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mercoledì 11 settembre 2024

Mi chiamo Maysoon Majidi

Lettera dal carcere di Maysoon Majidi, l’attivista curdo-iraniana accusata di essere una scafista racconta il suo viaggio verso l’Italia: dalle persecuzioni del regime all’arresto

Mi chiamo Maysoon Majidi, sono nata il 29 luglio del 1996. Questa è la mia voce! Sono laureata in teatro e ho un diploma magistrale, sono attivista politica e membra dell’organizzazione dei diritti umani «Hana», partecipo al coordinamento dei Curdi in diaspora, sono attivista dei diritti delle donne e delle nazioni sottomesse. Quanto ai diritti dei rifugiati, ho sempre partecipato alle varie attività come organizzare le manifestazioni dell’Onu in Erbil (Iraq) dopo la morte di Behzad Mahmoudi, rifugiato politico. Ho svolto tante altre attività. Ho partecipato alle lotte del popolo curdo per sette anni.

Sia io che mio fratello abbiamo ricevuto molti messaggi di minacce da parte del regime iraniano, così abbiamo dovuto lasciare l’Iraq

NEL 2019 sono dovuta scappare dell’Iran con mio fratello e in Kurdistan irakeno ho lavorato in televisione. Negli ultimi due anni ho lavorato come reporter e giornalista indipendente. Nel corso della rivoluzione per «Jina-Mahsa Amini» ho organizzato la prima performance davanti alla sede delle Nazioni unite in Erbil e ho costruito il canale «Ack news» per pubblicare notizie in tempo reale. Sia io che mio fratello abbiamo ricevuto messaggi di minacce da parte del regime iraniano, così abbiamo dovuto lasciare l’Iraq, perché l’Onu ha evitato ogni appoggio, aiuto, protezione. Nell’agosto 2023, insieme ad altri attivisti, abbiamo pagato cinquemila euro per entrare in Turchia come rifugiati. Abbiamo dovuto camminare in mezzo alle montagne. In Turchia siamo rimasti a casa di una signora anziana per due giorni, poi siamo andati a Van e dopo cinque giorni abbiamo ricevuto i passaporti falsi. Da lì siamo andati a Istanbul con vari mezzi e macchine (essendo trascorso un anno, non ricordo tutti i dettagli). A Istanbul eravamo in 15 e siamo stati truffati (…). Ci hanno derubato dei soldi che avevamo pagato per venire in Italia, ci minacciavano, ci facevano violenze e dispetti continuamente.

Il poliziotto e il mediatore mi hanno chiesto chi guidasse la barca. Ho risposto: «Non lo so». Poi sono venuti ad arrestarmi. Non riesco ancora a capire il perché

SIAMO STATI abbandonati in Turchia per cinque mesi (da agosto a dicembre). In questo periodo chiedevamo l’aiuto economico dalla famiglia e dai parenti (…). Io e mio fratello abbiamo dovuto aspettare fino a dicembre per avere i soldi per venire in Italia (quasi 50mila euro). La mia famiglia ha dovuto vendere la macchina e la casa per recuperare questi soldi. Il 25 dicembre siamo andati all’hotel Aksara di Istanbul per partire verso l’Italia il giorno successivo. C’erano tanti altri passeggeri. (…) Finalmente il 26 dicembre, alle 18, insieme ad altre 30 o 40 persone, siamo stati trasferiti al porto di Izmir. Il 27 dicembre, insieme ai passeggeri di un altro camion, siamo arrivati in spiaggia, camminando in mezzo alle montagne per ore. Alle 12, dopo essere stati controllati e aver lasciato a loro i nostri cellulari, portando con noi uno zaino solo, divisi in piccoli gruppi, siamo stati trasferiti su una barca con i vaporetti. Ognuno di noi aveva solo uno zaino nero con le cose strettamente necessarie. La barca aveva tre camere piccole e un salone. Le donne e i bambini erano in una stanza e una cabina era per la famiglia (…). Gli uomini, la maggior parte dei quali erano afgani, stavano nel salone. C’erano tre bagni, uno per noi che si è rotto il primo giorno ed era fuori uso; (…) Nell’urgenza di andare in bagno dovevamo usare i sacchetti di plastica e poi buttarli fuori. A causa della situazione terribile, si vomitava spesso. Il motore della barca si rompeva continuamente (…). Si è rotta anche la pompa e l’acqua entrava in barca; i ragazzi dovevano svuotarla con i cestini che scaricavano fuori.

IL MIO CORPO diventava sempre più debole per ilo mal di mare. Mi girava la testa. Mi sono accorta che mi sono venute le mestruazioni. Sono andata in bagno per controllare. Era vero, ma non riuscivo a trovare lo zaino per prendere l’assorbente. Sono tornata su per cercarlo e ho visto che si era seduto un uomo al posto mio. Ho provato di tutto e persino litigato, ma non si è spostato. Avevo la nausea e non riuscivo a respirare. Una donna, che è stata sopra tutto il tempo, maltrattava tutti, ha cominciato a sgridarmi. Io ho reagito a parole. Piano piano tutti hanno cominciato a urlare. Un uomo ha cercato di calmarmi e mi ha chiesto di sedermi su un pezzo di legno in fondo alla barca e ha detto che anche gli altri passeggeri potevano salire al piano superiore per respirare. (…) Il 30 dicembre sono rimasta nell’ultima stanza vicino alle donne e ai bambini. L’odore del bagno era così forte che si sentiva dal piano di sopra. Il 31 dicembre ci hanno detto che eravamo nel mare libero e non c’era più il rischio di essere visti dai poliziotti, quindi si poteva andare su senza problemi. (…)

TUTTI SI LASCIAVANO il vero nome e i contatti di Instagram. Era finito il viaggio e si vedeva la costa italiana. Nella mattinata nebbiosa di dicembre hanno calato la barchetta gonfiabile in acqua. Tutti felici hanno cominciato a filmare e mandare i messaggi per far sapere che erano in salvo. Pure io, seduta sul legno, ho mandato un messaggio e i selfie con mio fratello alla famiglia. A causa del freddo, la lingua tremava e ho dovuto ripetere il mio messaggio vocale più volte. (…) Cinque minuti dopo aver mandato il video, hanno detto che cinque persone dovevano scendere come siamo saliti all’inizio! Siamo stati nominati io e mio fratello (…).

PENSAVO CHE tutto fosse andato bene, ho cominciato a fare le foto ai funghi cresciuti per terra, agli alberi, alla natura e poi ci siamo fatti alcuni selfie. A causa del mio sanguinamento da mestruazione, un uomo curdo mi portava lo zaino. Non c’eravamo ancora allontanati, quando ho sentito un rumore da dietro! Ho visto un’ombra dietro agli alberi! Appena ho chiamato gli altri, sono usciti i poliziotti, mi sono spaventata vedendoli, perché pensavo che ci picchiassero (come i poliziotti bulgari) e per quello ho subito detto che eravamo rifugiati: «Aiutateci!» Sono diventati tanti. Prima ci hanno chiesto di mostrare cosa portassimo nei nostri zaini e poi ci hanno perquisito. Uno di loro mi ha aperto l’hotspot dal suo cellulare per accedere a internet e così sono riuscita a cercare il mio nome online e fargli vedere alcune foto delle mie attività. Poi sono riuscita a comunicare con loro tramite traduttore digitale. Ho spiegato che siamo attivisti politici, e che la persina con me è mio fratello: «Siamo iraniani e non vorremmo restare in Italia. Siamo diretti in Germania». Lui mi ha scritto col traduttore digitale che dovevo stare calma. E che loro ci avrebbero trasferito in un campo solo per farci riposare e aiutarci. Poi ci avrebbero lasciati liberi di andar via. Li ho ringraziati.

Dopo ci hanno trasferiti in un parcheggio scoperto. Ci siamo aggregati agli altri passeggeri che erano arrivati prima di noi. Abbiamo fatto la coda per farci fotografare e per la registrazione dei nostri dati sensibili. Hanno distribuito acqua e biscotti. Mi sono seduta in un angolo con mio fratello. Il poliziotto e il mediatore mi hanno chiesto chi guidasse la barca. Ho risposto: «Non lo so». (…) Il mediatore ha ripetuto la domanda: «Chi comandava sulla barca?» (…) Ho risposto: «Non so». Sono andati via. Poco dopo, ci hanno chiesto di salire su un bus bianco. (…) Avevo i piedi gonfi e le scarpe sporche e bagnate. Le ho tolte e lavate. Poi sono andata fuori a sedermi. (…) A quel punto sono venuti ad arrestarmi. Non riesco ancora a capire il perché.

***
La traduzione è a cura di Unione Donne Italiane e Kurde, Marjam Mohammadi, Snour Marziyeh Nishat]

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martedì 4 giugno 2024

Repressione instancabile

aggiornamenti da www.osservatoriorepressione.info

Nicoletta ai domiciliari – Lunedì 3 giugno, ore 18:30, presidio davanti a casa

Nicoletta da oggi è nuovamente agli arresti domiciliari. Il provvedimento è stato emesso dalla giudice Elena Massucco in seguito alla condanna definitiva per evasione di 1 anno e 9 mesi.

Nel 2016 Nicoletta era stata prima costretta all’obbligo di dimora e poi con un aggravamento della misura alla detenzione domiciliare per i fatti del 28 giugno 2015 quando la marcia notav ruppe i divieti e fece cadere reti e barriere con l’orgoglio!

Nicoletta, ritenendo la misura ingiusta, aveva deciso di violarla ripetutamente, facendo apparizioni pubbliche e sortite in giro per la valle ed in tutta Italia ritornando poi a casa a Bussoleno. Un atto di potresta dimostrativo che aveva assunto toni faceti con le sagome ad altezza naturale di Nicoletta che apparivano in giro per le piazze d’Italia dando seguito alla campagna “Io sto con chi resiste”.

L’iniziativa di Nicoletta aveva creato un cortocircuito nelle aule del tribunale di Torino: il giudice sconfessando la linea della magistratura (che richiese un aggravamento della misura) aveva affermato che il comportamento di Nicoletta era “innocuo” perché messo in atto non per sottrarsi alla giustizia, ma per “sfidarla” parlando di “non tipicità delle descritte condotte della DOSIO”. Il giudice aveva dunque deciso allora oltretutto per la revoca degli arresti domiciliari. In sostanza non si trattava di evasione, ma di una forma di protesta.

 

Mentre alcuni politicanti ritengono che le misure cautelari ai loro colleghi accusati di corruzione siano un’onta, i No Tav subiscono da decenni un utilizzo delle misure cautelari sproporzionato rispetto ai reati contestati, con processi in cui a volte le pene comminate sono inferiori al tempo trascorso sotto misura, se non in complete assoluzioni. La posizione di Nicoletta nel processo rispetto ai fatti di quel 28 giugno 2015, ormai già passato dalla Cassazione, fu ritenuta lievissima. Una posizione che non avrebbe mai giustificato quel tipo di misure e che a posteriori dimostra ancora una volta come la protesta di Nicoletta fosse pienamente legittima.

Oggi a 8 anni dai fatti Nicoletta all’età di 78 anni si trova costretta nuovamente ai domiciliari in quello che è un continuo accanimento atto ad intimidire chi lotta e si oppone alla devastazione della propria terra.

Facciamo sentire la nostra vicinanza a Nicoletta con un presidio davanti a casa sua e di Silvano per Lunedì 3 giugno alle 18:30. Si parte e si torna insieme

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Bologna: contro galere e cpr, Jonathan libero, tuttx liberx

Negli scorsi giorni, in San Donato, è avvenuto un fatto gravissimo, l’ennesimo atto di repressione e abuso da parte della polizia e degli apparati di potere: forme di violenza in divisa che negli ultimi mesi si stanno moltiplicando nel quartiere.

A dicembre ci manganellavano davanti alla sede della RAI, proprio sotto i palazzi della Regione Emilia-Romagna, mentre si protestava contro la complicità dello stato e dei mezzi di comunicazione governativi con il genocidio in corso a Gaza. Ad aprile invece provavano a sgomberare il presidio resistente del parco Don Bosco: quel giorno siamo riusciti ad allontanare le divise, ma al prezzo di decine e decine di feritx, 7 alberi del parco e un arresto violentissimo due giorni più tardi, proprio dentro al parco, che oltretutto ha visto l’utilizzo di taser, per la prima volta usato in Italia contro qualcunx del movimento.

Oggi invece hanno deciso di colpire Jonny, un ragazzo che è cresciuto in San Donato, dove vive, e che ha attraversato il quartiere fin da bambino. Lì si trova la sua famiglia, lx amicx, la casa.

Dopo essere stato fermato in via Andreini per un controllo di routine, Jonny è stato portato con l’inganno in questura per “accertamenti”. Qui è stato trattenuto due giorni in una cella senza cibo e acqua, fino a sabato, giorno in cui è stato trasferito in fretta e furia nel CPR di Via Corelli a Milano in attesa della decisione sul suo espatrio, udienza prevista per martedì 28. Un ragazzo che ha costruito a Bologna tutta la sua vita, i suoi affetti e i suoi ricordi, è stato preso a forza dai Carabinieri e dal mattino alla sera rischia di essere espatriato a Cuba,senza possibilità di vedere la sua famiglia, lx sux amicx, anche solo prendere i suoi oggetti personali.

Tutto questo in vista delle elezioni europee dove il governo Meloni vuole portare la sua politica razzista, omofoba e militarista in un’Europa che sembra sentirsi sempre più vicina a questi ideali.

Ribadiamo che un pezzo di carta non può determinare le nostre vite, che è inaccettabile che per mancanza di quest’ultimo la vita di un ragazzo possa essere stravolta per la decisione arbitraria di uno stato che determina come e dove dobbiamo esistere. Se questo è quanto, allora Noi non riconosciamo questo stato.

Al fianco di un amico che ha attraversato e che vuole continuare ad attraversare le strade del suo quartiere.

Fuoco a Frontiere e CPR.

Tuttx Liberx.⁩

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L’assordante silenzio sulla vicenda repressiva contro Luigi Spera

Luigi Spera, vigile del fuoco, istruttore sportivo, in prima fila nelle esperienze di solidarietà dal basso nei quartieri popolari del centro storico di Palermo, arrestato insieme ad altr* due compagn* con l’accusa di atto terroristico per un lancio di fumogeni alla sede di Leonardo SPA a Palermo. In queste settimane il Tribunale di Palermo ha respinto il riesame delle misure disposte per i tre attivisti confermando, quindi, i caratteri della persecuzione e della esplicita punizione preventiva contro chiunque osi criticare l’operato del complesso militare/industriale italiano e l’insieme delle produzioni di morte

di Michele Franco da Contropiano

Stiamo registrando in queste ultime settimane – attraverso il configurarsi di vari episodi e il palesarsi di dispositivi normativi sempre più autoritari – un accentuazione dei caratteri repressivi dell’azione del governo, delle Procure, degli uffici investigativi contro qualsiasi forma di mobilitazione e di dissenso politico e sociale.

Studenti in lotta, solidali con la Resistenza Palestinese e attivisti dei sindacati conflittuali sono tra i target preferiti contro cui si scagliano denunce penali, sanzioni amministrative e condanne “esemplari” se rapportate ai fatti in oggetto. Lo stesso “esercizio democratico” (dai cortei nel centro delle città all’agibilità culturale e sociale delle Università) è sottoposto ad uno stringente controllo tendente a circoscrivere i “luoghi della protesta” in una sorta di “recinti predeterminati e spasmodicamente iper/controllati”.

Siamo arrivati al punto che – persino – “autorevoli esponenti di testate giornalistiche prestigiose” (dalla Stampa a Repubblica) si lamentano del “clima d’ordine” esistente anche se poi si dimenticano volutamente che – parimenti – lo stesso comportamento dispotico era interpretato dai loro sponsor politici oggi, temporaneamente, “all’opposizione”.

Insomma non è un clima facile per quanti – quotidianamente – nei posti di lavoro, nei territori e nell’intera società resistono alle politiche governative e padronali, per quanti si battono per il diritto allo studio, per la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, per quanti si oppongono allo stupro ambientale dei territori e per gli attivisti del movimento contro la guerra e per la solidarietà con i popoli aggrediti dall’imperialismo e dalle nuove forme del colonialismo euro/atlantico.

C’è l’esigenza – forte – di una mobilitazione contro l’insieme dei tentativi di criminalizzazione delle lotte sociali e c’è la necessità di rilanciare le “ragioni sociali” che alimentano queste proteste contrastando ogni mistificante azione di opacizzazione e distorsione dei loro contenuti programmatici.

E’ tempo – quindi – di una azione di controinformazione culturale e politica a tutto campo e di uno schieramento articolato che sia in grado, non solo di porre un deciso Stop a tale campagna di intimidazione e di palese restringimento della libertà di lotta e di organizzazione ma – soprattutto – di impedire che in un artificioso contesto di silenzio e di disorientamento siano colpiti materialmente molti soggetti di queste mobilitazioni e vertenze verso i quali – invece – andrebbe assicurato un sostegno deciso ed un necessario quanto esponenziale allargamento delle simpatie e del consenso sociale.

In tale contesto di Repressione voglio richiamare l’attenzione su una vicenda umana e politica, quella del compagno di Palermo, Luigi Spera la quale, fuori dalla Sicilia, è sostanzialmente sconosciuta

Luigi, quarantadue anni, Vigile del Fuoco, iscritto all’Unione Sindacale di Base è detenuto, da molti mesi, prima in regime di isolamento carcerario a Palermo e poi nel Carcere Speciale di Alessandria (ossia dall’altra parte del paese rispetto al suo luogo di residenza) con la pesante accusa di “terrorismo”.

I fatti di cui è accusato Luigi sono risibili.

Lo scorso 26 novembre 2022 la sede della multinazionale LEONARDO Spa (azienda a “partecipazione statale” italiana che produce vari sistemi d’armi in uso nei principali scenari bellici, tra cui il Medio Oriente) fu oggetto di una contestazione pubblica, a seguito di una ennesima strage in Kurdistan, durante la quale alcune fumogeni/fiacccole incendiarie – quelle che di solito vengono usate per colorare i cortei oppure allo stadio ed in altri momenti ludici – furono lanciati oltre il cancello che delimita la sede di Palermo di questa società.

Per la stampa locale, per l’Azienda e per la Procura della Repubblica quei gesti simbolici (i quali non procurarono nessun danno materiale a persone o a cose) furono trasformati in “atti di terrorismo” e di “allarme democratico”.

Luigi ed altri due compagni furono arrestati nonostante l’assenza di prove concrete o di qualsivoglia flagranza del reato. Da allora è iniziata una lunga e pesante persecuzione fisica e materiale attraverso la carcerazione, il prolungato regime di isolamento a Palermo, il trasferimento punitivo ad Alessandria e il “marchio”di “pericolosità sociale” impresso sulla vita di Luigi e degli altri compagni.

In queste settimane il Tribunale di Palermo ha respinto il riesame delle misure disposte per i tre attivisti confermando, quindi, i caratteri della persecuzione e della esplicita punizione preventiva contro chiunque osi criticare l’operato del complesso militare/industriale italiano e l’insieme delle produzioni di morte.

Attorno alla vicenda del compagno Luigi Spera e delle attiviste e degli attivisti del Collettivo ANTUDO occorre riaccendere l’attenzione per strappare dalle mani di una assurda quanto feroce repressione i compagni palermitani.

Luigi non è un “oscuro quanto maldestro terrorista” ma è un vigile del fuoco, istruttore sportivo, in prima fila nelle esperienze di solidarietà dal basso nei quartieri popolari del centro storico di Palermo. Esperienze sociali ed aggregative come la Palestra Popolare Palermo a cui fanno riferimento atleti pluripremiati, o l’Ambulatorio Popolare Centro Storico, che da anni è un presidio sanitario autorganizzato che permette a tutte e tutti di accedere a cure gratuite, oltre alla militanza sindacale nell’USB, sono i luoghi dove ha sviluppato la propria azione politica nella città siciliana.

Riportiamo Luigi nei suoi e nei nostri luoghi!

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Emergenza infinita processo a Curcio Moretti 50 anni dopo

La procura della Repubblica di Torino chiede di processare Renato Curcio, Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso in relazione alla sparatoria alla Cascina Spiotta nell’Alessandrino dove il 5 giugno del 1975 fu uccisa anche Margherita Cagol. Udienza preliminare il 26 settembre

di Frank Cimini da giustiziami

L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 24 settembre.La procura della Repubblica di Torino chiede di processare Renato Curcio, Mario Moretti, Lauro Azzolini e Pierluigi Zuffada per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso in relazione alla sparatoria alla Cascina Spiotta nell’Alessandrino dove il 5 giugno del 1975 fu uccisa anche Margherita Cagol. La procura utilizza intercettazioni eseguite prima che l’indagine venisse formalmente riaperta dopo il proscioglimento di Azzolini senza che si potesse leggere e riesaminare il vecchio fascicolo perché scomparso causa alluvione.

È la classica storia da emergenza infinita, una “malattia” dei magistrati che ne hanno fatto una ragione di vita e di conseguenza di morte per gli altri.

Margherita Cagol venne colpita dal fuoco degli operanti nel corso del blitz che portò alla liberazione dell’imprenditore Vallarino Gancia. La donna sul prato antistante la cascina era ormai disarmata. Ma nocn è dato satpere negli atti depositati e relativi alle indagini condotte dalla procura di Alessandria se vi fu o meno una formale imputazione a carico dei militari per la morte di Margherita che fin da subito venne fatta sbrigativamente passare come giustificata dal conflitto a fuoco. L’ex carabiniere Giovanni Villani arrivato sul luogo a sparatoria avvenuta sentito l’anno scorso nell’ambito della nuova inchiesta disse che la versione ufficiale non lo aveva mai del tutto convinto.

Anche Renato Curcio interrogato come indagato si rivolse ai pm affermando di aspettarsi indagini sulla morte della moglie. I magistrati risposero che si stavano attivando in quella direzione. Parole al vento evidentemente.

L’avvocato Davide Steccanella difensore di Azzolini nelle sue contro deduzioni inviate al gup che dovrà decidere sul rinvio a giudizio afferma che la lettura delle carte dell’accusa “lascia piuttosto perplessi”.

Curcio e Moretti fa notare la difesa sono chiamati in causa per il ruolo di dirigenti delle Brigate Rosse ricoperto all’epoca, un fatto storico è noto da almeno 40 anni e sulla base di un documento reperito ancora nel 1975 e pacificamente realizzato dopo il fatto di Cascina Spiotta. Zuffada è accusato per un concorso che dovrebbe essere ritenuto anomalo e pertanto prescritto. Azzolini è imputato di aver partecipato alla sparatoria ma dagli atti non emerge prova. Fu già processato e prosciolto per il medesimo fatto nel 1987. Poi c’è stata per due anni e mezzo una indagine segreta nei suoi confronti che ha rivelato, scrive Steccanella, una serie di iniziative assunte dagli inquirenti in aperto contrasto con quanto previsto dal codice di rito.

Con una serie di eccezioni procedurali il difensore chiede la nullità dell’ordinanza di revoca del proscioglimento, la nullità del primo decreto autorizzativo delle indagini per insussistenza dei presupposti di legge e di conseguenza di tutte le proroghe successive. La richiesta di nullità riguarda anche gli accertamenti tecnici irripetibili disposti dalla procura nel settembre 2022 per mancato avviso alla parte interessata dell’inizio lavori. Oltre all’inutilizzabilita’ degli esiti del Ris. Sono inutilizzabili per la difesa tutte le intercettazioni ambientali perché mezzo di ricerca della priva introdotto con il codice del 1989 e non applicabile in un procedimento iniziato con il codice del 1930.

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Maysoon: in carcere da innocente, in sciopero della fame

Non aveva altra scelta. Per bucare il muro del silenzio sul suo grottesco caso giudiziario Maysoon Majidi ha iniziato ieri uno sciopero della fame. È rinchiusa nel carcere Rosetta Sisca di Castrovillari da sei mesi. Una protesta eclatante quanto disperata. Sia per professare la propria innocenza rispetto alle tesi accusatorie dei pm di Crotone, sia per chiedere che venga fissata con urgenza l’udienza al tribunale del Riesame di Catanzaro per l’appello contro il rigetto della richiesta dei domiciliari. Attrice e regista curdo-iraniana di 28 anni, attivista per i diritti delle donne in Iran, Majidi è fuggita dal suo paese perché perseguitata dagli ayatollah.

Da lunedì 27 maggio Maysoon Majidi, l’attivista curda arrestata a Crotone perché considerata una scafista, inizierà lo sciopero della fame nel carcere di Castrovillari dove è detenuta dal 31 dicembre 2023. Si tratta di una estrema protesta nei confronti della magistratura crotonese che continua a non credere alla sua storia in una vicenda giudiziaria piena di ombre.

Maysoon,  attrice e regista curda iraniana di 27 anni, attivista per i diritti delle donne in Iran, è fuggita dal suo Paese perché perseguitata dal regime ultraconservatore degli ayatollah. Più volte, è scesa in piazza anche dopo il brutale omicidio di Mahsa Amini e temeva di finire in carcere.
In Iran le donne curde subiscono una doppia oppressione, in quanto curde e in quanto donne. Sono perseguitate dall’autorità morale iraniana e non di rado vengono uccise. Per questo, dopo essere passata da un campo profughi in Iraq era scappata in Turchia temendo di essere estradata in Iran. A dicembre è partita imbarcandosi da Izmir ed arrivando in Calabria alla vigilia di Capodanno dove è stata arrestata per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

La giovane regista ed attrice curda ha sempre rigettato le accuse mosse sulla base di solo due testimonianze dei 77 migranti che erano a bordo dell’imbarcazione approdata a Gabella il 31 dicembre 2023. Maysoon, secondo quello che si legge nelle sit dei due testimoni sarebbe stata definita aiutante del capitano perché portava l’acqua agli altri migranti. Testimonianze sulle quali ci sono molti punti da chiarire perché successivamente i testimoni avrebbero sostenuto di non aver mai accusato Maysoon. Esistono dubbi sulla traduzione dell’interrogatorio che è stata eseguita da un afgano, mentre i testimoni sono un iraniano ed un iracheno e parlano una lingua diversa. Naturalmente non ci sono registrazioni audio o video delle testimonianze raccolte dalla Guardia di finanza.

La vicenda poteva essere chiarita attraverso l’incidente probatorio che, però, è stato fatto quasi cinque mesi dopo i fatti. Nel frattempo i testimoni sono andati via dall’Italia e si trovano in Inghilterra e Germania dove, però, le autorità italiane – nonostante i mezzi a loro disposizione – non li hanno inspiegabilmente trovati. Per questo l’incidente probatorio è stato chiuso con un nulla di fatto e Maysoon è rimasta in carcere. Curiosamente, i testimoni li hanno trovati sia l’avvocato Giancarlo Liberati, difensore di Maysoon che i giornalisti delle Iene che hanno raccolto e registrato le loro dichiarazioni nelle quali smentiscono chiaramente che Maysoon fosse una scafista e lanciano anche accuse su chi li ha interrogati.

Alla donna curda, nonostante l’intervento di diverse associazioni umanitarie come Amnesty, le iniziative di parlamentari italiani ed europei, sono stati negati anche i domiciliari. Maysoon Majidi in questi mesi in carcere ha perso 14 kg. Il 17 maggio Maysoon è stata interrogata dal sostituto procuratore della Repubblica di Crotone, Rosaria Multari, che aveva espresso parere contrario ai domiciliari. In particolare, fa sapere il difensore di Maysoon, l’avvocato Giancarlo Liberati, con lo sciopero della fame Maysoon chiede anche che venga fissata con urgenza l’udienza al Tribunale del Riesame di Catanzaro per l’appello cautelare contro il rigetto dell’istanza con la quale si chiedevano i domiciliari. (da il crotonese)

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Francia: parlamentare sospeso per aver esposto la bandiera della palestina

Il deputato Sébastien Delogu di France insoumise (Lfi),  sventola la bandiera della Palestina nell’Assemblea nazionale. Sospeso per due settimane

Mentre in tutta la Francia imponenti manifestazioni per la Palestina irrompono in ogni citta, in parlamento si surriscaldava l’aria tra gli scranni dei deputati. «Da ormai otto mesi il mondo guarda due milioni di persone vivere nell’Inferno», ha detto Alma Dufour, deputata della France Insoumise, in un appassionato discorso durante una sessione di domande al governo. «Otto mesi, e non avete preso alcuna sanzione contro questi assassini» ha detto chiedendo che la Francia annunci «la sospensione dei legami economici con Israele».

AL TERMINE, un parlamentare insoumis, Sébastien Delogu, si è alzato di scatto brandendo una bandiera palestinese, mentre dai banchi di Lfi i deputati gridavano «genocidio». «È inammissibile!», ha urlato la presidentes macronista della Camera Yaël Braun-Pivet, la stessa che a qualche giorno dagli attacchi del 7 ottobre e dell’inizio dell’offensiva a Gaza aveva affermato che il sostegno della Francia a Israele era «incondizionato». Sospeso per quindici giorni di seduta, sarà privato anche della metà dell’indennità parlamentare per due mesi.

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