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domenica 23 novembre 2025

Solidarietà a Enzo Iacchetti per l'assurda querela ricevuta dall'UCEI - Angelo D'Orsi

 

Incredibile. Gli ebrei in Italia sono intorno alle 30 mila unità. Quanti siano osservanti lo ignoro. Sono uniti nelle “Comunità”, che nel corso del tempo sempre più chiaramente non soltanto sono emanazioni del governo di Tel Aviv, ma espressione del sionismo più retrivo e aggressivo. Intervengono ogni settimana, e talora ogni giorno, su qualsivoglia tema che a giudizio o delle singole Comunità, o, più frequentemente, della loro Unione (UCEI, ossia Unione Comunità Ebraiche Italiane), interferisca con i loro orientamenti politici; sottolineo politici, perché le Comunità fanno politica e la fanno assumendo in toto il punto di vista dei governanti israeliani. Le loro proteste e rimostranze, ovvero i loro avvertimenti e “consigli”, entrano a gamba tesa nel dibattito pubblico nazionale, con la pretesa di orientarlo, di far tacere chi la pensa diversamente, e specialmente com’è ovvio, chi osa criticare Israele. Dagli all’antisemita!

Tutti ricorderanno l’episodio accaduto nel talk di Bianca Berlinguer lo scorso mese di settembre, quando Enzo Iacchetti ebbe la temerarietà di rispondere senza troppa grazia all’inquietante presidente dell’Associazione “Amici di Israele”), Eyak Mizrahi, il quale all’accorata denuncia di Iacchetti circa la strage dei bambini di Gaza aveva replicato con un insultante “Definisci bambino…”, frase che rimarrà come una macchia indelebile su chi l’ha pronunciata e su chi oggi prova a ribaltare le cose, buttando la croce (è il caso di dirlo!) su Iacchetti al quale tutti testimoniammo solidarietà così come esprimemmo, nei confronti del suo interlocutore, un sentimento che va ben oltre il dissenso e che potrei definire ribrezzo.

Ed ecco implacabile l’UCEI fare il suo proclama, a distanza di due mesi e querela Iacchetti “per istigazione all’odio razziale” (dunque gli ebrei sono una “razza”!?): “per le sue parole e modi di demonizzare Israele e il popolo ebraico”, scrive l’UCEI, “ribadendo pregiudizi che per millenni hanno alimentato l'antisemitismo. Speravamo che almeno le parole del Papa fossero prese sul serio”. Ma le parole del precedente Pontefice, papa Francesco (che a differenza di Leone-cuor-di-coniglio, sapeva cosa dire e come dirlo) da Israele e dai suoi emissari non solo non venivano prese sul serio ma davano il pretesto per la usuale denuncia di “antisemitismo”.

Ebbene, se davvero vogliamo ribaltare tutto, ai primi posti della classifica dei tabù da infrangere, e delle menzogne da rovesciare, v’è proprio l’antisemitismo, parola che sulla bocca dei sionisti suona ormai come un’oscenità. Anche su questo dobbiamo reagire, e smettere di accettare la narrazione farlocca, che in un modo o nell’altro, giustifica (mentre lo nega) il genocidio del popolo palestinese.

Basta! Basta con questa tiritera. Basta con questa accusa che vorrebbe essere infamante ma infama coloro che la scagliano contro chi si batte per la salvezza dei palestinesi oggi, che sono quelli che si battevano per la salvezza degli ebrei ieri.

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mercoledì 4 giugno 2025

De Russophobia - Angelo d'Orsi

 

Alla vigilia di un nuovo passo del negoziato russo-ucraino con la mediazione USA, e la comparsata di tre o quattro “volenterosi”, Zelensky non sa fare di meglio che compiere un devastante attacco contro la Russia, con l’ovvio assenso dei suoi padroni-protettori della UE. Stavolta l’attacco è stato decisamente pesante, con la distruzione di alcuni bombardieri nucleari e atti terroristici contro ponti e ferrovie con morti civili.

L’intento è chiaro. Naturalmente le grandi firme dei nostri giornaloni daranno la colpa alla Russia. E intanto lo stesso Putin lascia capire che a questo ultimo attacco vi sarà risposta. Vogliono proseguire con la guerra, vogliono obbligare sia Zelensky sia Putin a combattere, e i loro uomini a uccidere e a morire.

Peccato che atti del genere significhino un implicito invito a premere i pulsanti delle armi nucleari. Ma a noi europei in fondo non importa più di tanto: abbiamo il kit di sopravvivenza delle 72 ore…

Che la Russia risponda o no a questa ultima azione ucraina, essa è sempre il regno del male, nel racconto dei nostri anchormen, che eccitano la russofobia dei loro lettori, ma anche dei loro referenti politici, con l’ “autorevole” ausilio del nostro presidente della Repubblica il quale sta procedendo, con passo felpato, a una vera riscrittura dei fatti storici, che Orwell scansati!.

È stato denunciato sovente su questo giornale la russofobia, e io stesso non faccio che parlarne in articoli conferenze convegni. Ora abbiamo un libretto, dall’accattivante titolo latinizzante “De russophobia” di un giornalista che lavora da anni in Donbass, Vincenzo Lorusso, che si fregia della introduzione nientemeno che di Marija Zakharova, e di due succinti contributi storici di Alberto Fazolo e di Andrea Lucidi (Le Rocce Edizioni). Il testo ricostruisce diligentemente il grottesco e insieme inquietante elenco di episodi di russofobia, per lo più in Italia, ma con qualche puntata fuori, come quello davvero incredibile accaduto in Francia nel marzo ’22, quando alla esposizione internazionale felina fu vietato l’accesso di allevatori e gatti russi. O quello, che rasenta l’infamia, che impedì la partecipazione di atleti russi e bielorussi alle Paralimpiadi, dopo che per quattro anni quei giovani e quelle giovani si erano preparati faticosamente combattendo contro le loro disabilità fisiche. 

Il repertorio è tristemente lungo, dalla proibizione del corso su Dostoevskij alla Bocconi al recente divieto del rettore dell’università di Torino (per fortuna in scadenza) di proiettare e discutere in aula il film documentario Maidan. La strada verso la guerra. Episodi simili si sono registrati a Firenze, Bologna, Venezia, Udine, e via seguitando. Una caccia alle streghe che sarebbe piaciuta al famigerato senatore McCarty.

Dal ’22 a oggi, i divieti a proiettare film, o a discutere libri, o suonare o dirigere in teatri: famigerato il primo gesto del sindaco milanese Sala che chiese al grande direttore russo Valery Gergiev, regolarmente contrattualizzato dalla Scala, di esibirsi, se non avesse firmato un documento impostogli di dissenso nei confronti del suo presidente, che ricordiamo era Vladimir Putin e non Giuseppe Sala, per cui Georgiev non firmò e il pubblico milanese si perse un grande evento musicale. Si era ai primi mesi del 2022, e da allora fu tutto un fiorire di proibizioni, mentre non mancava chi (il “moderato” Domenico Quirico su La Stampa) si augurava che qualcuno ammazzasse Putin. E poi la solita Picierno, con il contorno di sindaci e dirigenti del suo partito (D) si impegnavano nella demonizzazione della Russia, e di Putin come il Grande Nemico, e contemporaneamente, nella ricerca di “Nemici Interni” da bandire, silenziare, ostracizzare. E per evitare che gli italiani venissero a conoscenza di verità diverse da quelle spacciate dai Federico Fubini e Maurizio Molinari, fin dal marzo ’22 vennero chiusi tutti i siti giornalistici russi. Finché è arrivata una reazione collettiva, con una raccolta di firme di cittadini (che con azzardo davvero pericoloso Michele Serra, ormai indossati i panni dell’ideologo, dichiarò essere fasulle, venendo smentito “scientificamente): lo scopo era affermare, come il grande manifesto, autoprodotto, che intanto si diffondeva in varie città: “La Russia non è mio nemico”. E la seconda parte del volume riproduce decine di messaggi di solidarietà col popolo e il governo russo contro la russofobia.  E ve ne sono di carini; mi permetto di suggerire a Mattarella di leggere questi messaggi, ricuperando un po’ di connessione con il suo popolo.

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sabato 21 settembre 2024

L’ultimo abominio di Israele - Angelo D'Orsi

  

Il numero dei morti e soprattutto dei feriti in Libano e, meno, in Siria, non è ancora definitivo. Per ora siamo intorno a 4.000 per i primi, una dozzina per i secondi. Un film di genere “fanta-horror”, si può definire questa ultima “brillante” operazione israeliana, probabilmente un evento mai accaduto prima, e certo non con migliaia di apparecchi di comunicazione che esplodono in contemporanea. Un’operazione che ci lascia inebetiti, prima che indignati, azione inedita che suscita sdegno, riprovazione, ma a quanto pare forse solo nel foro interiore, nel segreto dell’anima di coloro che hanno a cuore la giustizia, la verità e direi l’umanità. Negli altri (non considero i sionisti, ovviamente) sembra prevalga una sorta di ammirazione, una fascinazione per la bravura e la creatività del Mossad e degli apparati militari, polizieschi e spionistici di Tel Aviv.

Pensate, voi siete al supermercato, in biblioteca, in un edificio pubblico, o a casa vostra, persino in un corteo funebre (com’è accaduto), e se avete uno di quegli apparecchietti – i “cercapersone” – d’improvviso vi esplode in tasca, nello zainetto, sul tavolo, o tra le mani. Voi neppure capite. Magari rimanete in vita, ma non udrete più, o non vedrete più, perché l’esplosione ha danneggiato irrimediabilmente la vista o l’udito. E il vostro volto, le vostre mani, il vostro corpo, se sopravviverete, recheranno per sempre i segni dello scoppio.

Qualcuno ha sentito parole di condanna? Qualche politico occidentale ha avuto il coraggio di dare voce allo sdegno che tanti di noi hanno provato, e che, ripeto, almeno nel foro interiore, forse tutti (a parte i sionisti, sono convito che tanti ebrei provano…) stanno provando? Naturalmente, le autorità israeliane se la cavano sempre con la spiegazione “volevamo colpire un capo”, “cercavamo un terrorista”, “è stata una operazione mirata”…

Stavolta l’obiettivo invece di Hamas era Hezbollah, ed esattamente come a Gaza o in Cisgiordania, per colpire un militante arabo (che legittimamente combatte l’occupante ebreo), si fa strage di civili innocenti. Tutto questo ad opera di uno Stato, quello di Israele, che è ormai dichiaratamente terrorista, e neppure lo nasconde, anzi sembra orgoglioso per ogni vittima, e aggiorna ora per ora la sua triste, miserabile contabilità.

Ben difficile pensare che gli Stati uniti non fossero stati informati prima, della operazione omicida-tecnologica israeliana, come si sono affrettate a dichiarare le autorità statunitensi, con un classico esempio di “excusatio non petita – accusatio manifesta”. E al solito, la UE tace. Il mondo deve mettere all’angolo questo Stato abusivo, nato col terrore che vive generando terrore, talvolta pagandone le conseguenze, ma quasi sempre è carnefice non vittima, come invece regolarmente si presenta, sulla base di un passato ormai lontano, in cui davvero gli ebrei (che non sono i sionisti!) furono vittime dei carnefici nazisti (non i tedeschi, ma i nazisti).

Ora siamo alla pura infamia, alla più oscena delle scelleratezze, alla violenza che si fa legge, si fa senso comune, si fa cultura diffusa in Israele, ma qualcosa arriva anche fuori dei suoi confini, facendo gioire i suoi supporters nel mondo, che però sono sempre meno, al di fuori della ristretta cerchia degli Stati Uniti e delle nazioni satelliti.

Ripeto la mia domanda retorica, che però mi tormenta davvero: “Si può accettare tutto questo?”.

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mercoledì 19 luglio 2023

Per Greta&C. un’amnesia chiamata “capitalismo” - Angelo D'Orsi

 

“Il più peculiare e anche il più nocivo assetto sociale mai emerso nel corso della storia umana, che identifica il progresso con la competizione e la rivalità più aspre; lo status sociale con l’accumulazione rapace e illimitata di ricchezze; i valori della persona con la meschinità e l’egoismo”. La manifestazione di tre giorni fa a Strasburgo in occasione del voto del Parlamento Ue sulla difesa della natura mi ha indotto a sfogliare un testo di Murray Bookchin, Per una società ecologica (1989, ed. it., Elèuthera 2021). Non so se Greta Thunberg e i numerosi combattenti contro cambio climatico, riscaldamento globale, devastazione ambientale, lo conoscano, ma ne consiglierei loro vivamente la lettura. Sempre più ho l’impressione che in questi eco-warriors, i guerriglieri dell’ambiente, i partecipanti alle ormai rituali manifestazioni dei Friday for future, dimentichino che alle spalle di tutto c’è l’economia, o più esplicitamente, c’è il capitalismo, che da quattro-cinque decenni, ha assunto il volto feroce del turbo-capitalismo, una macchina spietata che macina profitti per i pochi e produce sofferenze per i molti.

A Strasburgo la giovane Greta era in prima fila, e ha ripetuto le sue invettive, ma accusare l’umanità di tendenza all’autodistruzione significa dire tutto senza dire nulla. Del resto Greta è riuscita nei giorni scorsi a portare e a notificare al mondo il suo sostegno a Zelensky, accusando la Russia di crimini ambientali, dimenticando le fondamentali responsabilità della leadership ucraina, a cominciare proprio dal presidente-comandante in capo che sta favorendo il massacro (incoraggiato, o tollerato, da Nato e Usa); massacro di persone, di strutture e dell’ambiente, magari preparando un “incidente nucleare”, di cui, come per la semidistruzione della diga, si attribuirà la colpa ai russi. Come Greta Thunberg ha ripetuto, impudicamente, nell’incontro con Zelensky. In altre parole, separare la lotta per l’ambiente da quella per una radicale sovversione degli assetti sociali, condannare le “fonti fossili” o il climate change rinunciando a vedere e denunciare le responsabilità politiche del turbo-capitalismo e della sua base teorica, il neoliberismo, rischia di non produrre né la salvezza della natura, né, meno che meno, quella dell’umanità.

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domenica 9 febbraio 2020

Foibe e menzogne


due articoli di Angelo d’Orsi, le considerazioni di Gigi Bettoli e alcuni link

La “questione foibe” e la storia governativa
di Angelo D’Orsi (*)
Sotto l’insegna del politicamente corretto stiamo compiendo grandi passi verso la eliminazione di ogni spazio di dissenso dal pensiero dominante, che è, come insegna Marx, il pensiero delle classi dominanti. Basterebbe questa considerazione per renderci più attenti e critici. La tendenza in atto su scena internazionale, nel mondo occidentale, a cominciare dall’Unione Europea e degli Stati Uniti, è quella di una trasformazione del potere politico in organo giudicante della legittimità delle interpretazioni storiografiche e dello stesso dibattito delle idee: e distrattamente, colpevolmente, troppi di noi hanno trascurato le implicazioni di questa tendenza.
La lotta contro l’antisemitismo ha portato, talora innocentemente, talaltra capziosamente, alla persecuzione giudiziaria, in sede penale, delle forme di negazione o persino di “banalizzazione” della Shoah. Una legislazione in tal senso si sta imponendo sulle due sponde dell’Atlantico, nel silenzio ignaro o ignavo di troppi. La risoluzione UE dello scorso settembre di equiparazione nazismo/comunismo, con allusione a sanzioni penali verso chi non rimuove simboli di quei “regimi”, è stata criticata, ma rimane come un macigno e può essere lo strumento politico prima che legale per perseguitare coloro che credono ancora nel socialismo e che non aborrono, anzi, la Falce e Martello. Un panpenalismo internazionale sta percorrendo l’Occidente da decenni, ormai, e in Italia si connette essenzialmente al tema del “negazionismo”, un termine su cui varrà la pena di riflettere, al più presto, dato il suo carattere ampio quanto evanescente. E in effetti viene adoperato a destra e a manca, in modo completamente privo di scientificità. Negazionismo, esecrando, è quello di chi nega le camere a gas, e i campi di sterminio nazisti; ma per una sciagurata estensione di un “non-concetto” viene bollato come “negazionismo” l’atteggiamento di chi, su qualsivoglia tema, provi a ragionare seriamente sui fatti della storia, rimanendo ostinatamente aggrappato ai documenti, come invitava a fare Marc Bloch, uno storico ebreo, è opportuno precisare, militante antifascista, ucciso dai nazisti. In sintesi, occorre non farsi coartare dal senso comune e men che meno dalle disposizioni di legge, nel campo tanto della ricerca scientifica quanto della discussione intellettuale.
E su questo passaggio siamo stati davvero poco attenti, ed è tempo di reagire con vigore. Intanto, va ribadito che nessuna idea deve essere impedita a furia di norme giuridiche. Il dibattito delle idee deve essere assolutamente libero, e questo ce lo ha insegnato la grande tradizione umanistica, e poi illuministica e liberale, da Lorenzo Valla a John Locke, da Voltaire a Tocqueville. E per quanto concerne i fatti storici, solo la storiografia, ossia la comunità estesa di chi studia professionalmente, scientificamente, e più in generale la comunità intellettuale, rappresenta il “tribunale” che può e deve accogliere o respingere le tesi storiche o pseudo-storiche. Le cattive idee vanno tenute a bada, contrastate con buone idee, le tesi infondate vanno contestate con ricostruzioni scientificamente fondate. Nessun organo politico, nessuna legislazione, possono essere tirati in campo per combattere idee: questo deve essere un punto irrinunciabile. Tanto più se si entra nel campo della storia: se si accetta che siano il potere legislativo o esecutivo, i parlamenti e i governi, a decidere della fondatezza di una tesi storiografica, si finisce per accogliere il principio che la storia sia un campo di opinioni, invece che, come è e come deve essere, un campo di ricerca scientifica. Gli elogi postumi a Giampaolo Pansa, anche da parte di chi in vita lo aveva criticato, sono stati solo l’ultimo esempio di come la moneta cattiva (l’opinionismo, la “doxa”, presentato come valida alternativa alla ricerca) abbia finito per scacciare dal mercato intellettuale la moneta buona (la storia vera e propria fondata sul principio dell’“episteme”, del sapere scientifico). E Pansa ha avuto responsabilità gravissime in tal senso, anche a prescindere dalle tesi farlocche da lui proposte al pubblico che se ne è abbeverato.
Va aggiunto che l’insipienza non sempre innocente della nostra classe politica ha realizzato un micidiale combinato disposto fra il 27 gennaio e il 10 febbraio, quasi fondendo le due date, in una melassa politicamente corretta rispetto alla quale chi prova a ragionare, documenti alla mano rischia di essere bollato come “negazionista”, in una inaccettabile estensione del “non concetto”, e una sua torsione dal campo antifascista a quello fascistoide o decisamente fascista, nella narrazione delle tormentate vicende del Confine orientale.
Ne è esempio la censura preventiva a cui viene sottoposta, da tempo, ma con una progressione inquietante, colei che è, con pochissimi altri, la più informata studiosa della vexata quaestio foibe/esodo, Claudia Cernigoi, la quale ormai trova difficoltà a parlare in pubblico, fatta oggetto di campagne denigratorie, e di intimidazioni al limite della vera e propria persecuzione. L’ultimo episodio è il ritiro della concessione di spazi per conferenze sul tema, prima a Cologno Monzese, poi a Pistoia, località naturalmente, entrambe, in mano alla destra; ma va aggiunto che se ciò è stato possibile è perché la sinistra ufficiale, o il cosiddetto centrosinistra, è stata finora silente o corriva, sul tema, nella paura di urtare una parte dell’elettorato. Il comunicato dell’Amministrazione comunale pistoiese rappresenta un inquietante e rozzo esempio paradigmatico degno dell’infausto Ventennio. Il titolo dice già tutto: “Dramma foibe – nessuno spazio pubblico per chi propaganda odiose tesi negazioniste”. Nel testo vi è poi un volgare attacco personale contro la Cernigoi:
tristemente nota alle cronache per aver definito il dramma delle foibe una “montatura gigantesca” e che ha pubblicato un “libro” dal titolo piuttosto eloquente: “Operazione “Foibe” tra storia e mito”
Ora proprio quel lavoro di Claudia Cernigoi, che il comunicato tenta di dileggiare con le virgolette che racchiudono il termine “libro”, è una pietra miliare degli studi sull’argomento. Ma nella campagna contro la verità della storia, il potere politico, la parola di un amministratore ignorante o di un conduttore televisivo contano infinitamente più del rigoroso, diligente, faticoso lavoro di ricerca negli archivi e nelle biblioteche. La “verità politica” (si pensi a certi discorsi recenti di autorità dall’ex presidente del Parlamento UE, Tajani, allo stesso presidente Mattarella, che ha finito per accogliere le posizioni del suo predecessore Napolitano che avevano rischiato di creare conflittualità con le confinanti repubbliche ex-jugoslave) diventa la verità tout court. Con tanti saluti alla storia, ai documenti, alle analisi e alla stessa onestà intellettuale. Nel comunicato dell’amministrazione comunale di Pistoia si insiste nell’accusare la Cernigoi di “negazionismo”, con parole che vorrebbero essere infamanti ma appaiono grottesche, parlando di “farneticazioni”. E si rivendica la giustezza della decisione assunta di negare i locali alla conferenza, asserendo che sindaco e direttrice della Biblioteca (dove avrebbe dovuto svolgersi la conferenza)
nello scongiurare che una tale manifestazione d’odio si svolgesse in un luogo pubblico, hanno tutelato con serietà e professionalità non solo la Legge dello Stato e la dignità delle Istituzioni Repubblicane, ma anche la sensibilità di quei discendenti degli esuli istriani, fiumani e dalmati che vivono sul nostro territorio.
La Cernigoi, doverosamente, ha inviato una lettera di precisazioni e contestazioni, dal tono assai misurato, in cui prova a esporre le sue ragioni, che sono quelle della ricerca, e del diritto all’accertamento della verità. (**) Ammesso che venga letta, non credo possa sortire alcun effetto. Ormai siamo a un passo dal delirio e chi non accetta il mainstream politico-mediatico viene bollato con marchio d’infamia. Invece della “lettera scarlatta”, la famigerata A (per “adultera”), dell’immorale romanzo di Hawthorne, avremo una “N” per “negazionista” e magari pure un simbolino? Possibile che la storia non insegni?
Basti pensare che negli stessi giorni giunge la notizia, ancora più preoccupante, che un rappresentante triestino del partito neofascista di Giorgia Meloni, tale Walter Rizzetto, ha avanzato una proposta di legge, così intitolata: “Nuove misure per punire il negazionismo e attribuzione alle associazioni di esuli Fiumani, Istriani e Dalmati di un ruolo primario per difendere la storia del confine orientale”, proposta sottoscritta da tutti i suoi sodali del Gruppo parlamentare. Ad abundantiam, Rizzetto ha dichiarato:
Chiediamo che le associazioni di esuli siano interpellate dagli enti locali prima di autorizzare o concedere spazi per lo svolgimento di eventi sulle foibe, e che siano le sole ad essere coinvolte nell’elaborazione dei piani di formazione ed insegnamento nelle scuole, per garantire una testimonianza autentica di quegli accadimenti per troppo tempo occultati. Ciò anche allo scopo di estromettere enti e soggetti che in passato, nell’intraprendere tali iniziative sulle foibe, hanno rappresentato quei tragici fatti in modo distorto per meri fini politici. Chiediamo inoltre una modifica al codice penale affinché sia previsto specificamente come reato l’apologia e negazione degli eccidi delle foibe.
La proposta di legge, a tal fine, chiede la variazione dell’Art. 604-bis, terzo comma, del Codice Penale, con l’inserimento accanto all’apologia della Shoah, quella “dei massacri delle foibe”. Ecco appunto si arriva al cuore della questione: punire il negazionismo o il riduzionismo o la banalizzazione della Shoah, apre la strada ad altri analoghi divieti, che presumibilmente cresceranno, e nondimeno potranno cambiare in base alle maggioranze politiche.
Ecco, quindi, la storia governativa, degna dei peggiori regimi dittatoriali.
Tutto questo non fa risonare un campanello d’allarme? La comunità intellettuale, a cominciare da quella degli storici, non ritiene di avere nulla da dire?
30 gennaio 2020
(*) ripreso da Micromega
(**) https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/storia/Analisi_1580935674.htm con la risposta di Claudia Cernigoi al sindaco di Pistoia




La questione foibe e la verità di Stato
di Angelo D’Orsi (***)
Ho voluto attendere che il 10 febbraio fosse alle nostre spalle, prima di scriverne. Sapevo ovviamente che la “questione foibe” sarebbe ritornata puntualmente, come ogni anno, all’onore (o meglio al disonore) delle cronache. Sapevo che come per il Venezuela, come per il Tav (solo per fare due esempi), si sarebbe verificato il bombardamento mediatico-politico, e le tifoserie si sarebbero eccitate, scendendo in campo, ma a differenza di questi due esempi, in cui comunque i due campi hanno la possibilità di esprimersi, sia pure con uno dei due svantaggiato dalla schiacciante forza del mainstream, per “le foibe” la sproporzione è immensa: si tratta di un’autentica “guerra ineguale”.
La narrazione delle foibe, mendace e infondata, anticomunista “a prescindere”, è divenuta, in quest’anno di grazia 2019, verità di Stato, con tanto di sanzioni per coloro che se ne distacchino. La situazione è stata aggravata dalla convergenza tra opinionisti (che di regola non sanno nulla di ciò su cui opinano) e politici (i quali prescindono completamente dalla verità). E a dispetto dei risultati della ricerca storica seria, che ha certificato qualche centinaio di infoibati, spesso semplicemente cadaveri (vittime “naturali” della guerra, ma anche persone giustiziate) che sono stati gettati in quelle cavità per ragioni di “praticità” in tempi difficili, dove non c’era spesso modo né tempo di dare degna sepoltura ai morti.
Certo vi sono stati italiani trucidati, e infoibati, ma dobbiamo tener conto del contesto, e soprattutto stiamo parlando di cifre che sono davvero imparagonabili alle migliaia e decine di migliaia di cui il discorso che si è imposto parla senza alcun fondamento. Ma tant’è.
Si è andata costruendo, in sintesi, nel corso degli anni, una verità “politica” sulla questione, in un processo avviato una quarantina di anni or sono, in televisione, e portato avanti nelle aule parlamentari, processo che ebbe il suo crisma di ufficialità con l’istituzione della “Giornata del ricordo” nel 2004, Berlusconi regnante. Quella decisione, tuttavia, fu bipartisan, e da allora il cosiddetto centrosinistra non ha compiuto il minimo sforzo di differenziazione rispetto alla narrazione che era stata alla base di quella legge, e che a partire da quel momento diventò appunto “ufficiale”, per poi trasformarsi in una sorta di dogmatica rispetto alla quale ogni contestazione, anche limitatamente alle cifre o alle date, correva il rischio di essere bollata come eresia.
Che è precisamente ciò che si è verificato in questo 2019, con la manganellesca esternazione dell’onnipresente ministro Salvini, aduso ad ogni travestimento e a tutte le incombenze, anche quelle che nulla hanno a che fare col ruolo istituzionale, a cui del resto è poco interessato, comportandosi semplicemente da capopartito. A lui si sono accodati immediatamente un po’ tutti i rappresentanti dell’arco ufficiale della politica nazionale, da Giorgia Meloni ad Antonio Tajani, da Pietro Grasso a Nicola Zingaretti, fino al Presidente della Repubblica, ormai divenuto portatore di uno stile interventista che nei primi anni del mandato appariva in ombra: egli ha lodato, sintomaticamente, il suo predecessore Napolitano, il quale aveva provocato con certe dichiarazioni una crisi diplomatica con la Croazia, qualche anno fa. Mattarella, con gesto non si sa se machiavellicamente studiato o semplicemente irresponsabile, non solo ha mostrato di sposare in toto le panzane dei pasdaran dell’“operazione foibe”, ma ha tuonato, sia pure mellifluamente, contro i portatori di qualsiasi forma di “negazionismo” e di “riduzionismo”. E sotto tali fattispecie vengono collocati i tentativi, per quanto pacati e documentati, di inserire le vicende del Confine nordorientale nel contesto proprio: ossia l’occupazione fascista di quelle terre, la politica sterminazionista delle truppe italiane ai danni degli abitanti, la scia di odio e di risentimento che essa ha lasciato.
Analoghe parole venivano intanto proferite dal sullodato Salvini, sia pure con altro tono e in contesto espressivo di ben diversa aggressività (“ i negazionisti mi fanno schifo” e via vomitando ingiurie), mentre Giorgia Meloni si esibiva in una conferenza davanti alla videocamera da diffondere via Facebook, raccontando, da nota studiosa di storia (!), la “verità sulla foiba di Basovizza”.
Quanto a Tajani, presidente del Parlamento Europeo, ricuperava agilmente il paragone foibe-lager nazisti, e non solo ribadiva quelle pseudo-verità come fatti incontrovertibili, ma si spingeva, con un straordinario esempio di stoltezza politica, a rivendicare all’Italia Fiume e la Dalmazia. Parole che hanno provocato l’ira dei governanti sloveni e croati. Qui non si tratta delle ombre residue delle due guerre mondiali, ma del possibile, sciagurato, non si sa quanto involontario, preavviso di una nuova guerra.
In tale clima, determinato dalla nuova santa alleanza dei costruttori della menzogna che si riassume nella parola “foiba”, si è diffuso un clima di caccia alle streghe che quest’anno si è materializzato con aggressioni fisiche, verbali, denunce, dichiarazioni di incompetenti spacciati per esperti, i quali non possono evitare l’urlo sguaiato. E chi non si allinea, viene bollato con l’etichetta di “negazionista”. Strano destino quello della parola: da fase suprema del revisionismo, che si spinge a negare l’esistenza delle camere a gas nei lager nazisti e lo stesso progetto di sterminio del popolo ebraico e degli altri “sottoumani” internati. Ora la parola viene derubricata, con una perdita di senso e di valore rispetto alla quale la prudenza sarebbe obbligatoria. E Salvini, di scempiaggine in scempiaggine, è riuscito a dire, con sfrontatezza, “i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali”… Parole che hanno suscitato una vibrata protesta di un grande scrittore testimone ebreo slavo e cosmopolita come Boris Pahor.
Certo, anche se pochi, gli studiosi e le studiose professionali di questo tema esistono, ma o si lasciano condizionare dal senso comune (qualcuno in relazione alla famigerata “foiba di Basovizza”, dove cadaveri non sono stati ritrovati, è riuscito a dire che comunque si potrebbero trovare, che è difficile trovarli, e così via: come dire, che non essendoci documenti su di un fatto storico, noi lo ricostruiamo come ci piace, dicendo che comunque le prove si potrebbero trovare…); oppure si cerca di toglier loro la parola, ed è ciò che è capitato a Claudia Cernigoi, che è stata crocifissa, le è stato letteralmente impedito di parlare: in particolare segnalo il caso vergognoso del sindaco di Cologno Monzese e del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, i quali hanno aggredito colei che, accanto ad Alessandra Kersevan e a Sandi Volk, è a mia conoscenza probabilmente la sola vera studiosa delle foibe. Evidentemente non è questo il tempo di lasciare la parola a chi sa. È invece il tempo degli urlatori, dei demagoghi, dei veri propalatori di false verità. Ma ciò che atterrisce è che stiamo assistendo non solo alla trasformazione della menzogna in verità, ma alla sua istituzionalizzazione.
A maggior ragione, occorre che la comunità intellettuale, in primo luogo quella dei cultori della musa Clio, si stringa intorno a quei pochi, che impavidi, anche se assediati, resistono in difesa della verità storica.
(***) pubblicato il 13 febbraio 2019 su Micromega


Considerazioni di Gigi Bettol
Manca poco al Giorno del Ricordo, pendant revisionistico della Giornata della Memoria (27 gennaio 1945, giorno della liberazione dei superstiti del più grande campo di sterminio, Auschwitz, da parte dell’Armata rossa sovietica) e riprende la rivendicazione di ogni anfratto promosso a “foiba”, in cui sia stato giustiziato un fascista genocida oppure una spia prezzolata, alleati e servi dei nazisti hitleriani.
Di questo passo, temiamo che presto chi rivendica le radici resistenziali della Repubblica Italiana finirà per essere perseguitato per antifascismo. Colpa di ex comunisti staliniani come Giorgio Napolitano, diventati opportunisticamente nazionalisti antislavi, usi a farsi perdonare concedendo medaglie alla memoria di giovani fasciste, come Norma Cossetto.
Sulla vicenda dell’ennesima foiba “scoperta” dalla destra nostalgica, quella del monte Ciaurlec – prima base e matrice della lotta armata partigiana del Friuli occidentale e centrale – pubblichiamo l’articolo della presidente dell’ANPI dello Spilimberghese, Bianca Miniguttihttp://www.storiastoriepn.it/raccontiamola-tutta-la-storia-della-foiba-fous-di-balanceta/
(per un inquadramento della vicenda della Resistenza spilimberghese, cfr. http://www.storiastoriepn.it/davour-la-mont-culla-della-resistenza-nel-friuli-occidentale/)
Sulla sconcertante vicenda del vicino comune di Cavasso Nuovo, medaglia d’argento della Resistenza “a sua insaputa”, consigliamo gli articoli di Renzo Della Valentina: http://www.storiastoriepn.it/?s=Renzo+Della+Valentina
Sull’inquadramento storiografico della vicenda del “confine orientale” d’Italia, pubblichiamo una lunga recensione dello storico Marco Puppini alla seconda edizione del triestino “Vademecum della Giornata del Ricordo”: http://www.storiastoriepn.it/vademecum-dellistituto-per-la-storia-del-movimento-di-liberazione-per-il-giorno-del-ricordo-un-commento/
E per concludere, per ridare dignità alla Storia e fustigare (civilmente!) ogni nostalgico, un’antologia fotografica sulla “civiltà” italica nelle terre jugoslavehttp://www.storiastoriepn.it/documenti-sui-crimini-italiani-e-germanici-in-jugoslavia-durante-la-seconda-guerra-mondiale/


In bottega cfr «Operazione Plutone». Le inchieste sulle foibe triestine (sul libro di Claudia Cernigoi)31 luglio (1942) e dintorni: i falsi sulle foibe (di Piero Purini con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki») , Foibe e pensiero unico e «E le foibe?»: censurati gli storici contro il revisionismo neofascista


sabato 23 novembre 2019

ancora in Bolivia

Bolivia 2019 come Cile 1973? - Angelo d'Orsi

La buona notizia di tre giorni or sono - la liberazione di Lula in Brasile - viene seguita, ahinoi,dalla pessima notizia delle forzate dimissioni di Evo Morales in Bolivia.
Ancora una volta il liberalismo mostra il suo volto feroce. Ancora una volta la democrazia viene fatta funzionare solo se al potere ci sono "loro".
Ancora una volta il grande inganno della volontà popolare, che viene accettata soltanto quando è opportunamente manovrata e cede alle lusinghe o alle minacce del più forte.
Ancora una volta l'onestà politica, la pulizia morale, e l'efficienza della amministrazione pubblica non pagano, se sono sgradite ai poteri occulti, alle grandi organizzazioni sovranazionali che non sono altro che vetrine opache, dietro le quali si nascondono, sotto le imbellettate vesti della "libertà", volontà di dominio, cupidigia di denaro, e l'eterna orgia del potere. Il potere del capitale, il potere del malaffare, il potere delle amministrazioni degli Stati Uniti d'America, in definitiva ,delle lobbies affaristiche che guidano, nascostamente (ma neppure troppo) le istituzioni civili, politiche e militari.
Evo Morale, in un discorso calmo, reso in un'atmosfera tesa, in un contesto drammatico, annuncia le proprie dimissioni. I golpisti festeggiano. Gli USA gongolano, l'Organizzazione degli Stati Americani (longa manus di Washington) festeggia, e i vari Bolsonaro e compagnia bella si sentono vittoriosi. Morales cede alle minacce, non per paura, ma perché vuole evitare al paese la guerra civile. Da giorni bande controrivoluzionarie hanno messo a ferreo e fuoco la Bolivia, macchiandosi di crimini atroci ai danni di collaboratori del presidente, di esponenti del governo, di amministratori locali indigeni. Crimini rispetto ai quali, come ad Hong Kong, in Occidente, nella democraticissima UE (quella della equiparazione fascismo-comunismo), si è taciuto o si è dato ragione ai "manifestanti per la libertà". I media “indipendenti” ancora una volta rivelano la loro soggezione al padronato.
Come in Cile nel 1973, militari traditori tolgono il potere al legittimo presidente, e si vendono ai padroni stranieri e ai loro emissari interni. Una campagna di menzogne, unita alla campagna di incendi, aggressioni, omicidi – nel complice o benevolo silenzio dell’Europa e dell’ONU – , è stata lo strumento per costringere Morales a dimettersi.
Il risultato ora è che la Bolivia, a cui Morales aveva restituito dignità, ma soprattutto un livello di sviluppo, di benessere, di servizi sociali impensabili prima di lui, cadrà molto probabilmente nelle mani di bande di guastatori, di lestofanti, di colletti bianchi con il compito di "rimettere le cose a posto". La "colpa" di Evo Morales è quella di essere indigeno, di volere il bene del suo popolo, di non essersi prostituito ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, e via seguitando.
Certo dovremmo dire che Morales ha commesso il classico errore di chi per bontà d'animo, per ingenuità, per sottovalutazione dell'avversario, ha seguito le vie democratiche, ritenendo che la democrazia valga per tutti. E invece no: essa vale solo quando al potere sono “lorsignori” e sono certi della immutabilità del proprio dominio.
Gli avvenimenti della Bolivia costituiscono l’ennesima prova che la lotta di classe (interna o internazionale) è essenzialmente quella condotta e dai gruppi dominanti contro i gruppi subalterni: e guai a loro se provano a rialzare la testa!
Come ho scritto solo pochi giorni fa, davvero, la democrazia è un grande inganno.
Ma voglio chiudere non rinunciando alla speranza: che il popolo boliviano, a cominciare dalle popolazioni indigene specialmente, che i sostenitori di Morales (la stragrande maggioranza nel Paese), sappiano resistere e restituire il potere a chi lo ha meritato e gestito con onestà e efficacia negli anni passati, ottenendo straordinari risultati.
Domani, tutti dovremmo gridare: Forza Evo!
da qui


Rulli di tamburo per La Paz - Domenico Gallo

Rulli di tamburo per Rancas è uno dei più avvincenti romanzi-verità che ci siano giunti dall’America Latina. E’ una vera e propria epopea con al centro le sofferenze di una comunità di campesinos delle Ande Centrali, derubati della terra e dei mezzi di sussistenza dall’avidità di una multinazionale americana, la “Cerro de pasco corporation” sostenuta dall’oligarchia bianca locale, per i cui interessi – scrive l’autore Manuel Scorza – vennero inaugurati tre nuovi cimiteri. La multinazionale si appropriava del territorio, costruendo un Recinto che avanzava con voracità incontenibile: “Nove colli, cinquanta pascoli, cinque lagune, quattordici sorgenti, tre fiumi così impetuosi che non gelano neanche d’inverno, cinque villaggi, cinque cimiteri, si inghiotti il Recinto in quindici giorni. (..) i viaggiatori, costretti a pernottare a Rancas, mormoravano che il recinto non era opera di cristiani, che spuntava nello stesso tempo in dozzine di casali, che ben presto sarebbe entrato nei villaggi e persino nelle stanze. Bruscamente il recinto sbucò 20 chilometri più in là accanto a Villa de Pasco…”
Mi è ritornato in mente il romanzo di Manuel Scorza, pensando al triste epilogo della vicenda politica in Bolivia. Evo Morales, il primo presidente indio nella storia del Sud America, eletto nel 2006, rappresentava il riscatto delle comunità di minatori e campesinos delle Ande che si liberavano dallo sfruttamento coloniale e instauravano un nuovo corso nel quale la loro nazione, la Bolivia, si riappropriava delle proprie ricchezze naturali, sottraendole alla rapina delle multinazionali, e le utilizzava per migliorare la vita delle comunità e dei singoli superando le discriminazioni che avevano da sempre oppresso i popoli indios.  Nei tredici anni del suo governo Evo Morales ha abbassato l’indice di povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari; ha usato le risorse naturali restituite alla Bolivia per finanziare salute e scuola; ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proveniva anche lui; ha azzerato il debito pubblico accumulando delle risorse finanziarie che gli hanno consentito di liberarsi dalle catene della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (FMI), rifiutando il loro aiuto finanziario e le relative normative.
Questo processo proficuo di indipendenza economica e politica non poteva non suscitare forti reazioni e trame soprattutto da quei paesi come gli Stati Uniti, che considerano nemici tutti quegli Stati, a cominciare da Cuba, che si oppongono alla penetrazione economica delle loro multinazionali.
È stato un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e all’esilio il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti come ben racconta l’inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto. Dopo le contestate elezioni del 20 ottobre scorso, si è scatenata una ben orchestrata violenza politica, che le forze di polizia non hanno contrastato, con incendi appiccati alle case dei dirigenti del Mas (Movimiento al socialismo), attacchi ai mezzi di comunicazione e ad atti di violenza squadrista, guidati il leader dei comitati civici di Santa Cruz Luis Fernando Camacho, l’equivalente boliviano di Bolsonaro. Quando il comandante generale delle forze armate Willimas Kaliman, ha “suggerito” a Morales di dimettersi “consentendo la pacificazione ed il mantenimento della stabilità”, è stato del tutto evidente che si trattava di un colpo di Stato a cui non si poteva resistere se non a prezzo di una sanguinosa guerra civile. Evo Morales ha denunciato davanti alla comunità internazionale “questo attentato contro lo stato di diritto" e chiesto al popolo boliviano di "custodire pacificamente la democrazia" al fine di "preservare la pace e la vita come beni supremi al di sopra di qualsiasi interesse politico". In questo modo Evo Morales ha compiuto l’ultimo lascito a favore del suo paese, evitando l’oltraggio di un bagno di sangue.
Anche questo è amore.





venerdì 4 gennaio 2019

CONTE CITA MOLIÈRE E FINISCE MALISSIMO L’ANNO - Angelo D'Orsi




Giuseppe Conte, un signore divenuto giovanissimo professore ordinario diciamo in modo piuttosto sospetto, un signore che, indicato per formare il governo degli opposti-che-si-attraggono, ha provveduto immantinente a truccare il proprio curriculum professionale, un avvocato dei ricchi, che frequenta i ricchi, che si accompagna a una signorina appartenente alla borghesia degli affari e dei commerci romana, ebbene questo avvocato-professore, non designato da alcun consesso elettorale, divenuto per uno strano caso del destino presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di fine anno – torrentizia ed elusiva – tra le tante parole vane, le mezze promesse, le mezze minacce, si è lasciato sfuggire una frase rivelativa, a proposito del blocco dell’indicizzazione delle pensioni (superiori ai 1500 euro): “È solo un raffreddamento. Non se ne accorgerebbe neanche l’Avaro di Molière”.
Cattivo gusto, indecente disprezzo per quel “popolo” che egli dovrebbe “difendere”, arroganza di chi, senza titolo (né intellettuale, né politico e men che meno etico), pretende di “guidare” l’Italia, in combutta col gatto e la volpe.
Strana logica quella dei sedicenti o cosiddetti “populisti”: pronti a parlare in nome del popolo, al quale attribuiscono ogni fonte di legittimità, e altrettanto pronti a calpestarne i diritti, a deluderne le attese, a ignorarne i bisogni. Una manovra finanziaria che rovescia le incaute promesse generalizzate (abbasseremo le tasse), finisce per aumentarle – come ha certificato l’Ufficio parlamentare di Bilancio – sia pure in modo bislacco, per favorire, in linea teorica e in una misura ancora non definita e con modalità non chiarite, categorie di cittadini che dovrebbero corrispondere all’elettorato delle due forze di governo. Una manovra che toglie fondi all’Università, che colpisce il Terzo settore, che rischia di far morire la stampa minore, e far perdere miglia di posti di lavoro in quell’ambito, una manovra che accresce i rischi di infiltrazione mafiosa negli appalti, eliminando le gare fino a una somma cospicua (150 mila euro), e via seguitando, in un insieme confuso, contraddittorio – che cerca di evitare le sanzioni della UE, ma nel contempo deve non scontentare l’elettorato –, sostanzialmente dominato dalla iniquità e dalla evanescenza, dalla superficialità e dalla inconsistenza teorica.
Una manovra non discussa in Parlamento, e approvata manu militari addirittura prima che se ne conoscessero i dettagli. Una cosa mai vista anche in un sistema post-democratico che da oltre un quarto di secolo vede il potere Legislativo sottomesso all’Esecutivo; così viene ridotto a mera finzione.
Ebbene, in questo marasma antidemocratico, di cui la legge di Bilancio è eloquente rappresentazione, legge dalle assai dubbie conseguenze positive in termini di miglioramento delle condizioni di vita di un popolo, a cui si è annunciato di aver “abolito la miseria”; in questo bosco di incompetenza e arroganza, il prof. avv. Giuseppe Conte si permette una battuta come quella surriferita. Se avesse dei meriti basterebbe quella battuta a cancellarli. Siccome non ha merito alcuno, neppure quello di tentare di salvare la propria dignità, lui, mediocre portaborse dei suoi “vice”, il sedicente presidente del Consiglio chiude l’anno in modo indecoroso, in linea con gli atti precedenti, fin da quando ascese a Palazzo Chigi, per una bizzarra congiuntura astrale, o forse per effetto di un intervento miracolistico del santo di cui si dichiara devoto. A lui ci rivolgiamo per chiedergli di tener d’occhio il suo protetto (se tale è), per impedirgli di incappare in altri rovinosi inciampi.
 

venerdì 19 ottobre 2018

Legalità, legittimità, giustizia: il caso Riace – Angelo D'Orsi



Gli sviluppi del caso Riace sono di straordinaria importanza, nel bene e nel male.
Chi ha lamentato che gli italiani si dividessero in due partiti, sbaglia: le due Italie esistono, e non da oggi. E sono in radicale contrasto, da sempre. Personalmente non sono sicuro di essere parte della maggioranza, ma sono sicuro di essere dalla parte giusta. Che però, spesso, come insegna Brecht, è “la parte del torto”.
Come dire: la legalità e la giustizia non coincidono; e ancora: la maggioranza può legalmente comandare ma non è detto che abbia ragione. E infine: la giustizia non può essere considerata in modo astratto e formale: i 49 milioni di denaro pubblico (ossia di tutti i cittadini di questo Paese) sottratti dalla Lega oggi al potere, sono stati legalmente di fatto condonati, con una restituzione risibile pari a 100 mila euro annui, il che significa un’ottantina d’anni di rate senza interesse: sono frutto di una sentenza della magistratura, emessa secondo le regole, ma sono una sentenza giusta?
L’arresto di Mimmo Lucano, la sua sospensione da sindaco, il successivo divieto di dimora a Riace (e prima di lui alla sua compagna), sono stati fatti in base a norme di legge, ma applicate con un rigore che non abbiamo visto nella vicenda del furto dei 49 milioni di cui si è reso autore il partito del vero capo del governo, Matteo Salvini. E la decisione di quest’ultimo di allontanare tutti i migranti da Riace, dove grazie alle “illegalità” o meno del sindaco Lucano si erano stabiliti, restituendo vita a quel borgo, con beneficio di tutti, a cominciare dagli indigeni italiani, è una decisione che i poteri di cui il ministro di polizia gode gli consentono, ma è una decisione giusta? E, aggiungo, è una decisione saggia? socialmente ed economicamente avveduta? oltre che umanamente “legittima”?
Insomma, un po’ di meditazione filosofica sarebbe cosa buona. E, mi permetto con un briciolo di ironia, “giusta”. Essa ci porta a concludere che le minoranze possono aver ragione e le maggioranze torto; che ubbidire ai comandi (della legge e di chi la rappresenta), di per sè non sempre, né automaticamente è un gesto buono, come coloro che eseguivano gli ordini ad Auschwitz ci confermano. O semplicemente, riflettere sul cartello che ancora si scorge nei tribunali “La legge è uguale per tutti”, ci deve indurre a riflettere sul fatto che una legge uguale per soggetti che uguali non sono, è una legge ingiusta. E che ad essa non solo è “legittimo” disubbidire, ma è “giusto” opporsi, da parte di chi iniquamente ne subisce i rigori.
In epoche remote si teorizzò persino la legittimità morale e politica del tirannicidio, l’uccisione dl tiranno, come forma estrema di disubbidienza nel nome dell’interesse generale, della “salute pubblica”, ossia della salvezza della comunità.
Il caso Riace, che ci indigna, e ci mobilita (e occorre non smettere di indignarsi e di mobilitarsi) ha il merito di invitarci a meditare su questioni rilevantissime che troppo spesso dimentichiamo negli affanni e nella banalità della nostra quotidianità.
da qui

sabato 7 luglio 2018

NON NE POSSO PIÙ. A PROPOSITO DI “MAGLIETTE ROSSE” E DINTORNI - Angelo D'Orsi



Indosserò domani 7 luglio la maglietta rossa d’ordinanza, contro razzismo, sciovinismo, e salvinismo, ma mi si lasci dire che non ne posso più.
Non ne posso più della nostra impotenza.
Mi sono stufato, per esprimere la nostra opposizione (politica, sociale, culturale, etica) a magliette, scarpe, bandiere; mi sono stufato di assistere – inizialmente perplesso, poi attonito, infine sgomento –, alla trasformazione della lotta politica in mera simbologia, che sembra rinviare più alla moda che alla critica, frutto di passività e inerzia, più che segno di volontà di riscossa.
Mi sono stufato di imbattermi nella parola “populismo”, chiave di volta universale che ormai non apre più nessuna porta, concetto che non spiega nulla, così come viene declinato. Renzi era (è) meno populista di Salvini e Di Maio? Per non parlare di Berlusconi…
Mi sono stufato di sentirmi dire che i leghisti sono fascisti, ma senza mai che nessuno mi spieghi perché non soltanto il vituperato sottoproletariato e l’odiosa “vecchia piccola borghesia”, ma la stessa classe operaia li votino.
Mi sono stufato della ripetizione del grido “Razzisti!” rivolto agli stessi, ma poi nessuno mi fa capire perché al Sud ricoperto di ingiurie e minacce dagli stessi leghisti nel corso degli anni, proprio gli uomini e le donne di quel partito, vengano votati.
Mi sono stufato persino di vedere insulto Salvini (che fa schifo al punto che dovremmo smettere di dedicargli battute e disegni, che servono a noi da sfogatoio, mentre lui si compiace della popolarità che i social, oltre ai media, gli hanno costruito), quasi che la sua politica in fatto di migrazioni sia molto diversa da quella di Minniti, lessico, volgarità e sgangheratezze a parte.
Mi sono stufato di coloro che rispondono all’accusa stolta e meschina di “buonismo” (parola che nulla spiega e nulla dice) rivendicarla con orgoglio, invece di urlare che si tratta di una assoluta cretinata, degna della signora Santanché, e miserabili sodali.
Mi sono stufato di vedere rivendicare come repertorio politico la serie di parole consunte quali accoglienza, solidarietà, umanità eccetera: nella nostra bocca non suonano meno scontate e stonate che sulla bocca degli avversari; e soprattutto non ci fanno fare un passo avanti nella costruzione dell’alternativa radicale alla linea che ci ha condotto all’attuale Caporetto.
Mi sono stufato di legge che l’1,1% della lista “Potere al Popolo” il 4 marzo 2018 è stato un successo.
Non ne posso più di coloro che a sinistra spiegano la sconfitta con la cattiveria altrui, non ne posso più della rinuncia programmatica all’autocritica, non ne posso più di sentir dire che è colpa degli altri quando perdiamo.
Non ne posso più del silenzio sulla sconfitta epocale che la sinistra ha vissuto e sta vivendo da troppi anni.
Mi sono stufato della mancanza di analisi sulle cause interne di quella sconfitta, sui nostri deficit e sui nostri errori.
Mi sono stufato della faciloneria con cui vengono liquidati i vincitori di oggi (leghisti e cinquestelle), rinunciando persino a guardare da vicino i due movimenti, per la paura di sporcarsi le mani, rifiutandosi di distinguere, ma accontentandosi di condannare, in modo semplicistico, e alla fin fine, cretino
Mi sono stufato di leggere (e, ahimè, temo anche scrivere) testi nei quali si percepisce rabbia, sdegno, ribrezzo, persino, invece che analisi concrete e proposte realistiche; mi sono stufato delle ripetizioni pappagallesche e autoconsolatorie che nulla ci dicono del successo M5S e Lega, e della sconfitta di PaP, e di come uscire dal pelago in cui siamo finiti, e con noi l’Italia.
Mi sono stufato anche di vignette e barzellette. Sono il segno di una impotenza da cui non solo non sappiamo ma chissà, neppure vogliamo uscire. Sono il nostro “ius murmurandi”. In fondo questa impotenza è comoda e protettiva, e ci ritroviamo, sempre meno, ma persuasi che siamo i migliori, i più belli, i più intelligenti mentre gli altri, i nostri avversari, sono brutti sporchi e cattivi. E se vincono è colpa del popolo che nulla capisce, alla fin fine. Ma a quello stesso popolo noi ci appelliamo, e crediamo persino di conoscerlo meglio di coloro che fanno il pieno nelle piazze e nelle urne.
Indosserò la mia maglietta rossa d’ordinanza domani. Ma non ne posso più della nostra impotenza. Essa non è soltanto frutto del destino, ma innanzi tutto dei nostri errori.

venerdì 1 giugno 2018

Questione palestinese e colonialismo ebraico: si può tollerare ciò che sta accadendo a Gaza? - Angelo d'Orsi*




Non esiste più una “questione ebraica”, quella di cui parlava Karl Marx, a metà degli anni Quaranta, del secolo XIX. Ed è riduttivo parlare oggi di una “questione palestinese”, alludendo a una situazione che va chiamata col suo nome: l’ultimo esempio di oppressione coloniale, praticata, al di fuori di ogni legalità, da un avamposto euro-americano in Medio Oriente. Ed è ora di dire, a gran voce, basta!

Basta al ricatto dell’antisemitismo, l’accusa sfoderata ad ogni occasione dagli israeliani e dalle loro infinite estensioni mondiali, a cominciare dalle Comunità ebraiche sono ormai compiuta espressione, megafoni dei governi di Israele. È ora di smentire la narrazione corrente che vede lo Stato nato ai danni dei palestinesi nel maggio 1948, come un riflesso della Shoah, ossia un risarcimento allo sterminio di milioni di ebrei da parte dei nazisti. È ora, piuttosto, di fare un ripasso di storia, invece che un bagno di lacrime, che possono essere false e capziose, come aveva accusato Norman Finkelstein rivolta ad una studentessa che si era messa a piagnucolare mentre lui denunciava la politica israeliana: lui, ebreo, con i familiari sterminati in un lager, sul quale, in modo scientifico, è ricaduta l’accusa di “ebreo antisemita”, appena ha cominciato a denunciare “l’industria dell’olocausto”.

Ebbene il ripasso di storia ci dice che il sionismo precede la Shoah, ci dice che il destino dei palestinesi fu deciso nel 1916-17, dalla Gran Bretagna, prima con gli accordi segreti con la Francia, detti di Sykes-Picott, quando le due potenze imperialistiche si spartirono l’intera regione mediorientale, prendendosi il Regno Unito, appunto, la Palestina, la Francia, per esempio, la Siria (donde l’attenzione che da Sarkozy a Hollande fino al bellimbusto Macron, dedicano a quella nazione, per tenerla sotto controllo). L’anno successivo, il terribile e grandioso 1917, vide la famosa Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica, nella quale, anche sulla base della fortunata predicazione sionistica precedente, veniva riconosciuto il principio di una “jewish home” in Palestina: “un focolare ebraico”. Nella dichiarazione si alludeva comunque alla necessità di salvaguardare i diritti delle popolazioni arabe preesistenti. Quei diritti finirono invece immediatamente nel dimenticatoio grazie a Hitler, e alla “soluzione finale”. La persecuzione nazista ha trasformato un intero popolo in vittima sacrificale, e questo, nel complice silenzio del mondo, negli anni della guerra mondiale, ha prodotto l’agghiacciante esito di trasformare quelle vittime in carnefici.

Con troppa facilità le Nazioni Unite, Urss compresa, riconobbero nel 1948 lo Stato di Israele, dopo una campagna di terrore portata avanti da gruppi ebraici in Palestina, alcuni inquadrati nelle forze armate britanniche, compresa quella “Brigata ebraica” che da qualche tempo si ridesta il XXV Aprile, pretendendo di partecipare alle manifestazioni, millantando un proprio ruolo determinante nella guerra di liberazione. Una Brigata che fu poi tra i protagonisti di quel sistematico tentativo di “pulizia etnica” ai danni dei palestinesi, come ha documentato, inoppugnabilmente, un altro intellettuale ebreo, israeliano, Ilan Pappe, costretto poi a lasciare la sua università (Haifa) e a trasferirsi in Gran Bretagna, dopo che intorno a lui – “ebreo antisemita”, naturalmente – si era fatta terra bruciata.

Da allora, da quel maggio 1948, Israele ha compiuto una costante politica di allargamento dei propri confini semplicemente con la forza del proprio esercito, e con l’aiuto decisivo degli Usa, sia delle amministrazioni sia delle lobbies ebraiche, determinanti nelle campagne elettorali statunitensi, in specie in quelle presidenziali. Davanti a loro, un mondo arabo frantumato, disorganizzato, con mezzi militari modesti e male gestiti, al quale peraltro della causa del popolo palestinese poco o nulla importa.

Alla fine lo spazio territoriale odierno israeliano è il doppio di quello di settant’anni or sono. Uno spazio acquisito illegalmente, dopo la prima acquisizione ottenuta con la violenza. Ma non è bastato. Mentre si facevano entrare ebrei di ogni parte del mondo, secondo un inquietante criterio etnico-religioso, per cercare di rafforzare una popolazione dai modesti tassi di natalità, si procedeva agli insediamenti di molti di costoro nelle zone, sempre più esigue, concesse ai palestinesi, che a un ceto punto furono violentate dalla costruzione del muro della vergogna, altra azione (e opera) illegale, ma tollerata dalle Nazioni Unite che pure ne hanno “deplorato” l’edificazione. Le oltre 70 risoluzioni dell’Onu contro atti dei governi israeliani non hanno sortito alcun effetto, e i governanti di Tel Aviv non si prendono neppure la briga di replicare ormai, giudicando, non a torto, quello delle Nazioni Unite, un rituale privo di valore.

La stessa politica messa in atto davanti alle condanne che sono seguite regolarmente agli attacchi micidiali, con bombardamenti a tappeto, perlopiù missilistici, contro Gaza, divenuta ormai, da tempo, un gigantesco campo di concentramento o come è stata definita “la più grande prigione a cielo aperto del mondo”. Nei territori palestinesi, come in Libano e in altri paesi limitrofi, esistono i “campi” del resto, dove sono stati rinchiusi i palestinesi della diaspora, che vivono in condizioni quasi sempre disumane, vivono in una situazione di “morte lenta”, come documentò in un suo reportage Edward Said. Proprio questo grande intellettuale palestinese-americano parlò anni fa del “vicolo cieco di Israele”, condannatasi per la propria protervia a combattere una guerra incessante, nel vano tentativo di sottomettere, soggiogare i popoli confinanti, condannata a dominare, nell’esacerbato timore di essere dominata, probabilmente dal fattore biologico, la natalità araba.
L’operazione “Margine protettivo” dell’estate 2014 è già quasi dimenticata, ma non dagli abitanti di Gaza, che hanno pagato un prezzo altissimo, in termini di vite, di sofferenza, di distruzione. Quali conseguenze ebbe quell’efferata azione durata tre settimane ai danni di Gaza? Nessuna. Israele si sta occupando della “ricostruzione”, arrivando, col massimo del cinismo, a lucrare anche sulle morti e sulle devastazioni da essa procurate.

E ora da settimane la protesta palestinese nella marcia del ritorno, che è culminata, dopo uno stillicidio di morti e di mutilati tra i giovani e giovanissimi (per ammissione di un generale israeliano i cecchini hanno l’ordine di sparare alle gambe, per far sì che i ragazzi perdano la possibilità di esser offensivi, e sono decine ormai coloro che hanno perso uno o entrambi gli arti inferiori), siamo giunti all’Armageddon: Trump e famiglia si recano a Gerusalemme, per sancire in una giornata dichiarata di festa, il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv, mentre l’esercito “più morale del mondo” spara ad alzo zero: donne ragazzi bambini, vecchi; gente pacifica e militanti che gridano il loro diritto al ritorno. Fotografi e giornalisti, anche occidentali, sono stati colpiti. La fondazione di Israele non poteva trovare migliore sanzione. Uno Stato nato dalla violenza estrema, si autocelebra con la medesima violenza, moltiplicata; e due carnefici, Trump e Netanhyahu gongolano.

Il trasferimento dell’Ambasciata è un atto illegale che accetta e santifica un altro atto illegale: la dichiarazione di Gerusalemme “capitale unica eterna e indivisibile di Israele”. E il mondo cristiano si lascia scippare così una città sacra? E tutti i paesi arabi e islamici, a loro volta? Gli ebrei israeliani dettano legge, con l’orso americano alle spalle, e tutti piegano la testa. Ma chiediamoci se si possa ancora tollerare tutto questo.

Si può tollerare quello che sta accadendo? Si può tollerare che uno degli eserciti più potenti del mondo compia, indisturbato, un terribile massacro di gente inerme o armata forse di fionde e copertoni incendiati? Si può tollerare che un popolo, quello palestinese, privato della terra, dei beni, della memoria, della libertà, venga non solo schiacciato e oppresso, ma sterminato? Si può tollerare che i resistenti palestinesi che vogliono ritornare sulle terre a loro sottratte con la violenza e l’inganno, vengano bollati come “terroristi” e schiacciati come scarafaggi (espressione ricorrente fra gli ebrei israeliani che si riferiscono ai palestinesi di Gaza)? Si può tollerare che Israele violi ogni legge internazionale, che usi armi proibite agli altri Stati, che sfrutti l’Olocausto per legittimare il lento sterminio di un altro popolo? Si può tollerare che chi denuncia tutto questo venga chiamato “antisemita” e minacciato di sanzioni anche penali, in tutta Europa? 

Si può tollerare il silenzio della “comunità internazionale”, davanti all’ultima spaventosa ondata di morti e feriti e mutilati, è diventato, infine, un timoroso belato di pseudo-protesta? Si può tollerare che i governanti di Israele, sostenuti dall’Amministrazione Usa, in un sfacciato gioco delle parti tra Netanhyau e Trump, sfidino il resto del mondo? Si può tollerare tutto questo carico di infamia, d’ingiustizia, di prepotenza contro il popolo oggi martire per antonomasia, quello palestinese? Quanti morti, quanti mutilati, quanti derubati dei loro beni e delle loro case, quanti internati in campi di concentramento dobbiamo ancora accettare, tra i palestinesi, quanti ulivi sradicati, quante case rase al suolo dai caterpillar, per dar vita a una azione internazionale, di popoli e di nazioni, contro Israele? Un’azione che non dovrebbe “rinunciare a nessuna opzione”, come amano dire i governanti israeliani, quando enunciano il proprio diritto/dovere di “difendere Israele”, in tutto il mondo, anche contro tutto il mondo. Ma il mondo, che fa? Non è tempo, infine, che gridi il suo “Basta!”?

* da “Alganews”