per pagarsi il
viaggio per andare in Italia, partendo dalla Tunisia.
Mi
aveva anche detto che alcuni erano già partiti e che c’erano stati dei morti,
durante la traversata.
Io
l’avevo informato che in Italia la situazione era ulteriormente peggiorata e
che alcuni componenti dell’attuale governo, avevano addirittura proposto un
blocco navale per impedire le partenze dalla Libia e dalla Tunisia.
Ho
fatto tutta questa lunga premessa, per rendere più comprensibile il dialogo,
intercorso con dei messaggi sonori alcuni giorni fatra Moussa e me e che adesso
riporto nelle righe che seguono:
Gavino (domanda) – Come ti spiegavo ieri pomeriggio, quando mi hai
detto che i tuoi amici continuano a partire, la situazione in Italia è sempre
più problematica, a Lampedusa sbarcano quotidianamente centinaia e centinaia di
creature e purtroppo arrivano anche notizie tragiche, riferite a naufragi con
vari morti annegati. Molti arrivano stremati dal viaggio e recentemente una neonata
e un neonato sono morti subito dopo il parto avvenuto durante la traversata.
Quando
alcuni mesi fa mi avevi detto che anche da Niaogho parecchi tuoi amici erano
partiti verso la Tunisia per poi imbarcarsi per l’Italia e che altri tuoi
conoscenti stavano vendendo il bestiame per potersi pagare il viaggio, io ti
avevo spiegato quale era ed è la situazione in Italia e non quella illusoria che
invogliava i tuoi amici a partire.
Ti
avevo anche chiesto di dissuaderli e di spiegare che non c’era solamente il
pericolo di morire durante il viaggio, ma che, una volta giunti in Italia,
avrebbero trovato una situazione tutt’altro che favorevole.
Hai
notizie dei tuoi amici? Sai qualcosa di come stanno e dove sono ora?
Hanno
ascoltato quello che dicevi o continuano a farsi ingannare e partono
ugualmente?
Moussa – (risposta) – Dal nostro villaggio ne sono già andati via parecchi e
solamente nel quartiere dove abito non ci sono più i giovani che conoscevo e ho
calcolato che almeno in cinquecento sono partiti per la Tunisia e da quanto ne
so, più di quaranta sono arrivati in Italia, alcuni di loro hanno detto che
erano feriti ed ora le loro famiglie sono molto preoccupate.
Di
un mio amico che si chiama Dauda, la cui madre è molto amica della mia, non si
sa più nulla ed anche di altri due ragazzi non si hanno più notizie già da
parecchio tempo. Di un altro gruppo di giovani, partiti insieme per la Tunisia,
si sa che alcuni sono arrivati in Italia, altri invece sono ancora in Tunisia
per cercare di imbarcarsi ed ogni tanto chiamano a casa per chiedere dei soldi
per poter restare in quei luoghi.
Ce
ne sono altri che sono là da quattro o cinque mesi e non hanno ancora ricevuto
il denaro per pagarsi la traversata.
Ti
posso dire con certezza che dal nostro villaggio se ne sono andati più di
duemila giovani. Anche quasi tutti quelli che avevano aderito all’idea di
costituire l’associazione per lavorare insieme se ne sono andati. Di quel
gruppo siamo rimasti solamente Calù, io ed un altro ragazzo che sei mesi fa è
rientrato dall’Algeria.
Quando
era in Algeria una pattuglia di agenti di polizia lo aveva fermato e mandato
via, si era fatto male ad una gamba ed era rientrato a Niaogho ed ora lavora
con noi nell’allevamento.
Credimi
è la verità quella che ti dico e sta accadendo proprio tutto questo nel nostro
villaggio!
Qui da noi c’è un animaletto che
in dialetto bissa noi chiamiamo: “sisi” e
questo insetto ogni volta che vede una luce le si getta contro, anche se è
quella del fuoco.
Quando
parlo con i ragazzi per spiegar loro le ragioni per non partire e vedo che non
le vogliono capire, io dico che noi siamo come i “sisi”, perché andiamo a morire da soli.
Devo
anche dirti che quelli che erano arrivati in Italia avevano subito chiamato i
loro famigliari per rassicurarli che stavano bene e ormai sono trascorsi
quattro o cinque mesi e non si sono più fatti sentire e questo, a mio avviso,
significa che non si trovano un una buona situazione, perché altrimenti non
avrebbero fatto trascorrere tutto questo tempo senza avere e dare notizie alle
loro famiglie.
Io
cerco di dissuadere quelli che sono rimasti, però sono pochi quelli che mi
ascoltano, ed anche adesso che sono diminuite le partenze, ci sono alcuni che
vogliono andare via, io dico loro di parlare anche con i genitori e i parenti
di quelli che sono partiti e chiedere come stanno i loro figli, se hanno
telefonato per far sapere se stanno lavorando.
Proprio
l’altro ieri, dopo che ci eravamo sentiti è arrivato un ragazzo di ritorno
dalla Tunisia e quando è sceso dalla vettura che lo ha riportato a casa, ho
notato che era ferito ad un ginocchio.
Lui
era andato in Tunisia per tentare la traversata ma è stato scacciato.
Ho
cercato di dargli una mano e l’ho accompagnato alla sua casa e poi gli ho detto
che sarei passato più tardi a trovarlo.
Quando
ieri insieme a Calù siamo andati a fargli visita, sua madre non ci ha fatto
entrare in casa e ci ha detto che suo figlio non stava bene e di ritornare
un’altra volta.
Ti
avevo raccontato anche di quei due ragazzi che erano annegati e noi avevamo
partecipato alla veglia funebre.
Avevo
anche parlato di Dauda e di quei due ragazzi dei quali non si hanno più notizie
e si pensa che non siano arrivati in Italia, perché se fossero arrivati
avrebbero subito informato le loro famiglie.
Io
comunque cercherò sempre di convincere quelli che sono rimasti a non partire.
Sono
convinto che anche restando qua si possa realizzare qualcosa se ci si mette un
po’ di convinzione.
E’
anche vero che da noi purtroppo c’è anche il problema del terrorismo, che un
tempo non c’era ed anche se nella nostra Provincia i terroristi non sono
arrivati perché loro sono al nord del Paese, a Niaogho sono già giunti parecchi
profughi, costretti ad andare via a causa dei terroristi.
Solamente
alcuni giorni fa ne sono arrivati altri trentacinque e tra queste persone
c’erano solamente due anziani e due giovani e il resto erano donne e bambini,
sono fuggiti dal loro villaggio perché i terroristi hanno ucciso i loro
famigliari.
Nella
nostra zona fortunatamente non c’è questo problema che costringe i nostri
giovani ad andarsene.
Devo
anche dirti che quando un mio amico è partito io ho pianto, perché mi era dispiaciuto
che se ne fosse andato.
Lui
era più avanti di me nell’allevamento del bestiame, aveva otto vacche ed oltre
cento pecore ed ora alla sua famiglia sono rimaste solamente sette pecore.
Le
sette pecore le accudisce sua moglie insieme ad un bambino piccolo, le mucche e
le altre pecore le ha vendute per andare in Italia.
Fino
ad ora ha chiamato una sola volta sua moglie per dirle che era arrivato in
Italia e sono passati già tre mesi e non si è più fatto sentire, ma ti tendi
conto!
Adesso
non hanno più nulla! Sono rimaste solamente le sette pecore che sua moglie accudisce
con difficoltà, perché non ha un figlio grande che possa darle una mano.
Io
lo avevo quasi pregato suo marito di non vendere tutto il bestiame e di non
credere che in Italia avrebbe trovato il Paradiso.
Gli
avevo detto:” Tu lo sai che io sono già stato in Italia, però non mi è andata
bene. Non voglio augurarti che ti vada male, ma non ti conviene andare via”.
Quando
gli ho parlato così, lui se l’è presa e non ha voluto più comunicare con me
perché non gli davo coraggio”.
Un
giorno, mentre ero al mercato del bestiame ho visto le sue mucche, aveva
incaricato qualcuno per venderle.
Ora
che lui è in Italia ogni tanto sua moglie viene a parlare con me per chiedere
delle informazioni che io non posso darle perché non so niente.
Le
dico che se lui non le telefona è perché telefonare dall’Italia costa almeno
cinque euro, che sono oltre tremila franchi e se non lavora non può permettersi
di telefonare.
Lei
mi dice che è molto dispiaciuta e che è già passato molo tempo da quando suo
marito era arrivato e avrebbe già dovuto lavorare. Mi dice anche che a loro non
sono rimaste molte risorse.
Ti
ripeto, a me dispiace tutto questo ed io spero che lui si faccia sentire, per
farci sapere come sta ed anche perché vorrei chiedergli se ha capito che quello
che gli avevo detto corrisponde a verità.
Gavino (domanda) – Vorrei chiederti anche cosa si aspettano dall’Italia
quelli che sono partiti e quelli che vogliono partire e cosa dicono quelli che
già da molto tempo si sono stabiliti e lavorano in Italia e perché, sapendo
come è la situazione qui da noi, non hanno dissuaso i loro amici o parenti a
partire?
Moussa (risposta) – I loro parenti che vivono in Italia, quando durante
le ferie ritornano a Niaogho, parlano sempre molto bene di come è la vita in
Italia.
Le
case nuove di Niaogho sono quasi tutte di gente che lavora all’estero ed anche
le poche vetture che circolano nel villaggio o sono di funzionari che lavorano
per il Governo o sono degli immigrati.
Non
è perché io sono stato a lungo in Italia, devo consigliare agli altri di
partire ed anche se non fossi stato in Italia io non ragionerei in questo modo.
Ti
ho raccontato del mio amico che è ritornato dalla Tunisia con la gamba ferita e
con il quale non sono ancora riuscito a parlare per sapere di come è stata la
sua esperienza, però ti posso dire che in Tunisia ci sono più o meno delle
“carceri”, costituite da muraglioni dove i Tunisini rinchiudono i nostri amici
e poi li obbligano a telefonare alle proprie famiglie per farsi inviare dei
soldi.
Di
fatto li sequestrano e questo lo hanno fatto con tante persone che conosco.
Giorni
fa, mentre facevamo la preghiera, è venuta alla moschea una signora per
chiedere aiuto perché ha venduto tutto quello che aveva e ha detto che suo
figlio ha fatto molti tentativi per andare in Italia e varie volte i Tunisini
lo prendevano e lo rimandavano indietro. Ha detto che quelli che vengono
respinti li riportano fino al deserto del Sahara, li picchiano fino a ferirli e
poi li lasciano nella sabbia, a volte senza acqua e loro sono costretti a
camminare per giorni per arrivare all’insediamento più vicino.
Molte
volte vengono salvati dai passanti e qualcuno ha raccontato di aver visto per
strada anche dei cadaveri.
Qui
a Niaogho, tra gli esuli a causa dei terroristi ce un signore con il quale sono
diventato amico e mi ha detto che, prima che arrivassero i terroristi, non
sarebbero mai andati via dai loro villaggi come adesso fanno i ragazzi di
Niaogho
Finalmente
poco fa sono riuscito a parlare con quel ragazzo ferito al ginocchio e adesso
sta un po’ meglio, utilizza le stampelle per camminare ed è venuto alla moschea
insieme a noi.
Riguardo
a Dauda ed un altro ragazzo, abbiamo avuto la notizia che sono in un ospedale
dell’isola di Malta, mentre del terzo ragazzo non sappiamo ancora nulla.
Quello
che è in ospedale con Dauda ha un fratello che vive a Brindisi e questo, quando
ha saputo che suo fratello era introvabile, ha fatto divulgare una sua
fotografia e da questa è stato possibile rintracciarlo.
Hanno
così rintracciato anche Dauda e lo hanno visto in ospedale tutto bendato ed in
cattive condizioni, però nonostante queste ultime notizie ci sono ancora alcuni
che vorrebbero partire, è veramente difficile la situazione da noi!
Adesso
che molti uomini se ne sono andati, sono rimaste solamente le donne con i loro
bambini a dover fare la raccolta dei prodotti dei loro campi e accade che molte
di loro, al termine della nostra giornata di lavoro, vengano a chiederci se
possiamo andare a dare una mano quando sarà il momento di raccogliere le
arachidi.
Sono
sicuro che quest’anno una parte dei prodotti non verranno raccolti e rimarranno
nella terra, perché quelli che li hanno seminati se ne sono andati via e non ce
nessuno che possa raccoglierli al loro posto.
Sia
mia moglie che io stiamo facendo di tutto per aiutare una signora che vive
vicino al nostro terreno, ma non è semplice per noi. Lei ha cinque bambini
ancora piccoli ed anche suo marito se ne è andato è lei rimasta a accudire le
pecore. Come famiglia condividiamo con lei il nostro cibo e ho aggregato le sue
quattro pecore al nostro gregge e le sto portando al pascolo. Faccio questo per
solidarietà e sia mia moglie che io cerchiamo di aiutare anche altre donne
rimaste sole.
Adesso
sono preoccupato perché siamo anche al termine della stagione delle piogge e
quando non pioverà più la terra si seccherà e se le colture non verranno
raccolte marciranno nei terreni.
Noi
abbiamo già iniziato a raccogliere il mais un po’ alla volta, perché matura
prima e ci aiutiamo tra di noi, quando però matureranno contemporaneamente il
miglio, le arachidi ed altri prodotti, allora sarà difficile anche per noi
riuscire a raccoglierli.
Penso
a tutte le difficoltà che avranno queste donne, perché se i loro mariti
dovranno rimanere altro tempo in Italia, in attesa del permesso di soggiorno e
senza poter lavorare, per poter inviare qualcosa alle proprie famiglie, sarà
veramente difficile per loro tirare avanti.
Penso
anche a quando si ammalerà qualche bambino perché qui le medicine si pagano e
se non ci sono i soldi per acquistarle, sarà veramente un problema grave.
In
questi periodi sono parecchi i bambini che si ammalano e senza i loro padri che
portavano i soldi per pagarle, come faranno adesso le loro mamme!
Tra
di noi, rimasti, abbiamo discusso di tutti questi problemi, ma non sappiamo
trovare una soluzione, perché, noi africani molte volte pensiamo solo
all’immediato e quando ci viene una cosa in testa agiamo d’impeto, senza
pensare alle conseguenze e pensiamo che ci possa andare bene tutto, invece
molte volte ci pentiamo dopo averla fatta.
Gavino (domanda) – Moussa, vorrei farti ancora un’altra domanda, ma
non so se mi potrai dare una risposta e se tu ne sai qualcosa.
Ho
sentito dire, in un filmato, che anche i Francesi sono implicati e d’accordo
con i terroristi per scacciare le popolazioni dai loro territori, tu hai
sentito qualcosa a riguardo?
Moussa (risposta) – Riguardo il terrorismo, come ti ho già detto, anche
pochi giorni fa sono arrivate trentacinque persone, costrette ad abbandonare il
proprio villaggio a causa dei terroristi. Un tempo in Burkina Faso non c’era il
terrorismo e ne sentivamo parlare solamente attraverso i telegiornali. Gli atti
terroristici avvenivano nel Sahara, lontano da noi, però adesso si sta
avvicinando sempre più.
Le
persone che sono arrivate vengono ospitate vicino a casa nostra e tutto il
villaggio li aiuta e la gente della chiesa ha portato loro il miglio e il mais
ed anche noi, vicini, condividiamo con loro quello che possiamo donare.
Quel
ragazzo con il quale ho fatto amicizia, mi ha detto che quando i terroristi
arrivavano nei loro villaggi, in un primo momento costringevano quelli che non
erano Mussulmani a cambiare religione e a diventare Mussulmani, successivamente
arrivavano e senza più parlare incominciavano ad uccidere le persone, compresi
i bambini.
Riguardo
i sospetti della complicità dei Francesi, credo che sia vero perché mi ricordo
che nel mese di febbraio o marzo di questo anno è transitata nel territorio di
Niaogho una colonna militare francese, lunga quattro o cinque chilometri,
proveniente dal Togo e diretta verso il Niger. Noi, in quella occasione siamo
scesi tutti in strada per cercare di impedire questo transito, perché erano
tutti mezzi da guerra e qui non c’era la guerra ed allora cosa venivano a fare?
Quando
questa colonna è arrivata in Mali è stata bloccata anche lì.
Per
quanto riguarda i terroristi, alcuni di loro hanno dichiarato, attraverso i
social, che loro erano neo militari e venivano trattati bene perché i Francesi
li finanziavano e li fornivano le armi.
Quando
il nostro Presidente ha iniziato a reclutare dei nuovi volontari per difendere
il Burkina Faso, i terroristi hanno detto ai volontari di non arruolarsi e
hanno intimato che se in qualche villaggio avessero visto gente armata, loro
avrebbero ammazzato tutta la popolazione.
Ho
sentito dire alla TV che dopo uno scontro tra i terroristi e i militari
burkinabè, siano state trovate addosso a dei cadaveri delle carte di identità
francesi.
Adesso
anche i canali TV e i programmi francesi sono stati oscurati dalla nostra
televisione e i tecnici francesi sono stati allontanati.
Nel
pomeriggio ho incontrato un anziano rifugiato che mi ha informato che anche sua
figlia ed il suocero di lei, stanno arrivando a Niaogho.
Mi
ha detto che loro hanno tentato di resistere, però è stato impossibile restare perché
i terroristi ammazzano tutti: uomini, donne, bambini e animali.
E’
veramente brutta questa situazione!
Sto
cercando se ci sia la possibilità di coltivare insieme a loro alcuni dei nostri
terreni, perchè ho la sensazione che quest’anno ci sarà la fame a Niaogho…
lunedì 19 luglio 2021
The Last Twenty
Mentre in Italia andavano avanti gli incontri dei G20, dei venti Grandi della terra, dal mese di febbraio si è costituito un comitato denominato “Last Twenty”, che ha tentato di riunire gli “L20”, i venti Paesi più “impoveriti” del nostro pianeta, in base alle statistiche internazionali sui principali indicatori socio-economici e ambientali. Sono i Paesi che più soffrono della iniqua distribuzione delle risorse, dell’impatto del mutamento climatico, delle guerre intestine, spesso alimentate dai G20.
Guardare il
mondo con gli occhi degli “Ultimi” ci permette di andare alla radice dei
problemi che deve affrontare la nostra società in questa fase, di misurare la
temperatura sociale e ambientale del nostro pianeta partendo dai punti più
sensibili.
L’evento
“The Last 20” parte da Reggio Calabria il 22 luglio, con
l’intitolazione di un ponte, che unisce la città al suo porto, all’Ambasciatore
Luca Attanasio e alla sua scorta, morti in un agguato in Repubblica Democratica
del Congo il 22 febbraio 2021. Un ponte che ha un valore simbolico perché
unisce l’ultimo lembo della penisola italiana con il mare che ci porta nel
Continente africano. Un legame che vogliamo riprendere e rilanciare. Alla
cerimonia sarà presente la vice-ministra del MAEC on. Marina Sereni, l’ambasciatore
della Repubblica Democratica del Congo in Italia, i familiari dell’ambasciatore
e del carabiniere Iacovacci, nonché le massime autorità locali.
Dal
pomeriggio del 22 Luglio per tre giorni si terranno, presso il Parco Ecolandia,
un grande balcone sullo Stretto sito nella parte Nord della città, incontri e
dibattiti con i rappresentanti di ONG, sindaci, docenti universitari,
rappresentanti della comunità degli L20 presenti in Italia e nella Ue, sui temi
relativi alla immigrazione, accoglienza, cooperazione decentrata, ruolo
dell’Europa rispetto agli L20.
“The Last
20” proseguirà dal 10 al 12 settembre a Roma, sulla questione della
lotta alla fame e alla povertà, dal 17 al 21 settembre in Abruzzo e
Molise sui temi del dialogo interreligioso e della pace, a Milano
dal 22 al 26 settembre sulla questione della sanità, dell’impatto del
mutamento climatico, della resilienza.
“The Last
20” si concluderà a S.M. di Leuca il 2-3 ottobre con la
stesura di un documento da presentare nelle sedi internazionali.
I Paesi L20
Non si tratta di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento
coloniale, guerre e conflitti
etnici, catastrofi climatiche. Sono Afghanistan, Burkina Faso, Burundi,
Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea,
Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico,
Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.
Dove e quando gli incontri degli L 20
·
22-25 luglio: inaugurazione
a Reggio Calabria, quattro giorni con rappresentanze delle ambasciate
e/o “governi in esilio”, delle culture di questi Paesi (mostre, artigianato,
spettacoli). Incontro con esperti e testimoni su fussi migratori e politiche di
accoglienza, corridoi umanitari e cooperazione decentrata.
·
10-12 settembre a Roma. Incontro
sul contrasto alla povertà, alla fame, alla malnutrizione, alle cause del
dilagare delle malattie e sulle alternative in atto. Il rilancio della
cooperazione internazionale: la responsabilità della Ue. Le nuove pratiche
dell’agro-ecologia come risposta dei Paesi dell’Africa sub-sahariana alla
siccità e come alternativa alla dipendenza dalle multinazionali del cibo.
·
17-21 settembre a L’Aquila,
Sulmona (AQ), Agnone (IS), Castel del Giudice (IS), Piano dei Mulini, Colle
d’Anchise (CB). I
più piccoli insieme ai più poveri per costruire il presente. I giovani come
promotori del dialogo intergenerazionale: i giovani italiani, rappresentanti
politici e religiosi e la società civile insieme a Capi di Stato, ambasciatori,
Comunità delle Diaspore africane e associazioni internazionali rispondono al
G20 nella tappa. Abruzzo e Molise saranno la cornice di questo incontro internazionale
di dialogo, ascolto, confronto e proposte.
·
23-26 settembre a Milano. Incontro
con rappresentanti di questi Paesi su “mutamento climatico”, tutela ambientale,
salute e altreconomia. Sarà afrontata la questione sanitaria, partendo dalle
evidenze fatte emergere dalla pandemia, ma andando oltre vero una politica
globale che metta la salute delle persone al primo posto. La resilienza al
mutamento climatico e le nuove pratiche delfair trade, a livello nazionale e
internazionale, saranno al centro dell’incontro.
·
2-3 ottobre Santa Maria di
Leuca, Campo Internazionale per la pace. “Il cammino nella
bellezza”. Nell’ambito di questa tappa finale verrà stilato un documento da
presentare al G20, Parlamento europeo, nonché ai mass media italiani e
stranieri.
Ufficio stampa:
Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio
Facchini tel: +39 3291376380