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mercoledì 2 dicembre 2020

Ancorati alla deriva - Michela Pusterla

Dalle navi dei folli a quelle in cui vengono rinchiusi i migranti, passando per Foucault e Wallace: una breve storia di prigioni in alto mare

Se fino alla primavera scorsa, in questa parte del mondo, si registrava una tendenza a pensarsi in un presente iperconnesso post-ideologico e in qualche maniera extrastorico, il 2020 ci ha risbattuti, di violenza, nel nostro essere nella storia. Da mesi, ci troviamo collettivamente nella situazione perturbante di non poter progettare se non a cortissimo raggio, mentre viviamo esperienze di vita – il coprifuoco, l’isolamento, i bollettini serali – che percepiamo come così profondamente storiche, così intrinsecamente narrabili, e che eravamo certi non ci sarebbe capitato di vivere mai.

Tra questi oggetti catapultati nel Ventunesimo secolo da qualche decennio o secolo fa, c’è la quarantena, che letteralmente indica un isolamento di quaranta giorni ma si è estesa a indicare periodi di isolamento di lunghezza variabile e relativa (di quattordici giorni prima, ora di dieci, in Francia di sette). Si tratta di un termine che viene dal mare: durante la peste del Trecento, le navi provenienti da zone colpite dal morbo venivano sottoposte a trenta giorni di contumacia, che vennero estesi a quaranta dal Senato di Venezia nel 1488 – in veneto, una quarantena.

Durante l’epidemia del 2020, la quarantena è un’esperienza che – generalmente – ognuno vive sulla terraferma, a casa propria. Tuttavia, due categorie di persone si sono trovate o si stanno trovando a viverla a bordo di una nave: si tratta dei crocieristi e dei marittimi bloccati a bordo delle navi da crociera, da un lato, e delle persone in arrivo dalla costa sud del Mediterraneo, costrette a una quarantena coatta in mare dal governo italiano e da altri governi europei. 

Nel libro dedicato alla nascita della prigione, Sorvegliare e punire, Michel Foucault presenta due strategie adottate nella storia per la gestione delle grandi epidemie: quella per la lebbra e quella per la peste. Il primo modello è fondato sul rituale dell’esclusione e del rigetto dei lebbrosi, nell’esilio-clausura nei lazzaretti ai margini delle città; il secondo si basa invece sull’organizzazione dello spazio cittadino, sull’isolamento degli individui (malati e potenziali malati) in casa, sul controllo sociale all’interno dello spazio della città. Stando a uno dei regolamenti diffusi in Francia nel Seicento, quando la peste si manifestava in città:

Il giorno designato, si ordina che ciascuno si chiuda nella propria casa: proibizione di uscire sotto pena della vita. […] Ogni famiglia avrà fatto le sue provviste, ma per il vino e il pane saranno state preparate, tra la strada e l’interno delle case, delle piccole condutture di legno, che permetteranno di fornire a ciascuno la sua razione, senza che vi sia comunicazione tra fornitori e abitanti; […] Non circolano che gli intendenti, i sindaci, i soldati della guardia e, anche tra le cose infette, da un cadavere all’altro i «corvi» che è indifferente abbandonare alla morte […]. Spazio tagliato con esattezza, immobile e coagulato. Ciascuno è stivato al suo posto. E se si muove ne va della vita, contagio o punizione.

Se è vero che, come scrive Foucault, «esiliare il lebbroso e arrestare la peste non comportano lo stesso sogno politico» perché «l’uno è quello di una comunità pura, l’altro quello di una società disciplinata», le navi-quarantena per i profughi e le profughe del Mediterraneo sono oggi esattamente uno spazio di segregazione della lebbra nell’ambito della gestione generale di una pestilenza.

La nave dei folli e la nave dei batôsi

Nel corso dei secoli, varie navi della segregazione hanno solcato i mari europei. Il viaggio di Storia della follia nell’età classica di Michel Foucault, per esempio, parte dalla stultifera navis, la nave dei folli: si trattava di uno «strano battello che fila[va] lungo i fiumi della Renania e i canali fiamminghi», trasportando i matti da una città all’altra, in una specie di esilio naturale consegnato al potere esoterico delle acque. 

I folli avevano allora spesso un’esistenza vagabonda. Le città li cacciavano volentieri dalle loro cerchie; li si lasciava scorrazzare lontani, quando non li si affidava a un gruppo di mercanti o di pellegrini. […] Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri […] affidare il folle ai marinai significa certamente evitare che si aggiri sotto le mura della città, assicurarsi che andrà lontano, renderlo prigioniero della sua stessa partenza. Ma a tutto questo l’acqua aggiunge la massa oscura dei suoi valori particolari; essa porta via, ma fa ancora di più: essa purifica; e inoltre la navigazione abbandona l’uomo all’incertezza della sorte; là ognuno è affidato al suo destino, ogni imbarco è potenzialmente l’ultimo.

Se quella era un’imbarcazione della follia, che navigava tra reale e leggenda e che si fissò in racconti e rappresentazioni artistiche, un’altra imbarcazione – molto più recente, ma comunque capace di farsi localmente mito – stette ancorata nel porto di Genova per quasi un secolo: la Garaventa, sulla quale i ragazzini della città venivano minacciati di venire mandati, se si comportavano male. Nel 1883, a Genova, un professore di matematica del liceo Doria di nome Nicolò Garaventa, si mise in testa che ai batôsi, i minori delinquenti dei caruggi e del porto, bisognasse dare un’istruzione: dopo aver fondato la Scuola officina Redenzione, la trasferì su una nave-scuola della Marina militare che battezzò Nave redenzione Garaventa. 

Sulla Garaventa, si aveva da mangiare, un’istruzione e s’imparava un mestiere, quello di marinaio, al quale toccava poi in genere dedicarsi per il resto della vita. Negli anni in cui il paradigma lombrosiano della criminalità congenita, per quanto mai egemone, aveva largo seguito nel mondo istituzionale e amministrativo, Nicolò Garaventa attribuiva al contrario la delinquenza a cause sociali e ambientali e proponeva una soluzione pratica per il controllo e il disciplinamento del sottoproletariato urbano: confinare i suoi figli su una nave. Con il sostegno economico della ricca borghesia industriale e mercantile genovese, la nave o, meglio, le navi che presero quel nome e quella funzione, succedendosi, stettero ormeggiate nel porto di Genova per quasi cento anni: dal 1883 al 1977 (!), imbarcando quasi dodicimila ragazzi, a ciurme di un centinaio all’anno. La nave era nei fatti un riformatorio con le regole di un’accademia militare appena travestita da scuola, ispirata a un progetto insieme caritatevole e disciplinare; non a caso piacque molto al Fascismo che la inserì nell’Opera nazionale balilla. 

Se la Garaventa, il «vascello fantasma», come la soprannominò don Andrea Gallo, cappellano su quella nave dal 1960 al 1963, è stata la nave dei ragazzini, qualche mese fa è apparsa sulle scene, a riflesso dell’andamento demografico di questo secolo in Europa, la nave dei vecchi.

La nave dei vecchi

Ad aprile 2020, verso la fine del lock-down primaverile, Massimiliano Fedriga e Riccardo Riccardi – governatore e assessore alla salute della regione Friuli-Venezia Giulia – proposero di allestire una «nave di vecchi» nel golfo di Trieste, tra il Porto vecchio e la Stazione marittima, dove deportare più di centosessanta anziani positivi al virus dalle varie case di riposo della città. Per essere riconvertito in ospizio galleggiante, il traghetto, l’Allegra della Grandi navi veloci (Gnv), necessitava di una revisione dell’impianto di areazione e della sostituzione della moquette con materiali lavabili e sarebbe stato affittato per 700mila euro al mese, più 500mila per la gestione. 

Il grande internamento degli anziani, fenomeno strutturale del vecchio continente – in Italia si calcolano 400mila le persone anziane in strutture pubbliche e private accreditate – sarebbe così saltato di livello, sia sul piano del profitto sia su quello del simbolico. Come scriveva la psichiatra Giovanna Del Giudice, il progetto della nave dei vecchi confermava «la logica della segregazione, della delega e della rimozione di fasce di cittadine e cittadini invisibili, non elettori, privi di potere contrattuale per condizione sociale o per disabilità, considerati solo oggetto di profitto».

La «nave-lazzaretto», che ormai era entrata nel novero del possibile richiamando l’immaginario di un altro morbo (la lebbra), poi, non si fece: c’era stata una certa opposizione di gruppi di cittadine e cittadini, la valutazione negativa del comitato tecnico-scientifico, levata ad alibi dalla Giunta regionale, e i dubbi della Capitaneria di porto. Nella città dove si erano spalancate ai matti le porte dei manicomi, si evitò il rischio di aprire una nuova istituzione totale, dove rinchiudere quella classe di persone – anziane, ospedalizzate o costrette nelle case di riposo – che aveva già immolato più vite sull’altare della gestione criminale dell’emergenza sanitaria. Piuttosto, di lì a poco, altre navi-lazzaretto si sarebbero potute vedere dai porti siciliani e calabresi; si tratta delle navi-quarantena per i più dannati della terra: quelle e quelli che attraversano il Mediterraneo da sud a nord.

Le navi-prigione dei migranti

L’immaginario delle migrazioni mediterranee è già costruito, evidentemente, intorno all’oggetto-barca (i barconii gommoni, le navi SarAR delle Oong, le navi della cosiddetta Marina militare libica, quelle della Marina italiana), mentre la detenzione coatta di persone senza cittadinanza italiana è già prassi in Italia nei Centri di permanenza per il rimpatrio e sulle navi search&rescue alle quali non viene concesso l’accesso ai porti dopo un salvataggio in mare. La somma di questi immaginari e queste pratiche ha portato all’istituzione, senza troppo rumore, delle navi-quarantena per i naufraghi e le naufraghe del Mediterraneo.

Ad aprile, il governo ha disposto che i porti italiani non potessero essere considerati place of safety a causa dell’epidemia che stava colpendo in particolare l’Italia (decreto interministeriale 150/2020), cioè ha nei fatti chiuso i porti; ha ammesso la possibilità dell’utilizzo delle navi in funzione contenitiva (decreto della Protezione civile 1287/2020); ha avviato la procedura per il noleggio di navi per l’assistenza e la sorveglianza sanitaria. A metà mese, veniva stipulato il primo accordo tra lo Stato italiano e una compagnia di navigazione privata: la ‘Raffaele Rubattino’ della Compagnia italiana navigazione (Cin) diventava la prima nave-quarantena. Annalisa Camilli segnalava a luglio su Internazionale che non erano chiari i protocolli seguiti a bordo delle navi-quarantena; che il confinamento non era efficace per limitare il contagio, come mostravano studi medici; e che la conformità alle leggi era dubbia, come scriveva Fulvio Vassallo Paleologo.

La ‘Raffaele Rubattino’, in funzione da metà aprile a inizio maggio, ad aprile imbarcò 222 persone, tutte negative al Ccoronavirus, trasferite dalla Alan Kurdi (della Oong Sea-eye) e da Aita Mari (della Oong Salvamento maritimo humanitario), per un costo di 420mila euro al mese, come ha ricostruito Altreconomia. La nave – coincidenza che squarcia il velo del rimosso – portava il nome di Raffaele Rubattino, il fondatore e armatore della compagnia navale che aveva acquistato «apparentemente a suo nome, ma realmente nell’interesse e nel conto del Governo, [alcuni] tratti di terreno situati nella baia di Assab», in Eritrea, dando il via all’espansione coloniale italiana in Africa orientale. La striscia di terra della baia di Assab, acquistata privatamente dalla Rubattino per farne un deposito di carbone, divenne nel 1882 la prima colonia italiana, dalla quale si estese il tentativo di colonizzazione del Corno d’Africa dell’Italia liberale, interrotto più volte dalle vittorie della resistenza etiope, come nelle battaglie di Dogali (1887) e Adua (1896).

Tra le navi-quarantena, al momento sono attive: la Costa Allegra (Costa crociere), a Palermo; il traghetto Rhapsody (Gnv), a Bari (prima era a Lampedusa); l’Azzurra (Gnv), ad Augusta; l’Aurelia (Gnv), ad Augusta; la Snav Adriatico, a Trapani. La Moby Zazà (Cin), invece, è stata operativa dal maggio a luglio, noleggiata per un milione di euro. Nelle scorse settimane, varie persone hanno tentato la fuga, come ha raccontato a Vita.it anche il deputato tunisino Majdi Karbai: in uno dei tentativi di fuga dall’Azzurra, il 4 ottobre, una persona ha perso la vita in mare. Il 20 maggio, era annegato Bilal Ben Masoud, ventiduenne tunisino che tentava di raggiungere la costa a nuoto, lanciandosi dalla Moby Zazà. Tra i morti delle navi-quarantena, c’è anche Abou, quindicenne ivoriano, costretto all’isolamento sulla Costa Allegra, morto in ospedale a Palermo il 29 settembre.

Nel giro di poco tempo, su quelle navi di contenimento sanitario, si sono cominciate a svolgere procedure di identificazione e richiesta asilo: in breve, le navi-quarantena sono state trasformate così in navi-hotspot, rendendo prassi, grazie al pungolo emergenziale, un procedimento completamente illegale. In più, a ottobre si sono cominciati a trasferire sulle navi i richiedenti asilo positivi al virus, con mezzi della Croce Rossa, in presenza di personale di polizia. Il trasferimento di vari richiedenti asilo dall’hotspot di Lampedusa e da Roma alle navi-quarantena, irrazionale dal punto di vista sanitario, ha mostrato la reale intenzione dietro all’istituzione delle navi-quarantena: non già il contenimento dell’epidemia, ma piuttosto il trasferimento off-shore della selezione degli esseri umani all’ingresso in Europa, che rientra nel generale progetto europeo di esternalizzazione delle frontiere, a sud del Mediterraneo, e fuori dall’area Schengen lungo la Rotta balcanica. L’obiettivo è creazione di molte Ellis Island mediterranee, isole galleggianti lungo la rotta migratoria più mortale del mondo dove sbrigare le pratiche burocratiche dello smistamento umano, facilitando le pratiche di espulsione, svolte grossolanamente sulla base della nazionalità delle persone e non considerando le storie individuali, come prevederebbe il diritto d’asilo.

Dall’11 al 18 marzo 1995, lo scrittore statunitense David Foster Wallace si sottopose «volontariamente e dietro compenso […] alla crociera Sette Notti ai Caraibi (7nc) a bordo della m.n. Zenith, una nave da 47.255 tonnellate, di proprietà della Celebrity Crociere»: gli era stato commissionato un reportage letterario dalla rivista Harper’s, che poi uscì con il titolo di Una cosa divertente che non farò mai più. David Foster Wallace, in quella geniale tragicommedia statunitense che tratteggia uno dei non-luoghi mobili per eccellenza del tardo capitalismo (la nave da crociera), racconta che 

La nave era così bianca e pulita che sembrava sterilizzata. Il blu del mare dei Caraibi variava dal color coperta-di-neonato-maschio fino al fosforescente; lo stesso per il cielo. Le temperature erano uterine. Persino il sole sembrava programmato per le nostre esigenze.

Quelle stesse navi da crociera, incarnazione di un turismo di massa del consumo, quelle stesse navi da crociera che mostrano il volto farsesco e insieme violento del capitalismo quando entrano – enormi, mostruose – nel canale della Giudecca, devastando i fondali e inquinando la laguna, sono diventate – in questo incubo della paura, della povertà e della sorveglianza – le gabbie dove trattenere, nell’illegalità resa legale col pretesto dell’emergenza, le persone che stanno tentando di raggiungere l’Europa. Queste navi-quarantena procedono lungo le rotte tracciate nei secoli dalla nave dei folli, dalla Garaventa, la nave-riformatorio, dal progetto della nave-lazzaretto per gli anziani delle residenze e, procedendo, rendono lo Stato italiano – tutto, non solo un suo ex ministro dell’Interno – responsabile autoassolto del sequestro di centinaia di persone, che stanno ora in mezzo ai mari, intrappolate, a dire con la loro esistenza che non è uguale per tutti, il virus.

da qui

lunedì 17 giugno 2019

I Cpr non sono prigioni, sono peggio - Michela Pusterla




Nella piana dell’Isonzo in Friuli Venezia Giulia stava fino al 2013, quando venne distrutto dalle rivolte dei reclusi, il Centro di identificazione ed espulsione più grande d’Italia: il Cie di Gradisca d’Isonzo – aperto dal governo Prodi nel 2006, 248 posti letto al suo massimo, un morto sotto i suoi muri alti quattro metri.
Dopo le riaperture ventilate fin dal 2014, e una riapertura parziale come Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) nella stessa struttura che era stata di internamento, il centro di espulsione di Gradisca d’Isonzo dovrebbe essere inaugurato come Cpr il prossimo autunno, nell’accordo, o altrimenti nell’accettazione passiva, di tutti gli attori istituzionali e della quasi totalità dell’opinione pubblica.
Il dibattito sui Cpr – come quello sulle carceri – è un elefante ignorato nelle stanze della campagna elettorale per le europee (solo la lista Sinistra europea chiede nel programma la chiusura delle strutture di detenzione amministrativa, nemmeno i Radicali ne fanno cenno) e, più in generale, nel discorso politico e culturale extra-istituzionale. In particolare, lontano dall’attenzione mediatica che dolorosamente e necessariamente punta sul Mediterraneo, le persone razzializzate nei Cpr sono veramente le prime che «vennero a prendere»: in varie regioni d’Italia, nell’indifferenza che formalmente odiamo, stanno riaprendo i centri di internamento e deportazione, secondo il progetto a firma di Marco Minniti, che ne chiedeva uno per regione.

Cos’è un Cpr?
Cpr – Centro permanente per il rimpatrio – è l’acronimo più recente affibbiato dalla legge ai centri di identificazione e deportazione per migranti irregolari presenti sul territorio italiano, che sono stati istituiti e costantemente implementati da tutti i governi degli ultimi vent’anni. La creazione di queste strutture carcerarie risale al 1998, quando – a seguito di alcune direttive europee in vista dell’entrata nell’area Schengen – Livia Turco e Giorgio Napolitano, con il T.U. sull’immigrazione 286/1998, stabilirono il trattenimento coatto delle persone straniere da identificare o in attesa di espulsione, per un massimo di 30 giorni: periodo che venne poi raddoppiato con la Legge Bossi-Fini (L. 189/2002), la quale introdusse anche il reato di non ottemperanza all’ordine di espulsione, cui sarebbe seguito il reato di clandestinità (L. 94/2009).
Il nome Cpr risale alla Legge Minniti-Orlando (L. 46/2017), che prevedeva la costruzione di un centro in ogni regione; con il Decreto sicurezza (L. 117/2018), la funzione di detenzione amministrativa è stata attribuita anche ad altri luoghi (hotspot, questure, zone di attesa e di transito) e per tempi più estesi (180 giorni, termine che può salire a un anno per le/i richiedenti asilo). Oggi in Italia sono in funzione sette Cpr: uno a Torino, uno a Roma-Ponte Galeria (l’unico femminile), uno a Palazzo San Gervasio (PZ), due in Sicilia (Trapani-Milo, Caltanissetta-Pian del Lago) e due in Puglia (Bari-Palese, Brindisi-Restinco). Una mappa parziale si può trovare qui.
Una sentenza della Corte costituzionale (105/2001) ha stabilito che il trattenimento in un Cpr incide sulla libertà e dovrebbe garantire le tutele dell’articolo 13 della Costituzione, mentre una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (40/2011) vieta la detenzione di cittadino straniero per irregolarità: tuttavia, ad oggi i cittadini stranieri possono essere trattenuti in una struttura di fatto carceraria senza aver compiuto alcun reato e il loro trattenimento – che non è formalizzato come detenzione – garantisce loro meno diritti e a chi li trattiene maggiore arbitrarietà che se fossero carcerati. In più, la gestione dei Cpr è appaltata a privati tramite bandi gestiti dalle Prefetture: la privatizzazione della gestione dei centri di internamento per migranti ne fa un business simile a quello del sistema carcerario americano.

Funzioni dei Cpr: alcuni dati
La funzione ufficiale del Cpr è quella di identificare e deportare nel Paese d’origine le persone che vengono trovate sul territorio italiano senza permesso di soggiorno in corso di validità. Nel 2018, su 4092 persone trattenute ne sono state rimpatriate 1768 (43%, percentuale che scende al 13% per le donne): «una cifra davvero bassa se si pensa ai costi, in termini economici, ma soprattutto in termini di sofferenza delle persone ristrette: una sofferenza che non trova alcuna giustificazione visto che la finalità del loro trattenimento in più della metà dei casi non è stata raggiunta», secondo il Rapporto 2018 del Garante nazionale delle persone detenute. Questa percentuale «davvero bassa» viene spesso citata da esponenti degli ultimi governi come prova della fallimentare politica migratoria del governo in carica: questa posizione, oltre a smascherare una cultura politica non così distante in fatto di immigrazione, si basa su un presupposto fallace: la finalità dei centri di espulsione, infatti, non è mai stata il rimpatrio di tutta la popolazione irregolare.
Stando allo stesso Rapporto, nel 2018 l’Italia ha organizzato 77 voli charter cosiddetti «di rimpatrio» (66 dei quali verso la Tunisia), espellendo 2116 persone, mentre 870 persone sono state deportate su voli di linea organizzati dalle Questure. In ogni caso, se il governo attuale dovesse aumentare i voli «di rimpatrio» (con i 2,5 milioni stanziati per il triennio 2018-2020 si possono organizzare circa 300 rimpatri in più all’anno), anche verso Paesi con i quali non esistono contratti bilaterali, sfruttando i voli charter di Frontex, le deportazioni potrebbero diventare un fronte di resistenza civile, come già avviene in altri paesi europei.
Ad ora, il 23% delle persone è uscito dal Cpr dove era rinchiuso perché il trattenimento non era stato convalidato dall’Autorità giudiziaria, a causa di irregolarità o illegittimità delle pratiche di internamento (vizi procedurali, abusi d’ufficio, trattenimento di richiedenti asilo), mentre il 20% è stato liberato per scadenza dei termini: questo significa che il 43% dei trattenuti lo era inutilmente secondo la legge stessa, e il 23% addirittura «per errore».
Questo dimostra, come si accennava, che la funzione effettiva dei Cpr tracima quella ufficiale. Il trattenimento nel Cpr – e la sottoposizione deliberata a procedure degradanti e a condizioni di vita disumanizzanti, come la negazione della privacy e della sicurezza – determina la creazione di una gerarchia razziale nella società italiana e tiene una parte della popolazione (quella immigrata) sotto il ricatto costante dell’internamento e dell’espulsione. Considerato che dalla legge Bossi-Fini il permesso di soggiorno è intrinsecamente legato al lavoro, secondo una logica che non è mai stata messa in questione da nessuno dei governi successivi, il sistema dei Cpr è legato strutturalmente allo sfruttamento lavorativo: l’alternativa tra lavoro (di qualsiasi tipo, a qualsiasi costo) e internamento spiana la strada a un regime di terrore e schiavismo. Il Cpr diventa il dispositivo di controllo – l’istituzione totale – che reifica l’idea della cittadinanza come merito e il percorso per ottenerla come lotta di sopravvivenza.
Economicamente, la gestione dei centri di identificazione e espulsione rappresenta un business milionario per cooperative, misericordie, aziende. Già nel 2003, la detenzione di una persona in un Cpt poteva fruttare dai 33 (Crotone) ai 99 euro (Modena, gestita dalla Confraternita della Misericordia di Daniele Giovanardi, il fratello del più celebre Carlo). Oggi, il bando pubblicato dalla Prefettura di Gorizia per la gestione del Cpr di Gradisca prevede un corrispettivo 1 milione 700mila euro (iva esclusa) all’anno: è un giro d’affari attraente, soprattutto se si considera che il margine di guadagno si allarga se le condizioni di vita degna non vengono garantite, come è avvenuto quasi sistematicamente.
Politicamente, sovrapponendo nella narrazione la funzione del Cpr a quella del carcere, il sistema Cpr permette di trasmettere l’informazione che lo Stato si sta occupando della questione degli immigrati irregolari e pericolosi. Strettamente da questa prospettiva, non importa quante persone vi siano rinchiuse: quello che importa è la mera esistenza del sistema dei centri permanenti per il rimpatrio, all’interno dei quali ogni non cittadino/a è potenzialmente internabile. Attraverso i Cpr, lo stato garantisce di «proteggere» i suoi cittadini e le sue cittadine, nascondendo loro una parte della popolazione razzializzata con la quale, peraltro, agli abitanti dei territori dove sorgono i Cpr è risparmiato il fastidio di interagire, proprio come se si trattasse di un campo di concentramento. E, come i campi di concentramento nelle parole di Hannah Arendt, i Cpr sono «surrogati del territorio nazionale nei quali confinare individui che non vi appartengono».

Un campo di internamento
Come scriveva Davide Cadeddu, in uno dei pochi libri usciti sul dramma dei centri di internamento italiani, Cie e complicità delle associazioni umanitarie.
«Ciò che rende il Cie tale è la sua natura biopolitica. In questo dispositivo il potere si esercita sulla persona trattenuta non in quanto autore di un reato, ma in quanto essere vivente, vita biologica, nuda vita. Per cui, anche se in questi campi di internamento fossero garantiti standard decenti rispetto alla tutela dell’incolumità personale, all’igiene del luogo, alla qualità del cibo, all’assistenza sociale (attraverso la presenza di interpreti, psicologi, avvocati, mediatori linguistici) o alla realizzazione di attività di socializzazione, la natura di questi luoghi comunque non cambierebbe, rimarrebbero quello che sono e continuerebbero ad assolvere sempre alla stessa identica funzione all’interno della società.»
La profondità della penetrazione del sistema campo nella mentalità europea degli ultimi anni si inserisce nel silenzio generale sulla questione carceraria, interrotto dagli sporadici rigurgiti di una vandea anti-anticarceraria, e si manifesta nella normalizzazione dei campi profughi lungo tutta la rotta balcanica (dalla Grecia alla Serbia e alla Bosnia) e dei campi di concentramento in Libia, dei respingimenti illegali (push-back) in mare e alla frontiera slovena, tutti finanziati con fondi e italiani ed europei, e che tuttavia, di nuovo, sono assenti dal dibattito elettorale di questo maggio e in generale latitano dalla presa di coscienza collettiva di stare vivendo i tempi di una Auschwitz on the beach.
In particolare, i campi di concentramento in Libia – istituiti formalmente come «campi di accoglienza» con gli accordi Italia-Libia a firma di Marco Minniti – sono ormai entrati appieno nella coscienza collettiva italiana, anche grazie al lavoro di alcune giornaliste come Francesca Mannocchi e Nancy Porsia: coscienza collettiva che, non potendo fingere di non sapere, si scinde tra chi-sa-e-non-gli-sta-bene e chi-sa-e-sta-bene-così. I campi libici, cosa che invece la coscienza collettiva tende a ignorare, rimandano ai campi di concentramento coloniali (1929-1933), dove l’Italia fascista deportò l’intera popolazione seminomade della Cirenaica, rinchiudendovi circa 100 mila persone (delle quali decine di migliaia sarebbero morte), mentre la resistenza guidata da Omar al-Mukhtar veniva stroncata a prezzo di un genocidio.

Nulla cambia perché qualcosa cambi
Da un lato era necessaria questa breve operazione di ricostruzione storica (della storia recentissima) che riprendesse il filo rosso delle politiche migratorie in Italia negli ultimi vent’anni, di fatto trasversali all’arco parlamentare, e incollasse i partiti e i singoli esponenti alle loro responsabilità, al fine di farci guardare da chi pratica un oggi un antirazzismo elettorale; dall’altro, è – come sempre – urgente cercare di trovare i punti di scarto, le specificità delle politiche e delle retoriche di questo governo rispetto a quelli che l’hanno preceduto.
Il primo punto di scarto è di natura comunicativa. Mai prima d’ora un razzismo tanto esplicito era stato fatto discorso istituzionale: nonostante il mercato del lavoro italiano continui a necessitare della manodopera migrante, la separazione tra migrante buono (lavoratore) da integrare e migrante malo (criminale) da espellere è stata superata a favore di una criminalizzazione generale delle persone migranti, che sarebbero culturalmente impossibilitate all’integrazione e culturalmente predisposte alla malavita. Il Partito democratico, per quanto abbia sempre rivendicato e i respingimenti e gli accordi libici, non ha mai osato far corrispondere al razzismo effettivo una retorica così esplicitamente xenofoba: la Lega, per la quale peraltro non sussiste il ricatto del bacino elettorale dell’accoglienza e del terzo settore, può invece lanciare un linciaggio dell’Altro, può creare un nemico politico, può legittimare una guerra civile. In questo senso, il governatore della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, può dichiarare che «il Fvg è disponibile a prendere in carico anche più di una struttura Cpr, ma questo dovrà comportare un alleggerimento che mira alla scomparsa di tutto il resto dell’accoglienza»: la via della completa ghettizzazione (ed eliminazione dalla vista) di chi è straniero è stata imboccata.
Il secondo punto di scarto è la produzione di nuove leggi che criminalizzano la resistenza dei/delle migranti e la solidarietà di chi sceglie di stare al loro fianco. Se da un lato la seconda parte del decreto sicurezza (a seguito della surreale campagna di criminalizzazione delle Ong) intende punire chi salva vite in mare; dall’altro la lotta contro il Cpr di Torino – che riesce da anni a squarciare il silenzio cui si vogliono condannare i reclusi – ha già subito una repressione pesantissima negli ultimi mesi. Quanto alle persone migranti, il Decreto sicurezza – che si configura come capitolo autoritario della legislazione italiana sull’immigrazione – ha aumentato i reati che causano il diniego o alla revoca della protezione internazionale; ha revocato la protezione umanitaria e abbandonato il sistema Sprar in favore di una gestione massificata e numerica delle procedure di protezione internazionale; ha limitato la concessione di permessi di soggiorno; ha ripensato la gestione delle frontiere (con detenzione in hotspot fino a 30 giorni e traslazione diretta in Cpr); ha rifinanziato i Cpr; ha criminalizzato le forme di resistenza. Il Decreto prevede anche il trattenimento a fini identificativi del/la richiedente protezione internazionale, «modalità attraverso la quale il legislatore vuole dare formale veste giuridica al trattenimento di ogni richiedente asilo che sia privo di documenti di identità in corso di validità (ovvero la quasi totalità)»: in breve, è in atto un cambiamento di paradigma, da un sistema di accoglienza (già con grandi limiti) a un sistema propriamente di criminalizzazione, controllo e carcerazione preventiva.

Contro tutti i Cpr
Secondo la circolare del 14 gennaio 2019, che ha seguito il cosiddetto Decreto sicurezza, il Governo dà «particolare importanza all’ampliamento dei posti nei Cpr, atteso che il numero di quelli attivi non risulta sufficiente per conferire efficacia alle misure di rimpatrio», e «sono stati già avviati lavori di ristrutturazione per attivare, nei prossimi mesi, nuove strutture e per effettuare interventi di ampliamento di quelle già in uso». A Gradisca d’Isonzo sono in corso i lavori per la riapertura del Cpr: i bandi della prefettura per la gestione indicano come data d’inizio il primo giugno 2019, il Cpr di Gradisca dovrebbe aprire prima di quello di Milano e di quello di Modena, altri due dei quali si parla da qualche tempo. La sindaca Linda Tomasinsig (Pd), formalmente contraria all’apertura del Cpr (come già all’esistenza del Cie), aveva più volte chiesto pubblicamente la non coesistenza di Cpr e Cara, che tuttavia ha ottenuto: le persone «ospitate» nel Cara di Gradisca saranno così costrette a convivere con la militarizzazione del Cpr e con la minaccia tangibile che rappresenta.
Nel frattempo, negli ultimi mesi, nei Cpr aperti in Italia, le persone rinchiuse hanno continuato a resistere al loro internamento, con scioperi della fame, fughe, rivolte interne, incendi, senza che il loro gridare provochi una grande eco tra chi sta fuori. Fuori – soffocàti da anni di gestione repressiva dell’immigrazione e del dissenso e dalla criminalizzazione della solidarietà e della militanza – non abbiamo la prontezza di risposta che c’era stata negli anni Dieci, quando le lotte dentro i centri di identificazione ed espulsione potevano contare, in un certo senso, sull’attenzione e la solidarietà di chi le osservava da fuori.
Tuttavia, quella contro i campi di internamento sembra oggi la lotta dirimente dell’antirazzismo in Italia (e forse in tutto l’Occidente): quella che non concede ipocrisie e buonismi, mentre riceve – non a caso – un’attenzione particolare dall’apparato securitario. Un antirazzismo critico, capace di individuare strutturalmente le responsabilità occidentali nelle migrazioni e nel loro sfruttamento, di non cadere nell’ottica neocoloniale dell’antirazzismo liberal e di agire contro i lager del suo tempo, è il solo che ha senso provare a praticare. Anche perché, riprendendo Giorgio Agamben, ciò che avviene in questi pezzi di territorio posti fuori dall’ordinamento giuridico normale inaugura un nuovo paradigma giuridico-politico, dove l’eccezione è norma, e che l’eccezione (spesso giustificata come emergenza) sia normalizzata è uno dei grandi processi politici del nostro tempo e un rischio che non possiamo giocarci...


*Michela Pusterla è dottoranda in italianistica all’Università di Trieste.