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domenica 4 giugno 2017

Dozza, un museo a cielo aperto.



Tra verdi colline dolcemente digradanti verso la Via Emilia, la grande strada consolare che, dritta come una spada, divide la Romagna del monte da quella del piano e del mare, sorge il borgo medievale di Dozza.
Posto sul crinale di una collina che domina la valle del fiume Sellustra si trova a sud di Bologna, a 6 km da Imola. Geograficamente è in terra di Romagna, anche se amministrativamente si trova in provincia di Bologna.



Sulle case del borgo medievale e sulle strade che portano alla piazza si erge la possente Rocca Sforzesca, che mantiene inalterata la sua struttura medievale. Fu Caterina Sforza, che tenne il feudo dal 1494 al 1499, che la volle come baluardo a difesa della Romagna dalle mire grifagne del Duca Valentino Cesare Borgia, facendola riedificare alla fine del XV secolo sulle precedenti rovine di fortezze bolognesi del 1250 ca.
I bolognesi Campeggi la trasformarono da edificio puramente militare in palazzo signorile sul finire del ‘500. La Rocca passò in seguito alla famiglia Malvezzi-Campeggi che vi dimorò fino al 1960.


Nella Rocca si possono visitare gli appartamenti del piano nobile, il salone, i salottini e le camere da letto, la cucina con i relativi utensili databili al 1500, la sala delle armi, le prigioni, le stanze di tortura, il caratteristico pozzo a rasoio, i camminamenti sulle torri.


Al secondo piano si trovano il Centro Studi e Documentazione del Muro Dipinto e la Collezione d'Arte Mascellani, mentre situata nei suggestivi sotterranei, si trovano esposte e in vendita oltre 800 etichette selezionate ed un wine bar per degustazioni guidate da sommeliers professionisti.


Ingentiliscono il paese oltre un centinaio di grandi affreschi murali dipinti sulle case dal pennello sapiente di nomi prestigiosi quali Sassu, Purificato, Brindisi, Sughi, Cappelli e di tanti altri artisti contemporanei. Si tratta di un vero e proprio museo a cielo aperto.






Le immagini presenti in questo post sono state reperite sul Web.

domenica 26 febbraio 2017

Il mangiare in detti e proverbi in dialetto romagnolo


E' gia da qualche tempo che ho interrotto la presentazione dei detti e proverbi in dialetto romagnolo, che tanto erano stati apprezzati dai miei vecchi followers, nonostante il mio dialetto non fosse per loro così facilmente comprensibile. Per facilitarne la comprensione, anche stavolta li ho corredati da adeguata traduzione letterale e, ove opportuno, anche da un breve chiarimento esplicativo sulle usanze e tradizioni alimentari romagnole.



Sot j urcion, i caplet int e' brôd d'mânz e gapon.
(Asciutti gi orecchioni, i cappelletti in brodo di manzo e cappone.)
Par fe un brôd bon: costa, zampa d' bo e un mez gapon, test d' videl, os d' schinêl, panduren, udur e un bel pogn d' sêl.
(Per fare un buon brodo costa, zampa di bue e mezzo cappone, testa di vitello, ossa di schienale, pomodorini, odori e un bel pugno di sale.)
Così consigliavano le brave "azdore" di Romagna..

Par i Set Dulur belecot e canèna nôva int e' got.
(Per i Sette Dolori bellecotto (cotechino) e canina nuova nel gotto.)
La canina è un vino ricavato da un'uva nera, non molto pregiata, da non confondersi con la cagnina, vino più pregiato ma poco alcolico, di colore rosso intenso, da consumarsi d'inverno con le castagne arrosto o con dolci a base di castagne.
La "Fira di set dulur" è una Fiera che da diversi secoli si svolge a Russi (RA), in onore della Madonna Addolorata, la terza domenica di settembre.

La galena de mert lov, che se la n' s' mâgna, la va in malor.
(La gallina del martedì grasso, che se non si mangia, va in malora.)
La galena d' Carnevêl,  se la n' s' mâgna, la va da mêl.
(La gallina di Carnevale se non si mangia, va a male.)
La tradizione prevedeva che il martedì grasso si uccidesse e si servisse in tavola la gallina più vecchia del pollaio.

Se e' pân t' vu cusar ben, schêlda e foran cun di spen.
(Se vuoi cuocere bene il pane scalda il forno con degli spini.)
Nei casolari di campagna il pane si faceva una volta alla settimana e si cucinava in un rustico forno che andava prima scaldato con fascine di stecchi ben asciutti.

Zuzeza fresca, d'maz i salem, d'satembar la copa, i parsot ad du en.
(Salsiccia mangiata fresca, in maggio i salami, in settembre la coppa, i prosciutti di due anni.)
La panzeta de majel la's mâgna a Carnevêl.
(La pancetta del maiale si mangia a Carnevale).
E' dolz-môrs l'è e' mej de pôrc.
(Il pancreas è il meglio del maiale.)
Questi tre proverbi sono riferiti a quando nelle nostre campagne  si allevava il maiale per poi ucciderlo in dicembre, ricavandone scorte di cibo per l'anno a venire).

A scota dida la saraghena, da fê clazion a la matena.
(A scottadito la saraghina per far colazione la mattina.)
Se t' vu sintì l'amor dla sardela, socia la testa e mâgna la budela.
(Se vuoi sentire il sapore della sardella, succhia la testa e mangia le budella)
Sono questi due tipi di pesce azzurro piccoli e molto simili fra loro,  di cui si può mangiare tutto, in un sol boccone.

Pân d'un dè, furmaj d'un mes, ven d'un ân, dona d' vent en.
(Pane di un giorno, formaggio di un mese, vino di un anno, donna di vent'anni.)

Par Sân Jusef ov duri e radec.
(A San Giuseppe (19 marzo) uova sode e radicchi di campo.)

La zola d' Sân Zvan l'è e' furmaj di puret.
(La cipolla di San Giovanni (24 giugno) è il formaggio dei poveri.)

Par Sân Lurenz la cocla t'la pu stache parché l'e fata da magnê.
(Per San Lorenzo (10 agosto) la noce la puoi staccare perché è matura da mangiare)

Dop ala Madona d'agost (15 agosto) i còmar j a pers e' gost.
(Dopo la Madonna d'agosto i cocomeri hanno perso il gusto.)

Setembar uva e figh la pânza la tira e e' cul e' rid.
(Settembre, uva e fichi, la pancia si tende e il culo ride.)

domenica 4 settembre 2016

Il vento nei proverbi in dialetto romagnolo




Michele Placucci nel suo libro "Usi e pregiudizi de' contadini della Romagna" - Titolo VI, capitolo II, illustra le credenze relative all'osservazione dei venti:
"" De venti
3) Essendo per i villani giornate d'osservazione le quattro tempora dell'anno, osservando quale de venti spiri a mezzanotte di detti giorni, e lo credono dover dominare tutto quel trimestre. 
4) Li venti dominatori nella notte di Santa Catterina e di San Michele, cioè al 29 settembre, domineranno tutto l'anno; se soffia il vento il 15 gennaro accaderanno nell'anno molti infortunj di mare. 
5) Se sul mezzogiorno s'alza il vento borea, presagiscono per cosa certa il buon tempo. 
6) Dicono altresì, che quando soffia la corina è segno che la fucina di Vulcano è occupata a gran travaglio per fabbricare fulmini. 
7) Nel sabato della settimana di Passione ad un'ora prima dell'Ave Maria osservano per vedere li campioni, ché sono i venti dominatori per l'anno venturo; onde predire il bene, od il male, che può accadere in detto anno ai prodotti della campagna.""

Non era dunque solo l'osservazione degli eventi meteologici quali pioggia, neve, freddo, caldo, che induceva i contadini a pronosticare il buono o cattivo andamento delle stagioni e quindi delle coltivazioni, ma anche i venti avevano una loro valenza nei proverbi.
Eccovene alcuni:


✿ La bura tri de la dura, e s'la fa e' palòt, inveci ad tri la dura ot.
La bora dura tre giorni, ma se si aggroviglia invece di tre ne dura otto.

✿ La bura la pôrta e' sren.
La bora porta il sereno.

✿ La bura la chêva i nuvlòn.
La bora toglie i nuvoloni.

✿ La bura la pôrta la nev in muntegna.
La bora porta la neve in montagna.

Se la nèv l'ariva d' bura, la s'instèca dètar e fùra.
Se la neve arriva con la bora si infila dappertutto dentro e fuori.


✿ Vent d' bura usël in so.
Vento di bora gli uccelli vanno verso la montagna.

✿ Se da e' prem a i dis d' loj u n' piov ad curena, fena a setèmbar u n' s'impines la sculena.
Se dal primo al dieci luglio non piove di libeccio fino a settembre non si riempie lo scolo.

✿ Dop a la curena e fa la pisadena.
Dopo il libeccio piove.

✿ La curéna la j à la damigiana in t' la schéna.
Il libeccio ha la damigiana nella schiena.

✿ Mai imbucè e' be cun la curena.
Mai imbottigliare il vino quando soffia il libeccio.

(Sulla costa romagnola il libeccio viene anche chiamato garben.)

✿ E' sarnèr e pôrta e sren mo le nec e bab dla nev.
Il maestrale porta il sereno ma è anche il padre della neve.

(Il maestrale d'estate porta il bel tempo mentre d'inverno tempeste di neve)

✿ E' siròch e cambia parer da e de a la not.
Lo scirocco cambia parere dal giorno alla notte.

✿ E' vent ad Ros e bagna l'os.
Il vento che soffia da Russi bagna l'uscio.

✿ E vent furles e begna e paes.
Il vento che soffia da Forlì bagna il paese.




venerdì 13 maggio 2016

Proverbi e modi di dire in dialetto romagnolo

E' già passato molto tempo da quando vi ho proposto gli ultimi detti e proverbi in dialetto romagnolo.
Ricordando il gradimento che le varie serie di proverbi avevano riscosso fra i miei followers, eccovene altri, corredati dalla doverosa traduzione letterale e dal relativo significato, ad uso e consumo dei miei lettori che romagnoli non sono.


✿ L' a una cârta par tot i zugh.
(Ha una carta per tutti i giochi).

Si dice di persona che se la cava bene in tutto quello che intraprende.


✿ L'ha fat la fen de garnadèl.
(Ha fatto la fine dello scopino.)

Si dice di qualcuno che è finito male.
Il detto è riferito alla fine ingloriosa dello scopino di saggina, che quando era nuovo e integro veniva utilizzato per spazzare via i residui di farina dal tagliere dove si faceva la sfoglia, quando era vecchio e consumato si usava per spazzare la cenere dall'arola del camino e dal forno e quando era completamente consumato e quasi inservibile veniva deputato alla pulizia del gabinetto.


✿ E' fa i pi al mosch.
(Fa i piedi alle mosche).

Si dice di qualcuno dotato di straordinaria abilità, visto che i piedi delle mosche sono alquanto piccoli.


✿ E' curtel e' chepa cun la chêrna di cvajon.
(Il coltello vive con la carne dei coglioni)

Detto rivolto a chi si taglia un dito, al quale a mo' di consolazione si da pure dello stupido.


✿ U j da fastìdi nech e' vent de dvanadùr .
(Gli da fastidio perfino il vento dell'arcolaio).

Si dice di persona molto cagionevole di salute.


✿ E' ciaparèb néca  int un fër  infughì.
(Afferrerebbe anche un ferro rovente).

E' riferito a chi è sempre pronto ad appropriarsi di ogni cosa.


✿ J' interess dla pignata uj sa sol e' cverc.
( Gli interessi della pentola li sa solo il coperchio).

E' un chiaro invito a non voler giudicare senza conoscere la realtà dei fatti.


✿ S' us môr i bel lo un ciapa gnech e' fardòr.
(Se muoiono i belli lui non prende nemmeno il raffreddore).

Si dice di persona decisamente brutta.


✿ La balareb a la veta d'un fus.
(Ballerebbe in cima a un fuso.)

Essendo il fuso notoriamente appuntito, si dice di una ragazza con tanta voglia di ballare che non si fermerebbe davanti a nulla.


✿ Ades se che t' e voja d' fis-cê!
(Adesso si che hai voglia di fischiare!)

Detto come palese invito ad anticipare i soldi quando si chiede a qualcuno di fare un acquisto per conto d'altri.
Questa l'origine dell'espressione: chi andava alle fiere dove venivano venduti dei fischietti di zucchero (come per esempio la Fiera di San Giovanni a Cesena), poteva capitare che qualcuno gli chiedesse di portargliene uno, ma poi spesso succedeva che non venisse rimborsato.


mercoledì 1 ottobre 2014

Una giornata sul fiume


Dei capanni da pesca che caratterizzano il paesaggio costiero romagnolo, della loro origine e della loro ragione d'essere, vi ho già parlato in questo post, ma forse non vi avevo detto che proprio un capanno da pesca sul fiume, a pochi chilometri dalla città, costituisce, da molti lustri, il mio "buen retiro".


Questi nostri fiumi ormai sono assai poco pescosi e rare sono le volte in cui si riesce a tirare su un po' di pesci, ma in fondo la pesca non è altro che un alibi...


lo scopo vero è quello di avere un luogo dove passare, di tanto in tanto, una giornata all'aria aperta in pieno relax; un luogo magico dove il silenzio è rotto solo dallo stormire delle canne al vento, dal rauco grido di un  gabbiano e dal cigolio della grande rete che sale o affonda nell'acqua.



Unico neo le zanzare, che in queste zone sono nel loro regno, e allora vai di lozioni repellenti, zampironi, candele alla citronella, paletta ammazzamosche, lampade friggi-insetti, anche se loro, le maledette, non si arrendono facilmente.


Qui vivo giorni in cui assaporare il silenzio e la solitudine del luogo, con un buon libro fra le mani e gli occhi persi fra i colori di una natura rigogliosa, oppure facendo un po' di giardinaggio.



E poi ci sono i giorni in cui è piacevole godere della compagnia di amici in allegre tavolate, fra scoppi di risa,  bicchieri colmi di vino rosso e l' invitante profumo di succulente grigliate.


Durante l'estate i nostri momenti conviviali si svolgono all'aperto, con il lungo tavolo apparecchiato all'ombra di un fico e il grande barbecue da cui emanano invitanti effluvi di carni arrostite.


Quando invece fa freddo o fa brutto tempo le operazioni si trasferiscono all'interno del capanno dove un capiente salone accoglie i commensali attorno a una lunga tavolata e nel grande camino trova spazio la graticola per la "braciolata".


Indifferentemente, che sia d'estate o d'inverno, dopo l' abbuffata arriva l'inevitabile momento di relax, e c'è chi si rilassa con un po' di chiacchiere sul pontile,

con una partita di briscola o di mah-jong, oppure con una pennichella o una passeggiata in riva al fiume.

venerdì 25 luglio 2014

Proverbi e modi di dire in dialetto romagnolo

Mentre un tempo il dialetto era l'idioma corrente delle classi più umili e l'italiano era appannaggio esclusivo delle classi più elevate, oggi gran parte dei romagnoli più giovani non parlano e/o non comprendono il dialetto.
E' perciò doverosa la traduzione e relativa spiegazione di questa nuova serie di detti e proverbi romagnoli che vado a presentarvi, non solo ad uso dei non romagnoli ma anche per i romagnoli più giovani.


Caveja campanéna
uno dei simboli della Romagna



✿ A e' lom dla candilèna nech e' rèmal e' pê farèna.
(Alla luce della candelina anche la crusca sembra farina.)
o anche
✿ Da lunten nech una câgna la pê un cân.
(Da lontano anche una cagna sembra un cane.)

Praticamente stanno a significare che l'apparenza inganna.


✿ U j è una nèbia c' l' as taja cun e' curtèl.
(C'è una nebbia che si taglia col coltello.)
o anche
✿ U j è una nèbia ch' us j apogia la biciclèta.
(C'è una nebbia che  ci si può appoggiare la bicicletta.)

Per sottolineare la presenza di nebbia talmente fitta  che più di così non si può.

✿ La va par te ch' t' an capès gnit.
(Va bene per te che non capisci niente.)
o anche
✿ L' a una tësta che s'u l' a un sardon u s' anega.
(Ha una testa che se ce l'ha un sardone annega.)

Si dice di qualcuno della cui intelligenza si ha scarsa considerazione.



✿ Bona faza l'an s' muré mai da la fâm.
(Buona faccia non morì mai di fame.)
o anche
L' a una faza ch' us j amàca  in so i pignùl.
(Ha una faccia che gli si ammaccano sopra i pinoli).

Si dice di chi non si vergogna di niente e ha una bella faccia tosta.


E' piòv a zil rot.
(Piove a cielo rotto)
o anche
E' piòv  che Dio la manda.
(Piove che Dio la manda)

Si dice quando piove a dirotto.




giovedì 10 aprile 2014

Proverbi e modi di dire in dialetto romagnolo

La lingua italiana è ricca di modi di dire e frasi fatte, tali da mettere in notevole difficoltà lo straniero che si affidi ad una traduzione letterale.
Anche il dialetto romagnolo però non è da meno: eccovene alcuni esempi con la doverosa traduzione letterale e con il relativo significato.





✿ Un bajòch da par lo un sona brisa.
(Una moneta (baiocco) da sola non suona.)

Significa che per litigare bisogna essere almeno in due.


✿ I bajoch j e coma i dulur, chi ch' j a u' si ten.
(I soldi sono come i malanni, chi li ha se li tiene.)

Nessuno è disposto a cedere il proprio denaro così come nessuno è disposto ad accollarsi i malanni altrui.


✿ I su bajoch e la mi testa.
(I suoi soldi e la mia testa.)

Si dice di qualcuno della cui intelligenza non si ha grande considerazione.


✿ Cvi i liga i cân cun la zuzèza.
(Quelli legano i cani con la salsiccia.)

Si dice di sbruffoni,  di  persone con tendenza ad esagerare.


✿ Piotòst che gnit l'e mej piotòst.
(Piuttosto che niente è meglio piuttosto.)

Praticamente vuol dire che chi si contenta gode.


✿ E pu stêtr' ân e' sarà pez.
(E poi l'anno prossimo sarà peggio.)

Risposta che si da a chi si lamenta dei propri acciacchi, in riferimento all'avanzare dell'età.


✿ L'éra acse purèt che i sorgh i scapeva da ca su cun i guzlon a j oc.
(Era così povero che i topi fuggivano da casa sua con i goccioloni agli occhi. )

Iperbole per indicare il massimo grado di povertà.


✿ L'e coma e' strolgh de Mzân che se u' ni ciapa incu uj ciapa dmân.
(E' come l'astrologo di Mezzano (frazione del Comune di Ravenna) che se non ci prende oggi ci prende domani.)

Si  dice di qualcuno che fa previsioni tirando ad indovinare.


✿ Un ved un prit int la nev.
(Non vede un prete nella neve.) 

Si dice di persona che ci vede poco o niente. 


✿ A fasè coma cvi d'Fenza che cvand ch'in n'a i sta senza.
(Facciamo come quelli di Faenza (cittadina della Romagna) che quando non ne hanno stanno senza.

E un'esortazione a rassegnarsi alla mancanza di qualcosa.


lunedì 2 dicembre 2013

Prendere la vita con ironia

La zirudela (in italiano zirudella) è un tipico componimento scherzoso in versi, in dialetto romagnolo, caratterizzata da versi ottonari in rima baciata, suddivisi in quartine.
Benché venga considerata un genere di poesia "minore" rappresenta un gradevole modo di affrontare gli eventi della vita prendendo le cose con ironia.

Confesso che il mio verseggiare, anche quando si esprime in dialetto romagnolo, non è che sia molto orientato verso un tipo di composizione "brillante", ma anche se non è il mio genere preferito, un paio di volte mi ci sono provata anch'io.
Recentemente  ho partecipato al Concorso di zirudelle "La vita con ironia" - anno 2013 - indetto dalla Pro-Loco di Bagnacavallo con questa mia zirudela, per la verità non molto aderente allo schema metrico della zirudella, che però è stata selezionata fra le venti migliori  presentate al concorso, per essere premiate nel corso di una serata e pubblicate in un apposito volumetto.



SUPARSTIZION


Jèsu!  S’aràl mai da zuzèdar
che stanot l’à cantê la zveta so int la ca.

L’azdòra, che d’la Rumâgna
la cnos toti agli usânz
e dal superstizion un gn-in scapa ona
cun ste pinsir ch’ u j frola par la tësta
la s’ da da fê in cusena:
la prapêra e’ sufret
la tira la sfoja
e pu la fa i strichet

mo cun ste pinsir dla zveta
l’è un pô distrata
e la met do vôlt
e sêl int la pignata.

La zveta, la pureta
sa vut ch’la sepa li
che cun la su cantêda
la s’ areb fat magnê
l’amnëstra trop salêda!


Traduzione:
Gesù! che succederà mai/ che stanotte ha cantato la civetta sul tetto!// La massaia che della Romagna/ conosce tutte le usanze/ e crede a tutte le superstizioni/ con questo pensiero che le frulla in testa/ s’affaccenda in cucina:/ prepara il soffritto/ fa la sfoglia/ e poi fa gli strichetti// ma con questo pensiero della civetta/ è un po’ distratta/ e mette due volte/ il sale nella pentola.// La civetta, poveretta/ che poteva saperne lei/ che con il suo canto/ ci avrebbe fatto mangiare/ la minestra troppo salata
!

domenica 7 luglio 2013

Il Grand Hotel di Rimini ha 105 anni.

Ufficialmente inaugurato nel Luglio del 1908, il Grand Hotel di Rimini, con le sue lussuose stanze, ampie terrazze, giardini esotici, sale sfarzose e una facciata in elegante stile Liberty, ideata dall'architetto sudamericano Paolo Somazzi, diverrà meta preferita delle vacanze estive delle più celebri personalità dell'alta società e del mondo dell'arte e della cultura internazionali.

Ancora oggi le camere del Grand Hotel conservano gli arredi francesi e veneziani, il parquet e i lampadari dell'arredamento originale mentre nelle sale ristorante arredi, dipinti e luci rievocano le inimitabili e suggestive atmosfere del passato.




Una vecchia immagine del Grand Hotel di Rimini come appariva prima del 14 luglio 1920, quando un grande incendio divampò ai piani superiori distruggendo le due cupole ornamentali che sovrastavano il tetto, e che non furono più ripristinate.


Il Grand Hotel di Rimini com'è oggi.


Così Federico Fellini rievocava il Grand Hotel della sua adolescenza in "La mia Rimini":
"Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare, nella mia immaginazione, scenari suggestivi, tiravo fuori il Grand-Hotel, come certi scalcinati teatrini che adoperano lo stesso fondale per tutte le situazioni.
Delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi, il giardino dei supplizi, la dea Kalì: tutto avveniva al Grand-Hotel.
Le sere d'estate il Grand-Hotel diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood.
Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante, forse si svolgevano feste alla Ziegfield.
Si intravvedevano nude schiene di donne che ci sembravano d'oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire.
Erano i motivi dei film americani: Sonny boy, I love you, Alone, che l'inverno prima avevamo sentito al cinema Fulgor e che poi avevamo mugolato per interi pomeriggi, con l'Anabasi di Senofonte sul tavolino e gli occhi perduti nel vuoto, la gola stretta.
Soltanto d'inverno, con l'umidità, il buio, la nebbia, riuscivamo a prendere possesso delle vaste terrazze del Grand-Hotel fradice d'acqua..."



L'albergo tanto amato da Federico Fellini, che con i suoi film (in particolare Amarcord) ha contribuito a diffondere in tutto il mondo il mito del Grand Hotel di Rimini, nel 1984 è stato dichiarato monumento nazionale.


mercoledì 22 maggio 2013

Bandiera blu nei lidi ravennati


Anche quest'anno nei lidi ravennati sventoleranno le "bandiere blu" della FEE (Fondazione per l'educazione ambientale Italia) che ha assegnato i riconoscimenti per la ventisettesima volta.
La "bandiera blu" è stata riconfermata per la qualità delle acque e dei servizi delle spiagge ravennati, che figurano fra le 248 selezionate in Italia (due in più dell'anno scorso).
La "BANDIERA BLU" è il riconoscimento internazionale istituito nel 1987, che viene assegnato ogni anno in oltre 40 Paesi sparsi tra Europa, Africa, Oceania, Asia, Nord-America e Sud-America.
I criteri necessari per guadagnare il riconoscimento si dividono in 12 sezioni, che spaziano dalla qualità delle acque di balneazione alla depurazione delle acque reflue, passando per le attività di informazione ed educazione ambientale, la raccolta differenziata di rifiuti e la cura dell'arredo e del decoro urbano.
In particolare, per quanto riguarda la qualità delle acque, in tutte le località "bandiera blu" è garantita la conformità con i valori previsti dalla Direttiva europea sulle acque di balneazione e sugli scarichi, oltre all'assenza di discariche urbane o industriali in prossimità delle spiagge.
Fonte: Settesere N.17 - 17 maggio 2013 


   

Queste le spiagge insignite della "Bandiera Blu" nella mia Regione: 

Prov. di Ferrara
Comacchio- Lidi comacchiesi

Prov. di Forlì-Cesena
San Mauro Pascoli- San Mauro Mare Cesenatico

Prov. di Ravenna
Cervia- Milano Marittima, Pinarella, Cervia,
Ravenna- Lidi ravennati

Prov. di Rimini
Bellaria Igea Marina
Cattolica
Misano Adriatico

martedì 26 febbraio 2013

Proverbi e modi di dire in dialetto romagnolo sulle città di Romagna

E' da un bel po' che non vi propongo proverbi o modi di dire in dialetto romagnolo che, se ben rammento, qualcuno pur non comprendendo il mio dialetto, seguiva con interesse.



La caveja e il galletto
simboli di Romagna


Stavolta ho pensato di presentarvi alcuni detti popolari che hanno la pretesa di illustrare le caratteristiche di alcune cittadine e paesi della Romagna e dei loro abitanti.
Naturalmente non mancherà la relativa traduzione in italiano e, ove io sappia o possa interpretarli, anche i possibili motivi, risalenti a chissà quale remota origine, da cui è scaturito il detto.

✿ Rèmin da navighê, Cisena da cantê, Furlé da balê, Ravèna da magnê, Lug da imbrujê, Fenza da lavurê, Jémula ... da fê l'amor.

Rimini da navigare. Cesena da cantare, Forlì da ballare, Ravenna da mangiare, Lugo da imbrogliare, Faenza da lavorare, Imola ... da fare l'amore.

(Non so da dove siano scaturite le peculiarità attribuite a queste cittadine romagnole; posso solo ipotizzare Rimini perché è sul mare e Lugo quale sede di uno dei più importanti mercati della Romagna).


✿ Lugh purzìl, Bagnacaval zintìl, Fenza una bela piaza, Furlé la pasa.

Lugo, porcile, Bagnacavallo gentile, Faenza una bella piazza, Forlì la sorpassa.

(Anche in questo caso non ho trovato l'origine di tali affermazioni).


✿ A e' Mont ad Sân Maren tot i sem i löza ben.

Al Monte di San Marino tutti gli sciami alloggiano bene.

(Evidentemente a San Marino vi erano numerosi apicoltori).


✿ Uriôl l'e luminê par la gran zet c'u j va d'istê. Uriôl l'e luminê par la gran zet che a be agli acv la j va.

Riolo è rinomato per la gran gente che ci va d'estate. Riolo è rinomato per la gran gente che va a bere le acque.

(Riolo Terme è una frequentata stazione termale posta sulle colline in provincia di Ravenna).


✿ Andê dentr 'a Bagnêra u n' s' pò sbagljê parché u j è sol una pôrta da entrê.

Ad andare dentro Bagnara non ci si può sbagliare perché c'è solo una porta per entrare.

(Bagnara di Romagna è una cittadina sita in Provincia di Ravenna, nella cui cinta muraria medievale si apriva una sola porta).


✿ Cudgnôla l' è zitê, mo Lugh l'è un tètul ch' i n' a gli a dê.

Cotignola è città, ma Lugo è un titolo che non ha avuto.

(Anche Lugo, ebbe successivamente il titolo di città da Papa Pio VII nel 1817).


✿ Cudgnôla e Milân i magneva tot d'un pân.

Cotignola e Milano mangiavano lo stesso pane.

(Perché entrambe erano sotto la Signoria degli Sforza).


✿ Cudgnôla l'ha e' lion cun la mela cudogna stra a j ungiòn.

Cotignola ha il leone con la mela cotogna fra gli unghioni.

(Nello stemma di Cotignola è raffigurato un leone con una mela cotogna, simbolo della città).


✿ Ros l'è putent, l'a de côr tota la zent, un brot sguêrd s' a j dasì cvì d' Ros in trema mì.

Russi è potente, ha coraggio tutta la gente, un brutto sguardo se gli date quelli di Russi non tremano mica.

(Non so dirvi da cosa derivi questa nomea di gente coraggiosa attribuita ai russiani).


✿ Slarôl l' a una cativa s-ciata par pôc cvel i v' amaza, j è cativ cun al parôl, par pôc cvel i v' fres e' côr.

Solarolo ha una cattiva schiatta, per poco vi ammazzano, sono cattivi con le parole e per poca cosa vi feriscono il cuore.

(Non so il motivo per cui i solarolesi fossero considerati gente cattiva).




domenica 25 novembre 2012

Santa Caterina fra culto, iconografia e tradizione

Il 25 Novembre il calendario liturgico ricorda  Santa Caterina d'Alessandria, vergine e martire, appartenente al gruppo dei quattordici santi ausiliatori e con Barbara, Margherita e Dorotea, alle Quattuor Virgines Capitales.


Santa Caterina d'Alessandria - Raffaello Sanzio


Come racconta la  Legenda Aurea scritta nel  XIII secolo da Jacopo da Varagine, Caterina era una bellissima  fanciulla di origine regale, filosofa di grande sapienza e di grande eloquenza, vissuta ad Alessandria d'Egitto fra il 287 e il  305 d.C., che si oppose all'imperatore Massimino Daia  crudele tiranno che governava l'Egitto e la Siria e che osteggiava la liberalizzazione del cristianesimo, imponendo ai suoi sudditi  sacrifici agli dei.
L'imperatore, invaghitosi della bellissima giovane, che lo aveva affrontato invitandolo a convertirsi,   convocò 50 filosofi affinché la convincessero a sacrificare agli dei ma fu invece Caterina con la sua eloquenza a convertire loro  al cristianesimo.
I filosofi furono tutti giustiziati e Caterina venne fustigata, affamata  e imprigionata. Anche la moglie dell'imperatore che, scortata da 200 soldati, la visitò in prigione  fu da Caterina convertita al cristianesimo con tutta la sua scorta e tutti, per ordine dell'imperatore, vennero giustiziati.
Massimino la blandì in ogni modo offrendole anche il matrimonio e il ruolo di prima dama della corte ma essendosi dimostrata Caterina irremovibile ordinò che fosse sottoposta al supplizio delle ruote. Ma le quattro ruote uncinate che dovevano straziarne il  corpo,  miracolosamente si frantumarono non appena toccarono le sue tenere carni. Infine venne decapitata con la spada e gli angeli ne trasportarono il corpo sul Monte Sinai dove l'imperatore cristiano Giustiniano fece edificare  un monastero a lei dedicato.


Santa Caterina d'Alessandria - Correggio


L'iconografia di Santa Caterina d'Alessandria è straordinariamente ricca e con uno o più di questi simboli fu raffigurata da pittori e scultori  dal XIV secolo in poi:
la corona e la veste o manto di porpora, simboli di regalità;
il libro, come segno della sua sapienza;
la spada e la ruota o un frammento di ruota,  simboli del suo martirio;
l'anello a simboleggiare le nozze mistiche con Gesù;
la palma del martirio.

Proclamata patrona della facoltà di teologia dell'Università di Parigi, è considerata protettrice dei filosofi, degli studenti,  dei mugnai e di tutti coloro che hanno a che fare con le ruote, delle ragazze da marito, delle modiste e delle sartine che da lei prendono il nome di "caterinette".


Santa Caterina d'Alessandria - Barbara Longhi


 
In un intreccio fra storia e leggenda, l'assenza di notizie certe sulla sua vita ha fatto dubitare della  reale esistenza di questa Santa, (talvolta confusa o identificata  con Ipazia, illustre filosofa, astronoma e matematica pagana anche lei vissuta ad Alessandria d'Egitto e uccisa nel 415 d.C.  da una folla di cristiani in tumulto),  tanto che la Chiesa  con la riforma del calendario liturgico del 1969 la escluse dal Martirologio,  fino al 2002 quando la  vastissima devozione di cui questa Santa  è fatta oggetto in tutta Europa fece sì che venisse reinserita.


Santa Caterina d'Alessandria - Caravaggio


Per la devozione verso Santa Caterina d'Alessandria, anche nel calendario della tradizione popolare romagnola il 25 novembre è una data che ha una certa rilevanza, legata  com'è a fiere, usanze e proverbi.

Da Sânta Catarena a Nadêl u j è un mes uguêl.
(Da Santa Caterina a Natale c'è un mese esatto).
E da qui cominciava una specie di conto alla rovescia, con quello che veniva definito "l'esercizio dei tredici Pater di Santa Caterina" per cui ogni sera fino a Natale le donne si riunivano per recitare 13 volte il Pater rivolgendosi a Santa Caterina con una particolare invocazione, (di cui non ricordo il testo in dialetto), per ottenere da lei una grazia.

Par Sânta Catarena o ch’ e’ piov o ch’ e’ neva o ch’ e’ brena o ch’ e’ tira la curena o ch’ uj è la paciarena.
 (Per Santa Caterina o piove o nevica o brina o tira il libeccio o c’è la fanghiglia).
Secondo la tradizione popolare esistevano solo due stagioni importanti, la bella stagione e la brutta stagione, non avendo le stagioni intermedie  alcuna rilevanza. Si considerava perciò che l''inverno avesse inizio il 25 novembre nel giorno di Santa Caterina d'Alessandria  e avesse termine il 25 marzo nel giorno di Santa Caterina da Siena.

Un mes dnenz  Nadêl e un mes dop Nadêl l’è l’inveran naturêl.
(Un mese prima di Natale e un mese dopo Natale è l'inverno naturale).
Si riteneva che il cuore dell'inverno fosse racchiuso nel periodo che va da un mese prima di Natale (25 novembre S. Caterina) a un mese dopo Natale ( 25 gennaio San Paolo).

Par Sânta Catarena tira fura la fascena.
(Per Santa Caterina tira fuori la fascina).
Era solo a partire dal giorno di Santa Caterina  che venivano accese le stufe negli uffici pubblici e nelle scuole.

Par Sânta Catarena la bes-cia int la cascena.
(Per Santa Caterina la bestia nella cascina).
I contadini che avevano bestiame al pascolo entro questa data lo riportavano nelle stalle, al riparo dai rigori invernali.

Par Sânta Catarena impines e' sac dla farena.
(Per Santa Caterina riempi il sacco della farina).
perché si portava il grano al mulino, in modo da avere disponibilità  di farina per l'inverno.


Caterina tra i filosofi - Masolino da Panicale

Nella "Fiera di Santa Caterina", che continua tuttora a tenersi nella città di Forlì, come ogni anno si rinnova l'antica tradizione del torrone da regalare alle donne maritate.
Il poeta romagnolo Aldo Spallicci in una sua poesia del 1922 così ricorda i dolcetti che per tradizione venivano offerti ai bambini:
Par Sânta Catarena e gal e la galena, la bëla bambuzena, turon d'amandurla; pianzì burdel s' avlì di brazadel. 
(Per Santa Caterina il gallo e la gallina, la bella bambolina, torrone di mandorle; piangete bambini se volete le ciambelline.)
C'è però da puntualizzare che, mentre l'antica tradizione che vede i mariti offrire il torrone alle proprie mogli è diffusa in tutta la Romagna, la tradizione di regalare biscotti di pastafrolla a forma di galletto per i maschietti e di bambolina (caterina) per le bambine è limitata alla sola città di Ravenna e le vetrine di tutti i fornai del centro in questo periodo ne fanno bella mostra.

Anch'io quando avevo i figli piccoli facevo per loro i tradizionali biscotti,  secondo questa ricetta:
500 grammi di farina
100 grammi di burro fuso
200 grammi di zucchero
due uova intere
lievito per dolci
un po' di scorza di limone grattugiata
codette di cioccolata o perline di zucchero colorate, per decorare
Dopo aver impastato il tutto si fa riposare in frigorifero per una ventina di minuti poi si stende l'impasto col matterello  ad uno spessore di circa un cm. 
Con la punta di un coltello si ritagliano dei biscotti a forma di galletto e/o bambolina (avendo degli stampini con queste forme, tanto meglio), si decorano a piacere (possono anche essere ricoperti di cioccolato) e si cuociono in forno a 180°.



Da dove tragga origine questa tradizione dei biscotti ravennati e della loro forma non è dato sapere per certo, anche se svariate ipotesi, in cui non intendo qui addentrarmi, vengono avanzate dagli studiosi di folklore.
Pare comunque che il dono, offerto in questo giorno d'inizio inverno, figuri come augurio e promessa di rinnovamento della natura una volta giunti alla fine della stagione buia, stante che il gallo è simbolo di risveglio e la forma femminile simbolo di fecondità.



giovedì 11 ottobre 2012

Proverbi e modi di dire in dialetto romagnolo sul bere

E' da diverso tempo che non vi "propino" proverbi e/o modi di dire nel mio dialetto e stavolta ve ne propongo una nutrita serie tutti dedicati al bere.
 Forse è il caso di sottolineare che in Romagna, quando si parla semplicemente del "bere" (e' be) è sottinteso che si parla di vino.


✿ Se t'vu stê ben, mâgna fôrt e bev de' ven.
Se vuoi star bene, mangia molto e bevi vino.

✿ Dop avé dbù ignon e' vô dí la sù.
Dopo aver bevuto ognuno vuol dire la sua.

✿ Un got e' fa ben, dù i n'fa mêl, u t' sagàta un buchêl.
Un gotto fa bene, due non nuocciono, ti rovina un boccale.

✿ Una bona dbuda la t' fa rómpar mej l'êria e la t' fa vdé e' mond pió bël.
Una buona bevuta ti fa romper meglio l'aria e ti fa vedere più bello il mondo.

✿ S't'vù gudé la sanitê e' ven t'é da dacvê.
Se vuoi godere salute dovrai innaffiare il vino.

✿ Se t' biv de' ven dla fôrza t' in ciaparé, ma se trop t'an biré la fôrza t' pirdaré.
Se bevi vino prenderai forza, ma se troppo ne berrai la forza perderai.

✿ Mej puzê 'd ven che 'd zera.
Meglio puzzare di vino che di cera.

✿ L'uva ad muntâgna chi n' la pêga u n' la mâgna.
L'uva di montagna chi non la paga non la mangia.

✿ Legna verda, pan cun la mofa e ven fôrt e pu l'è un mirêcul s'a n sò môrt.
Legna verde, pane con la muffa e vino forte (acido) e poi sarà un miracolo se non sono morto.

✿ La mela cruda la s' tira drì una dbuda, la mela cota la n' tira drì una ciòpa.
La mela cruda si tira dietro una bevuta, la mela cotta se ne tira dietro due.

✿ L'acva la fa mêl, e' ven e' fa cantê.
L'acqua fa male, il vino fa cantare.

✿ I pez fiur j è cvi de' ven.
I peggior fiori sono quelli del vino.

✿ E' ven l'è la tetta di vécc.
Il vino è la poppa dei vecchi.

✿ E' sugh dla vída l'arvena la vita, chi trop u n' birà la vita u s'arvinarà.
Il succo della vite rovina la vita, chi troppo ne berrà, la vita si rovinerà.

✿ E' ris e' nëss int l'acva e e' vô murì int e' ven.
Il riso nasce nell'acqua e vuol morire nel vino.

✿ E' cómar cvand che vèn e l'uva cvand ch'la va.
Il cocomero a sua stagione e l'uva a stagione tarda.

✿ De ven bon se t' biré e' tu sangv t'arnuvaré.
Se berrai vino buono, rinnoverai il tuo sangue.

✿ Contra i pinsìr un gran rimédi l'è e' bichìr.
Contro le preoccupazioni un gran rimedio è il bicchiere.

✿ Bev e' ven e lassa andê l'acva a e' mulen.
Bevi vino e lascia andare l'acqua al mulino.

✿ Par Sân Martèn u' s'imbariêga grend e znèn.
Per San Martino s'ubriacano grandi e piccini.




giovedì 13 settembre 2012

Bagno di Romagna, fra terme, storia e natura

Incastonato in un ambiente incontaminato, che racchiude foreste e boschi, pascoli, torrenti e laghetti, piccole valli abbandonate e montagne, il Comune di Bagno di Romagna, con i suoi 23.344 ettari è tra i più estesi della Provincia di Forlì-Cesena.

La natura è così ben conservata in quest'angolo di Appennino. che una consistente parte del territorio (5.503 ettari) la più pregiata ed incontaminata (la Foresta della Lama, la Riserva naturale integrale di Sassofratino, le Valli di Pietrapazza e di Ridracoli) rientra nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna.

Fra acque termali e natura, fra storia ed arte, fra religiosità e folklore, in questo territorio appenninico, si incontrano e si fondono le tradizioni culturali e gastronomiche della Romagna e della Toscana.

Importante centro termale e turistico, ubicato sulla strada per Roma, in una felice posizione geografica tra l'Alta Valle del Savio e l'Alta Valle del Bidente, delimitato dal crinale dell'Appennino che segna il confine con la Toscana, Bagno di Romagna (492 mt s.l.m.) è ormai facilmente raggiungibile grazie alla superstrada E45 che, tagliando le curve e addolcendo le salite della tortuosa Strada Statale 71, collega il Nord Italia alla Capitale.

La storia

Da sempre questa è stata terra di passaggio di eserciti, pellegrini e mercanti, ma anche terra di scambio e d'incontro tra popoli e culture, ove si sono susseguiti Umbri, Romani, Feudatari, Monaci, Granduchi.

I primi stanziamenti umani nel territorio dell'Alta Valle del Savio risalgono all'età del bronzo, come testimoniano i reperti archeologici rinvenuti in varie località del territorio.

Intorno al VI secolo. a. C. nella media ed alta valle s'insedia una popolazione di origine umbra, dedita all'agricoltura ed alla pastorizia, gli Umbri Sapinates, il cui ricordo è tuttora tramandato dal nome del fiume Savio (Sapis).

I Romani conquistarono il territorio nel 266 a.C. e Balneum, posto lungo la strada che da Cesena risale il Savio diretta in val Tevere e a Roma, divenne un frequentato luogo di sosta in prossimità dei valichi, dotato di un santuario dedicato ad una ninfa ed un vasto ed articolato impianto termale, le cui acque, secondo Marziale, non hanno nulla da invidiare a quelle della più celebre Baia nel golfo di Napoli.

Le terme furono frequentate fino alla caduta dell'Impero Romano, quando i Goti nel 542 d. C. distrussero Bagno.
Le invasione barbariche portarono alla disgregazizone dell'unità territoriale e culturale della valle e alla sua frantumazione in tanti ambiti giurisdizionali.

Mancano testimonianze del primo Medioevo ma nella seconda metà del Xl secolo compaiono a Bagno i conti Guidi, che per tre secoli rappresenteranno il potere civile nell'Alta Valle del Savio.


Tra Trecento e Quattrocento, Firenze si proietta oltre lo spartiacque appenninico strappando territori ai vari feudatari romagnoli, e formando una lunga fascia pedemontana che da Marradi giunge a Verghereto: la cosiddetta "Romagna toscana", resa omogenea dalla plurisecolare dominazione fiorentina.
E così, fin dal 1404, prevalendo sulla potenza dei Conti Guidi di Bagno, Firenze instaura il proprio dominio anche su questo territorio, dato dapprima in accomandigia alla famiglia Gambacorti di Pisa, e solo nel 1454 organizzato nel "Capitanato della Val di Bagno", dotato di Statuti autonomi ma soggetto direttamente a Firenze.

Tra '700 e '800 sotto il Granducato di Toscana Bagno riceve nuovo impulso turistico diventando un frequentato luogo di cura, anche se l'economia è sempre in massima parte delegata all'agricoltura, all'allevamento e alla lavorazione del legno grazie alle circostanti foreste.

Con l'Unità d'Italia il territorio rimane parte integrante della Provincia di Firenze e sarà solo nel 1923, primo anno dell'era fascista, che con Regio Decreto il Comune di Bagno verrà trasferito dalla Provincia di Firenze a quella di Forlì (ora Forlì-Cesena).


Le terme

Conosciute fin dal tempo dei Romani, le acque termali di Bagno trovarono sviluppo nel Rinascimento quando i grandi personaggi dell'epoca, da Cellini ai Medici usufruendo dei loro benefici effetti contribuirono a dar loro lustro, consolidandosi poi all'inizio del '900 con la realizzazione di nuove strutture turistiche di accoglienza.
Anche il Granduca di Toscana Leopoldo II e prima di lui suo padre Pietro Leopoldo, nel '700-'800 contribuirono con fondi e donazioni a favorirne lo sviluppo.
Nel 1828 si creò per le terme un'azienda autonoma che divenne Opera Pia nel 1890.

Le sue acque sulfuree e bicarbonato-alcaline fluiscono da una sorgente nella roccia ad una profondità di 8 metri e ad una temperatura di 45°. I geologi affermano
che sono piovute 700 anni fa ed è la permanenza nelle falde sotterranee ad aver dato loro le caratteristiche magiche che le hanno rese famose.
Tre sono gli stabilimenti termali a Bagno: Terme di Sant'Agnese che è lo stabilimento più antico ed è anche il proprietario delle acque termali, Euroterme e Terme Roseo.

Cantate e lodate da Marziale in epoca romana le "acque calidae" di Balneum erano poste sotto la protezione della ninfa Regina ma il Cristianesimo, per cancellarne la memoria pagana, legò invece il loro nome a quello di Santa Maria, cui aveva già dedicato la Basilica.
Tra 1500 e 1600 la dizione Bagni di Santa Maria venne sostituita da Bagni di Sant'Agnese e da allora la figura della Santa è il simbolo delle Terme di Bagno di Romagna.


Così un Medico Condotto, in un documento datato 18 agosto 1740, racconta la leggenda del ritrovamento delle acque termali:
"Per quanto riguarda la di loro origine, per tradizione e per memoria degno di non poca credenza si ha, che i detti Bagni fossero anticamente ritrovati, e scoperti da Sant'Agnese, figlia di un Nobile di Sarsina (il cui corpo si venera nel castello di Pereto) quale dopo essere stata scacciata dal suo Genitore, per non avere essa voluto aderire ed acconsentire ad un Maritaggio, ritirossi, in questi luoghi, vestiti e ricoperti allora di folte, ed orride boscaglie colla sola compagnia di un suo fedel cagnolino, quale arrivato al sito, sotto di cui stavano nascose l' Acque Termali, cominciando, a razzolar co' suoi piedi in breve tempo ne scaturirono (effetti tutti della Provvidenza Divina) le mentovate acque cotanto efficaci, e salubri, nelle quali interamente lavatosi la detta santa, rimase perfettamente sanata, e liberata da un fiera lebbra, che tutto il suo gentil corpo ricopriva, ed affligeva."


Il centro storico


La Via Fiorentina è la strada principale di Bagno, interdetta al traffico veicolare. Un tempo era racchiusa tra la Porta Fiorentina e la Porta Romana: la prima fu abbattuta nel 1871 l'altra nel 1888. Su di essa si affacciano diversi palazzi antichi fra cui il settecentesco Palazzo Salvetti, il sei-settecentesco Palazzo Malvisi, il Palazzo del Capitano già Palazzo dei Conti Guidi.
La parte opposta della strada è tutta occupata dallo stabilimento termale Hotel Terme Sant'Agnese che, ingranditosi nel corso dei secoli, ha finito per occupare l'intero isolato, inglobando il settecentesco Teatro dei Ravviati, la Cancelleria, e il seicentesco palazzo Grisolini.


La chiesa di Santa Maria Assunta è stata per secoli il fulcro della vita sociale, religiosa e culturale dell' Alta Valle del Savio. Lo storico camaldolese Fortunio ne fa risalire la fondazione all'anno 860 d.C. ma la prima testimonianza storica risale ad una bolla di Papa Adriano II diretta a Giovanni Vescovo di Arezzo e datata 13 novembre 872 d.C.

La fonte battesimale risale all'anno Mille.

Accanto alla secolare Basilica romanica si erge un campanile austero e compatto alto 32 metri, costruito in tre fasi distinte. Si presume che nel periodo feudale facesse parte dei sistemi difensivi del "castrum" di Bagno, con funzioni di torre.
All'interno della Basilica numerose e pregevolissime opere d'arte di ambito toscano. Tra i vari dipinti ci sono: una Madonna col Bambino (1400-1405) attribuita al Maestro di Sant’Ivo; un trittico di Neri di Bicci (1467); una Madonna col Bambino e Santi (1560) attribuito a Michele Tosini.
Anche le sculture ivi conservate sono di artisti illustri: un rilievo in stucco policromo della Madonna col Bambino attribuito alla scuola di Donatello (secondo decennio XV sec.); una straordinaria terracotta invetriata, policroma, alta 135 cm., raffigurante Sant’Agnese, opera di Andrea di Marco della Robbia (fine XV sec.).



Il Palazzo del Capitano è uno degli edifici più antichi e significativi di Bagno di Romagna.
Costruito in stile tipicamente toscano, in posizione privilegiata lungo la via Fiorentina, è stato sede del potere politico fin dal Medioevo. Dapprima residenza dei Conti Guidi di Bagno, feudatari del luogo, fu poi sede del Capitanato della Val Bagno; da qui il Capitano esercitava il potere di Firenze e la sua austera facciata rappresenta una pagina di storia, attraverso i 74 stemmi lapidei con la data del loro mandato, lasciati dai Capitani succedutisi dal 1404 al 1775 nel governo del territorio.



Nell’antico palazzo dei Conti Biozzi, situato nella piazza principale di Bagno di Romagna e fin dal Cinquecento residenza della famiglia Biozzi, ha sede oggi il Grand Hotel Terme Roseo.
Il palazzo, che si accrebbe soprattutto nel Seicento, inglobando e modificando precedenti ed attigue costruzioni ed anche parti delle mura castellane, ha assunto la forma definitiva nel 1888 quando fu abbattuta la porta medievale, detta arco Biozzi, che correva tra il palazzo e la Basilica di Santa Maria Assunta. Nel 1890 vi fu costruito l'elegante balcone e, attorno ad esso, vennero collocati gli stemmi lapidei che ornavano l'esterno della porta.


Le passeggiate

Sorgente del Chiardovo - Piacevole e comoda passeggiata che inizia appena oltre l'abitato di Bagno di Romagna e conduce alla Fonte del Chiardovo dove sgorga una fresca acqua sulfureo-bicarbonata, oligominerale, dal caratteristico sgradevole odore di uovo ma dai salutari benefici.
Il bel viale, ombreggiato da tigli e ad intervalli fornito di panchine su cui riposare, è stato realizzato nel 1936. Asfaltato e interdetto al traffico di autoveicoli, si snoda per circa un chilometro con un leggero dislivello, in un ameno paesaggio tra campi coltivati e orti.



Sentiero degli Gnomi - Da qualche anno è tornata d'attualità un'antica credenza bagnese secondo la quale il bosco dell'Arminia, vicinissimo al centro storico, sarebbe abitato dai fantastici Gnomi, qui emigrati dalle foreste del Nord Europa.
Per iniziativa della Pro-Loco che ha cavalcato questa fantasiosa leggenda, è stato realizzato il Sentiero degli Gnomi che, partendo dai giardini pubblici della cittadina dopo aver attraversato un ponte sul fiume Savio si inoltra nel bosco tra scogli e massi, costeggiando il torrente Arminia. Il sentiero, arredato a misura di bambino con cartelli colorati, sculture di pietra e sagome di animali, è agevole, sicuro e di facile percorrenza. E' lungo circa un chilometro e mezzo ed è frequentato da persone di ogni età anche se ovviamente i bambini sono i più entusiasti di questa immersione nel mondo delle favole e della fantasia.



La gastronomia

Qui la ricca gastronomia romagnola (lasagne, tortellini, passatelli, tagliatelle, ravioli) si incontra e si sposa con quella più sobria della tradizione toscana.
Una cucina strettamente legata alle stagioni e ai prodotti del territorio e alla base di molti piatti ci sono prodotti locali di grande qualità: porcini, tartufi, castagne, insaccati e prosciutti, cacciagione, formaggi freschi o stagionati.


Fra i prodotti tipici della zona troviamo:
- le carni di razza bovina Romagnola;
- la Focaccia dolce, caratterizzata dalla mancanza di lieviti e tramandata da oltre 200 anni; ha forma cilindrica di 15/18 cm. di altezza, crosta croccante e sottile con interno soffice e spugnoso.
- la Salsiccia Matta o Sambudello, che è una sorta di salume che si produce con un impasto assai simile a quello della salsiccia, ma composto prevalentemente da carni suine ricavate dalle parti meno pregiate, quali lingua, ritagli della gota e della testa, cuore, orecchie e altre frattaglie, che si consuma fresco cotto sulla griglia.
- il Raviggiolo, che è un formaggio crudo acidulo e leggero, bianco e morbido da gustare fresco, che si produce fra ottobre e marzo, con latte intero di mucca o pecora e poi messo a scolare su foglie di felce.

Altri piatti tipici:
- i Tortelli alla lastra, pasta imbottita con un ripieno "povero" di patate lessate unite a un battuto di lardo e aglio e cotti su una lastra ben calda ma a seconda delle stagioni come ripieno si può usare la zucca, oppure erbe di campo o spinaci insaporiti con pancetta o lardo e uniti a ricotta o raviggiolo.
- la minestra di castagne, fagioli e patate è una gustosa minestra, che va servita fumante in una terrina, e che viene ottenuta aggiungendo ad un soffritto di cipolla, erbe aromatiche e pancetta, dei fagioli lessati, delle castagne secche e delle patate e facendo poi bollire il tutto per un'ora.
- i basotti, per i quali le ossa del maiale vengono usate per ricavarne un brodo in cui scottare dei tagliolini disposti in una teglia su un fondo di pangrattato; spolverati con parmigiano e bagnati ancora col brodo vengono poi gratinati in forno e serviti croccanti, tagliati a quadrettoni.

In queste zone il pane è quello tipico toscano, confezionato in grosse pagnotte e completamente privo di sale.



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