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martedì 15 luglio 2025

‘Ucraina offresi’ per l’ignoto dopoguerra - Ennio Remondino

                                                               (disegno di Notangelo)


Ricostruzione a guerra in corso che sta andando molto male. Armi e fondi subito per un Paese che ormai vive con le donazioni e con un esercito armato dai fondi di mille arsenali. Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, gli invitati (Italia in testa) con smodate mire economiche. Ma gli Usa di Trump vorrebbero prendersi tutto. l’Ucraina in bancarotta.

 

Ucraina in offerta al mercato di Roma

Per Volodymyr Zelensky è l’appuntamento decisivo, avverte Sabato Angieri, che senza remore denuncia: «Mentre gli altri invitati alla Conferenza di Roma sulla ricostruzione dell’Ucraina penseranno a come lucrare al meglio sulle future ceneri del suo Paese, per il presidente si tratta di ottenere armi e soldi ora». Difficile ci riesca, ma anche per lui personalmente rischia di essere l’ultima speranza.

Solidarietà o bramosie

Domanda chiave che resta irrisolta e che grava su qualsiasi soluzione futura: se la guerra dovesse durare ancora molto e gli ucraini continuassero ad acquistare armi a debito utilizzando il fondo sovrano istituito per l’Accordo sulle terre rare imposto da Trump, alla fine cosa resterà a parte le briciole?

Europa alla prova di esistenza

Per l’Europa non si tratta solo di investimenti, ma una dimostrazione di esistenza. Per questo Macron e Starmer (a differenza di Merz e Tusk) hanno snobbato la Conferenza di Roma e si sono invece riuniti nei pressi di Londra per organizzare un incontro dei «Volenterosi». Ora che la conferenza non si tiene in casa loro, ‘bisogna parlare di armi e di passi concreti, non di ricostruzione’. Ma che senso aveva negli equilibri interni europei questa separazione? «Di certo non riguarda l’Ucraina, non direttamente almeno, ma il modo in cui i nostri governanti vorrebbero disegnare un’Europa a propria immagine utilizzando la guerra con Putin solo come un pretesto», il severo Angeri.

Drammatica l’analisi del professor Emiliano Brancaccio

«Dire che l’iniziativa parte in salita è un eufemismo. Sul paese ancora piovono le bombe russe ed è un azzardo prevedere persino i suoi confini futuri. Ma soprattutto, c’è un problema finanziario a monte. Dopo tre anni e mezzo di aggressioni da parte dell’esercito di Putin e un’escalation militare a mezzo di debiti verso l’Occidente, di fatto l’Ucraina è in bancarotta», scrive sul Manifesto.

Il racconto diretto

La spesa militare del paese ammonta a circa 60 miliardi di dollari, oltre la metà della spesa pubblica e più di un terzo del Pil. A causa del boom militare e del crollo causato dalla guerra, il debito pubblico è più che raddoppiato: se un decennio fa non arrivava al 40%, oggi è destinato a superare il 100% del Pil.

Ucraina già conquistata dai ‘donatori’

Di questo debito, oltre due terzi sono in mano a creditori esteri: fondi privati per il 18%, FMI e Banca Mondiale per il 33% e, soprattutto, Unione europea per il 44%. Quando Trump ha preteso dall’Ucraina le terre rare in cambio delle armi americane, Zelensky ha tentato di obiettare che in origine le forniture militari Usa erano state concepite come donazioni. Ebbene, con la Ue quella obiezione non è neppure ammissibile. In genere noi europei non abbiamo donato, abbiamo prestato. Per giunta, gli interessi che l’Ucraina deve pagare ai creditori esteri non sono sempre a buon mercato. Emblematici sono i contratti di debito stipulati nel 2015. Quei prestiti sono agganciati al Pil, nel senso che impongono il pagamento di interessi molto alti ma solo se la crescita supera determinate soglie.

Debiti da usura

In effetti, nel 2023 il Pil ucraino è aumentato di oltre il 5%, il che ha fatto scattare l’obbligo di pagamento di interessi elevati. A prima vista sembra un accordo ragionevole: sei cresciuto molto, quindi puoi permetterti di pagare molto per il prestito. Il guaio è che la crescita del 2023 è solo una tipica, modesta ripresa successiva a un pesantissimo crollo: quello del 2022 causato dalla guerra, che aveva fatto precipitare il Pil ucraino di quasi 30 punti.

«Il rimbalzo del gatto morto»

Gli economisti, con metafora eloquente, lo chiamano «il rimbalzo del gatto morto». Il governo ucraino è stato già costretto a dichiarare l’ovvio: non può onorarli. Le cose non vanno molto meglio per gli altri contratti. Su tutti pende una spada d’incertezza: i dubbi sulle aspettative di crescita del paese, e il timore che questa si situi durevolmente al di sotto dei tassi d’interesse. La conseguenza sarebbe disastrosa: un debito che cresce più del reddito, fino a diventare insostenibile. Ecco perché Blackrock e gli altri investitori privati scalpitano per sfilarsi dal garbuglio ucraino. Meloni li supplica di fare almeno presenza alla cena di gala a Roma. Ma non basterà un pasto gratis per ammorbidirli. Le loro richieste per tornare in partita sono precise. Visto che non può pagare i debiti, all’Ucraina resta solo una via: liberalizzare per svendere.

Creditori privati?

Alla conferenza di Roma il governo italiano cercherà in tutti i modi di promuovere la soluzione dei creditori privati. Senza darlo troppo a vedere, però. Basti notare che sul sito ufficiale della conferenza è espressamente indicato l’obiettivo di «affrontare gli eccessi di regolamentazione sui mercati e sul mercato del lavoro». Mentre sul sito del nostro ministero degli esteri la frase viene tradotta con un più mite «semplificazione delle regole», senza attardarsi sui dettagli.

Tra Occidente e Russia chi si mangia di più d’Ucraina?

Sotto il fumo dei nascondimenti, comunque, l’arrosto verrà servito come si deve. Con un piatto forte a centrotavola: cancellare la “legge marziale” che aveva rinviato le bancarotte. In questo modo si faciliteranno le liquidazioni e le acquisizioni. In una fase di prezzi ai minimi, oltretutto. Come da richiesta, svendite a vantaggio dei capitali esteri.

Se la Russia punta a mangiarsi l’Ucraina coi massacri delle armi militari, l’Occidente ci prova con le sottigliezze delle armi finanziarie. Con mani sporche di sangue o con guanti bianchi, sempre di spartizione si tratta. Eppure Meloni farà di tutto per mostrare che i “volenterosi” per l’Ucraina sono innanzitutto “generosi”. La celebrata generosità dei creditori.

da qui

lunedì 23 giugno 2025

Israele chiagne e fotte

  


articoli di Gianni Lixi, Tomaso Montanari, Domenico Gallo, Sergio Labate, Francesco Masala, Ennio Remondino, Haggai Ram, Giorgio Ferrari, Riccardo Noury, Lorenzo Borrè, Michele Agagliate, Craig Mokhiber, Dalia Ismail, Antonio Castronovi, disegno di Notangelo (dossier a cura di Francesco Masala)

sabato 2 marzo 2024

I màrtiri di Gaza non smettono di crescere

 


articoli e immagini di Notangelo, Ilan Pappe, Paolo Voltolini, Piero Orteca, James North, Julian Macfarlane, Andrea Puccio, Raniero La Valle, Susan Abulhawa, Eric Salerno, Tommaso Di Francesco, Giulia Bertotto, Vittorio Bruni



È il buio prima dell’alba, ma il colonialismo di insediamento israeliano è alla fine – Ilan Pappe

L’idea che il sionismo sia un colonialismo di insediamento non è nuova. Gli studiosi palestinesi che negli anni ’60 lavoravano a Beirut nel Centro di Ricerca dell’OLP avevano già capito che quello che stavano affrontando in Palestina non era un progetto coloniale classico. Non inquadravano Israele solo come una colonia britannica o americana, ma lo consideravano un fenomeno che esisteva in altre parti del mondo, definito come colonialismo di insediamento. È interessante che per 20-30 anni la nozione di sionismo come colonialismo di insediamento sia scomparsa dal discorso politico e accademico. È tornata quando gli studiosi di altre parti del mondo, in particolare Sudafrica, Australia e Nord America, hanno concordato che il sionismo è un fenomeno simile al movimento degli europei che hanno creato gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica. Questa idea ci aiuta a comprendere molto meglio la natura del progetto sionista in Palestina dalla fine del XIX secolo ad oggi, e ci dà un’idea di cosa aspettarci in futuro.

Credo che questa particolare idea degli anni ’90, che collegava in modo così chiaro le azioni dei coloni europei, soprattutto in luoghi come il Nord America e l’Australia, con le azioni dei coloni che arrivarono in Palestina alla fine del XIX secolo, abbia chiarito bene le intenzioni dei coloni ebrei che colonizzarono la Palestina e la natura della resistenza locale palestinese a quella colonizzazione. I coloni seguirono la logica più importante adottata dai movimenti coloniali di insediamento, ossia che per creare una comunità coloniale di successo al di fuori dell’Europa è necessario eliminare gli indigeni del Paese in cui ci si è stabiliti. Ciò significa che la resistenza indigena a questa logica è stata una lotta contro l’eliminazione e non solo di liberazione. Questo è importante quando si pensa all’operazione di Hamas e di altre operazioni di resistenza palestinese fin dal 1948.

Gli stessi coloni, come nel caso di molti europei che arrivarono in Nord America, America Centrale o Australia, erano rifugiati e vittime di persecuzioni. Alcuni di loro erano meno sfortunati e cercavano semplicemente una vita e delle opportunità migliori. Ma la maggior parte di loro erano emarginati in Europa e cercavano di creare un’Europa in un altro luogo, una nuova Europa, invece dell’Europa che non li voleva. Nella maggior parte dei casi, hanno scelto un luogo in cui viveva già qualcun altro, i nativi. Quindi il nucleo più importante tra loro era quello dei leader e ideologi che fornivano giustificazioni religiose e culturali per la colonizzazione della terra di qualcun altro. A questo si può aggiungere la necessità di affidarsi a un Impero per iniziare la colonizzazione e mantenerla, anche se all’epoca i coloni si ribellarono all’Impero che li aveva aiutati e chiesero e ottennero l’indipendenza, che in molti casi ottennero e poi rinnovarono l’alleanza con l’Impero. Il rapporto anglo-sionista che si è trasformato in un’alleanza anglo-israeliana è un esempio.

L’idea che si possa eliminare con la forza il popolo della terra che si vuole, è probabilmente più comprensibile – non giustificata – sullo sfondo dei secoli XVI, XVII e XVIII, perché andava di pari passo con la piena approvazione dell’imperialismo e del colonialismo. Era alimentato dalla comune disumanizzazione degli altri popoli non occidentali e non europei. Se si disumanizzano le persone, è più facile eliminarle. L’aspetto unico del sionismo come movimento coloniale di insediamento è che è apparso sulla scena internazionale in un momento in cui le persone di tutto il mondo avevano iniziato a ripensare il diritto di eliminare gli indigeni, di eliminare i nativi e quindi possiamo capire lo sforzo e l’energia investiti dai sionisti e successivamente dallo Stato di Israele nel cercare di coprire il vero obiettivo di un movimento coloniale di insediamento come il sionismo, che era l’eliminazione dei nativi.

Ma oggi a Gaza stanno eliminando la popolazione nativa davanti ai nostri occhi, quindi come mai hanno quasi rinunciato a 75 anni di tentativi di nascondere le loro politiche di eliminazione? Per capirlo, dobbiamo apprezzare la trasformazione della natura del sionismo in Palestina nel corso degli anni…

continua qui

 

 

Il colonialismo e la Palestina – Paolo Voltolini

Mettiamola così: se della gente venisse a casa vostra un giorno, se avessero fucili, granate, bombe e dicessero: “Questa è casa nostra ora ma non preoccupatevi, siamo magnanimi potete vivere in soffitta o nel seminterrato e se volete spostarvi tra la soffitta e il seminterrato sarete soggetti a umilianti controlli, a perquisizioni corporali, qualcuno dei vostri magari sarà arrestato, di più, se vi troveremo in cucina vi uccideremo”, guardereste a questa gente con gentilezza? Pensereste che abbiano a cuore i vostri interessi? Pensereste che la risoluzione di partizione che vi ha concesso di vivere nel seminterrato o in soffitta quando prima avevate tutta la casa, sia una risoluzione buona e giusta? Certo che no! Accettereste di essere dipinti, stigmatizzati, rappresentati come terroristi o guerrafondai se volete battervi contro questa situazione che vi ha costretto in cattività nel vostro seminterrato, nella vostra soffitta? Certo che no.
Accettereste, come popolo cacciato dalle vostre case, dalle vostre terre, costretto in una parte sempre più piccola della Palestina, di fare la pace con quelli che occupano il soggiorno, la cucina, le camere e il bagno?

La lotta palestinese è la resistenza contro questo stato di cose, contro il fascismo razzista, colonialista e terrorista dello Stato di Israele, uno Stato fondato sull’assunto “una terra senza popolo per un popolo senza terra2, il che ha significato la totale negazione di chi già viveva in quelle terre.
La pulizia etnica del ’47-48 è la diretta conseguenza della mistificazione originaria operata dal Sionismo. Israele è uno Stato concepito su base etnica, sulla continua espropriazione di terra e risorse, sulla violenta, violentissima repressione di ogni istanza di liberazione palestinese. Il ricorso alla guerra, ai bombardamenti, a ogni forma di devastazione e di annientamento della vita dei palestinesi è sistematico, pianificato e, quel che è infame per ciò che ci riguarda, sostenuto ipocritamente dai suoi amici e alleati, Italia compresa e sempre in prima fila nell’assecondare e giustificare di fatto ogni azione, anche la più turpe.

Israele, lo vediamo da decenni, fa uso del terrore a piene mani, lo rivendica perfino legittimandolo col racconto biblico, il popolo eletto, la Terra promessa, il riferimento compiaciuto e paradigmatico allo sterminio di Amalek, fatto pubblicamente dallo stesso primo ministro israeliano.

La realtà viene ribaltata, il linguaggio oscenamente mistificato, l’anima venduta alla sporcizia di una storia scritta, narrata e imbevuta nel sangue degli oppressi, definiti di volta in volta animali, barbari, primitivi, senza anima, oggi terroristi. La disumanizzazione dell’altro, degli altri, è l’essenza di ogni colonialismo, che sia di rapina, sfruttamento, o di insediamento.

Noi occidentali riconosciamo lo sterminio degli ebrei avvenuto sul territorio europeo, abbiamo istituito la Giornata della memoria, i 6 milioni di vittime comprensive di ebrei, rom e Sinti, disabili, gay, oppositori politici, prigionieri di guerra, sono un macabro numero acquisito, interiorizzato, ma, badate bene, in quanto attribuibile alla follia nazionalsocialista del regime hitleriano. Concepito quest’ultimo come una mostruosa parentesi nel percorso di progressiva emancipazione della storia europea e non, viceversa, come la sua inconscia, mai ammessa e mai elaborata, ombra nera. Che invece si dispiega, con continuità, nel secolare colonialismo agito dal mondo anglosassone, da Francia, Germania, Olanda, Belgio, Spagna, Portogallo e, buona ultima, ma solo in termini cronologici, l’Italia. Quando parliamo di colonialismo, parliamo della linfa vitale di una modernità inestricabilmente legata alla rapina, ai massacri, agli stermini in ogni parte del globo.

Aime Cesaire scrive una riflessione illuminante in Discorso sul colonialismo:

“Bisognerebbe innanzitutto studiare in che modo la colonizzazione contribuisce a decivilizzare il colonizzatore, ad abbrutirlo nel vero senso della parola, a degradarlo, a risvegliare in lui quegli istinti reconditi di cupidigia, di violenza, di odio razziale, di relativismo morale e mostrare come, ogni volta che in Vietnam si taglia una testa o si strappa un occhio e in Francia lo si accetta; ogni volta che una ragazzina viene stuprata e in Francia lo si accetta; ogni volta che un malgascio subisce un supplizio e in Francia lo si accetta vi sia una conquista della civiltà che pende dal suo peso morto, il verificarsi di una regressione universale, l’infiltrazione di una cancrena, l’estendersi di un focolaio di infezione; e come in fondo a tutti i trattati violati, a tutte le bugie diffuse, a tutte le spedizioni punitive tollerate, a tutti i prigionieri legati e ‘interrogati’, a tutti i patrioti torturati, in fondo a questo incoraggiamento dell’odio razziale e dell’ostentazione dell’arroganza vi sia il veleno instillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento, ma sicuro, dell’imbarbarimento del continente. E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata improvvisamente da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori creano, si perfezionano, discutono intorno alle macchine di tortura. Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: ‘Com’è strano! Ma sì, è il nazismo, passerà anche questo!’. E si aspetta, e si spera; e si nasconde a se stessi la verità, che siamo di fronte alla barbarie, ma a una barbarie suprema, quella che corona e riassume la quotidianità di tutte le barbarie; che si tratta di nazismo, certo, ma che prima di esserne le
vittime ne siamo stati dei complici; che quel nazismo lo si è sostenuto prima di subirlo, lo si è assolto, si è chiuso un occhio, lo si è legittimato, perché, sino a quel momento, era stato esercitato con i popoli non europei; che quel nazismo lo si è alimentato, se ne è responsabili, e che sgorga, penetra, sgocciola, prima di inondare con le sue acque insanguinate tutte le fessure della civiltà occidentale e cristiana…”.

Il colonialismo di insediamento dello Stato di Israele si inserisce nella storia che, a partire dal 1492, contraddistingue il nostro mondo, la nostra civiltà. Non esiste una giornata della memoria sul colonialismo, nemmeno si immagina di parlarne, è come il quadro di Dorian Gray che deve rimanere nascosto sotto una tela, invisibile, ma che, una volta scoperto, mostra tutto il suo cuore di tenebra. In Occidente il colonialismo non è mai stato elaborato, mai guardato in faccia, mai davvero riconosciuto, al contrario sempre minimizzato, “gli abbiamo fatto le strade”, “italiani brava gente”, ecc. Questa è una delle ragioni per cui il nostro mondo mediatico-politico-accademico e militare non ce la fa proprio a dire la verità su Israele e le sue pratiche genocide. Anzi, ne è complice, a piene mani, naturalmente non solo per la ragione appena detta, vi sono consistenti motivazioni legate alla intensa collaborazione in diversi campi sensibili, sicurezza, controllo, sorveglianza, alta tecnologia, intelligenza artificiale e via dicendo. Insomma, la modernità, questo tipo di modernità e di progresso si sposa perfettamente con la guerra permanente. Vince il più forte, per gli altri lo spazio è ridotto.

Bene, questo spazio ridotto però non è vuoto, al contrario, per chi vuole guardare e ascoltare attentamente, empaticamente, è pieno della dignità del popolo palestinese, del suo orgoglio, della sua determinazione. Dignità, orgoglio, determinazione, come forma di lotta, di resistenza, di speranza dei popoli oppressi. Dice benissimo una compagna: “Chi vuole vedere una Palestina pacifica dovrà parlare prima di tutto di una Palestina libera”.

da qui



sabato 17 febbraio 2024

Se il mondo diventasse tutto occidentale…

 ...dove andrebbe a nascere il sole? (J. Baudrillard)

articoli, video disegni e canzoni di Jeffrey Sachs, Clara Statello, Stefano Orsi, Francesco Dall’Aglio, Giacomo Gabellini,Roberto Buffagni, Maurizio Vezzosi, Ezequiel Bistoletti, Fiammetta Cucurnia, Nicolai Lilin, Giorgio Bianchi, Marcus Klöckner, Jesús López Almejo, Ariel Umpièrrez, Fernando Moragón, Pasquale Pugliese, Manlio Dinucci, Francesco Galofaro, José Antonio Zorrilla, Gianandrea Gaiani, Notangelo, Jean Baudrillard, Jorge Zepeda, Fabrizio De Andrè, Francesco Masala, Tucker Carlson, Nicolai Lilin, Fiammetta Cucurnia

martedì 5 dicembre 2023

Il contatore dei morti palestinesi gira, senza pietà

 

articoli, video, disegni di Alberto Negri, Scott Ritter, Alessandro Orsini, Miguel Martinez, Chris Hedges, Gianni Lixi, Davide Malacaria, Giacomo Gabellini, Paolo Barnard, Max Blumenthal, Amanda Gelender, Roberto Iannuzzi, Zena Al Tahhan, Alastair Crooke, Ted Rall, Jonathan Cook, Alessandra Ciattini, Raniero La Valle, Triestino Mariniello, Christian Elia, Francesca Albanese, Ilan Pappé, Chiara Cruciati, Carlos Latuff, Francesco Masala, Notangelo


Alberto Negri – Netanyahu non si ferma: c’era una volta Gaza

SECONDO ATTO. Deve finire presto, con un cessate il fuoco permanente, ma i nostri governi qui in Italia e in Europa (e tanto meno gli Usa) non hanno il coraggio di chiederlo

Ma che sorpresa… Alla fine spunta il documento che aspettavamo: come riportava ieri il New York Times il governo israeliano da oltre un anno sapeva dei piani di Hamas persino nei dettagli (40 pagine esaustive denominate “Muro di Gerico”). Ma li hanno ignorati.

È così particolareggiato da sembrare fabbricato ex post. In sintesi: la guerra ad Hamas Netanyahu poteva farla prima ma hanno lasciato che cominciassero gli altri. E ora, come ci informa il Wall Street Journal, inizierà anche la campagna all’estero per uccidere i leader di Hamas ospitati in Qatar, Libano, Turchia, così come sono stati eliminati in questi decenni leader dei palestinesi, dei libanesi Hezbollah e ufficiali dei pasdaran iraniani. Useranno tutti i mezzi, da quelli più sofisticati ad altri tradizionalmente insidiosi: nel 1997 il Mossad, ad Amman, tentò di far fuori con il veleno il capo Hamas Khaled Meshal. «Hanno i giorni contati», aveva avvisato il premier Netanyahu il 22 novembre riferendosi a loro e anche ai tre capi di Hamas a Gaza (Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwari Issa).

Cosa significa questo? Che il futuro di Gaza e del Medio Oriente potrebbe essere ancora peggiore di questo tragico presente.

In mezzo alle tregue, l’offensiva israeliana ora riprende – « la guerra deve continuare», insiste il gabinetto di guerra a Tel Aviv – puntando decisamente su Gaza Sud dove sono affluiti capi e militanti di Hamas insieme a oltre un milione e mezzo di profughi dal Nord della Striscia.

Significa, scrive il Financial Times, citando fonti israeliane, che continueranno le operazioni militari – un eufemismo per dire i bombardamenti – almeno fino all’inizio del 2024, se non oltre.

Sarà una strategia «flessibile», sostengono i vertici militari di Tel Aviv, dettata da molteplici condizionamenti: l’andamento delle operazioni sul terreno, i negoziati per la liberazione degli ostaggi, le pressioni internazionali, soprattutto americane perché le altre contano ben poco.

E anche le pressioni di Washington sono accompagnate dalla usuale e mortale ambiguità: nelle ultime settimane il Pentagono ha inviato un flusso costante di armi e munizioni a Israele, cui la Casa Bianca ha promesso 14 miliardi di dollari di aiuti.

Insomma siamo alle solite: qui si prendono lupi per agnelli. «Niente ci fermerà», ha detto il premier Netanyahu, alle prese con i suoi guai giudiziari, nel suo ultimo incontro con il segretario di stato Usa Antony Blinken.

La guerra sarà lunga, secondo i generali israeliani, perché non sono stati raggiunti «neppure la metà degli obiettivi». Ma alla fine, tentano di rassicurare, arriverà una fase di «transizione e stabilizzazione» i cui obiettivi non sono ben chiari ma tra questi ci potrebbe essere anche una pulizia etnica di Gaza su larga scala, oltre allo sbandierato «sradicamento» di Hamas, un piano che l’ex capo del Mossad Efraim Halevy ha definito «mal consigliato» e che potrebbe ulteriormente radicalizzare Gaza e la Cisgiordania con scenari ancora peggiori degli attuali.

Mentre a Gaza Nord si prevede nei documenti israeliani una sorta di «fascia di sicurezza» senza entrate e uscite, lo «svuotamento» del sud della Striscia, almeno dei militanti e delle famiglie, dipende dai negoziati dietro le quinte con l’Egitto che finora ha respinto ufficialmente e con forza l’insediamento di una parte dei gazawi in Sinai…

da qui

 

 

Usa e Israele, nazioni gemelle – Francesco Masala *

Quando Israele fu creato dall’Onu il vero motivo, da parte di Usa e GB, era quello di avere un controllo su quel mare di petrolio che stava sotto i deserti del Medio Oriente (o Proche-Orient, come lo chiamano i francesi). Pensavano di controllare quello stato nato terrorista, cresciuto colonialista, invecchiato genocida, tutto il cursus honorum dell’Occidente concentrato in un unico stato, in così poco tempo.

In realtà, come dice Scott Ritter, sono gli (ebrei) israeliani quelli che controllano il parlamento degli Usa.

Quando gli Usa hanno imparato la lezione Israeliana, i sei milioni di morti della Shoah che gli davano il via libera per fare quello che avessero voluto, qualche Think Tank neocon avrà pensato che con le Torri gemelle in diretta tv in tutto il mondo avrebbero conquistato il diritto, al modico costo di tre o quattromila morti e due grattacieli, di conquistare il Mondo (poi le cose non sono andate al meglio, ma qualche milione di morti e qualche stato in macerie gli Usa e la Nato, i volenterosi per la libertà li hanno lasciati sul terreno), Adesso è stato il turno di Israele, con un’operazione stile Torri Gemelle, il Muro di Gerico l’hanno chiamato, al prezzo di qualche centinaio di civili israeliani ammazzati avrebbero conquistato il diritto di espellere tutti i Palestinesi da quella terra che il loro padrone aveva promesso ai loro antenati tremila anni prima, dicono loro.

Cossiga fra qualche anno ci avrebbe raccontato la verità, era sempre Kossiga, ma di Gladio, Ustica e delle Torri gemelle era stato lui a parlarne.

Ridateci Cossiga!

 

Alessandro Orsini – “L’Occidente non è un’orrenda civiltà razzista e criminale?”

Vorrei spiegare, precisamente, le ragioni per cui reputo che i media italiani siano stracorrotti e in che senso.

Ursula von der Leyen, Stoltenberg e Biden, che insieme prendono il nome di “blocco occidentale”, hanno causato la distruzione dell’Ucraina con le loro politiche sciagurate. Il numero degli ucraini morti inutilmente in guerra è spaventoso e la controffensiva è stata un fallimento colossale. Mi fa rabbia che il blocco occidentale si vanti delle sue politiche in Ucraina anziché scusarsi.

Penso che i media italiani siano stracorrotti perché dovrebbero svolgere una funzione di controllo e di critica del potere politico. Dovrebbero incalzare i potenti affinché si scusino per le loro politiche in Ucraina, ma non possono perché gli stessi media italiani le hanno promosse. Il che dà un’idea della compenetrazione tra potere politico e potere mediatico in Italia che produce tutta la corruzione del sistema dell’informazione. Quando utilizzo l’espressione “corruzione”, come ho spiegato nei miei articoli, mi riferisco non alle “bustarelle”, bensì al comportamento di una categoria professionale che viola le proprie regole di condotta etica. I conduttori televisivi e i direttori di giornali non dovrebbero parlare come se fossero un’agenzia della Nato diffondendo la sua propaganda, né dovrebbero distorcere i fatti per creare consensi intorno alle politiche mortifere del blocco occidentale. In questo senso affermo che il sistema dell’informazione in Italia è “corrotto”. A giudicare dal modo in cui stanno coprendo il massacro a Gaza – “coprendo” in tutti i sensi – direi che i media italiani sono diventati ancora più corrotti.

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Ostaggi di noi stessi

Scusate se non sono bravo a fare i calcoli. Mi pare che la vita di un uomo bianco occidentale valga la vita di circa 1000 palestinesi con la pelle più scura e musulmani. L’Occidente non è un’orrenda civiltà razzista e criminale?

Lo è, lo è.

Hitler è ancora tra noi.

I valori politici che hanno consentito l’ascesa del nazismo sono ancora vivi nell’Unione europea.

Un tempo i Paesi dell’Unione europea sterminavano gli ebrei.

Oggi sterminano i palestinesi.L’Europa passa da uno sterminio all’altro, ma non perde il vizio di sterminare i popoli.

*Post Facebook del 28 novembre 2023

da qui

 

 

“E i bambiniiii?!!!!” – Miguel Martinez

…In tutto il Medio Oriente, esiste un’unica Democrazia. E avrà pure qualcosa da insegnarci.

Qui vediamo uno Sfratto Esecutivo in corso in questi giorni a Gaza:

Tra la notifica di sfratto (peraltro comunicata impeccabilmente sui telefoni privati degli inquilini, mica con raccomandate che si perdono) e l’esecuzione, non passano i lunghi mesi, se non gli anni, cui siamo abituati in Italia.

Il calvario dei ricorsi, che fanno perdere anni di reddito a un aspirante affitta-Airbnb, si evita del tutto.

Poi guardate bene questa foto: vedete cartelli di protesta, gente che si mette provocatoriamente davanti ai poliziotti?

No.

Quando una Democrazia agisce con mano ferma, gli inquilini, anziché lamentarsi, partecipano attivamente al proprio sgombero.

E mentre in Italia, frignano subito “perché c’era un bambino“, nell’Unica Democrazia del Medio Oriente, i bambini li rimuovono gli stessi inquilini.

Vivi o morti.

Il ministro della cultura del nostro paese, Gennaro Sangiuliano, l’altro giorno, ha dichiarato:

“Israele è l’avamposto della democrazia e dell’Occidente, è la patria del meraviglioso popolo ebraico. Difendere Israele equivale a tutelare i nostri principi di civiltà.”

Facile applaudire a un paese in guerra, dalle retrovie dell’Occidente.

Vorremmo invece che il ministro iniziasse a seguire l’esempio dell’avamposto della democrazia, applicando i “nostri principi di civiltà” anche ai recalcitranti che non vogliono andarsene per fare posto alla Firenze del Futuro.

da qui


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