La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 31 gennaio 2026
domenica 23 novembre 2025
Solidarietà a Enzo Iacchetti per l'assurda querela ricevuta dall'UCEI - Angelo D'Orsi
Incredibile. Gli ebrei in Italia sono intorno alle 30 mila unità. Quanti siano osservanti lo ignoro. Sono uniti nelle “Comunità”, che nel corso del tempo sempre più chiaramente non soltanto sono emanazioni del governo di Tel Aviv, ma espressione del sionismo più retrivo e aggressivo. Intervengono ogni settimana, e talora ogni giorno, su qualsivoglia tema che a giudizio o delle singole Comunità, o, più frequentemente, della loro Unione (UCEI, ossia Unione Comunità Ebraiche Italiane), interferisca con i loro orientamenti politici; sottolineo politici, perché le Comunità fanno politica e la fanno assumendo in toto il punto di vista dei governanti israeliani. Le loro proteste e rimostranze, ovvero i loro avvertimenti e “consigli”, entrano a gamba tesa nel dibattito pubblico nazionale, con la pretesa di orientarlo, di far tacere chi la pensa diversamente, e specialmente com’è ovvio, chi osa criticare Israele. Dagli all’antisemita!
Tutti ricorderanno l’episodio accaduto nel talk di Bianca Berlinguer lo scorso mese di settembre, quando Enzo Iacchetti ebbe la temerarietà di rispondere senza troppa grazia all’inquietante presidente dell’Associazione “Amici di Israele”), Eyak Mizrahi, il quale all’accorata denuncia di Iacchetti circa la strage dei bambini di Gaza aveva replicato con un insultante “Definisci bambino…”, frase che rimarrà come una macchia indelebile su chi l’ha pronunciata e su chi oggi prova a ribaltare le cose, buttando la croce (è il caso di dirlo!) su Iacchetti al quale tutti testimoniammo solidarietà così come esprimemmo, nei confronti del suo interlocutore, un sentimento che va ben oltre il dissenso e che potrei definire ribrezzo.
Ed ecco implacabile l’UCEI fare il suo proclama, a distanza di due mesi e
querela Iacchetti “per istigazione all’odio razziale” (dunque gli ebrei sono
una “razza”!?): “per le sue parole e modi di demonizzare Israele e il popolo
ebraico”, scrive l’UCEI, “ribadendo pregiudizi che per millenni hanno
alimentato l'antisemitismo. Speravamo che almeno le parole del Papa fossero prese
sul serio”. Ma le parole del precedente Pontefice, papa Francesco (che a
differenza di Leone-cuor-di-coniglio, sapeva cosa dire e come dirlo) da Israele
e dai suoi emissari non solo non venivano prese sul serio ma davano il pretesto
per la usuale denuncia di “antisemitismo”.
Ebbene, se davvero vogliamo ribaltare tutto, ai primi posti della classifica dei tabù da infrangere, e delle menzogne da rovesciare, v’è proprio l’antisemitismo, parola che sulla bocca dei sionisti suona ormai come un’oscenità. Anche su questo dobbiamo reagire, e smettere di accettare la narrazione farlocca, che in un modo o nell’altro, giustifica (mentre lo nega) il genocidio del popolo palestinese.
Basta! Basta con questa tiritera. Basta con questa accusa che vorrebbe essere
infamante ma infama coloro che la scagliano contro chi si batte per la salvezza
dei palestinesi oggi, che sono quelli che si battevano per la salvezza degli
ebrei ieri.
mercoledì 4 giugno 2025
De Russophobia - Angelo d'Orsi
Alla vigilia di un nuovo passo del negoziato russo-ucraino con la mediazione USA, e la comparsata di tre o quattro “volenterosi”, Zelensky non sa fare di meglio che compiere un devastante attacco contro la Russia, con l’ovvio assenso dei suoi padroni-protettori della UE. Stavolta l’attacco è stato decisamente pesante, con la distruzione di alcuni bombardieri nucleari e atti terroristici contro ponti e ferrovie con morti civili.
L’intento è chiaro. Naturalmente le grandi firme dei nostri giornaloni
daranno la colpa alla Russia. E intanto lo stesso Putin lascia capire che a
questo ultimo attacco vi sarà risposta. Vogliono proseguire con la guerra,
vogliono obbligare sia Zelensky sia Putin a combattere, e i loro uomini a
uccidere e a morire.
Peccato che atti del genere significhino un implicito invito a premere i
pulsanti delle armi nucleari. Ma a noi europei in fondo non importa più di
tanto: abbiamo il kit di sopravvivenza delle 72 ore…
Che la Russia risponda o no a questa ultima azione ucraina, essa è sempre
il regno del male, nel racconto dei nostri anchormen, che eccitano la
russofobia dei loro lettori, ma anche dei loro referenti politici, con l’
“autorevole” ausilio del nostro presidente della Repubblica il quale sta
procedendo, con passo felpato, a una vera riscrittura dei fatti storici, che
Orwell scansati!.
È stato denunciato sovente su questo giornale la russofobia, e io stesso
non faccio che parlarne in articoli conferenze convegni. Ora abbiamo un
libretto, dall’accattivante titolo latinizzante “De russophobia” di un
giornalista che lavora da anni in Donbass, Vincenzo Lorusso, che si fregia
della introduzione nientemeno che di Marija Zakharova, e di due succinti
contributi storici di Alberto Fazolo e di Andrea Lucidi (Le Rocce Edizioni). Il
testo ricostruisce diligentemente il grottesco e insieme inquietante elenco di
episodi di russofobia, per lo più in Italia, ma con qualche puntata fuori, come
quello davvero incredibile accaduto in Francia nel marzo ’22, quando alla
esposizione internazionale felina fu vietato l’accesso di allevatori e gatti
russi. O quello, che rasenta l’infamia, che impedì la partecipazione di atleti
russi e bielorussi alle Paralimpiadi, dopo che per quattro anni quei giovani e
quelle giovani si erano preparati faticosamente combattendo contro le loro
disabilità fisiche.
Il repertorio è tristemente lungo, dalla proibizione del corso su
Dostoevskij alla Bocconi al recente divieto del rettore dell’università di
Torino (per fortuna in scadenza) di proiettare e discutere in aula il film
documentario Maidan. La strada verso la guerra. Episodi simili si sono
registrati a Firenze, Bologna, Venezia, Udine, e via seguitando. Una caccia
alle streghe che sarebbe piaciuta al famigerato senatore McCarty.
Dal ’22 a oggi, i divieti a proiettare film, o a discutere libri, o suonare
o dirigere in teatri: famigerato il primo gesto del sindaco milanese Sala che
chiese al grande direttore russo Valery Gergiev, regolarmente contrattualizzato
dalla Scala, di esibirsi, se non avesse firmato un documento impostogli di
dissenso nei confronti del suo presidente, che ricordiamo era Vladimir Putin e
non Giuseppe Sala, per cui Georgiev non firmò e il pubblico milanese si perse
un grande evento musicale. Si era ai primi mesi del 2022, e da allora fu tutto
un fiorire di proibizioni, mentre non mancava chi (il “moderato” Domenico
Quirico su La Stampa) si augurava che qualcuno ammazzasse Putin. E poi la solita
Picierno, con il contorno di sindaci e dirigenti del suo partito (D) si
impegnavano nella demonizzazione della Russia, e di Putin come il Grande
Nemico, e contemporaneamente, nella ricerca di “Nemici Interni” da bandire,
silenziare, ostracizzare. E per evitare che gli italiani venissero a conoscenza
di verità diverse da quelle spacciate dai Federico Fubini e Maurizio Molinari,
fin dal marzo ’22 vennero chiusi tutti i siti giornalistici russi. Finché è
arrivata una reazione collettiva, con una raccolta di firme di cittadini (che
con azzardo davvero pericoloso Michele Serra, ormai indossati i panni
dell’ideologo, dichiarò essere fasulle, venendo smentito “scientificamente): lo
scopo era affermare, come il grande manifesto, autoprodotto, che intanto si diffondeva
in varie città: “La Russia non è mio nemico”. E la seconda parte del volume
riproduce decine di messaggi di solidarietà col popolo e il governo russo
contro la russofobia. E ve ne sono di carini; mi permetto di suggerire a
Mattarella di leggere questi messaggi, ricuperando un po’ di connessione con il
suo popolo.
sabato 21 settembre 2024
L’ultimo abominio di Israele - Angelo D'Orsi
Il numero dei morti e soprattutto dei feriti in Libano e, meno, in Siria,
non è ancora definitivo. Per ora siamo intorno a 4.000 per i primi, una dozzina
per i secondi. Un film di genere “fanta-horror”, si può definire questa
ultima “brillante” operazione israeliana, probabilmente un evento mai accaduto
prima, e certo non con migliaia di apparecchi di comunicazione che
esplodono in contemporanea. Un’operazione che ci lascia inebetiti, prima che
indignati, azione inedita che suscita sdegno, riprovazione, ma a quanto pare
forse solo nel foro interiore, nel segreto dell’anima di coloro che hanno a
cuore la giustizia, la verità e direi l’umanità. Negli altri (non considero i
sionisti, ovviamente) sembra prevalga una sorta di ammirazione, una
fascinazione per la bravura e la creatività del Mossad e degli apparati
militari, polizieschi e spionistici di Tel Aviv.
Pensate, voi siete al supermercato, in biblioteca, in un edificio pubblico,
o a casa vostra, persino in un corteo funebre (com’è accaduto), e se avete uno
di quegli apparecchietti – i “cercapersone” – d’improvviso vi esplode in tasca,
nello zainetto, sul tavolo, o tra le mani. Voi neppure capite. Magari rimanete
in vita, ma non udrete più, o non vedrete più, perché l’esplosione ha danneggiato
irrimediabilmente la vista o l’udito. E il vostro volto, le vostre mani, il
vostro corpo, se sopravviverete, recheranno per sempre i segni dello scoppio.
Qualcuno ha sentito parole di condanna? Qualche politico occidentale ha
avuto il coraggio di dare voce allo sdegno che tanti di noi hanno provato, e
che, ripeto, almeno nel foro interiore, forse tutti (a parte i sionisti, sono
convito che tanti ebrei provano…) stanno provando? Naturalmente, le autorità israeliane
se la cavano sempre con la spiegazione “volevamo colpire un capo”, “cercavamo
un terrorista”, “è stata una operazione mirata”…
Stavolta l’obiettivo invece di Hamas era Hezbollah, ed esattamente come a
Gaza o in Cisgiordania, per colpire un militante arabo (che legittimamente
combatte l’occupante ebreo), si fa strage di civili innocenti.
Tutto questo ad opera di uno Stato, quello di Israele, che è ormai
dichiaratamente terrorista, e neppure lo nasconde, anzi sembra orgoglioso per
ogni vittima, e aggiorna ora per ora la sua triste, miserabile contabilità.
Ben difficile pensare che gli Stati uniti non fossero stati informati
prima, della operazione omicida-tecnologica israeliana, come si sono
affrettate a dichiarare le autorità statunitensi, con un classico esempio di
“excusatio non petita – accusatio manifesta”. E al solito, la UE tace.
Il mondo deve mettere all’angolo questo Stato abusivo, nato col terrore che
vive generando terrore, talvolta pagandone le conseguenze, ma quasi sempre è
carnefice non vittima, come invece regolarmente si presenta, sulla base di un
passato ormai lontano, in cui davvero gli ebrei (che non sono i sionisti!)
furono vittime dei carnefici nazisti (non i tedeschi, ma i nazisti).
Ora siamo alla pura infamia, alla più oscena delle
scelleratezze, alla violenza che si fa legge, si fa senso comune,
si fa cultura diffusa in Israele, ma qualcosa arriva anche fuori dei suoi
confini, facendo gioire i suoi supporters nel mondo, che però sono sempre meno,
al di fuori della ristretta cerchia degli Stati Uniti e delle nazioni satelliti.
Ripeto la mia domanda retorica, che però mi tormenta davvero: “Si può
accettare tutto questo?”.
mercoledì 19 luglio 2023
Per Greta&C. un’amnesia chiamata “capitalismo” - Angelo D'Orsi
“Il più peculiare e anche il più nocivo assetto sociale mai emerso nel corso della storia umana, che identifica il progresso con la competizione e la rivalità più aspre; lo status sociale con l’accumulazione rapace e illimitata di ricchezze; i valori della persona con la meschinità e l’egoismo”. La manifestazione di tre giorni fa a Strasburgo in occasione del voto del Parlamento Ue sulla difesa della natura mi ha indotto a sfogliare un testo di Murray Bookchin, Per una società ecologica (1989, ed. it., Elèuthera 2021). Non so se Greta Thunberg e i numerosi combattenti contro cambio climatico, riscaldamento globale, devastazione ambientale, lo conoscano, ma ne consiglierei loro vivamente la lettura. Sempre più ho l’impressione che in questi eco-warriors, i guerriglieri dell’ambiente, i partecipanti alle ormai rituali manifestazioni dei Friday for future, dimentichino che alle spalle di tutto c’è l’economia, o più esplicitamente, c’è il capitalismo, che da quattro-cinque decenni, ha assunto il volto feroce del turbo-capitalismo, una macchina spietata che macina profitti per i pochi e produce sofferenze per i molti.
A Strasburgo la giovane Greta era in
prima fila, e ha ripetuto le sue invettive, ma accusare l’umanità di tendenza
all’autodistruzione significa dire tutto senza dire nulla. Del resto Greta è
riuscita nei giorni scorsi a portare e a notificare al mondo il suo sostegno a
Zelensky, accusando la Russia di crimini ambientali, dimenticando le
fondamentali responsabilità della leadership ucraina, a cominciare proprio dal
presidente-comandante in capo che sta favorendo il massacro (incoraggiato, o
tollerato, da Nato e Usa); massacro di persone, di strutture e dell’ambiente,
magari preparando un “incidente nucleare”, di cui, come per la semidistruzione
della diga, si attribuirà la colpa ai russi. Come Greta Thunberg ha ripetuto,
impudicamente, nell’incontro con Zelensky. In altre parole, separare la lotta
per l’ambiente da quella per una radicale sovversione degli assetti sociali,
condannare le “fonti fossili” o il climate change rinunciando a vedere e
denunciare le responsabilità politiche del turbo-capitalismo e della sua base
teorica, il neoliberismo, rischia di non produrre né la salvezza della natura,
né, meno che meno, quella dell’umanità.
martedì 13 aprile 2021
domenica 9 febbraio 2020
Foibe e menzogne
Sotto l’insegna del politicamente corretto stiamo compiendo grandi passi verso la eliminazione di ogni spazio di dissenso dal pensiero dominante, che è, come insegna Marx, il pensiero delle classi dominanti. Basterebbe questa considerazione per renderci più attenti e critici. La tendenza in atto su scena internazionale, nel mondo occidentale, a cominciare dall’Unione Europea e degli Stati Uniti, è quella di una trasformazione del potere politico in organo giudicante della legittimità delle interpretazioni storiografiche e dello stesso dibattito delle idee: e distrattamente, colpevolmente, troppi di noi hanno trascurato le implicazioni di questa tendenza.
sabato 23 novembre 2019
ancora in Bolivia
venerdì 4 gennaio 2019
CONTE CITA MOLIÈRE E FINISCE MALISSIMO L’ANNO - Angelo D'Orsi
Cattivo gusto, indecente disprezzo per quel “popolo” che egli dovrebbe “difendere”, arroganza di chi, senza titolo (né intellettuale, né politico e men che meno etico), pretende di “guidare” l’Italia, in combutta col gatto e la volpe.
Strana logica quella dei sedicenti o cosiddetti “populisti”: pronti a parlare in nome del popolo, al quale attribuiscono ogni fonte di legittimità, e altrettanto pronti a calpestarne i diritti, a deluderne le attese, a ignorarne i bisogni. Una manovra finanziaria che rovescia le incaute promesse generalizzate (abbasseremo le tasse), finisce per aumentarle – come ha certificato l’Ufficio parlamentare di Bilancio – sia pure in modo bislacco, per favorire, in linea teorica e in una misura ancora non definita e con modalità non chiarite, categorie di cittadini che dovrebbero corrispondere all’elettorato delle due forze di governo. Una manovra che toglie fondi all’Università, che colpisce il Terzo settore, che rischia di far morire la stampa minore, e far perdere miglia di posti di lavoro in quell’ambito, una manovra che accresce i rischi di infiltrazione mafiosa negli appalti, eliminando le gare fino a una somma cospicua (150 mila euro), e via seguitando, in un insieme confuso, contraddittorio – che cerca di evitare le sanzioni della UE, ma nel contempo deve non scontentare l’elettorato –, sostanzialmente dominato dalla iniquità e dalla evanescenza, dalla superficialità e dalla inconsistenza teorica.
Una manovra non discussa in Parlamento, e approvata manu militari addirittura prima che se ne conoscessero i dettagli. Una cosa mai vista anche in un sistema post-democratico che da oltre un quarto di secolo vede il potere Legislativo sottomesso all’Esecutivo; così viene ridotto a mera finzione.
Ebbene, in questo marasma antidemocratico, di cui la legge di Bilancio è eloquente rappresentazione, legge dalle assai dubbie conseguenze positive in termini di miglioramento delle condizioni di vita di un popolo, a cui si è annunciato di aver “abolito la miseria”; in questo bosco di incompetenza e arroganza, il prof. avv. Giuseppe Conte si permette una battuta come quella surriferita. Se avesse dei meriti basterebbe quella battuta a cancellarli. Siccome non ha merito alcuno, neppure quello di tentare di salvare la propria dignità, lui, mediocre portaborse dei suoi “vice”, il sedicente presidente del Consiglio chiude l’anno in modo indecoroso, in linea con gli atti precedenti, fin da quando ascese a Palazzo Chigi, per una bizzarra congiuntura astrale, o forse per effetto di un intervento miracolistico del santo di cui si dichiara devoto. A lui ci rivolgiamo per chiedergli di tener d’occhio il suo protetto (se tale è), per impedirgli di incappare in altri rovinosi inciampi.
venerdì 19 ottobre 2018
Legalità, legittimità, giustizia: il caso Riace – Angelo D'Orsi
Chi ha lamentato che gli italiani si dividessero in due partiti, sbaglia: le due Italie esistono, e non da oggi. E sono in radicale contrasto, da sempre. Personalmente non sono sicuro di essere parte della maggioranza, ma sono sicuro di essere dalla parte giusta. Che però, spesso, come insegna Brecht, è “la parte del torto”.
Come dire: la legalità e la giustizia non coincidono; e ancora: la maggioranza può legalmente comandare ma non è detto che abbia ragione. E infine: la giustizia non può essere considerata in modo astratto e formale: i 49 milioni di denaro pubblico (ossia di tutti i cittadini di questo Paese) sottratti dalla Lega oggi al potere, sono stati legalmente di fatto condonati, con una restituzione risibile pari a 100 mila euro annui, il che significa un’ottantina d’anni di rate senza interesse: sono frutto di una sentenza della magistratura, emessa secondo le regole, ma sono una sentenza giusta?
L’arresto di Mimmo Lucano, la sua sospensione da sindaco, il successivo divieto di dimora a Riace (e prima di lui alla sua compagna), sono stati fatti in base a norme di legge, ma applicate con un rigore che non abbiamo visto nella vicenda del furto dei 49 milioni di cui si è reso autore il partito del vero capo del governo, Matteo Salvini. E la decisione di quest’ultimo di allontanare tutti i migranti da Riace, dove grazie alle “illegalità” o meno del sindaco Lucano si erano stabiliti, restituendo vita a quel borgo, con beneficio di tutti, a cominciare dagli indigeni italiani, è una decisione che i poteri di cui il ministro di polizia gode gli consentono, ma è una decisione giusta? E, aggiungo, è una decisione saggia? socialmente ed economicamente avveduta? oltre che umanamente “legittima”?
Insomma, un po’ di meditazione filosofica sarebbe cosa buona. E, mi permetto con un briciolo di ironia, “giusta”. Essa ci porta a concludere che le minoranze possono aver ragione e le maggioranze torto; che ubbidire ai comandi (della legge e di chi la rappresenta), di per sè non sempre, né automaticamente è un gesto buono, come coloro che eseguivano gli ordini ad Auschwitz ci confermano. O semplicemente, riflettere sul cartello che ancora si scorge nei tribunali “La legge è uguale per tutti”, ci deve indurre a riflettere sul fatto che una legge uguale per soggetti che uguali non sono, è una legge ingiusta. E che ad essa non solo è “legittimo” disubbidire, ma è “giusto” opporsi, da parte di chi iniquamente ne subisce i rigori.
In epoche remote si teorizzò persino la legittimità morale e politica del tirannicidio, l’uccisione dl tiranno, come forma estrema di disubbidienza nel nome dell’interesse generale, della “salute pubblica”, ossia della salvezza della comunità.
Il caso Riace, che ci indigna, e ci mobilita (e occorre non smettere di indignarsi e di mobilitarsi) ha il merito di invitarci a meditare su questioni rilevantissime che troppo spesso dimentichiamo negli affanni e nella banalità della nostra quotidianità.