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sabato 12 aprile 2014

Medieval Mistery Tour

Gli Young Tradition nascono nel 1965 per iniziativa di Peter Bellamy, Royston Wood e Heather Wood. Sul modello della Copper Family costruiscono un repertorio di canzoni tradizionali eseguite senza accompagnamento musicale. Messi sotto contratto dalla Transatlantic pubblicano quattro album, l'ultimo dei quali vede la partecipazione di Shirley Collins: The Holly Bears the Crown vedrà però la luce solo nel 1995 grazie alla Fledg'ling, a causa dello scioglimento del gruppo. Poco prima la Transatlantic aveva dato alle stampe un'antologia e l'ultimo atto ufficiale della band, Galleries, arricchito dalla presenza di Dolly Collins, Dave Swarbick e dell'Early Music Consort diretto da David Munrow. Galleries si differenzia dai lavori precedenti per il suo spostamento verso la musica antica e si chiude con una versione della celebre Agincourt Carol, la canzone che celebra la sconfitta dell'esercito francese di Carlo VI da parte delle truppe inglesi di Enrico V in netta inferiorità numerica. La battaglia di Agincourt si collega alla leggenda degli Angeli di Mons, nata quasi cinque secoli dopo per spiegare come l'esercito tedesco, in schiacciante superiorità, non fu in grado di prevalere sul corpo di spedizione britannico sul continente. Come ben sanno gli appassionati di letteratura fantastica, la leggenda nacque da un articolo di Arthur Machen pubblicato sull'Evening News del 29 settembre 1914, poco più di un mese dopo l'evento bellico. Vi si sosteneva che a soccorrere i soldati inglesi furono gli spettri degli arcieri che nel 1415 ebbero ragione delle truppe francesi. Tre anni dopo Machen pubblicò The Terror, un racconto sugli effetti che la condizione bellica può generare su un piano soprannaturale; un piccolo capolavoro che anticipa Daphne du Maurier e Stephen King.
Altri tradizionali degni di nota contenuti in Galleries sono John Barleycorn, The Banks of the Nile - ripresa due anni dopo anche dai Fotheringay - e Idumea, l'inno metodista scritto nel 1763 da Charles Wesley le cui nove versioni costituiscono l'asse portante di Black Ships ate the Sky dei Current 93.
Dopo lo scioglimento del gruppo Peter Bellamy intraprende una carriera solista durata vent'anni mentre Royston Wood e Heather Wood continuano a esibirsi come duo pur approdando alla loro unica produzione discografica solo nel 1977. No Relation, titolo che allude all'assenza di parentela tra i due musicisti, si avvale di ospiti come Ashley Hutchings e Simon Nicol. Lo stesso anno Heather si trasferisce negli Stati Uniti mentre Royston si aggrega per un breve periodo agli Swan Arcade
Il disco che presentiamo compendia Galleries, No Relation e l'EP Chicken on a Raft del 1967.




The Young Tradition, Galleries (1968)

Introductia
The Barley Straw
What If A Day
The Loyal Lover
Entracte: Stones In My Passway
Idumea
The Husbandman And The Servingman
The Rolling Of The Stones
The Bitter Withy
The Banks Of The Nile
Wondrous Love
Medieval Mistery Tour
Divertissement: Upon The Bough
Ratcliff Highway
The Brisk Young Widow
Interlude: The Pembroke Unique Ensemble
John Barleycorn
The Agincourt Carol




The Young Tradition, Chicken On A Raft (1967)

Chicken On A Raft
Randy Dandy-O
Shanties: Five Maringo / Hanging Johnny / Bring 'em Down / Haul On The Bowline





Royston Wood & Heather Wood, No Relation (1977)

A Shepherd Of The Downs
Come Ye That Fear The Lord
Foolish, Incredibly Foolish
Bold Benjamin-O
The Bold Astrologer
St. Patrick's Breastplate
The Cutty Wren
Will You Miss Me
Gloria Laus





[...] E, finalmente, giunse l'inevitabile "perché". Perché gli animali, che erano stati umili e pazienti sudditi dell'uomo, che avevano sempre avuto paura di lui, avevano dichiarato guerra all'antico padrone? Come avevan potuto prendere coscienza della loro forza e imparare a far lega tra loro?
E' una domanda difficile. Fornisco la mia spiegazione con molte riserve, pronto a modificarla se altri ne troverà di migliori.
Alcuni amici per i quali nutro grande rispetto pensano che sia avvenuto un "contagio dell'odio": la furia del mondo in guerra, la brama di morte che ha guidato l'umanità sull'orlo della distruzione ha contagiato infine queste più basse creature, e al posto della loro innata docilità ha fatto nascere collera, furia e istinti sanguinari.
Può essere una spiegazione, non lo nego: non pretendo di capire come funziona l'universo. Ma confesso che mi sembra una teoria fantastica: l'odio si diffonderebbe dunque come il vaiolo? Non so, mi pare difficile crederci.
La mia opinione - ed è solo un'opinione - è che la rivolta degli animali vada ricercata in un ordine di ragioni più sottile. Credo che i sudditi si siano ribellati perché il re ha abdicato. L'uomo ha dominato sulle bestie, e nei secoli lo spirituale ha regnato sul razionale attraverso la particolare grazia di spirito che ci è propria, che fa dell'uomo quel che egli è. E finché ha mantenuto questo potere e questa grazia fra lui e gli animali si è instaurato un patto d'alleanza. C'era supremazia da una parte, sottomissione dall'altra: ma al tempo stesso c'era quella cordialità che esiste fra sudditi e signori nello stato ben organizzato. Conosco un socialista secondo il quale i Racconti di Canterbury di Chaucer sono un ritratto della vera democrazia. Non so se sia vero, ma una cosa è certa: il cavaliere e il mugnaio andavano perfettamente d'accordo perché l'uno sapeva di essere un cavaliere, l'altro sapeva di essere un mugnaio. Se il cavaliere avesse dubitato del proprio grado, e il mugnaio avesse deciso che non c'erano ostacoli al suo trasformarsi in cavaliere, l'intesa fra i due sarebbe finita e il corso degli eventi avrebbe preso una piega difficile, sgradevole, sfociando forse nell'assassinio.
Lo stesso vale per l'uomo come specie. Io credo nella forza e nella verità della tradizione. Un uomo colto mi ha detto qualche settimana fa: "Se devo decidere fra le prove che mi fornisce la tradizione e quelle che mi fornisce un documento qualsiasi, ripongo sempre la mia fiducia nella tradizione. I documenti si possono falsificare, e spesso son falsi; ma non si può falsificare la tradizione". E' vero: si può quindi aver fiducia nel vasto corpus folclorico che parla dell'alleanza fra uomini e bestie. La favola popolare di Dick Whittington e del suo gatto rappresenta senz'altro l'adattamento di un'antica leggenda a un personaggio moderno, ma per quanto ci spingiamo nel passato sempre la tradizione popolare ha rappresentato gli animali come i sudditi e gli amici dell'uomo.
Tutto ciò in virtù di quell'elemento spirituale che è presente nell'uomo, e che gli animali, esseri razionali, non possiedono. "Spirituale" non vuol dire "rispettabile", non vuol dire "morale", e nemmeno "buono" nell'accezione ordinaria del termine. Significa piuttosto la prerogativa regale dell'uomo, la quale lo differenzia dalle bestie.
Ma da secoli l'uomo ha smesso la tunica reale, da secoli tiene lontano dal suo petto il balsamo del sacramento. Egli proclama di non essere spirituale, ma razionale, cioè uguale agli animali di cui fu sovrano. E giura di non essere Orfeo, ma Calibano.
Ora, negli animali vi è qualcosa che corrisponde allo spirito nell'uomo: è quel che ci contentiamo di chiamare istinto. Essi capirono che il trono era vacante, che non era più possibile amicizia col monarca deposto. Se non era un re era un impostore, un essere che doveva essere distrutto.
Fu questa, io credo, l'origine del terrore. E come si sono ribellati una volta, potranno ribellarsi ancora.

(Arthur Machen, Il terrore

La Buona Annata's Literary Supplement: The Bowmen

Fu durante la ritirata degli ottantamila; la censura militare è motivo sufficiente per non essere più espliciti. Fu nel giorno più terribile della guerra, quando la rovina e il disastro si avvicinarono talmente da gettare su Londra ombre sinistre. Senza notizie sicure il cuore degli uomini si chiudeva nel terrore, e i civili provavano gli stessi tormenti dell'esercito in battaglia. 
In quel giorno spaventoso, quando trecentomila soldati nemici si precipitarono a suon d'artiglieria sulle modeste forze inglesi, un punto delle nostre linee si trovò più in pericolo degli altri e rischiò la distruzione totale. Con il permesso dell'autorità militare dirò che questo punto occupava una posizione strategica, e che se avesse ceduto l'intero esercito inglese sarebbe andato incontro alla disfatta, gli Alleati avrebbero dovuto ritirarsi e una nuova Sedan sarebbe seguita inevitabilmente. 
Per tutta la mattina i cannoni tedeschi avevano bersagliato i difensori di quell'angolo vitale: non più di un migliaio d'uomini. I proiettili piovevano da ogni parte e i soldati si sforzavano di far battute scherzose. Inventavano un nomignolo per ogni bomba, facevano scommesse o le accoglievano, canticchiando i motivetti del music-hall. Ma le bombe, incuranti, dilaniavano i buoni inglesi, strappavano il fratello al fratello e con l'aumentare della calura del giorno aumentò la furia del terribile martellamento. A quanto pareva non c'era scampo: l'artiglieria inglese era buona, ma non sufficiente, e s'andava trasformando in una massa di metallo arroventato. 
C'è un momento, nelle peggiori tempeste sul mare, in cui gli uomini si ripetono l'un l'altro: " E' arrivata al massimo. Non può infierire più di così". Ed ecco arriva il fulmine fatale. Lo stesso avveniva nelle trincee inglesi.
Non c'erano al mondo uomini più coraggiosi, ma l'inferno scatenato dall'artiglieria tedesca li sovrastava, li schiacciava, e la fermezza dei loro cuori doveva misurarsi col terrore. Poi videro il nemico avanzare: dei mille inglesi non ne erano rimasti che cinquecento, ma la fanteria tedesca, grige divisioni che muovevano in colonna per spezzare le ultime resistenze, ammontava ad almeno diecimila uomini.
Non c'erano più speranze. I soldati si strinsero la mano, uno intonò una nuova versione della celebre Good-bye, Good-bye to Tipperary che finiva con le parole: "... Non ci arriveremo più". Poi aprirono il fuoco. Gli ufficiali fecero notare che era un'occasione unica, perché i tedeschi costituivano un ottimo bersaglio e cadevano fila dopo fila. L'uomo che aveva parafrasato Tipperary chiese: "Come va con quei confetti?". Le poche mitragliatrici facevano del loro meglio, ma era inutile: i soldati grigi si ammassavono l'un l'altro in pile di cadaveri, ma altri battaglioni li sostituivano continuamente.
 "Nei secoli dei secoli, amen" disse un soldato inglese, senza apparente motivo, mentre prendeva la mira e faceva fuoco. Poi gli venne in mente - anche qui senza motivo - un ristorante vegetariano di Londrain cui servivano cotolette di lenticchie e nocciole camuffate da bistecche. Sui piatti di quel ristorante era impressa una immagine di San Giorgio di colore azzurro, accompagnata dal motto: Adsit Anglis sanctus Georgius. (Possa San Giorgio aiutare gli inglesi. Il nostro soldato conosceva il latino e altre inutili sciocchezze, e ora, nel premere il grilletto contro la grigia massa che avanzava a trecento metri di distanza, ripeté il pio motto dei vegetariani. Vuotò tutto il caricatore, e alla fine il compagno che gli stava accanto dovette frenare amichevolmente tanta foga perché le munizioni del Re costavano e non aveva senso sprecarle contro un nemico già morto.
Dopo aver espresso la sua invocazione il latinista si era sentito invadere da una strana sensazione: qualcosa che stava a metà fra un brivido e una scossa elettrica. Il rumore della battaglia si era ridotto, nelle sue orecchie, a un pacato mormorio e al suo posto aveva udito una voce possente che superava il frastuono di cento campane: "Schieratevi, schieratevi, schieratevi!".
Il cuore del nostro soldato aveva perso un colpo, poi si era fatto gelido come ghiaccio. Udiva, o gli pareva di udire, migliaia di voci che gridavano: "San Giorgio! San Giorgio!".
"Ah, messere, ah dolce Santo, promettici un buon esito!"
"San Giorgio della fiera Inghilterra!"
"In fretta! In fretta! Monsignore San Giorgio, soccorrici!"
"Ah, San Giorgio, ah, San Giorgio! Un lungo arco, un forte arco."
"Cavaliere del Cielo, aiutaci!"
Poi il soldato aveva visto, oltre la trincea, una lunga fila d'ombre che brillavano. Parevano arcieri, e con un grido avevano mandato un nugolo di frecce contro il nemico germanico.
Gli altri soldati, nella trincea, non avevano smesso di sparare. Erano uomini senza speranza, eppure miravano come se stessero facendo una gara a Bisley.
All'improvviso uno di loro gridò, in puro, vecchio inglese: "Dio ci aiuti, ma stiamo assistendo a un miracolo". E al compagno che gli stava a fianco: "Guarda quei... quei gentiluomini in grigio! Non cadono a decine, e nemmeno  a centinaia... vanno giù a migliaia! Guarda, guarda, io ti parlo e là sparisce un reggimento!".
"Zitto!" rispose l'altro. "Di che vai cianciando?"
Ma non aveva finito di parlare che trasalì: perché veramente i grigi cadevano a migliaia. E gli inglesi sentirono le urla impotenti degli ufficiali tedeschi, il crepitìo delle pistole che facevano fuoco sugli indecisi: ma nemmeno la minaccia del fuoco servì a mantenere l'ordine nelle compagini, perché l'armata nemica si sfaldava linea dopo linea.
E intanto il latinista udiva l'urlo degli arcieri; "Avanti, avanti! Monsignore, nostro santo, stacci al fianco! San Giorgio, aiutaci!".
"Alto cavaliere, difendici!"
E le frecce volarono cantando, e in numero così grande che oscurarono il sole: E l'orda pagana si frantumò davanti a loro.
"Forza con le mitragliatrici!" gridò Bill a Tom.
"Non le senti?" fece Tom di rimando. "Ma per fortuna i tedeschi hanno avuto il fatto loro."
Infatti, davanti a quel punto vitale delle difese inglesi giacevano diecimila tedeschi morti. Non ci fu nessuna Sedan.
In Germania, paese governato da princìpi scientifici, lo stato maggiore si convinse che i dannati inglesi avevano usato bombe venefiche, perché sui corpi dei morti non vennero trovate ferite.
Ma l'uomo che sapeva riconoscere una bistecca vegetariana da una al sangue sapeva qual era la verità; san Giorgio era venuto in aiuto agli inglesi coi suoi arcieri di Agincourt.

(Arthur Machen, Il gran dio Pan e altre storie soprannaturali. Mondadori, 1982)