Con il nome "sa pippia de maju" si designa il doppio mazzo di viole mammole, innestato su un lungo fascio di pervinca legato da un panno verde che, nel corso della Sartiglia, Su Componidori utilizza per benedire la folla con ampi gesti del braccio che vanno a formare una croce. Sa pippia 'e maju è un simbolo propiziatorio legato alla primavera e al rinnovamento vegetale che mira a palesare l'arrivo della stagione della rinascita, in un rito tangibile per la comunità.
Domani e Martedì, a Oristano,come ogni anno si rinnoverà ancora antico antico rituale.
Oltrepassa la soglia: in questa casa, passato, futuro, mistero, scienze, fantasia, miti e leggende convivono insieme
☆¤*¤☆ La Porta Delle Stelle☆¤*¤☆
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sabato 22 febbraio 2020
La cassapanca sarda
Il corredo delle spose sarde è sempre stato un tesoro da preparare con cura sin dalla più tenera età delle bambine. Spesso, quando la "futura sposa" era ancora in fasce, le nonne già cominciavano a lavorare ad uncinetto il copriletto di cotone bianco che sarebbe stato usato il giorno del matrimonio e per la nascita dei figli. Le femminucce imparavano a tessere e ricamare e cucivano per tempo lenzuola, federe, tovaglie, tovaglioli e asciugamani. Chi aveva più possibilità economiche, commissionava i lavori alle ricamatrici più brave, così la "dote" che la sposa portava con se e che l'accompagnava nella sua nuova vita da moglie, era ancora più preziosa. Un tesoro prezioso che, come tale, veniva custodito dentro ad uno scrigno: la cassapanca. La sua diffusione ora è molto limitata ed i più giovani spesso non sanno nemmeno che cos'è, ma prima era un oggetto d'arredamento presente in ogni casa. Un antico bronzetto sardo custodito nel Museo Archeologico di Cagliari, rappresenta la miniatura di una cassapanca, suggerendo che il suo utilizzo fosse già "di moda" persino in epoca nuragica. Era uso costruirla con legno di castagno o noce sardo. Abili artigiani la intagliavano, impreziosendola con eleganti incisioni che rappresentavano pavoni, alberi e fiori della vita. Anticamente veniva verniciata di rosso, utilizzando sangue bovino oppure ovino: pare che, oltre a lasciare una patina protettiva ed essere un ottimo antitarlo, il sangue dell'animale sacrificato, fosse di buon auspicio per un matrimonio ed una vita prosperi e fertili. Quando i rappresentanti, a bordo di macchine cariche di scatole e valige, iniziarono a bussare di casa in casa proponendo biancheria già confezionata, cambiò tutto. Le mamme, invece d'insegnare alle figlie l'arte di farsi il corredo con le proprie mani, cominciarono a comprare tutto già pronto, spesso pagando le rate per molti anni. Piano piano, saper cucire, ricamare, lavorare ad uncinetto, non fu più necessario e divenne un semplice passatempo. Oggi, il corredo si acquista quando serve. La cassapanca che lo conteneva in attesa del giorno del matrimonio, è stata messa da parte e sostituita dai mobili moderni. Da tanto tempo, ormai, non accompagna più le spose nella vita matrimoniale. I tempi sono cambiati e le usanze sono state dimenticate. Chi ha la fortuna di avere una cassapanca in casa, acquistata direttamente da un artigiano o magari ricevuta in eredità da una nonna o una zia, spesso non sa di possedere un tesoro prezioso che per moltissimi secoli è stato il custode dei sogni, della felicità e dei segreti di tante spose della Sardegna.
Francesca Murgia
Ricordi di guerra
Rita, che ora ha 86 anni, allora ne aveva appena 13, ma ricorda bene delle lunghe ore trascorse nella stanzetta sotto casa sua
«Appena le campane della chiesa cominciavano a suonare, mamma acchiappava i miei fratellini più piccoli e correvamo tutti a metterci al sicuro. Solo mio fratello, che allora aveva 10 anni, si rifiutava di venire con noi: lui voleva vedere cosa succedeva, così scappava fuori e tornava solo dopo che l'attacco era finito. Nel nostro rifugio ci stavano una ventina di persone, perciò insieme a noi, a condividere la paura e l'attesa, c'erano sempre anche le nostre vicine di casa. All'ingresso si accendeva "sa lantia" e chi aveva più paura andava a mettersi infondo alla stanza che era fatta a forma di elle. Mi ricordo che mia mamma e le altre donne ci dicevano "Pregate, pregate!” e per tutta la durata dell'allarme, imploravano:
“Santa Brabara e Santu Jacu
Bosu potaisi is craisi de lampu
Bosu potaisi is craisi di cieu,
no tocheisi fillu alleu, ne in domu ne in su sattu,
Santa Brabara e Santu Jacu." e, mentre loro terrorizzate pregavano tutti i santi, noi ragazzini, che non capivamo la gravità della situazione,"si da pigaiausu ai spassiu" e ridevamo. Quando l'attacco finiva e finalmente lasciavamo il rifugio, arrivavano le notizie di ciò che era successo: qualche volta c'erano vittime tra le persone che erano a lavoro in campagna e non si erano potute nascondere, oppure capitava che aerei abbattuti cadessero vicino a Serramanna.»
Anche Agnese, che all'epoca era piccolina, si ricorda i momenti trascorsi nel rifugio «Nei muri mettevamo tante immaginette sacre affinché ci proteggessero e tutti insieme recitavamo “Santa Maria fa che gli inglesi perdano la via”» Nonostante le lacrime, la paura ed il dolore, tra i ricordi di Agnese riaffiora anche qualcosa di bello « Mi ricordo che tre soldati che stavano nelle casermette vicino a Sant'Angelo, si erano affezionati alla mia famiglia e venivano spesso da noi: portavano dei pacchi di pasta e mia mamma gliela cuoceva. Erano giovanissimi e avevano paura, proprio come noi. Uno di loro, alla fine della guerra non è più andato via: ha trovato l'amore e si è sposato con una ragazza di Serramanna.»
Francesca Murgia
sabato 1 settembre 2018
Pietre, memorie di un' antica conoscenza
In Sardegna esistono siti frequentati e abitati migliaia di anni fa, famosi ancora oggi per le loro "virtù" curative: pietre concave sulle quali le donne si distendevano invocando una gravidanza, menhir ai quali i malati si appoggiavano per scacciare mal di schiena e acciacchi vari. Ai più scettici, certi discorsi possono apparire come semplice autosuggestione, creduloneria o addirittura una forma di sciocca stregoneria, ma in realtà sono stati fatti studi di radiodiagnostica che pare confermino che le pietre, ed in particolar modo i siti archeologici con blocchi lavorati dai nostri progenitori, possiedano una potente forza magnetica e diffondano influssi che donano una sensazione di benessere fisica e mentale. I nostri lontani antenati probabilmente su questo argomento avevano conoscenze molto più avanzate delle nostre. Nel 1990 lo scienziato Pierluigi Ighina dichiarò che i menhir ed i dolmen erano stati eretti con la funzione di prevenire i terremoti: sosteneva che riequilibrassero l'energia magnetica negativa terrestre con l'energia positiva del sole. Non esiste conferma che lo scienziato avesse ragione, ma due cose sono certe: la prima è che in Sardegna c'è un'altissima concentrazione di menhir e la seconda è che sia l'unica regione d'Italia a non essere sismica. Dunque, in questo presente fatto di astruse tecnologie e complessi preparati farmaceutici che dovrebbero guarirci, la semplicità della radioterapia neolitica è più attuale che mai e l'energia sprigionata da un monolite o da un semplice ciottolo di fiume aleggia intorno a noi, donando benessere al nostro corpo e regalando serenità al nostro Spirito.
Francesca Murgia
mercoledì 25 maggio 2016
Acqua di San Giovanni
Per la preparazione occorrono lavanda, elicriso, rosmarino, iperico, menta, salvia, timo, verbasco e artemisia, rosa, gelsomino, mirto, alloro, ma non è indispensabile che ci siano tutte e si possono aggiungere altre erbe o fiori. Dopo aver spezzettato i fiori e le foglie con le mani, si mette tutto dentro un catino pieno d'acqua che deve stare sotto la luce della luna per tutta la notte. La mattina del 24, l'acqua magica di San Giovanni è pronta e si deve toccare con le mani e bagnarsi il viso, esprimendo un desiderio. Il resto dell'acqua si utilizza poi come acqua profumata per lavarsi le mani e il viso. Non è detto che il desiderio si realizzi ma, sicuramente, un bellissimo profumo avvolgerà chi ha praticato il rito.
Francesca Murgia
(Articolo pubblicato pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/ )
venerdì 18 marzo 2016
La chiesa dei misteri
La chiesa patronale di San
Leonardo, costruita intorno al XVI secolo, sarà una delle mete di
“Monumenti Aperti 2015”.
I visitatori potranno ammirare il campanile a pianta ottagonale, unico in tutto il sud della Sardegna, il bellissimo fonte battesimale, le meravigliose tele di Domenico Tonelli, l'antichissima cappella del Santissimo. Ciò che invece resterà chiuso e nessuno vedrà, è “la leggendaria cripta della chiesa di San Leonardo”. Infatti, anche se gli abitanti di Serramanna ne hanno sempre sentito parlare, questo luogo misterioso nessuno l'ha mai visto e nessuno sa se realmente esista. Da molte generazioni, “si dice” che dietro l'altare maggiore si nasconda l'ingresso di un luogo segreto. Le versioni sono tante: una cripta, ciò che resta di un'antica chiesa, un passaggio segreto che attraversava il paese e conduceva fino alla chiesa di San Sebastiano, un vecchio cimitero. Dicerie, “Contus de forredda” dei nostri nonni, leggende, oppure c'è qualcosa di vero? Indaghiamo. Le ricerche in rete, i vari testi su Serramanna e sulla chiesa, gli opuscoli pubblicati nel corso degli anni, conducono tutti allo stesso nome: Salvador Vidal, monaco e scrittore sardo vissuto tra il 1575 ed il 1647. Nel 1639, nel libro “Annales Sardiniae”, raccontava che la chiesa di San Leonardo era stata costruita sopra ciò che restava di un'altra chiesa che custodiva preziose reliquie di santi (Subterranea subestalia ecclesia obruta).
Forse la leggenda è cominciata proprio con questo libro, ma non abbiamo la certezza che sia attendibile. Proseguendo la nostra ricerca in biblioteca, troviamo per caso un atto notarile del 1696 nel quale “Giovanni Battista Crobu, Procuratore della parrocchiale chiesa del paese di Serramanna” affida al “maestro Bachisio Pirella, muratore” l'incarico di terminare i lavori già cominciati della cupola e dei tre bracci della soletta della chiesa. Nasce a questo punto una domanda: se quella zona era ancora in costruzione, l'altare dove si trovava? E' possibile che, se la cripta c'è, non sia sotto l'altare maggiore che conosciamo oggi? Forse è necessario concentrarsi sulla costruzione più vecchia.
All'interno della
chiesa, la cappella di Santa Maria e quella della Madonna di Pompei
sono le uniche che ancora conservano il pavimento antico. L'atmosfera
profuma di un passato lontano. Potrebbero fornirci qualche indizio?
Don
Giuseppe Pes, l'attuale parroco, conferma che qualcosa c'è. «Nella
pavimentazione della cappella del Santissimo, sembrerebbe che ci sia
quantomeno un varco. Sarebbe bello poter scoperchiare quella fila di
mattonelle per verificare cosa c'è sotto. Ma, per poterlo fare,
occorre l'autorizzazione della Sovrintendenza Archeologica» Ed
eccoci quindi, con un po' di amarezza, giunti al capolinea: sotto la
cappella di Santa Maria, la più antica di tutta la chiesa, potrebbe
nascondersi la cripta che stiamo cercando, antiche sepolture
dimenticate, un passaggio segreto che conduce chissà dove, oppure la
chiesa sotterranea di Vidal, ma la nostra ricerca deve interrompersi
di fronte al vicolo cieco delle regole e delle difficoltà
burocratiche.
Francesca Murgia
(Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/)
(Articolo pubblicato sulla Gazzetta del Medio Campidano http://www.lagazzetta.eu/)
“Serramanna
scorci di vita paesana” di Luigi Muscas, 1993. Serramanna, Storia
di una comunità agricola del campidano, Fernando Caboni, 2008.
“Serramanna
insolita”, di Paolo Casti, 2010.
“Serramanna
piccole note sulla storia e su alcuni monumenti del paesone” di
Alessandro Zucca, 2011-
lunedì 22 agosto 2011
Nebida, il Paradiso è qui.
Molti, alla parola Sardegna, associano la Costa Smeralda, locali notturni, calciatori e veline in vacanza, bella vita, soldi che escono dalle orecchie...Un mondo per ricchi ed arricchiti, inaccessibile alla gente comune...ma in verità quella non è la Sardegna dei Sardi, quello è un angolo di paradiso che , come fecero i nativi con l'America, qualcuno ha svenduto per poche perline di vetro, pentendosene poi amaramente quando si è visto cacciare dal suo mondo ormai divenuto irriconoscibile...
La "vera" Sardegna però esiste e resiste ancora.
Quella sardegna dove, per andare in spiaggia ancora non si paga ne parcheggio ne ombrellone in affitto...
dove un caffè ti costa ancora un euro e puoi bertelo mentre dall'alto di un belvedere mozzafiato ammiri un mare turchese punteggiato di tanto in tanto da scogli e faraglioni che emergono vanitosi dall'acqua.
Per chi cerca discoteche, trasgressione, miliardari da accalappiare, donne bellissime da portarsi a letto una notte in cambio di una borsetta Gucci, non è certo il posto ideale: il massimo dell'attrazione che propone la zona sono tre o quattro bancarelle dove si può comprare il torrone a ferragosto, un gruppo musicale sconosciuto che fa pianobar in una pizzeria di fronte al mare, un pò di animazione fatta da giocolieri improvvisati nella piccola piazzetta del paese ed i fuochi d'artificio che segnano la fine dei festeggiamenti d'Agosto...La Sardegna dei Sardi, fatta di gente cordiale che anche se non ti conosce, ti salua per la strada, dove nel negozio sotto casa, già alla seconda volta che entri a comprare il pane, si ricordano il tuo nome e ti trattano come un vecchio amico.
Un'altra Sodoma dove gli eccessi appariranno normali e giustificati "Non si può fermare il progresso...e poi in vacanza tutto è consentito..."
Intanto però, finchè dura, io mi godo il mio paradiso perduto e faccio colazione con il mio caffè da un euro, E mentre i vecchietti prendono posto nelle panchine della piccola piazza, perdendosi nei ricordi di quando facevano i minatori, io guardo un pò più in la, dove il mare mi invita a ricordarmi che ho appuntamento con lui, per tuffarmi ancora una volta nel suo blu...
- Un saluto a Nebida ed alla sua gente, con la speranza che il tempo e la sete di soldi non gli faccia perdere l'anima pulita che ancora conserva -
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