Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri. Mostra tutti i post

lunedì 25 maggio 2026

"Senza dirsi addio", Linwood Barclay

 

Milford (cittadina di fantasia del Connecticut), 12 maggio 1983. Il risveglio di Cynthia Bigge, 14 anni, è quello di una ragazzina che la sera prima ha bevuto decisamente troppo e che, per questo e per il mancato rientro all'ora stabilita, ha litigato furiosamente con i genitori. Teme la ripresa non appena metterà piede in cucina, invece la casa è insolitamente vuota e silenziosa. Sa che la questione è solo rimandata, ma per il momento si gode la sua fortuna. Certo si accorge che i letti dei genitori e di suo fratello Todd sono già stati rifatti, come se non ci avessero dormito, e che la cucina non mostra i segni della colazione, ma è solo quando a scuola le chiedono come mai suo fratello non si è presentato che il sospetto che qualcosa non torni le piomba addosso. Esce da scuola senza permesso e si precipita a casa, sperando di trovare almeno uno dei tre familiari: invece non li rivedrà mai più, sono misteriosamente scomparsi durante la notte.
Venticinque anni dopo Cynthia, alla soglia dei 40 anni, accetta di partecipare a "Deadline", trasmissione televisiva che si occupa di casi irrisolti, sperando che dopo tanti anni chi sa qualcosa si decida a parlare. E in effetti subito dopo iniziano a succedere cose strane che la portano a sperare che la sua famiglia di origine sia ancora in vita senza rendersi conto di aver messo in pericolo se stessa, suo marito e la loro bambina.

Linwood Barclay, nato in Connecticut nel 1955 e trasferito in Canada a cinque anni, è famoso per i suoi thriller (ma scrive anche romanzi umoristici). Al momento ha pubblicato quindici romanzi autoconclusivi e altrettanti appartenenti a quattro serie diverse.

Questo, scritto nel 2007, è il primo di una dilogia di cui il secondo ("No safe house") non è stato tradotto, genere di scelta editoriale di cui, come sempre, non mi capacito, ma che questa volta riesco a tollerare meglio rispetto alla recente esperienza con Alafair Burke.

In questo caso, per lo meno, hanno tradotto il primo che è a tutti gli effetti una storia autoconclusiva. Nulla viene lasciato in sospeso e traducendo la sinossi del secondo mi viene da pensare che Barclay l'abbia scritto per sfruttare il grande successo di "Senza dirsi addio": scritto a sette anni di distanza, lo stesso intervallo di tempo che trascorre anche per i personaggi, mette al centro della storia la figlia di Cynthia diventata una ragazzina di 15 anni con frequentazioni poco raccomandabili, esattamente come sua madre da adolescente.

Ma se non mi dispiace non poter leggere il seguito è soprattutto perché questa prima parte non è stata all'altezza delle aspettative che avevo: dopo un inizio promettente la storia diventa ripetitiva e noiosa, al pari dei personaggi, con la spiegazione resa intuibile troppo presto a causa di alcuni brevi capitoli che si alternano con quelli in cui Terry Archer, il marito di Cynthia, è la voce narrante, per arrivare poi a un finale poco credibile.

Un aspetto particolare, ma in negativo, è come il libro sembri vecchio, nonostante pubblicazione e ambientazione risalgano a meno di vent'anni fa. Colpa dello stile, così educato e pacato da risultare lezioso, caratteristica che si trasmette anche agli accadimenti.

Ho altri libri di Barclay e non mi è passata la voglia di leggerli, probabilmente con il netto ridimensionamento delle aspettative mi piaceranno più di questo.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale: L


sabato 23 maggio 2026

"La segretaria", Renée Knight

 

Londra, aprile 1995. Christine Butcher ha 25 anni, una bambina di 4, un marito e, adesso, anche un lavoro che adora. La sua assunzione a tempo determinato negli uffici della sede centrale della Appleton’s si è trasformata in qualcosa di ben più prestigioso e duraturo quando, con un'abile mossa, è riuscita a far capire a Mina - figlia di Lord Appleton, proprietario dell'omonima catena di supermercati - che poteva fidarsi ciecamente di lei.
E per i diciotto anni successivi è stata la sua assistente personale, con un ottimo stipendio e molti benefit, diventando per Mina indispensabile, insostituibile e inseparabile, al punto da ritrovarsi nel 2013 seduta al suo fianco al banco degli imputati rischiando di essere condannata insieme a lei. O per lei?

Scritto nel 2018, è il secondo, e al momento ultimo, romanzo scritto dall'inglese Renée Knight. Il primo, "La vita perfetta", lo avevo letto sette anni fa apprezzandolo, anche se - caso raro - avevo poi preferito il film.

Due storie completamente diverse con caratteristiche comuni, in particolare due protagoniste con cui è difficile trovarsi in sintonia.

Il servilismo di Christine Butcher nei confronti di Mina Appleton è qualcosa che non lascia scampo.

"In tutti gli anni di servizio per Mina mi sono assentata soltanto un giorno e mezzo"

Una dedizione che va oltre il buon senso, inconcepibile per chi, come me, lavora per vivere e non il contrario. E che avrà le conseguenze al centro del thriller.

Anche questa volta il punto forte arriva con il finale, di nuovo originale, ma che non mi ha entusiasmata come quello dell'opera prima.
E' comunque un libro che merita di essere letto e che può piacere anche ai non amanti del genere grazie alla tematica trattata.

Reading Challenge 2026, traccia Famiglio di maggio: libri con una professione nel titolo

giovedì 21 maggio 2026

"Se mi troverai", Alafair Burke

 

Hopewell-Pennington (New Jersey), giugno 2014. Lindsay Kelly e Hope Miller sono amiche da quindici anni. Un rapporto simbiotico reso tale dal modo in cui si sono conosciute: una sera Lindsay, all'epoca ventunenne, tornando a casa si era trovata davanti un'auto paurosamente incidentata e dentro c'era Hope. Le ferite del corpo con il tempo erano guarite, ma la ragazza, priva di documenti, non ricordava nulla, non solo dell'incidente, ma di tutta la sua vita. Si era dovuta scegliere un nome ripartendo da zero in quella cittadina che l'aveva presa in simpatia. Finché ad aprile di quell'anno Lindsay l'aveva portata negli Hampton. Lo scopo era quello di trovare una casa per l'estate, ma per Hope era stato un colpo di fulmine e nel giro di sei settimane si era trasferita, riuscendo a trovare sia una graziosa casetta in affitto sia un lavoro in un'agenzia immobiliare, lasciando un gran vuoto nella vita di Lindsay. Vuoto che viene sostituito dalla preoccupazione quando Hope smette di rispondere ai suoi messaggi e alle sue telefonate. Lindsay non può credere che abbia voluto troncare con lei, come insinua il suo compagno. La sua professione di avvocato l'ha abituata ai crimini e tornando negli Hampton per cercarla raccoglie più di un indizio a favore dell'ipotesi peggiore: a Hope deve essere capitato qualcosa di brutto.

Ed ecco la sesta puntata della serie con protagonista la detective Ellie Hatcher.

Sesta e ultima? Così sembrerebbe perché qui si conclude la vicenda più importante che riguarda Ellie, qualcosa accaduto nel suo passato, una storia che sicuramente viene raccontata dettagliatamente in "Dead connection" (il romanzo di apertura che, come il terzo, non è stato tradotto in italiano, cosa di cui non smetterò mai di lamentarmi) e che, leggendo gli altri quattro, si può capire solo mettendo insieme i vari riferimenti.

I quattro romanzi tradotti meritano comunque di essere letti perché le storie autoconclusive sono dei thriller belli che migliorano di volta in volta, com'è normale quando uno scrittore aggiunge esperienza, ma nelle serie la trama orizzontale è anche più importante dei casi isolati (quante puntate di "X-Files" abbiamo visto per arrivare a capire chi era l'uomo che fuma?) e che Piemme non abbia tradotto due libri è inconcepibile.

"Se mi troverai" è stato scritto nel 2021, ben sette anni dopo la puntata precedente e non mi dispiacerebbe se in futuro la Burke aggiungesse nuovi capitoli perché Ellie Hatcher è un personaggio che funziona e qui è arrivata solo a 34 anni, potrebbe benissimo essere protagonista di altri casi e direi che l'autrice si è lasciata uno spiraglio in questo senso.

Gli altri libri della serie:

"Dead Connection" non tradotto
"La città del terrore"
"212" non tradotto
"Non dire una bugia"
"Dalla parte sbagliata"

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di maggio: gatto nel testo


martedì 19 maggio 2026

"Sopravvivi alla notte", Riley Sager

New Jersey, martedì 19 novembre 1991. Sono le 21 e Charlie Jordan sta aspettando Josh Baxter nel parcheggio del campus. Il ritardo del ragazzo contribuisce ad alimentare i tanti dubbi che ha su quel viaggio notturno. Andranno nell'Ohio, lei tornerà a Youngstown, da sua nonna, lui proseguirà per Akron, per assistere il padre colpito da un ictus. Non si conoscono, si sono trovati davanti alla bacheca del college proprio quando Charlie aveva appena affisso un annuncio in cui cercava un passaggio mentre Josh sperava di trovare qualcuno con cui dividere le spese del viaggio. Ma adesso, mentre aspetta nel parcheggio, si chiede quanto sia stata folle ad accettare di trascorrere sei ore in macchina con uno sconosciuto quando il killer del campus non è ancora stato arrestato e non c'è il minimo indizio su chi possa essere, si sa solo che ha ucciso tre ragazze e l'ultima, due mesi prima, era Maddy, la migliore amica di Charlie.

Scritto nel 2021, è il quarto romanzo che leggo dell'autore dopo "Final Girls. Le sopravvissute", "A casa prima di sera" e "Chiuditi dentro".

E per la quarta volta Sager non è riuscito a convincermi pienamente. La buona idea di partenza - una ragazza provata dal recente lutto e devastata dai sensi di colpa che già prima di salire in macchina inizia a rilevare atteggiamenti sospetti nel suo accompagnatore, lasciando il lettore a chiedersi se è solo paranoica o se davvero Josh non è chi dice di essere - viene rovinata dalla ripetitività dei pensieri della protagonista, dall'assurdità dei film mentali che (letteralmente) la isolano dalla realtà portando a svolte inverosimili, a colpi di scena esasperati e a un finale che riesce a essere sia originale sia deludente.

Ma sono i dialoghi a continuare a essere il peggior difetto dei libi di Sager, cantilenanti, noiosi, ripetitivi, senza trasporto. E  questa volta ci si è messa anche la traduttrice a far sanguinare gli occhi con un atroce "Non vorrebbe che tu faccia"!

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di maggio: occhiali nel testo



domenica 17 maggio 2026

"Dalla parte sbagliata", Alafair Burke

 

New York, maggio 2012. Helen Brunswick, 45 anni, psicoterapeuta, viene uccisa nel suo studio al termine di una giornata di lavoro. A rendere la sua morte particolare sono le fratture agli arti eseguite post mortem, la firma di un serial killer che fra il 1989 e il 1995 ha ammazzato sei donne a Utica, cittadina dell'area metropolitana di New York. Un macabro dettaglio che non era stato divulgato e questo basta a mettere in discussione la condanna inflitta a Anthony Amaro, in carcere per uno solo di quei sei omicidi, l'unico che ha confessato e adesso - tramite il suo nuovo legale - sostiene di averlo fatto per paura di vedersi infliggere la pena di morte, reintrodotta nello Stato di New York proprio l'anno del suo processo.
Saranno i detective Hatcher e Rogan a doversi occupare del caso Brunswick e del riesame di quelli passati.


Scritto nel 2014, è la quinta puntata con protagonista la detective Ellie Hatcher di cui il mese scorso ho letto la seconda ("La città del terrore") e la quarta ("Non dire una bugia").

Un buon thriller, direi il migliore della serie, che probabilmente ho apprezzato per via dei cold case e per la trama più articolata rispetto alle precedenti. Nessuno ha una suspense particolarmente sostenuta e forse per questo dovrebbero essere classificati come polizieschi, ma - pur amando molto i salti temporali - in questo caso ho apprezzato come la ricostruzione dei fatti risalenti a vent'anni prima venga fatta e raccontata nel presente.

Senza aver smesso di recriminare per la mancata traduzione del primo e del terzo libro della serie, ho già iniziato a leggere l'ultimo (o quanto meno l'ultimo pubblicato).

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale: A

venerdì 15 maggio 2026

"Niente di nuovo sull'Orient Express", Magnus Mills

 

Millfold, Lake District (contea di Cumbria, Inghilterra), un settembre degli anni Novanta. Al sesto giorno di campeggio in riva al lago l'uomo decide di fermarsi ancora per una settimana. Proprio quella notte un violento temporale mette in fuga i pochi turisti di fine estate facendo di lui l'ultimo rimasto. Il brusco calo delle temperature porta il proprietario, Mr Parker, a offrirgli una roulotte per la notte: è brutta e fatiscente, ma gli offrirà un maggior riparo rispetto alla sua piccola tenda. In cambio, avendo molto tempo libero, potrebbe dare una mano di verde al cancello del campeggio? Quello sarà solo il primo dei tanti lavoretti che l'uomo - uno di quelli a cui piace il fai-da-te e che sanno usare pennelli, seghe circolari e altro - accetterà, prolungando di volta in volta la permanenza e continuando a rimandare il suo progetto originario: andare in treno nel Sudest asiatico.

Quattro anni fa avevo letto "Bestie", opera di esordio di Magnus Mills, autore inglese classe 1954. Libro che avevo adorato. Questo è il secondo che ha scritto, nel 1999, e mi è piaciuto ancora di più!

Anche questa volta non viene mai svelato il nome del protagonista e di nuovo Mills, ex operaio, fa del lavoro manuale il centro delle vicende. Dai pali da recinzione di "Bestie" qui si passa a svariate attività: cancelli e barche da pitturare, legna da tagliare, latte da consegnare... 
Assurdo che nella sinossi il protagonista venga definito "campione di accidia": è un uomo buono, incapace di dire di no, finendo per questo motivo con l'essere sfruttato, senza aversene a male.

Mills ha l'incredibile capacità di appassionare descrivendo una quotidianità ripetitiva e noiosa, dove il campionato Inter-Pub di freccette e le immancabili pinte di birra serali rappresentano l'unico svago, inserendo qua e là svolte inaspettate che rendono evidente cosa abbia di particolare il famoso humor britannico.

Capolavoro!

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di maggio: un NUOVO amore

mercoledì 13 maggio 2026

"Un mondo perduto", Joanna Quinn

 

Dorset, estate 1942. Cristabel, Flossie e Digby sono cresciuti. Non c'è più tempo per gli spettacoli teatrali sulla spiaggia. Adesso, sotto alla carcassa della balena che fungeva da palco, ci sono gli orti da cui Flossie cerca di ricavare quanto più possibile perché l'Europa è dilaniata da un altro conflitto mondiale e anche in Inghilterra cominciano a scarseggiare i beni di prima necessità.

Questo sarebbe il secondo volume della saga dei Seagrave, di cui un anno fa avevo letto la prima parte, "Il teatro sulla spiaggia". Uso il condizionale perché in seguito ho scoperto che è stato l'editore italiano a dividere il romanzo in due uscite inventandosi la dilogia e questo spiega perché "Il teatro sulla spiaggia" mi fosse sembrato un romanzo spezzato: perché lo era!

E, come quello non aveva una chiusura, questo non ha un vero e proprio inizio. Dall'ultimo tragico evento del 1941 si passa all'anno successivo. Chilcombe non è più la tenuta fervente di attività, le originali feste di Rosalind sono ormai un ricordo amaro e i tre ragazzi Seagrave pensano solo alla guerra, a come poter dare il loro contributo contro i nazisti.

Questa seconda parte non è più il festival degli animali morti e la Seconda Guerra Mondiale diventa centrale sia nell'ambientazione (due di loro andranno a combattere in Francia al fianco dei partigiani) sia negli eventi.

Lo stile della Quinn è rimasto pesante, ma qui le tematiche lo arricchiscono di una profondità che nella "prima parte" non c'era. Gli eventi finali mi hanno fatto piangere a singhiozzi, sicuramente più in memoria dei morti della mia famiglia che per le sorti dei personaggi del romanzo, ma se mi era mancato un epilogo degno di essere ricordato questa volta l'ho avuto.

Leggendolo è difficile capacitarsi di come ci si possa essere dimenticati cosa siano stati fascismo e nazismo, votando e facendo risorgere partiti e ideologie di estrema destra.

"Stiamo festeggiando la sconfitta di un male che avrebbe decretato la fine di noi tutti"

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di maggio: UN nuovo amore


sabato 9 maggio 2026

"Inseguendo l'amore", Nancy Mitford

 

"Questa è la storia di Linda, non la mia"

Fanny, voce narrante del romanzo, mette subito le cose in chiaro: non è stata lei a inseguire l'amore, ma Linda Radlett, la cugina sua coetanea, figlia di zia Sadie e di zio Matthew.
Fanny era nata quando sua madre, sorella minore di zia Sadie, aveva 19 anni anni, abbandonando figlia e marito un mese dopo. Quest'ultimo si era fatto la sua vita, risposandosi ben altre quattro volte, mentre Fanny aveva avuto la fortuna di venire allevata da un'altra sorella della madre. Ormai adulta, già moglie e madre, racconta i suoi anni da bambina e da adolescente, quando viveva a Shenley nella bella casetta di zia Emily, trascorrendo le vacanze natalizie ed estive nell'Oxfordshire ad Alconleigh, la tenuta di zio Matthew, eccentrica almeno quanto lui.
Gli zii avevano sei figli, che "morivano dalla voglia di rimanere completamente orfani".
E le ragazze Radlett aspettavano soltanto due cose: il debutto in società e la proposta di matrimonio da parte di un uomo di cui si sarebbero innamorate all'istante. Sapevano di non poter contare sulla fedeltà del futuro marito, ma erano pronte e sarebbero state comprensive perdonandoli. Loro, invece, non avrebbero mai tradito.
Ma per Linda le cose non sono poi andate esattamente così...

Pubblicato nel 1945, è il quinto romanzo scritto da Nancy Mitford, scrittrice e biografa inglese (1904 - 1973), il primo a essere stato tradotto in italiano (io ho l'edizione Giunti del 1996, con un disgraziatissimo font piccolo solo in parte compensato da un'interlinea ben distanziata che agevola la lettura) e, se ho ben capito, il primo a riscuotere successo dopo i precedenti flop.

E' anche il primo di una trilogia, che penso di completare con "L'amore in un clima freddo" e "Non dirlo ad Alfred", perché la lettura di questa prima puntata, seppur molto lontana da ciò che mi piace e mi interessa, è stata simpatica. Con l'eccezione della tragica fine che spetta agli animali citati in un libro in cui quasi tutti i personaggi amano la caccia.

"A volte trovavamo qualche animale che urlava imprigionato in una trappola; dovevamo ricorrere a tutto il nostro coraggio per avvicinarci a liberarlo e assistere alla sua fuga su tre zampe, spaesato e straziato dal terrore."

Per i giudizi, sempre entusiasmanti, che avevo letto o sentito su Nancy Mitford mi aspettavo qualcosa di molto diverso, di ben più profondo, non una lettura così leggera, considerando anche il periodo di ambientazione che dagli anni Trenta arriva nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.

Il romanzo viene considerato in parte autobiografico perché la vita dell'alta società inglese descritta è quella della famiglia Milford. Per la residenza di Alconleigh l'autrice si è ispirata ad Asthall Manor, la casa dove ha trascorso l'infanzia.


Questo rende particolarmente apprezzabile l'umorismo con cui tratteggia l'aristocrazia inglese, caratterizzata da ristrettezze mentali e da bizzarrie, con osservazioni che ne alzano il livello, per esempio quando due cugini - commentando il matrimonio tardivo dell'ormai quarantenne zia Emily - si preoccupano per Fanny che per la prima volta si troverà a dover convivere con un uomo: uno dice "I vecchi vanno matti per le ragazzine" e l'altro replica "E per i ragazzini". O come quando Linda, parlando dei compagni del secondo marito comunista, dice a Fanny: "Fanno del bene e non del male, non vivono della schiavitù degli altri esseri umani, come fa Sir Leicester".

Un finale spiazzante (indubbiamente perché letto nel 2026, quando certe disgrazie non rientrano più nella normalità) ha reso la lettura ancor più particolare.

Nella mia edizione molti dialoghi in francese, anche rilevanti, non sono stati tradotti, cosa che potrebbe essere un problema per chi non ha almeno un'infarinatura della lingua.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di maggio: un nuovo AMORE

mercoledì 6 maggio 2026

"La condanna del silenzio", Arwin J. Seaman

 

Isola (immaginaria) di Liten, Svezia, 14 ottobre di un anno non precisato. Gli Andersson, dopo gli eventi degli ultimi due anni che hanno visto arresti e morti fra i membri del clan, si sono chiusi nella loro tenuta uscendone solo quando non possono farne a meno. Chi per andare a scuola, chi al lavoro, chi dal medico. Poi tornano a rintanarsi. Ma è a loro che il capo della polizia Owe Dahlberg si rivolge quando dall'isola scompare una ragazza, non per accusarli, ma per farsi aiutare a cercarla.

"La condanna del silenzio" (titolo che fatico a collegare alla storia che viene raccontata), pubblicato lo scorso anno, è la terza puntata (dopo "Omicidio fuori stagione" e "Un giorno di calma apparente") della serie ambientata in Svezia scritta da un noto scrittore italiano che rivelerà la sua identità solo dopo la pubblicazione del sesto e ultimo libro.

Continuo a pensare che possa essere Donato Carrisi e mi chiedo quanto questo condizioni (in negativo) il mio giudizio su questi thriller.
Il primo non mi era dispiaciuto, il secondo lo avevo trovato esagerato e poco credibile; questo - nonostante la vicenda autoconclusiva sia convincente - evidenzia una ripetitività davvero pesante. Un rischio per qualsiasi serie, stessi personaggi e stesso ambiente (e in questo caso si tratta di una piccola isola), ma qui si va oltre, nelle tre storie vengono riproposte sempre le stesse dinamiche, nei legami e nelle interazioni fra i vari personaggi (che sono troppi), nella tipologia dei crimini, nelle indagini, eccetera.

Fortunatamente Malin, la figlia del capo Dahlberg, protagonista assoluta di "Un giorno di calma apparente", torna ai margini, ma il finale aperto di quel libro qui non viene ripreso e immagino che bisognerà aspettare l'ultimo per trovare chiarimenti e spiegazioni.
Una serie che, con un'uscita all'anno, si chiuderà nel 2028 (la quarta puntata, "L'isola del passato", è già stata pubblicata) e - fra nomi difficili da memorizzare, legami intricati fra i tanti personaggi ed eventi di vario genere - penso sia indispensabile farsi dei riassunti per non perdersi. 

Reading Challenge 2026, traccia annuale Carnevale, A

mercoledì 29 aprile 2026

"Un animale selvaggio", Joel Dicker

 

Cologny, quattro chilometri da Ginevra, giugno 2022. Sophie e Arpad Braun, entrambi quarantenni, sono una coppia realizzata nella vita familiare e professionale: avvocato lei e bancario lui, sono sposati da otto anni, hanno due adorabili figli e da un anno si sono trasferiti nella casa dei sogni, una particolare villa con enormi affacci sul bosco che la circonda.
Anche Karine e Greg Liégean sono sulla quarantina, hanno due splendidi bambini, dei lavori a cui tengono molto e anche loro si sono trasferiti a Cologny da un anno. Certo non hanno la disponibilità economica dei Braun, casa loro non è una villa e hanno potuto comprarla solo grazie a un'eredità e a un mutuo, ma è comunque il coronamento di un sogno.
Da un mese Greg ha anche una fissazione: per Sophie. Non può fare a meno di spiarla e quella casa, con le sue immense vetrate, sembra proprio un invito per un guardone appartato nel bosco.
Ma Greg non è solo un guardone: è anche un poliziotto. E Arpad sembra avere molto da nascondere.

Due anni fa, vedendo la copertina all'uscita del libro, ho subito pensato a quello che a Genova chiamiamo "il palazzo dei televisori", un particolare edificio costruito all'inizio degli anni Settanta.


Da bambina, ogni volta che dopo la partita della Samp andavamo a cena da mia nonna paterna, passando per Corso Italia mi torcevo il collo per ammirare quanto più possibile quella strana casa che adoravo.

Un'architettura accettabile per un lungomare, mentre spero che la casa dei Braun a Cologny sia solo frutto della fantasia di Dicker e non un mostro ecologico piantato in mezzo al bosco.


Con l'autore ho un rapporto altalenante, due romanzi li ho adorati ("La verità sul caso Herry Quebert" e "Il libro dei Baltimore"), uno mi è piaciuto molto ("Il caso Alaska Sanders") e due li ho detestati ("La scomparsa di Stephanie Mailer" e "L'enigma della camera 622").

Questo va a creare la terza coppia con quello di Alaska Sanders. Una lettura viva, 448 pagine (divise in tre parti e ventun capitoli, tutti meravigliosamente datati) decisamente coinvolgenti.

Anche questa volta il punto di forza di Dicker è la costruzione, non certo i personaggi (anche qui non mancano le macchiette) né il contenuto: come con Harry Quebert e con Alaska Sanders, basta provare a ricostruire i fatti in ordine cronologico per rendersi conto che la storia è piuttosto scarna, ma Dicker sa giocare bene con i salti temporali, seminando dettagli che poi vanno a ricostruire la vicenda in un modo tutto suo, che può essere esasperante per chi in un racconto ama la struttura lineare, ma che incatena alle pagine chi, invece, apprezza i flashback.
E qui ce ne sono tantissimi in ogni capitolo.

Reading Challenge 2026, traccia Calderone di aprile: libri con un mezzo di trasporto a motore in copertina




martedì 28 aprile 2026

"Blonde", Joyce Carol Oates

 

Norma Jeane Mortenson Baker nasce (1° giugno 1926) e muore (4 agosto 1962) a Los Angeles.
Ed è sempre a Los Angeles che, nel 1946 negli studi della 20th Century Fox, il regista Ben Lyon suggerisce per lei il nome d'arte di Marilyn Monroe.

Solo l'infinita stima per la scrittura di Joyce Carol Oates poteva spingermi a leggere questo tomo infinito, 1320 pagine (il libro più lungo che abbia mai letto e probabilmente che mai leggerò), su un argomento per il quale il mio interesse è pari a zero.

Un chiaro esempio di come - quando a scrivere è uno Scrittore - la trama, che di norma incide tantissimo sulle mie scelte e sul mio gusto, possa diventare un semplice dettaglio.

Ho iniziato la lettura il 25 febbraio portandola a termine soltanto ieri sera. Ne ho letto non più di trenta pagine al giorno, a volte anche soltanto cinque o sei: spalmarlo era per me l'unico modo per affrontarlo ed è stato un ottimo esperimento che metterò in pratica con altri "mattoni".

Della Monroe non ho mai visto un film né un trailer, non ho mai letto un'intervista né un articolo che la riguardasse. Prima di leggere "Blonde" ne conoscevo l'aspetto dalle fotografie e sapevo che era morta suicida quando era ancora giovane.

Tante cose si sono dette sul suo conto, che era timida e audace, infantile e responsabile, perfezionista e inaffidabile, frigida e ninfomane, tutto e il contrario di tutto: non so quanto questa biografia romanzata sia fedele alle verità accertate che la riguardano, ma la Oates è riuscita a farmi provare dei sentimenti, un mix di passione e frustrazione.

E, inaspettatamente, tanta pena, per la Norma Jeane bambina e per la Marilyn suicida, o forse uccisa dai poteri forti. Nella mia ignoranza pensavo che l'unico contatto fra lei e Kennedy fosse la canzoncina cantata per il compleanno del Presidente. Non sapevo che avessero avuto una relazione e non avevo mai sentito parlare delle possibili implicazioni dei Kennedy con la morte dell'attrice.

Come non sapevo che venisse pagata poco dagli Studio (in riferimento a "
Gli uomini preferiscono le bionde": "Il film aveva fatto guadagnare allo Studio milioni di dollari, e avrebbe continuato a fargliene guadagnare, mentre a lei ne avevano dati sì e no ventimila"), che fosse finita nel mirino dell'HUAC, che avesse appoggiato la causa dei diritti civili.

La Oates ne ripercorre l'intera esistenza, da un certo punto in poi scandita da film e matrimoni.

Il libro è troppo lungo? Ovviamente sì, 1320 pagine sarebbero troppe per chiunque, a maggior ragione per raccontare la vita di una persona vissuta soltanto 36 anni, ma ci sono tutte le (ampie) digressioni tanto amate dall'autrice (e da me).

Che non fa sconti agli USA ("Gli Stati Uniti d'America sono uno stato fascista post-bellico e il Comitato Nazionale contro le Attività Antiamericane è la loro Gestapo."), che sottolinea le disuguaglianze di genere ("C’erano donne perfettamente in grado di pilotare aerei e che tuttavia non ne ottenevano il permesso. Donne che morivano sotto le armi e che tuttavia non avevano diritto al funerale con gli onori militari come per gli uomini.") e che non dimentica gli animali ("G
li animali sono umani! Non sanno parlare come noi, però comunicano, altroché se comunicano. Hanno emozioni come le nostre, dolore, speranza, paura, amore.").

Reading Challenge 2026, traccia annuale Oujia

lunedì 27 aprile 2026

"Jack", A.M. Homes

 

Periferia americana, 1989. Per Jack il padre era un idolo, uno specie di Superman. La sofferenza più grande della sua giovane vita l'ha provata il giorno in cui lo ha visto girare per casa riempiendo dei sacchi della spazzatura con le sue cose. Era un sabato e all'improvviso suo padre non viveva più con loro. La madre non gli permetteva nemmeno di vederlo, potevano sentirsi per telefono solo una volta alla settimana. Una separazione difficile e inaspettata, ma Jack era riuscito a superarla, a scuola erano in tanti ad averla sperimentata.
Il dramma vero per lui arriva nel presente, alla vigilia dei suoi 16 anni, quando il padre aspetta di essere in mezzo a un lago a bordo della barchetta presa a noleggio per rivelargli il vero motivo della fine del matrimonio: si è innamorato di un'altra persona e quella persona è Bob, l'amico con cui convive, che non è solo un amico, né tantomeno solo un coinquilino.
E Jack dice: "Mi viene da vomitare"

Titolo di esordio scritto nel 1989 da Amy Michael Homes, nata a Washington nel 1961, autrice di altri sei romanzi e di quattro raccolte di racconti.

Una piccola perla che ho pescato per caso al Libraccio di Savona un paio d'anni fa.

Un breve (228 pagine) romanzo di formazione privo di capitoli (ma con numerosi stacchi che ne fanno le veci), un monologo di Jack che racconta esperienze e stati d'animo di fronte a una realtà difficile, che sa di non poter evitare e che lo porterà a maturare in fretta. 

"Odiavo mio padre, ma gli volevo anche un gran bene, cosa che peggiorava la situazione."

Una profondità inaspettata per una penna così giovane (la Homes aveva soltanto diciannove anni quando ha scritto il libro), con un bel protagonista e dei bei personaggi di contorno, la descrizione di una quotidianità fatta di piccole gioie e grandi drammi che emoziona e diverte senza mai deprimere.

Tematiche importanti (al plurale perché anche la famiglia di Max, il migliore amico di Jack, dovrà fare i conti con una situazione veramente grave) trattate con attenzione, senza cadere in un'introspezione pesante che non sarebbe di nessun aiuto a un lettore adolescente alle prese con le stesse apprensioni sperimentate da Jack, con la voglia e la paura di crescere tipiche di quell'età.

"I miei sedici anni me li sentivo tutti. A volte me ne sentivo quaranta."

Un buon romanzo (per tutti) sulle discriminazioni, meriterebbe più fama.

"Tuo padre non è una cosa di cui vergognarsi."

Reading Challenge, traccia Famiglio di aprile: libri con il titolo di una sola parola


sabato 25 aprile 2026

"Storia di Milo, il gatto che salvò Plutone", Costanza Rizzacasa D'Orsogna

 

Località non precisata degli Stati Uniti. Dalla sonda New Horizons un segnale arriva in un piccolo laboratorio della Nasa: un "Ping... Ping" che lascia tutti sbalorditi. Il messaggio, firmato Falkor 39, è un SOS. Plutone ha un grave problema, una perdita di azoto, una tragedia per il pianeta nano che potrebbe avere ricadute sull’equilibrio dell’intero Sistema Solare!
Bisogna assolutamente fare qualcosa! Bisogna mandare qualcuno!
E la scelta cade su Milo, il gattino diventato famoso nel mondo per essere andato fino al Polo Sud riportando ai genitori il piccolo pinguino Hielito, che era stato rapito dai bracconieri.
Un viaggio spaziale non lo spaventerà di certo e se su Plutone ci sono forme di vita chi meglio di un gatto può riuscire a comunicare con loro?


Terzo racconto, pubblicato nel 2023, dopo "Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare" (letto nel 2020) e "Storia di Milo, il gatto che andò al Polo Sud" (letto nel 2022).

Un'altra bella storia con protagonista il gattino disabile dell'autrice, Milo, purtroppo morto nel 2024.

Una trilogia che molte scuole hanno inserito nella propria didattica e dovrebberlo farlo tutte. Perché l'esempio di Milo non incita soltanto al rispetto delle disabilità e all'abbattimento delle barriere. Le sue avventure sono un inno alla causa animalista ed ecologista.

La situazione di Plutone è un pretesto per parlare della devastazione che stiamo facendo ai danni della Terra ("che è tutto quello che abbiamo") e una spinta verso le energie rinnovabili.

C'è spazio per la cagnetta Laika e la micina Félicette, di cui vengono raccontate le tristi storie.


E poi ci sono i Paffy, gli abitanti di Plutone, così disegnati da Giacomo Bagnara, esseri da cui noi terrestri avremmo tutto da imparare:


"Un intero popolo che non mangia animali è segno di una civiltà superiore"

E c'è tanto altro, 124 pagine appena, ma ricche di insegnamenti (compreso un doveroso piccolo ABC sull'astronomia), buoni sentimenti e tristi verità.

"Se un leone uccide una gazzella è per nutrirsi. Solo l’uomo uccide per il piacere di farlo."

Reading Challenge 2026, traccia Grimorio di aprile: gatto nero in copertina

giovedì 23 aprile 2026

"Non dire una bugia", Alafair Burke


New York, un lunedì del marzo 2012. Julia Whitmire, 16 anni, viene trovata morta nella vasca da bagno della sua lussuosissima casa nel West Village. Le vene dei polsi tagliati e una lettera di addio non lasciano dubbi che si tratti di suicidio, ma la madre - moglie di un potente discografico - è riuscita a far pesare tutto il potere del suo nome ottenendo l'intervento di una squadra della omicidi. A rispondere alla chiamata sono Ellie Hatcher e JJ Rogan, trovandosi subito in bilico fra la dolorosa non accettazione di una donna che ha appena perso la figlia e la sua arroganza.
Ma, obbligati dai superiori a trattare il caso come un omicidio, si troveranno costretti a indagare scoprendo che forse la signora Whitmire non aveva torto.

Tre giorni dopo aver terminato "La città del terrore", seconda puntata della serie con protagonista la detective Hatcher (serie di cui non sono stati tradotti in italiano il primo e il terzo volume), ho iniziato questo, che è quindi il quarto episodio (titolo originale "Never Tell"), molto più avvincente, anche se esageratamente ingarbugliato.

La morte di Julia risulterà presto solo un ingranaggio di un meccanismo che non la riguarda che si allarga a due diverse vicende, una delle quali porta la Burke a cavalcare la critica verso "big pharma" in perfetto stile Robin Cook:

"L’American Psychiatric Association aveva iniziato a rifiutare i finanziamenti delle case farmaceutiche alle sue convention per evitare conflitti di interesse. La decisione faceva seguito a un’inchiesta del «New York Times» che aveva attirato l’attenzione dei lettori sul giro di benefit (e si parlava di milioni di dollari) destinato agli stessi medici responsabili delle prescrizioni che alimentava il business in espansione degli psicofarmaci."

Evidenziando poi come siano proprio le aziende farmaceutiche a controllare la sperimentazione dei loro prodotti!

Il libro ha 368 pagine divise in quattro parti e cinquantanove capitoli brevi che lo rendono scorrevole e godibile, ma lo avrei apprezzato di più se gli intervalli di tempo fossero stati corretti: "La città del terrore" si svolge nel marzo 2008 e all'inizio di "Non dire una bugia" viene specificato che (
Ellie e JJ) "erano (sono) partner da più di un anno", quindi l'anno di ambientazione di questo dovrebbe essere il 2009, invece no perché in seguito viene detto che un'amica di Julia, anch'essa sedicenne, è nata nel gennaio 1996. E 1996 + 16 fa 2012!

E, al solito, trovo incredibile come certi autori di libri seriali li ambientino nel loro presente (questo è stato 
pubblicato proprio nel 2012) senza tenere conto di quello che hanno scritto in precedenza.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Ouija

martedì 21 aprile 2026

"Paura", Stefan Zweig


Vienna, primi anni del Novecento. Irene, moglie dell'avvocato penalista Fritz Wagner, ha una trentina d'anni, due figli, una bella casa e un amante. Eduard è un giovane pianista e abita in una zona ben diversa da quella borghese di lei. Una distanza che, pensa, basti a metterla al sicuro dall'essere scoperta, convinzione che si sbriciola il pomeriggio in cui le si para davanti una donna rozza che la insulta, muove il pugno davanti al suo volto, minaccia di rivelare la tresca. E Irene, senza che le venga chiesto alcunché, dà alla donna le banconote che ha nel portafoglio. Che quella avesse già in mente di ricattarla o che sia stata Irene a darle l'idea, con la convinzione borghese che tutto abbia un prezzo, è irrilevante. Fatto sta' che non sarà un esborso una tantum e la vita dell'adultera diventerà un incubo di paura.

Un altro romanzo breve (120 pagine) di Stefan Zweig, scritto nel 1910, ma pubblicato nel 1920. Due anni fa avevo letto, e amato, "Lettera di una sconosciuta", una storia profonda e tristissima, di quelle che rimangono dentro.

"Paura", pur piacendomi, non mi ha altrettanto coinvolta, in parte per la pesantezza dello stile che a tratti lo rende noioso, ma la vera differenza la fanno le due protagoniste: l'autrice della lettera anonima suscita compassione per tutte le traversie che l'hanno colpita, mentre Irene è una donna egoista e boriosa, insensatamente vittimista e affetta da quel genere di ignoranza tipica di chi non capisce di essere un privilegiato.

"In quelle ore di tormento segreto invidiava gli ammalati. Che bello starsene in ospedale, in un letto lindo, tra le bianche pareti, circondati dai fiori e dalla commiserazione."

Un essere a cui non basta l'autoassoluzione: se ha sbagliato, la colpa non è sua.

"Sarebbe stato capace, il marito, di comprendere che lei non aveva amato un uomo, bensì l'avventura? Che anche lui era colpevole per la sua troppa bontà, per averle offerto una vita senza affanni, nella quale il carattere le si era infiacchito?"

Deludente il finale, annunciato come un coup de théâtre nella sinossi: insolito sì, ma mi aspettavo qualcosa di completamente diverso.

Reading Challenge 2026, traccia Scopa volante di aprile: libri ambientati in Austria

domenica 19 aprile 2026

"Grand Union. Storie", Zadie Smith

 

Tre anni fa avevo letto il romanzo di esordio di Zadie Smith, "Denti bianchi", mentre questa è la sua prima raccolta di racconti pubblicata nel 2019. Venti storie brevi (per un totale di 236 pagine),
 di cui undici inedite e nove in precedenza pubblicate su "The New Yorker", "The Paris Review" o "Granta".

"A una strega non si dice: Ti fanno la prova dell’acqua perché sei una strega. Si dice: Questi bastardi ti fanno la prova dell’acqua perché credono nella stregoneria!"

Se i racconti hanno tutti l'alto livello stilistico tipico dell'autrice, non posso dire di averli apprezzati allo stesso modo: alcuni mi hanno sfinita, ho fatto fatica a capire di cosa stesse parlando e in un paio di casi non ci sono proprio riuscita.

Evidentemente Zadie Smith è un po' troppo difficile per me.

"La dialettica" (inedito)
"Vorrei essere in buoni rapporti con tutti gli animali": è quello che dice una madre seduta sulla spiaggia di Sopot.
"Ma non lo sei! Non lo sei per niente!", le grida la figlia adolescente sdraiata di fianco a lei facendole notare che proprio in quel momento sta mangiando una coscia di pollo.

"Educazione sentimentale
(inedito)
Monica, arrivata alla mezza età, ripensa alle relazioni passate, in particolare a quella con Darryl. Avevano 19 anni ed erano al college.

"Il Fiume Lento" (2017)
Inglesi in vacanza in un villaggio turistico nel Sud della Spagna. Brexit e metafore.

"Parole e musica
(inedito)
Candice e Wendy English: la prima era stata una Black Panther, la seconda si era sposata, trasferita a Boston e aveva mandato i tre figli al college. I ricordi di Wendy, ormai anziana, nella casa newyorkese della sorella che non c'è più.

"Proprio perfetto" (2013)
Donovan e Cassie, 8 anni, lui bianco, lei nera, abbinati dalla signorina Steinhardt per un progetto scolastico. Attorno la New York degli anni Cinquanta e l'integrazione razziale.

"La rivelazione della Giornata dei Genitori
(inedito)
Analisi delle schede di approfondimento sulle tecniche narrative.

"Dowtown" (inedito)
Una pittrice newyorkese riceve la visita di un affermato collega ungherese che vive in una foresta e non capisce come lei riesca a dipingere in mezzo a tutto quel rumore sociale.

"La signorina Adele tra i corsetti" (2014)
I ganci del corsetto della signorina Adele cedono. E quando lavori nello spettacolo e porti la 58 te ne serve urgentemente un altro, o anche due.

"Umore" (inedito)
Riflessioni sullo scorrere del tempo, sulle ragazze punk invecchiate e altro: un racconto che sembra fatto di microracconti.

"Fuga da New York" (2015)
New York sotto attacco. Elizabeth, Michael e Marlon, celebrità, scappano dalla città.

"Settimana intensa" (2014)
Lo è quella che sta affrontando Michael Kennedy McRae, ex poliziotto e da un anno anche ex marito.

"Incontra il Presidente!" (2013)
Distopico. Finalmente una giornata limpida che permette a un adolescente di provare il suo nuovo oggetto tecnologico, ma una donna anziana e una bambina iniziano a fargli domande.

"Due uomini arrivano in un villaggio" (2016)
Villaggio che ha appena subito un colpo di stato e i due uomini non  fanno parte dei buoni.

"Kelso decostruito" (inedito)
Quello che mi è piaciuto di più. Kelso è un falegname originario di Antigua e non sa che quel 16 maggio 1959 sarà il giorno della sua morte.

"Bloccato" (inedito)
Un giovane si vanta delle cose che ha creato (che non ho capito quali siano).

"Il verme" (inedito)
Esorik vive in un'isola dove il tempo è scandito da cicli e dove le cose non vanno bene da quando "l'usurpatore" è stato eletto.

"Per il Re" (inedito)
Considerazioni sulla libertà sessuale.

"Ritenevo che la maggior parte delle persone non volesse davvero la libertà sessuale, o almeno non se questo significava dover accordare la medesima libertà a coloro che volevano per sé."

"Ora più che mai" (2018)
La bontà e la morale.

"Grand Union
(inedito)
Una donna incontra la madre morta nei pressi del Grand Union Canal.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Ouija

venerdì 17 aprile 2026

"La città del terrore", Alafair Burke

 

"Non vi preoccupate. Tornerò in tempo per il volo. Lo prometto."

New York, marzo 2008, domenica sera. E' Chelsea Hart, 19 anni, a fare questa promessa a Stefanie e Jordan, le due amiche con cui sta trascorrendo nella Grande Mela le vacanze primaverili del primo anno di college. Arrivate il martedì precedente, hanno girato la città rispettando la tabella di marcia studiata prima di partire: un quartiere al giorno, vedendo il più possibile e divertendosi ancora di più. Per l'ultima sera, dopo la cena in un bel ristorante, sono andate in una discoteca gigantesca. Ma all'una e mezza Chelsea non ne ha voluto sapere di tornare in albergo per dormire solo due ore, scegliendo di fare una tirata per poi raggiungerle all'hotel in tempo per prendere il taxi alle sei, come d'accordo.
Ed è a quell'ora che Ellie Hatcher trova Stefanie e Jordan nella hall dell'albergo. Viene colpita dall'agitazione delle due ragazze, non sapendo che sono amiche di quella in cui si è imbattuta un'ora prima durante il suo jogging mattutino: il suo primo caso come detective della squadra omicidi di Manhattan South.

Inizia così il nuovo (e secondo) caso della detective protagonista dell'omonima serie (sei volumi in tutto): peccato non poter leggere il primo (
"Dead connection", scritto nel 2007) perché - insieme al terzo ("212", del 2010) - non è stato tradotto!
Mi domando come lavorino certi editori, se siano informati e se ne freghino oppure se comprino i diritti a caso senza fare un minimo di ricerca!

A dir poco irritante: se anche le vicenda gialle sono autoconclusive, per la trama orizzontale la prima puntata è fondamentale per conoscere i personaggi e non solo.

Quello che ho capito da qualche recensione tradotta grazie a Google e dai riferimenti fatti in questa storia è che anche il padre di Ellie, originaria di Wichita, era un poliziotto, morto suicida molti anni prima mentre dava la caccia a un serial killer e che la storia di "Dead connection" si è svolta due mesi prima rispetto al presente di questa. Lì Ellie si era trovata
 a indagare su un caso chiamato First Dateuna serie di omicidi legati a una società di appuntamenti on line che si era conclusa con l'arresto di un serial killer, lo smantellamento di una rete russa di furti di identità e l'uccisione nel corso di una sparatoria di Flann McIlroy, il collega in coppia con lei da appena una settimana. E il personaggio di McIlroy, pur essendo morto, ha un ruolo determinante anche in questo libro per via delle sue precedenti indagini.

Ne "La città del terrore"
 (titolo originale "Angel's Tip", scritto nel 2008) Ellie è al quinto anno di servizio, i primi quattro come agente di pattuglia, quindi una rapida promozione che dopo un anno l'ha portata ad affiancare il collega Jeffrey James (J.J.) Rogan alla omicidi di Manhattan South.

Nelle note la Burke spiega di essersi ispirata a due omicidi realmente accaduti nel 2006.

E' sicuramente peggiore rispetto agli altri due suoi thriller che avevo letto ("La ragazza nel parco" e "Una perfetta sconosciuta"), un libro invecchiato male (per avere gli esiti dei test sul DNA ci voglio settimane, fanno affidamento sulla macchina della verità, i giovani usano MySpace, eccetera) e che abusa dei serial killer, ma è proprio la storia a non avermi convinta, né per le dinamiche né per come viene raccontata. Si salva solo l'inizio, carico di suspense, ma dopo i primi capitoli la narrazione perde mordente trascinandosi verso un finale esagerato (truppe d'assalto, elicotteri) e poco appagante.

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di aprile: tutta mia la CITTA'

mercoledì 15 aprile 2026

"Tutta la storia del Titanic", Francesco Ambrosini

 

Oggi è il 114° anniversario dell'affondamento del Titanic e anche quest'anno, come ormai mi piace fare a scadenza biennale, ho scelto un libro da leggere in concomitanza con quelli che sarebbero stati i suoi pochi giorni di viaggio.

Un altro autore italiano, come due anni fa con Polidoro: Francesco Ambrosini, saggista e ricercatore storico torinese, nonché traduttore dal portoghese, che nel 2012 fu uno dei tantissimi a pubblicare un libro sul Titanic in occasione del centenario.

Io ho l'edizione aggiornata del 2022, sempre pubblicata da Edizioni del Capricorno, davvero bella, piacevole da leggere e da avere: numerose foto collocate nel punto giusto, carta di pregio, font rilassante.

Fra coordinate, date, orari, tonnellaggi, eccetera, è il libro con il maggior numero di numeri che abbia mai letto. Fra questi quelli delle vittime.

Ma la parte migliore sono le parole: un testo completo che mi ha fatto scoprire particolari che ancora non conoscevo, una scrittura di livello e moltissima precisione, una qualità che già da sola sarebbe bastata a farmi apprezzare l'opera.

Il libro ha 191 pagine (divise in tre parti, quattordici capitoli e cinquantotto sottocapitoli) e fra dati storici, dettagli tecnici, eccetera, Ambrosini ha inserito anche interessanti riflessioni sociologiche, ad esempio su come le traversate dall'America all'Europa fossero un lusso per i ricchi americani che venivano qui per partecipare a eventi o per rifarsi il guardaroba a Parigi (donne) e a Londra (uomini), mentre il viaggio inverso veniva affrontato da quegli europei che scappavano dalla miseria inseguendo il sogno americano. In mezzo la nuova borghesia che si spostava per interessi economici e professionali: ed ecco servite la prima, la seconda e la terza classe dei transatlantici.

Ha anche una struttura particolare, con il prologo scavalca l'affondamento andando alle 8 del 15 aprile 1912 quando venne convocata una riunione di emergenza del personale della compagnia di navigazione inglese White Star: la notizia del naufragio avvenuto durante la notte era già arrivata e gli strilloni la stavano urlando in ogni angolo di strada, ma loro non riuscivano ancora a credere che il transatlantico inaffondabile fosse davvero colato a picco alla prima traversata.
La conferma ufficiale sarebbe arrivata soltanto in serata. Uno dei più grandi drammi dell'umanità si era consumato, l'uomo aveva perso la sua battaglia contro la natura, non sarebbe stata l'ultima, ma avrebbe continuato a far parlare di sé per sempre.

Dopo il breve prologo l'autore riporta il lettore alle 23.40 del 14 aprile quando i due marinai addetti agli avvistamenti suonarono la campana e chiamarono la plancia: "Iceberg dritto a prora!"
Il mare piatto, la velocità elevata, la mancanza dei binocoli nella coffa lo aveva reso visibile quando era già troppo tardi e le manovre non bastarono a evitare la collisione con il fianco sinistro della nave.

E dopo la collisione il passo indietro è maggiore: la competizione sugli oceani fra la White Star e la Cunard, la costruzione della grande nave, i passeggeri illustri, la partenza, i sette avvisi della presenza di iceberg nella tratta arrivati a partire dalle 11.30 del 14 aprile e sistematicamente ignorati, la scelta del comandante Smith di non mettere in atto nessuno dei semplici provvedimenti opportuni in caso di navigazione notturna (ridurre la velocità, rimanere sul ponte di comando e aumentare il numero delle vedette), quindi il naufragio e i so
pravvissuti recuperati dal Carpathia.

Alle 21 del 18 aprile la nave soccorritrice approdava a New York lasciando le scialuppe del Titanic là dove avrebbe dovuto arrivare l'intera nave. I superstiti vennero sbarcati al molo della Cunard Line accolti da migliaia di persone fra parenti, conoscenti, giornalisti e tantissimi curiosi e fu solo in quel momento che ci si rese pienamente conto della portata della tragedia.

Ambrosini dedica molto spazio alle due commissioni che si occuparono della vicenda, con quella
 americana che bruciò sul tempo le indagini inglesi nonostante nave, equipaggio e gestione operativa fossero britannici: "Emerse la perdita di autorità della vecchia nazione aristocratica europea rispetto alla potenza emergente yankee".

Mette a confronto l'indagine americana con quella britannica, diverse sotto molti aspetti, dalle competenze degli uomini incaricati di svolgerle ai metodi di interrogatorio alle considerazioni finali, evidenziando come esperti di materie nautiche indipendenti individuarono nella struttura della nave la causa dell'affondamento, in particolare le paratie stagne che non raggiungevano i ponti più alti.

Ma le analisi moderne hanno appurato che, al di là degli errori umani, il Titanic era stato costruito con materiali già allora scadenti, la qualità dell'acciaio era di parecchio inferiore alla norma, arrivando a determinare la fragilità strutturale dello scafo.

Fu 
Robert Ballard a localizzare il relitto del Titanic il 1° settembre 1985. Le varie esplorazioni successive hanno chiarito alcuni dubbi (ad esempio nel  1997 venne appurato che l'iceberg aveva provocato una serie di falle e non un lungo squarcio sulla fiancata, come si era sempre creduto) creandone però altri.

Chiude il libro una precisa cronologia degli eventi, dal 1867 (anno in cui Ismay divenne proprietario della White Star Line) al luglio 2021, quanto sono iniziate le esplorazioni sul fondale della OceanGate Expeditions con il Titan.
L'ultima fu quella del 18 giugno 2023, quando il sommergibile implose con cinque persone a bordo.

Le altre mie precedenti letture sul Titanic:
"Titanic, la vera storia", Walter Lord
"Le luci del Titanic", Hugh Brewster
"Titanic, un viaggio che non dimenticherete", Massimo Polidoro

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di aprile: TUTTA mia la città


lunedì 13 aprile 2026

"Killer potential", Hannah Deitch

 

Los Angeles, dicembre di un anno non precisato. Evie Gordon, 29 anni, è un genio. Ne è convinta lei come nessuno degli suoi insegnanti ha mai messo in dubbio il suo talento, dalle elementari fino alla costosissima università privata di New York seguita da un master a Los Angeles. Un percorso di studi eccellente che però non l'ha portata da nessuna parte, nessuno ha lottato per accaparrarsi la sua grande intelligenza pagandola a peso d'oro, come dava per scontato. Invece le è rimasto l'enorme debito studentesco di novantanovemila dollari che impiegherà tutta la vita a saldare con l'unico lavoro che è riuscita a trovare: dare ripetizioni ai figli dei milionari californiani per prepararli ai test di ammissione al college.
Fra questi Serena Victor, 17 anni. Ogni domenica pomeriggio Evie trascorre due ore nella cucina dell'enorme villa anni Trenta cercando di colmare le lacune della ragazzina su ogni materia. Ma a inizio dicembre tutto cambia. Il portone inspiegabilmente spalancato al suo arrivo, il silenzio dentro alla casa e poi la macabra scoperta in giardino: i coniugi Victor barbaramente uccisi. L'istinto è quello di scappare, nel caso l'assassino fosse ancora dentro. Infatti qualcuno c'è: riattraversando l'atrio la fuga di Evie viene bloccata da una flebile voce che prima dice "aiuto" e poi "ti prego".
E fermarsi per liberare la donna imprigionata nel sottoscala cambierà per sempre l'esistenza di Evie.

Romanzo di esordio della giovane Hannah Deitch che, come la sua protagonista e voce narrante, è stata insegnante di ripetizioni e che, probabilmente, non si è trovata la strada spianata dai titoli di studio conseguiti.

Uscito lo scorso anno e pubblicato in venti Paesi, è stato annunciato come un caso letterario internazionale, un thriller a cui la sinossi di Marsilio attribuisce addirittura "una profondità da grande romanzo americano" e io mi chiedo: sul serio?!?

Sapevo in partenza che non sarei andata d'accordo con la storia perché patisco gli inseguimenti. Le due donne lasciano la California arrivando fino in Florida, per poi tagliare in diagonale con lo scopo di espatriare in Canada passando dallo Stato di Washington. Una fuga tanto lunga quanto inverosimile, ma è il modo in cui la Deitch le fa diventare fuggiasche a non avere senso: scoperti i cadaveri e liberata la prigioniera, impediscono a Serena di chiamare il 911, senza nessuna logica. E' solo un espediente che serve all'autrice per generare una colluttazione che manderà la ragazza in coma per diverse settimane e trasformerà Evie da semplice testimone a principale sospettata.

Il colpo di scena, che arriva in anticipo rispetto al finale (finale che ricorderò come uno dei peggiori mai letti), mi ha sorpresa, ma non abbastanza da surclassare il fastidio per le smargiassate delle due, per le dinamiche ripetitive e per l'ambientazione copiata da "Thelma e Louise".

Fra le protagoniste della Deitch, però, nasce una relazione, cosa che evidenzia come nei romanzi commerciali non serva l'eterosessualità per scadere in frasi da Harmony ("La curva delle sue labbra era un invito al peccato").

Ma la delusione maggiore è stata causata dall'aspettativa derivante dai tanto sbandierati studi sulla teoria marxista fatti dall'autrice: inventare personaggi di diversa estrazione sociale senza poi fare un'analisi degna di nota, riducendo la questione a qualche frase estemporanea ("Quando sei ricco (...) puoi dormire soltanto su materassi di una precisa altezza. (...) Quando sei povero qualsiasi cosa può essere un letto.") e ponendo l'invidia al centro del divario è offensivo per il reale pensiero marxista.

Reading Challenge 2026, traccia annuale Oujia

mercoledì 8 aprile 2026

"La ragazza che levita", Barbara Comyns

 

Londra, un'estate degli anni Cinquanta. Alice ha 17 anni quando la madre, malata da tempo, muore lasciandola sola con il padre, il dottor Rowlands, veterinario, uno di quelli che agli animali (e alla figlia) fanno più male che bene. La situazione, già brutta, peggiora in fretta quando Rosa Fisher, sguaiata donna di facili costumi, prende possesso della casa nelle vesti di futura matrigna. Una convivenza difficile per tutti, finché a novembre Alice viene mandata nell'Hampshire come dama di compagnia per la madre di Henry Peebles, il giovane che sostituisce il padre in caso di bisogno. E saranno l'isolamento e la solitudine a portare il suo corpo a manifestare già dalla prima notte un potere straordinario.

Il titolo scelto per l'edizione italiana di "The Vet's Daughter" uccide sul nascere ogni possibile suspense legata al superpotere di Alice: la ragazza fluttua. La prima volta neppure capisce se si è trattato soltanto di un sogno, ma in breve si rende conto di poterlo fare a comando.

Che a Barbara Comyns piacesse stupire i suoi lettori lo avevo già capito due anni fa leggendo "Chi è partito e chi è rimasto", che non ero riuscita ad apprezzare proprio a causa delle tante stramberie. Questo, scritto cinque anni dopo (1954 vs 1959), mi è piaciuto molto di più, pur non amando durante la lettura questo vezzo della levitazione, che si rivela funzionale solo per il finale.

Anche questo è un romanzo molto breve (151 pagine) con una storia che si sviluppa nell'arco di un anno scarso. Un libro triste perché è tale l'esistenza della protagonista, quella della madre di lei, quella della madre di Henry Peebles (che lei chiama Occhiolino a causa del tic che lo caratterizza), quella di Lucy (l'amica sordomuta di Alice) e quella del pappagallo, che Rosa fa rinchiudere nel bagno del seminterrato.

E chi non è triste in realtà non sembra tale solo perché la cattiveria supera la mestizia.

Una desolazione che ho trovato rilassante e che qua e là viene stemperata dalle uscite strampalate della Comyns.

"Era forse (levitare) qualcosa che capitava alle persone quando dormivano in letti diversi dai loro? Forse era una cosa che accadeva spesso, ma di cui non si parlava mai, come le emorroidi."

Reading Challenge 2026, traccia Incantesimo di aprile: tutta mia LA città