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mercoledì 30 ottobre 2024

Amazzonia – James Rollins

un'avventura in Amazzonia alla ricerca della sostanza che ha fatto ricrescere un braccio a chi non ce l'aveva.

senza risparmio di colpi di scena, un gruppo guidato dalla CIA (maledetti!) e dalle imprese farmaceutiche a stelle e strisce contribuisce al genocidio amazzonico, alla ricerca dell'elisir rigenerativo.

resistono gli indigeni e alcuni loro alleati.

un libro appassionante da cui non ti stacchi fino alla parola fine.


 

 

 

E’ uno spettacolo orribile quello che si presenta a padre Garcia, il sacerdote della missione di Wauwai, in Amazzonia: un uomo emaciato e coperto di piaghe esce dalla giungla e si accascia ai suoi piedi, esalando poco dopo l’ultimo respiro. Padre Garcia non sa che, quattro anni prima, quell’uomo faceva parte di una spedizione scientifica poi svanita nel nulla. La CIA, invece, lo identifica come Gerald Clark, un ex agente delle Forze Speciali, la cui carriera era stata stroncata dalla perdita di un braccio durante una missione in Iraq. Adesso, però, Clark ha entrambe le braccia. Per trovare una spiegazione a un evento così sconvolgente, il governo incarica Nathan Rand di organizzare una nuova missione per seguire l’itinerario della prima spedizione che sembra condurre al villaggio di una leggendaria tribù. Ma il cuore della giungla nasconde un segreto inviolabile, un segreto che genera paura, follia e morte.

da qui

 

Uno dei romanzi meglio riusciti di Rollins. Una storia così avvincente che ti tiene incollato al libro fino all'ultima pagina, con un finale per nulla scontato. Il ritmo è incalzante. Ci ricorda la grande responsabilità a cui siamo chiamati rispetto agli ultimi paradisi del nostro pianete e come sia fondamentale considerare alcuni luoghi e alcuni valori beni comuni globali perché il loro danneggiamento o deterioramento sono a detrimento dell'intera umanità. L'ambientazione del testo è meravigliosa e intrigante.

da qui

 

È uno dei miei libri preferiti ed ogni tanto lo rileggo. La trama è avvincente, i personaggi interessanti e la parte naturalistica eccezionale. La base è d'avventura, ma con quel tocco di fantascientifico che caratterizza Rollins. Mi piace molto quando questi due mondi si mischiano, perché non sai mai che risultato aspettarti. E vi assicuro che il risultato di Amazzonia merita!

da qui

martedì 9 novembre 2021

Quel problema innominabile - Claudia Fanti

  

Il grido dell’indigena brasiliana Txai Suruí, figlia di uno dei leader più rispettati del suo paese, Almir Suruí, è risuonato proprio in apertura della Cop 26: «Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo ascoltare le stelle, la luna, gli animali, gli alberi. Oggi, il clima sta cambiando, gli animali stanno scomparendo, i fiumi muoiono, le nostre piante non fioriscono più come prima. La Terra ci sta dicendo che non abbiamo più tempo».

 

Ma è già troppo tardi per cambiare strada? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Boff, tra i padri fondatori della Teologia della Liberazione, quella dei poveri e del «grande povero» che è il nostro pianeta devastato e ferito, il cui duplice – e congiunto – grido ha occupato il centro della sua intera riflessione.

 

Tra i firmatari dell’accordo sulla deforestazione raggiunto alla Cop 26 c’è anche Bolsonaro. Il trionfo dell’ipocrisia?

Nulla di minimamente credibile può venire dal governo Bolsonaro: con lui la menzogna è diventata politica di stato. Solo su un punto ha detto la verità: «Il mio governo è venuto per distruggere tutto e per ricominciare da capo». Peccato che questo reinizio sia nel segno dell’oscurantismo e del negazionismo scientifico, che si tratti di Covid o di Amazzonia. La sua opzione economica va in direzione esattamente opposta a quella per la preservazione ecologica: Bolsonaro ha favorito l’estrazione di legname, l’attività mineraria all’interno delle aree indigene, la distruzione della foresta per far spazio alla monocoltura della soia e all’allevamento. Solo da gennaio a settembre, l’Amazzonia ha perso 8.939 km² di foresta, il 39% in più rispetto allo stesso periodo del 2020 e l’indice peggiore degli ultimi 10 anni. La sua adesione al piano di ridurre le emissioni di metano del 30% entro il 2030 è pura retorica. In realtà, non ci sono dubbi sul fatto che proseguirà sulla strada della deforestazione continuando a mentire al Brasile e al mondo.

L’Amazzonia potrà sopravvivere ad altri 10 anni di deforestazione?

Il grande specialista dell’Amazzonia Antônio Nobre afferma che, al ritmo attuale di distruzione, e con un tasso di deforestazione già vicino al 20%, in 10 anni si potrebbe raggiungere il punto di non ritorno, con l’avvio di un processo di trasformazione della foresta in una savana appena interrotta da alcuni boschi. La foresta è lussureggiante ma con un suolo povero di humus: non è il suolo che nutre gli alberi, ma il contrario. Il suolo è soltanto il supporto fisico di un complicata trama di radici. Le piante si intrecciano mediante le radici e si sostengono mutuamente alla base, costituendo un immenso bilanciamento equilibrato e ritmato. Tutta la foresta si muove e danza. Per questo motivo, quando una pianta viene abbattuta, ne trascina molte altre con sé.

Siamo ancora in tempo per intervenire?

I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli.

Ha sempre affermato che senza un vero cambiamento nella nostra relazione con la natura non avremo scampo. L’umanità è pronta per questo passo?

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla. Sono le esperienze dal basso a offrire speranze di alternativa: dal buen vivir dei popoli indigeni all’ecosocialismo di base fino al bioregionalismo, il quale si propone di soddisfare le necessità materiali rispettando le possibilità e i limiti di ogni ecosistema locale, creando al tempo stesso le condizioni per la realizzazione dei beni spirituali, come il senso di giustizia, la solidarietà, la compassione, l’amore e la cura per tutto ciò che vive.

Fonte: il manifesto

da qui

lunedì 26 aprile 2021

i fatti separati dalle domande

*


a proposito della Val di Susa e di Genova 2001, arrivando anche in Palestina e in Amazzonia



A proposito della Val di Susa

Scrive la Corte d’Appello di Torino:

…le Forze dell’Ordine in alcuni casi utilizzarono i gas lacrimogeni fuori dalle direttive ricevute, quantomeno con riguardo alle traiettorie di lancio ed agli obbiettivi individuati, giungendo inoltre a lanciare sassi dal cavalcavia autostradale sui manifestanti sottostanti” (pag.164-165 della sentenza)…

https://www.notav.info/post/la-cassazione-conferma-dalla-polizia-sassi-e-lacrimogeni-ad-altezza-duomo-contro-i-notav/

 

scrive Riccardo Noury, di Amnesty

I gas lacrimogeni non possono essere sparati ad altezza uomo. Lo scopo del loro utilizzo deve rimanere quello di disperdere la folla e non di ferire persone”, ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce dell’organizzazione.

Come richiesto dai Princìpi base delle Nazioni Unite sull’uso della forza, inoltre, il dispiegamento di armi cosiddette non letali dovrebbe essere attentamente valutato al fine di ridurre al minimo il rischio di mettere in pericolo persone non coinvolte e l’uso di tali armi dovrebbe essere attentamente controllato.

“Dispositivi che hanno effetti indiscriminati e un alto potenziale di danno, come i gas lacrimogeni, devono essere utilizzati solo quando tutti gli altri mezzi non siano riusciti a contenere minacce o violenza. Inoltre, le persone devono essere avvisate sull’imminente uso di tali armi e autorizzate a disperdersi. Le cartucce, contenenti sostanze chimiche irritanti, non possono mai essere sparate direttamente contro le persone”, ha concluso Noury…

https://www.amnesty.it/attivista-ferita-da-una-cartuccia-di-gas-lacrimogeno-durante-manifestazione-no-tav/

 

i legali no Tav ricordano che:

“I lacrimogeni sono considerati, anche dal diritto, armi chimiche.

Il loro uso è vietato negli scenari bellici dalla Convenzione di Parigi del 1995 sulle armi chimiche. Qualora utilizzati in particolari contesti, devono essere sparati con modalità di lancio a parabola, e non con lancio teso verso chi si intenda contrastare, proprio per impedire o ridurre il pericolo di danni dovuti al lancio di una granata a forte energia cinetica.

In altre parole, non possono essere utilizzati come proiettili destinati a colpire gli avversari (o i nemici).”

https://www.notav.info/post/appello-dei-legali-no-tav-sul-ferimento-di-giovanna/

 

a proposito di Genova 2001

continuano le promozioni dei macellai della “macelleria messicana”

(leggi qui e qui)

 

Come non farsi qualche domanda?

il Parlamento deve approvare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).

“La resilienza è la capacità di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato”, scrive wikipedia)

Quindi il governo e il Parlamento sostengono la lotta noTav?

 

Nelle forze del (dis)ordine ci sono anche cecchini che agiscono in Val di Susa?

 

Come è possibile che alcuni condannati (fra le forze dell’ordine) PER GRAVISSIMI REATI vengano promossi come se fossero integerrimi funzionari (scuola Diaz e caserma Bolzaneto non hanno insegnato niente)?

 

Fra gli istruttori delle forze dell’ordine (quando sono ancora nelle scuole di formazione) ci sono militari che arrivano dai teatri di guerra (per esempio Afghanistan, Iraq o Somalia)?

 

Alle reclute (e non solo) si insegna che in Italia in piazza vanno cittadini che manifestano o nemici da abbattere?

 

Negli Usa anche il presidente Biden ha utilizzato parole chiare a sostegno dei giudici che hanno condannato il poliziotto assassino di Minneapolis (qui);

quando “la I Corte di assise di Roma ha riconosciuto i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannandoli a 12 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici” (qui), il Presidente del Consiglio o il presidente della repubblica sono intervenuti in tv per sostenere i giudici e condannare gli assassini di Stefano Cucchi?

 

Fra i deputati e i senatori italiani CHI negli ultimi 10 anni ha criticato qualche volta, pubblicamente, le forze dell’ordine quando si trasformano in forze del disordine?

 

Avere una coscienza sotto la divisa… pare che sia rischioso e che si paghi caro denunciare i colleghi, almeno in termini di mancate promozioni (all’interno delle forze dette dell’ordine); perché invece non dare a chi denuncia tutte le protezioni in qualità di collaboratore di giustizia?

 

Si è capito che i noTav che lottano in Val di Susa sono i veri “conservatori”, come i palestinesi, d’altronde, o gli indios dell’Amazzonia, comunità e popoli che vogliono conservare le terre dove hanno sempre vissuto, proteggerle da espropri, rapine e devastazioni, mettendo in gioco i loro corpi tutti i giorni? E che quelli a favore della Tav sono invece gli eversori di un equilibrio fragile, alfieri di un disordine che chiamano crescita (velocità e crescita insieme ricordano più le cellule cancerogene che un sano sviluppo)?

E per cosa, poi? Perché le mutande che si producono in Cina, in India e in Bangladesh arrivino nei centri commerciali un giorno prima?

Infine, tutti gli amanti della TAV si sono fatti sentire quando le delocalizzazioni e la globalizzazione (pessimamente gestita) hanno creato e creano eserciti di disoccupati?

 

“Quante vicende, tante domande”, scrive(va) Bertolt Brecht.

 

*l’immagine nel post è quella di Rachel Corrie (chi non sa chi è, o non si ricorda, può leggere qualcosa qui)


da qui

domenica 21 febbraio 2021

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO LE FORESTE INIZIANO A EMETTERE PIÙ CO2 CHE OSSIGENO. È UN DISASTRO - Silvia Granziero

 


La foresta amazzonica emette anidride carbonica. Per quanto assurda e contro intuitiva possa sembrare questa affermazione, vale per circa il 20% della sua estensione; che, da importante aiuto al rallentamento della crisi climatica, sta diventando un produttore di Co2. Questo avviene perché gli alberi quando muoiono rilasciano anidride carbonica nell’atmosfera, secondo un meccanismo già noto che si sta però verificando a un ritmo più elevato di quanto si pensasse. A portarlo alla luce è stato in particolare uno studio degli scienziati dell’Istituto Nazionale Brasiliano per la Ricerca Spaziale, che per dieci anni hanno misurato regolarmente i gas serra presenti in diverse aree del Pianeta, analizzando le modalità di crescita e morte di 300mila alberi in 500 aree di foresta pluviale in Africa e in Amazzonia. 

I vegetali producono biomassa legnosa, nella quale si accumula anno dopo anno il carbonio sottratto dall’atmosfera attraverso la fotosintesi clorofilliana: questo è solo uno dei meccanismi del carbon sink – l’assorbimento di Co2 – intensificato dalla rigenerazione del suolo, altro magazzino di carbonio, attuata dalle piante. Così, nel complesso, una foresta assorbe varie tonnellate di anidride per ettaro ogni anno. Ora siamo vicini al punto in cui i vegetali perdono la capacità di rinnovarsi, producendo più anidride carbonica di quanta non riescano a immagazzinarne. La notizia più allarmante di questo scenario – che rovescia l’immaginario che tutti abbiamo di piante e alberi come produttori benefici di ossigeno in grado di contrastare il surriscaldamento delle città e l’inquinamento atmosferico – è che tutto questo si verificherà prima del 2050. Già nel prossimo decennio, infatti, potremmo vederne gli effetti, come ha evidenziato lo studio brasiliano lo scorso anno. 

 

Dagli anni Novanta – quando è stato raggiunto il picco dell’assorbimento di anidride carbonica – la capacità delle foreste pluviali di assorbirne e stoccarne è diminuita di un terzo. Mentre fino a circa vent’anni fa le foreste riuscivano a catturare il 17% dell’anidride carbonica (circa 46 miliardi di tonnellate) prodotta dalle attività antropiche, ora siamo appena al 6% (25 miliardi di tonnellate). La causa di questo fenomeno è dovuta al rallentamento della crescita degli alberi e dalla loro mortalità, connessi all’aumento delle temperature medie mondiali e alla siccità, e quindi, come sottolinea l’ecologo Tom Crowther, a deforestazione e cambiamenti climatici. È un circolo vizioso che vede da un lato la crisi climatica, con temperature più calde e periodi siccitosi sempre più frequenti anche nelle regioni umide del Pianeta, e dall’altro l’intensificarsi di questi stessi fenomeni mano a mano che le foreste smettono di assorbire anidride e iniziano a rilasciarne. 

Il fenomeno non si sta verificando allo stesso ritmo in tutte le foreste pluviali del mondo: a essere più colpita sembra l’Amazzonia, perché più colpita da deforestazione e incendi. Il polmone verde del Pianeta si sta trasformando in una camera a gas, danneggiando il Brasile in primo luogo, ma anche – nonostante quanto sostiene il presidente Jair Bolsonaro, per il quale, parafrasando, “l’Amazzonia è nostra e quindi ne facciamo ciò che vogliamo” – tutto il resto del mondo. Proprio da quando Bolsonaro, che si segnala per il suo negazionismo climatico, è al governo, la deforestazione in Amazzonia ha raggiunto il picco dai primi anni 2000. Le foreste africane, per ora, stanno meglio, perché meno soggette al disboscamento selvaggio promosso per fare spazio al “progresso” e perché in media sono situate a 200 metri sopra il livello del mare, quindi in aree più protette dall’aumento delle temperature. C’è poco da rallegrarsi, però, perché questo stesso fattore fa sì che anche la loro crescita sia più lenta. Inoltre, seppure meno drammatica che in Amazzonia, anche nelle grandi foreste dell’Africa tropicale la capacità di assorbimento dell’anidride carbonica sta rallentando e si prevede che entro il 2030 diminuirà ancora del 14%, mentre in Brasile il picco pare essere già stato raggiunto tra il 2000 e il 2010. Così, già oggi, ogni anno le foreste producono più anidride di quanta ne emetta l’intero settore dei trasporti pubblici degli Stati Uniti e, se non interverremo con forza, dobbiamo aspettarci, entro il 2030, il sovvertimento dell’effetto benefico della fotosintesi.


In sostanza, dobbiamo prendere consapevolezza che per compensare le emissioni su larga scala non possiamo fare più tanto affidamento sulle foreste tropicali, fino a questo momento considerate i polmoni del Pianeta. Non se non iniziamo seriamente a proteggerle. Un motivo in più per salvaguardare boschi e foreste in tutti i continenti, Europa compresa, dove invece le foreste primitive sono prese di mira dai traffici, legali e non, dell’industria del legname. Se il patrimonio forestale fosse gestito in modo sostenibile – cioè applicando la silvicoltura a basso impatto ambientale e aumentando le aree protette – ogni anno le foreste europee potrebbero assorbire fino al doppio dell’anidride carbonica attuale, come sottolinea uno studio realizzato dall’istituto tedesco Naturwald Akademie per Greenpeace, per il quale sarebbe sufficiente ridurre di un terzo lo sfruttamento delle aree boschive del continente per portare la capacità di assorbimento dai 245 milioni di tonnellate di Co2 annui a 487 milioni di tonnellate. Allo stesso tempo contribuiremmo così all’adattamento e alla resilienza degli ecosistemi nei confronti dei cambiamenti climatici e al mantenimento della biodiversità

In Italia, fortunatamente, l’Ispra rileva un dato positivo: il carbonio immagazzinato dalle foreste italiane è​ aumentato negli ultimi anni grazie all’espansione delle superfici boschive, per lo più per effetto della riconversione di terre non più coltivate. La quantità di anidride assorbita dagli alberi nel nostro Paese varia tra 19 e 33 milioni di tonnellate a seconda della numerosità e dell’ampiezza degli incendi, che in Italia sono la maggior minaccia al contributo delle foreste all’assorbimento di anidride. Purtroppo, allargando lo sguardo ci si rende subito conto che altrove la situazione non è altrettanto rosea: come emerge dall’ultimo Global Forest Resources Assessment della Fao, dal 2010 nel mondo abbiamo perso circa 4,7 milioni di ettari di foreste ogni anno a causa della deforestazione, per una perdita complessiva di oltre 178 milioni di ettari dal 1990 a oggi, anche per i terreni convertiti ad altro uso. Non è un caso che l’impatto della deforestazione – che contribuisce a una quantità di emissioni carboniche compresa tra il 6 e il 20%, un range la cui ampiezza è legata alle variabili esistenti nelle varie regioni terrestri – colpisca in particolar modo Stati Uniti, Brasile, Cina e Indonesia, i leader mondiali delle grandi coltivazioni di monocolture.

 

È già noto che tutti gli sforzi per tagliare le emissioni, per quanto seri e coerenti possano essere, non sono sufficienti a risparmiarci la catastrofe climatica. Smettere di inquinare non basta: bisogna anche velocizzare e intensificare gli impegni per catturare Co2 dall’atmosfera, compito nel quale le foreste sono l’aiuto più efficiente ed economico. Eppure continuiamo a distruggerle e a non dar loro l’attenzione che meritano: le politiche di rimboschimento, come quella attuata dalla Cina, che pure sono necessarie, impiegheranno anni a sortire effetti tangibili, perché il maggiore aiuto nella lotta alla crisi climatica è fornito dai boschi più antichi, che continuano a essere vittima di deforestazione. Inseguendo l’obiettivo non delle “emissioni zero” – che non sarebbe abbastanza – ma delle “emissioni negative”, il problema rappresentato dalle foreste che, rischiano ora di soffocarci è serio e urgente. Le grandi estensioni boschive stanno iniziando a fare l’opposto di quello che ci aspettiamo da loro e iniziamo a esserne consapevoli, tanto che nel suo piano per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 la Commissione europea nel 2018 non le ha incluse tra i metodi per catturare Co2. Gli interrogativi e gli scenari che si aprono davanti al ribaltamento del ruolo delle foreste sono inquietanti e chiedono una risposta urgente. Una sfida che ancora una volta dimostra quanto sia necessario l’impegno concreto di tutta la comunità internazionale.

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mercoledì 19 febbraio 2020

Francesco Papa latino americano - Remocontro




La proiezione diplomatica del Vaticano
Se Papa Francesco crede ancora alla infallibilità teologica papale, che è cosa recente per i tempi della Chiesa, certo non crede e spesso chiede scusa per la sua certa fallibilità umana. Papa Francesco nella origine latino americana di chi lo incarna, ad esempio. «Bergoglio si è messo idealmente in polemica con la linea evangelico-liberale incarnata dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro mentre ha ‘benedetto’ la svolta politica argentina», analizza Andrea Muratore su InsideOver, ed argomenta.  Per chi mastica solo politica, la scelta pare ovvia tra il fascistissimo Bolsonaro e il peronista populista Fermandez argentino, ma per la chiesa latina e per il suo pontefice la cose sono molto più complicate.

La sponda con Fernandez
Il 31 gennaio scorso Fernandez è stato ricevuto in Vaticano. Lungo colloquio con l’accortezza di evitare gli argomenti tabù, vedi l’interruzione della gravidanza, per parlate dicono le cronache- di politica.  La crisi economico-finanziaria, la lotta contro la povertà, la corruzione e il narcotraffico, la promozione sociale. Non solo, il 6 febbraio, il Papa ha offerto sostegno per la rinegoziazione del debito argentino di fronte alle istituzioni finanziarie internazionali. I 120 miliardi di dollari pendenti e la rata di 57 miliardi concessi a Buenos Aires dal Fondo monetario lo scorso anno.

Il papa argentino
Come scrive Il Sole 24 Ore, in occasione dell’incontro «papa Francesco si è appellato ai leader finanziari e agli esperti economici affinché prestino maggiore attenzione alle ingiustizie che pervadono la nostra attuale economia, lavorare insieme per porre fine alla disuguaglianza globale. Non solo, pur non citando esplicitamente l’Argentina, papa Bergoglio ha menzionato l’idea di nuove forme di solidarietà e, con riferimento ai Paesi indebitati, ha chiesto che non siamo condannati alla diseguaglianza universale».

Amazzonia e Lula sfida a Bolsonaro
Poi il gigante del continente sudamericano, il Brasile.  «Bergoglio e la diplomazia vaticana sanno che la Chiesa deve sopportare, nel Paese, la dura concorrenza politico-religiosa dell’evangelismo pentecostale, dei ‘teologi della prosperità’ che provano, forzosamente, a leggere il Vangelo in chiave individualista-liberale e hanno rappresentato una sponda politica fondamentale per l’elezione del presidente Jair Bolsonaro». Il Vaticano che prende nette distanze dal leader del Paese con il maggior numero di cattolici al mondo. Lite Amazzonia, nell’ottobre scorso con Bolsonaro che si era rifiutato di partecipare alla canonizzazione di Irma Dulce, prima brasiliana fatta santa.

Per Bolsonaro nessun santo
«Papa ‘imperiale’ nella leadership, ma con forti sfumature comunitariste nella visione della società e del ruolo della Chiesa al suo interno», scrive InsideOver, «rispetto alla visione del mondo della destra liberista, filo-atlantica e occidentalista brasiliana». L’appello del Papa per la ‘Querida Amazzonia’, «è sfida aperta a Bolsonaro, la sua idea di aprire l’Amazzonia allo sfruttamento economico e, soprattutto, l’atteggiamento verso i popoli indigeni». Difesa ad oltranza dei popoli originari dell’Amazzonia, del loro senso comunitario, impregnate dalla natura circostante, prolungamento del loro corpo personale, familiare e di gruppo sociale». Schiaffo alla visione di Bolsonaro secondo cui gli indigeni sarebbero ingenuamente abbindolati da ong ambientaliste anti brasiliane e desiderosi di passare a uno stile di vita urbanizzato.

Rottura finale, Lula in Vaticano
Distacco politico tra Brasilia e l’Oltretevere culminato il 13 febbraio con la visita dell’ex presidente brasiliano Lula in Vaticano. «Incontrando Lula, Bergoglio compie un atto politico di forza notevole nel confronti della stessa opposizione brasiliana. Il Partito dei Lavoratori creato da Lula nasce, infatti, dalla Teologia della Liberazione del secondo dopoguerra, e potrebbe rappresentare l’aiuto del Vaticano a ricostruire il capitale politico nel gigante sudamericano». Bolsonaro incassa l’offesa personale mentre per l’ex inquisitore molto sospetto, Sergio Moro, che ha messo in galera Lula consentendo la presidenza Bolsonaro, premiato come ministro, la quasi scomunica almeno in credibilità.

Tra Argentina e Brasile il Papa
«Tra Argentina e Brasile, il Vaticano si muove come attore autonomo: fede, diplomazia, politica e questioni ambientali si intersecano, sovrappongono e influenzano reciprocamente». Il Papa dal lontano Vaticano, tira le fila. Papa Bergoglio li chiama sogni per la Querida Amazonia, per «risvegliare la preoccupazione per questa terra che è anche ‘nostra’». «Molti sono gli alberi/ dove abitò la tortura/ e vasti i boschi/ comprati tra mille uccisioni». In questo primo sogno, citando una poesia di Ana Valera Tafur, il Papa addita senza mezzi termini gli interessi colonizzatori di ieri e di oggi che, distruggendo l’ambiente ‘legalmente e illegalmente’, hanno scacciato e assediato i popoli indigeni, provocando «una protesta che grida al cielo».

Parole dure per verità chiare
Per le operazioni economiche, nazionali e internazionali, che distruggono l’Amazzonia e non rispettano il diritto dei popoli originari al territorio, il Papa da un nome chiaro, netto: «ingiustizia e crimine» per cui indignarsi . «Anche perché esistono alternative di sviluppo che non comportano la distruzione dell’ambiente e delle culture».


martedì 19 novembre 2019

viva Papa Francesco, e anche la Pachamama


Osservatore Romano «La Pachamama non è una divinità»

Le statuette Pachamama «non sono dee; non c'è stato alcun culto idolatrico. Sono simboli di realtà ed esperienze amazzoniche, con motivazioni non solo culturali, ma anche religiose, ma non di adorazione, perché questa si deve solo a Dio». Lo scrive in un articolo per L'Osservatore Romano in edicola con la data del 13 novembre il vescovo emerito di San Cristobal de las Casas (Messico), mons. Felipe Arizmendi Esquivel, ritornando su una questione che pretestuosamente era stata cavalcata in maniera polemica contro il Papa e il recente sinodo sull'Amazzonia. «Grande scalpore - ricorda infatti il presule messicano - hanno suscitato le immagini o figure utilizzate nella cerimonia nei giardini vaticani all'inizio del sinodo panamazzonico e nella processione dalla basilica di San Pietro all'Aula sinodale, alle quali ha partecipato Papa Francesco, e poi in altre chiese di Roma. Alcuni condannano questi atti come se fossero un'idolatria, un'adorazione della 'madre terrà e di altre 'divinità'. Non c'è stato niente di tutto ciò».
Il vescovo spiega queste sue affermazioni con l'osservazione diretta dei costumi degli indigeni, di cui ha condiviso la vita per molti anni. «Nella mia precedente diocesi - scrive -, quando sentivo parlare con grande affetto e rispetto della “madre terra”, provavo disagio, perché mi dicevo: «Le mie uniche madri sono la mia mamma, la Vergine Maria e la Chiesa». E quando vedevo che si prostravano per baciare la terra, provavo ancora più disagio. Ma convivendo con gli indigeni ho capito che non l’adorano come una dea, ma la vogliono valorizzare e riconoscere come una vera madre, perché è la terra a darci da mangiare, a darci l’acqua, l’aria e tutto ciò di cui abbiamo bisogno per vivere: non la considerano una dea, non la adorano, le esprimono solo il loro rispetto e pregano rendendo grazie a Dio per essa».
Perciò monsignor Arizmendi conclude: «È una grande impudenza condannare il Papa come idolatra, perché non lo è stato né lo sarà mai. Al termine della cerimonia nei giardini vaticani, gli hanno chiesto una parola e lui si è limitato a pregare con il Padrenostro. Non c'è altro Dio all'infuori del nostro Padre celeste».


"Atti sacrileghi", 100 studiosi contro Papa Francesco

"Noi sottoscritti chierici, studiosi e intellettuali cattolici, protestiamo e condanniamo gli atti sacrileghi e superstiziosi commessi da Papa Francesco, il Successore di Pietro, durante il recente Sinodo sull’Amazzonia tenutosi a Roma". Inizia così il documento, redatto in sette lingue e firmato da un centinaio di studiosi, religiosi e laici - tra i quali il moralista John McCarthy, il teologo Brian Harrison, lo storico Roberto De Mattei, il giurista Paolo Pasqualucci, il medievalista Claudio Pierantoni, il patrologo John Rist, il filosofo Josef Seifert, lo storico Henry Sire, la principessa Glorias Thurn und Taxis e John Henry Westen fondatore del sito LifeSiteNews - 'oltranzisti' cattolici, per i quali il Pontefice si è macchiato di "gravi peccati" e anche chi dentro la Chiesa lo seguirà rischia "la dannazione eterna".


Nel documento, definito di "protesta", i firmatari - che citano a conforto delle loro tesi, fra gli altri, i cardinali Wlater Brandmueller, Gerhard Mueller, Raymond Burke, Jorge Urosa Savino, l'arcivescovo Carlo Maria Viganò e i vescovi Athanasius Schneider, José Luis Azcona Hermoso, Rudolf Voderholzer e Marian Eleganti - si elencano in particolare sei "atti sacrileghi", tutti legati a quella che definiscono come "l'adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama", la statuetta che ignoti sottrassero durante il Sinodo sull'Amazzonia dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina a due passi dalla basilica di San Pietro in Vaticano e gettarono nel fiume Tevere.
"Il 4 ottobre - scrivono - Papa Francesco ha partecipato ad un atto di adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama. Ha permesso che questo culto avesse luogo nei Giardini Vaticani, profanando così la vicinanza delle tombe dei martiri e della chiesa dell'Apostolo Pietro. Ha partecipato a questo atto di adorazione idolatrica benedicendo un’immagine lignea della Pachamama".
Prosegue il documento nelle sue accuse a Jorge Mario Bergoglio: "Il 7 ottobre, l’idolo della Pachamama è stato posto di fronte all’altare maggiore di San Pietro e poi portato in processione nella Sala del Sinodo. Papa Francesco ha recitato preghiere durante una cerimonia che ha coinvolto questa immagine e poi si è unito a questa processione. Quando le immagini in legno di questa divinità pagana sono state rimosse dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina, dove erano state collocate sacrilegamente, e gettate nel Tevere da alcuni cattolici oltraggiati da questa profanazione della chiesa, Papa Francesco, il 25 ottobre, si è scusato per la loro rimozione e una nuova immagine di legno della Pachamama è stata restituita alla chiesa. In tal modo è incominciata un’ulteriore profanazione".
E ancora: "Il 27 ottobre, nella Messa conclusiva del Sinodo, ha ricevuto una ciotola usata nel culto idolatrico della Pachamama e l’ha collocata sull’altare. Lo stesso Papa Francesco ha confermato che queste immagini in legno sono idoli pagani. Nelle sue scuse per la rimozione di questi idoli da una chiesa cattolica, li ha chiamati specificamente Pachamama, nome di una falsa dea della madre terra secondo una credenza religiosa pagana del Sud America".
I firmatari ricordano che "svariate caratteristiche di queste cerimonie sono state condannate come idolatriche o sacrileghe dal cardinale Walter Brandmueller, dal cardinale Gerhard Mueller, dal cardinale Jorge Urosa Savino, dall’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, dal vescovo Athanasius Schneider, dal vescovo José Luis Azcona Hermoso, dal vescovo Rudolf Voderholzer e dal vescovo Marian Eleganti. Infine, anche il cardinale Raymond Burke ha dato la stessa interpretazione in un’intervista".
Non solo l'azione di "idolatria della dea pagana Pachamama": nell'atto di accusa. I cento firmatari del documento anti-Bergoglio inseriscono anche la firma e l'interpretazione del 'Documento sulla Fraternità Umana' che il Pontefice ha siglato il 4 febbraio scorso con il Grande Imam della moschea di Al-Azhar, considerato la massima autorità teologica islamica.
"Questa dichiarazione affermava che 'il pluralismo e la diversità di religioni, colore, sesso, razza e linguaggio sono voluti da Dio nella Sua saggezza, attraverso la quale ha creato gli esseri umani. Questa saggezza divina è la fonte da cui discende il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi'. Il coinvolgimento di Papa Francesco nelle cerimonie idolatriche indica che egli intendeva dare a questa affermazione un senso eterodosso, il quale consente che l’adorazione pagana di idoli venga considerata un bene voluto da Dio in senso positivo". Ma, sottolineano i firmatari del documento anti-Papa Francesco, "l'autorizzazione ad adorare chiunque o qualsiasi cosa diversa dall’unico vero Dio, la Santissima Trinità, è una violazione del Primo Comandamento".
E anche l'Arcivescovo Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio a Washington che è arrivato a chiedere le dimissioni del Papa, si è unito al gruppo dei 100 studiosi e intellettuali cattolici anti-Francesco. Con lui si sono aggiunti ai sottoscrittori del documento che accusa il Pontefice di atti sacrileghi e superstiziosi durante il sinodo sull'Amazzonia, anche il professore Heinz Sproll, dell'università di Augsburg; Edgardo J. Cruz Ramos , presidente di 'Una Voce Puerto Rico'; il reverendo Felice Prosperi; il professore Growuo Guys; il reverendo Nicholas Fleming Stl; Alfredo Maria Morselli; il giornalista Marco Paganelli e Deacon Eugene G. McGuirk.


Tradizionalisti e Pachamama: nuovi casi clinici per Freud - Maurizio Crippa
  
C’è questo sito popolare nel dark web tradizionalista religioso, refugium peccatorum degli assatanati da messa in latino e degli hater di chiunque osi criticare Salvini, lo spergiuro del rosario, che ha diffuso il testo di una protesta internazionale (anzi una condanna, perché costoro condannano) contro “gli atti sacrileghi e superstiziosi commessi da Papa Francesco, il Successore di Pietro, durante il recente Sinodo sull’Amazzonia tenutosi a Roma”. Ciumbia! Sono addirittura cento, si presentano come “chierici, studiosi e intellettuali cattolici”, gente spacciata per autorevole sebbene siano degli invisibili, fuori dal dark web. E fosse tutto qui. Ma gli è che gli incauti diffondono anche il testo della loro condanna, con l’elenco delle imputazioni sacrileghe, e qui vien da ridere: “Ha partecipato a un atto di adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama” (è una fake news, lui non adorava). “Ha permesso che questo culto avesse luogo nei Giardini vaticani, profanando così la vicinanza delle tombe dei martiri e della chiesa dell’Apostolo Pietro” (ma profanando che cosa? E’ soltanto un giardino. E questi sarebbero quelli che accusano altri di adorare la foresta amazzonica). Altra colpa, Francesco “si è scusato” dopo che un tradizionalista particolarmente esagitato ha buttato le immagini sacre indie nel Tevere (e questo sì è un atto, se non sacrilego, irrispettoso verso un’altra religione). La loro furiosa ossessione per i simboli dovrebbe interessare Freud, più che i teologi. Per una nuova serie di casi clinici.


Papa Francesco, cento studiosi e chierici lo accusano di eresia. E il motivo è semplice - Francesco Antonio Grana



Eretico. In quasi sette anni di pontificato è questa l’accusa principale che è stata rivolta a Papa Francesco dai suoi oppositori. Oppositori che il più delle volte non sono stati solo dei laici, ovvero dei non chierici, ma piuttosto degli ecclesiastici. A iniziare da alcuni cardinali, primo tra tutti lo statunitense Raymond Leo Burke.
E perfino dal nunzio apostolico, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che a Bergoglio ha chiesto addirittura le dimissioni. Ed era inevitabile che il recente Sinodo speciale dei vescovi sull’Amazzonia, che ha aperto, tra l’altro, ai preti sposati, provocasse nuove accuse nei confronti dell’ortodossia del pontificato di Francesco.
Questa volta a puntare il dito contro il Pontefice sono un centinaio di persone, sia religiose che laiche. “Noi sottoscritti chierici, studiosi e intellettuali cattolici, – si legge nel loro documento – protestiamo e condanniamo gli atti sacrileghi e superstiziosi commessi da Papa Francesco, il successore di Pietro, durante il recente Sinodo sull’Amazzonia tenutosi a Roma”. A loro giudizio, il Papa si è macchiato, infatti, di “gravi peccati” e anche chi dentro la Chiesa lo seguirà rischia “la dannazione eterna”.
Non si tratta di un’accusa generica, ma abbastanza circostanziata. Gli studiosi puntano il dito contro quelli che indicano come sei “atti sacrileghi”, tutti legati a quella che definiscono come “l’adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama”. Si tratta della statuetta che ignoti sottrassero durante il Sinodo sull’Amazzonia dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina, a due passi dalla Basilica di San Pietro, e gettarono nel fiume Tevere. E che fu poi ripescata dai carabinieri.
“Il 4 ottobre – scrivono i contestatori – Papa Francesco ha partecipato a un atto di adorazione idolatrica della dea pagana Pachamama. Ha permesso che questo culto avesse luogo nei Giardini Vaticani, profanando così la vicinanza delle tombe dei martiri e della chiesa dell’Apostolo Pietro. Ha partecipato a questo atto di adorazione idolatrica benedicendo un’immagine lignea della Pachamama”.
Ma le accuse non si fermano qui: “Il 7 ottobre l’idolo della Pachamama è stato posto di fronte all’altare maggiore di San Pietro e poi portato in processione nella sala del Sinodo. Papa Francesco ha recitato preghiere durante una cerimonia che ha coinvolto questa immagine e poi si è unito a questa processione. Quando le immagini in legno di questa divinità pagana sono state rimosse dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina, dove erano state collocate sacrilegamente, e gettate nel Tevere da alcuni cattolici oltraggiati da questa profanazione della chiesa, Papa Francesco, il 25 ottobre, si è scusato per la loro rimozione e una nuova immagine di legno della Pachamama è stata restituita alla chiesa. In tal modo è incominciata un’ulteriore profanazione”.
E ancora: “Il 27 ottobre, nella messa conclusiva del Sinodo, ha ricevuto una ciotola usata nel culto idolatrico della Pachamama e l’ha collocata sull’altare. Lo stesso Papa Francesco ha confermato che queste immagini in legno sono idoli pagani. Nelle sue scuse per la rimozione di questi idoli da una Chiesa cattolica, li ha chiamati specificamente Pachamama, nome di una falsa dea della madre terra secondo una credenza religiosa pagana del Sud America”.
Ma non è tutto. Gli autori del testo anti Bergoglio contestano anche la firma e l’interpretazione del documento sulla “Fratellanza Umana” che il Pontefice ha siglato il 4 febbraio 2019 con il Grande Imam di Al-Azhar. “Questa dichiarazione – secondo gli studiosi – affermava che ‘il pluralismo e la diversità di religioni, colore, sesso, razza e linguaggio sono voluti da Dio nella sua saggezza, attraverso la quale ha creato gli esseri umani. Questa saggezza divina è la fonte da cui discende il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi’. Il coinvolgimento di Papa Francesco nelle cerimonie idolatriche indica che egli intendeva dare a questa affermazione un senso eterodosso, il quale consente che l’adorazione pagana di idoli venga considerata un bene voluto da Dio in senso positivo”.
Ma, sottolineano ancora i firmatari del documento, “l’autorizzazione ad adorare chiunque o qualsiasi cosa diversa dall’unico vero Dio, la Santissima Trinità, è una violazione del primo comandamento”. Al di là della cronaca, la domanda è: perché tutto questo? La risposta è molto semplice. Se Bergoglio fosse eretico, decadrebbe immediatamente da Pontefice e si dovrebbe indire un nuovo conclave per l’elezione del suo successore. Il canone 1404 del Codice di diritto canonico risponde chiaramente alla domanda sull’eresia di un Papa: “La prima Sede non è giudicata da nessuno”. Il gesuita San Roberto Bellarmino nel suo grande trattato sul Romano Pontefice affronta la questione “se un Papa eretico possa essere deposto”.
La sua domanda presume che un vescovo di Roma possa diventare eretico. Dopo una lunga discussione Bellarmino conclude: “Un Papa che è eretico manifesto cessa (per sé) automaticamente di essere Papa e di comandare, così come cessa automaticamente di essere un cristiano e un membro della Chiesa. Quindi, egli può essere giudicato e punito dalla Chiesa. Questo è l’insegnamento di tutti gli antichi padri che insegnano che gli eretici manifesti perdono immediatamente qualsiasi giurisdizione”. Quindi se Bergoglio fosse eretico non sarebbe più Papa senza che alcun tribunale, canonico o mediatico, emetta la sentenza. Ed è per questo che i suoi nemici, vecchi e nuovi, continuano a usare questo argomento per attaccarlo.


Dal Sinodo per l’Amazzonia una nuova sfida per la missione - Fesmi, Federazione stampa missionaria italiana |

«Vi vedo un po’ inquieti, forse non capite di che cosa ha bisogno l’Amazzonia… Noi abbiamo una nostra visione, questo ci avvicina a Dio, la natura ci avvicina a poter contemplare di più il volto di Dio, a contemplare l’armonia con tutti gli esseri viventi. Mi sembra che non vi tornino i conti, vi vedo preoccupati, dubbiosi di fronte a questa realtà che noi cerchiamo. Non indurite il vostro cuore».
Tra le tante parole ascoltate in queste settimane intorno all’Amazzonia è l’appello pronunciato da Delio Siticonatzi Camaiteri – indio cattolico peruviano, membro del popolo Ashaninca, una delle 390 etnie indigene della grande foresta che il Papa ha voluto a Roma nel cuore della Chiesa universale – il riassunto più efficace che come riviste missionarie ci portiamo a casa da questo Sinodo: «Non indurite il vostro cuore».
Fin dal suo cammino di preparazione, il Sinodo ha proposto uno sguardo unitario su una regione del mondo parcellizzata dagli interessi di un’economia assetata di materie prime e ridotta a riserva da sfruttare, senza rispetto per niente e per nessuno.
Questo Sinodo ha avuto il coraggio di mettersi in ascolto di popoli e culture che il mondo globalizzato vorrebbe ridurre a semplici reperti da museo. Persone e comunità che invece hanno un messaggio forte da portare alla società e alla Chiesa del XXI secolo e desiderano, allo stesso tempo, ascoltare la parola di Gesù.
Questo Sinodo chiede alla Chiesa di essere autenticamente missionaria, e a noi riviste missionarie (associate nella Fesmi, Federazione stampa missionaria italiana) lascia in eredità alcuni compiti.
1) Continueremo a parlare dell’Amazzonia. Abbiamo visto in queste settimane quanto anche in certe frange del mondo cattolico i pregiudizi sui suoi popoli siano radicati. Quanta ignoranza, quanta superficialità, quanto disprezzo per coloro che vivono una cultura diversa dalla nostra. ; quanti occhi chiusi sui tanti cristiani che anche in Amazzonia sono perseguitati e muoiono nell’indifferenza di un mondo che non accetta mai di porsi domande sull’unico vero idolo del nostro tempo: il proprio carrello da riempire al supermercato. Per questo moltiplicheremo i nostri racconti. Aiuteremo a scoprire che uno sviluppo amico della biodiversità fisica e culturale dell’Amazzonia è possibile ed è già realtà là dove non regna solo la legge del profitto massimo e immediato. Andremo avanti a ripetere il messaggio che Papa Francesco ha messo al cuore dell’enciclica Laudato Sì: tutto è connesso.
2) Racconteremo il cammino della Chiesa dal volto amazzonico, di comunità che alla luce del Vangelo vogliono rileggere la propria storia, la propria cultura, i propri miti. È quanto la prima evangelizzazione realizzò in Europa, dando vita a sintesi e devozioni straordinarie; perché dovrebbe creare scandalo se a compiere questa stessa inculturazione della fede oggi sono i cristiani di altri continenti?
3) Riveleremo i volti delle comunità cristiane dell’Amazzonia, con ministeri che hanno qualcosa di importante da suggerire alle nostre comunità; i volti delle donne, che in tanti luoghi sono già punto di riferimento e leader di comunità, e i volti dei martiri/testimoni che stanno pagando con la vita per un mondo nuovo.
Ma proveremo anche a far capire a chi si scandalizza che no, in Amazzonia nessun cristiano guarda alla statuetta della Pachamama come a un idolo da adorare. In quelle viscere ritrova un’immagine della misericordia di Dio che troppi cristiani in Occidente oggi fanno fatica a contemplare.
«Non indurite il vostro cuore». Alla fine, il punto è proprio questo. Perché la dove il cuore è duro non c’è posto per la missione.
In Amazzonia come nelle nostre città.