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26.1.15

La strada

francesca ballarini illustrazione bianca tarozzi


Sì. Cammina e cammina
per la strada sbagliata,
bianca, quella bambina
non ritrovava più le cose note:

dov'era la sua casa,
sul lato della strada,
con due sedie sui lati della porta,
la grande sporta

di paglia piena di fagioli secchi
da sbucciare e nel cesto quattro stecchi?
E il lavatoio lì, di fronte a casa,
di pietra grigia, sotto la tettoia?
 
Era tutto scomparso. Ed era mai
esistito davvero?
Alto nel cielo
le nubi trasvolavano di fretta

senza badarle: e presto un temporale
si annunciava, e un gran vento
soffiava. Fino a che
lo capì: quella strada non portava

a nulla, quella
era una falsa strada, dritta e muta
non abitata, non riconosciuta.
Si fermò; in quel momento

vide quattro stradini col piccone:
battevano, battevano la strada,
per migliorarla, o forse per pulirla,
per renderla più dritta, per rifarla.

Dissero che il paese era lontano
e da tutt'altra parte, e lei
ripercorse la strada sconosciuta
per tornare da dove era venuta.

Così era cominciato, il grande viaggio
fatto di traiettorie contrapposte,
percorse, poi negate e riproposte
in altra direzione, all'infinito:

e il viaggio era scandito
da poche frasi con gli sconosciuti
ch'erano lì per caso, nel momento
in cui mutava il senso dell'andare.

Strade percorse in sogno, grandi case
esplorate, e le chiese
immense, sconsacrate,
e altissime muraglie

come palazzi assiri
o montagne scolpite come a Petra
in un paesaggio senza spiegazione,
in un silenzio senza una ragione.

La strada che non sai dove ti porta
è più lunga, più lenta: ad ogni passo
qualche cosa ti tenta, ti costringe
a fermarti, ti spinge

dietro la curva, o in un sentiero a lato:
per vedere la felce chiaroscura
o un grande masso, in mezzo alla radura
davanti a un casolare abbandonato.

No, non era la meta ad incantare:
era l'andare senza alcuna meta.



(Bianca Tarozzi, da "Prima e dopo") 





29.11.13

Tra le mie braccia

Aprire il cassettone basso della credenza - di quelli che ti cadono sui piedi perché non ricordi mai così pesante, come un baule che lasci a dormire fino all'autunno successivo, quando fuori diventa freddo - 
e trovare, tra le milioni di foto guardate e consumate sin da piccola, tre polaroid, dentro una busta da lettere mai postata, quasi lasciate per caso lì 31 anni prima, inconsapevoli, leggere e arrossite dal tempo.

Senza neanche un mese di lune, io tra le braccia di ognuno, in uno scatto di natale anticipato. 
Benché sia il fagotto di coperta il centro di quella festa fotografica alternata, vedo solo le loro braccia, che mi portano.


La mano a stella di mia madre, che grazia più di quella mano che sostiene non c'è, 
nello sguardo inclinato che le disegna le sopracciglia, stanca e bellissima, 
ai suoi piedi una coperta fatta ai ferri, dai toni inconfondibili che sceglieva sempre nonna Bianca 

e sulla sua gamba la mano di mia sorella, dalla pelle lucida e tesa come violino armonico, 
negli occhi i saltelli che faceva ormai da un mese, 
e il fresco della gioia e il calore di casa nel pigiama coi coniglietti, 
di cui avrei sentito poi grandi storie inventate per incantarmi


Come quel pagliaccio che le piacerà di sicuro,  
da sorella maggiore chesiprendecura, ma insegna,
lo tengo io, ma ci puoi giocare
(saltavano cappelli, perdevo i pon-pon, non c'era verso), 
ma i colori li ho imparati tutti, giuro.


E poi la felicità quieta già allora,
 di essere tra le braccia di dolce uomo moro barbuto, 
che sa tener chiuso il Vaso di Pandora lì vicino,
e che mi placa con un sorriso lungo, di quelli scardina-dispiaceri, 
che ora sono diventati anche i miei.


Il pensiero per cui forse impazzirò, è che queste tre polaroid hanno lo stesso tempo della mia luce addosso. Cioè, siamo nate vicine, hanno la mia stessa età. Un istante di luce impressa 31 anni fa - ma che continua a durare, e ancora e ancora e ancora ora.
E in ogni scatto, e dietro ogni occhio, c'è una prova, in cui so leggere i miei abbracci di adesso - come sono fatti, cosa stringono, per chi lottano, cosa proteggono, per cosa durano.

Riconoscere e danzarsi tra le braccia, viene da allora, dalla prima luce.

Per questo, io e il cassettone dei ricordi - quello che ogni volta dimentichi quanto sia colmo - abbiamo deciso che saranno gli abbracci, oggi, a compiere i nostri anni.



Nina nel suo Giorno di pioggia





12.9.13

Tra le righe

poesie vivian lamarque illustrazione francesca ballarini








Strati di settembre.
["In metereologia, lo stratus, o strato, è una nube molto bassa e uniforme a sviluppo orizzontale di colore variabile. Per 'giornata nuvolosa' si intende un cielo pieno di nuvole stratiformi che oscurano il Sole. Quando questo tipo di nube riesce a raggiungere il suolo ha origine la formazione della nebbia"].


*

4.9.13

Il suo paesaggio

poesia illustrazione francesca ballarini

Beato il mio vicino che dalle sue finestre
coglie con gli occhi i fiori che io curo,
i colori che veglio dal buio della casa.

Io penso a togliere le foglie secche
a dare l’acqua ai vasi appena serve,
devo sempre patire quando un giorno
vedo che sono morti eternamente.

Per lui sono soltanto vivi, solo belli,
non ha bisogno di saperne i nomi
per imparare come amarli meglio.

Beato lui, il vicino,
che chiama il mio balcone il suo paesaggio
e che di fronte a sé tra strada e cielo
vede distintamente il mio destino.


(Beato il mio vicino - Silvia Bre)






11.6.13

5.










"Sei così piccola, ma prendi così tanto spazio."



Stanotte Io & Nina compie 5 anni. Un lustro - illustre non so, lustrato a tratti, illustrato da segni e non segni. Tempo colmo, che bombarda e riappacifica, trattiene e lascia andare.

Per festeggiarla fate questo, dite una verità - che per lei è l'eroe di ogni racconto.
Qui dentro, a qualcuno, all'aria - ma ditela. Che esca fuori da voi, che viva.

La mia verità - e la mia promessa, da sempre - è che noi non andiamo a caso, Nina.
Noi andiamo a casa. 
Tra corde e arpe, timballi e tamburi, è la nostra ricerca nel tempo, che straripa di senso, anche quando non lo vedi.

Perché, come dici spesso tu, "tout se tient".


Francesca



*


22.1.13

Via Rinaldi 46, Ninopoli

18 anni fa vivevo in questa città. 
Per 10 anni ho vissuto in una casa, in questa città, che se penso alla felicità abitata penso a quelle mura, e le mura in realtà non c'erano. Ogni volta, di fronte alle persone vicine a me - le presenti sempre, le andate, le nuove - penso se sono passate o no in quelle stanze, come fossero stanze del mio cuore ché per conoscermi sarebbe stato bello fossero state camminate da ognuno di loro. In Via Mura Occidentali 33.

Era un porto - e aridaje col mare, Nina - allegro, di passaggio, senza vernice, ma di fiori freschi. Senza lampadari, ma coni di carta o di stoffa che Grace aveva improvvisato. Un improvviso fresco e infinito. Un non-lampadario in particolare - veramente brutto e per questo così amabile - era un foulard, eredità degli anni ottanta, dalle stelle gialle fluorescenti che spenzolava giù dal filo come i fantasmini che si fingono ad Halloween. 
Attorno ad alcuni stipiti delle porte avevamo dipinto dei fiori per-nulla-stencil, e di fuori delle foglie verdissime e mai finite, in un balconcino prima grigio che s'affacciava su un parcheggio altrettanto grigio. C'era passato tanto fiume d'amicizia dentro, e di gioia, pura, adolescente ("che comincia a crescere") e pulita. E pure i dolori, che cominci a conoscere.
Poi finì, poi dovemmo lasciarla, con le foglie lasciate a metà, il non stencil sulla porta, i bauli da rifare, i poster attaccati con lo scotch dipinti da mia sorella per scenografare il mio compleanno dei 13 anni. Preso sottobraccio il gatto, siamo tornati alla casa di sempre, io comunque lontana, a finire l'università urbinate, e così via. 
Non ho voluto più parlare tanto di quella casa, per quanto fitto era entrato dentro ogni istante, da cui non ci si poteva muovere, era stato come traslocare dalla felicità, e questo a un cuore non si fa; anche fossi stata agli antipodi, il pensiero non era mai riuscito a contenere quel distacco. Era un addio silenzioso, un ritorno rimandato all'infinito. 
Qualche anno fa son riuscita a passar lì sotto, senza cambiare strada per non vedere: son entrata nel pianerottolo, col portone eccezionalmente aperto, ad annusare quell'odore di tappezzeria che ricordavo così, e sentirmi quindicenne in quella felicità abitata, di quando fai gli scalini 3 a 3, e corri non si sa per dove non si sa per che. 


In questo ultimo anno, da quando Nina tornò cerbiatto da Parigi, sono cambiate tante cose. Sono cambiate, hanno girato l'angolo, la boa, superato la linea d'ombra, non lo so; un po' come 6 anni fa, via da Bordeaux, tornando sceglievo una 'sliding door'. A dirla tutta, ogni volta che torno dalla Francia capita qualcosa che mi fa curvare la strada (è difficile capire cos'è, ma dev'essere strada).

Un 2012 magmatico, diciamo noi, fin quando, mentre sotto ribolle quello che hai sempre sentito, arriva un piccone che spacca la crosta ed ecco che fuoriesci ed esplodi. E macerie e spiegazioni che non si ascoltano. E fenici dalle ceneri, e quelle cose lì. 
Una strada accidentata, pure dentro, lontana da Via Mura Occidentali 33, ma per riavvicinarsi proprio a lei. Difficile spiegare più di questo, se non hai già capito.

Così allo scadere dell'anno ho cercato casa. In questa città, che fisica poteva essere anche altrove, ma che fosse la ninopoli di bambina. Un improvviso che profumasse di fresco e infinito, senza pareti, una casa gialla per la felicità che immagini dentro, per sentire l'odore del mare pure da lontano. 
E ho trovato lei, che gialla lo è per davvero, da sola, ma non sola.
Sento il fiume che ci passa attraverso e ci riconosco il futuro, di quando il "rimandare all'infinito" non ti appartiene più. Più.

Uscita da quel portone, anni fa, a sentir di nascosto l'odore di tappezzeria in Via Mura Occidentali, avevo guardato in alto, al secondo piano, e una finestra era aperta, abitata non so da chi, e il lampadario con le stelle fluorescenti era ancora lì, appeso storto alla lampadina. 

Le cose, quelle che s'impregnano di vero e di tuo, aspettano sempre il tuo ritorno. 


(Vi scrivo da Ninopoli, Via Rinaldi 46, primo post, e la prossima volta ve la racconto la mia casa gialla)


Nina, che conosce la canzone e riconosce la strada

6.1.13

I will move you

make gif
mi sto preparando per l'anno nuovo
make gif
stendendo la carta, massaggiando le fibre, affinando la mina nina
make gif
ammorbidendo la pelle, 'per tornare liscia come la terra vista da lontano',




 e cambiando casa.




_________________________
Ninetta a Ninopoli, prossimamente


12.6.12

Nina è quattro


Quando pronuncio la parola Futuro, la prima sillaba già va al passato.
Quando pronuncio la parola Silenzio, lo distruggo. 
Quando pronuncio la parola Niente, creo qualche cosa che non entra in alcun nulla. 

(Le tre parole più strane - W. Szymborska)



M'immagino che di qui, Ninopoli silenziosa in fermento, passi qualcuno ogni tanto, con una giacchetta primaverile che ti ripara dalle bufere improvvise, in una promenade simil-parigina al crepuscolo, l'ora preferita.
Le prime luci si accendono, ché la luna fa la pigra, e le finestre si illuminano. Ma Nina da quel davanzale non si affaccia, l'uomo d'acqua non straripa, le conchiglie non ticchettano, tutto è oltre il vetro e i punti interrogativi saltellano sul marciapiede, e si continua ad andare.


In tutto questo infatti, mentre Nina si fermenta come mosto e ha un angelo birichino per capello, intanto fa 4 anni. Quattro. Che è tanto. È il doppio di lei e Francesca, è come le lettere che la compongono, come gli anni che son suo anagramma, è il doppio di noi, è un numero pari che le sta simpatico, è il numero di Aprile, è 4 come i 409 410 pensieri-segni lasciati qui, che ogni tanto per tornare anche io per quelle vie, leggo a caso, e sorrido per l'identità mia che si rilegge, è cresciuta, ma si rivede ogni volta, e fatico a scegliere una traccia che più delle altre ricalca questo corpo, perché tutto assieme vale, sempre vale.
(E se dico 4, mi scrivete nei commenti i vostri 4 post più amati, dall'11 giugno 2008 ad oggi? Entro il solstizio d'estate, ché poi ne pesco uno, in acque dolci, e gli mando una sorpresa, sciolgo la treccia dal comignolo e gli scendo giù la luna).


Intanto continuo a colorare al lume del terzo piano, mai fermata dal ritorno da Parigi, e così l'estate proseguirà, nei suoni della lirica.
Quando cammino tra queste calli, penso a quanto Nina manca, ma assieme partecipa a tutto, da quando è partita da Ninopoli; perché lei c'è io sto facendo tutto questo, e per gli occhi cari che passan di qui, che vorrei poter avere sempre con me. Ogni viaggio è un ritorno, no? Per cui torno. Torniamo. Ecco.


E per festeggiare, cari passanti amati, lascio le finestre aperte, quelle illuminate, con le tende svolazzanti, che son tele disegnate, che presto si spalancheranno a far entrare il turbinìo dell'estate. E quelle 4 candeline su una torta di carta - le vedete? - Vento e voi tutti, soffiate soffiate!, con l'augurio che la sinfonia di questa piccola Nina sempre tra le vie possa suonare, e cantare, e ballare.


F.




29.6.11

Mappare le stelle

costellazione illustrazione cielo francesca ballarini
"Costellazione" (Da Wikipedia)
Una costellazione è ognuna delle 88 parti in cui la sfera celeste è convenzionalmente suddivisa allo scopo di mappare le stelle. I raggruppamenti così formati sono delle entità esclusivamente prospettiche, a cui la moderna astronomia non riconosce alcun reale significato. 
Nello spazio tridimensionale le stelle che formano una stessa costellazione possono essere separate anche da distanze enormi, così come diverse possono essere le dimensioni e la luminosità. 

Mi guardo da fuori, a volte ci provo a fare l'altra da me, mi diverte riconoscere cose che mi appartengono così tanto che poi non le vedo più, o non ne ho mai preso coscienza. È strano perché a volte c'è da sforzarsi per riconoscerle, e dare loro un nome.

Ci ho pensato stasera, tornando casa. Attraverso il porticato, prendo al volo un rametto dalla siepe e lo tiro con quella delicata fermezza che serve a spogliarlo delle foglioline, che poi lancio in aria ai passi successivi. Stasera l'ho fatto, e mi son resa conto che è un gesto che ripeto fin da piccola, quando si tornava dai giochi d'estate o dalla scuola, con una certa placidità addosso che ti fa soffermare sui pensieri quel poco di più. Una specie di rito del ritorno inconsapevole, quando sei sola, più o meno all'ora del tramonto. Poi, ti dicevano, non portarti le mani alla bocca ché quella siepe è velenosa! - mai appurato questo, ma per me ancora lo è - e io salivo a casa con quell'impronta di brivido tra le dita, d'essere circondati da una trincea di pericolosa vegetazione protettiva.

Oppure, m'accorgo, c'è che quando sto davanti a uno specchio ruoto i piedini alle 10 e 10, come una ballerina che non sono mai stata, ma una certa protteria (leggi "frivolezza impunita") me la porto dietro da sempre, come se quel vestito che indosso sia un nuovo tutù, e quelle ai piedi le centoventesime ballerine lucide di vernice nera, e poi ovvio un fiocco abbastanza grande e sufficientemente rosa tra i capelli. Chissà come mi vedevo allora, e tutt'ora cos'è rimasto e non si vede.

O quando premo le labbra, perché sono divertita imbarazzata e una marea di parole rimangono incastrate tra le pieghe che sorridono e si ammassano una per una e io stringo, e non faccio uscire nulla.
O ancora quando scommetto di riuscire a salire le scale almeno di un piano prima che il portone del palazzo si chiuda da sé con quel boato che fa l'eco, e ogni volta c'ho un desiderio tipo quello di Mathilde, se-faccio-in-tempo-allora-vuol-dire-che. Quante scommesse son riuscita a fare entrare da quel portone, confortata del risultato, all'ultimo scalino.

Ho deciso allora che li voglio scrivere tutti questi segni miei, ogni volta che m'accorgo, mapparli come stelle, che pure costruiscono la storia. Anche in loro c'è una catena che descrive e riporta, una volta celeste che pian piano si allarga, il raggio prospettico è più ampio, e la tua vista più lunga, sia quella da lontano, che quella da vicino, vicinissimo, dentro, come i puntini che colleghi nella settimana enigmistica, e viene fuori una barca e poi un ombrello e poi un gabbiano e poi, ecco, una figura umana.

(...) Viceversa, due o più stelle che sulla sfera celeste appaiono magari lontanissime tra di loro, nello spazio tridimensionale possono essere al contrario separate da distanze minori di quelle che le separano dalle altre stelle della propria costellazione.
Durante un ipotetico viaggio interstellare non riusciremmo più ad identificare alcuna costellazione, e ogni sosta vicino a qualunque stella ce ne farebbe identificare semmai di nuove, visibili solo da tale nuova prospettiva.

Allora io alle mie costellazioni darò un nome, una ad una, così, anche quando ci sto vicino e dentro, nel mio "viaggio interstellare", potrò guardarle e raccontarle a pancia all'insù, nelle lucide notti d'estate.

francesca ballarini

8.3.10

fiore mio fiore mio



Auguri a ogni fiore,
d'ogni luogo, tempo, colore, forma, cornice, verso, ombra,
senso.









(Ci sono tanti fiori in casa mia, che non passano, e vedono tutto, ogni tremito di foglia, le stagioni che cambiano fuori, l'attesa di noi).


25.6.09

Quella grazia




Stamattina mi sono svegliata e ho trovato la cucina con le mani di mia madre.
Era ovunque, nella disposizione delle sedie , nella scelta della tovaglia nella tazzina col girasole e il foglietto per me, la marmellata per mio padre e le tende appena scostate, il silenzio sospeso che sapeva solo di lei per noi; e sempre con quel qualcosa lasciato in attesa, come il tagliere di legno in bilico sul lavandino. 
Non so come faccia, ma riesce sempre a lasciare qualcosa che, mentre il resto è perfettamente completato, "concluso", quello rimane a metà nel tempo. 
E va bene così, non potrebbe essere altrimenti, osservo ogni volta, perchè è vivo e sembrano girarci ancora le persone per la cucina. 
Adoro quel tagliere.

Oggi è il suo compleanno e la torta stanotte l'ha fatta lei e le ciliegie come candeline ci aspettavano, dicendo fra poco torna, intanto godete di tutto questo. Ero assonnata e ho cercato di fermare il più possibile l'incanto del sospeso, che ogni giorno Grazia crea tutt'attorno, come per magia.

E ogni volta rivedo quei segni suoi in me, declinati in maniera diversa, ma con la stessa ricerca, farstarbene chi si ama, che ogni volta che viene disattesa, evasa, non rispettata, è un dispiacere che punge, ché ne' io ne' lei riusciamo ad arginare. E ogni volta, dopo, prima, e, vorresti invece, sempre in tempo, capisci che il solo regalo che puoi farle è la tua felicità.



Le prometto questo, le ho scritto su un biglietto di tanti iris disegnati.



Intanto oggi la porto a prendere le ginestre sopra il mare.







5.12.08

Pomeriggio con stufetta: un té verde, un mandarino che mi guarda e una matita colorata scelta a caso da una scatola cieca.





(Ancora lui col suo frac).


Tira tanto vento ora. La mia agenda rossa e un pastello blu oltremare sono accanto a me. 
Di fronte, un portafrutta gigantesco di porcellana, con dentro clementine arance e qualche vecchio melograno, che sta lì, che più avvizzisce e più è bello, pare un nonnetto colmo di storie.

Ho già acceso la luce per quanto fuori è buio, e sono solo le 15.30. 
Se ci fossero rumori sarebbero le foglie secche di sotto che in un turbinìo da ciclone provinciale avvolgono lampioni marciapiedi e gatti che si rifugiano nel proprio garage condominiale. 

Riapro la mia carta color avorio color Moleskine, e ricomincio a disegnare.



22.11.08

Work in progress

Approfitto del silenzio di cui prima per calibrarmi progetti e capacità future.

Bollettino metereologico: piove a gocce giganti, il caminetto è acceso, le castagne attendono e io ho appena fatto il tiramisù della domenica.



(Buon fine settimana a chi passa di qui)



10.11.08

Baluginìo



Nella causa e nell'effetto. E infine quella pace serena, soporifera, felina e sfrontata, per l'aver raggiunto la cima del divano, o la cima del mare.



11.10.08

La sedia


Al tepore del balcone, un ritratto immaginario di un volto immaginario, oppure no, magari solo dimenticato. 
Il braccio è appoggiato su una sedia, forse molto più reale di tutto il resto, benché non si veda. 
Ma è proprio quel gesto lì di riposo che io sento ora.


1.10.08

Cronache di Nina



Oggi è il primo ottobre.

Fuori è più caldo che in casa, e io me ne sto sul balcone a distillare gli ultimi raggi teporosi di sole. 
La mia gatta pure, anche lei li distilla,  in modo tutt'altro che umano: niente cappello sulla testa, niente maniche calate giù affamate di calore, ma un rotolìo continuo e smodato di una massa pesante e pelosa contro il pavimento di mattonelle di terracotta.

Mi guarda socchiude ronfante gli occhietti e sbadiglia.

Poco più in là una tazzina viene posata sul tavolo, il caffè è stato bevuto, è finita la pausa. Il rumore secco ma poco deciso parla da sé, di quel conosciuto stento di alzarsi alla sedia, e ricominciare il lavorìo quotidiano. 

Un pò di km più distante, verso il mare,  un giovane ragazzo è seduto  a un tavolino di un ristorante dai bicchieri alti e blu come fiordalisi, e parla di salumi di pesce affumicati e finge con nonchalance di saperne già tutto, e come esportarli con successo in terra straniera. Poi li assaggia per la prima volta e tradisce un gridolino di piacere che rivela il suo ingenuo stupore, al gusto sorprendente di una bresaola di tonno appena appoggiata sulla lingua.

Nella stanza accanto, una voce di donna riassume le tappe della sua giornata di fronte a uno schermo luminoso: le cose già fatte quelle da fare e quelle che comunque non riuscirà a fare, però le serve ripeterle tra se e sè.
 
La gatta, che è ancora lì a rotolarsi, assiste ai rumori ai racconti e all'ultima luce di un primo di ottobre e pensa che fra circa 5 ore sarà il tempo della cena.




8.8.08

Piove o son desta?





Sta piovendo. 
Ma sembrerebbe mai? Il colore giallognolo che vira a ogni tuono leggero è sul serio pioggia? Piove e c'è il sole, le gocce toccano le mattonelle del balcone, eppure neanche il ciclamino ridotto a qualche foglia sparuta si bagna. Evaporano prima, e ridiventano luce.

E allora mi dico è proprio quella luce che si infiltra a casa mia; casa che mi dice bentornata con i disegni d'ombra che crea sui suoi oggetti, miei amati di sempre.

Quando sarò grande


Quando sarò grande i miei amici saranno sempre questo coniglio, questi bellissimi cagnolini marroncini, e questo enorme orso bianco sporco più grande di me (che forse resterà comunque più grande di me).
Poi, sempre quando sarò grande, continuerò ad usare questo portafoglio molto bello e lucido di Lilli e il Vagabondo.

Con tutte queste cose attorno, io indosserò uno smalto colore rosso mela e qualcuno continuerà a chiamarmi Meletta, proprio come ora.
Quel qualcuno sarà il mio amore e tenendo questa foto in mano si addormenterà sereno.

18.7.08

Vecchi disegni


E' un disegno vecchio, duro, ma l'ho ritrovato e l'ho salvato.

"C'è una poltrona in casa mia.
E' bella, fresca, accogliente e vecchia.
E' qui da prima di me, le porto rispetto. 
E poiché c'è sempre stata, e io no, non l'ho guardata mai a fondo.
E ora che la disegno posso dire che la conosco.
Ha tante rughe che partono dai suoi bottoni, che forse sono i suoi occhi. E quelle mille pieghe che si diramano disegnano strane reti, è come se fossero tutte la linea della vita della Mia Poltrona.
E penso a tutte le volte che mi ha accolto, un corpo che cresceva". 
(03/08/06, h:00.58)
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