Visualizzazione post con etichetta Associazione Marco Mascagna. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Associazione Marco Mascagna. Mostra tutti i post

mercoledì 21 giugno 2023

La cedolare secca: come favorire i ricchi e turlupinare la stragrande maggioranza dei cittadini - Associazione Marco Mascagna

Quanti sanno cosa è la “cedolare secca sugli affitti”? Quanti sanno da chi è utilizzabile?

Pensiamo pochi, eppure la storia e gli effetti di questa tassa sono estremamente istruttivi e di interesse per tutti i cittadini.

Che pochi sappiano cosa sia la cedolare secca sugli affitti non è un caso. Sui giornali di queste cose se ne parla poco e gli articoli in proposito sono quasi sempre relegati nelle pagine di economia e finanza e scritti con un linguaggio per addetti ai lavori, poco comprensibile da un cittadino anche acculturato (figuriamoci per quel 54% degli italiani ultra 25enni che non ha un diploma superiore [1]). Ci si dovrebbe chiedere: perché i giornali parlano così poco e in tal modo della cedolare secca, mentre su altri argomenti anche più complessi (per esempio quella forma di sostegno al reddito dei poveri chiamato “reddito di cittadinanza”) se ne parla tanto e sulle prime pagine?

La “cedolare secca sugli affitti” è stata introdotta nel 2011 (art. 3 dlgs 14 marzo 2011) dal Governo Berlusconi, Ministro dell’Economia Giulio Tremonti (sottosegretario il leghista Giorgetti). La norma consente al proprietario di casa che affitta di non dovere più riportare nella dichiarazione IRPEF l’introito che ne ricava (così da contribuire all’imponibile totale sul quale calcolare quanto è l’ammontare delle tasse da pagare), ma di dichiararlo a parte, pagando un’imposta pari al 21% per i contratti a canone libero (cioè in cui padrone e inquilino sono “liberi” di decidere l'importo del canone che l'inquilino dovrà dare al proprietario e la durata del contratto deve essere di almeno 4 anni, prorogabili di ulteriore 4 anni alla scadenza) e al 19% per i canoni relativi a immobili affittati a canone convenzionato (cioè nei quali l’importo è calcolato sulla base di criteri stabiliti da un accordo tra le associazioni dei proprietari e quelle degli inquilini con la mediazione del Comune).

Lo scopo dichiarato di tale norma è principalmente quello di fare entrare più soldi nelle casse dello Stato combattendo l’evasione fiscale da parte dei proprietari di casa. Molti di questi, infatti, affittano a nero (cioè non facendo risultare ciò e, quindi, non pagando alcuna tassa sulle entrate percepite) o parzialmente a nero (scrivendo un importo mensile sul contratto e facendosene dare uno maggiore o chiedendo una somma a nero prima di stipulare il contratto). Il ragionamento fatto da Berlusconi e dai suoi ministri e sottosegretari è che bisogna essere pragmatici: l’importante è fare entrare soldi nelle casse dello Stato e, pretendendo che si cumuli il reddito ottenuto con l’affitto con gli altri redditi, c’è una forte evasione fiscale, mentre, chiedendo solo il 21% o il 19% di tassa, i proprietari non evaderanno e si metteranno in regola. Il proprietario, con la cedolare secca, ha infatti un gran vantaggio: paga come tassa solo il 21% o il 19% dell’importo percepito invece del 43% (se cumulando tutti i redditi percepiti guadagna più di 50.000 euro lordi all’anno), del 35% (se guadagna tra 28.000 e 50.000 euro all’anno), del 25% (se guadagna tra 15.000 e 28.000) o del 23% (se guadagna tra 8.000 e 15.000 euro).

Inoltre i fautori della cedolare secca affermano che, se si riducono le tasse sugli affitti, aumentano sul mercato le case da affittare, con vantaggi per chi cerca casa e l’effetto combinato della riduzione delle tasse e del maggior numero di case affittabili calmiererà i prezzi, che sono molto alti, con consistenti vantaggi per gli inquilini.

Nel giugno 2013 il Governo Letta (ministro dell’Economia Saccomanni, bocconiano e banchiere) per rendere più allettante la cedolare secca riduce l’aliquota per i contratti a canone concordato dal 19% al 15%. Passano appena 9 mesi e il Governo Renzi (ministro dell’Economia Padoan, economista ed esponente del PD), tra i suoi primissimi atti, riduce l’aliquota dal 15% al 10%.

Il governo Gentiloni (ministro dell’Economia Padoan) nel 2017 vara la legge 50 (cosiddetta legge B&B), che amplia l’applicabilità della cedolare secca ai fitti brevi prevedendo però nuovi obblighi sia per chi gestisce in proprio un B&B sia per chi lo gestisce tramite intermediari (ad esempio Airbnb).

Nel 2019 il Governo Conte II (Robertto Gualtieri, esponente PD, ministro dell’Economia) estende la cedolare secca al 21% anche per i negozi con superficie inferiore a 600m e solo per i contratti stipulati nel 2019.

L’attuale governo Meloni (Giorgetti, leghista, ministro dell’Economia) ha promesso di estendere la cedolare secca anche agli studi professionali e, in generale, alle cosiddette “partite IVA”.

C’è da chiedersi: la cedolare secca ha effettivamente fatto entrare più soldi nelle casse dello Stato? Sono aumentate le case affittabili? Si sono calmierati i prezzi?

A queste domande rispondono le annuali edizioni della “Relazione sull’evasione fiscale e contributiva” allegate alla NADEF (documenti scritti per il Governo da un gruppo di esperti, sulla base di dati provenienti da vari enti e da studi su questi fenomeni) [2]. Vediamo cosa dicono:

1) non sono entrati più soldi nelle casse dello Stato, ma meno (una riduzione del 13-16% delle entrate derivanti da questo settore, cioè circa 1,4 miliardi di entrate in meno all’anno dal 2015 in poi). La forte riduzione dell’aliquota (la gran parte dei proprietari che affittavano dovevano applicare l’aliquota del 43% e passare al 21%, 19%, 15% e 10% è un gran bel risparmio) non è stata per nulla compensata da quella quota di proprietari che affittavano a nero e che sono emersi. Inoltre la Relazione ci dice che la riduzione al 15% e poi al 10% non è servita per nulla a far aumentare l’emersione di locazioni precedentemente a nero [3]. Una discreta emersione del nero è invece avvenuta grazie alla legge B&B del Governo Gentiloni, perché diffusa era l’evasione in questo settore, ma tale aumento, per i medesimi motivi prima esposti, non è stato rilevante per l’entrate dello Stato;

2) si è verificato un aumento irrisorio delle case affittabili: “l’introduzione del regime della cedolare secca aumenta la probabilità di affittare un immobile solo del 3,8%” [4];

3) i prezzi delle case da affittare non sono scesi ma saliti. Ciò probabilmente dipende dal fatto che la domanda di case da affittare è alta (vista anche l’enorme carenza di edilizia popolare e di case di proprietà pubblica o di enti) e dal mancato previsto aumento delle case affittabili sul mercato. Inoltre quasi sempre i proprietari che affittano non sono pressati da esigenze di cassa, per cui possono tenere l’appartamento sfitto finché non trovano chi è disposto a pagare quanto chiedono.

Inoltre la “Relazione sull’evasione fiscale e contributiva” del 2022 si perita di dirci anche quale fascia di proprietari si becca la maggior parte di questi 1,4 miliardi: la più ricca (“Di circa il 20% della variazione fiscale complessiva ha beneficiato l'1% più ricco e circa il 60% di tutta la riduzione delle tasse è andata a vantaggio del 10% dei contribuenti più ricchi” [5].

In conclusione la cedolare secca è un provvedimento privo di effetti positivi per gli inquilini e per la società e che comporta un costo per lo Stato di circa 1,4 miliardi all’anno, che vanno a finire tutti nelle tasche dei proprietari di seconde, terze, quarte e enne case, e, in particolare, dei proprietari più ricchi.

Che la cedolare secca non facesse aumentare le entrate, ma fosse un costo per lo Stato lo si sa con certezza dal 2016, anno della prima “Relazione sull’evasione fiscale e contributiva”, ma lo si sospettava anche prima (bastava guardare l’ammontare delle entrate per settore). Malgrado ciò si è insistito con questo provvedimento, invece di adottare altre strade (per esempio l’aumento dei controlli, l’incrocio dei dati, la parziale detrazione dall’imponibile da parte degli inquilini, la tassazione degli appartamenti che risultano sfitti, l’aumento delle pene ecc.). Anzi, si sono ridotti i controlli, operando tra il 2019 e il 2017 un taglio del 10% del personale delle agenzie fiscali.

Ci chiediamo:

possibile che i nostri ministri dell’Economia (bocconiani, banchieri, docenti universitari) e i loro sottosegretari non abbiano saputo prevedere tutto ciò? Possibile che i dirigenti e i funzionari dei Ministeri non li abbiano messi in guardia dalla negatività di un tale provvedimento?

Perché si è ridotta l’aliquota al 15% e poi al 10% senza prima un minimo di studio sugli effetti sulle casse dello Stato della riduzione al 19%?

Capi di Governo e Ministri e sottosegretari all’Economia sono incompetenti o, pur di favorire determinate categorie, non si importano dei danni che lo Stato e i cittadini possono avere?

Soprattutto ci chiediamo: come è possibile, sapendo l’inutilità, l’enorme costo per le casse dello Stato e l’iniquità di un tale provvedimento, che l’attuale Governo proponga un’estensione di tale strumento anche agli immobili locati dalle cosiddette “partite IVA”?

Un qualsiasi Governo serio l’avrebbe abolita già nel 2016, mentre nessuno dei Governi che si sono succeduti lo ha fatto e l’attuale addirittura vuole estendere questo inutile, costoso e iniquo provvedimento.

In ultimo ci chiediamo perché tanto accanimento contro un sussidio ai poveri assoluti (il reddito di cittadinanza) e una totale disattenzione da parte di giornali, reti televisive, politici e cittadini nei riguardi di un “sussidio” ai ricchi proprietari di seconde, terze, quarte e enne case?

Diffondi queste informazioni, condividi questo post sulla tua pagina facebook e sui gruppi whatsapp di cui fai parte.

 

Note: 1) ISTAT 2022; 2) Il nome completo del documento è “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva” e dal 2016 è allegato ad ogni Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF). Sul sito del Ministero sono presenti tutte le Relazioni dal 2016 ad oggi e la composizione del gruppo di esperti che redige questi documenti: https://www.mef.gov.it/mini.../commissioni/rel_ev/index.html; 3) MEF: “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva. 2018” pag. 63; 4) MEF: “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva. 2022”; 5) MEF: “Relazione sull'economia non osservata e sull'evasione fiscale e contributiva. 2022” pag. 106.

 

da qui

domenica 7 maggio 2023

Quante bufale ci hanno fatto credere sulla pubblica amministrazione! - Associazione Marco Mascagna

 

E’ convinzione di molti che l’Italia abbia una pubblica amministrazione inefficiente, con una pletora di dipendenti, in maggioranza scansafatiche. Quasi ogni Governo promette e, spesso, effettua tagli ai ministeri e ad altri enti pubblici, perché sa che una gran parte degli elettori plaudirà a questi tagli. Anche il Governo Meloni non è da meno: con la finanziaria 2023 ha approvato tagli alla pubblica amministrazione (all’Agenzia delle Entrate, ai ministeri, alla Sanità ecc.) e un taglio di circa 6 miliardi al Sostegno e riequilibrio territoriale”, cioè al fondo per colmare le sperequazioni tra Nord-Centro e Sud Italia [1]). Ora ha approvato il Documento di Economia e Finanza (DEF) che prevede tagli per 1,5 miliardi ai ministeri e altri tagli alla pubblica amministrazione [2]. E’ necessario chiedersi: quel che si dice della pubblica amministrazione italiana è vero o no?

Se si vanno a vedere i dati appare evidente che non è assolutamente vero, che è un luogo comune (falso come quasi tutti i luoghi comuni).

L’Italia ha un numero di dipendenti nella pubblica amministrazione al di sotto delle medie UE e OCSE e molto al di sotto rispetto non solo ai Paesi scandinavi, ma anche a Francia, Gran Bretagna, Spagna, Canada, Stati Uniti. In Svezia c’è un dipendente pubblico ogni 7.000 persone, in Francia ogni 11.000, in Gran Bretagna ogni 12.000, negli Stati Uniti (dove gran parte dei servizi che da noi sono pubblici sono svolti da privati) ogni 14.000, in Italia ogni 17.000 [3]. Se si confronta il numero di addetti nel settore privato con quello nel pubblico, la situazione è ancora peggiore: l’Italia è al quart’ultimo posto nella UE nel rapporto lavoratori nella P.A./lavoratori nel privato [3]. Se l’Italia volesse eguagliare la Francia come numero di addetti nella pubblica amministrazione ogni 1.000 abitanti dovrebbe assumere 1.894.000 persone, cioè aumentare del 56% la dotazione [3].

Altro che tagli! Di tagli ne sono stati fatti già tanti, troppi: 200.000 posti in meno tra il 1992 e il 2008 e 400.000 tra il 2008 e il 2014 [4]. Tra il 2008 e il 2017 il personale della pubblica amministrazione si è ridotto del 7,5%. Tra i settori con maggiori riduzioni del personale INPS, INL, INAIL (-27%), l’università (-21%), i ministeri (-18%), le regioni e gli enti locali (-12%), le agenzie fiscali (-10%), la polizia (-8%), la sanità (-6%) [5]. Tagli che sono stati ottenuti con il blocco del turn over, cioè bloccando le assunzioni. Tagli che, come sempre avviene in Italia, hanno interessato soprattutto il Sud Italia. Infatti, rispetto al Nord Italia, la percentuale di personale “tagliato” è stata doppia nel Sud Italia [6]. Tra le regioni a statuto speciale, quelle col maggior numero di dipendenti pubblici (totali) sono la Valle d’Aosta (49 dipendenti ogni 1000 abitanti) e il Trentino-Alto Adige (20 dipendenti/1000ab) e, tra quelle ordinarie, Liguria e Lazio (rispettivamente con 15 e 14 dipendenti/1000ab); ultima in classifica la Puglia (7 dipendenti pubblici ogni 1000 abitanti) [5]. Tagli che purtroppo sono continuati anche dal 2018 in poi (nel solo 2021 il personale della pubblica amministrazione è ulteriormente calato di 30.000 unità [7]).

Il blocco delle assunzioni ha fatto sì che il nostro Paese conseguisse due tristi primati: abbiamo la più alta percentuale di dipendenti sopra i 55 anni (il 45% contro una media OCSE del 24%) e la più bassa percentuale di personale sotto i 35 anni (2,2% contro una media OCSE del 18%) [5].

L’Italia inoltre ha investito e investe poco nella formazione dei dipendenti pubblici: meno di 50 auro all’anno per addetto [7].

Tutto ciò spiega perché spesso i servizi pubblici non funzionano bene. E come potrebbero con poco personale, anziano, poco formato e, talvolta, anche privo degli strumenti e delle risorse necessarie?

Si pensi che un addetto italiano alla sanità deve mediamente servire circa il doppio di utenti rispetto ai suoi colleghi tedeschi, inglesi o francesi; che ogni addetto alla pubblica amministrazione deve occuparsi in media delle pratiche di più di 50 cittadini, mentre un dipendente della P.A. francese, inglese o spagnolo deve svolgerne solo 25-30 (per amore di patria non facciamo paragoni con i Paesi scandinavi) [3]; che l’intero Centro Antico di Napoli è affidato a una sola unità di personale della Soprintendenza (un architetto funzionario).

La nostra pubblica amministrazione non è per niente inefficiente, come si dice e come molti credono. L’efficienza è il rapporto tra le risorse impiegate e i risultati conseguiti: tenendo conto delle scarse risorse che l’Italia impiega i risultati sono di tutto rispetto e l’efficienza quindi non è per niente bassa.

Quando si parla di pubblica amministrazione molti pensano a passa-carte, burocrati, parassiti. La pubblica amministrazione è fatta di innumerevoli servizi, tutti importanti per la vita del Paese: sistema sanitario nazionale; polizia; vigili del fuoco; scuola; università; ricerca; assistenza sociale; tutela dell’ambiente, del paesaggio, delle opere d’arte e della cultura; magistratura; sistema carcerario; trasporti pubblici; sistema bibliotecario pubblico; fisco (entrate, dogane ecc.); sicurezza del volo e delle ferrovie; protezione civile; ecc. Basta andare sul sito del Comune, della Regione o di un Ministero per capire quanti servizi sono erogati da tali enti.

Se la pubblica amministrazione non funziona bene sono danneggiati tutti: cittadini, imprese e l’intero Paese. I cittadini lo sanno bene quando impattano con le lunghe liste di attesa nella sanità, con i rifiuti urbani non prelevati, con i mezzi di trasporto pubblico che non passano. Molti non immaginano che anche le imprese sono fortemente danneggiate. Si pensi, per esempio, ai pagamenti delle amministrazioni pubbliche alle aziende, tempi che ordinariamente oscillano tra i 50 e i 240 giorni e dipendono principalmente da due fattori: la quantità di personale addetto a tale servizio e la dotazione informatica presente [6]. Un altro esempio, se il PNRR è in gran ritardo il motivo principale è lo scarso numero di dipendenti di Ministeri, Comuni, Regioni.

Purtroppo dai primi anni ‘80, non solo in Italia ma in tantissimi Paesi, si è operato un attacco contro tutto ciò che è pubblico. E’ stato un attacco voluto e promosso da soggetti imprenditoriali, da politici di destra e da ideologi ultraliberisti. Una delle parole d’ordine della destra americana fin dalla fine degli anni ‘70 era “Starve the beast”, prendi la belva per fame, cioè taglia le risorse alla pubblica amministrazione. In questa maniera si pensava di avere tre vantaggi: 1) meno controlli e vincoli alle imprese (per esempio i vincoli ambientali, paesaggistici, di tutela dei lavoratori ecc.); 2) nuovi settori di mercato per le imprese (per esempio la sanità, i trasporti, l’istruzione ecc.); 3) meno tasse da pagare per imprese e ricchi [8]. Dai primi anni ‘80 infatti sono diminuite sempre più le tasse a ricchi e benestanti. Per esempio negli USA l’aliquota massima negli anni ‘60 era al 94%, durante l’amministrazione Reagan al 28%. In Italia nel 1974 vi erano 32 diversi scaglioni di reddito e l'aliquota più alta era dell’82% (quella per redditi superiori agli attuali 2 milioni e 850 mila euro). Negli anni ‘80 gli scaglioni sono stati portati a 9 e l’aliquota massima è stata ridotta al 65%. Oggi gli scaglioni sono solo 4 e l’aliquota massima è al 43% e il Governo vuole ulteriormente ridurre le tasse a ricchi e benestanti. Tutto ciò ha causato un’enorme diminuzione delle entrate, con un conseguente indebitamento dello Stato, la svendita di tante aziende pubbliche, il passaggio ai privati di servizi una volta svolti dal pubblico (per esempio la cronica riduzione di risorse del Sistema sanitario nazionale ha fatto espandere enormemente la sanità privata), un enorme aumento delle disuguaglianze.

Non solo, tutto ciò ha anche danneggiato tante aziende, soprattutto quelle oneste e rispettose dei lavoratori e dell’ambiente. Su 62.710 ispezioni effettuate dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) è risultato irregolare oltre il 62% delle aziende. Su 84.679 ispezioni effettuate da INL-INPS-INAIL è risultato irregolare il 69% [6]. Abbiamo visto che i tagli più consistenti sono stati effettuati proprio a INPS, INL, INAIL e alle ASL, cioè a quegli enti che controllano che le aziende rispettino le norme relative ai diritti dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente e della salute pubblica e che devono scoprire le aziende a nero, quelle che più di tutte fanno concorrenza sleale alle aziende rispettose delle norme.

Un gruppo di economisti dell’Università di Torino si è fatto promotore di una proposta per assumere 1 milione di persone in più nella pubblica amministrazione. Ai motivi da noi sopra esposti loro ne aggiungono un altro: quello di ridurre la disoccupazione. Ritengono infatti che solo con una pubblica amministrazione forte, capace di svolgere tutti i servizi che le competono, avremo un’economia forte e stabile: “cercare di ottenere livelli bassi di disoccupazione operando su altri settori vorrebbe dire puntare su un rapporto fra settore privato e settore pubblico anormalmente alto”, che è una delle patologie dell’Italia [9]. I costi verrebbero coperti con un prelievo dell’1% sui patrimoni finanziari (conti in banca, azioni, obbligazioni, bot), con una quota esente di 100.000 euro (quindi solo se tali patrimoni sono superiori ai 100.000 euro).

Una proposta seria e di assoluto buon senso e che, forse proprio per questo, è stata snobbata dal Governo, che continua a lanciare slogan demagogici quali “meno tasse”, “flat tax per rilanciare l’economia”, “tagliamo i fondi ai Ministeri”.

In ultimo i giornali hanno dato la notizia che con il PNRR ci saranno 800.000 assunzioni nella pubblica amministrazione [10]. La notizia è quasi vera, ma mistificante. Le assunzioni previste sono infatti 777.000, ma nel quinquennio 2022-2026 e a fronte di un uscita per pensionamenti stimata di 726.300 dipendenti: cioè i dipendenti pubblici aumenterebbero solo di 4.700 unità, cioè un’inezia.

Note: 1) Qui Finanza: Nel 2023 il Governo cambia il piano di spesa: che fine faranno i fondi, 2/1/23; 2) I tagli ai ministeri e altri enti pubblici sono riportati a pag. 11 e nelle pagg. 146 e seguenti del DEF; 3) I dati, dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e riferiti al 2019, sono riportati in G. Ortona: I dati non lasciano dubbi: in Italia i dipendenti pubblici sono troppo pochi, 29/3/23; 4) Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica: L’occupazione nel settore pubblico in Italia, 20/5/22;  5) Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica: L’andamento dell’occupazione pubblica italiana dal 2008, 17/6/19; 6) Economia e politica: Politiche economiche: una ipotesi di rafforzamento della pubblica amministrazione nel Mezzogiorno, 14/4/23; 7) Ministero della Pubblica Funzione 2021; 8) D’Eramo M: Dominio, Feltrinelli, 2020; 9) Il Manifesto: Il nostro piano straordinario per la pubblica amministrazione, 29/1/22; 10) Si veda per esempio Repubblica del 6/9/22. Il Ministro Brunetta (Governo Draghi) ha addirittura sparato 1 milione di assunzioni (il 23/11/21).

da qui

martedì 22 novembre 2022

Fake news sulle navi umanitarie e su dove devono sbarcare i migranti per distrarre i cittadini - Associazione Marco Mascagna


Impedire l’attracco delle navi umanitarie che hanno salvato migranti in balia delle onde: questo uno dei primissimi atti del Governo di destra. Viene rimessa così all’attenzione dei cittadini quale urgentissimo e grave problema dell’Italia l’immigrazione. Un problema che, nella realtà, esiste solo per chi lascia la propria patria per cercare fortuna in un Paese straniero, quasi sempre ostile (così come è successo a milioni di italiani dalla fine dell’800 a gran parte del ‘900). Per l’Italia accogliere stranieri, infatti, è una necessitàperché la popolazione italiana diminuisce di oltre 200.000 persone ogni annoperché vi sono sempre più vecchi e meno giovaniperché abbiamo bisogni di lavoratori disponibili a svolgere lavori che pochissimi sono disposti a fare (per esempio portare per monti e pianure 6,5 milioni di capre e pecoreaccudire 3 milioni di anziani non autosufficienti o spostarsi da una parte all’altra dell’Italia per raccogliere pomodori, cavoli, mele). L’arrivo di stranieri in Italia dovrebbe essere visto come una manna dal cielo e invece lo si dipinge come un problema gravissimo. In realtà si tratta di una cinica operazione di distrazione dell’opinione pubblica dai veri problemi degli italiani, basata su notizie false e mistificantiPer esempio quella che le navi umanitarie sono in realtà taxi del mare (espressione coniata da Luigi di Maio e fatta propria anche da Minniti, Salvini, Meloni) e fuorilegge (Meloni le ha denominate  addirittura “navi pirata”) o che i migranti devono essere portati nello Stato di cui le navi che li hanno salvati battono bandiera.

Vediamo allora come stanno i fatti.

Le norme internazionali stabiliscono che prestare soccorso in mare a chi sta in situazione di pericolo è un obbligo per qualsiasi natante sia nelle condizioni di poterlo fare [1]. Il non farlo costituisce un reato punibile con la reclusione. L'operazione di soccorso va eseguita “con tutta rapidità” [2] e termina quando gli assistiti raggiungono un “posto sicuro” [3]. Il comandante deve avvertire della situazione di pericolo il Centro di Coordinamento Marittimo di Soccorso (MRCC) della zona di mare interessata e, nel caso questo non risponda, il MRCC più vicino, che subentra in toto [4]. Egli inoltre deve “cercare di garantire che i superstiti non siano sbarcati in un luogo in cui la loro sicurezza sarebbe ulteriormente compromessa” [5].

Le navi Geo Barents di Medici Senza Frontiere e Ocean Viking (entrambe battenti bandiera norvegese) e la Humanity 1 (battente bandiera tedesca) hanno scorto alcuni barconi in balia delle onde, strapieni di persone che chiedevano di essere salvateTutte hanno avvertito il Centro di Coordinamento Marittimo di Soccorso (MRCC) della zona di mare interessata, senza avere alcuna risposta, e, quindi, quella della zona più vicina, senza avere anche in questo caso risposta (cioè Italia e Malta non hanno svolto i compiti loro dovuti) e hanno proceduto al salvataggio. L’Humanity 1 ha salvato 179 persone (di cui 104 minori)la Geo Barents 572 persone (tra cui alcune donne gravide, 60 minori - il più piccolo di soli 11 mesi - e un uomo con una gamba fratturata)la Ocean Viking 234 persone (tra cui 40 minori non accompagnati).

I comandanti delle navi hanno chiesto più volte al Centro di coordinamento marittimo di soccorso (MRCC) italiano e a quello maltese l’indicazione del posto sicuro nel quale portare i salvati, senza avere risposta. Le norme internazionali stabiliscono che il “posto sicuro” deve essere deciso dal MRCC [6], che può indicare un proprio porto o quello di un altro Stato, ma previo accordo con esso [7]. Quindi non è vero quello che vari politici di destra e giornalisti hanno detto, che le persone salvate dalle navi umanitarie devono andare in Germania e in Norvegia perché le navi che le hanno salvate battono bandiera di questi Stati. Le norme internazionali, invece, indicano che devono essere sbarcati nel posto più facilmente raggiungibile, dove siano garantiti sicurezza e soccorso adeguato, e che il Centro di Coordinamento deve “compiere ogni sforzo per ridurre al minimo il tempo di permanenza dei sopravvissuti a bordo della nave di assistenza” [8].

Di fatto le navi umanitarie sono intervenute perché Italia e Malta non hanno ottemperato all'art. 98 della Convenzione ONU sui Diritti in Mare e alla Convenzione per la Sicurezza della Vita in Mare (SOLAS), che hanno sottoscritto e che le impegna a promuovere “la costituzione e il funzionamento permanente di un servizio adeguato ed efficace di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima” e a spingersi anche fuori della loro zona SAR e perfino in acque territoriali di altri Stati se vi sono persone in “effettivo pericolo”.

E’ più che evidente, quindi, che fuori legge in questa vicenda è l’Italia (e Malta) e non certo le navi umanitariecome il Presidente del Consiglio e vari suoi ministri (degli Interni, degli Esteri, delle Infrastrutture) vogliono farci credere. E’ l’Italia che non rispetta le norme internazionali (e ricordiamo che l'articolo 10 della Costituzione Italiana impone allo Stato italiano “di conformare il proprio ordinamento alle norme di diritto internazionale”) e disattende gli impegni che ha preso scegliendo di diventare Centro di Coordinamento Marittimo di Soccorso (MRCC) per l’area di mare tra la zona SAR maltese e quella francese.

Tutta la vicenda è un film già visto quando Salvini era Ministro degli Interni e suo braccio destro era l’attuale ministro PiantedosiAnche allora si impedì lo sbarco delle persone salvate, si accusarono le navi umanitarie di essere dei taxi del mare e di non rispettare la legge, si diffusero fake news che diedero spunto ad alcuni magistrati per aprire indagini e avviare processi contro le organizzazioni umanitarie, processi finiti con il proscioglimento “perché il fatto non costituisce reato” (mentre, ricordiamo, Salvini è ancora sotto processo per avere infranto la legge italiana).

Fino a pochi anni fa la maggioranza degli italiani credeva che l’arrivo di migranti fosse uno dei più gravi problemi dell’Italia e quasi tutti i partiti facevano a gara per chi era più duro contro gli stranieri che venivano da noi per sfuggire a guerre, a regimi dispotici, a gruppi terroristici o alla miseria. Poi l’epidemia di covid, le difficoltà economiche con l’enorme aumento delle disuguaglianze, la siccità e le alluvioni provocate dall’effetto serra hanno fatto capire a molti italiani quali sono i veri nostri problemi.

Si spera che nessuno più abbocchi alla favola dell’invasione dell’Italia da parte degli stranieri con Salvini e la Meloni a difendere il sacro suolo della patria; alla menzogna che non abbiamo le possibilità economiche e sociali di accogliere questa gran massa di stranieri (in realtà non sono tanti: 11.000 nel 2019, 34.000 nel 2020, 67.000 nel 2021 e 12.000 nei primi 5 mesi del 2022 [9]). Si spera che nessuno più abbocchi perché è un film mal girato e già visto varie volte e perché abbiamo accolto 171.000 ucraini nel giro di pochi mesi senza subire alcun problema economico o sociale e senza nemmeno accorgercene [9].

Note: 1) Art. 98 Convenzione ONU Sui Diritti in Mare, UNCLOS 1982; 2) Art. 33 Convenzione per la sicurezza della vita in mare, 1974; 3) Par. 6.12 Linee Guida Organizzazione Marittima Internazionale – ONU www.refworld.org/docid/432acb464.html; 4) Par. 5,4 Guide Linea IMO; 5) Par. 5.6  Linee Guida OMI; 6)  Convenzione internazionale sulla ricerca e il soccorso in mare, 1979 e linee guida OMI par. 2,5; 7) Linee Guida OMI: 8) Par. 6.8 linee Guida IMO; 9) Ministero degli Interni;

 

Diffondi queste informazioni (se hai facebook puoi condividere il post dalla nostra pagina)

 

da qui