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domenica 10 dicembre 2023

Ddl Sicurezza, il pm Vanorio: “Norme da stato autoritario, tecnicamente fasciste. Si reprime il dissenso della gente per bene”


(intervista di Vincenzo Iurillo)

“Il disegno di legge in materia di sicurezza pubblica contiene una serie di norme tecnicamente da stato autoritario”. La tocca piano il pm di Napoli Fabrizio Vanorio, esponente di Magistratura Democratica, dieci anni in Direzione distrettuale antimafia, già inquirente di inchieste e processi sul clan dei Casalesi e sui loro referenti politici, su Silvio Berlusconi e su Massimo D’Alema, ora in servizio alla sezione pubblica amministrazione dell’ufficio guidato da Nicola Gratteri. Vanorio queste cose le ha dette in un seminario all’Università di Napoli davanti ai docenti dell’Ateneo e ai vertici della classe forense napoletana. E le ribadisce in questa intervista.

Dottor Vanorio, cosa non le piace della bozza di ddl in discussione?
Farei prima a dire cosa mi piace.

Parliamo del resto invece.
Con franchezza: l’impianto complessivo dell’articolato che è circolato, che è stato pubblicato sulla rivista ‘Ristretti Orizzonti’ dopo un comunicato della presidenza del Consiglio, e che quindi possiamo ritenere ufficiale, fa emergere un quadro estremamente preoccupante.

Perché?
Il ddl vuole punire queste categorie di persone ritenute evidentemente ‘pericolosissime’: i ladri come tipi d’autore, da criminalizzare a vita; i dissenzienti, perché torna in vigore la normativa Scelba sul blocco stradale; i poveri; i migranti. Persino le detenute madri di bambini sotto i tre anni.

Faccia qualche esempio.
Emblematica è la norma contro lo sfruttamento dei minori. Due genitori poveri, spesso extracomunitari ma ce ne sono anche italiani, che insieme rimediano in nero 1000-1200 euro e non ce la fanno, e mandano il loro figlio 15enne a fare elemosina o a vendere fazzoletti agli incroci, in Italia farebbero scattare un reato punito addirittura fino a nove anni di carcere. La corruzione propria ne prevede dieci. Per questo governo due genitori poveri srilankesi e il grande imprenditore che paga una enorme tangente per strappare un appalto miliardario sono uguali.

Lei prima accennava anche alla punizione del dissenso.
Si alzano le pene per la resistenza a pubblico ufficiale. Reato serio, per carità. Ma già ora si prevedono pene serie. Farle arrivare a sette anni è ai limiti del reato di rapina, dell’induzione indebita, la concussione più lieve. E la triplicazione delle pene per i ‘pericolosissimi’ giovani armati di bombolette spray, che imbrattano i muri. Possono arrivare sino a tre anni. Poi c’è la norma più vergognosa di tutte, un obbrobrio giuridico.

Quale?
È quella contro i migranti, studiata per reprimere gli atti di resistenza passiva dei migranti. Le faccio questo racconto: arrivi in Italia per scappare dalla guerra, dalla miseria, sei solo povero, non hai torto un capello a nessuno. Vieni rinchiuso in un Cpt, che magari non ha acqua calda o i bagni a norma o fa troppo caldo o troppo freddo o il cibo è scadente. Protesti, fai rumore, gridi, batti le pentole e qualcuno si associa. Ecco, contro gli organizzatori di questa ‘resistenza passiva’ di tipo gandhiano si prevedono sino a sei anni di reclusione. Possono scattare le intercettazioni, gli arresti: non si è mai vista in un paese civile l’incriminazione della resistenza pacifica. Al secondo posto tra le norme autoritarie c’è il ritorno della normativa Scelba sul blocco stradale. Un capolavoro.

Perché è così duro?
Si reprime il dissenso puro e semplice della gente per bene. Chi va in piazza oggi? Chi è vittima di tagli, dello stop al reddito di cittadinanza, di licenziamenti collettivi. Persone oneste che soffrono. Che se organizzano una protesta o uno sciopero e comunicano in anticipo i luoghi, vengono ignorati dai mass media, che non possono seguire tutto. E allora che fanno? Bloccano una autostrada, per avere attenzione.

Fanno bene?
No, non fanno bene. Però dico che sinora il blocco prevedeva una sanzione amministrativa pesante da 1000 a 4000 euro, quindi le sanzioni già c’erano. Ora fanno tornare Scelba al comma 1-bis, inseriscono anche le proteste sulle strade ferrate, e si arriva a una pena sino a due anni. Si sporca la fedina penale di cittadini che non sono criminali, ai quali si creeranno problemi ulteriori sul lavoro, che forse non troveranno più, non potranno fare concorsi pubblici. E magari prima o poi trovi un giudice troppo rigoroso che non ti dà la sospensione della pena e vai in carcere. Senza considerare l’intasamento degli uffici dei pm per seguire questi fascicoli. Saremo costretti a sfornare centinaia di decreti penali inutili, destinati alle scontate opposizioni degli avvocati d’ufficio. Non mi pare il caso di usare i carabinieri e la polizia per inseguire i mendicanti e i disoccupati che protestano, distraendoli dai reati gravi.

Qual è la sintesi del tutto, secondo lei?
Il disegno di fondo, che un certo tipo di destra ha sempre avuto, è quello di arrestare il povero e il dissidente. Prevedendo innalzamenti di pene e l’eliminazione delle attenuanti per reati già puniti seriamente, come la resistenza a pubblico ufficiale, che è un reato commesso non dai colletti bianchi o dai politici, ma da giovani, poveri, ubriachi e tossicodipendenti. Eppure prima c’erano sanzioni amministrative serie, che creavano risorse pubbliche, invece adesso vi saranno ulteriori processi e ulteriore sovraffollamento in carcere. Tutto questo in un paese dove i penitenziari sono oltre i limiti di capienza, dove si sta in dieci extracomunitari in una cella a Poggioreale. E come spieghiamo ai cittadini che questo governo con la mano destra vuole mettere in carcere i poveri e con la mano sinistra vuole abrogare l’abuso d’ufficio, proteggendo il docente universitario che trucca un concorso, il sindaco che affida illegalmente un appalto a un amico, il magistrato che avvantaggia illegittimamente una parte processuale?

Lei al seminario ha parlato di “norme liberticide, tecnicamente fasciste”.
La democrazia ovviamente è solida e non è in pericolo. Ma queste norme sono tecnicamente fasciste perché fanno rivivere in parte quelle del codice Rocco. Se questo disegno di legge passasse, si tornerebbe a un diritto penale autoritario simile a quello degli anni di Mussolini, o per fare un esempio più moderno, a quello dell’Ungheria di Orban. Ed infine inasprire le pene contro gli straccioni e i mendicanti ricorda ‘la ley de vagos y maleantes’ inasprita in Spagna da Francisco Franco.

da qui

sabato 22 maggio 2021

Portico d’Ottavia - Giovanni Iozzoli

E’ all’ombra delle fosche tragedie globali, che di solito si consumano le tragicommedie italiane. Anch’esse, alle volte, assumono risvolti drammatici (pensiamo alla stagione dello stragismo di Stato durante la guerra fredda), ma il più della volte forme ed esiti delle vicende italiane, si collocano nel campo del grottesco. Come per una vocazione nazionale, o una misteriosa inerzia che spinge in quella direzione. In questo senso, la foto di gruppo sul palco della lobby israelita romana, quello su cui l’intero ceto politico italiano, il 12 maggio, si è arrampicato scompostamente, quasi sgomitando, sotto l’egida della gloriosa bandiera israeliana, è anche una foto d’epoca, a suo modo. Potrebbe finire nei libri di scuola del futuro – di una scuola finalmente matura, formativa e consapevole – nel capitolo sulla crisi italiana di inizio secolo; la didascalia direbbe: questa era la classe dirigente italiana di allora, quelli che governavano insieme e insieme corsero in aiuto del più forte, dell’oppressore, dell’invasore, sorridendo e stringendosi tra loro. Gli studenti del futuro (più attrezzati di quelli odierni) si stupiranno: ma come? Si schierarono tutti dalla parte dell’invasore?

Non potranno capire, quei ragazzi, come sia stato possibile che, nell’Italia del 2021, la distruzione di Gaza City, sia stata raccontata a reti unificate come una proterva aggressione palestinese. Neanche Goebbels nel ’39 ebbe il coraggio di dire ai tedeschi che la Polonia minacciava la sicurezza della Germania.

Per molti politicanti schierati su quel palco, a Portico d’Ottavia, quel tipo di collocazione è stata assunta in modo inconsapevole, automatico, come fosse una postura naturale. Non è il frutto di una discussione politica, di una riflessione, di una scelta di campo ponderata. E del resto in quali sedi sarebbe potuto maturare un eventuale dibattito? I partiti si sono squagliati e le istituzioni rappresentative sopravvivono come feticcio o simulacro. Questo ceto politico non ha conosciuto altro che quel tipo di posizionamento. E’ gente cresciuta in seno all’ortodossia euro-atlantico-sionista, quella in cui il fascio di interessi denominato “Occidente” non presenta più divaricazioni o alternative al suo interno. E’ un fascio compatto, monocromatico.

Foto d’epoca, dicevamo, Salvini, Letta, Meloni e vario sottobosco umano, che petto in fuori impugnano la bandiera bianca e celeste, sotto l’occhio soddisfatto e ammiccante dei dirigenti della rappresentanza sionista in Italia. Immagini storiche, a loro modo, in grado di restituire il sapore di un’epoca – tanto quanto le vecchie foto sgranate degli squadristi in camicia nera, con fez e pantaloni a sbuffo, testimoni viventi dell’epopea gaglioffa e criminale del ventennio; o la foto del Presidente Leone che mostra le corna agli studenti, simbolo di un’Italietta marcia, antica e profonda; o l’istantanea di un Craxi livido e incredulo, che esce dall’Hotel Raphael sotto una pioggia di monetine, mentre crollano gli scenari di cartapesta della Prima Repubblica. Foto gallery antropologica di un paese indecifrabile.

Ah, ecco, giusto: Bettino Craxi. Qualcuno farà mai leggere a quel timido ectoplasma di Enrico Letta, il testo del discorso che l’allora presidente del Consiglio pronunciò alla Camera il 6 novembre del 1985, dopo lo strappo di Sigonella e il caso Achille Lauro – un discorso in cui il Presidente del Consiglio italiano rivendicava il diritto alla lotta armata per il popolo palestinese, paragonando la resistenza araba al nostro Risorgimento? Povero Letta, rimarrebbe a bocca aperta. Che razza di Italia era? – si chiederebbe allibito l’ectoplasma. Era un’Italia altrettanto atlantista, guidata da un Presidente del Consiglio anticomunista, che però qua e là, in politica estera, si prendeva anche la responsabilità di assumere posizioni autonome: perché alle spalle c’era un’idea repubblicana di interesse nazionale – evitare che l’Italia diventasse un campo di battaglia geopolitico, tutelare le linee di approvvigionamento energetico e le reti di commercio internazionale –, dentro un paese ancora vivo, giovane, che discuteva (non ossessivamente solo di vaccini), un paese che si divideva, dibatteva, articolava le sue posizioni. E un ceto politico che allora molti noi osteggiarono (a morte) ma che oggi giganteggia, davanti all’immagine degli eroi di Portico d’Ottavia, coraggiosamente schierati dalla parte dei bombardieri.

E quella foto Letta-Salvini-Meloni, come potremmo chiamarla, per conservarla degnamente nel pantheon bislacco e vigliacchetto della storia patria? La foto di Portico D’Ottavia? No, finiremmo per nobilitarla con accostamenti classicheggianti. Battezziamola piuttosto: foto della Ripresa e Resilienza; si, così, con la denominazione pomposa che hanno affibbiato al loro piano bipartisan di distribuzione di soldi pubblici alle lobbies private. I posteri rideranno della totale incongruenza della didascalia, rispetto alle facce di quella ciurma di sopravvissuti. Perché si capisce bene che l’unica cosa davvero resiliente è il caparbio attaccamento di costoro ai brandelli residui del loro potere – ormai ampiamente commissariato da centri di comando extra-nazionale o extra-istituzionale.

Hanno voglia a mettersi in posa. Non rappresentano più niente. Sono solo utili idioti o sbiadita tappezzeria di quelli che comandano davvero. Nessuno – americani o israeliani – ha bisogno della loro approvazione. Probabilmente, il criminale di guerra Netanyahu non ricorda neanche il nome o la faccia di Salvini, nonostante il piccolo padano esibisca sempre orgoglioso la foto con Bibi. Israele non ha mai avuto bisogno di alibi democratici: rappresenta l’Occidente e agisce senza fronzoli e ipocrisie; gli bastano i carri armati le batterie antimissile.

A proposito di missili: non piacciono a nessuno, e forse non piace neanche Hamas; ma chi ha un po’ di residua onestà intellettuale deve riconoscere che è solo grazie a quei missili che esiste ancora una “questione palestinese”. Sono i missili a tenere aperta la ferita. Fosse per i cantori della pacificazione – quelli che siedono a Washington, Bruxelles, Riad o al Cairo – l’assimilazione coloniale delle terre di Palestina sarebbe già compiuta da tempo. Se settant’anni di resistenza e speranza antisionista, sono ormai affidati a qualche migliaio di Qassam, la colpa non è dei palestinesi, ma dei traditori d’Oriente e d’Occidente che li hanno da tempo condannati a uscire dalla storia.

da qui