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2.9.14

Colors

aida francesco micheli francesca ballarini
"La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, è il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi sempre aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa, poco o molto. Comunque, a seguirla passo passo, non t’accorgi che impercettibilmente ti sta sfuggendo. Solo le nuvole intervengono a creare l’illusione d’una corsa e d’una metamorfosi rapide, o meglio, a dare una vistosa evidenza a ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo. Corre la nuvola, da grigia si fa lattiginosa e lucida, il cielo dietro è diventato nero, è notte, le stelle si sono accese, la luna è un grande specchio abbagliante che vola. Chi riconoscerebbe in lei quella di qualche ora fa? Ora è un lago di lucentezza che sprizza raggi tutt’intorno e trabocca nel buio un alone di freddo argento e inonda di luce bianca le strade dei nottambuli."

(dal racconto “Palomar guarda il cielo” - Italo Calvino)


Un prisma, sotto la stessa luna // Aida, estate 2014






27.2.14

Eternal sunshine of a spotless mind


szymborska memoria illustrazione francesca ballarini


Sono un cattivo pubblico per la mia memoria.
Vuole che ascolti di continuo la sua voce,
ma io mi agito, tossicchio,
ascolto e non ascolto,
esco, torno ed esco di nuovo.

Vuole tutta la mia attenzione e il tempo.
Quando dormo, la cosa le riesce facilmente.
Di giorno ci sono alti e bassi, e le dispiace.

Mi propone con zelo vecchie lettere, foto,
tocca fatti più e meno importanti,
mi rende paesaggi sfuggiti alla mia vista,
li popola con i miei morti.

Nei suoi racconti sono sempre più giovane.
È carino, ma a che pro questo ritornello.
Ogni specchio ha per me notizie differenti.

Si arrabbia quando scrollo le spalle.
Allora si vendica e sbandiera tutti i miei errori,
pesanti, e poi dimenticati facilmente.
Mi fissa negli occhi, aspetta una reazione.
Mi consola alla fine, poteva andar peggio.

Vuole che viva solo per lei e con lei.
Meglio se in una stanza buia, chiusa,
ma qui nei miei piani c’è sempre il sole presente,
le nuvole di oggi, le vie giorno per giorno.

A volte ne ho abbastanza della sua compagnia.
Propongo di separarci. Da oggi e per sempre.
Allora compassionevolmente sorride,
sa che anche per me sarebbe una condanna.


[W. Szymborska]



*




26.1.14

Test di leggibilità

francesca nina ballarini illustrazione


Il momento migliore è la bassa marea.

Quando l'acqua si ritira, è allora che emergono le insegne delle case profonde, le finestre aperte e quelle rotte, le tende fragili, i posti dove tira il vento, le voci degli alberi muti che svettano dentro.

Lì si scopre tutto, e puoi leggere. Ma c'è da aspettare, la bassa marea.

Di solito si va via prima. E invece, per quanto si tratti di un brillante paesaggio colorato, bisogna sempre considerare l'esistenza di un abisso.

E proteggerlo, una volta scoperto, provando per lui un poco di tenerezza.



*

26.12.13

Se non ci credi

francesca ballarini nina illustrazione

"La cosa migliore sarebbe di non recitare nessuna parte, ma di mostrare il proprio volto, non è vero? Non c’è maggiore astuzia che di mostrare il proprio volto, perché nessuno ci crede"

scriveva Dostoevskij.

Babbo Natale pure fu sconvolto da questa verità, secondo Nina.



29.11.13

Tra le mie braccia

Aprire il cassettone basso della credenza - di quelli che ti cadono sui piedi perché non ricordi mai così pesante, come un baule che lasci a dormire fino all'autunno successivo, quando fuori diventa freddo - 
e trovare, tra le milioni di foto guardate e consumate sin da piccola, tre polaroid, dentro una busta da lettere mai postata, quasi lasciate per caso lì 31 anni prima, inconsapevoli, leggere e arrossite dal tempo.

Senza neanche un mese di lune, io tra le braccia di ognuno, in uno scatto di natale anticipato. 
Benché sia il fagotto di coperta il centro di quella festa fotografica alternata, vedo solo le loro braccia, che mi portano.


La mano a stella di mia madre, che grazia più di quella mano che sostiene non c'è, 
nello sguardo inclinato che le disegna le sopracciglia, stanca e bellissima, 
ai suoi piedi una coperta fatta ai ferri, dai toni inconfondibili che sceglieva sempre nonna Bianca 

e sulla sua gamba la mano di mia sorella, dalla pelle lucida e tesa come violino armonico, 
negli occhi i saltelli che faceva ormai da un mese, 
e il fresco della gioia e il calore di casa nel pigiama coi coniglietti, 
di cui avrei sentito poi grandi storie inventate per incantarmi


Come quel pagliaccio che le piacerà di sicuro,  
da sorella maggiore chesiprendecura, ma insegna,
lo tengo io, ma ci puoi giocare
(saltavano cappelli, perdevo i pon-pon, non c'era verso), 
ma i colori li ho imparati tutti, giuro.


E poi la felicità quieta già allora,
 di essere tra le braccia di dolce uomo moro barbuto, 
che sa tener chiuso il Vaso di Pandora lì vicino,
e che mi placa con un sorriso lungo, di quelli scardina-dispiaceri, 
che ora sono diventati anche i miei.


Il pensiero per cui forse impazzirò, è che queste tre polaroid hanno lo stesso tempo della mia luce addosso. Cioè, siamo nate vicine, hanno la mia stessa età. Un istante di luce impressa 31 anni fa - ma che continua a durare, e ancora e ancora e ancora ora.
E in ogni scatto, e dietro ogni occhio, c'è una prova, in cui so leggere i miei abbracci di adesso - come sono fatti, cosa stringono, per chi lottano, cosa proteggono, per cosa durano.

Riconoscere e danzarsi tra le braccia, viene da allora, dalla prima luce.

Per questo, io e il cassettone dei ricordi - quello che ogni volta dimentichi quanto sia colmo - abbiamo deciso che saranno gli abbracci, oggi, a compiere i nostri anni.



Nina nel suo Giorno di pioggia





30.9.13

Nina Despina

 le città invisibili illustrazione italo calvino francesca ballarini


«In due modi si raggiunge Despina: per nave o per cammello. La città si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare.  
Il cammelliere che vede spuntare all'orizzonte dell'altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave, sa che è una città ma la pensa come un bastimento che lo porti via dal deserto, un veliero che stia per salpare, col vento che già gonfia le vele non ancora slegate, o un vapore con la caldaia che vibra nella carena di ferro, e pensa a tutti i porti, alle merci d'oltremare che le gru scaricano sui moli, alle osterie dove equipaggi di diversa bandiera si rompono bottiglie sulla testa, alle finestre illuminate a pian terreno, ognuna con una donna che si pettina.
Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d'una gobba di cammello, d'una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello dal cui busto pendono otri e bisacce di frutta candita, vino di datteri, foglie di tabacco, e già si vede in testa a una lunga carovana che lo porta via dal deserto del mare, verso oasi d'acqua dolce all'ombra seghettata delle palme, verso palazzi dalle spesse mura di calce, dai cortili di piastrelle su cui ballano scalze le danzatrici, e muovono le braccia un po' del velo e un po' fuori dal velo.
Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone; e così il cammelliere e il marinaio vedono Despina, città di confine tra due deserti.»

Le città invisibili - Italo Calvino




(Dipende da dove arrivi - da dove arrivi? - e vedrai una forma diversa di me, della mia città.)










22.11.12

Ode a bordo pagina



Sai quei segni che rimangono sul margine del foglio, fogliaccio spiegazzato, carta per le bozze, e non li vede nessuno, che nascono sovrappensiero o sovrapparole, e prendono una forma, col colore che in quel momento hai in mano, senza scelta, e distratta sposti il polso, al confine tra la carta e il tavolo, e scarabocchi? Un volto una casa una volpe una donnina capovolta una sedia zoppa un libro volante un gabbianello con le scarpe.
Oggi mi sono fermata, e l'ho guardato quel profilo relegato al limite, dopo averlo disegnato. L'ho guardato. Gli ho dato il tempo. Ho detto scusa Bordopagina se rimani sempre senza voce e senza occhi, ma pensa a quanto hai di me dentro tu, quanto sei leggero di pensiero e insieme gravido di tutto quello che la parola e l'aspettativa e la richiesta scartano nei segni che invece stanno al centro di 'sto foglio qui.
L'ho guardato a lungo, ci siamo capiti, mi ha sorriso e ci siamo detti che andrà tutto bene, che nelle frontiere come il bordo pagina ci sono tante promesse, anche se silenti.
E allora adesso è qui, è uscito, in viaggio pure lui, anche se è senza nome, senza sensi, senza ordine, senza perché. È, e basta. Sulla riva prima, ora in mare. Il mio prisma, e dopo.
"If I'm dreaming you and you're dreaming me 
Then why don't we choose a different story?"




10.11.12

Faccia pure



Aveva con sé l'inattaccabile quiete degli uomini che si sentono al loro posto.




18.9.12

Prisma e dopo



Prisma di Nina che c'era.
Prisma di Nina c'è.

Ero a un tavolo d'osteria giorni fa. Tovaglia verde, vassoi bianchi, bottiglie a ricoprire fino allo sguardo al di là della tavola, candele sul finto davanzale, ché fuori pioveva e pareva sera, e invece no. Dalla porta aperta vedevi tutto l'acquazzone che si raccoglieva nella tenda estiva e cadeva giù pesante, quando decideva.
Mia madre alla mia destra parlava e si muoveva verso noi altri; indossava una camicia blu a pois fitti, ancora smanicata, ché fuori pioveva, ma non importa, è fine estate e ci proviamo fino a quando punge la pelle.
Io, come un gatto dentro una stanza che fissa un punto ipnotizzato, guardavo la collana che seguiva le spalle e il petto carenato di mia madre. Stava lì a fluire, con quelle perle sfaccettate di rosso granato, grosse come confetti, che riflettevano la luce. Parevo una gazza ladra che cerca di cogliere qualcos'altro, come se ci fosse una risposta in quel movimento osmotico accanto a me - ogni tanto capita di trovare nelle cose piccine delle domande che non t'eri fatta.

[Ogni pensiero è un esilio, un esile io che si sposta]  

E insomma la cosa bella era avvertire chiara la differenza di superficie. Voglio dire, se mia madre avesse indossato una collana di perle lisce, senza sfaccettature, la luce avrebbe colpito un solo punto, riflesso una sola luce. In un modo perfetto, senza sbavature, quella - sola - luce piena, fissa. Probabilmente del lampadario del ristorante, il più evidente e più alto di tutti. E tutte le perle a guardare da una parte sola, come un coro rivolto verso un solo direttore d'orchestra, come un grido in un'unica direzione, uno, solo, netto.


Invece no. I cristalli di granato riflettevano a destra e a manca, su e giù, la luce del soffitto e quella del piatto, quella a est del cristallo del bicchiere e a ovest dei miei occhi mentre guardavo, a sud-est della posata rovesciata, a nord-ovest dell'orologio del vicino, e tutto il resto che neanche vedevo.

Erano mille occhi e mille forme, fruscianti di luce a ogni movimento del petto di mia madre. Vive.

E ho pensato che così deve essere, non desiderare di rendere liscio ciò che molteplice è. Un'instabilità di luce che ritrae tutto, in quel momento, in quel luogo, addosso a quel cuore, quel petto così fatto.

Ché fin la più piccola luce viva lì dentro non si perde, una parte di te la raccoglie, e la mostra su di sé, come le facce di una pietra brillante.

Non vorrei essere una perla d'ostrica, per quanto perfetta e preziosa, mi pare chiaro. Preferisco un prisma. E vorrei dei prismi accanto a me, nella collana in cui sono, a parlare di tutte le luci e di tutte le ombre che ci costruiscono. E tra prismi non riesco nemmeno ad immaginare le luci coraggiose e nascoste che possono essere raccontate.


Era un pensiero volante, era un esilio, un esile io che mi calma e mi spiega tutto quello che non so.








20.6.12

Fossi stata un disegno

sarebbe stato più facile.
Bastava una gomma per quando avevi gli occhi stanchi
una gomma pane per togliere le macchie
una matita sola per truccarsi il viso
un po' d'acqua per alleggerire e far passare il vento sui capelli

piegare il foglio per avvicinare due disegni lontani
profumo di inchiostro per ammorbidire parole difficili
una nuova pagina perché tutto fosse di nuovo bianco, puro

mi sarei innamorata molto spesso dei disegni accanto a me
avremmo passato tanto tempo a guardarci senza paura di sbagliare

non ci sarebbe stato bisogno di spiegazioni
saremmo stati così come siamo,
senza pesi antichi se non quelle della pressione della mina,
che il segno lo lascia se spingi forte,

ed è una traccia viva quella


e senza paure

solo di qualche sbadataggine che c'avrebbe gettato addosso del diluente
o che a noi, di matita, tanti passaggi c'avrebbero sfumato fino a scomparire


e così saremmo stati perché così siamo

non avremmo detto 'scusa ma mi disegnano così'
avrei detto mi son disegnata così, così sono
sul foglio scoperta.


In fondo non vedo perché non potremmo pensare come un disegno
il disegno è coraggioso, il disegno sorride
forte e costante del suo esistere.

Quando è per me, non disegno per illustrare o perché mi piacciono i colori,
ma per l'eterna fierezza che si portano dentro i disegni, anche quando sono brutti

e perché io, in qualche modo che non conosco, né allo stesso modo posso far per me,
ho infuso loro un eterno coraggio d'essere.






4.1.12

Il Bestiario di Nina

illustrazioni bestiario francesca ballarini

È cominciato così l'anno nuovo, a disegnare con le nuove crete e sanguigne e carboncini, dopo che Nina mancò un po' qui da casa sua. 
E cominciò disegnando animali e bestioline addormentate, e ognuna assomigliava a qualcuno di caro, attorno a lei. 
Calvino diceva: "scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, (...), a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione".

Nina si augura questo, per l'anno a venire e oltre: che ciò che assorbe e ama e vede e sente, fortemente o lievemente fuggente, riesca sempre a fermarlo, senza paura o troppe traduzioni, ovunque si trovi, e farlo tornare "in circolazione".  Si augura di avere le matite appuntite, gli sfumini sempre pronti (che quelli son importanti), abbastanza inchiostro anche se si butta, spazio nelle tasche almeno per un mozzicone di gessetto, e colori diversi per disegnare ogni storia e ogni anima cara che è sua, magari proprio attraverso quell'animaletto spiritello che immagina per ciascuno. Da cui impara, di cui ricorda, a cui insegna, che ama, che attende, che immagina, che conosce, che incontrerà. Tutti in giro, tutti in circolazione, due, tre, dieci, n volte. E poi si augura di avere sempre colui che glieli doni gli strumenti, come stavolta e come ogni volta. 

Oggi mi sono sentita una volpe assopita, che forse aspetta passi l'influenza, e intanto sogna nuove furberie. Chissà se a fine anno sarò sempre lei, o ancora a cercare la forma più giusta e più mia, il δαίμων, lo spirito-guida "che ci assiste nelle decisioni" secondo Socrate, "l'autentica natura dell'anima umana, la ritrovata coscienza di sé"!

Intanto la nonna di Nina, che tiene sempre stretto il suo astuccio di piccoli tesori in una sorta di veglia, e Grace, col suo maglione rosa, caldo quando è freddo e fresco quando è caldo (quando ero piccola era rosa, ora è quasibianco), indubbiamente, vi assicuro, hanno trovato il loro.


Buon inizio a noi,
Nina Zzzzzz.

*

6.12.11

I racconti di Ninopoli

tolstoj illustrazione ballarini

Eroe del racconto, eroe che io amo con tutta l'anima e che ho sempre cercato di riprodurre in tutta la sua bellezza, e che sempre è stato, è e sarà meraviglioso, eroe del mio racconto è la verità.

(da I racconti di Sebastopoli - L.Tolstoj)



*

14.11.11

Quando succede

illustrazione uccelli ballarini


Flash NiNews  >  Manca poco meno di una settimana allo scadere del contest Ninestrone 2012 (che poi una sinfonina saporita così non scade mica, anzi, dura una vita e si accresce, sempre più sopraffina). Intanto Nina prepara pacchetti per il Natale semprepiuvicino, e si fa in 3 per contenere tutto, agendine comprese, e scrive sulla lavagnetta - di grafite la sua - come babbonatale la lista regali.


Mentre cerca di non intrecciarsi con i fili da reggere - ché in questi ultimi mesi Nina s'è divisa in tanti disegni, e l'hanno chiamata proprio Nina, è uscita dalla rete, e rispondeva al telefono con questo nome qui!, che ridere e che bello, ha sgranato melograni, disegnato conigli malaticci che guariscono, mischiato colori di cocktail per i pirati (e affinato il gusto per gli indovinelli, ma prima o poi li svelerà...) - avverte nell'aria che dal 2012 un po' di cose cambieranno. Non sa dire bene cosa, né di preciso quante cose, ma cambieranno di sicuro (sarà per questo che è ritornata all'header originale, le mancava Francesca con Nina nella borsa).

E poi, vedi, c'è quel disegno lassù che aspettava da un po' di tempo. Le parlò allora di una sensazione visivamente chiara, i colori percepiti nitidi nella mente, che entravano e uscivano dal diaframma: una sensazione stralunante, un vento potente e circolare, che soffiava dentro e fuori, come un'osmosi di aria diversa, condivisa. Tu placida lì seduta, e loro a turbinarti come foglie cadute, che col vento d'autunno arrivano fin quassù, alla finestra grande del terzo piano.

A volte così capita, ci son disegni che rimangono giorni, mesi, anche anni a scaldare nel taccuino e aspettare il senso giusto: non sono descrittivi, non illustrano ciò che è stato, loro vengono prima di te. È un po' come se esistesse tra le pagine ogni tanto uno specchio anticipato, un'essenza, una natura che si spiega per segni, senza parole, ché quelle se vengono, vengono dopo.

Questo disegno è uno di quelli. Oggi ci siamo guardati e ci siamo capiti.

È la sensazione di quando-le-cose-cambiano, meglio o peggio non c'entra, semplicemente giri la curva ed è una cosa che quando ci pensi ti turba l'equilibrio, ma non è detto che non ne vai a trovare uno migliore. Un stormo cosmico di ali colorate che s'agita da dentro a fuori. Come domande e risposte che ti fai e ti dai da sola, e son cangianti, e son molteplici, sfaccettate, fuggenti; e poi girano a cerchio e magari torni pure al punto di partenza, ma basta planare da un paio di coordinate diverse che vedi un orizzonte nuovo.

Potrà essere un vento più favorevole quello che senti arriverà, un nuovo cielo per capire,
sì che la sinfonia di timballi e tamburi è sempre lì, spiffera il pettirosso
un vestito più comodo e più tuo, dice il sarto canarino
un'aria fresca, tersa, limpida pure per un pesce come te, insinua la cinciallegra
un buon coup de théâtre per l'avanzamento della trama, immagina la cocorita
un terreno diverso da cui raccogliere foglie e fiori cadenti, propone la rondine
e conchiglie d'altra forma, sì, dopo la mareggiata, sogna il gabbianello
e magari finalmente trovarsi in orario al binario 3, esclama il cardellino
magari
chissà,
voi che dite

a ogni uccellino la sua variopinta possibilità, come un soffio per farsi accorgere, e delle ali tenaci per darti coraggio.



È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.

La mia pena è durare oltre quest’attimo.


Mario Luzi, da “Aprile-Amore” (in Primizie del deserto)


Questa poesia la scrivo e riporto ovunque dal 2004, e allora mi fa sorridere quel verso "ora da te mi torna fatto chiaro". Pensa da quanti anni perdo e riprendo chiarezza, quanti soffi, lo dicevo io, quanti soffi, per fortuna, ci passano attraverso.




29.6.11

Mappare le stelle

costellazione illustrazione cielo francesca ballarini
"Costellazione" (Da Wikipedia)
Una costellazione è ognuna delle 88 parti in cui la sfera celeste è convenzionalmente suddivisa allo scopo di mappare le stelle. I raggruppamenti così formati sono delle entità esclusivamente prospettiche, a cui la moderna astronomia non riconosce alcun reale significato. 
Nello spazio tridimensionale le stelle che formano una stessa costellazione possono essere separate anche da distanze enormi, così come diverse possono essere le dimensioni e la luminosità. 

Mi guardo da fuori, a volte ci provo a fare l'altra da me, mi diverte riconoscere cose che mi appartengono così tanto che poi non le vedo più, o non ne ho mai preso coscienza. È strano perché a volte c'è da sforzarsi per riconoscerle, e dare loro un nome.

Ci ho pensato stasera, tornando casa. Attraverso il porticato, prendo al volo un rametto dalla siepe e lo tiro con quella delicata fermezza che serve a spogliarlo delle foglioline, che poi lancio in aria ai passi successivi. Stasera l'ho fatto, e mi son resa conto che è un gesto che ripeto fin da piccola, quando si tornava dai giochi d'estate o dalla scuola, con una certa placidità addosso che ti fa soffermare sui pensieri quel poco di più. Una specie di rito del ritorno inconsapevole, quando sei sola, più o meno all'ora del tramonto. Poi, ti dicevano, non portarti le mani alla bocca ché quella siepe è velenosa! - mai appurato questo, ma per me ancora lo è - e io salivo a casa con quell'impronta di brivido tra le dita, d'essere circondati da una trincea di pericolosa vegetazione protettiva.

Oppure, m'accorgo, c'è che quando sto davanti a uno specchio ruoto i piedini alle 10 e 10, come una ballerina che non sono mai stata, ma una certa protteria (leggi "frivolezza impunita") me la porto dietro da sempre, come se quel vestito che indosso sia un nuovo tutù, e quelle ai piedi le centoventesime ballerine lucide di vernice nera, e poi ovvio un fiocco abbastanza grande e sufficientemente rosa tra i capelli. Chissà come mi vedevo allora, e tutt'ora cos'è rimasto e non si vede.

O quando premo le labbra, perché sono divertita imbarazzata e una marea di parole rimangono incastrate tra le pieghe che sorridono e si ammassano una per una e io stringo, e non faccio uscire nulla.
O ancora quando scommetto di riuscire a salire le scale almeno di un piano prima che il portone del palazzo si chiuda da sé con quel boato che fa l'eco, e ogni volta c'ho un desiderio tipo quello di Mathilde, se-faccio-in-tempo-allora-vuol-dire-che. Quante scommesse son riuscita a fare entrare da quel portone, confortata del risultato, all'ultimo scalino.

Ho deciso allora che li voglio scrivere tutti questi segni miei, ogni volta che m'accorgo, mapparli come stelle, che pure costruiscono la storia. Anche in loro c'è una catena che descrive e riporta, una volta celeste che pian piano si allarga, il raggio prospettico è più ampio, e la tua vista più lunga, sia quella da lontano, che quella da vicino, vicinissimo, dentro, come i puntini che colleghi nella settimana enigmistica, e viene fuori una barca e poi un ombrello e poi un gabbiano e poi, ecco, una figura umana.

(...) Viceversa, due o più stelle che sulla sfera celeste appaiono magari lontanissime tra di loro, nello spazio tridimensionale possono essere al contrario separate da distanze minori di quelle che le separano dalle altre stelle della propria costellazione.
Durante un ipotetico viaggio interstellare non riusciremmo più ad identificare alcuna costellazione, e ogni sosta vicino a qualunque stella ce ne farebbe identificare semmai di nuove, visibili solo da tale nuova prospettiva.

Allora io alle mie costellazioni darò un nome, una ad una, così, anche quando ci sto vicino e dentro, nel mio "viaggio interstellare", potrò guardarle e raccontarle a pancia all'insù, nelle lucide notti d'estate.

francesca ballarini

16.5.11

Brillantina

gianni rodari fiori illustrazione francesca ballarini

Se invece dei capelli sulla testa
ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
chi ha il cuore buono, chi ha la mente trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
non può certo pensare a brutte cose.
Quell’altro poveraccio, è d’umor nero:
gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate,
e invano ogni mattina
spreca un vasetto o due di brillantina.


(Teste fiorite, Gianni Rodari)



*

4.5.11

Il Sarto


illustrazione sartoria fashion moda psicologia
A volte mi pare di crescere e non avere l'abito adatto a contenermi.
Succede che si scuce qualcosa, esco fuori dai bordi, dagli orli, dalle maniche. Mi lacero un lembo della camicia, la cima di un calzino, si lima il ginocchio.
Strap.

Poi mi ricucio da me, con ago e filo.
Ci vuole tempo per farlo, e contorsioni notevoli, soprattutto se lo strappo è su estremità mai affrontate prima, e quelle son difficili.
A volte è la Natura ad addolcire la guarigione (per esempio, io mi ricucio con calma se sto seduta su una panchina sotto tanti alberi), a volte è una musica (e allora la cucitura diventa più un ricamo), e a volte è la mia di forza, evviva!, che si risveglia di soprassalto da un sogno notturno e mi dice suvvia, tutto passa, sì pure quel filo multicolore con cui vuoi ricucire il bottone!
E mi ricucio. E il vestito si adatta.

In quei momenti di vulnerabilità-da-pelle-nuda però tanto vorrei, così tanto, che esistesse un Sarto tutto per me. Uno che ti conosce meglio di quel che ti conosci tu, che ogni tanto ti rompi di fronte a cose.

Uno che sa che sgualcirai il vestito, e sì, te lo lascia sgualcire. Ma che poi te lo ricuce nel modo giusto, ci pensa lui a placare l'animo, a spiegarti che succede, ché l'abito che verrà fuori sarà quello che sempre più ti assomiglierà, dove riconoscerai le linee d'espressione tue, della tua memoria.
"Guarda, sei sempre più bella, sei sempre più tu."

Sarebbe fantastico no? E molto più semplice e rassicurante di una mano tremula come la mia, perché a volte mi pungo e magari, dico, faccio pure peggio a tutto questo scampolo di stoffa.


Ecco, il mio Sarto sarebbe come me. Non troppo alto, della mia età. Capelli scuri, occhi pure scuri, mani piccole e affusolate. Avrebbe le fossette e un neo sulla guancia sinistra. Probabilmente sarebbe una donna. Una matita a sostenere i capelli e un piccolo metro che circonda la vita.

"L'importante è avere un buono specchio di fronte, Nina."



*

11.4.11

L'Aliseo, l'amore svelato e i vincitori

come vorrei che capissero illustrazione francesca ballarini
"Gli alisei sono venti, regolari in direzione e costanti in intensità. Nella moderna lingua inglese sono chiamati trade winds, cioè venti del commercio, tuttavia l'origine della parola è molto diversa: deriva dalla forma antica tread che significava sentiero, riferendosi appunto al fatto che questi venti soffiano sempre secondo una direzione ben precisa, quasi a tracciare un sentiero o percorso nel mare, che era facile da seguire per le imbarcazioni a vela del tempo." (Wikipedia)
(Ci pensate a lasciare scie nel mare che restano come sentieri sulla terra? È un signor vento l'Aliseo, dico io.)


È passato del tempo dall’inizio della primavera e dalla fine del Contest ninesco, ma dovevo costruire il sentiero per intero, e trovarmi all'incrocio con l’altra lettera che è la giuria.
Trovare il giusto vento, per dirla breve.

Nel mentre infatti ho conosciuto di persona chi più di tutti ha dimostrato che l'amore non è un segreto, perché "l'amore è il vero colore", e l'ha svelato per tutta la vita.
Sono andata da lui, da Marc Chagall (che io chiamo m.c. perché è iniziale di diverse cose belle), l'ultimo giorno possibile, trafelata, a Roma - ché pare quasi che ci piacciano i burroni e i limiti a noi (ma anche no).

Per la prima volta l'ho visto dal vero, e pure tanto. Ho lucidato gli occhi, non volevo mai uscire, giravo da sola avanti e indietro, da capo e dalla fine, come un gatto inquieto di acchiappar tutto. Era come incontrare indirettamente un amico conosciuto mezzo secolo prima, di trovarselo ora di fronte, oltre una porta invisibile in cui passavano le sue emozioni nel tempo sin arrivare a me, dopo tutto questo tempo.
Ho ritrovato per intero quell'amore che da sempre mi segue e mi traduce, e che mi stupì già da bambina, attraverso asini e capre e bouquet, senza tanto spiegarmi perché, quando il Violinista Verde sotto forma di libro-fiaba mi fu regalato.

Io coloro poco, e tendo al blu di Chagall con gli occhi e tutto il cuore. È un blu che ti trascina a volare sopra il cielo o dentro l'acqua.

Dice che navigò così tanto in mare che pensò di essere una barca. Dice che non ci sono regole, che è solo la chimie che conta, ciò che è nell'atmosfera: "È ciò che possediamo la nostra realtà, e non ciò che vediamo".
È così.

*

Allora ecco, lungo questa scia-sentiero, da tutta la realtà che avete dolcemente posato qui, tra le braccia di Nina, come un mazzo di fiori, noi (perché eravamo due) abbiamo letto e riletto, sentito, ritrovato, riconosciuto.
Una volta era un picco al cuore, una volta era un grazie, una volta era a questo non ho mai pensato, a volte era il genio, a volte era un dolce carezza materna, a volte un vero e proprio specchio.
È stato come davvero balzare da un ritratto all'altro. E che le cartonine, disegni cari, abbiano fatto da foglia di ninfea su cui saltellare, io ne sono felice, e lo farei all'infinito (lo rifaremo insomma!).

Vi invito a leggere ogni storia, se non l'avete già fatto.

Insomma è stato difficile, e si j'avais pu, direbbe m.c., avrei premiato ognuno, perché l'espressione va premiata, fatta vedere, festeggiata, sempre.


Per cui noi vi festeggiamo tutti, ma i premi cartonineschi e onorifici vanno a due di voi!


La giuria ninesca decreta dunque i vincitori:


1- Silvia di Quel che non strangola ingrassa con "Questa specie di amore"

Per il presente e per il davvero. Silvia ha visto nella realtà ciò che è reale nelle cartonine, lo ha ritrovato, lo ha tradotto dall'attorno-a-sè, nelle sue memorie e nel suo cammino. Che è quello che Nina vuole fare, il motivo per cui esiste, come leggerci dentro "l’effetto della propria causa". Traduzioni condivise.
Il bello di tutto questo non so come chiamarlo, è sempre difficile per me definire in modo preciso ciò che mi riguarda: ma è proprio in quegli sguardi, reali, che io vedo il mio desiderio, e il cerchio gigantesco si chiude.
E arrivare alla fine del post di Silvia e ritrovarmi specchiata attraverso la sirena con lei, ha fatto correre l'Aliseo. Nella leggerezza di ogni parallelismo, naturale come un sesto senso, "dicendo quanto sia bello ritrovarmici ogni volta riflessa...". 
È il segreto che non è più segreto, ma, anzi, è visibile e in un'altra lingua.


2- Tri mamma di Mamma è in pausa caffè  con "Ombrelli"

Per quella sensazione semplice, reale, presente tutt'ora nella sua memoria, come se stesse avvenendo adesso. Pare che quegli ombrelli te li ritrovi attorno, mentre leggi.
È stato un brivido fresco. Con uno stupore innocente, mi ha detto "ma come, non lo sai?, perché ci sono ombrelli chiusi in piena estate?"
E la spontaneità del suo ricordo, dove l’ombrello è ancora una volta testimone, ma di un altro ricordo e di un’altra sensazione, diversa da quella per cui l'avevo disegnato, mi ha portato a un lettura aggiunta.
L'Aliseo ha preso un'altra via. E quel simbolo che l'ombrello è, di un mondo che di giorno si esprime in un modo e di notte in un altro, ha portato un arricchimento al disegno, come se si fosse intriso di un'altra possibilità di veduta, semplice, dolcemente netta e ancora una volta reale. Ha aggiunto un'altra vita al disegno, leggera come il vento lungo la riva.


Silvia è stata la traduzione, Tri mamma il pensiero laterale.


Giudicare un’espressione dei cuori non si può mica, perché tutto parla. Allora ci si fa guidare dal vento, al respiro ossigenante che intimamente ci porta.
“Il nostro ideale non dovrebbe essere la bonaccia, che può trasformare il mare in una palude, e nemmeno l’uragano, ma il grande e forte aliseo, pieno d’impeto e di gioia, salubre e vitale: un’eterna e costante boccata d’aria”.  (Harry Martinson, Kap Farväl!)


(Grazie a tutti voi. E, vincitrici, scrivetemi!)



***

[Aggiungo, qualche ora dopo, il pensiero dell'altro. Quello che è Nina con la O,  quello "dalle-mani-belle-e-non-solo", quello che disegna sulla sabbia, che vi ha letto assieme a me, e ora chiude il cerchio del vento]



"Aliseo inizia con A e finisce con O.
Contiene al suo interno:
- Ali, per volare
- Sei, che è il numero dell'amore
- Asilo, che è il posto dove troviamo riparo
- Sole, che è fratello di pioggia
- Sì, perché dire sì significa comunicare
- Sale, ché ce n'è tanto nel mare.
Ce ne sono altri, ma questi bastano per celebrare tutta questa bellezza, vincitrice e non.
Complimenti."





1.4.11

Sirena d'Aprile

Ho disegnato una porta
e mi sono seduta dietro di lei
pronta ad aprirla
non appena arrivi.
pesce d'aprile disegno amore
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23.3.11

Riflessi(oni)

borges illustrazione specchio
Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro col volto d'uomo? O sarà come me?

(J.L.Borges)




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11.3.11

Esame di coscienza

 illustrazione fashion regista montaggio star

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