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sabato 30 aprile 2022

Lo Scrittore (come fosse Dio?)

Riflessioni di Mauro Antonio Miglieruolo


 

a

Lo scrittore è l’onnisciente per antonomasia, non Deus (cioè narrazione), ma Dio (cioè creazione).

Creatore in quanto onnisciente, che crea nei limiti dei suoi propri limiti. Creatore dunque che, come tutti i creatori, crea quel che può creare e non altro. Cioè crea quel che sa ed ha sperimentato. Crea per accrescere sé stesso, aggiungendo a sé stesso sempre nuove determinazioni.

Crea dunque nei limiti di quel che conosce, limiti che però non conosce, limiti mobili che amplia ogni volta che crea. Lo scrittore ignora quasi tutto di sé stesso, a partire dalla propria sapienza. Per scoprire e poi estendere questi limiti (più li conosce, più li spinge innanzi). Crea per conoscere, avviando un processo attraverso il quale può essere conosciuto.

L’alienazione dalla quale pochi sanno difendersi si impadronisce totalmente di lui. La sua materialità regredisce in forza dell’aleatorio della sua propria opera. Che gli si sostituisce. La contempla e argomenta: questo sono io. Tutti stabiliscono, questo è lui. Proprio lui. Sempre meno uomo e sempre più immagine. Ma solido e lungo più di qualsiasi altro uomo. In quell’opera è il mondo ed è lui, la parte di mondo entrata in lui che è diventata lui.

Povero scrittore. Morirà un giorno ed è possibile che non sappia di essere mai vissuto!

 

b

Un ignorante dunque con la presunzione dell’onnisciente, che pratica l’onniscienza. Un onnisciente speciale che sa e può sapere dell’opera sua solo dopo che questa è diventata tale, che si è scritta per mezzo di lui. Solo dopo che è diventata narrazione, opera, fatica, ripensamento continuo e revisione. Continua revisione. L’opera, povera vittima, è destinata al sacrificio di continue chiamate in correo che lo chiamano in correo (lui e la sua opera), complice del doppio costituito dal Deus e dal Dio (bisognerà pure se ne parli, un giorno, di tale doppio. Che poi in effetti è un triplo. Include l’unione di tutti coloro che dietro l’opera si affannano, con i diversi intenti, di delimitarla, oltraggiarla, discuterla, neutralizzarla, asservirla oppure, raramente, valorizzarla).

Ma se l’onnisciente sa della narrazione a posteriori, sa almeno questo: che sta per essere, che si stanno rompendo le acque della creazione. Lo sa dall’emozione che gli sorge nel petto; lo sa dall’urgenza che lo trascina, ovunque egli sia, verso la penna o la tastiera. Lo sa dalle singole parole che lo ossessionano, pazzo oltre che Dio; parole che è costretto a ripetere interminabilmente, che gli creano disagio finché non le include in una delle pagine che aspettano. Che lo aspettano. Che gli forniscono sollievo.

Povero scrittore. Respira nella libertà, aspira alla libertà, ma è una libertà costretta, ancestrale, una servitù senza rimedio. Della quale egli è felice. Spesso gli unici momenti di felicità di uno molto infelice.

 

c

Sa in quanto l’opera, sempre che sia letta, per essere deve continuare a essere letta. Sa esclusivamente in ragione di questa lettura.

Sa dunque perché gli viene spiegata. Da questa spiegazione, a una spiegazione propria, il passo è breve. A volte precede la spiegazione altrui sapendo che gli sarà chiesto di rispondere. E allora si fornisce di una spiegazione qualunque. Una spiegazione che non spiega nulla. L’opera non può essere spiegata, deve essere goduta. L’autore stesso non è in grado di spiegare. Saranno le moltitudini, se verranno, a farlo.

L’autore che non ha scritto e non si è scritto in quello che scrive, allora è meglio che taccia. Che apprenda che è un Dio muto quello con cui abbiamo a che fare; con il quale lui stesso ha a che fare.

Ma noi sappiamo che risponde non perché abbia molto da dire, ma perché è in obbligo di rispondere. Le domande incombono. Può scegliere di tacere e spesso lo fa (il suo destino è il paradiso). Altri parleranno (per loro il purgatorio, la contesa, le risse con i critici). Altri ancora, i molti, parleranno. Diranno senza che sussista il bisogno effettivo di dire, salvo la costrizione della vanità e dell’insicurezza (per loro l’inferno del successo e dell’insuccesso, e soprattutto la vergogna di aver tradito).

Diffidate di coloro che parlano troppo. Non c’è nulla da dire sul creato, se non appunto che non c’era e poi c’è stato. È stato creato, appunto.

Lo scrittore non parla, scrive. È l’attore che parla, che dice quel che altri ha scritto, anche quando è lui a scrivere. Dice sapendo quel che c’è da dire e come dirlo, cosa che non sa quando scrive.

Quando scrive occorre lasci il campo a qualcun altro che ugualmente non sa, ma sa almeno dove vuole andare. Lo scrittore quasi mai sa quel che dice. Nell’uguale di quando scrive. E del dove vuole andare.

Povero scrittore. Alla mercé di tutto e tutti. Alla mercé persino di sé stesso.

 

d

La lotta tra chi sa e chi non sa, tra colui che è infitto nelle tenebre entro le quali tenta di far luce; e colui che alla luce del sole commette ogni sorta di abusi sulle opere, sul corpo medesimo dello scrittore è quel che noi chiamiamo letteratura. Vergogna delle genti. Il luogo della menzogna per elezione. Il luogo dell’invenzione di quello che non c’è. Un non c’è che preso nel suo insieme diventa verità, un falso dato per avere il vero. Ma dato a danno dell’integrità di qualcuno, chiamato in giudizio come persona e come scrittore.

Perché, osservate: la guerra, la pace, gli armistizi amorosi ed affaristici innumerevoli; gli spiriti umani evocati e ansiosi d’essere partecipi, modellando, incitando, ammonendo ed imponendo persino, suggeriscono una unica considerazione. La seguente (chiamiamola ambizione): tutti vogliono affiancare l’autore, sostituirsi a lui, fare della sua opera una propria opera. Alla quale si chiede di cambiare aspetto; o quantomeno di aggiungere aspetto ad aspetto. Fino a stabilire un punto di non ritorno da renderla un irriconoscibile, ma tale che tutti possono conoscerla e confrontarla positivamente rispetto l’originale.

La tragedia dell’autore di successo è esattamente questa. Che si ritiene possibile avere rispetto dell’opera senza rispettarla, lasciandola alla mercé del primo venuto.

Inutilmente l’autore spera e dispera. Dopo la morte i suoi sodali eleveranno inutilmente barriere, protesteranno e lavoreranno per recuperarla al (non più esistente) originale. Si tratta dei nemici peggiori. Che o irrigidiscono momentaneamente l’opera, oppure aggiungono a loro volta. Illudendosi di rispettarla fanno lo stesso che tutti gli altri. La contravvengono.

Qui però è detto ripetutamente opera. Più opportuno sarebbe stato dire autore. Meglio ancora autore ed opera. L’autore scompare in essa. Sopravvive nel mondo come nome, privo di sembianze. Pur avendo scritto proprio per mantenerle (le sembianze).

Povero autore. Privato di sé stesso e dell’opera proprio mentre lo si valorizza e gliela si attribuisce con merito.

 

e

Ma esistono differenze narrabili tra i diversi percorsi che popolano questo breve scritto? Tra attore e scrittore? Opera e autore? Lettore e creatore? Tra nobiltà critica e bracciante della penna?

Lo scrittore subisce, ma è nel suo campo; l’autore rivendica, ma è nell’umano; il creatore sgomenta, a volte pentito di quel che ha fatto. Il bracciante solo tace, troppo impegnato nelle fatiche del dissodare, aprire terreni nuovi, offrire possibilità a una diversa vita di prosperare. Funzione di vita allargata è stata definita l’arte (quando invece, lo sa bene chi vi si dedica, quanto la vita risultante, quella che avanza al tempo della penna, possa essere ristretta. Quanti amori non sono stati suoi per poter dire delle possibilità aleatorie che l’amore offre!). Se ne deduce indebitamente che l’autore sia all’origine di questo più largo attribuito all’arte. Come tale viene presentato. Come colui che sgomita per allargarsi e perciò stesso allargare il mondo.

Ahinoi! Il gran padre Dante… il lontanissimo trascolorante Omero…

Ma possiamo contentarci di questa bugia? Passar sopra al ristretto d’ognuno? Per quanto grande; per quanto un essere valga tutti gli esseri e sia il senso medesimo dell’essere del mondo, è in una limitazione che si manifesta (il piccolo ometto sbraitante che presume e riassume tutte le presunzioni). Mai dimenticare che la grandezza di Napoleone è inclusa in un uomo molto piccolo; e Dante in un uomo con il naso molto grande.

In ogni caso resta quel che è stato enunciato all’inizio: ch’egli è Dio, un Dio affiancato da un Deus, da una logica narrativa pervasiva ineludibile e potente quanto la medesima gravità.

Che è dentro il corpo suo di spirito e di pensiero, d’azione e immobilità, che avviene l’atto compiuto della perpetua invasione di campo (letteratura), nonché della sommersione: l’uomo che pretende di continuare come tale, quando già non lo è più.

Che è lo scrittore a stabilire limiti e natura della contesa. Non per nulla è Dio, cioè Deus (bisognerebbe approfondire: i termini appaiono intercambiabili, ma all’atto pratico non è possibile inter-cambiarli. Possono, questo sì, essere individuati nell’atto di sostituirsi l’uno all’altro, ma non definirli con le medesime parole. Non portano in sé i medesimi concetti. Se non che il Deus inventa, Dio crea: non altro che questo). Non per nulla si dice Figlio di Dio. Ma il Deus di chi è figlio se non dell’atto medesimo della scrittura (nasce con la prima parola apposta sulla pagina: anzi, un secondo prima dell’apposizione)?

Non sappiamo, non vogliamo, non comprendiamo.

Constatiamo, abbiamo occhi per vedere e orecchie per ascoltare. Vediamo: la lotta è eterna, indefettibile, che non ammette patteggiamenti, negoziati e pacificazioni. O Dio o Deus, non c’è scampo. Se vince il Deus, se il Deus rifiuta di servire, si ribella e trionfa, Dio diventa impotente. Abbandona il terreno della scrittura ed entra in quello dell’arbitrio, della parola che non è parola, non significato, non indagine. Nel non senso, nella noia. Se Dio vince non si sa in quale origine, punto o totalità, trovi il lasciapassare; se non che molte sono le possibili e varie soglie, di varia consistenza, che gli è concesso varcare: senza che le possa trovare. Il Dio trionfante è anche il Dio perdente. Nel rigoglio della creatività si smarrisce, è il Caos. Poi il nulla.

Povero scrittore. Canna al vento esposto ai mille pericoli. A critici, Deus, Attori, altri scrittori, sé stesso come scrittore. Sia lodo a lui, perché resiste, continua, non smette di donare porzioni di vita alla propria creatività, paginette all’avidità dei lettori. Faccia tosta iperbolica che pretende d’averne creatività; e spesso finisce pure con l’avere.


da qui

martedì 19 ottobre 2021

Teseo e il filo d’Arianna - Mauro Antonio Miglieruolo

  

Il mito racconta di Teseo che abbandona Arianna dopo che questa gli ha fornito il mezzo per uscire dal labirinto del Minotauro. Una meschinità che mal si attaglia alla figura di un eroe; e mal si attaglia alla logica della vicenda. Probabilmente, leggo, qualcosa del racconto originario è andato perduto, da cui incompletezza e incoerenza della narrazione. O forse, più probabilmente, dico io, coloro che ne hanno perpetuato le vicende non sono andati per il sottile, contentandosi di esporre l’aspetto più significativo del mito, che poi è la ragione per cui è stato creato: Teseo, simbolo del processo (senza fine?) della civilizzazione umana; e posto poca attenzione alla evoluzione del personaggio e alla congruenza degli esiti finali. È significativa per altro la mancata correzione delle discrepanze nel corso dei molti secoli che sono seguiti.

 

 

1

Teseo, a parte la adesione del personaggio con l’uomo o gli uomini o gli avvenimenti che hanno fornito lo spunto per la narrazione, è dato per far emergere alla coscienza dell’umanità (della grecità) la esigenza di effettuare un passo in avanti nel processo di civilizzazione avviato. Teseo è anche la premessa (una delle tante) alla invenzione della letteratura.

Il suo è un viaggio simbolico nella psiche, in un’avventura che non è rivolta a edificare un determinato tipo umano, ma tutti gli uomini. Cioè un messaggio all’Umanità. Esso pone la necessità che venga posta una distanza maggiore tra gli individui e la loro parte istintuale. L’orribile Minotauro (simbolo) occorre sia soppresso, affinché le contraddizioni di una umanità appena uscita dallo “stato di natura”, non distruggano il quanto di civiltà guadagnato.

Compito dell’intera umanità, dunque; all’interno della divisione dei compiti stabilita; e dentro gli obblighi che donne e uomini condividono e ai quali devono ottemperare in quanto se li sono dati.

L’azione di uccidere il Minotauro è affidato all’uomo in quanto, per convenzione ammessa e praticata, l’uomo difende, la donna guida e sostiene. Ma il ruolo di Arianna (prudenza, accortezza, preveggenza), parte integrante del mito, è molto più ampio. Nei propri viaggi l’uomo è sempre in procinto di perdersi. Per ideologia non tiene sufficientemente a bada i propri “istinti”. Egli definisce tali “istinti”, le autoindulgenze che, in quanto genere dominante, si è concesso il lusso di affermare. Nei viaggi per i mondi della psiche, della realtà e dell’oggettività, su e giù per i deserti che occorre attraversare e i pericoli in cui si imbatte – la vita è pericolosa, affermava Guimaraes Rosa – il ritorno a casa (Ulisse) è l’elemento che permette alle storie di essere, di coinvolgere le persone e avere cittadinanza nella loro coscienza. Il ritorno a casa, al focolare, alla donna… ma come partire (e riuscire a tornare) senza una guida, un indirizzo che determini la possibilità del ritorno? La spada di Teseo, la forza, la determinazione, il trascinare sé stesso (ed altri) oltre il limite (o anche solo di restare nel limite delle enormi fatiche quotidiane), presuppone l’esistenza di un filo che gli permetta di orientarsi nel labirinto della vita. L’uomo spacca, ruba, uccide, compie grandi imprese, ma a quel filo è legato, pena la sopravvivenza. Permettetemi allora di chiosare me stesso affermando che l’uomo può essere leader, la donna è sempre dirigente.

Ho detto del ruolo di Teseo nell’invenzione della letteratura. In particolare nell’invenzione di quella tendenza al fantastico, prevalente nei suoi primi passi, la cui pratica nei tempi moderni diventerà letteratura di fantascienza. Accanto a Teseo bisogna poi porre almeno un altro mito, molto più noto e coerente: quello di Ulisse.

Nota: Pongo a tutti una domanda: Ulisse è forte di suo, oppure è forte anche della forza morale presa in prestito da Penelope? la quale, debole donna, tiene a bada per anni una turba di ambiziosi che non hanno nemmeno iniziato a fare i conti con il proprio personale Minotauro… È la sua resistenza che rende possibile il trionfo finale di Odisseo.

Ambedue i miti essendo avventura, sogno, speculazione e senso delle storie (del succedersi di eventi che sintetizzano sovrastano e spiegano la quotidianità, attraverso l’espressione del senso ultimo delle cose). Ambedue avviano una tradizione che continua nei millenni per arrivare all’oggi. A volte rispettando i canoni dell’Accademia, a volte scendendo a livello delle osterie (vedi fantascienza degli anni ’20) differenziandosi esclusivamente per il linguaggio, o non differenziandosi (dall’Accademia) quando è un buon scrittore a trattare l’argomento. L’esempio che più mi piace porgere è il Dante della Commedia, che porta al livello più alto i racconti che sugli inferni circolavano liberamente nel medioevo: prima, ma anche dopo la condensazione del grande poema. Sul piano della fantascienza per chiarire ulteriormente ritengo basterebbe il nome Dick. Non bastando (San Tommaso essendo non unico nella storia) aggiungo quelli di Vonnegut, Orwell, Ballard, Brunner, Lem, Sturgeon (e altri).

Per ottenere il risultato della nascita del letterario – e per inciso: della nascita dello scientifico – occorre che il mito, strumento esclusivo delle origini per mediare il rapporto uomo/natura, si divida; si scinda e diventi scienza e diventi arte. Questa divisione, lo sappiamo, ha avuto luogo; si è affermata ed è durata: ne siamo la prova, ha prodotto tutti noi qui, quei pochi, che allegramente considerano; nonché tutti coloro (i più) che non scrivono e non leggono e non considerano. Una divisione la cui peculiarità è simile a quella dei “separati in casa”. Mito, scienze e arti continuano, nel mentre cercano stabilire una lontananza, a procedere nutrendosi reciprocamente, fino ai tempi moderni, quando la scienza ingaggerà una lotta titanica con la Chiesa per emanciparsi radicalmente (ma non definitivamente) dai residui mitici che la abitano (nella forma dell’ideologia o di quella che alcuni, più colti di me, definiscono “metafisica influente”); mentre le arti, attraverso l’evoluzione delle forme, stabiliscono regole che dovrebbero difenderla dal mito (necessariamente lo includono: lo includono a mezzo degli archetipi che continuano nell’Uomo); ma che in realtà l’avvicinano alle scienze, quali forme di conoscenza del mondo; dalle quali però si allontanano centrate come sono (sempre più) sulla rappresentazione della condizione umana, la cui oggettività risiede nella soggettività di una sfera del razionale che attiene all’intuizione, alla percezione, al sentimento. Tale doppia tendenza è unificata dal cinema. Non solo e non tanto perché usufruisce della tecnologia per farsi, ma in quanto, uguale alla scienza, ritaglia dall’oggettività i dati utili ai propri fini, fini che però mai esplicita. Non è arbitrio allora affermare che le arti parlano a nuora affinché suocera intenda. Mentre la scienza, con sincera ed inevitabile intenzione, parla direttamente sia all’una che all’altra.

 

 

2

Ma noi qui ci siamo distratti dallo scopo dichiarato. Ci siamo distratti a causa della necessità dell’autore di spiegare e spiegarsi; e per necessità del lettore di essere fornito di strumenti per intendere e volere ben oltre i limiti ufficiali di quel che è ammesso egli sappia.

Perciò torniamo alla tesi con la quale è stata avviata la riflessione: che Teseo è l’inizio (probabilmente un ennesimo inizio, il più chiaro e incontrovertibile) della presa d’atto della necessità d’una rottura (sempre più radicale) con il dominio della parte animalesca di sé stesso; rottura che non può essere effetto di un atto o più atti di volontà, ma occorre diventi una presa d’atto culturale che spinga incessantemente in direzione del dominio dell’uomo sull’animale.

Ecco perché (un secondo perché) azzardo l’ipotesi che Teseo rappresenti l’effettivo inizio della letteratura. La letteratura è rappresentazione, indagine sullo stato profondo delle cose, sulle problematiche umane e sull’uomo. Teseo è tutto questo, nella forma di un mito che inizia a guardarsi per scoprirsi, scoprire in quale mondo vive, quali i pericoli, quali i ritardi, quali le aspirazioni per il futuro. L’uccisione del Minotauro è tutto questo e anche più: è la presa di distanza da un uomo ancora troppo poco convinto dal suo voler essere Umano; inconsapevole del rapporto alienato con il femminile, ma dalla cui alienazione avverte il disagio e che già comincia a sospettare di doverci mettere le mani. È il plateale, quasi retorico, riconoscimento del ruolo delle donne nella emancipazione del genere uomo e nella emancipazione dell’insieme umano-sociale.

Il filo d’Arianna è molto più di un forte espediente narrativo, una sorta di deus ex-machina cosmico per permettere la soluzione di un evento altrimenti impossibile. È la rappresentazione del bisogno sociale, promosso su iniziativa delle donne e non solo delle donne, di sottrarsi al dispotismo del Minotauro, che muove gli uomini e ne è la giustificazione. Il filo di Arianna implica qualcosa in più, qualcosa di non banale, del processo di emancipazione dell’Umanità. È il nodo dei nodi: il rapporto tra maschile e femminile, il rapporto dell’uomo con il mondo e il rapporto con sé stesso. Il racconto dell’uccisione del Minotauro costituisce una specie di proposta di svolta, o meglio la condizione necessaria affinché la svolta abbia luogo.

Seconda nota: Arianna fornisce all’eroe – che parte alla caccia di sé stesso o del mammut o della tigre dai denti di sciabola (smilodonte) – lo strumento che rende possibile il ritorno. Si tratta di un “rifornimento” con il quale il femminile alimenta costantemente il maschile. La donna è la meta e lo scopo (e viceversa). E però con una sostanziale differenza. Che la donna lavora per migliorare l’ambiente umano sociale, lavora per avere compagni migliori (lavora per gli uomini, dunque, mentre lavora per sé stessa); e l’uomo (salvo numerose edificanti eccezioni) lavora per mantenere la donna nella condizione in cui la trova e si trova.

Gli uomini si estrinsecano nel materiale o nell’ideale, inventano, scoprono, compongono: cose mirabili sono state offerte da loro in diecimila anni di evoluzione; ma è il sentire della madre e l’amore della madre (per fortuna presente in piccola parte anche negli uomini) che invita alla ricerca di mete più alte e convincenti. Che fornisce gli operatori artistici il materiale sul quale lavorano. Teseo, in un certo senso, al netto di tante sue contradizioni, non è altro che il prolungamento travestito della sensibilità di Arianna, guida nei processi di liberazione dalle ristrettezze materiali e dal peso di sé stessi, dall’ostacolo del buco nero interiore che finora ci ha impedito di salire per “riveder le stelle”.

L’oppressione attuale del capitale può avere luogo in quanto insiste questo buco nero (violenza, sopraffazione, ferocia, egoismo, sottovalutazione del femminile ecc.); invisibile debolezza culturale concausa del presente stato di universale oppressione.

da qui

giovedì 10 giugno 2021

Intervista con me stesso

 

dove Mauro Antonio Miglieruolo si candida a prossimo leader del mondo

 

I (raschiandosi la gola) – Perché ha accettato di lasciarsi intervistare?

A – Perché lei me lo ha chiesto e perché non sono tipo da indietreggiare di fronte alle sfide.

I – Un’intervista è una sfida?

A – Il contatto con la stampa costituisce sempre una sfida. Una sfida alla verità. Una sfida a me stesso e al destino.

I – Perché anche a se stesso?

A – Perché ho un sogno nel cassetto…

I – Un sogno, dice?

A – Sì. Darmi alla carriera politica.

I – Cosa, cosa?

A – Darmi alla carriera politica.

I – Me è inaudito! Lei in politica! Questo sì che sorprenderà moltissimo i lettori.

A – No, questo proprio non lo credo. Troppo ovvio. Si danno un po’ tutti alla politica. Magistrati Inquirenti, Attori, Cantanti, Ruffiani, Mafiosi, tutti. Credo che a sorprenderli saranno i miei obiettivi, piuttosto…

I – Sarebbe a dire?

A – Che ho grandi ambizioni, certezze da trionfatore…

I – Lei ambizioso… trionfatore… beh, questa proprio non la mando giù! Ma se non ha saputo farsi valere neppure nella Fantascienza!

A – Il fatto è che ignoravo come si facesse. Ora so. Ho scoperto il segreto del successo, in particolare del successo in Politica e intendo sfruttarlo.

I – Davvero? E quando intende cominciare?

A – Subito. Anzi prima di subito: ho già cominciato.

I – E, dico, con quale Partito intende presentarsi?

A – Con nessuno. Con il mio partito. Questa è la prima regola: se si vuole vincere, bisogna inventare un Partito ad hoc, dal nome fantasioso che colpisca l’attenzione di tutti. Un Nome e un Inno. Ho pronti ambedue. Il nome sarà Forza Euro, e l’inno il tintinnio dei soldi!

I (ride) – Minchia!

A – Non sia volgare. Non spetta a lei esserlo, spetta a me, in quanto candidato.

I – Ecco che esce fuori il vecchio cultore di Fantascienza e il suo amore per i paradossi!

A – Nessun paradosso, ma il frutto di uno studio attento dei risultati elettorali. Le pro-babilità di essere eletto da parte di un candidato rozzo, brutale, aggressivo, parolacciaio, in-tollerante e presuntuoso sono maggiori di un 43% di quelle spettanti a un candidato tradizionale in doppiopetto e dal linguaggio forbito. Quanto più si è volgari, tanto più si è votati.

I – Mai sentito di studi del genere.

A – Li sente adesso. E se non le garbano può tranquillamente andarsene a fare in culo!

I – Posso riportare sul giornale questo sua garbato invito?

A – Riporti quello che cazzo le pare, basti si tolga al più presto di torno.

I– Ma non aveva accettato di concedere l’intervista?

A – Vuole l’intervista? Mi rivolga le sue cazzo di domande, allora.

I (sconcertato) – Con… con chi pensa di allearsi?

A – Con la Mafia anzitutto. Con la Mafia tutto è possibile. Senza la Mafia niente è possibile. Una volta garantito impunità e affari alla Mafia, avrò garantito milioni di voti senza dover fare nulla per guadagnarmeli.

I – Madonna!

A – Intere regioni saranno mie in partenza!

I – Ma non trova tutto questo un po’ immorale?

A – Ributtante, direi. Ma è il gioco a cui tutti noi che aspiriamo a grandi traguardi dobbiamo giocare. Il gioco che piace a molti, a troppi… il gioco a cui si sono piegati gli uomini più illustri della Repubblica. Anche in tempi molto recenti… recentissimi… tanto recenti da sembrare parte dell’attualità.

I – E lei crede che la Mafia le darà retta? A lei? A uno scrittore di Fantascienza!

A – Perché no? La Mafia dà retta a tutti colori che dimostrano di poterle essere utili. Anche agli scrittori di Fantascienza, dunque. L’importante è offrire garanzie di equanimità, nel senso che non solo gli affari dei pescecani dell’economia saranno trattati con i guanti gialli, ma anche quelli dei lupi. E soprattutto garanzie di riservatezza, grande riservatezza. L’operazione di sfondamento personale che sto tentando di effettuare si basa però non solo su questi dati, ma anche su un’offerta ideologica forte, capace di costruire il terreno ideale per lo sviluppo delle Cupole e Cupolette, oltre che ideale per il Cupolone. Si tratta dei sani principi su cui intendo basarmi, i medesimi principi che tanta fortuna hanno procurato all’attuale maggioranza, ma con quel tanto di aperto, di vigoroso che permetta il dispiegamento illimitato delle loro potenzialità innovatrici. E così via libera, senza peli sulla lingua, al Carrierismo, al danaro facile, alla valorizzazione della mancanza di scrupoli, alla menzogna in Tribunale, alla Corruzione, al Falso in Bilancio e alla Manipolazione Disinvolta del Pubblico Denaro. Si tratta di armi formidabili che mi avrebbero permesso di avere la Nomina a Presidente del Consiglio (trampolino di lancio per le avanzate successive), se non fossero sorte alcune incomprensioni sul programma.

I – E cioè?

A – Le Guerre di mafia. La Cupola Attuale vuoi farle cessare, stabilendo una volta per tutta la sua assoluta egemonia; io ritengo più fruttuoso mantenerle in vita, per tenere alta la tensione e l’attenzione del Paese… e per avere un argomento proficuo da gettare in pasto all’opinione pubblica nei momenti di crisi. Ma soprattutto per introdurre un elemento dinamico che tenga sotto pressione l’attuale dirigenza Mafiosa e ne limiti il potere. Che i Capi Bastone dedichino il loro tempo e le loro energie al controllo dei personaggi emergenti, piuttosto che tampinare me, impegnato in faccende più decisive per le sorti del mondo: farmi eleggere Presidente Universale.

I – Accidenti! E Machiavelli chi era confronto a lei!

A – Non so, dicono il teorico politico fondamentale della borghesia, in confronto a me che sono il teorico politico di Cosa Mia.

I – Le ho appena sentito dire Presidente Universale. Lei dunque non limita la sua ambizione ad ottenere uno scranno al Senato della Repubblica…

A – Nossignore. Bisogna puntare in alto per arrivare più in alto ancora; ed io vorrei, se la faccia tosta mi assiste, arrivare a essere, come le ho appena detto, Leader del Mondo.

I – Ah! Ah! Ah! Incredibile!

A – Credibilissimo, invece. Basterà spararle grosse, offrire soluzioni mirabolanti a ogni problema, ostentare sicurezza, reperire alcuni fessi un po’ famosi che assumano atteggiamenti di adorazione e il gioco è fatto: larga vittoria elettorale! La cosa più importante però è spararle grosse: grossissime.

I – Ma questo è quello che fanno un po’ tutti.

A – Sì, ma non tutti hanno praticato per decenni la Fantascienza. Io le sparerò più grosse degli altri. Mi inventerò un sacco di progetti palesemente inattuabili e andrò poi a vantarmene ai quattro venti.

I – Insomma, farà un po’ di cabaret!

A – Un po’ di cabaret non ha fatto mai male a nessuno. Né le barzellette sporche. Basta saperle raccontare. Non è forse con barzellette sporche e fanfaluche che alcuni decenni fa un aspirante Presidente del Consiglio è riuscito a farsi eleggere? Si rammenti della fortuna incontrata da parole d’ordine tipo: un milione di posti di lavoro! Un milione di pensione minima per tutti! Un milione di chilometri di strade! Ecc. ecc.

I – Ho capito, ma bisognerebbe avere gli stessi mezzi, le stesse opportunità. Come ad esempio 15 televisioni a pompare giorno e notte! Cosa ha lei invece per farsi valere?

A – La Mafia. La mafia da sola vale 12 di quelle 15 televisioni che ha citate. Se i contatti in corso, come è probabile, andranno in porto felicemente, quelle dodici televisioni diventeranno mie. Altre tre poi, sa a chi mi riferisco, appena sentito l’odore del Nuovo che Galoppa, faranno presto a schierarsi. Ne avrò 15 dunque, come altri che mi hanno preceduto. Sono bastate per loro, non crede basteranno anche per me?

I – Forse sì, ma alleandosi con la Mafia! non si vergogna?

A – Perché dovrei? Sono in ottima compagnia. Con ogni genere di ottima compagnia. Compreso un Unto del Signore!

I – Ma lei ha una storia dietro! Una fama da difendere! Lei è uno scrittore di Fantascienza! Uno reputato e vituperato per essere stato sempre di sinistra…

A – Sono stanco di essere vituperato. Voglio essere osannato. Ammirato. Corteggiato.

I – E le sue vecchie posizioni critiche? La propensione speculativa che ha sempre ammirato nella Fantascienza? Perdersi in questo piattume! Ma andiamo!

A – Il Nuovo che Galoppa, ma anche la Senilità che Avanza. Eh, il tempo tutto copre e tutto corrode! Si ricorda com’erano un tempo T’Alema e Beltroni? Mai gran che, ma una certa dignità la possedevano…

I – E io che mi aspettavo da lei mirabolanti rivelazioni. Sorprese, idee nuove e feconde. Dentro quale piccinerie mi sta facendo precipitare?

A – Non le piacciono?

I – Per niente. Sanno di vecchio, anzi di stantio! Saranno molto pochi quelli che le leggeranno con piacere.

A – Saranno molti, invece. Alcuni per convenienza, altri per quieto vivere. Agli uni e agli altri dirò la stessa cosa: che è colpa dei magistrati e dei giornalisti, che io non c’entro, che ho sempre fatto del mio meglio, lo dimostra il modo rapido con cui ho accumulato i quattrini. Sono sicuro che resteranno affascinati, parlo del modo rapido con cui ho fatto i quattrini, e mi crederanno. Vorranno credermi.

I – Ma lei non è ricco

A – Lo sarò, ben presto.

I – Rimane che il tutto è senza senso.

A – Le avranno le energiche smentite che mi affretterò a dare. Smentirò sistematicamente ogni cosa, anche me stesso. Elogerò la Mafia e l’attaccherò e negherò di averlo fatto. Dirò tutto e il contrario di tutto. A seconda delle giornate, degli umori e dell’uditorio che avrò davanti in quel momento. Parlerò di soldi a chi lavora con i soldi, di occupazione ai disoccupati e di pensioni ai morti di fame. Non terrò nessuno fuori dalla mia campagna elettorale. Né malati, né sani, non ricchi, né poveri. E sostengo che funzionerà. Ha già funzionato. Importante non è quel che si dice, ma come lo si dice. Importante è porgerlo con abbondanti sorrisi, con sicumera, come fosse già fatto. Abboccheranno, mi creda.

I – Insomma, lei non entra in politica per cambiare tutto, come ci si aspetterebbe da un coerente appassionato di Fantascienza, ma solo per trarne un vantaggio personale…

A – Le sembra disdicevole tutto questo?

I – Un pochino discutibile lo è.

A – Non faccia il moralista, chissà quante lei stesso ne ha da nascondere… d’altronde che un candidato mostri notevoli dosi di spregiudicatezza piace agli italiani. Ci sarà da farlo piacere anche ai cittadini del mondo, questo; ma con il sussidio di 15 televisioni l’impresa non può certo considerarsi disperata. Non dispero di campare abbastanza da estendere l’impresa di rieducazione coatta all’intero Sistema Solare.

I – Ecco che rifà capolino il Fantascientista DOC.

A – Sono lieto di vederglielo ammettere. L’Utopia mi ha sempre affascinato. L’Utopia è il motore della Storia.

I – L’Utopia? Pensavo fosse la lotta di Classe.

A – Ma senza Utopia niente lotta di classe, né Rivoluzione.

I – Rivoluzione? Ora se ne esce anche con la Rivoluzione!

A – Certamente. Rivoluzione nel carattere, nelle amicizie, nelle inclinazioni. La mia personale Rivoluzione. La Rivoluzione di me stesso.

I – Mi vuol mandare al manicomio, vero? Che diavolo vorrebbe significare tutto questo?

A – Che intendo essere diverso dal passato, togliermi tutti i vizi che hanno ostacolato il mio buon vivere, tutti i vizi di moralismo e sentimentalismo, buon carattere e rispetto per il prossimo, che hanno sempre bloccato ogni mio progresso e ambizione. Basta con l’etica! Basta con l’umanesimo, basta con la correttezza politica. Durezza, ci vuole, colpi bassi, guerra senza esclusione di colpi. Il mezzo che diventa fine. Adottare il sano pragmatismo anglosassone, questa è la parola d’ordine. E, su, via, non si scandalizzi, non serve. Serve ristrutturarsi, invece, andare incontro alla realtà, adeguarsi al momento… Nel periodo in cui viviamo la capacità di mentire non è solo utile, ma essenziale alla carriera di un politico. Dire una cosa ogni giorno diversa, cambiare posizione, mostrare capacita dialettiche da acrobate della parola. Guardi Salivoni, un vero Maestro. Bisogna che il politico menta e se non ne è capace, apprenda a farlo. È opportuno ch’egli volti gabbana? Se ne metta una multicolore se gli può venire utile! Importante è che sappia scegliere e, soprattutto, sia pronto e tanto agile da salire per tempo sul carro del vincitore. Che sappia lasciarsi coinvolgersi nei progetti dell’Uomo della Provvidenza di turno. E di animo mite e socievole? Sappia munirsi di solidi unghioni e minacciare chiunque che si frapponga tra lui e il potere. Sappia, soprattutto, inveire contro giornalisti televisivi un po’ invadenti con frasi del tipo “si contenga, Santargento! “. L’intimidazione mafiosa è alla base di qualsiasi carriera, in quanto connaturata al potere, sia palese che occulto. Ha molti e solidi argomenti per il suo argomentare politico? Se ne sbarazzi, correrà più agile e veloce lungo le impervie vie del successo! Insomma, bando agli ideali, quel che conta è vincere, non gli ideali; e se pure si è tristi, basterà sorridere, il successo arriderà esso pure.

I – Lo sa che comincio a sentirmi alquanto depresso?

A – Perché mai? Se ha solo udito il 10% e forse nemmeno, di quel che ordinariamente accade nel nostro Paese? Non mi dica che non ha mai sentito parlare, ad esempio, degli esponenti di un importante partito locale che emettevano bollettini quotidiani sullo stato delle loro erezioni. Oppure di quell’autorevole esponente, altissima carica dello Stato, che ama giustificare il suo improvviso assentarsi con la necessità di intrattenere rapporti intimi con la consorte. Ma questa è solo la crema, il fior fiore. Dovrebbe parlare con il mio allenatore personale, un certo Ferrara, da non confondere con l’omonimo peso massimo fondatore di giornali che campeggiava un tempo in televisione, ne udrebbe delle belle!

I- Allenatore personale? Ma che dice?

A- Quello che ho detto. Un super esperto che mi addestra all’uso sistematico della menzogna. Non le dico le risate che si faceva quando me ne uscivo con le mie “sparate moralistiche”, come le definisce lui. Ma mi sono emendato. È raro che incorra in certi infortuni. Attualmente il mio Ferrara mi sta allenando alla frottola di serie e alla frottola artigianale. Fino a otto ore al giorno di allenamento. Un vero e proprio tour de force. La frottola mi deve diventare familiare, sostiene. Deve diventare parte di me. Devo essere io la frottola. Io, per il mio successo.

I – Stando attenti a non esagerare però. Potrebbe rivelarsi controproducente.

A – Macché! Esagerando invece. Più si esagera e meglio è.

I – Ma qualcosa di attinente alla realtà dovrà pur dirla!

A – Sì, che sono bene intenzionato a approfittare della mia elezione per rubare a man bassa ai poveri per donare ai ricchi. I poveri si arrabbieranno, ma ci penseranno poi i ricchi a calmarli e a indurli a votare per me. I miei stessi avversari, con le loro scipitaggini e le liti da animali da cortile, li spingeranno dalla mia parte. Una volta vinto e iniziato a torchiare ben bene i meno abbienti, se ci saranno proteste non avrò da fare altro che smentire, dire che non è vero, il governo non sta torchiando nessuno, il paese nuota nel benessere, i salari aumentano e che comunque si tratta di un complotto della magistratura, che sono stato frainteso, non volevo dire quello, tutta colpa dei comunisti ecc. ecc.

I – Le persone intelligenti non ci cadranno.

A – Non punto su di loro. Punto sugli stupidi e sui disonesti. Sono abbastanza numerosi per eleggermi con una maggioranza Bulgara.

I – Mamma mia, che cinismo!

A – Mamma mia che dabbenaggine. Ohé, ma lei in che mondo vive?

I – Nel suo stesso mondo…

A – Macché! lei vive sulle nuvole! Come crede dunque si siano formate le maggioranze negli ultimi 30 anni? Per mezzo di inviti a feste da ballo e spettacoli di beneficenza? Si svegli, mio caro, che la Pace è finita. Non vede che le Guerre Mondiali si susseguono?

I – Insomma, anche lei ha cambiato giacchetta. Ora se ne è infilata una di destra.

A – Nossignore. Una di Centro.

I – Di centro?

A – Certamente. Qualunque sia la posizione del politicante il riferimento suo è sempre il Centro. Uguale al Navigante che porge costante attenzione alla Stella Polare il Politico di Razza, di qualunque Specie sia, ha l’occhio costantemente rivolto al Centro. Deve sostenerlo almeno. Né di destra, né di sinistra, moderato ecco. La moderazione è la chiave. La moderazione, la sicumera, la calunnia seriale, la sicumera… è in questo modo che ci si può costruire una solida fama di politico attento, capace e credibile. Di politico moderno.

I – Ancora cinismo, e sempre più cinismo. Una volta non era così, o sbaglio?

A – Non sbaglia. Questo del cinismo costituisce uno dei miei sforzi di acquisizione principale; la via Maestra per accedere alla qualifica di – almeno – Capo dell’Opposizione. Se non Capo del Governo. Insieme alla diconoscenza dell’Inglese e al sorriso smagliante, 32 denti 32, forma la Triade vincente in ogni competizione elettorale e non.

I – Ma il programma?

A – Gliel’ha già descritto nelle sue linee essenziali. Eccolo riassunto: eliminare gli scaglioni IRPEF, straparlare di flax tax per tutelare i ceti abbienti; neutralizzare le velleità dei Giudici d’Assalto, alias Toghe Rosse; licenziamenti a go-go; mettere la mordacchia a No-Global, Verdi, Comunisti ed Ex-Comunisti; dare mano libero all’imprenditore nell’Impresa, che mi sembra giusto oltre che proficuo. Non le basta?

I – Ma è esattamente lo stesso programma che segretamente persegue su l’attuale Governo…

A – Appunto.

I – Perché allora la gente dovrebbe votare lei?

A – Perché io prometterò cinque milioni di posti di lavoro, non uno (che cavolo di schifezza sarebbe 1 milione di posti di lavoro? Fa ridere!); io prometterò cinque milioni di pensione minima a ciascuno, anche ai non pensionati; e prometterò, udite udite, novità delle novità, un aumento del prodotto lordo annuo di ben 1’8% annuo, per almeno 10 anni consecutivi. Più degli USA. Non lo trova straordinario?

I – Straordinarissimo.

A – Introdurrò anche il giuramento sulla testa dei figli, l’abolizione integrale della tassa sulle Donazioni, che anche quella conviene ai Grandi Elettori; l’abolizione delle sovvenzioni alla Scuola Pubblica in favore di quella Privata; e il superamento a piè pari dei limiti imposti dalla Costituzione a questo o quel provvedimento governativo…

I – Gli italiani non ne saranno felici.

A – Gli italiani sono troppo occupati con la pandemia e, fra poco, di nuovo con il campionato di calcio per perdere il loro tempo dietro quisquilie quali il rispetto delle norme costituzionali.

I – E ai suoi vecchi ammiratori cosa darebbe? Ai suoi vecchi lettori ha pensato?

A – Pensa che dovrei?

I – Per salvare la faccia.

A – Beh, potrei donare loro tanti bei modellini di Astronavi, Dischi Volanti, Robotini, Slan, Mutanti, Bem, Mostri Tentacolati, Premiti e altre Facce di Bronzo da collocare in bella vista sulla scrivania…

I – È un po’ pochino, non trova.

A – Dice?

I – Dico.

A – Vabbé, si può sempre dare avvio a una Biblioteca Universale che contenga tutto lo scibile Fantascientifico, incluso il Fantasy.

I – Non male, ma ancora insufficiente.

A – Che ne dice della colonizzazione di Marte?

I – Questo sì che mi sembra appropriato. Entusiasmante addirittura.

A – Affare fatto, allora. Ci aggiungo quella di Venere, del lontano Plutone, il Ponte sullo Stretto e i voti dei Fantascientisti saranno miei! Ritengo opportuno aprire subito le iscrizioni al registro speciale delle Liste di Vera Emigrazione Volontaria.

I – Dunque, è previsto ci siano emigrati volontari falsi

A – Necessariamente. Opportunamente. Debitamente. Secondo lei, dove crede che manderò tutti coloro che, Magistrati e Giornalisti inclusi, accenneranno a opporsi alla mia ascesa? Non sono un sanguinario, ma in qualche modo mi devo difendere.

I (un poco pallido, cambia precipitosamente discorso) – I soldi… da dove trarrà i quattrini per rendere possibile tutto questo?

A – Facile. Tramite finanziamenti la cui origine non sarà mai scoperta ma che a lei posso rivelare (i soldi sono della Mafia). Comincerò costruendo un intero quartiere abusivo da condonare. Come sempre, almeno dagli anni ’60 in poi. Gli enormi profitti accumulati permetteranno il finanziamento della mia campagna elettorale. Massimo un paio d’anni sarò sulla cresta dell’onda.

I – Non si illuda: le faranno sudare sangue…

A – E io glielo farò cacare, il sangue. Sangue a fiumi.

I – Madonna.

A – Non si spaventi. Dico così solo per entrare nella metafora.

I – Un’entrata da chiavica, mi perdoni.

A – Bisogna darsi l’apparenza dell’aggressività, della ferocia incondizionata, altrimenti nessuno ti rispetta…

I – Doppia chiavica.

A – È quel che sono i nostri governanti. Tutti. Bugiardi, ignoranti, rozzi, cinici, scostumati, ladri… Ah, ecco, che dimenticavo: questo proprio mi manca. Una condanna penale passata in giudicato. Mi ci vuole proprio!

I – Ma che dice?

A – Magari non proprio per furto, ma almeno per falsa testimonianza e magari una seconda per falso in bilancio o per corruzione, condonate o archiviate per sopravvenuti termini di prescrizione, non importa: importante è che ci siano lunghi e annosi processi, ch’io possa strillare alla persecuzione, daje alle toghe rosse! agli assassini in ermellino! ai furfanti filocomunisti! Che pacchia con gli elettori!

I – Mi sembra matto, mi sembra.

A – Una fedina penale non troppo pulita ci vuole, ci vuole assolutamente. Insostituibile, direi. Vuoi mettere? Quanti italiani dormiranno più tranquilli sapendo che là in alto c’è qualcuno che la pensa come loro, come loro insofferente a lacci e lacciuoli, magistrati impiccioni e sindacalisti d’assalto! Qualcuno capace di dargliele sode e non si faccia scrupolo di picchiare! Qualcuno che sappia mettere le mani nelle tasche degli altri e abbia argomenti e capacità per affrontare le conseguenze giudiziarie. Mi aspetto un plebiscito, creda.

I — Ma dico, non si fa un po’ schifo?

A — Molto schifo. Mi sputo nello specchio tutte le mattine e prendo a schiaffi tutte le sere, infatti; ma in compenso un giorno tutto questo sarà mio: il potere, i soldi, la fama, l’ossequio degli umili e dei potenti, potrò scegliere tra le più belle donne, sposare un’attrice persino, essere al centro dell’attenzione e raccontare barzellette essendo sicuro che gli ascoltatori rideranno. Poi che altro? Ah, sì, dimenticavo: godere il privilegio della glorificazione d’ogni mia parola, anche quella obbligata dal buon senso. Non le sembra niente, questo?

I — Non niente: un po’ squallido.

A — Ma come ragiona? Mi sembra un prete-operaio, mi sembra. Ma che si è messo in testa? D’essere la mia coscienza critica?

I — Mi scusi, ma quando ci vuole ci vuole.

A — Ahaa! Che rompiballe. Lei proprio non vuol capire come vanno le cose a questo mondo.

I — Capisco benissimo che, con tutti i suoi sogni, lei è un poveraccio, un frustato e un depresso: sempre timoroso di perdere soldi molto mal guadagnati.

A — Aspetta che li guadagni i soldi prima di dirlo. Ho grandi progetti anche nel merito.

I — Sì, lo so: costruendo case mezzo o del tutto abusive. Cementificando quel che resta dell’Italia.

A — Stia zitto che è meglio. Crede sia quella la mia unica risorsa? Ne ho altre, tante altre. Attualmente sto lavorando a un affaretto che levati… gli avvocati adatti li ho trovati, il giudice malleabile pure. Si tratta di mettere le mani su una grossa azienda, da rilevare con pochi soldi… e inoltre risucchiare l’eredità di una povera orfana, scucendogli per quattro soldi una proprietà di miliardi. Sto per entrare alla grande anche nella pubblicità. Dovrei avere garantita tutta quella controllata dalla Tetrarchia Mafia- Ndrangheta-Camorra -Sacra Corona Unita. Che ne dice?

I — Che mo’ vomito.

A — Chi si vorrà impicciare sarà cosparso di pece e cacciato dalla città. I diffusori di notizie false e tendenziose colorati col rosso delle parole e col medesimo rosso messi a tacere.

I — Beh, glielo dico chiaro e tondo. Non riuscirà a arraffare tutti quei miliardi. Inutile fingere, non ha la tempra adatta. Basta guardarlo in faccia. Non si finga volpe, se a malapena è un pollo.

A — Me la farò la tempra del truffatore, mio caro, me la farò.

I — Ma se il massimo di furto a cui sa pensare è consultare a sbafo il quotidiano dall’edicolante? Se lo stesso concetto di miliardi le fa venire il capogiro?

A — Cosa sta cercando di fare? Di demoralizzarmi? Non ci riuscirà.

I — Davvero? Mi dica allora come pensa di risolvere il problema delle sue evidenti scarse tendenze criminogene?

A — Pregando, mio caro. Pregando molto.

I — Pregando?

A — Sissignore, non ho altro.

I — Insomma, ammette di essere non un candidato, ma una schifezza di candidato.

A — Dice? Verrò sicuramente eletto, allora.

I — Con tutto il suo cinismo d’accatto, è solo chiacchiere e distintivo. Chiacchiere e di-stintivo. Un candidato ancora tutto da inventare e senza attendibili requisiti.

A — Lei è il classico pessimista che vede la parte del bicchiere vuota e mai la piena…

I — Che mi vuol significare?

A — Che il problema non è se io sono o non sono un candidato credibile, ma se questa intervista sia o meno interessante e leggibile. Dichiarandomi inadatto, implicitamente lei azzera il suo stesso lavoro, e dichiara l’intera intervista una schifezza.

I — Dice? Umh, mi sa che ha ragione… Buttiamo tutto, allora?

A — No, perché io sono un ottimista, e vedo il resto. Sia come sia qualche buontempone disposto a farsi quattro risate alle spalle del prossimo, o a piangere sulle disgrazie universali, lo si trova sempre! Pubblichi, perciò, pubblichi, se le riesce.

I — (che non ha capito nulla, o ha capito tutto) — Vabbé! Vabbé! Ho afferrato, era tutto uno scherzo, e anche quest’ultime parole, solo ironia, banalissima ironia. Buttare, allora, e butto!… O no?

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