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mercoledì 12 giugno 2024

BAMBINI E BAMBINI - Nicoletta Vallorani

 

Parliamo di bambini. Ne parliamo molto, di recente, rendendoci poco conto delle connessioni e delle tipologie, ovvero dei modi in cui il diritto alla vita dei bambini implichi misure e considerazioni diverse a seconda della latitudine geografica, del tempo storico e delle coordinate contestuali nelle quali i bambini medesimi si trovano. Parliamo di bambini anche quando sono mere possibilità, e di queste possibilità a volte ci ergiamo a paladini, reclamando un diritto alla vita che passa sopra l’autonomia deliberante di chi questo bambino dovrebbe/potrebbe generarlo: perché il bambino di fatto, in quei casi, ancora non c’è.

 

Però poi ci sono altri bambini che non sembrano aver diritto alla vita pur essendo già nati: il My Luck, bambino-soldato nigeriano di cui racconta Chris Abani, per esempio, così intontito da traumi e droghe da perdersi al confine tra realtà e immaginario (Song for Night, 2007; Canzone per la notte, 2010); oppure la “Piccola Ape” di Chris Cleave, che assiste importante allo stupro di sua sorella e sopravvive per caso, infilandosi negli interstizi di un percorso migratorio del quale conosciamo storicamente i dettagli (The Other Hand, 2008; Piccola Ape, 2019). Ecco: di questi bambini che non sembrano aver diritti parremmo capaci di occuparci, nei fatti e nelle narrazioni, solo quando facciamo la conta dei morti, oppure quando produciamo un documento colmo di pietas, per il quale piangiamo abbondanti lacrime dai nostri luoghi protetti e poi dimentichiamo. È una forma di pseudo-solidarietà, per usare una espressione di Paul Gilroy, che ci è consueta, e che è del tutto inadeguata a esprimere dolore vero (Against Race: Imagining Political Culture Beyond Color Line, 2000).

 

È facile spiegare come questo accada: ci nascondiamo dietro la necessità dei molti. Lo spiega molto bene Ursula Kroeber Le Guin, la scrittrice americana premiata nel 2014 con un riconoscimento mai attribuito a qualcuno che scrivesse esplicitamente fantascienza (National Book Foundation Medal for Distinguished Contribution to American Letters). Ignorata fino all’altra ieri e ora improvvisamente (e giustamente) riscoperta, Le Guin pubblica nel 1973 un racconto intitolato “The Ones who Walk Away From Omelas” (“Quelli che si allontanano da Omelas”). La storia è ambientata in una città perfetta, dove tutti hanno il necessario e anche quel tanto in più che serve a sentirsi felici. A Omelas, ciascuno rispetta il suo vicino, non ci sono violenze né crimini e ogni cosa scorre secondo giustizia, in un elementare, naturale affetto reciproco. Nella sua perfezione, tuttavia, Omelas si regge interamente sulla sofferenza “necessaria” di un bambino, imprigionato in una segreta e costretto a vivere in cattività. Questo è il prezzo del benessere altrui. Da adulti, gli abitanti di Omelas scoprono chi paga per il loro sistema di vita perfetto. Tutti si scandalizzano, si infuriano, si commuovono, e tutti, senza distinzione, vorrebbero fare qualcosa. Ma la loro è appunto, semplicemente, una “cheap pseudo-solidarity”: alla fine delle lacrime e degli strepiti, nessuno fa nulla. Alcuni restano a Omelas e accettano di sacrificare il bambino; altri se ne vanno, non è chiaro dove, ma comunque lontano dal bambino imprigionato. La vittima sacrificale – nuovo agnus dei – resta dov’è, perché dal suo sacrificio dipende il benessere di tutti. È un danno collaterale, si direbbe in guerra, e per quanto tragico parrebbe non poter essere evitato.

 

Tuttavia il danno resta. “[…] quelli, certo, sono bambini morti”, scrive Virginia Woolf, in un testo famosissimo pubblicato nel 1938, giusto sul crinale centrale della Guerra Civile spagnola (1936-1938). È una collocazione storica interessante per parlare di fotografia di guerra, poiché il conflitto in Spagna è, scrive Susan Sontag nel suo Davanti il dolore degli altri (2003), il primo conflitto documentato – ovvero “coperto” – da fotografi professionisti con lo scopo di fornire un documento attendibile. A raccogliere anche soltanto le riproduzioni fotografiche selezionate da Woolf, quel quadro finisce per essere la storia visuale di un massacro, che alla scrittrice britannica pare indiscutibile, perché “si vede”, e non ci sarebbe modo di negarlo. Evitarlo sarebbe l’atto consequenziale, quello che non accade.

Naturalmente erano anni diversi, e si credeva davvero che la fotografia potesse essere un documento di obiettività indiscutibile, ma in Woolf mi colpiscono comunque due cose: l’enfasi sulle vittime civili – e in particolare i bambini – e la fattualità con la quale la scrittrice trova in quei documenti la testimonianza di una disfatta, smascherando di fatto il ragionamento – di preferenza maschile e patriarcale – secondo cui per evitare la guerra occorre potenziare le armi che servono a farla.

 

Non entrerò in un discorso infantilmente pacifista: anche la richiesta di pace, lo riconosco, ha svariate complessità, anche se continuo a pensare che la negoziazione, l’embargo, la consapevolezza della storia che ha portato al conflitto e la rinuncia ad accordi economicamente convenienti ma eticamente discutibili sarebbero strumenti migliori. Però, in questo nostro “qui e ora” mi fermo sul senso e sulla potenza della fotografia di guerra e su a che cosa serva ancora, se serve, con un riguardo specifico alla fotografia degli inermi.

Il ritratto che ha vinto il World Press Photo nel 2024 – di fatto il riconoscimento fotografico più prestigioso al mondo – è stata scattata a Khan Younis, nella striscia di Gaza, il 17 ottobre scorso. Il titolo originario – “A Palestinian Woman Embraces the Body of Her Niece” – è stato presto rimpiazzato da uno più familiare e simbolico: la “Pietà di Gaza” è diventata la rappresentazione iconica dei bambini e degli inermi che fin qui (e oltre qui) continuano a morire senza che si riesca a fermare un massacro comunque un po’ difficile da giustificare. Nella foto una donna giovane, Inas Abu Maamar, stringe il corpo senza vita di sua nipote, appena 5 anni, uccisa da un bombardamento insieme a sua madre e a sua sorella. Il fotografo, Mohamed Salem, ha realizzato questo scatto nell’ospedale Nasser di Khan Yunis, lo stesso nel quale in febbraio hanno poi fatto irruzione i soldati israeliani, sulla base di informazioni che lo indicavano come parte della rete informale di infrastrutture di Hamas.  Le irruzioni non sono mai operazioni pulite. E l’ospedale più avanti è stato reso famoso dal ritrovamento di una fossa comune con circa 200 cadaveri. Il posto è quello: il luogo della foto, quando ancora funzionava come ospedale, è un luogo vero. E tra parentesi, già nel 2010 lo stesso fotografo – classe 1985, laureato in una università di Gaza di cui ora esistono solo avanzi – aveva vinto con una foto simile: un’istantanea dell’attacco a Gaza City con bombe al fosforo (illegali in aree abitate), l’8 gennaio del 2009, sempre in cerca dei terroristi di Hamas.

 

Ora la mia domanda – o la nostra domanda – dovrebbe essere: quanti bambini (o vittime inermi) sono state sacrificate in questo genere di vicende e catalogate come “danni collaterali” o vittime di “tragici errori”. E come accade che la difesa delle loro vite non sia rilevante? È sufficiente commuoversi davanti a una splendida foto, trasformata in icona capace di mediare l’assoluzione di un occidente che sta a guardare?

Torniamo alle nostre vite, dopo le lacrime. Ci dimentichiamo, fino al prossimo scandalo. Restano le storie: quelle che siamo capaci di raccontare, noi che questo facciamo di mestiere, e che hanno da essere oneste. Non antisemite, non bestemmie, non filo-Hamas. Solo storie immensamente importanti per provare a modificare un sistema di pensiero che ragiona solo per categorie conflittuali e risponde a ragionamenti primariamente politico-economici. Storie che non distinguano tra bambini e bambini: non vittime o risorse, ma creature che hanno diritto a una vita normale.

da qui

giovedì 7 aprile 2022

Quando gli elefanti combattono è l’erba a soffrire



articoli, video, canzoni e immagini di Toni Capuozzo, Nicoletta Vallorani, Donatella Di Cesare, Vincenzo Costa, Giorgio Bianchi, Andrea Giustini, Ennio Remondino, Tonio Dell’Olio, Eve Ottenberg, Fabrizio Poggi, Pepe Escobar, Diana Johnstone, Andrea Siccardo, Bái Qiú’ēn, Gruppo Abele, Francesca Donato, Alessandro Marescotti, Anna Ferruzzo, Peppe Sini, Nunzio D’Erme, Vauro, Rosy Bindi, Gianandrea Gaiani, Fabrizio Verde, Eugenio Bennato, Eugenio Finardi, con un piccolo dialogo fra due persone (angosciate) “qualunque”.


Le armi? sono dell’USB – Francesco Masala

I padroni dei padroni del New York Times sono giustamente incazzati per la storia di Bucha, non si possono ricreare al computer le foto satellitari e dimenticare di mettere la neve, se ne accorgono tutti;

E poi si sono lamentati con Zelensky, dicendo che quei nastri bianchi messi ai polsi e alle braccia dei morti in strada da settimane dovevano sporcarli un po’, sembrano appena usciti dalla lavatrice, ma se li toglievano era meglio (non sono per solidarietà con quei rompipalle di Emergency, sono un segnale di amicizia con i russi, lo sanno anche le pietre); “se è un problema di soldi, per avere maestranze più qualificate ti aumentiamo il budget, non è un problema, e non parliamo della messa in scena dei cadaveri, sembra li abbiano messi degli arredatori d’interni, non degli assassini che non hanno fatto le scuole per geometri, distanze sempre uguali, allineati perfettamente lungo i marciapiedi, che figura di merda ci hai fatto fare, ci hanno creduto solo quei minus habens di europei nostri alleati”, gli hanno detto

Intanto, in Italia, fra tutte le armi che girano pare sia avanzata una pistola che, perchè niente vada sprecato, è stata portata in una sede del sindacato USB; sembra che qualche altro sindacato si sia offeso per non essere stato scelto.

Pare che al Ministero della Verità (in via della Riconciliazione stesso piano, appartamento affianco al Ministero della Guerra), a causa di quel papa che non si fa i fatti suoi, faranno cambiare in tutti i libri (e nei siti internet, naturalmente) il proverbio Scherza coi fanti, ma lascia stare i Santi in Scherza coi santi, ma lascia stare i Fanti .


...continua qui




martedì 21 settembre 2021

Natale dei figli perduti - Nicoletta Vallorani

  

Le arpilleras cilene raccontano famiglie. Lo fanno appoggiandosi a una tradizione antica e la rinnovano, ripetendo un rituale consueto per trasformarlo in una strategia di lotta e di resistenza. Nel tempo e in epoca di dittatura, sostituiscono al quadro di una comunità festosamente riunita la rappresentazione di una prigionia, quella dei loro figli scomparsi, ragazze e ragazzi rubati alla vita che avrebbero dovuto e potuto scegliere. La “Sala de torturas”, di Marjorie Agosìn, è di un dolore intollerabile. In tratti semplici, con una essenzialità cromatica assoluta, il ricamo evoca un’assenza dolorosa e l’idea di una privazione di libertà che non è sopportabile. È successo e continua a succedere, da qualche parte e in qualche modo, e la comunità civile, o presunta tale, continua a prenderne atto senza molto reagire. “Così va il mondo” ripete a intermittenza il narratore di Slaughterhouse Five, or the Children Crusade (Kurt Vonnegut Jr., 1970) mentre cerca di raccontare il massacro della guerra, il bombardamento di Dresda e le vittime insensate di un’operazione inutile.

 

Serve tornare a questi racconti in un natale virato in dramma come il nostro. È, per me, una strategia per fare i conti con un’assenza molto diversa, temporanea e contingenziale, che pure rende tutti tristi e furiosi. Oggi navighiamo nella nostalgia dei nostri figli intrappolati all’estero dalla chiusura di frontiere fino a poco fa attraversabili per spostarsi da un paese “libero” all’altro.  Tolleriamo male che i nostri privatissimi “giovani Holden”, disseminati per il mondo, non abitino più qui e non riescano a tornare da noi. Che il loro posto rimanga vuoto, in una festività il cui senso fatichiamo ormai a capire, ci pare inaccettabile.

 

Nei fatti, una contingenza sanitaria specifica, ha funzionato da reagente per rendere vistosamente chiaro un dato: tanti ragazzi sono via, fuori da confini prima permeabili, altrove. In molti casi, non è stata esattamente una scelta. Questo è un paese nel quale la filiera che dalla formazione scolastica e accademica porta al lavoro si è interrotta da tempo, intrappolata in intoppi amministrativi, aporie formative, gattopardeschi percorsi che dovrebbero selezionare e che in realtà mortificano l’entusiasmo e demoliscono la creatività e il talento. Arriva a meta chi si adegua, dunque spesso il più accomodante, il più esperto nella strategia dell’affiliazione, il meno competente ma più bravo nel marketing, il più tarato su ciò che appare invece che su ciò che è. Questo è un paese in cui il giovane Holden ha smesso da tempo di coltivare la cultura umanistica, perché gli hanno detto che essa non serve a nulla se non a procurarsi sogni strampalati e la propensione a diventare un disadattato. Siccome a nessuno piace essere un disadattato, questo giovane Holden nuovo di zecca cambia patria. E a natale, in tempo di pandemia, lascia la sedia vuota.

 

Di fronte al desiderio inadempiuto, i bambini pestano i piedi e strillano, e se la prendono con il gatto, il tempo, la mamma, la televisione e il governo ladro. Gli adulti, invece, ragionano. O dovrebbero farlo. E il ragionamento da fare, qui, è ampio e complesso, prospetticamente aperto su un futuro del quale, prima o poi, dovremmo provare a occuparci. Esso riguarda i danni sistematicamente inflitti alla formazione, l’insipienza di percorsi professionalizzanti pensati apposta per demotivare gli entusiasti e premiare gli astuti, le opportunità professionali cancellate dalle convenienze politiche la sciatteria formale e sostanziale con la quale in più occasioni, in passato ma non solo, alcune tra le cariche più importanti dello stato hanno liquidato il malessere giovanile come una responsabilità esclusiva, appunto, dei giovani. Che sono giovani, si sa, e non hanno voglia di far nulla.

 

Questa cosa mi rende furiosa. Mi colpisce la distrazione colpevole con la quale, in tempi difficili di pandemia, sono state governate scuole e università, intrappolate in un labirinto di necessità magicamente dissolte quando si trattava di riaprire attività remunerative. Mi ferisce la penalizzazione pesante del mondo della cultura, con cinema e teatri chiusi, in un momento in cui la coesione della comunità intorno alla bellezza dell’arte, con tutte le cautele possibili, avrebbe potuto salvarci. Mi turba la faciloneria nella gestione dell’informazione, l’arroganza dei media, l’incapacità di una documentata esposizione dei fatti. E l’incapacità di tacere, quando questi fatti non ci sono e quando non si ha nulla da dire.

 

Il risultato di tutto questo è una comunità scomposta – non ordinata e non pacificata – nella quale la cancellazione di un rito di ricongiungimento produce un dolore transitorio, qualche furore insensato orientato a caso e nessuna riflessione sull’opportunità di mettere in atto misure che tutelino le generazioni più nuove e consentano di governare il futuro in modo più sensato.

Perciò i giovani se ne vanno. Se ne sono già andati. Hanno scelto di cercare altrove quello che qui non si trova, in termini pratici e simbolici, e di andare a fare il cameriere a Madrid o la ricercatrice a Londra, o qualunque altra cosa ovunque sia, ma non qui. È una scelta difficilissima che risponde al desiderio di costruirsi in un contesto interessante. Chi se ne va di casa, da noi, non è il giovane Holden (J. D. Salinger, The Catcher in the Rye, 1951), ma neanche somiglia al Duddy Kravitz di Mordecai Richler, The Apprenticeship of Duddy Kravizt, 1959) e non ne possiede la smisurata ambizione. Semplicemente, chi se ne va lo fa perché non ha altra via d’uscita. E nel momento stesso in cui se ne va, comincia a costruire la sua patria immaginaria, quella terra idilliaca di puri affetti che Salman Rushdie, da esule, ricostruisce alla perfezione nel suo Imaginary Homelands (1991).

 

Dove però non torna.

E lascia una sedia vuota.

 

Nessun Natale più di questo ha messo in luce quanto sia dura privarsi di quel che diamo per scontato. La ritualità ci serve. Lo dimostra il modo agguerrito nel quale rimpiangiamo i tragici pranzi natalizi con la famiglia allargata che in altri anni in moltissimi abbiamo detto di detestare. Non è questione di incoerenza. Siamo umani, e ci manca il rito, la scansione del tempo, la conferma che i giorni non sono tutti uguali. Non tolleriamo gli spazi vuoti quando sappiamo che potremmo riempirli. Ma incaponirsi è da bambini. I grandi cercano soluzioni. Le costruiscono soluzioni. Usano quello che sanno – se lo sanno, e la cultura serve a sapere – per evitare di perdere la parte della comunità che deve e può costruire il futuro.

 

Così torno al punto da cui sono partita. Torno alle occasioni in cui possiamo occuparci di ragazzi che davvero faticano a tornare o che non sono tornati.  Torno a Patrick Zaki e a Giulio Regeni, e a posizioni che dovremmo prendere da adulti e da governanti, e che non stiamo prendendo. Torno alle battaglie inutili che fanno le persone normali, anche quando sono singoli in una comunità poco coesa. Torno alla necessità, da adulti, di occuparci del mondo che verrà e di chi dovrebbe costruirlo.

Ogni presenza conta, e se è una presenza giovane, conta di più.

da qui

venerdì 26 aprile 2013

I vecchi saggi - Nicoletta Vallorani


Ci sono due modi di invecchiare: da individuo normalmente socializzato e da insegnante. L'individuo normalmente socializzato, man mano che si inoltra nella selva oscura della tarda età, guadagna un sano distacco dalle storture della vita, rivede la sua alimentazione eliminando alcune piacevolezze pericolose per l'apparato digerente, smette di fumare il tabacco e, non potendo concedersi la marijuana, si impasticca di droghe prescritte dal medico e si sintonizza su una serie di attività inoffensive – il burraco, la coltivazione dei pomodori in terrazzo, il ritaglio dei quotidiani.
Gli insegnanti, invece, invecchiano in un altro modo. Il giorno in cui si congedano dagli ambienti scolastici non coincide mai con la fine della loro missione didattica. Per come la vedono loro, il congedo è stato sempre prematuro: loro hanno ancora molte energie da spendere. Dunque che fare? È semplice: si tratta solo di riorientare i loro talenti e di individuare l'argilla da modellare e il comportamento sbagliato da emendare. Un insegnante in pensione non ha alcun modo né alcuna volontà di rinunciare alla sua missione civilizzatrice. Viaggia appesantito dal suo fardello, ma al tempo stesso è fiero della missione etica che deve compiere.
Per conseguenza, l'insegnante in pensione non si limita ad andare al circolo per giocare a carte…