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sabato 24 dicembre 2022

preferirei di no, scrivono Omar Onnis e Alberto Masala a Marcello Fois

 

Insensatezze, appelli a vuoto e misconoscimento della realtà - Omar Onnis

 

L’ex assessore alla Sanità della Regione Automa Sardegna, Mario Nieddu, riceverà un incarico governativo dal suo padrone politico, Salvini. Intanto il presidente Solinas, finito il rito del rimpasto, fa un appello di mobilitazione ai sardi e lo scrittore Marcello Fois ne lancia un altro agli/lle intellettuali di nascita sarda affinché si occupino dei problemi dell’isola. Perché suona tutto così dannatamente insensato?

 

Il mondo sta andando già abbastanza a farsi benedire, non ci sarebbe bisogno di aggiungere disordine e insensatezza. Eppure sembra che la produzione di questi beni di larghissimo consumo in Sardegna proceda sempre a ritmi sostenuti.

La condizione materiale dell’isola è drammatica. Ogni tanto qualcuno si sveglia e scopre che ci stiamo spopolando, che la povertà cresce, che l’economia vacilla in balia di forze che possiamo solo subire, che i servizi fondamentali – quelli che integrano diritti di cittadinanza – sono ormai a un livello mortificante. Be’, vi do una notizia: è da un pezzo che va così.

Il presidente Solinas e la sua giunta di destra sardo-italiana non solo non hanno risolto alcuno dei gravi problemi ereditati dalla disastrosa giunta Pigliaru, ma ci hanno messo del loro per aggravarli. Nella partita della continuità territoriale non meno che in quella della sanità e in quella dell’energia. Patetico e anche offensivo, ora, che si svegli e faccia appello a una mobilitazione “dei sardi” sul tema dei trasporti. Caro Solinas, sei stato eletto per governare l’isola, sei tu che devi darti una mossa e trovare soluzioni.

Il neo-assessore Moro, dal canto suo, col petto in fuori e il cipiglio da sardignolo orgoglioso, dichiara che a loro dei modelli efficienti usati da altri (tipo le Baleari o la Corsica) non gliene frega niente. Bisogna dotarsi di un modello sardo.

 

Benissimo, evviva. Cosa state aspettando a farlo? E a cosa serve il passaggio nella Commissione insularità se non a perdere tempo e a far finta di combinare qualcosa? Del resto, che fosse questa la funzione dell’insularità era chiaro da un pezzo.

È una mania sardista, questa di schifare le soluzioni più avanzate adottate da altri in nome di un mal indirizzato orgoglio identitario. Lo stesso Statuto regionale sardo nacque da un’alzata di ingegno come questa, quando la Commissione preposta alla sua redazione rifiutò di adottare il testo della Sicilia, con i dovuti adattamenti; per poi partorire quella mezza schifezza che ci ritroviamo. Ma su questa parentesi storica possiamo evitare di dilungarci.

A proposito di assessori, un ex assessore di peso della giunta Solinas, l’immarcescibile Mario Nieddu, lasciata la gestione della Sanità, dopo aver contribuito a completare la devastazione già avviata dal suo predecessore Luigi Arru in combutta con il resto della giunta Pigliaru-Paci-Maninchedda, trova atterraggio confortevole sotto l’ala protettrice del suo padrone. Uno strapuntino di governo si trova sempre, per il podatario di turno che abbia servito così bene la causa.

Tanta mediocrità e tanta cialtronaggine conclamate, quasi ostentate, se non depongono a favore di chi le dimostra, non è però che facciano rilucere l’intelligenza e l’onestà della controparte. Che, nel caso del Consiglio regionale sardo, è davvero poca cosa. E non depone nemmeno a favore di chi questa gente continua a votarla.

Ma c’è un’altra categoria che prima o poi dovrà fare i conti con la realtà, se non con la propria coscienza. Non è un tema inedito (ne avevo già parlato qui, o qui, o qui, e anche altrove). L’occasione di tornarci su ce la dà Marcello Fois. Sulle pagine della Nuova, organo di riferimento dell’area di centrosinistra italiano in Sardegna, lo scrittore nuorese si fa promotore di un appello – appello proprio in senso tecnico, dato che è un elenco di nomi – rivolto a quelli che a suo parere sono i personaggi pubblici, di ambito intellettuale e creativo, degni di essere chiamati alla lotta.

L’incipit è una domanda, che suona retorica, anche se forse non intendeva esserlo:

Quando giungerà il momento in cui l’immenso patrimonio intellettuale di quest’isola, benedetta dall’intelligenza, riuscirà a concretizzare una massa critica trasversale, democratica, tollerante, esplicita, che possa smarcarla dal sospetto di tacere, per vigliaccheria e impotenza, riguardo all’abisso di senso e contenuti in cui il popolo dei sardi sta sprofondando?

Suona retorica, proprio perché elude almeno due problemi. Uno è quello fondamentale della condizione storica della Sardegna, della sua subalternità imposta dal rapporto di natura asimmetrica e per molti versi apertamente coloniale con lo Stato italiano. Sarebbe interessante sollecitare ad esprimersi in proposito tutte le persone chiamate in causa nell’appello. Temo che in poche vorrebbero/saprebbero rispondere.

Un altro aspetto eluso è il problema specifico dell’intellettualità sarda contemporanea, prevalentemente organica al sistema di potere vigente in ogni epoca, affamata di glorie italiche e di riconoscimenti personali o di clan, propensa a mettere più distanza possibile tra sé e il volgo rozzo, barbarico, arretrato e atavicamente inferiore da cui il suo talento e la sua capacità l’ha miracolosamente estratta. Magari col concorso della buona sorte e di qualche altra variabile che non stiamo qui a indagare.

Che poi, a dirla tutta, tra tutte le persone nominate, ce ne sono diverse a cui non si può affatto rimproverare di essere mancate al proprio dovere di testimonianza e persino di azione politica diretta (trovatele voi, non è difficilissimo). Altre sono persone che con la Sardegna, a parte forse esserci nate, hanno poco a che fare. La gran parte, è vero, non si è mai esposta politicamente, e in questo caso le motivazioni potrebbero essere le più disparate, persino comprensibili. Non basta essere “intellettuali” o “creativə” per avere idee chiare e una solida consapevolezza politica (e storica). Senza considerare che gli interessi “di bottega” o più genericamente “di classe” qualcosa da dire ce l’hanno sempre.

Non dubito affatto delle buone intenzioni di Marcello Fois. Il suo appello però tralascia di evocare le tante soggettività (singole persone, gruppi organizzati, gruppi informali) già presenti nell’isola e attive sul campo, che forse banalmente non conosce. Naturalmente, queste ultime non hanno bisogno di appelli altrui per darsi una mossa.

C’è poi il fastidioso dubbio che un appello del genere sia espresso solo ora con tanta veemenza – giustificata, non c’è dubbio – perché al governo dell’isola c’è una maggioranza diversa da quella in cui Marcello Fois e molte delle persone da lui tirate in ballo si riconoscono. Il che è comprensibile, ma non deve farci dimenticare che i problemi a cui ci si riferisce, come detto, sono piuttosto datati e mai risolti, a dispetto delle varie alternanze alla guida della Regione.

Dall’insieme di queste circostanze occasionali emerge un quadro desolante. Molto più desolante di quello tratteggiato da Fois. Perché la stessa intellettualità a cui lui si appella in larga misura è parte del problema, non certo una possibile risorsa risolutiva. E lo è proprio per via della rimozione della questione di fondo: la condizione dipendente e subalterna della Sardegna.

Dalla politica sarda – di destra, democristiana, opportunista o moderatamente progressista che sia (questo è il quadro del Consiglio regionale) – c’è poco da aspettarci. Ormai abbiamo visto di cosa sono capaci. Dubito che potremo aspettarci qualcosa anche dalla maggior parte delle persone citate nell’appello di Fois, ma in questo caso mi piacerebbe essere smentito. A patto che non si tratti solo di rilasciare una dichiarazione una tantum, magari atteggiandosi a paladini del popolo, salvo poi tornare nei ranghi al cospetto della dura realtà e delle sfide vere che essa ci impone. Ne riparleremo.

da qui


 

La mosca cocchiera - Alberto Masala



Il 14 dicembre, da Marcello Fois, ho ricevuto l’appello che metto qui in immagine. Ho pensato di aderire, ma anche di rispondere. Ecco qui sotto la mia risposta.

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A Marcello.

“nella vita spirituale si agisce, sì, da affaristi,
ma per antica tradizione si parla da idealisti”
(Musil)

Il tuo appello, conoscendoti da circa 40 anni, non giunge inaspettato. Di te ho visto tutto fin dall’inizio: percorsi, evoluzioni, cammino e passi. Grande generosità materiale in contrappeso ad altrettanta prudente accortezza intellettuale.

E stavolta ho avuto tre diverse reazioni:

  1. “Ma neppure rispondo!” (No… Sarei sgarbato, apparirei presuntuoso… non è da me… in fondo sarebbe come non rispondere a un saluto. E non si fa).
  2. “Firmo e taccio. Lascio perdere. Sto zitto”. (Eh no! Caspita! Tacere su quello che mi muove da mezzo secolo! La mia visione etica, la mia appartenenza… Io sono ancora Sardo).
  3. “Firmo o non firmo, non importa… ma almeno rispondo”. (Negli anni te le ho lasciate passare tutte, davvero troppe, senza dire mai niente).

Per carità… l’appello è legittimo, giusto e condivisibile. Lo firmo senz’altro. Ma… bisogna contestualizzarlo.

La chiamata, apparentemente generosa e patriottica, si colloca in un percorso che potrei descrivere nei particolari. È il procedere indefesso di una Mouche du coche, mirabilmente narrata da La Fontaine e ancor prima da Fedro. La famosa mosca cocchiera di cui parlavano Gramsci e Turati o, in letteratura, Carducci, riferendosi agli epigoni del Manzoni.

 

Da quando ti conosco, per te c’è sempre stato un cocchio su cui saltare, un cavallo da pungere all’orecchio, un atteggiarsi a questa nobile funzione.

Nessuno ha interpretato meglio questo ruolo. Fin dagli albori, quando sostenevi e diffondevi l’appello per un Assessore alla Cultura, socialista, sul quale ho un parere strettamente politico: il peggiore della storia di Bologna da tutti i tempi. Ma non posso fartene una colpa: arrivasti in città da giovane militante del PSI e quella rete ben attrezzata fu tua da subito, testa bassa e senso del dovere. Scendendo poi dal cocchio rapidamente, con un mirabile colpo di reni, appena prima che Craxi e Mani Pulite lo conducessero a schiantarsi in un precipizio. Era il cocchio sbagliato, e tu eri dotato di ancora giovani ali. Hop…! Un opportuno salto e via…

Il cocchio successivo era più stabile. Più cooperativo. Largo e solidissimo fin dal dopoguerra, e qui in Emilia ancora regge nonostante le evoluzioni e i cambi di modello della Ditta.

Il coraggio dell’arroganza fu sdoganato quando un democristiano, il miglior interprete di quelle attitudini, ne diventò il risolutivo Amministratore Delegato. A lui, almeno spiritualmente, ti riconosco ancora fedele. Mi colpì molto la tua rabbiosa difesa dei suoi referendum al tavolo di un’osteria. Da manzoniano convinto e militante, hai accolto i Renzi come modello, eleggendo nel percorso tutte le diverse Lucie (non importa di che sesso, non prendermi alla lettera) secondo l’utilità. Si passava risolutivamente dal “tengo famiglia” al più spietato “da ora finalmente va così, e così sarà”.

Tutto questo mentre la nostra terra intanto avanzava verso un disastro di entità terminale. Oggi, con la piena complicità politica espressa dal silenzio anche tuo, la mia Sardegna si conferma:

·         La zona d’Europa su cui (in rapporto al territorio) sono le più estese e invadenti basi militari di tutta Europa.

·         La maggiore vittima di pericolose e inquinanti esercitazioni (Teulada).

·         Il supermercato in cui si sperimentano nuove armi (Quirra).

·         Il conseguente aumento di tumori (siamo ormai nella fascia dei primati mondiali) in rapporto alla popolazione.

·         La fabbrica di armi per i paesi arabi che compiono stragi in Yemen (Domusnovas).

E se non bastasse, la colonia italiana (tale è) invasa dal turismo più becero e arrogante. Una terra cui si possono perfino cambiare i nomi dei luoghi senza suscitare reazioni. Per capirci ora immagina che l’Emilia, senza colpo ferire, sia ribattezzata col nome del suo supermercato più rappresentativo: COOPlandia. Così è successo in Costa Smeralda. È come vendersi la madre.

Ne deriva che le prospettive per i giovani, come in ogni colonia, sono soltanto quelle di servire i colonizzatori diventando loro guardiani, giardinieri o camerieri. I più svegli, se va bene, saranno gli chef che tu inviti a sottoscrivere l’appello. Niente da dire… mestieri dignitosissimi e perfino belli per chi li sceglie, ma a patto che non resti l’unica strada possibile. A proposito… Non ho capito perché insieme agli chef non inviti i grandi falegnami sardi, o i pastori (fra i migliori del mondo), o le progettiste di meravigliosi tappeti, e così via…

Marcello, non ti ho mai sentito denunciare questa situazione. Al contrario, in luogo di usare la parola COLONIA, ti sei reso profondamente complice con le tue chiamate alla Patria italiana. Non hai fatto altro che consolidare inesistenti radici per un popolo al quale erano imposte con la forza. Hai affiancato il colonizzatore e, casomai, gli hai spesso dato consigli per potersi mascherare meglio.

Hai fatto furbi outings (“Ho tradito”) che niente cambiavano del continuare a tradire. Senza vergognarti hai serialmente recitato in ruoli di menzogna, (ne potrei citare una lunga collana, ultimo il tuo inesistente bilinguismo: “penso in sardo e devo tradurre in italiano”), avendo capito che per atteggiarsi basta mentire in luoghi dove nessuno può smentirti o rubacchiare un pochino le idee di quelli che, come me, non hanno voglia di smentirti. Una lezione questa che ha fatto scuola anche in altre/altri dopo di te.

Intanto il cocchio corre. E le mosche, ronzando con la bocca a tromba, con un ennesimo coup de théatre incitano il cavallo. Che faranno nelle soste? Riposeranno su ciò che il cavallo depone?

Anch’io dico sacrosanto ribellarsi, ma da 50 anni lo faccio con ben altri argomenti, quelli che tu non hai mai nemmeno sfiorato. Lo faccio, come sempre, perfino sotto il tuo sguardo di sufficienza per le donchisciottesche battaglie che io perdo e tu, prudentemente, non combatteresti mai.

Ora ti dedico alcune meritate citazioni che riportano il discorso alla sua oggettività. Ho tralasciato Gramsci e messo Turati che, da socialista, capisci molto meglio…

(…) Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente (Carducci 1897).

(…) una propaganda, che fa appello esclusivamente ai romanticismi impulsivi dei sofferenti, forse traduce, più che altro, la favola della “mosca cocchiera”, che presume di guidare, in codesto duplice solco, l’aratro della sedizione (Turati 1913).

Perciò sappi che, même si tu joues la mouche du coche, tu ne peux pas me tromper.

Marcello, non mi trampas.

da qui

domenica 29 novembre 2020

la polizia (egiziana?) a casa di Cristian

 

Solidarietà a Cristian: Meno repressione e più ospedali

 

Ogni attivista che immagina una Sardegna diversa dall’isola delle diseguaglianze che viviamo e libera dall’occupazione militare rischia di imbattersi nelle intimidazioni poliziesche della Questura di Cagliari.

Intimidazioni puntuali, come orologi svizzeri che arrivano solo quando sono presenti iniziative e mobilitazioni. L’idea è antica, ignorare e sospendere la costituzione italiana per costruire una atmosfera di tensione e violenza e per spaventare chiunque possa avvicinarsi alle iniziative democratiche di dissenso all’attuale modello di società. Un clima di violenza gratuita che dovrebbe preoccupare e allarmare ogni persona sensibile all’azzeramento delle garanzie costituzionali e delle libertà individuali. Queste forme di violenza della polizia italiana non sono nuove e non colpiscono solo gli attivisti e le attiviste ma tutti coloro che frequentano la dimensione delle loro vite, familiari, amicizie e coinquilini, addirittura circoli privati. La redazione del manifesto sardo esprime la sua vicinanza e solidarietà a Cristian riportando il suo post su quanto accaduto stamattina.

“Oggi ho subito una perquisizione da parte della forza pubblica. Alle 8.00 mi suona il campanello con un uomo che mi dice “posta”: alle 8. Chiaramente avevo capito che si trattava di altro tipo di servizio pubblico. Sei agenti della digos sono entrati così in casa mia. Hanno frugato in camera mia, tra le mie cose. Hanno aperto libro per libro (magari ci avessero capito qualcosa).Mi hanno sequestrato il telefono, il computer, il tablet ed ogni tipo di memoria esterna che potessi avere. Mi hanno sequestrato una giacca e un paio di scarpe, gli unici decenti che avessi. Mi hanno sequestrato otto fumogeni definiti come “razzi”, perchè il fumo uccide. Non contenti di ciò sono andati a casa mia a Capoterra, da mio padre, appena dimesso dall’ospedale, per puro atto di intimidazione. Sono rimasti per intere ore in casa fotografando il loro “materiale probante” per passare così la velina a qualche giornalaio. Tutto questo perchè secondo loro farei il paparazzo. Entro oggi mi farò un nuovo numero e forse anche un nuovo profilo social. Per adesso non mandatemi messaggi. Salvo foto di ghigni da fargli trovare quando accenderanno il pc. Non posso tra l’altro accedere ai miei social, in quanto ho l’autenticazione a due fattori. Le lotte non si fermano anche se questi “signori” continueranno a intimidirci, perquisirci e reprimerci. A innantis ”Cristian”

da qui

 

 

La politica alternativa fatta con gli stessi mezzi della controparte non è una politica alternativa - Omar Onnis

 

In diverse occasioni ho argomentato su queste pagine la sostanziale inesistenza storica della politica in Sardegna. La condizione di subalternità economica e culturale ha impedito negli ultimi due secoli il maturare di dinamiche socio-politiche autonome, situate, pienamente dispiegate.

L’essere una porzione territoriale marginale e tributaria di qualcos’altro ha prodotto e perpetuato dinamiche sociali e politiche degeneri, che si sono riprodotte in modo estremamente resiliente anche dentro il mutare del contesto.

Certe forme di diseguaglianza, la concezione feudale dei rapporti politici e della stessa amministrazione pubblica, il debordare delle misure assistenziali e clientelari, la stessa debolezza del tessuto produttivo sono tutti fattori di un circolo vizioso che non si è mai interrotto.

Le cattive prove della politica sarda pressoché in ogni epoca, con evidenti degenerazioni negli ultimi lustri, non sono casuali. La feroce transizione storica in cui ci ritroviamo coinvolti non fa che peggiorare le cose. L’epidemia di covid-19 ne è parte integrante, non un caso straordinario e irripetibile.

Che in Sardegna sia necessario, storicamente necessario, un cambio di rotta deciso, lo sappiamo e lo diciamo da tanti anni. Lo dicono anche coloro che in realtà agiscono in senso contrario, ossia affinché le cose vadano avanti ancora allo stesso modo.

Ma è davvero possibile questo cambio di rotta? In quali condizioni dovrebbe avvenire? E cosa significa concretamente un auspicio del genere? Chi dovrebbe promuoverlo? Come?

Sono tante domande che bisognerebbe farsi ogni volta che si fa questo discorso. Spesso le diamo per scontate o facciamo finta di conoscere tutte le risposte. Io non credo che sia vero. E credo anche che siano ancora troppe le cose di cui non parliamo o su cui stendiamo uno spesso velo di ipocrisia, o di rimozione. Anche per paura, non solo e non necessariamente per nascondere cattive intenzioni.

Ma forse serve ancora un ulteriore sforzo di verità e di onestà intellettuale. Bisogna parlarsi chiaro e bisogna calare le carte.

Di ieri è la notizia della perquisizione domiciliare di Cristian Perra, studente, militante molto impegnato su più fronti politici e sociali. Una figura nota e stimata del variegato movimento che si oppone all’occupazione militare, alle politiche di saccheggio del territorio, all’oscurantismo moralista, alle politiche padronali e anti-popolari dominanti.

Un’operazione di polizia che sa molto di rappresaglia e intimidazione. Solo venerdì scorso, il 13 novembre, Cristian, con altre decine di militanti, aveva dato vita a un sit-in presso il poligono di Capo Frasca, sede tuttora di esercitazioni militari, a dispetto della pandemia e delle restrizioni anche economiche che i cittadini devono sopportare in questi mesi.

L’intimidazione naturalmente non è solo a carattere individuale, benché naturalmente il bersaglio non sia scelto a caso, ma colpisce un intero ambito politico e tende a lanciare un avvertimento generalizzato.

È inevitabile che la Sardegna, considerata dalla classe dominante italiana, dalla politica e dal deep state alla stregua di una colonia oltremarina, debba essere tenuta sotto controllo, con ogni mezzo. Un po’ come chiedevano gli USA negli anni ’60. Non solo per ragioni geo-strategiche pure e semplici, ma anche per garantire la mole di affari che l’occupazione militare dell’isola consente. E questa è una faccenda che dobbiamo sempre tenere ben presente.

Non è un caso se le azioni intimidatorie più forti da parte delle forze dell’ordine colpiscano preferibilmente chi appare più esposto sul fronte della lotta contro l’occupazione militare.

Non c’è solo questo, naturalmente. Le partite strategiche in cui la Sardegna è inserita, sia pure come pedina sacrificabile, sono anche altre. C’è quella energetica, con tutte le sue implicazioni. Ci sono le relazioni conflittuali tra medie potenze dell’area turco-arabo-persiana (il Qatar, che domina la scena in Sardegna, è ormai ai ferri corti con l’Arabia Saudita ed altri attori di quello scenario, compresi quelli europei ed extra-europei). Ci sono partite economiche in cui l’isola può avere un ruolo di fornitore di materia prima, o di territorio da sfruttare, ma non può avere ambizioni di protagonismo e di autonomia strategica.

La mediocrità e il discredito della nostra classe politica complicano una situazione già aggravata da una crisi ormai strutturale e da una pandemia gestita male e dagli esiti incerti.

Se pensiamo al susseguirsi delle giunte regionali delle ultime legislature è facile constatare come di volta in volta si sia pensato di aver toccato il fondo e invece al giro successivo ci si debba sempre confessare di essere stati troppo ottimisti.

La sconfitta di Renato Soru nel 2009, chiaramente una sorta di restaurazione oligarchica e anti-democratica, era stata anche responsabilità – e in qualche caso opera diretta – di alcune parti dello stesso centrosinistra.

La giunta Cappellacci, pur non avendo conseguito alcuni degli scopi fondamentali per cui era stata promossa (in primis lo smantellamento del PPR), aveva però rimesso a posto dinamiche di spartizione e assetti di potere che per un attimo erano stati minacciati. Il banco tuttavia sarebbe potuto saltare già al giro successivo, nel 2014, se non fosse stato per la trovata estemporanea ma invero efficace della candidatura Pigliaru.

L’esperimento normalizzatore della “giunta dei professori” garantiva il perpetuarsi delle relazioni e delle forme di potere consolidate, ma con un’aura di rispettabilità che consentiva di svolgere i peggiori magheggi al riparo da troppe critiche. Non a caso quella giunta, nominalmente di centrosinistra, è riuscita a realizzare obiettivi che i suoi dirimpettai politici non sarebbero riusciti a realizzare così a buon mercato. Per esempio la privatizzazione sistematica di ampie porzioni di beni comuni (con una generalizzata licenza di occupare suolo fertile a scopi speculativi) e lo smantellamento o l’indebolimento drastico di ambiti democraticamente vitali come la scuola e la sanità pubbliche. Lo ricordo a vantaggio dei tanti che credettero di votare quella compagine per “battere le destre” o come “il meno peggio”.

Oggi ci ritroviamo nelle mani di una giunta sardo-leghista che al suo massimo splendore potremmo definire imbarazzante, sennò si va da lì all’indietro, in un’ipotetica classificazione della qualità politica. La cialtronaggine e la subalternità erette a regola aurea dell’amministrazione pubblica. Di male in peggio, appunto.

Il guaio è che, come dicevo, tale decadenza politica si inserisce in un quadro più ampio di disarticolazione sociale e politica e di estrema incertezza. A livello italiano, europeo, mediterraneo e globale.

Questo è il quadro in cui deve muoversi qualsiasi proposta di mutamento politico radicale in Sardegna. Che significa anche mutamento sociale ed economico, oltre che culturale. Un mutamento che, se innescato, rimetterebbe in discussione interessi corposi a un livello più ampio di quello locale, non solo le aspirazioni di carriera a spese pubbliche dei vari arrivisti da quattro soldi nostrani.

I quali, però, servono ancora, magari camuffati da qualcos’altro. Le manovre di ricomposizione o ricollocazione politica già in atto evidenziano la precisa coscienza della debolezza delle compagini che hanno garantito fin qua gli assetti di potere vigenti ed evocano il conseguente obiettivo di accaparrarsi o quanto meno sabotare eventuali aggregazioni politiche alternative.

Io leggo anche in questo senso l’appello fatto da Paolo Maninchedda, su cui mi sono soffermato nell’ultimo post su SardegnaMondo. Di cui ribadisco le argomentazioni.

Non si può pretendere di essere un’alternativa se si fa parte del meccanismo di potere a cui si dichiara di volersi contrapporre. Ciò significa che non se ne possono nemmeno mutuare metodi, scopi, personale.

Noto invece con una certa costernazione, benché senza grande sorpresa, che anche l’ambito indipendentista-autodeterminazionista è percorso da tentazioni pericolose, in questo senso. Si equivoca la furbizia tattica e opportunistica di alcuni soggetti, prendendola per intelligenza politica; si ritiene la capacità di entrare nel Palazzo a qualsiasi prezzo l’unico modo pragmatico di agire; si allentano i filtri etici e ideali in nome di una malintesa necessità di conquistare il consenso elettorale pur che sia.

È un problema. Questo modo di agire nega in partenza la possibilità di costruire il cambiamento politico che si pretende di perseguire. Per altro, sul piano meramente pragmatico, si accetta di giocare con le regole e secondo i criteri di un meccanismo di selezione e di gratificazione gestito da vecchi marpioni di questo gioco, a cui non si potrà mai insegnare come vincere. Si accettano le condizioni e il terreno di gioco altrui, finendo per ridursi a semplici strumenti di una tattica che non si padroneggia e da cui si viene facilmente irretiti.

E per cosa, poi? Per poter “contaminare dall’interno” i meccanismi di spartizione e di potere di intermediazione a cui è da tempo ridotta la politica sarda contemporanea? O per ricevere gratificazioni al proprio ego, per compiere una scalata sociale altrimenti impossibile?

I mezzi sono giustificati dal fine, si dice, ma, anche se questo fosse sempre vero ed accettabile, resta la necessità che siano adeguati. Cedere ai meccanismi di contrattazione e di compromesso richiesti dalla gestione della politica podataria sarda, oltre che inaccettabile, è anche pragmaticamente controproducente. È una pia illusione quella di avere la forza e la capacità di mutare questi meccanismi politici facendone pienamente parte e dunque legittimandoli.

Chiaro, il percorso realmente alternativo, che passa per il confronto aperto, la lealtà, la trasparenza degli scopi, la rispondenza dell’azione politica a reali interessi collettivi e a una prospettiva di emancipazione democratica generalizzata, è difficile. Molto più facile accettare di entrare in combutta con i vari maneggioni delle clientele e del consenso sotto ricatto, o allearsi con centri di potere opachi, oligarchici, coloniali, ma che assicurano – almeno nelle promesse iniziali – la partecipazione al bottino. Ma se si vuole questo, che almeno si abbia il coraggio di schierarsi coerentemente, senza fingere di aspirare a qualcosa di radicalmente diverso.

Esiste anche l’eventualità di operazioni scientemente finalizzate a debilitare i percorsi alternativi. In questo caso la contaminazione dall’interno sarebbe del tutto sensata. Ne ho già fatto cenno. È del tutto possibile e direi anche probabile che chi ha qualcosa da perdere da un mutamento drastico degli assetti di potere lavori a colonizzare, inquinare e al limite sabotare il processo di costruzione di un fronte democratico e popolare. Non sarebbe nemmeno difficilissimo (e perdonatemi se non scendo nei particolari). Chi può escludere che non sia già successo?

Alle difficoltà oggettive si sommano dunque anche difficoltà soggettive e contingenti. È una partita estremamente complessa, ma decisiva. Il processo in corso ormai da alcuni anni va avanti con la forza di un’inerzia storica difficile da arrestare. Ciò significa che qualcosa succederà. Potrebbe essere un esito democratico ed emancipativo, da difendere strenuamente, oppure l’aggravamento definitivo della nostra condizione di subalternità, di povertà, di degrado ambientale, sociale e culturale, di spopolamento.

La ragione, oggi come oggi, suggerisce che quest’ultimo sia l’esito più probabile. Per scongiurarlo non servirà la retorica da social media, non servirà la presunzione di chi mette se stesso o il proprio gruppo davanti a tutto e a tutt*, non basterà la furbizia da ladri di polli, né garantirà il successo la malleabilità ideale ed etica.

La democrazia si conquista e soprattutto si garantisce esclusivamente con la democrazia stessa. Idem la libertà e le conquiste sociali. Che si chiamano conquiste perché sono il frutto di una lotta collettiva, l’esito di un conflitto, non certo la concessione di un potente magnanimo o il premio per un tradimento. Se qualcuno pensa il contrario, quale che sia la bandiera sotto cui si presenta, non stiamo dalla stessa parte né abbiamo gli stessi obiettivi politici.

da qui

giovedì 4 giugno 2020

Come decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna - Sebastiano Ghisu, Omar Onnis




È sorto un gruppo di lavoro e di ricerca multidisciplinare che ha preso il nome di Filosofia de logu. Ne fanno parte studiosi e attivisti, dentro e fuori dall’accademia, provenienti dall’ambito delle scienze umane, sociali e filosofiche. L’intento è quello di sviluppare un approccio di ricerca non subalterno e forme di concettualizzazione libere dallo sguardo coloniale e auto-colonizzato sulla Sardegna. Filosofia de logu dispone già di un suo sito (filosofiadelogu.eu). In questo momento il gruppo sta lavorando alla pubblicazione di una raccolta collettiva di saggi, a un evento pubblico in rete, e a una serie di incontri sul territorio.Quella che segue è la sua dichiarazione di intenti.

Filosofia de Logu è un programma di studi, è una proposta di ricerca e di analisi epistemologica, è un progetto collettivo, è una teoria e una pratica di liberazione.
Le lacerazioni prodotte dalla filosofia, le visioni critiche teoreticamente scandalose, hanno un carattere dirompente perché pongono il pensiero di tutti davanti a se stesso, disvelandolo. In Sardegna queste lacerazioni non hanno avuto luogo o non sono emerse, anche perché è stato impedito che succedesse.
In Sardegna vige il “pensiero solo” e vige il “come se”.
Il pensiero solo è l’esasperazione del pensiero unico, è il pensiero isolato, sterile, autoreferenziale, privo di connessioni con la realtà materiale, sociale, storica.
Il “come se” è l’estraneazione-da-sé eretta a sistema, il costruire il pensiero sulla base di una finzione, di una falsa rappresentazione. Il “come se” costituisce il tratto distintivo di tutte le relazioni di potere e delle sue rappresentazioni ideologiche.
Non si può far finta di essere altrove e di essere ovunque. Non è lecito istituire un’opposizione polarizzata tra locale e globale.
Noi intendiamo decostruire il “come se”, liberando il campo dall’ottica puramente finzionalista, che riduce la Sardegna a una mera appendice amministrativa dello Stato italiano.
Intendiamo con questo criticare radicalmente la “metafisica dello Stato” e l’idea che esistano entità politiche immutabili e indivisibili, concetto di chiara matrice ideologica. Intendiamo, in estrema sintesi, destituire di fondamento l’idea che esista un solo modello di statualità.
Intendiamo mettere in discussione la concezione che non contempla una società sarda a prescindere da una società e una cultura italiane.
Riteniamo necessaria una riflessione sui concetti di “autodeterminazione”, “autogoverno”, “sovranità”, “democrazia compiuta”, come avvio di un processo di definizione delle istituzioni della Sardegna di domani, in relazione al contesto europeo, mediterraneo, mondiale.
La filosofia che ci proponiamo di rintracciare vuol essere innanzitutto critica dei rapporti di dominio che incombono sulla Sardegna, la soffocano, la attraversano. Un anticorpo all’estraneazione culturale che alligna nel pensiero dei sardi, specie di quelli acculturati e con responsabilità di alto grado nel sistema di produzione e riproduzione del sapere ufficiale.
Intendiamo mettere in rete tutti coloro che esercitano con rigore la critica verso le pratiche di sapere sottomesse alla ragion coloniale che intossicano il dibattito intellettuale sardo.
Intendiamo ri-costruire una filosofia plurale, ma orientata e orientante, che sappia incidere nello spazio sardo e che elabori competenze adeguate e una lettura autonoma, col pieno coinvolgimento di tutte le scienze umane.
Intendiamo istituire connessioni e avviare ragionamenti e nuove pratiche sul rapporto tra filosofia e lingua sarda (e lingue sarde), dando dignità filosofica al sardo, compresa la costruzione di un linguaggio concettuale proprio, a partire dalla concettualità filosofica che già vi è presente in nuce.
Intendiamo istituire connessioni tra filosofia e ambito culturale, chiedendoci: è presente nella cultura sarda una – e, se sì, quale – filosofia, intesa come articolazione di dispositivi socio-tecnici e come insieme delle produzioni culturali?
Ci interessa indagare sul ruolo degli intellettuali rispetto alle questioni socio-economiche, culturali e politiche, nonché sul rapporto tra subalternità e industria culturale in Sardegna.
Intendiamo indagare e criticare la stessa dimensione istituzionale, analizzando la correlazione tra identità e dipendenza. Cercare di vedere quali sono, come hanno funzionato e come funzionano i meccanismi di costruzione di una soggettività subalterna e dipendente. Nell’ottica di un’analisi non solo culturalista ma anche economica e sociale.
Intendiamo affrontare il problema della modernizzazione, nei suoi aspetti materiali, politici e teorici, vale a dire indagare nel dettaglio le teorie della modernizzazione così come si sono imposte nella vita pubblica e nel dibattito intellettuale, e le modalità attraverso cui è avvenuta l’operazione di espunzione del conflitto di interessi e di classe.
Intendiamo ri-discutere il concetto di nazione, in un’ottica nostra, sarda. La nazione è una costruzione storica, materiale, collettiva, discorsiva. Possiamo dunque definire la Sardegna una nazione? I finzionalisti lo negano. Il rapporto tra “regionalizzazione” della Sardegna e i processi di periferizzazione e marginalizzazione va indagato e criticato.
Riteniamo utile lavorare a un nuovo materialismo per la Sardegna, riguardo la sua storia e la sua società. Materialismo non lineare, non positivistico, non scientista e aperto ad approcci ibridi socio-materiali, postumani, femministi, ecologici, in generale non essenzialisti e non meccanicisti.
Intendiamo riappropriarci di Gramsci, impiegando proficuamente le categorie gramsciane (subalternità, rivoluzione passiva, questione meridionale, ruolo degli intellettuali, egemonia culturale…). E, con Gramsci, riannodare i fili spezzati della ricerca già svolta da autori che hanno indagato e criticato la “ragion coloniale” (Pira, Masala, Simon Mossa, Cherchi, Bandinu…).
Il modello che intendiamo perseguire è quello della rete, contrapposto al modello gerarchico-piramidale.
Il nostro orizzonte di discussione, ricerca e organizzazione culturale è aperto a quanti possano dimostrare una serie di competenze di studio, analisi, elaborazione e ricerca di livello alto, e condividano l’analisi della condizione sarda così come configurata nel nostro Manifesto.
Aspettiamo nuovi sguardi e nuove intersezioni.

lunedì 27 aprile 2020

un'intervista di Stella Levantesi a Frank Snowden e un articolo di Omar Onnis


Intervista di Stella Levantesi a Frank Snowden

Può la storia delle epidemie aiutarci a comprendere la pandemia di coronavirus? Cosa abbiamo sbagliato in passato e cosa dobbiamo imparare a non sbagliare più? In che modo il Covid-19 ha cambiato il nostro rapporto con la morte? Ne parliamo con Frank Snowden, storico americano delle epidemie e della medicina, esperto di storia italiana moderna e professore all’Università di Yale, che in questo periodo vive in Italia.
Circostanze di emergenza come questa pandemia hanno, in alcuni casi, trasformato la guerra al virus in una guerra alla democrazia. Le emergenze vengono sfruttate per ottenere un’estensione dei poteri e un controllo sull’economia. In casi estremi con pieni poteri che portano all’ascesa di regimi autoritari come in Ungheria. È già successo in passato? Le pandemie hanno finito col “legittimare” derive autoritarie?
Le pandemie hanno il potenziale di rafforzare l’autoritarismo. Quello che sta succedendo con Viktor Orbán in Ungheria ma anche in Polonia, sono due esempi molto chiari di come l’emergenza sia una legittimazione di tendenze autoritarie di estrema destra per distruggere il sistema democratico e istituire un governo nazionalista e pseudo populista. Quindi è un pericolo. Ma questo non è un processo inevitabile.
Se si guarda all’ultima grande pandemia, l’influenza spagnola del 1918, sono state prese misure come il divieto di assembramenti – una sorta di precursore dell’auto isolamento – niente manifestazioni o parate, e i cittadini dovevano essere monitorati dallo Stato. Eppure, a quel tempo, non credo che nessuno avrebbe detto che sarebbero state permanenti e il risultato dell’influenza spagnola non è una dittatura.
Nell’Europa dell’Est, per esempio, il colera negli anni Trenta del diciannovesimo secolo ha consentito l’imposizione di misure di repressione draconiane, quasi medioevali. E lì fu qualcosa di duraturo.
Quindi credo sia possibile per gli autoritarismi sfruttare il potenziale emergenziale creato dalle malattie pandemiche. Ma l’effetto può anche essere il contrario.
La fine della schiavitù nelle piantagioni ad Haiti, per esempio, fu il risultato della distruzione dell’armata di Napoleone a causa della febbre gialla. E quello fu liberatorio: la prima Repubblica nera libera, la prima grande ribellione schiavista della storia, in parte radicata nella differenza di immunità e mortalità tra gli europei e gli africani, le truppe di Napoleone, gli europei, non avevano l’immunità di gregge alla febbre gialla, mentre gli schiavi africani sì.
Quindi direi che anche la libertà può essere conseguenza dalla pandemia. Il futuro non è predeterminato. Quanto vigili e reattivi saranno i cittadini farà un’enorme, decisiva differenza.
Quindi affrontare una pandemia non implica necessariamente l’autoritarismo? 
Che le democrazie non siano adatte ad affrontare le pandemie è categoricamente falso. Direi anzi che le democrazie sono più adatte ad ottenere il sostegno popolare ed istituire razionali politiche sanitarie pubbliche perché permettono il libero flusso di informazioni, e la salute pubblica moderna dipende in realtà dalla libera informazione.
Spero che misure come quelle applicate in Corea del Sud rappresentino effettivamente un modello di ciò che una governance democratica – non sto cercando di promuovere la Corea del Sud, ma sto solo dicendo che è un governo eletto – può fare senza poteri autoritari di emergenza: praticare test diagnostici accurati, distanziamento sociale, quarantena e rintracciamento del contagio. Queste sono le componenti essenziali di ciò che deve essere fatto in questo momento.
Non abbiamo altre armi, non c’è nessun vaccino, nessuna cura. Non credo sia vera l’idea che abbiamo bisogno di un dittatore per affrontare la crisi.
In un’intervista al New Yorker lei ha detto “le epidemie sono una categoria di malattie che fanno da specchio agli esseri umani e mostrano chi siamo veramente”. E poi ha aggiunto che le epidemie riflettono il nostro rapporto con l’ambiente, sia quello che abbiamo costruito che l’ambiente naturale. Questo vale anche per la pandemia di coronavirus? Le epidemie sono lo specchio della vulnerabilità umana? 
Credo che questo sia estremamente vero per il coronavirus; questa è la prima grande epidemia della globalizzazione. E credo che tutte le società creino le proprie vulnerabilità.
Permettimi di fare un paragone con un’altra malattia che è stata la più temuta del suo secolo, il colera nel diciannovesimo secolo. Era una malattia dell’industrializzazione e quindi dell’urbanizzazione dilagante – cioè l’ambiente costruito in modo catastrofico perché masse di persone si riversavano nelle grandi città in tutto il mondo industriale, dove non esisteva alcuna preparazione sanitaria o abitativa.
In città come Napoli o Parigi c’erano baraccopoli – nove, dieci persone in una stanzetta – in cui si viveva senza alcun sistema igienico-sanitario, né fognature o acqua potabile. E quindi una malattia che si trasmetteva per via orale-fecale, adattata a quell’ambiente, ne traeva il massimo vantaggio.
Il tifo, e il colera asiatico, direi, sono malattie sintonizzate sulle condizioni di industrializzazione e rappresentano, in questo senso, uno degli specchi della globalizzazione.
Con il coronavirus, ci sono almeno tre dimensioni che mostrano come la Covid-19 sia lo specchio di ciò che siamo come civiltà.
La prima è che stiamo diventando quasi 8 miliardi di persone in tutto il mondo.
Poi abbiamo il mito per cui si può avere una crescita economica e uno sviluppo infinito anche se le risorse del pianeta sono limitate, il che è una contraddizione intrinseca. Eppure abbiamo costruito la nostra società su questo mito, pensando che le due cose si possano in qualche modo conciliare. Quindi c’è un problema.
Inoltre, questo trasforma il nostro rapporto con l’ambiente e in particolare con il mondo animale. Abbiamo dichiarato guerra all’ambiente e distruggiamo l’habitat degli animali – questa è l’era dello sradicamento e dell’estinzione delle specie.
Quello che succede è che gli esseri umani entrano in contatto con gli animali con una frequenza e in modi che non sono mai accaduti in passato. E possiamo ora indicare quali sono le malattie che lo dimostrano: l’influenza aviaria per definizione, così come la MERS e la SARS e l’Ebola. E ora abbiamo il coronavirus.
Direi che questo schema non è casuale. Vuol dire che viviamo in un’epoca di ripetuti spillover. E in particolare sembra che siamo molto vulnerabili a quei virus per i quali i pipistrelli sono un ospite naturale.
Un’altra caratteristica della globalizzazione è che ora abbiamo creato un mondo di grandi città, di megalopoli collegate da un rapido trasporto aereo, il che significa che uno spillover che accade, scelgo un posto a caso, a Giacarta al mattino…lo stesso virus sarebbe presente a Los Angeles e a Londra la sera.
Quindi direi che il coronavirus sta sfruttando canali di vulnerabilità che noi stessi abbiamo creato.
Direi anche che questa pandemia è la quintessenza dell’epidemia di una società globalizzata. Globalizzazione significa distruzione dell’ambiente, il mito di una crescita economica infinita, un’enorme crescita demografica, grandi città e trasporti aerei rapidi; è tutto collegato.
E la pandemia nei paesi in via di sviluppo? Cosa ci mostra lo specchio?  
Questa è una mia grande preoccupazione. Al direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è stato chiesto: “Cosa ti tiene sveglio la notte durante questa crisi?”. E lui ha risposto, “quello che potrebbe succedere se questo virus si facesse strada nelle nazioni con poche risorse”.
Sono preoccupato ora che, mentre parliamo, il virus si sta diffondendo in diversi paesi dell’Africa, America Latina ed Asia. Temo che possa causare sofferenze inimmaginabili in quelle zone.
Il distanziamento sociale e lavarsi le mani sono alla base della nostra risposta. Certamente qui in Italia è proprio questo che le persone sono chiamate a fare.
Ma cosa significa, per esempio, in una favela a Rio de Janeiro o in una township in Sudafrica dove ci sono tante persone che vivono in una stanza? In un condominio di case popolari, poi, il distanziamento sociale è una presa in giro. E dove non si dispone nemmeno di servizi igienici? Lavarsi le mani non significa nulla.
Così voglio delineare quella che penso sia un’altra vulnerabilità che la nostra società della globalizzazione riflette: la disuguaglianza globale. Anche in un paese ricco come gli Stati Uniti questa malattia può affliggere tutti, ma in modo preferenziale e sproporzionato colpirà i poveri, le persone più vulnerabili del paese.
Questa è la verità dell’era della globalizzazione: ciò che colpisce i più deboli tra noi colpisce tutti e ovunque. Quindi penso che questo sia quello che stiamo per vedere nello specchio. E non è un bel riflesso.
È chiaro che abbiamo fatto degli errori. Continueremo a farli come prima? 
In effetti la preoccupazione ora è che quando questo passerà, non faremo nulla, se non radicarci in una dimensione di amnesia.
La speranza è che, invece, ci renderemo conto che siamo profondamente vulnerabili, che è inevitabile che altre sfide microbiche come questa si ripresentino.
Ogni ambientalista può dire fin da ora che questo è inevitabile a causa dei rapporti che abbiamo creato con la natura: lo spillover si ripresenterà ancora e ancora. Donald Trump ha sollevato la domanda più critica e inquietante di questa epidemia: “Chi poteva saperlo?”. Io direi che tutti potevano saperlo.
Già nel 1997 con l’influenza aviaria gli epidemiologi hanno detto che la grande sfida per il mondo è la sfida dei virus polmonari. Siamo più vulnerabili e a questi dobbiamo prepararci. Siamo poi stati totalmente impreparati all’Ebola.
Anthony Fauci nel 2005 ha testimoniato al Congresso americano dicendo: “Sse si parla con qualcuno che vive nei Caraibi, si può dire a quella persona che la scienza del clima prevede inevitabilmente che gli uragani colpiranno i Caraibi e che è fondamentale essere preparati ad affrontarli. La scienza non può dire quando colpiranno o quanto saranno forti, ma stanno arrivando e non c’è via di scampo. Allo stesso modo, possiamo dire al mondo che sta arrivando una grande pandemia virale, in particolare una pandemia polmonare. Non posso dirvi quando o quanto sarà forte, se sarà peggio dell’influenza spagnola o più debole. Ma è inevitabile che ciò accada. E quindi dobbiamo prepararci o avremo una pandemia”.
Beh, non ci siamo preparati. Non solo negli Stati uniti ma anche in Italia e in altri paesi.
L’Italia non è esente da questo. Gli anni prima di questa pandemia sono stati caratterizzati da tagli alla ricerca scientifica e alle spese per il sistema sanitario. Per fortuna l’Italia ha un sistema sanitario e ospedaliero pubblico tra i migliori al mondo. Anche se il punto è che comunque mancavano una search capacity e attrezzature di protezione per gli operatori sanitari.
Ma gli Stati Uniti ne soffriranno ancora di più perché non hanno quello che ha l’Italia: un sistema sanitario a disposizione di tutti.
Uno dei modi essenziali per prepararsi al futuro è garantire che tutti sul pianeta abbiano accesso alle cure mediche gratuite, perché se qualcuno si ammala di un virus polmonare, questo si ripercuoterà su tutti nel mondo. E quindi, se qualcuno deve essere al sicuro, tutti devono essere coperti dall’assistenza sanitaria.
Nel suo libro “Epidemics and Society” lei parla del successo sardo nell’eradicazione della malaria nella prima metà del ‘900 per illustrare l’importanza dell’assistenza internazionale, che all’epoca coinvolse gli Stati Uniti. Di conseguenza, per sopravvivere alla sfida di un’epidemia, l’umanità deve adottare una prospettiva internazionalista? Lei cosa ne pensa?
Assolutamente sì. Penso che uno degli aspetti più preoccupanti di questa epidemia sia che il “muro di Trump” diventi la metafora dell’epoca in cui viviamo, la nostra fiducia nei muri, nei confini e nelle barriere nazionali per “proteggerci”. Questo sottrae risorse alle misure che dovrebbero in realtà essere prese e una cosa che sappiamo è che i microbi hanno zero rispetto per i confini nazionali e i confini politici.
Credo ci sia stata una qualche misura efficace nei travel ban messi in atto temporaneamente. La speranza era che i paesi che avevano un divieto di viaggio in vigore guadagnassero qualche settimana di tempo per prepararsi. Ora, molti paesi hanno sprecato quel tempo, hanno messo in atto i divieti e poi non hanno fatto nulla.
Il mio paese, gli Stati Uniti, è l’esempio perfetto di come si è sprecato tutto quel tempo…L’Unione Europea non è stata in grado di sviluppare e adottare piani di preparazione che potessero mettere in atto una unica risposta continentale alla malattia.
E quindi ogni paese dell’Unione ha adottato misure senza alcun coordinamento. E l’opinione pubblica è rimasta molto confusa non sapendo quale fosse l’approccio migliore.
Questo è un ambiente in cui fioriscono miti, paranoie e teorie del complotto. Un’epidemia di disinformazione ha alimentato la pandemia biologica e l’ha aiutata a proliferare.
Durante la terza pandemia di peste in Cina tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo serpeggiava una tendenza al razzismo e la convinzione che l’epidemia non avrebbe oltrepassato i confini cinesi, l’illusione dell’“immunità del bianco”. Sembra che questo elemento fosse presente anche all’inizio dell’epidemia di coronavirus in Cina, quando il virus era ancora limitato al territorio cinese. Pensa che questo possa essere uno dei motivi che ha portato l’Occidente a sottovalutare il rischio legato a questa epidemia? Una sorta di fallacia psicologica, l’illusione che l’epidemia di coronavirus non si sarebbe diffusa al di fuori della Cina, che non avrebbe colpito l’Occidente?
Credo assolutamente che sia vero. Hai menzionato la terza pandemia di peste e tra l’altro il razzismo non era solo limitato alla Cina. È andato avanti mentre l’epidemia si diffondeva. L’abbiamo visto in India e anche in alcuni luoghi del mondo industriale come San Francisco, dove la terza pandemia di peste all’inizio del ventesimo secolo ha visto dilagare la xenofobia; era la “malattia di Chinatown”. E questo oggi dove ci porta? C’è la riluttanza di tanti leader politici a imparare le lezioni del passato.
Mi ha stupito il fatto che il Partito Repubblicano ha insistito su questo virus come il “virus cinese”… che si appella alla xenofobia come un modo per affrontare questa crisi. E credo che questo venga fatto consapevolmente… è una tentazione perenne, che ha fatto parte della storia di molte epidemie: le autorità hanno spesso nascosto la presenza di malattie perché possono rendere più problematico governare. Possono creare grandi difficoltà nell’economia e si vede che anche all’inizio di questa pandemia il presidente Trump aveva la tendenza a dire: “Oh, questa non è altro che una comune influenza”. Ha risposto in modo sbagliato. La salute pubblica dipende dalla verità.
Quale sarebbe stata la risposta giusta?
Non ho un piano di preparazione ufficiale, ma ho alcuni principi che ritengo essenziali e che sono alla base della salute pubblica moderna. Non sono miei ma della comunità scientifica internazionale.
La salute pubblica come disciplina scientifica dipende dalla scienza, che dipende dalla verità e dal libero scambio di informazioni. Vale a dire che nessuna politica che sia efficace e scientifica può essere adottata dove non c’è un’informazione adeguata e dove le persone non vengono considerate come parte di questa risposta.
E così sappiamo che mentire al pubblico è distruttivo per le politiche di salute pubblica. E credo che la scienza medica sia una parte essenziale della nostra protezione contro questa malattia.
Non posso dire tutto quello che Donald Trump avrebbe dovuto fare, ma posso dirti che quando ha mentito al pubblico stava facendo un passo profondamente in contrasto con i principi di difesa scientifica del paese e del mondo contro questa pandemia.
Credo che nessuno vorrebbe studiare come ho fatto io per 40 anni la storia delle pandemie, se l’unica cosa che si può dire alla fine di quel lavoro è che si tratta solo di tragedia e distruzione, che non c’è speranza. Credo che a questo punto sarei già impazzito.
Penso che le epidemie, come ho detto, sono uno specchio dell’uomo, ma non sono solo il lato negativo della natura umana, sono anche il lato positivo.
E possiamo ritrovare questo aspetto nella salute pubblica, possiamo ritrovarlo nel sacrificio dei medici e degli operatori sanitari e dei lavoratori dei servizi di prima necessità che ci permettono di sopravvivere a questa sfida.
C’è molto per cui essere grati. La salute pubblica si è evoluta dopo la peste bubbonica. Le misure ideate a Firenze e Venezia durante il Rinascimento sono state l’inizio della sanità pubblica. Stiamo ancora facendo alcune di quelle stesse cose.
In certi casi, come per esempio il vaiolo, una volta contratta la malattia infettiva, se si sopravvive, il sistema diventa immune. Sembra che con Covid-19, non ci sia ancora una certezza scientifica in questo senso. Se sopravvivere alla malattia non desse un’immunità naturale, potrebbe essere anche più complicato sviluppare un vaccino?
Sì, se si è suscettibili dopo la guarigione dalla malattia deve ancora essere dimostrato e studiato. Se fosse vero, avrebbe profonde implicazioni. Una delle caratteristiche che hanno reso più facile sviluppare un vaccino contro il vaiolo era che ciò che si doveva fare era incoraggiare l’organismo a fare qualcosa che la natura aveva già fatto, cioè creare una risposta immunitaria che già esisteva.
Un’altra caratteristica dell’eradicazione del vaiolo era che non c’era nessun animale ospite. E così, se si fosse interrotta la trasmissione della malattia, si poteva essere certi che non sarebbe ritornata per effetto di uno spillover.
Ora, per il coronavirus è molto diverso. Ma c’è anche un’altra caratteristica e questo ci riporta a indagare sul sistema immunitario dei pipistrelli.
C’è un aspetto negativo e uno positivo.
Il positivo è che i pipistrelli vivono molto felicemente con tantissimi coronavirus che non abbiamo ancora classificato, sono completamente sconosciuti, e quindi se si potesse scoprire il segreto del loro sistema immunitario, ciò potrebbe avere implicazioni potenzialmente profonde per lo sviluppo dell’immunità umana a quegli stessi virus.
Il negativo, però, è che ci sono tutti questi coronavirus e ne abbiamo incontrati solo pochi e nessuno ha la minima idea di quello che verrà. E questa è un’altra caratteristica che è preoccupante per uno spillover zoonotico, che è come tutto è iniziato.
Un’altra conseguenza di questa pandemia è l’impatto sull’economia. C’è un modo per proteggere l’economia? Oppure è una conseguenza inevitabile che questa soffra quando le pandemie raggiungono il punto di crisi?
Non ho un modello di come dovrebbe essere un’economia post coronavirus, ma ho alcune premesse su cui mi sembra che un’economia di questo tipo dovrebbe basarsi.
La prima è il riconoscimento che questa pandemia è un game changer, che il mondo non sarà più lo stesso dopo questo evento perché è già chiaro che le sue conseguenze economiche sono molto più profonde di quanto chiunque si aspettasse.
Molti degli spazi di lavoro o dei posti di lavoro che esistevano non torneranno come prima e questo significa disoccupazione su larga scala che dovrà essere affrontata, e significa anche che l’economia non può semplicemente tornare al business as usual. Einstein ha detto che uno dei segni della stupidità è la tendenza a continuare a fare la stessa cosa e a sperare in un risultato migliore.
Dobbiamo mettere da parte il mito di un profitto costante e a breve termine, la visione frenetica e permanente della crescita che non è sostenibile.
Le malattie non affliggono le società in modo caotico, sono eventi ordinati – lo scrive nel suo libro. Quindi, poiché sono eventi ordinati, possiamo usare questo aspetto a nostro vantaggio?
Le malattie non colpiscono le società in modo casuale, ma coinvolgono delle contingenze. Non voglio dire che sono totalmente strutturate, ma seguono una logica intrinseca.
Il setting è molto importante. Quindi, se ho ragione nel dire che le malattie sfruttano questi canali o percorsi stabiliti, visibilmente evidenti, mentre si diffondono nel mondo – questo ha un lato positivo.
Perché se accettiamo il fatto che siamo noi stessi i responsabili, ci guardiamo allo specchio e riconosciamo che siamo stati noi stessi a creare quei percorsi, quelle vulnerabilità, e a costruirle nelle nostre società, significa anche che sempre noi stessi possiamo cambiarle e possiamo alterare quel rapporto con il regno animale. Possiamo fare qualcosa al riguardo e questo proteggerà il pianeta e anche la nostra salute.
Alcuni colleghi sostengono che se potessimo cambiare il nostro rapporto con il regno animale, questo avrebbe un impatto duraturo e sostenibile sulla nostra vulnerabilità alle malattie infettive. C’è una componente ambientale molto importante nella soluzione al nostro problema.
La mia prossima domanda è su un piano molto diverso. Era vero con la peste e purtroppo rimane vero per la Covid-19, che le persone molto spesso muoiono da sole, senza funerali adeguati e a volte senza sepoltura. Come hanno influito le epidemie sul nostro rapporto con la morte?
È una questione filosofica, morale, antropologica e devo dire che potrebbe essere un progetto di ricerca a sé stante che ritengo enormemente interessante e importante. Vorrei poter rispondere alla tua domanda ma so che sto per deluderti. Tutto quello che posso fare è rafforzare la domanda dicendo che è vero che questa è una delle caratteristiche della peste e che la gente si preoccupava enormemente della propria mortalità. E in particolare, questo ha sollevato la questione della morte improvvisa.
Questo significa affrontare domande spirituali: se sei religioso, qual è il tuo rapporto con un Dio che è onnisciente e onnipotente eppure permetterebbe il massacro dei suoi figli? Credo che questo ponesse al centro la questione della fede e del dubbio sulla fede. Nei dipinti della peste, nell’iconografia, c’è il cranio e le ossa incrociate, la realtà della nostra esistenza è in realtà la morte, o la clessidra con le sabbie che si esauriscono, cioè la nostra morte.
Penso che questa domanda possa avere anche un aspetto sociale. Questa epidemia ha portato il concetto di morte nelle nostre vite in un modo in cui prima non era presente. Quando dico “le nostre vite”, ovviamente parlo dell’Occidente. Le nostre società, rispetto ai decenni precedenti, sono entrate sempre meno in contatto con la mortalità e la morte. Naturalmente questo non è assolutamente vero per molte regioni del mondo che oggi sono afflitte da guerre, conflitti, carestie e catastrofi climatiche. In un certo senso invece le nostre “società di conforto” ci hanno allontanato dalla morte. Quindi credo che una parte del motivo per cui ho posto questa domanda sia perché in Italia ora si parla molto di morte in un modo a cui non siamo abituati.
Sono stato molto rattristato dalla scomparsa del grande storico della morte, il francese Philippe Ariès, che ha scritto proprio su questi temi.
Ricordo un suo saggio che credo si chiamasse “Pornografia della morte”. La sua riflessione era di fare della pornografia una sorta di metafora, perché quando la morale vittoriana ha soppresso la sessualità in modo che non potesse trovare, diciamo, normali sfoghi salutari, non sarebbe sparita, ma esplosa in modi pornografici malsani.
Egli ha sostenuto che se si prende questo come modello, lo stesso vale per la mortalità e la morte e che ciò che abbiamo fatto nel mondo moderno è sopprimere la morte in modo da non affrontarla mai, come i vittoriani non hanno mai affrontato la loro sessualità.
E il risultato è che non sappiamo come elaborare il lutto perché la morte avviene all’interno di qualche istituzione e l’istituzione la riordina e se ne prende cura; è l’industria della morte.
La morte non è più personale. E se c’è una “professione della morte” che la riordina, non ci confrontiamo direttamente con la sua realtà e con il suo significato. Credo profondamente che Ariès abbia ragione. Ma non posso sostituire Ariès. E vorrei avere una risposta migliore.
So che è impossibile fare una vera e propria previsione di quanto tempo durerà la pandemia, ma mi chiedo se la storia può aiutarci in questo senso, se possiamo avere un’idea in termini di tempo e di cosa aspettarci nei prossimi mesi.
Non posso fare una previsione precisa. Questo è un punto cruciale da tenere presente perché si tratta di una nuova malattia che è nota all’uomo solo da dicembre.
Di conseguenza, nessuno ne sa ancora molto, e uno dei suoi misteri è ancora la durata del suo assedio su una comunità. Chiaramente non è come l’influenza spagnola che passava sulle comunità nel giro di poche settimane; e all’altro estremo è improbabile che rimanga all’interno di un territorio per anni come la peste bubbonica a volte ha fatto.
Per questo motivo il futuro è molto complesso. Non è chiaro, ad esempio, se Covid-19 diventerà una malattia endemica che ci accompagnerà per molto tempo; se ci sarà una ricaduta una volta che le comunità usciranno dall’isolamento e torneranno al lavoro e ad una vita più normale, e se coloro che sono stati infettati avranno l’immunità.
Immagino che il pericolo di una ricaduta impedirà alle autorità di permettere alla vita di tornare a una qualche versione “normale” per mesi.
Sospetto che il ritmo del cambiamento sarà cauto, poiché sarà necessario vedere se a un tale progressivo allentamento delle regole, seguirà una nuova ondata della malattia.
Credo che il ritorno alla “normalità” sarà quindi lento e graduale, e che alcuni cambiamenti saranno probabilmente duraturi, almeno fino a quando non ci sarà un vaccino efficace, che sarebbe una svolta.
Questa non è una previsione ma un’ipotesi. Il punto principale è che penso che tutti debbano essere consapevoli che questa pandemia è una questione molto seria e che la nostra guarigione non avverrà all’improvviso, tutto in una volta, e nemmeno molto presto. È anche realistico immaginare che alcuni dei cambiamenti nella nostra vita dureranno più a lungo.


Coronavirus, internazionalismo, subalternità e studi postcoloniali - Omar Onnis

L’epidemia di Covid-19 sta suscitando molte riflessioni interessanti e ci sta squadernando sotto il naso le grandi contraddizioni della nostra epoca declinante.
Questo, oltre a mettere drammaticamente in luce la stoltezza e la cialtronaggine delle classi dirigenti (in primis quella italiana, e quella sarda al seguito).
Eppure, anche laddove si rinvengano ragionamenti fecondi e spunti interessanti, spesso si nascondono ulteriori nodi, che però solo uno sguardo obliquo e magari “allenato” riesce a scorgere.
La prendo un po’ alla lontana (ma non troppo). Uno dei capisaldi della riflessione sui diritti civili e dei movimenti di emancipazione è che i gruppi subalterni non possono/devono assumere come proprie le istanze politiche dei gruppi dominanti, se non al prezzo di subirle e di restarne imprigionati. Anche nel caso di istanze progressive o emancipative.
Non puoi pretendere dai neri – nel contesto USA – l’accettazione della dialettica tra repubblicani e democratici, tra progressisti e conservatori, prescindendo dal problema dei diritti civili e del razzismo.
Non puoi pretendere dalle donne l’adesione a una o l’altra delle famiglie politiche che si dividono la scena, prescindendo dalla questione femminile.
Non puoi pretendere dal proletariato l’assunzione della morale e della visuale padronale come uniche legittime e valide, senza accentuarne la condizione di dipendenza e asservimento.
Non puoi chiedere a una popolazione che ha subito il colonialismo e il neo-colonialismo di aderire all’idea (sempre piuttosto astratta) di democrazia così com’è concepita in Occidente, prescindendo dalla stratificazione storica locale, compreso appunto il colonialismo con tutte le sue conseguenze.
Allo stesso modo la questione si può/deve applicare alla Sardegna. Non capirai nulla della Sardegna contemporanea se rimuovi dallo scenario i fenomeni di stampo coloniale e la minorizzazione culturale subiti negli ultimi due secoli. Se rimuovi, insomma, la “questione sarda”.
È un problema di rilievo assoluto e di indole epistemologica, che riguarda prima di tutto le scienze sociali, nel loro dispiegarsi nell’isola e riguardo all’isola, ma naturalmente tocca anche gli aspetti materiali di natura socio-economica, quelli culturali (in senso lato) e la politica.
Mi ha fatto pensare a questo problema la lettura di un interessante articolo uscito sul manifesto. Un’intervista a un importante storico delle epidemie, Frank Snowden.
Nel corso dell’intervista Snowden dice cose molto belle e, per quanto mi riguarda, pienamente condivisibili, come questa:
Uno dei modi essenziali per prepararsi al futuro è garantire che tutti sul pianeta abbiano accesso alle cure mediche gratuite, perché se qualcuno si ammala di un virus polmonare, questo si ripercuoterà su tutti nel mondo. E quindi, se qualcuno deve essere al sicuro, tutti devono essere coperti dall’assistenza sanitaria.
Una conclusione che discende dai fatti a cui stiamo assistendo, prima ancora che da una posizione ideologica. Ed è una delle faccende che ci spingono a mettere in discussione ancora più drasticamente e con maggiore urgenza gli assetti economici e politici ereditati soprattutto da questi ultimi quarant’anni di liberismo feroce.
Il discorso merita ulteriori approfondimenti e magari ci torneremo su (come d’altra parte sta avvenendo in tutto il mondo e a vario livello, in queste settimane).
Quel che però mi premeva di mettere in risalto è ciò che viene poco dopo:
Nel suo libro “Epidemics and Society” lei parla del successo sardo nell’eradicazione della malaria nella prima metà del ‘900 per illustrare l’importanza dell’assistenza internazionale, che all’epoca coinvolse gli Stati Uniti. Di conseguenza, per sopravvivere alla sfida di un’epidemia, l’umanità deve adottare una prospettiva internazionalista? Lei cosa ne pensa?

Assolutamente sì. Penso che uno degli aspetti più preoccupanti di questa epidemia sia che il “muro di Trump” diventi la metafora dell’epoca in cui viviamo, la nostra fiducia nei muri, nei confini e nelle barriere nazionali per “proteggerci”. Questo sottrae risorse alle misure che dovrebbero in realtà essere prese e una cosa che sappiamo è che i microbi hanno zero rispetto per i confini nazionali e i confini politici.
Credo ci sia stata una qualche misura efficace nei travel ban messi in atto temporaneamente. La speranza era che i paesi che avevano un divieto di viaggio in vigore guadagnassero qualche settimana di tempo per prepararsi. Ora, molti paesi hanno sprecato quel tempo, hanno messo in atto i divieti e poi non hanno fatto nulla.
Il mio paese, gli Stati Uniti, è l’esempio perfetto di come si è sprecato tutto quel tempo…L’Unione Europea non è stata in grado di sviluppare e adottare piani di preparazione che potessero mettere in atto una unica risposta continentale alla malattia.
E quindi ogni paese dell’Unione ha adottato misure senza alcun coordinamento. E l’opinione pubblica è rimasta molto confusa non sapendo quale fosse l’approccio migliore.
Questo è un ambiente in cui fioriscono miti, paranoie e teorie del complotto. Un’epidemia di disinformazione ha alimentato la pandemia biologica e l’ha aiutata a proliferare.
Il discorso è molto saggio e pragmatico e sembrerebbe non fare una grinza. Tuttavia il problema si annida nelle sue pieghe, e non è un problema da poco.
Tanto la domanda quanto la risposta partono dal presupposto che si sia verificata un’evenienza storica di questo tipo: la Sardegna, povera e arretrata regione italiana, aveva bisogno dell’aiuto di qualcuno per tirarsi fuori dalla sua condizione di sottosviluppo; una delle misure più efficaci intraprese è stata l’eradicazione della malaria ad opera degli Americani; un esempio di solidarietà internazionale – e internazionalista – andata a buon fine.
Punto e a capo.
Il discorso che ne emerge non è affatto sbagliato. La riflessione e le conclusioni che ne trae Snowden sono lucide e – a mio avviso – giuste.
Il problema è che la premessa è come minimo lacunosa, se non infondata.
La soluzione al problema endemico della malaria in Sardegna non è stata affatto una generosa dimostrazione di internazionalismo solidale. Sappiamo perfettamente cosa sia successo un attimo dopo la morte per DDT dell’ultima zanzara anofele sarda (e non solo sua, va detto): la Sardegna è diventata una enorme piattaforma militare della NATO. Bottino di guerra, concessione fatta obtorto collo dallo stato italiano, tutto quello che vogliamo. Ma tant’è.
Un bel ragionamento mandato a gambe all’aria dalla mancanza di una giusta prospettiva nell’inquadrare un fatto storico significativo. Isolandolo e distaccandolo dal complesso contesto in cui avvenne, dai suoi presupposti e dalle sue conseguenze, lo si piega a un significato altro, lontano e persino opposto alla realtà storica.
Ma chi è che dovrebbe sottolineare questo nodo irrisolto? Com’è che si fa a riportare questa vicenda contraddittoria alla sua più corretta dimensione?
Intanto imponendo una visuale non passiva né subalterna, possibilmente quella di chi quei fatti li ha vissuti e subiti direttamente, li ha meditati e li ha ricostruiti in tutte le loro articolazioni. Ossia i sardi, in questo caso. E bisogna sia fatta propria prima di tutto dai sardi stessi.
Raramente, per quel che ho potuto constatare in tanti anni di monitoraggio delle ricostruzioni e della manualistica storica, la vicenda dell’eradicazione della malaria in Sardegna viene presentata sotto un’ottica sarda non passiva, autonoma. Un’ottica non subalterna, insomma.
Se racconti la vicenda dell’eradicazione della malaria in Sardegna prescindendo dal resto della storia sarda del Novecento e in particolare del secondo dopoguerra – imposizione delle servitù militari, Piano di Rinascita industriale, emigrazione di massa, ecc. – non fai un buon servizio alla storia e non racconti tutta la *verità*.
Tanto più è grave, ovviamente, se a farlo è un/a sardo/a.
La coscienza di questo problema di fondo, quando si tratta di affrontare le vicende di comunità subalternizzate, minorizzate e/o colonizzate, è decisiva. Lo è per i membri della comunità medesima, lo è per chi, da esterno, la studia.
Mi piacerebbe sperare che, nel caso di Frank Snowden e della sua intervista, se l’intervistatrice fosse stata sarda, gli avrebbe fatto notare questa cosa. Ma non mi faccio troppe illusioni in proposito.
Possiamo però usare questo episodio tutto sommato minimo per ragionarci su. Anche in un’ottica più ampia di consapevolezza di quel che ci sta accadendo in questo frangente storico così particolare.
Non dobbiamo rinunciare ad avere uno sguardo nostro sulla questione Covid-19 e tutto ciò che la concerne, specie sul piano politico. Non per una fatto ideologico o “identitario”, ma per ragioni molto pratiche e, per tanti versi, vitali.
E non dovremmo rinunciare nemmeno ad avere una nostra voce, anche nelle sedi istituzionali. La passività e la dabbenaggine con cui gli attuali governanti dell’isola, sulla scorta di chi li ha preceduti, stanno affrontando la questione pandemia, è il frutto anche della mancata maturazione e diffusione di uno sguardo non passivo e non subalterno su noi stessi e la nostra storia.
In questo senso non è nemmeno colpa dei vari Solinas, Nieddu e soci. Il problema non nasce con loro, né svanirà con loro. Magari fosse così semplice.
Intanto che teniamo duro e ci barcameniamo nella quotidianità sconvolta dalla pandemia, proviamo a rifletterci su.