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venerdì 27 febbraio 2026

La nave Humanity 1 bloccata per 60 giorni, mentre aumentano i morti in mare

 

Mentre centinaia di persone risultano ancora disperse nel Mediterraneo centrale, il 13 febbraio le autorità italiane hanno fermato per 60 giorni la nave di soccorso Humanity 1 a Trapani e imposto una multa di 10.000 euro, secondo quanto riferito oggi dall’organizzazione tedesca di ricerca e soccorso SOS Humanity. Secondo l’equipaggio, in precedenza avevano soccorso 33 persone in pericolo in mare e avvistato due cadaveri in acqua. Le autorità accusano l’equipaggio di non aver comunicato con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. L’ordine di fermo è arrivato poco dopo che il governo italiano ha presentato un disegno di legge che consentirebbe un “blocco navale”, una nuova misura contro le navi di soccorso delle ONG.

“Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale”, ha sottolineato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso di Humanity 1. “Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione”.

Secondo SOS Humanity, questa è la terza detenzione di una nave di soccorso dell’alleanza “Justice Fleet” in tre mesi. L’alleanza di ONG critica il sostegno europeo agli attori libici in mare, che accusa di violenza contro le persone in cerca di protezione e contro gli equipaggi di soccorso. Nell’agosto 2025, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa.

“Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga”, ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. “Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso Humanity 1”.

Secondo SOS Humanity, si tratta del secondo fermo della sua nave in tre mesi. In precedenza era stata fermata anche la nave di soccorso Sea-Watch 5. A due delle più grandi navi di soccorso delle ONG nel Mediterraneo viene quindi impedito di effettuare ulteriori salvataggi, ha aggiunto l’organizzazione.

Nel frattempo, il governo italiano sta intensificando ulteriormente l’ostruzione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Con una nuova bozza di legge, il governo Meloni sta pianificando un “blocco navale” per le navi delle ONG:  queste potrebbero ricevere la proibizione di entrare nelle acque territoriali italiane per un periodo fino a sei mesise le autorità italiane valutano un “rischio per la sicurezza”.

“Il nuovo fermo della nostra nave di soccorso Humanity 1 avviene nel contesto di un’ulteriore escalation dell’intralcio alle operazioni di ricerca e soccorso drammaticamente urgenti nel Mediterraneo”, afferma Marie Michel. “Con questo disegno di legge, che prevede un ‘blocco navale’, il governo italiano sta compiendo un passo drammatico nella sua politica contro le operazioni civili di ricerca e soccorso. Ciò aggrava ulteriormente la catastrofe umanitaria in mare e viola palesemente il diritto internazionale”.

Dati dell’OIM mostrano che dall’inizio dell’anno ad oggi almeno 484 persone migranti sono state dichiarate morte o disperse in seguito a diversi naufragi nel Mediterraneo centrale causati da condizioni meteorologiche estreme, mentre si ritiene che centinaia di altri decessi non siano stati registrati.

da qui

venerdì 7 febbraio 2025

la beneficenza di USAID

 

WikiLeaks: L’agenzia americana USAid aveva sul libro paga 6200 giornalisti e 279 agenzie di stampa - Fabio Lugano

 I soldi pagati dall’amministrazione USA a giornalisti e giornali va oltre Politico e il NYT: secondo Wikileaks ben 6900 giornalisti e 279 organi di stampa erano pagati dall’agenzia federale USAid, ovviamente per spargere la propaganda di una parte

  

La notizia di ieri, secondo cui il governo degli Stati Uniti avrebbe finanziato organi di stampa come Politico, l’Associated Press, la BBC e altri , ha sollevato più domande che risposte – anche se l’ovvia implicazione è che il governo degli Stati Uniti ha di fatto sostenuto i media favorevoli al regime, che poi spacciano notizie favorevoli al regime – e ha passato anni ad attaccare organi di stampa indipendenti, The Federalist, NYPost, Zerohedge e molti altri sfortunati che nel frattempo sono stati messi fuori gioco.

Mentre i finanziamenti per Politico e altri provengono da tutto il governo federale – WikiLeaks, citando unrapporto di RSF , ha evidenziato che l’USAID finanziava oltre 6.200 giornalisti in 707 punti vendita di media e 279 ONG “mediatiche”, che comprendono il 90% dei reportage dall’Ucraina.

 

Secondo RSF, Repoter Senza Frontiere, il congelamento degli aiuti esteri da parte dell’amministrazione Trump – circa 268 milioni di dollari destinati a finanziare “media indipendenti e il libero flusso di informazioni” – ha “gettato nel caos il giornalismo in tutto il mondo”.

Quasi subito dopo l’entrata in vigore del blocco, le organizzazioni giornalistiche di tutto il mondo che ricevono finanziamenti americani hanno iniziato a contattare RSF esprimendo confusione, caos e incertezza. Tra le organizzazioni colpite ci sono grandi ONG internazionali che sostengono i media indipendenti, come il Fondo Internazionale per i Media di Interesse Pubblico, e piccoli media che servono il pubblico in condizioni di repressione in Paesi come l’Iran e la Russia.

I programmi USAID sostengono i media indipendenti in più di 30 Paesi, ma è difficile valutare l’entità del danno arrecato ai media globali. Molte organizzazioni esitano ad attirare l’attenzione per paura di rischiare finanziamenti a lungo termine o di subire attacchi politici. Secondo una scheda informativa dell’USAID, che nel frattempo è stata messa offline, nel 2023 l’agenzia ha finanziato la formazione e il sostegno di 6.200 giornalisti, ha assistito 707 testate giornalistiche non statali e ha sostenuto 279 organizzazioni della società civile del settore dei media dedicate al rafforzamento dei media indipendenti. Il bilancio degli aiuti esteri per il 2025 comprendeva 268.376.000 dollari stanziati dal Congresso per sostenere “i media indipendenti e il libero flusso di informazioni”.

Si noti l’uso ricorrente del termine “media indipendenti”.

Naturalmente, il rapporto di RSF e un altro della Columbia Journalism Review lanciano l’allarme sul “silenziamento dei media indipendenti” in tutto il mondo.

Il contesto critico che omettono, tuttavia, è che l’USAID, nonostante le migliori intenzioni al momento della sua creazione, è stata corrotta e trasformata in un fondo di fondi neri del Deep State USA. Inoltre non bisogna essere delle volpi per ricordare che,, normalmene, chi paga i suonatori sceglie la musica.

Credete veramente che USAid pagasse qualcuno per diffondere notizie e opinioni opposte a quelle di chi governava negli USA, per amore della “Libertà di parola”?

da qui

 

 

Il dibattito sul ruolo occulto dell’USAID, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale che l’amministrazione Trump vuole azzerare e porre sotto il controllo del Dipartimento di Stato, ha valicato i confini degli Stati Uniti. Sì, perché tale agenzia, ufficialmente istituita per gestire aiuti umanitari e assistenza in oltre 100 Paesi nel mondo con un budget di oltre 46 miliardi di dollari, è stata impiegata, nel corso degli anni, dallo stato di sicurezza americano per operazioni di destabilizzazione, “regime change” e ingerenza in Paesi stranieri. Come? Anche attraverso il finanziamento, diretto o indiretto, di media spacciati per “indipendenti”, agenzia stampa ed enti benefici ad esso collegati.

Dollari a media in tutto il mondo

Un’inchiesta del giornalista Lee Fang ha portato alla luce il controverso ruolo dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale nel finanziare testate giornalistiche e iniziative editoriali tutto il mondo, sollevando non poche domande sull’indipendenza e l’imparzialità di queste testate. 

Uno dei casi più emblematici citati da Fang riguarda Coda Story, un’organizzazione giornalistica con sede a New York che si occupa di “contrastare la disinformazione”, in modo particolare quella proveniente dalla Federazione russa. Un rapporto di audit ha rivelato che Coda Story ha ricevuto finanziamenti speciali dalla National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione non profit strettamente legata a USAID. Fondi impiegati per per sostenere le sue iniziative giornalistiche, il che solleva numerosi interrogativi sulla possibile influenza esercitata dai finanziatori sulla testata.

Un altro esempio significativo è quello dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP), un’organizzazione giornalistica investigativa nota per aver contribuito a scandali come i Panama Papers. L’OCCRP dipende in larga misura da finanziamenti del Dipartimento di Stato e di USAID. Come riportato da Ryan Grim, questi fondi governativi non sono privi di condizionalità: funzionari statunitensi avrebbero utilizzato il loro potere per influenzare decisioni editoriali e di personale all’interno dell’organizzazione. L’organizzazione ha ricevuto 11 milioni di dollari da agenzie statunitensi, di cui 5,7 milioni provenienti direttamente da USAID…

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lunedì 8 luglio 2024

Soccorsi che non arrivano e porti vessatori - Fulvio Vassallo Paleologo

 Malgrado le sconfitte nei tribunali, continuano i fermi amministrativi  delle navi umanitarie

 

  1. Nonostante i tribunali civili abbiano stabilito in diverse occasioni la illegittimità dei provvedimenti di fermo amministrativo, adottati sulla base del decreto Piantedosi (legge m.15/2023)nei confronti di navi delle Organizzazioni non governative che operano soccorsi nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale, le Autorità marittime dipendenti dal Ministero delle infrastrutture, e gli organi periferici del Ministero dell’interno, continuano a contrastare in ogni modo le doverose attività di ricerca e salvataggio (SAR) operate dalle navi del soccorso civile, ricorrendo ad ogni possibile pretesto per bloccarle in porto dopo averle costrette a raggiungere destinazioni “vessatorie”, inutilmente lontane dal luogo nel quale si sono effettuati i salvataggi.

Con il Decreto legge n.1 del 2 gennaio 2023, si prevedeva una nuova sanzione amministrativa in caso di mancata risposta alle informazioni richieste o di mancata ottemperanza da parte delle navi alle indicazioni impartite dalle “competenti” autorità marittime. Si ampliavano dunque i poteri di fermo amministrativo affidati ai prefetti nel caso di ingresso in porto di navi delle ONG che avessero svolto in modo continuativo attività di ricerca e salvataggio, magari senza farsi coordinare dalle “autorità competenti”, dunque quelle libiche, rispetto alle zone SAR di intervento, oppure operando una sequenza di soccorsi, trovandosi di fronte ad imbarcazioni in evidente stato di distress, senza dirigere immediatamente verso il porto di sbarco indicato dalle autorità italiane.

Successivamente, nel mese di giugno del 2023 il Tribunale amministrativo del Lazio decideva su due ricorsi proposti contro l’assegnazione di porti di sbarco “vessatori”, a notevole distanza dall’area nella quale venivano operati i soccorsi da parte di una organizzazione non governativa. Questo Tribunale legittimava le scelte del ministro dell’interno, respingendo il ricorso e affastellando una serie di motivazioni che andavano ben oltre la portata del caso esaminato, gettando ombre inquietanti sul futuro dei soccorsi in mare nel Mediterraneo centrale. Con le conseguenze che vediamo ancora oggi.

Le affermazioni incidentali del TAR Lazio sulla competenza (libica) nei soccorsi in acque internazionali rientranti nella cd. “zona SAR libica” e sulla pretesa competenza primaria dello Stato di bandiera ad indicare il porto di sbarco sicuro, sono adesso smentite da quanto rilevano i Tribunali civili con una serie di decisioni di annullamento, dopo decisioni di sospensione cautelare, dei provvedimenti di fermo amministrativo.

Le motivazioni più ricorrenti alla base di questi provvedimenti si ricavano da comunicazioni ricevute dalla sedicente Guardia costiera “libica” che, in stretto coordinamento con le autorità italiane, lamenta soccorsi operati dalle navi umanitarie che, procedendo con immediatezza al salvataggio dei naufraghi, come impongono le Convenzioni internazionali, avrebbero “impedito” intercettazioni da parte delle motovedette libiche e successive deportazioni verso i campi di detenzione dai quali gli stessi naufraghi erano riusciti a fuggire. Oppure, se i soccorsi avvengono più a nord, in quella zona SAR maltese che nessuno Stato costiero presidia, si inventa l’accusa che le navi delle ONG non avrebbero fatto rotta immediatamente verso il porto assegnato, magari in casi nei quali il comandante era obbligato a procedere ad altri soccorsi o quando le condizioni meteo impedivano il raggiungimento del porto asegnato dalla Centrale di coordinamento della Guardia costiera italiana (IMRCC).

 

  1. Negli ultimi giorni si sono verificati due episodi che confermano come si stia intensificando la guerra contro i soccorsi umanitari, ritardando attività di soccorso che si dovrebbero svolgere con la massima rapidità e stabilendo porti di sbarco troppo lontani. magari in presenza di burrasche rilevabili anche dalle previsioni meteo che tutte le autorità marittime dovrebbero utilizzare come base delle loro decisioni.

Giorno 30 giugno si è verificato un intervento della Guardia costiera italiana che gli operatori umantiari hanno definito tardivo. E in questa occasione una persona già in pessime condizioni di salute, prima di essere evacuata, è deceduta poco dopo il trasbordo sulla nave umanitaria, effettuato da un mezzo della Guardia costiera, che in precedenza aveva soccorso i naufraghi prelevandoli da un barcone in evidente situazione di distress (pericolo grave ed attuale). Dopo l’ombreggiamento del barcone da soccorrere, in navigazione verso le coste italiane (navigazione con sorveglianza a vista) affidato dalle autorità italiane alla Humanity 1, una attività di scorta per 30 miglia circa, durata alcune ore, assetti della Capitaneria di Porto hanno poi raggiunto il peschereccio e proceduto all’evacuazione dei naufraghi, ”a ridosso”, in una area esente dal mare ‘formato’ , trasbordandoli quindi sulla nave umanitaria. Secondo gli scarni comunicati ufficiali, le operazioni SAR hanno avuto luogo per tutta la notte di sabato 29 giugno fino all’alba del giorno successivo, a 30 miglia Est-Sud est di Siracusa. Era stata quindi la Guardia Costiera, con il supporto di una Nave Militare, a coordinare la nave umanitaria nelle operazioni di soccorso ed a decidere modalità e tempi di intervento. Per questa ragione l’assegnazione del porto di Catania era un “atto dovuto” che non interrompe, come i fatti dimostrano, l’assegnazione di porti vessatori, sempre più distanti, alle navi del soccorso civile.

Secondo Sos Humanity, come riporta l’ANSA, la nave della ONG aveva ricevuto una chiamata di soccorso già sabato 29 pomeriggio attorno alle 17,30 e su indicazione delle autorità italiane si era immediatamente diretta verso il barcone in difficoltà, arrivando nell’area dei soccorsi attorno alle 23. Il centro di coordinamento dei soccorsi maltese non avrebbe fornito il coordinamento dovuto, almeno per quanto risulta, finchè il mezzo si trovava nella zona SAR maltese. Mentre il centro italiano di coordinamento (IMRCC) incaricava il comandante della nave umanitaria di fare una prima “valutazione” del caso, senza intervenire immediatamente. Secondo quanto riferito da SOS Humanity, “unità italiane sono sul posto, ma non prestano soccorso. Perché? Il nostro equipaggio non riceve informazioni. Sarebbe importante sapere quante persone ci sono a bordo, se ci sono emergenze mediche o persone particolarmente vulnerabili e in che condizioni si trova la barca. Perché restare all’oscuro?». Solo alle 5.30 di domenica. la guardia costiera italiana avrebbe soccorso finalmente le persone in difficoltà per trasbordarle successivamente sulla Humanity 1. Secondo quanto comunicato dalla ONG, “Un uomo è morto. Testimoni riferiscono che è morto dopo dolori prolungati tra l’1 e le 2 del mattino, mentre quattro navi erano sul posto. Perché c’è stato un ritardo così lungo? Queste domande hanno bisogno di risposte. Ogni essere umano merita che la sua morte non venga accettata senza essere messa in discussione”. Risposte che devono ancora arrivare, nonostante questa volta le autorità italiane abbiano assunto il coordinamento, garantendo lo sbarco a Catania, dunque nel porto sicuro più vicino (o quasi), come è imposto dalle Convenzioni internazionali.

Come replica alle gravi accuse di SOS Humanity, la stessa autorità marittima ha poi sostenuto che nessuno avrebbe comunicato la situazione di grave emergenza nella quale si trovava il naufrago poi deceduto. A sostegno della sua tesi, la Guardia costiera ha comunicato che le condizioni del mare, domenica 30 giugno 2024, con onde che avrebbero raggiunto l’altezza di 2,5 metri, avrebbero impedito un trasbordo più rapido.

Per la Guardia costiera “le operazioni di salvataggio si sono svolte alle prime luci dell’alba del giorno 30 a causa delle condizioni meteo marine particolarmente avverse presenti in zona durante la notte (onde fino a 2,5 metri), che non avevano consentito il trasferimento in sicurezza dei numerosi migranti presenti a bordo dell’unità che nel frattempo perseguiva la sua navigazione verso le coste della Sicilia Orientale a 7 nodi scortata da due unità della guardia costiera ed una della Marina militare”. Inoltre, si aggiunge, “nessuna comunicazione era giunta alla centrale operativa della guardia costiera, né alle unità presenti in prossimità del peschereccio, circa la presenza a bordo di una persona in gravi condizioni di salute che necessitasse di un trasbordo immediato”.

Al riguardo non rimane che rinviare all’archivio storico dei bollettini Meteomar della Marina militare per rilevare quali fossero davvero, nei giorni dei due eventi di soccorso, le condizioni meteomarine. Certo, possono sempre influire le condizioni locali, come i fondali o la prossimità alla costa, come avrebbe dovuto insegnare la tragedia di Steccato di Cutro, ma sembra davvero difficile che il mare fosse tanto agitato da impedire trasbordi immediati domenica 30 giugno, quando la Humanity 1 ha operato il soccorso dopo l’intervento di una motovedetta della Guardia costiera, e invece si fosse calmato improvvisamente due giorni dopo, quando ad un’altra nave umanitaria, la Louis Michel, si voleva imporre di navigare fino a Pozzallo, in realtà a quel punto in condizioni proibitive, per sbarcare i naufraghi che aveva a bordo. Semmai è vero proprio il contrario: il mare era più calmo sabato prima che lunedì arrivasse la burrasca di maestrale che ha spazzato il Canale di Sicilia. In ogni caso spetterà all’autorità giudiziaria accertare tutte le comunicazioni intercorse tra la Humanity 1 e le navi militari coinvolte nelle attività di ricerca e salvataggio.

 

  1. In realtà il mare, che già era abbastanza mosso domenica 30 giugno, aumentava davvero nella giornata di lunedì primo luglio, fino a raggiungere forza di burrasca quando la stessa Guardia costiera italiana ordinava alla Louise Michel, che aveva soccorso 36 naufraghi (tra cui 17 minori non accompagnati) nelle acque internazionali della cd. zona SAR libica, a 29 miglia nord di Zawia, di fare rotta sul porto di Pozzallo, senza entrare a Lampedusa, come invece le condizioni meteo-marine imponevano, e come poi il comandante era costretto a fare, per non mettere a rischio naufraghi ed equipaggio. Per quell’ingresso, forzato dalle condizioni meteo, nel porto di Lampedusala Louise Michel è stata bloccata per venti giorni con un nuovo provvedimento di fermo amministrativo. Secondo il comandante della nave, “le previsioni meteo non garantivano un viaggio sicuro in Sicilia e abbiamo deciso di approdare a Lampedusa”, e aggiunge: “Questo gioco politico con le persone in cerca di sicurezza deve finire”.

Si ritornerà quindi davanti ad un tribunale, ma la decisione sulla sospensione del fermo amministrativo potrebbe arrivare quando sarà scaduto il termine di venti giorni durante i quali, come sta avvenendo ancora in queste ore, le condizioni del mare o l’assenza di coordinamento, nella vastssima zona SAR maltese a sud di Lampedusa, potrebbero comportare altre perdite umane. E intanto i libici avranno via libera per altre incursioni in acque internazionali, che si definiscono come intercettazioni, piuttosto che attività di ricerca e salvataggio, e si concludono inevitabilmente con la deportazione e la detenzione arbitraria. Con il plauso degli attuali governanti italiani, anche se è evidente il ritmo quotidiano delle violazioni dei diritti umani delle persone migranti sballottate tra la Libia e la Tunisia, o intrappolate nei centri di detenzione libici in mano alle milizie ed ai trafficanti. Che continuano a prosperare, malgrado i proclami sul Piano Mattei per l’Africa, sul ruolo della missione europea IRINI e di Frontex, e sulla collaborazione italiana, anche attraverso attività coperte, ed europea, con la sedicente Guardia costiera “libica”.

Siamo dunque in presenza dell’ennesimo provvedimento di fermo amministrativo che, oltre a risultare illegittimo per le ragioni che già i Tribunali hanno accertato in altri analoghi casi, adottando misure cautelari sospensive e decisioni di annullamento, appare in contrasto con i più elementari principi di umanità e di solidarietà, oltre che con le Convenzioni internazionali che antepongono la salvaguardia della vita umana in mare, a tutte le disposizioni, nazionali o unionali, che mirano al contrasto dell’immigrazione irregolare.

da qui

mercoledì 22 maggio 2024

Legge della trasparenza sulle ingerenze straniere nel Paese, in Georgia



la Legge della trasparenza sulle ingerenze straniere nel Paese, uno scandalo della Georgia, dicono i giornalisti che trasmettono le bugie del Potere, urlando che è una legge pro-russa.

sarà che migliaia di ONG in Georgia sono finanziate dalla CIA, meglio non si venga a sapere, se si sapesse ufficialmente sarebbe un vantaggio per a Russia?

esiste negli Usa una legge dal 1938, il Foreign Agents Registration Act, qui il sito.

sarà una legge pro-russa?

il disperato e indecente Occidente collettivo (cioè gli Usa, e i loro vassalli) esporterà la democrazia con una rivoluzione colorata guidata dalla CIA?




La Georgia in bilico - Giacomo Gabellini

Nella seconda metà degli anni ’90, l’allora presidente georgiano Edvard Ševardnadze attuò una politica di apertura alle agenzie straniere destinata a condizionare profondamente gli orientamenti politici ed economici del Paese. Al punto che, nell’arco di un trentennio scarso, la Georgia – popolata da poco più di tre milioni di abitanti – è arrivata ad annoverare oltre 25.000 Organizzazioni Non Governative (Ong) in il cui bilancio dipende pressoché integralmente dai finanziamenti erogati dai grandi donatori occidentali sia pubblici che privati. I quali, oltre ai fondi, garantiscono accesso alle ambasciate e più in generale agli uffici di rappresentanza statunitensi ed europei, assicurando alle Ong notevole una influenza politica decisiva ma svincolata da qualsiasi responsabilità nei confronti dei cittadini.

A partire dal 2003, sulla scia della cosiddetta Rivoluzione delle Rose guidata da Mikheil Saakašvili, avvocato e ministro della Giustizia sotto Ševardnadze formatosi presso la Columbia University e la George Washington University, decine di professionisti alle dipendenze delle principali Ong cominciarono ad assumere rapidamente il controllo del governo e della macchina statale, colonizzando segmenti cruciali del comparto pubblico quali sanità, istruzione e giustizia e definendo gli indirizzi in materia di sviluppo del settore privato. Di conseguenza, la Georgia è andata trasformandosi in una sorta di laboratorio deputato alla sperimentazione dei progetti di riforma concepiti all’estero, finanziati da fondi stranieri e appaltati alle Ong locali. Come evidenziano le specialiste Almut Rochowanski e Sopo Japaridze, «la situazione è in pratica più o meno questa: un’importante agenzia di aiuti allo sviluppo o un finanziatore internazionale, ad esempio l’Usaid, la Commissione Europea o la Banca Mondiale, ha ideato un nuovo modello per la riforma dell’istruzione, che ora prevede di implementare non solo in Georgia, ma in genere in tutta una serie di Paesi. Per dotarla di una patina di partecipazione comunitaria, l’agenzia umanitaria incarica le Ong georgiane di svolgere il lavoro quotidiano: introdurre questo o quel nuovo modo di fare le cose a funzionari, insegnanti e dirigenti scolastici così da istruirli alle nuove competenze di cui presumibilmente avranno bisogno. Nessuno chiede agli insegnanti, ai genitori, agli studenti o, del resto, all’elettorato in generale, di cosa hanno bisogno e cosa vogliono e come potrebbero migliorare le cose. Le persone si sentono inascoltate, ignorate, trattate con condiscendenza – e anche inadeguate quando non riescono a raggiungere i parametri di riferimento imposti da questo “nuovo corso”».

Sogno Georgiano, la compagine politica al potere dal 2012, risulta perfettamente integrato nel sistema “Ong-centrico” messo in piedi da Ševardnadze e Saakašvili, perché al pari dei maggiori partiti d’opposizione si compone per lo più di politici formatisi – solitamente in giurisprudenza – nelle maggiori università statunitensi ed europee, con all’attivo incarichi presso le Nazioni Unite, le agenzie internazionali e, soprattutto, le Ong locali. Le quali rappresentano una vera e propria corsia preferenziale per l’ottenimento di elevati livelli di remunerazione, viaggi all’estero, ricevimenti nelle ambasciate, ecc. Si tratta di un formidabile ascensore sociale, di gran lunga più efficace rispetto a quello garantito dall’insegnamento accademico o dall’esercizio di professioni legate all’ambito pedagogico, giuridico, medico e scientifico. I curriculum dei rappresentanti di punta di Sogno Georgiano, dei partiti d’opposizione e degli amministratori delle Ong finanziate dall’estero risultano in molti casi sovrapponibili, e questo spiega la comune vocazione “europeista” e l’identica propensione per una gestione del potere di stampo tecnocratico e liberista. Lo si evince dalle vicissitudini attraversate dall’Economic Liberty Act (Ela), una legge fondamentale introdotta nel 2011 sotto la presidenza di Saakašvili che proibisce l’innalzamento delle aliquote fiscali e l’applicazione pratica del concetto di tassazione progressiva, ponendo allo stesso tempo un tetto massimo alla spesa pubblica pari al 30% del Pil. L’Ela è rimasto regolarmente in vigore nell’arco dei dodici anni in cui Sogno Georgiano è rimasto al governo, conformemente alla raccomandazioni di Transparency International Georgia, potentissima Ong attualmente schierata in prima linea contro il governo.

In presenza di una cristallizzazione degli assetti interni tanto consolidata, l’oggetto del contendere tra le varie cordate non può che riguardare l’assunzione più o meno diretta delle redini del governo. È in questa luce che sembra maggiormente proficuo leggere le attuali turbolenze politiche sorte riguardo alla cosiddetta legge sulla “influenza straniera”, frutto di una rielaborazione della legge sugli “agenti stranieri” presentata senza successo nella primavera del 2023. La quale impone a grandi mezzi di comunicazione e associazioni che ricevono dall’estero più del 20% dei propri fondi di registrarsi in un apposito elenco e inviare al Ministero degli Interni la relativa documentazione finanziaria, pena una sanzione corrispondente a circa 10.000 dollari. L’iniziativa scaturisce dall’intenzione dei rappresentanti di Sogno Georgiano di assestare un colpo potenzialmente definitivo alla nebulosa di Ong collegate al precedente governo imperniato sul Movimento Nazionale Unito di Saakašvili, che si avvalgono sistematicamente della propria influenza per acquisire potere a scapito della compagine a capo dell’esecutivo. «Da circa cinque anni – spiegano Rochowanski e Japaridze – costoro negano la legittimità del governo e ne chiedono la cacciata, e non solo sostenendo l’opposizione alle elezioni, che già oltrepassa i limiti etici per le organizzazioni non governative (e ancor più quando sono finanziate da stati esteri). Si agitano per un cambiamento rivoluzionario del potere al di fuori dei processi democratici e costituzionali. In precedenza, avevano chiesto di essere messi al potere come governo tecnico, ma poiché nessuno (certamente non l’elettorato georgiano) ha accettato questa offerta, si sono avventurati in proteste di piazza e hanno preso d’assalto il Parlamento e gli edifici governativi. Esercitano anche pressione sull’Unione Europea e sugli Stati Uniti per sanzionare i leader di Sogno Georgiano […]. Gli attivisti in Georgia sanno fin troppo bene cosa ci si aspetta da loro e quali comportamenti sono puniti e premiati: essere critici nei confronti del governo su Facebook ti farà guadagnare notevoli sovvenzioni […]. Qualche anno fa, quando i donatori occidentali consideravano Sogno Georgiano un prezioso alleato, dicevano agli attivisti georgiani di smetterla di criticarli. Ora vogliono che gli attivisti si schierino contro Sogno Georgiano. I donatori monitorano anche i profili dei social media degli attivisti e possono esserci conseguenze per la pubblicazione di cose sbagliate».

La legge sulla “influenza straniera” concepita in un’ottica di regolamento di conti interno ha in altri termini prodotto una pericolosa convergenza di interessi tra Ong connesse alle forze d’opposizione, sovvenzionatori internazionali e cancellerie occidentali. A partire da quella di Bruxelles, prontissima a vincolare il processo di adesione alla Georgia all’Unione Europea all’abbandono del provvedimento su cui il governo di Tbilisi ha investito gran parte del capitale politico a propria disposizione. I principali rappresentanti istituzionali dell’Unione Europea continuano a sottolineare l’incompatibilità della legge sulla “influenza straniera” con non meglio specificati “valori europei”, mentre i ministri degli Esteri di Estonia, Lituania e Islanda hanno preso pubblicamente parte alle manifestazioni di protesta organizzate nei pressi del Parlamento georgiano dall’opposizione. Le loro “irruzioni” fanno seguito alla visita a Tbilisi di Michael Roth, che in qualità di presidente della commissione per gli affari esteri del Bundestag tedesco ha dichiarato che «siamo molto delusi perché stiamo combattendo per la Georgia nel suo lungo e accidentato cammino verso l’Unione Europea»…

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Georgia, la legge anti-ong non è così strampalata: perché la ritengo legittima - Paolo Ferrero

In questi giorni il parlamento georgiano ha approvato 84 voti a 30 – in terza lettura – una legge che obbliga le organizzazioni non governative e i media che ricevono più del 20% dei loro finanziamenti dall’estero a registrarsi come organizzazione che promuove gli interessi di una potenza straniera. Si prevede una multa per aver evaso la registrazione.

Questa legge serve a rendere evidente un fenomeno inaccettabile per qualunque democrazia e cioè che associazioni lautamente finanziate dall’estero possano presentarci come espressione della società civile e nel contempo operare per conto terzi a modificare o sovvertire la situazione del paese. Non si tratta quindi a mio parere di una legge così strampalata, soprattutto in un paese come la Georgia che su poco più di 3 milioni di abitanti vede la presenza di ben 25.000 Organizzazioni Non Governative (ong) di cui il 90% riceve finanziamenti dall’estero… Eppure l’Unione Europea ha preso posizione attraverso numerosi suoi esponenti contro questa legge che viene bollata come “russa”.

Ad esempio, l’Alto rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue Josep Borrell in una dichiarazione co-firmata con la Commissione europea, ha affermato che la legislazione è contraria alle ambizioni di adesione della Georgia all’Ue e dovrebbe essere eliminata nella sua interezza.

“L’adozione di questa legge ha un impatto negativo sul cammino della Georgia verso l’Ue. La scelta della strada da seguire è nelle mani della Georgia – si legge nella nota – Esortiamo le autorità georgiane a ritirare la legge, a mantenere il loro impegno verso il percorso di adesione all’Ue e a portare avanti le riforme necessarie”.

Contro l’adozione di questa legge vi sono state varie manifestazioni popolari culminate nell’assalto al parlamento georgiano che è stato anche fatto oggetto di lancio di bottiglie molotov. A queste manifestazioni si sono unite ieri anche i ministri degli esteri di Estonia, Lituania e Islanda, determinando la modifica della coreografia, con l’inserimento dell’inno d’Europa nelle manifestazioni. In pratica ministri degli esteri di alcuni stati europei stanno partecipando a manifestazioni contro il legittimo Parlamento della Georgia perché questo vuole rendere trasparenti i finanziamenti esteri che arrivano alle organizzazioni non governative del paese…

La vicenda può apparire surreale perché è del tutto evidente che la scelta del Parlamento georgiano di rendere pubblici i finanziamenti esteri delle numerosissime ong presenti e operanti in Georgia non solo è del tutto legittima ma ricalca leggi presenti in moltissimi paesi, tra cui una approvata dagli Stati Uniti d’America nel lontano 1938…

La vicenda appare meno surreale se si fa memoria al 2014: in Ucraina, a Kiev, sull’onda di un movimento del tutto simile a quello georgiano, avvenne un colpo di Stato che destituì il presidente legittimamente eletto e lo sostituì con un personaggio benvisto negli ambienti della Nato e degli Usa. L’esito di quel golpe lo vediamo oggi nella guerra del Donbass.

Due differenze sono però significative con l’Ucraina di dieci anni fa. La prima è che non esiste in Georgia un partito nazista come Pravyj Sector che a Kiev prese parte all’assalto armato del Parlamento. La seconda è che certe operazioni riescono una volta ma poi hanno difficoltà a ripetersi: la gente si sveglia… Negli anni 60 e 70 per sovvertire le democrazie sono stati usati i colpi di Stato. Poi sono diventati impopolari e sono stati sostituiti da golpe bianchi fatti dalla magistratura: leggo così “l’operazione lava jato” (operazione autolavaggio) in Brasile che è stata alla base della destituzione della legittima presidente del Brasile Dilma Rousseff e dell’arresto – prima che venisse rieletto dal volto popolare – del presidente Lula.

L’ultima scoperta dei potentati occidentali sono state le rivoluzioni colorate – largamente finanziate dall’estero – di cui l’Ucraina ha rappresentato il caso di maggior successo. In Georgia la maggioranza della popolazione si è resa conto che chi assalta il Parlamento per impedire che una legge renda trasparenti i finanziamenti esteri alle varie organizzazioni forse ha qualcosa da nascondere…

Parlo di questa situazione georgiana perché l’Unione Europea ha preso posizione contro questa legge ed ha minacciato la Georgia di non proseguire nel percorso di entrata nell’Unione, ma non ha assunto una posizione formale contro la legge in questione. Per farlo avrebbe dovuto raccogliere il consenso di tutti i leader europei, compreso quel Robert Fico, primo ministro slovacco che mercoledì sera è stato sparato da un vero liberale filo occidentale, suo oppositore politico. I vertici dell’Unione Europea sapevano che il consenso di Fico non l’avrebbero avuto e per questo stanno facendo pressioni – con le rivolte – sul parlamento georgiano.

Fa abbastanza impressione che un paese venga minacciato di non essere accolto nell’Unione Europea perché pretende di sapere se le organizzazioni presenti sul suo territorio sono finanziate dall’estero. Fa abbastanza impressione che un leader di un paese europeo venga sparato perché non genuflesso alla Nato. Fa altrettanta impressione che Chef Rubio venga aggredito da una squadraccia fascista a causa della sua denuncia del genocidio che lo stato di Israele sta portando avanti da mesi ai danni del popolo palestinese a Gaza.

Una, due, tre, troppe stranezze. Una, due, tre, troppa distanza tra le notizie dei telegiornali e la realtà. Una, due, tre cose che ci parlano di una mefitica puzza di regime, di cui non fa parte solo la Meloni ma il complesso delle classi dominanti italiane ed europee. Di cui liberarsi il prima possibile.

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GEORGIA: chi sono e cosa fanno le ONG nel Paese - Enrico Vigna

Dopo l’approvazione definitiva della legge della trasparenza sulle ingerenze straniere nel Paese, si sono scatenate nella capitale Tblisi manifestazioni violente e tentativi di assalti al Parlamento. Gli oppositori della legge, filo europeisti e sostenuti dall’Occidente, era già da aprile che protestavano. In realtà quanto sta accadendo è una vera e propria “Rivoluzione colorata”, progettata e pianificata nelle capitali europee. Ricordo che in Georgia, già nel 2003 ci fu il tentativo della prima “rivoluzione colorata” in Europa, poi fallita. Poi quella, vincente del 2012. Un dato è certo: il paese è ormai spaccato in due e il rischio di una nuova “EuroMaidan” è reale.

Gli Stati Uniti e il Parlamento europeo hanno messo la Georgia nel mirino dei giochi destabilizzanti l’Europa orientale. Poche ore dopo l’approvazione della legge al Parlamento georgiano, USA e UE,  calpestando sovranità e indipendenza di un paese, hanno immediatamente criticato duramente questa legge, insieme alla presidente del paese Salomè Zurabishvili, che ha promesso di porre il veto, seppur inutile. Da quel momento, sono cominciati scontri e tentativi di assalti alle istituzioni statali, che hanno coinvolto alcune migliaia di persone, la polizia ha dovuto usare idranti e spray al peperoncino per fermarle. Gli organizzatori erano i partiti dell’opposizione e rappresentanti di movimenti giovanili filo europei e ONG filo-occidentali.

La presidente georgiana Zurabishvili ha definito la legge “russa” e ha detto che non la firmerà, questa affermazione non veritiera è solo funzionale e utilizzata per esacerbare gli animi e fomentare forme di russofobia e divisione del paese. Infatti, la legge sugli agenti e le ingerenze stranieri in Georgia, è molto più permissiva che in molti altri paesi. Essa richiede solo la dichiarazione dei fondi delle organizzazioni che ricevono più del 20% dei finanziamenti dall'estero, mentre in Stati Uniti, Francia o Polonia e in altri paesi l'occultamento di entrate dall'estero è punibile penalmente.

Tra l’altro gli Stati Uniti, che sono tra i più infervorati sostenitori degli oppositori a questa legge, non dicono a questi ,che essi  sono stati i primi a tutelare e proteggere la propria “tutela e controllo politico interno”, infatti è dal lontano 1938 che negli USA è in vigore la legge sugli agenti stranieri, e, come ha detto il primo ministro della Georgia “…fino ad ora, nessuno ha preso in considerazione la possibilità di condannare la legge sugli agenti stranieri in vigore negli Stati Uniti…le autorità georgiane hanno solo l’obiettivo di rafforzare la sovranità della Georgia…”.

Tra l’altro la disonestà statunitense e la strumentalità politica è palese nella dichiarazione che vale mille analisi, l'ex ambasciatore americano, Kelly Degnan parlando circa la necessità di fermare questa legge sulla trasparenza ha dichiarato: "…Non ho letto questo testo e non lo leggerò, ma vi ribadisco che è russo…".

Ma anche il presidente dell’Ucraina Zelensky noostante i suoi problemi non piccoli, è sceso in campo augurando”… alla Georgia la stessa “vittoria” che l’Ucraina ha ottenuto dopo la rivoluzione di Maidan nel 2014….”. Le proteste a Tbilisi hanno un certo sentimento “pro-ucraino”, infatti in piazza sventolano bandiere ucraine, cantano l’inno ucraino, e questo è estremamente ridicolo, dato che dal 2014…le leggi dei golpisti di Kiev, sono basate sul divieto di attività straniere nel paese…escluse naturalmente quelle di NATO e paesi occidentali.

Casualmente tutte le manifestazioni si sono scatenate, dopo che il presidente del partito al governo, “Sogno Georgiano”, Irakli Garibashviliin una intervista in aprile, ha dichiarato di dubitare della necessità incondizionata di aderire all'UE, e dell’importanza per lo sviluppo del paese, di restare interni alle progettualità della “Silk Road”. …L'Unione europea non vuole ancora accettare la Georgia come membro, ma la nostra Repubblica non è ancora pronta per questo, ci sono dubbi sulla necessità di aderire all'UE…”, aveva ha detto ai giornalisti Garibashvili, nel corso di una riunione allargata della maggioranza parlamentare.

Inoltre il governo di Tblisi, nonostante i consueti ricatti, pressioni, minacce, ha mantenuto la sua posizione iniziale, di non sostenere le sanzioni contro la Russia e di non fornire sostegno militare all’Ucraina, come posizione di neutralità e contributo a soluzioni di pace,

Tutto questo, in tempi di contrapposizioni frontali, di logiche belliciste e di conflitti geopolitici, ha fatto sì, che ora la partita “NATO contro resto del mondo”, abbia a Tblisi  un nuovo fronte di scontro, con conseguenze non prevedibili e non certo pacifiche.

CHI sono, cosa fanno le ONG finanziate dall’occidente.

La Banca asiatica di sviluppo, in una relazione sullo stato della società civile in Georgia, aveva indicato che non esiste una legislazione speciale sulle organizzazioni non profit o non governative nel paese, iscritte nel registro generale delle imprese, e a partire dal 2019, c'erano dodicimilaottocento organizzazioni senza scopo di lucro in questo elenco. Allo stesso tempo, la maggioranza assoluta di tali organizzazioni si basa su finanziamenti stranieri.

Le organizzazioni non governative e i loro membri hanno sempre svolto un ruolo politico destabilizzatore, non solo nella “Rivoluzione della Rosa” del 2003, quando l’attuale indagato Mikhail Saakashvili salì al potere con il sostegno delle banche, ma anche nel 2012, quando l’attuale partito al governo “Sogno georgiano” vinse le elezioni. 

   

Alcuni anni fa, anche in Georgia, è stata istituita una nuova forma rivolta a queste organizzazioni ONG: la CSO - organizzazione della società civile, cioè organizzazione pubblica, riferendosi  alla natura giuridica di queste organizzazioni: non governative e non commerciali.

Nella registrazione giuridica sono registrate così:

·         portare vantaggi ai semplici cittadini

·         tutelare i diritti dei cittadini

·         creare opportunità per ricevere un’istruzione non formale

·         controllare lo smaltimento dei budget governativi

·         fornire servizi sanitari e sociali ai gruppi vulnerabili

·         protezione delle opere del patrimonio culturale

·         creare modelli per la riforma dell’istruzione e della sanità

·         promuovere una vita umana dignitosa e paritaria

·         proteggere la libertà di parola

·         smascherare la disinformazione

·         opposizione alla presenza russa, intesa come straniera nel paese…ecc. ecc.

Le loro attività sono suddivise in diversi gruppi di lavoro.

Uno dei gruppi è rappresentato dalle organizzazioni “watchdog”. Queste sono dedite al monitoraggio di quasi tutte le aree dell'attività governativa. Ad esempio, l'allocazione dei budget, i risultati, l’utilizzo dei fondi pensione, la politica degli appalti, il monitoraggio dell'applicazione della legislazione, le liste elettorali e le elezioni, la tutela dei “diritti umani” e così via. Queste organizzazioni sono note al pubblico poiché i risultati dei loro monitoraggi attirano molta attenzione e sono potenti a livello mediatico. In questo lavoro ci sono l'Istituto per lo sviluppo della libertà d’informazione, l'Associazione dei giovani avvocati della Georgia, il Centro per i diritti umani, l'International Transparency-Georgiaecc.

Ci sono poi le organizzazioni analitiche, i cosiddetti “Think tank”, che appartengono al secondo gruppo di attività. Questo contribuisce alla “formazione dell'opinione pubblica”, mettendo a disposizione  della cosiddetta  “società civile” e alle forze politiche di opposizione o filo europeiste, modelli, opinioni, ricerche, soluzioni alternative al problema sui temi più importanti per il Paese. Dalla progettualità nei confronti degli impianti energetici o idroelettrici, a come favorire la riforma sanitaria (leggasi privatizzazioni) o elettorale ( leggasi sovvertimento interno), a come ipotizzare quali dovrebbero essere forme di “autogoverno” in Georgia, ecc. Tutti temi poco politici… Impegnati su questo fronte ci sono organizzazioni come l’Istituto della società civile, il Centro di ricerca e sviluppo strategico della Georgia, la Fondazione georgiana per la ricerca sulla strategia e le relazioni internazionali, ecc. 

Un terzo tipo di gruppo di lavoro è quello dedito alla “fornitura di servizi”.  Che consiste nel fornire vari servizi alle organizzazioni della “società civile”, nei campi della disabilità, delle scuole materne e degli asili nido, sul territorio, nel disagio giovanile, ecc ecc. Queste non sono molto conosciute nella società e sono quasi in secondo ordine, le più note e attive sono Social Therapy House, First Step, Temi Kedel, ecc. 

Un quarto gruppo si rivolge a organizzazioni comunitarie (Community Based Organization). In questo campo le attività sono rivolte alle comunità etniche, geografiche o delle minoranze locali. Le più note sono Laboratori Nukrian, Toliskur, Organizzazione della comunità Rachi e così via.

Naturalmente, tutte queste organizzazioni sono scese in piazza contro la legge sulla trasparenza, con la motivazione che questa danneggia la prospettiva di un futuro sviluppo democratico della Georgia, limita la libertà dei media e l’espansione mediatica pluralistica, e minaccia il processo di integrazione euro-atlantica del paese. Eccone alcune in prima linea nelle proteste: Trasparency international – Georgia, Agenzia per lo sviluppo civile (CIDA), Società Internazionale per Elezioni Giuste e Democrazia (ISFED), Fondazione Open Society – Georgia, Associazione per le riforme georgiane (GRASS), Consiglio Atlantico della Georgia, Associazione degli agricoltori della Georgia, Centro di ricerca sulla politica economica (EPRC), Un'alternativa verde, Fondo per lo sviluppo dei media (MDF), Associazione delle Nazioni Unite della Georgia, Centro Regionale per gli Studi Strategici, Centro per il giornalismo investigativo e la difesa, Iniziativa democratica della Georgia, Istituto di Politica della Georgia, Voce dalla Georgia, Istituto per lo sviluppo della libertà di informazione (IDFI)…ecc.ecc…la lista è lunga centinaia di sigle

PERCHE’ questo accanimento furioso? Un vecchio adagio recita…”follow the money”…

In un prossimo articolo documenterò nel dettaglio questo aspetto, ma queste sono le maggiori Fondazioni o Istituti “umanitari”, che fanno piovere miliardi di dollari in Georgia alla “società civile”, leggasi ONG fedeli all’euroatlantismo:

USAIDAgenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, quella che ha le radici più profonde in Georgia. Le sue aree di competenza includono la politica energetica, i programmi agricoli, la proprietà intellettuale, i media e molte altre aree, secondo la fondazione, dal 1992 ha speso finora in Georgia 1,8 miliardi di dollari e ora stanzia circa 50 milioni di dollari all'anno per vari programmi. Sul sito web dell'USAID si legge che "questi programmi sostengono l'economia democratica e di libero mercato della Georgia e lo sviluppo orientato all'Occidente”. 

“Fondazione Soros”, USA, attiva ufficialmente in Georgia dagli anni '90 con nomi diversi. NED Fondo nazionale per la democrazia, USA, finanziatrice in particolare dell’ONG Aleko Elisashvili. EED, European Endowment for Democracy. L’IRI, International Republican Institute". L’NDI,  "National-Democratic Institute" .

Dalla Germania i soldi arrivano da"Fondazione Heinrich Biol", affiliata al Partito dei Verdi tedeschi, la "Fondazione Friedrich Ebert" legata al "Partito socialdemocratico", la "Fondazione Friedrich Naumann" associata al "Partito democratico libero", la "Fondazione Konrad Adenauer" è associata all'"Unione cristiano-democratica tedesca".

In Georgia arrivano stabilmente finanziamenti governativi alla “società civile”, anche da Svezia, Paesi Bassi e Gran Bretagna. La "Missione dell'Unione Europea in Georgia" ha una vasta rappresentanza e presenza.

E’ evidente e palese che questa isteria antigovernativa, non ha nessuna valenza di difesa di presunti diritti democratici, ma ha due obiettivi: il primo è che, attraverso un processo anche violento di “rivoluzione colorata”, riuscire a far destituire l’attuale governo ritenuto non sufficientemente affidabile per i piani geopolitici euro atlantici, e non certo perché rivoluzionario o sovversivo. Il secondo è legato alle preoccupazioni degli sponsor statunitensi, i quali con questa legge, dovranno trovare nuovi sistemi clandestini per finanziare e destabilizzare, che è ciò che le ONG occidentali amano farecome ha detto un analista georgiano “…È quindi naturale che gli americani siano pronti fino all'ultimo minuto, letteralmente scatenando anche violenza nelle strade, per lottare contro l'adozione di nuove leggi sugli agenti e le interferenze straniere…Agli occidentali non piace lavorare diversamente e non sanno come farlo. Per loro è fondamentale spacciare la loro attività come un moto di forze democratiche e con un finanziamento trasparente ciò non sarà più possibile…”La negazione del concetto “democratico” espresso dall’ex primo ministro georgiano Garibashvili: “ …Dibattiti e discussioni possono svolgersi in Parlamento, tutto il resto dovrebbe essere deciso alle elezioni…”.

Perché se si estendesse in altre regioni del mondo, gli Stati Uniti dovrebbero riconsiderare completamente le proprie politiche di penetrazioni illegittime e abbandonare l’uso del cosiddetto soft power.

A cura di Enrico Vigna, 20 maggio 2024

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