Punti di vista da un altro pianeta

Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post

venerdì 15 luglio 2016

La polarizzazione della paura (come una passeggiata mano nella mano sul lungomare)

La strage di Nizza è la realizzazione pratica dell'incubo, perché se nei casi - tremendi - che ci sono stati finora tu, che te ne stavi a guardare i fatti da distante, davanti al PC o alla tivù, ti potevi raccontare che sì, però ci vogliono le armi, che sì, però ci vuole l'esplosivo, che sì, però ci sono state falle nella sicurezza, che sì, però è un caso isolato, che sì, però le probabilità di finire coinvolti in una cosa del genere sono comunque risibili, che sì, però però però, tutte storie con cui ti raccontavi che in fondo quello che vedevi era un mondo che non apparteneva proprio al tuo mondo, come in quei libri di Philip K. Dick, tu che al mattino ti alzi in un piccolo quartiere nemmeno tanto centrale di Genova, un poco sulle alture, che il mare non lo vedi proprio bene, ma una strisciolina di orizzonte azzurro quella sì, e spesso ci sono anche dei bei tramonti laggiù a ovest, e poi dai da mangiare ai tuoi gatti, li accarezzi, loro si sfregano un po', le code dritte di soddisfazione, dopodiché prendi il tuo mezzo e attraversi la città, quattro chilometri e mezzo di Sopraelevata e la Lanterna lì, come un baluardo rassicurante, anche se non sei un navigante, la garanzia di una storia, di una tradizione, di quello che sei, di quello che siamo un po' tutti qui, di quello che abbiamo imparato a essere, o ci hanno insegnato, di qualcosa che non può mica cambiare, se la Lanterna è lì, da quanto?, novecento anni?, non lo sai neanche bene, qualcosa vorrà pur dire, ma non importa, perché intanto la macchina (o lo scooter o il bus) va un po' per conto suo a quest'ora in cui hai ancora lembi di sonno che svolazzano impigliati alle ciglia, e così arrivi al tuo ufficio e inizi la giornata, leggi le email, parli coi colleghi, una discussione, un caffè alla macchinetta, la mensa, la sbobba, la qualità mi pare scaduta, vero?, altro caffè, altri discorsi, qualche email, telefonate e la giornata prosegue nel tuo piccolo mondo che, però, non appartiene a quel mondo là, quello dei corpi a terra con i lenzuoli bianchi sopra, obitori a cielo aperto, come miniere di morte, visto che te ne torni a casa, alla peggio un po' di coda, una pasta al pesto in famiglia davanti al quiz, che provi anche tu a rispondere alle domande e se ci riesci è come se avessi vinto, mentre i gatti gironzolano affettuosi, e poi, visto che è una sera d'estate e fa caldo, non ci starebbe male un gelato, ma uno buono, non soltanto una manciata di grassi da appendere agli addominali e degli zuccheri da sciogliere nel sangue già denso e opulento di suo, e magari ci aggiungi anche due passi, voi due, mano nella mano, come fidanzatini, sul lungomare a Boccadasse (così simile a quello di Nizza), dove vi siete sposati, ormai sono quasi undici anni, mamma mia!, e vedi la chiesa e senti la sua mano e capisci che è ancora come quel giorno, anche se tu non è che ci credevi molto a questa cosa del rito (e nemmeno adesso, a dire il vero), però ci voleva comunque un sigillo, qualcosa che conferisse solennità a un momento che entrambi ritenete sacro, qualcosa in più di un semplice contratto tra due persone, due firme e via, si va casa a scopare, ma comunque non prima di aver leccato fino in fondo questo cono al cioccolato e pistacchio, che il caldo scioglie troppo in fretta e ti impiastriccia un po' le dita e, mentre passeggi al margine della risacca, scopri che una goccia è finita sulla tua maglietta fresca di bucato, ma che cazzo!, come un bambino di due anni, come quelli lì che giocano vicino ai banchetti che vendono braccialetti, quello dei croccanti e dello zucchero filato, e gli africani con i loro teli sistemati e le file di occhiali, borse, che una volta c'erano i CD e i DVD, ma ormai quelli non tirano più, i Ray-Ban taroccati invece, quelli ormai sono una tradizione, come quella di venire qui a farsi due vasche al tramonto, e difatti c'è parecchia gente stasera, fin troppi per i tuoi gusti che non ami le folle, e mentre dai il primo morso al biscotto e vedi i fanali che sfrecciano per Corso Italia, pensi: se adesso una di queste salisse sul marciapiede farebbe una strage, cosa ci vuole?, non c'è nemmeno bisogno di un Kalashnikov o di un mattoncino di C4, tutti quanti giriamo armati, un veicolo in velocità (e non serve nemmeno una gran velocità) è una bomba, soprattutto se, come questi qui, non hai paura di morire, non ti importa di morire, anzi sei convinto che la morte sia una specie di biglietto per riscuotere per un premio, non c'è la storia delle vergini?, quante erano? cinquanta? settanta? ottanta?, che poi quando si fanno saltare in aria le donne il premio invece qual è?, forse non doversi mettere più il velo?, o essere finalmente libere?, così mentre maledici la gelataia che ti ha messo prima il pistacchio mentre tu avresti voluto finire col cioccolato, cominci a guardarti intorno come se qualcuno avesse cosparso il mondo di una patina invisibile che ne altera la percezione e pensi che ogni lenzuolo bianco lasciato sul selciato da questa guerriglia - perché pur nella sua atipicità, questa è comunque una specie nuova di guerriglia - è una goccia che riempie la vasca della nostra paura, della nostra intolleranza, della nostra islamofobia, fa alzare di qualche grado il nostro braccio a puntare il dito contro i fenomeni migratori, fa scoprire sempre un po' di più i nostri denti contro le barbe lunghe, i caftani, il progetto della moschea e, nella nostra ignoranza e nella variegatezza di un fenomeno così complesso da comprendere o anche solo da circoscrivere, sollecita domande sul nostro futuro, sugli anni che verranno, come questa situazione verrà risolta, se mai questa situazione verrà risolta, perché qui non basta mandare una flotta, un esercito, sganciare qualche bomba da qualche parte, fare finta che abbiano armi di distruzione di massa e asfaltare un pezzettino di mondo (e poi firmare qualche contratto miliardario per ricostruirlo), mettere in conto qualche danno collaterale, perché qualcuno alla fine si deve sempre sacrificare per il bene
superiore, anche se il bene superiore è sempre il nostro, ma poi a un certo punto bene o male la finiremo, no?, no, magari questa cosa non finisce, nel senso che noi non la vedremo finire, perché non è una guerra normale che poi a un certo punto uno non ce la fa più e alza bandiera bianca e ci si trova tutti insieme in un bel posto a firmare un pezzo di carta e a mangiare qualche pasticcino, questo è qualcosa di diverso da tutto quello abbiamo sperimentato in passato, per cui la Storia non ci insegna niente, come se poi la Storia ci avesse mai insegnato qualcosa, quella Storia che ci urla - inutile negarlo - che tra le peggiori nefandezze ci sono sempre state di mezzo le religioni, quelle religioni che vogliono sempre imporre la loro visione della vita e del mondo a tutti quanti, quella Storia lì stavolta non ci aiuta, siamo in territori oscuri e avanziamo mettendo i piedi a caso, e sono territori pieni di buche, tagliole, abissi e mine antiuomo, territori inquinati di odio, un odio generalizzato, indiscriminato, che ha la forma del muro contro muro, sempre e comunque, perché è più semplice, è più comodo odiare tutti, è più conservativo, meglio tutti quanti, che dover impegnarsi a distinguere questi da quelli, che non è facile, che è faticoso, che magari anche il tuo fruttivendolo (marocchino), quello che ieri ti ha venduto un melone davvero squisito, domani pomeriggio sale su un autobus in centro e si fa saltare, così con la stessa naturalezza con cui alla mattina ha scelto dalla cassetta i pomodori per la signora Rossi, che li vuole belli sodi, meglio se un po' verdi, ma non troppo mi raccomando, che altrimenti sono troppo acidi, del resto lo dicono tutti che è una cagacazzo la signora Rossi, non sorprende che sia rimasta zitella, sempre a lamentarsi, come quando la becchi dal panettiere (egiziano) che questo è troppo cotto e quello è troppo pallido, quello è troppo unto e quello l'ultima volta era troppo salato, e l'altro giorno mentre cercava gli spiccioli nel portafoglio l'hai sentita bofonchiare che la badante (russa) del padre si frega gli yogurt dal frigo, così mentre addenti la punta finale del tuo cono che sa di pistacchio, ma avresti voluto che sapesse di cioccolato, ti rendi conto che l'unica soluzione che abbiamo, l'unico tipo di resistenza che possiamo mettere in atto noi, persone comuni, quelle che a centinaia, a migliaia, a milioni creano la società e il mondo intero come le gocce formano un mare, è quella della cultura e della conoscenza, perché solo la vera cultura e la vera conoscenza ci permettono di capire che il mondo è più complesso di quello che sembra, che il fruttivendolo (marocchino) è uno come te, che vuole solo fare la sua vita, dignitosa, che anche lui cerca un po' di felicità, né più né meno di te, e ne ha tutto il diritto, che anche se a intervalli regolari srotola un tappetino e si rivolge verso sud est intonando "Allahu Akbar!", non gli viene neanche in mente di salire sull'autobus in centro a farsi saltare in aria, come pure coloro che qualche giorno fa, mentre andavi al lavoro, hai incrociato per strada con le tuniche a festa che andavano a celebrare la fine del Ramadan, insomma la cultura - per te, per noi - è la vera resistenza, oggi, perché la cultura è quella che ci protegge dai populismi, dalle giustizie sommarie, dai demagoghi, dall'informazione falsa e tendenziosa, da Libero e da Il Giornale, ma anche da Repubblica, dalle bufale, dalle scie chimiche, dalle stronzate sui vaccini, dalla frottola che non siamo mai stati sulla Luna, dalla mancanza di rispetto e da tutte le -fobie culturali, la cultura ci aiuta a scegliere governanti migliori, ma anche a esserlo, gli stessi che devono prendere distanze dalle connivenze occulte, dalle lobby delle armi, dall'affarismo senza scrupoli, dallo sfruttamento capitalista, la cultura ci dà gli strumenti per capire che non sempre quello che pensiamo sia meglio, sia davvero meglio e quello che pensiamo vada a nostro svantaggio, sia davvero peggio, e che forse per stare un po' meglio tutti, qualcuno dovrà stare un po' peggio di così, quando un po' peggio di così magari significherà solo non cambiarsi l'iPhone ogni anno, non andare a mangiare fuori tutte le settimane, o non avere i fondi neri alle Cayman e un armadio pieno di vestiti griffati, perché il mondo, la politica, la società sono assai più complessi e variegati di un gelato vaniglia e amarena, e pensare di capire e giudicare le mosse per migliorarlo (il mondo, non il gelato) è ben più difficile che dire che Conte ha sbagliato a non portare a Balotelli all'Europeo, perché ti senti un sacco bene a riempirti la bocca con la storia della tolleranza, ma "tollerare" significa sopportare e "tollerare" non è abbastanza, non lo è più, anzi non lo è mai stato, perché dobbiamo stare tutti molto attenti alle parole che usiamo, ai significati che hanno, a quelli che gli attribuiamo o che ci insegnano ad attribuire loro, perché le parole ci definiscono, mettono la cornice intorno a quello che pensiamo e, dunque, a quello che siamo, perché hai un bel raccontarti la faccenda tutta rose e fiori dell'essere umani, del recuperare la nostra umanità, quando l'umanità è (anche) quella della tratta degli schiavi, della caccia alle streghe, del massacro di Srebrenica, dei lager in Corea del Nord, del branco di minorenni che violenta una ragazza, non è che lì – come in tanti altri posti, o fasi della Storia, o momenti della cronaca – si sia persa l'umanità, no, è che l'umanità è (anche) quella, esattamente come quella di un uomo che si mette al volante di un camion e fa una strage ricordandoci che il terrorismo si chiama così proprio per quel motivo che stai pensando adesso, e l'unico modo che abbiamo, noi, per combatterlo è sapere, essere convinti, pensare con tutte le nostre cellule, che il nostro diritto alla felicità non può essere pagato con il diritto alla felicità altrui, sia egli il nostro vicino di casa che tiene lo stereo troppo alto, Kaamil che sogna di fare il tassista ad Aleppo o la piccola Indira che cuce i nostri jeans per sedici ore al giorno in un sobborgo di Dacca.

martedì 14 giugno 2016

La connotazione umana (come un requiem)

Di fronte a un massacro delle proporzioni di quello di [Milano], resti sgomento e incredulo. Pare impossibile per una mente normale delineare i contorni di una violenza così fredda, inaudita, efferata, deviata. O meglio, è possibile farlo, ma nel momento in cui fai il tentativo, se proprio hai voglia di provarci, ti senti piombare dentro a un teatro dell'orrore, in cui il palcoscenico è l'intero pianeta, uno snuff movie in cui siamo tutti comparse che ignorano una sceneggiatura quasi casuale, scritta da un autore pazzo. E ti prende una vertigine, una nausea profonda, un senso di shock, l'incapacità di sopportare, di credere, perché quello non può essere, perché fa parte di una categoria (senti)mentale che non ti appartiene. L'orrore quotidiano, lo Cthulhu che non ha bisogno di essere risvegliato dalle viscere del pianeta o di provenire da un'altra galassia, ma che vive dietro la porta accanto alla nostra, si veste con le polo che vestiamo anche noi, sgranocchia le nostre stesse patatine, magari nell'ascensore scambia con noi impressioni sull'ultima puntata della serie tv ("Hai visto Hodor?"), porta perfino il nostro stesso profumo, al punto che un cieco potrebbe facilmente scambiarci l'uno con l'altra. Insomma, i suoi tentacoli immondi non li vedi, eppure ci sono eccome.

Da questo punto di vista non c'è un massacro peggiore degli altri. Tutte le vittime sono uguali. Sono cuori che sbattono a mille all'ora contro un muro che non doveva essere lì. Quindi, se volete davvero l'uguaglianza, non dite che tra i 93 morti del Bataclan, i 77 di Breivik, i 49 del Pulse e i [62] del [Veg's World] c'è differenza, solo perché questi ultimi erano [vegani]. No, miei cari: non c'è nessuna differenza. Il veleno fondamentalista che porta alla carneficina è sempre privo di senso per chi sta dalla parte sbagliata del kalaÅ¡nikov. Può essere il dio in cui credi, il tipo di sesso che fai, la squadra per cui tifi o, appunto, quello che [mangi]. La cosa curiosa e paradossale è che ognuna di queste cose è privata e non influenza in alcun modo le vite altrui. Perché dunque è così difficile accettarlo? Perché è così difficile portare rispetto per le idee e i modi di vivere di chi non è Noi Stessi? Semplice: perché ci piace sentirci sempre maledettamente superiori agli altri, un istinto animale non molto diverso dalla fame o dalla fregola di scopare. Fa parte della lotta per la nostra supremazia all'interno del branco e dobbiamo cogliere ogni occasione per affermarla, dimostrarla, rimarcarla, rinforzarla. Dobbiamo. Avere. Semplicemente. Sempre. Ragione. Ma questo non ci basta. No, miei cari. Abbiamo anche bisogno di imporre agli altri la nostra visione, affinché la conferma dell'affermazione del nostro orgoglioso primato, sia completa, totale, definitiva, perché non possiamo sopportare di vivere in un mondo dove qualcuno possa avere l'ardire di pensarla diversamente da noi, mettendo così in dubbio la veridicità assoluta delle nostre idee e, quindi, se è vero che noi siamo quello che pensiamo, della nostra stessa identità. Insomma, è quasi un'istanza necessaria quella di ergerci sempre e comunque a giudici assoluti di questioni sempre e comunque opinabili, al punto da dover – quasi nostro malgrado – insultare, castigare, punire, eliminare gli altri, perché la loro sola esistenza minaccia l'autorevolezza e la legittimità delle nostre idee e dunque mette in dubbio quello che ci rende quello che siamo. Insomma, basterebbe il rispetto. Invece facciamo soltanto schifo.

martedì 24 marzo 2015

Vanessa, Greta e la febbre siriana

Al di là del fango popolare, al di là delle strumentalizzazioni politiche, al di là delle verità opinabili, al di là di tutto quanto, perché Greta e Vanessa dovrebbero voler tornare nella polveriera della Siria? Per dimostrare che cosa? Che sono tipe con le palle? Che i loro ideali sono incrollabili baluardi nella tempesta della becera opinione nazional-popolare? Che non si lasciano condizionare da niente e da nessuno? Perché dunque Greta e Vanessa dovrebbero esporsi nuovamente al rischio di cui sono state vittime?

Facciamo uno sforzo di fantasia e supponiamo, per un attimo soltanto, che Greta e Vanessa tornino davvero in Siria e, dopo qualche mese di tranquillità, succeda che vengano nuovamente rapite. Possiamo supporre che si tratti di un'ipotesi remota, tuttavia non si tratta di un'eventualità totalmente prova di fondamento. Ora, al di là del fango popolare, al di là delle strumentalizzazioni politiche, al di là delle verità opinabili, al di là di tutto quanto, come dovrebbe comportarsi l'Italia in cotanto malaugurato caso? In quale inestricabile ginepraio di contraddizioni morali (e non solo) finirebbe per trovarsi?

Ora Vanessa dice pubblicamente che lei e Greta potrebbero voler tornare in Siria (nel titolo è usato l'indicativo, ma nell'intervista riportata su Repubblica.it Vanessa utilizza il condizionale), tuttavia sarebbe così scandaloso se levassero l'Italia dall'imbarazzo e optassero senza tentennamenti per una qualche forma diversa di volontariato? Magari in un posto meno a rischio? Il pianeta è (purtroppo) davvero pieno di gente che ha bisogno di attiviste come loro, persone desiderose di rimboccarsi le maniche, capaci di dedicare la propria vita agli altri. Dunque perché proprio la Siria, solo la Siria, nient'altro che la Siria?

L'ostinazione con cui Vanessa si pone nei confronti del ritorno suo e di Greta in Siria sembra dunque avere più che altro il profumo di quell'orgoglio forse un po' ingenuo, forse un po' sfacciato, ma che, per dirla con le parole di Vasco, "ne ha rovinati più lui che il petrolio". Un orgoglio dunque, per il quale più che il coraggio, poté la sciaguratezza. Infatti, a dispetto della vigliaccheria che sulle prime può sembrare, per essere capaci di fare la scelta opposta, ovvero guardarsi indietro (e dentro) e rinunciare per una volta alla propria orgogliosa ostinazione e passare ad altro, serve un coraggio ancora maggiore.

lunedì 16 marzo 2015

L'Isis, l'orrore e il Moncler

La sensazione comune è che si sia al cospetto del peggior orrore della Storia, almeno quella dell'ultimo secolo, almeno dai tempi di Auschwitz. Mettere di fronte al crudo spettacolo di roghi e decapitazioni ha fatto piombare l'occidente in un'atmosfera antica, non necessariamente medioevale, comunque un tempo di ghigliottine e vergini di Norimberga, caccie alle streghe e tori di Falaride.

La realtà è un po' diversa. Perché la sola, vera, specialità dell'orrore targato Isis, l'unico aspetto che lo differenzia dagli altri orrori della Storia in cui l'uomo ha dimostrato di sguazzare così bene, è la sua mediaticità, la sua presunzione, se vogliamo, la sua assoluta mancanza di pudore per la morte e il dolore.

L'Isis invece la morte e il dolore te li sbatte sotto il naso, in tutta la loro puzza insopportabile di merda, piscio, vomito, sangue, terra, sudore e marciume, anche per te, sprofondato al calduccio nel tuo divano che ancora profuma della Ferilli, di fronte al tuo maxischermo OLED comprato in trentasei comode rate mensili (ma tranquillo, pagherai da giugno) e il tuo Moncler fiammante eretto ad armatura contro quei vili attacchi alla tua Civiltà.

Invece l'orrore dell'Isis è (semplicemente) l'orrore della guerra. Una guerra atipica, se vuoi, non convenzionale, d'accordo, che non risparmia civili inermi compresi donne e bambini, va bene, una guerra che ha regole diverse da quelle cui ti hanno raccontato a scuola, te lo concedo, ma pur sempre una guerra in piena regola. E quello che l'Isis ci mostra non è niente più dell'orrore che scaturisce dalla natura umana nel momento in cui un uomo lotta all'ultimo sangue contro un altro uomo.

Credi che in Vietnam, Corea o Afghanistan, o in occasioni di eccidi come quello di Srebrenica (giusto per citarne uno vicino a noi nel tempo e nello spazio) l'orrore sia stato minore? Credi che il napalm servisse per accenderci i barbecue? Solo ci è stata fatta la cortesia di non mostrarcelo. Sì, certo, ne abbiamo letto a riguardo, ma la cronaca è racconto e il racconto è comunque una forma di narrativa con le sue iperboli e la sua possibilità di non credere, almeno non fino in fondo. Non è come essere lì, non è come vedere ciò che accade. Così, come un libro, quell'orrore abbiamo potuto metterlo nello scaffale delle cose brutte, okay, ma che in fondo non ci riguardano. Per intendersi, quel ripiano lassù in cima, bello in alto.

Invece l'Isis non ci risparmia niente. L'Isis ci mostra la guerra per quello che è. Spettacolarizzata, certo (i suoi video hanno comunque aspetti coreografici non trascurabili), ma comunque senza i filtri del pudore, del perbenismo, dell'ipocrisia. L'Isis vuole dirci che un giorno toccherà a noi, perché non si fermeranno finché non avranno raggiunto Roma, Parigi, Berlino, Londra. L'Isis vuole farci tremare il buco del culo. E invece, mostrandoci senza alcuna pietà l'orrore della guerra, l'Isis ci mette semplicemente in contatto con la realtà, ci fa conoscere quell'orrore dal quale - a meno che non abbiamo incontrato la guerra direttamente - ci siamo sempre volentieri sottratti o ci hanno sempre tenuti al riparo. Guardare l'orrore negli occhi significa invece conoscere la guerra come non l'abbiamo mai conosciuta, imparare a non nascondere la testa sotto la sabbia, e in questo modo sviluppare gli anticorpi morali (ma non solo) per affrontarla.

Insomma, alla fine è come se l'Isis ci stesse facendo un favore, insegnandoci che un Moncler non basterà a proteggerci. Nemmeno l'ultimo modello.

sabato 17 gennaio 2015

Greta, Vanessa, i media e noi

In tutta questa storia Greta e Vanessa hanno due difetti terribili. Il primo è la loro giovanissima età. E su questo non ci sono dubbi, visto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni. Il secondo, peraltro in parte diretta conseguenza dal primo, è la faccia. Proprio lei. Quella cosa che, a noi che siamo totalmente al di fuori della loro vicenda e ce ne facciamo un'idea solo attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, ci trasmette due espressioni che, in fatto di volontariato, te le immagineresti più dietro il banco della lotteria di beneficienza della Festa Parrocchiale di Sant'Agata, che in Siria a un tiro di kalashnikov da un manipolo di mujaheddin con le barbe cespugliose e le cartucciere incrociate sul petto.

Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.

Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?

Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà, né con l'umanità. Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.

Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?

venerdì 16 gennaio 2015

La dura legge di Bergoglio (una specie di telefonata)

Pronto, Francesco? Mi permetti di chiamarti così? Ecco, se ho ben capito, in pratica, stando a quello che hai detto oggi, se un amico offende mia mamma, è lecito che si aspetti da me un pugno. Giusto? Quindi, in base a questo, è altrettanto lecito che, in un frangente del genere, io glielo dia, un pugno. È così? Quindi un pugno in faccia va bene. Ottimo. Sai, tanto per sapere... Non vorrei che, se le dà della puttana, va bene la faccia, ma se le dà della stronza, devo invece limitarmi alla pancia, ecco.

Quindi, insomma, mi confermi che tutte quelle storie lì, di "ama il prossimo tuo", di "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te", dell'"altra guancia", eccetera, le possiamo considerare roba vecchia, obsoleta, come le musicassette e i televisori a tubo catodico. No, per essere sicuro, perché sai, così, anche la questione della difesa proporzionata all'offesa, fondamento della filosofia del diritto a partire dalla Legge del Taglione, non è che ci fa proprio una buona figura e non vorrei poi dover venire a confessarmi.

Ah, scusa, un'ultima cosa: ma sei sicuro che 'sta faccenda valga solo per gli amici? Non è che vale anche per i conoscenti?

mercoledì 14 gennaio 2015

Satira, democrazia e giornalisti in minigonna

Se vale il principio che la libertà di qualcuno finisce dove inizia quella di qualcun altro, la libertà di espressione della satira dove finisce? Qual è il suo limite? Ne ha uno? Lo deve avere? O forse, meglio, lo può avere? L'impressione mia è che la risposta sia no. A vedere certe vignette di Charlie Hebdo sembra che il limite non esista, almeno nella misura in cui l'offesa o la volgarità vengono messe a servizio di quello che è da sempre il fine principale della satira: attaccare le espressioni del potere (soprattutto politico e religioso). A questo punto l'unico pericolo che può rendere la satira spazzatura, è che sia inefficace.

Ma la forza della satira, la sua veemenza, la sua esplosività, non possono prescindere dalla percezione che l'oggetto rappresentato (ovvero chi in qualche modo se ne sente coinvolto) ha di essa. È il caso per esempio del dogma islamico dell'iconoclastia, molto radicato e sentito tra i musulmani, riferendosi all'irrappresentabilità non solo di Maometto e Allah, ma anche di ogni figura umana che possa essere oggetto di venerazione, contro cui va Charlie Hebdo ogni volta che pubblica una vignetta che raffiguri Maometto.

Dunque la domanda è: in nome della libertà di espressione, i giornalisti di Charlie Hebdo hanno superato (o superano) il limite? In che modo Charlie Hebdo e tutti i giornali di satira possono trovare giustificazione al loro superare i limiti? Qual è il principio - se non giurisprudenziale, per lo meno razionale - per cui non possono essere accusati, per esempio, di vilipendio contro le religioni? Che cosa salva la satira? La risposta è semplice: la sua indipendenza, ovvero il fatto che la satira sia davvero libera da ogni condizionamento e ogni altro fine, se non quello di smascherare i vizi del potere. Non questo potere o quel potere: tutti i poteri.

Perché la vera satira non è comparativa, non fa preferenze, è questa la sua prerogativa più nobile. E finché sulle copertine di Charlie Hebdo come del Vernacoliere troveremo Cattolicesimo, Islam ed Ebraismo, non per mettere in ridicolo le religioni in quanto tali, ma per caricaturare le loro umane storture, amplificarle e metterle, nude, di fronte agli occhi dei lettori, la satira troverà nell'esercizio della sua indiscriminata libertà, il limite (necessario) alla sua stessa libertà. Del resto pensare che quelli di Charlie Hebdo se la siano cercata, è come dire che se una donna esce in minigonna e tacchi a spillo non si deve lamentare se viene stuprata.

martedì 13 gennaio 2015

Tutto è perdonato

Un'immagine forte, ma anche delicata. Profonda, ma anche toccante. Il tutto senza un briciolo di retorica. Questo è genio. Puro. E chi avrà l'ottusità di condannarla come blasfema e provocatoria, dimostrerà come le religioni addormentino la ragione, creando mostri.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Hebdo, ovvero della penna e della spada

A Parigi tre musulmani irrompono nella redazione di Charlie Hebdo armati fino ai denti e fanno una strage. Il motivo? Per qualcosa che è stato scritto, ovvero perché qualcuno, con l'inchiostro, ha impresso su della carta qualcosa che da qualcun altro è ritenuto offensivo. Ora non ci vuole un politologo, sociologo, antropologo, ecc, ma basta un semplice marziano, per affermare che si tratta di un'azione orrenda, sintomo di un oscurantismo civile, culturale e morale, che solo un barbaro estremismo religioso può inculcare nei suoi adepti. Tuttavia si può fare qualche breve considerazione che vada oltre il solo problema del diritto alla libertà di espressione contro cui si pongono azioni di stampo nazista come questa.

Partiamo proprio dal concetto di offensivo. In linea generale non è detto sia semplice definire il punto in cui si situa il confine tra "rispetto" e "offesa", sebbene nel caso dell'Islam questo sia invero abbastanza chiaro, per lo meno circa il divieto delle rappresentazione delle icone sacre. Ma a questo la religione non interessa, perché la religione decide. È infatti prerogativa della religione assolvere la funzione morale nella comunità e dunque ergersi nel contempo a Legge e Giudice e nel fare questo la religione, nella sua divina presunzione di possedere la Verità, non si pone mai il problema di discriminare i destinatari del suo messaggio, chi crede e chi no. Dunque succede che la religione cerchi di imporre sempre e comunque il rispetto della sua propria morale ovunque a chiunque. Ma se per chi crede e si identifica con quei principi morali ciò è legittimo, anzi "naturale", perché dovrebbe esserlo per chi crede, ma non si identifica appieno coi principi morali, oppure per l'infedele che non crede affatto o crede ad altro?

Ma il peccato, ovvero la trasgressione del principio morale, non dovrebbe essere qualcosa che mette esclusivamente le azioni del singolo a confronto con i suoi propri principi morali (quelli in cui crede)? Dove sta il diritto dell'ortodosso di ergersi a giudice delle azioni altrui? Non dovrebbero forse le azioni impure dell'infedele costituire di per se stesse già una condanna all'inferno senza il bisogno di ulteriori scomuniche o efferate giustizie sommarie? Eppure, armi a parte, non è forse questo lo stesso modo di porsi che la Chiesa Cattolica ha nei confronti degli omosessuali, dei divorziati, di chi vuole abortire o di chi desidera procreare con la fecondazione eterologa? Non è forse lo stesso principio dell'imposizione indiscriminata di una morale, nonostante quella supposta trasgressione non tolga alcunché a chi cerca di imporla?

Lo so, direte voi, ma quelli se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, i preti no (anche se ci sono state delle vignette non proprio leggere come questa quassù, sui preti pedofili)! Ebbene, se una volta si diceva che ne ferisce più la penna della spada, questo è senza dubbio un elemento a merito di chi scrive e disegna, e in questo modo combatte per la libertà, ma è anche un modo per dire che nella sua depravata attitudine di ergersi a giudice e a guida morale anche nei confronti di tutti, per sua natura la religione impartisce sofferenze indicibili, capaci di straziare delle vite, con proiettili e parole.

Il marziano è tornato.

lunedì 2 maggio 2011

Ballando sul morto

Perché dovrei gioire perché un uomo è stato ucciso? Con la stessa partecipazione del rigore decisivo dei mondiali di calcio? Dove sta il motivo di tanta gioia? Come se l'avessi tirato io, quel rigore, ovvero premuto quel grilletto? La rete che si gonfia, il cranio che si spezza. E via con le bandiere, i clacson, le birre nei bicchieri di plastica, la ola e i caroselli. Forse nell'illusione che questo segni la fine del terrorismo e dunque della paura? Che l'eliminazione fisica del simbolo di un movimento così diffuso, destrutturato e articolato come Al Qaeda, possa implicare l'estinzione del movimento stesso? Che l'esposizione delle foto del morto possano restituire un significato reale a quel concetto di giustizia invocato nel suo messaggio dal Presidente Barack Obama («Giustizia è fatta!») rispetto alle migliaia di civili rimasti sul campo di un conflitto che è prima di ogni altra cosa ideologico e culturale?

Perché non ho alcuna voglia di danzare sul cadavere di un uomo morto ammazzato, ancorché senza dubbio non uno stinco di santo, un finanziatore di stragi, un sobillatore di disordini, un plagiatore di kamikaze, uno che portava il kalashnikov come la gente porta l'iPhone? Forse perché ho la sensazione che tutto questo valga soprattutto a titolo di un'operazione di chirurgia estetica per l'amministrazione americana? Forse perché mi aspetto - oggi ancora più di ieri - che da un momento all'altro scoppi una bella bomba in un posto molto affollato di bambini? O forse solo perché mi dà i brividi sentire il freddo della carne morta sotto i miei piedi?

lunedì 7 marzo 2011

Chiare, fresche e dolci cosa?

C'è un'università che organizza il convegno "Petrarca tra Genova e Venezia". Roba per addetti ai lavori s'intende. Le cose fatte dalle università sono sempre un po' così. Studiosi certo, storici una manciata forse, studenti anche quelli, magari un po' di più, per lusingare il professore di turno. E pure qualche appassionato di storia della letteratura italiana, in giro si sarà fregato le mani. Ma non è che all'uomo della strada interessi granché il Petrarca, a meno che Madonna Laura non si riveli una via di mezzo tra Belèn Rodriguez e Lady Gaga. E questo è un dato.

Poi succede un altro fatto. Che uno dei massimi studiosi italiani del poeta di Arezzo si chiami Enrico Fenzi e in gioventù abbia fatto parte delle Brigate Rosse. Ora per farla breve, e correndo il rischio di semplificare troppo, costui ha militato nel gruppo terroristico e sfruttando il suo ruolo di docente di letteratura italiana presso l'Università di Genova in buona sostanza tentava di fare proseliti fra gli studenti per la causa terrorista. Siamo nella seconda metà degli anni '70. Nel '79 egli fu arrestato una prima volta, ma assolto per insufficienza di prove. Il 4 aprile dell'81 fu arrestato nuovamente e stavolta condannato, per cui alla fine si fece il carcere fino al 1985 e la libertà provvisoria fino al 1994. Poi uscì. Per la cronaca si dissociò dalla lotta armata nel 1982. E tutti questi sono altri dati.

Ora torniamo al convegno. L'università in questione, che poi è proprio quella di Genova, invita Fenzi a parlare sul Petrarca. E come succede in questi casi, tutto tace. Del resto, chi se le fila queste cose, se non i tipi di cui sopra? Poi a un certo punto la faccenda sale alla ribalta della cronaca e si alza un coro di sdegno e un'eco che rimbalza di proteste, di gente che si straccia le vesti, di anatemi. Cosa che è successa proprio qualche giorno fa. In prima linea c'è l'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo che dice si tratta di un oltraggio ai caduti per mano delle Brigate Rosse. Scomoda anche le parole del Presidente Napolitano che il 9 maggio 2008, in occasione della Giorno della memoria delle vittime del terrorismo, disse:
"Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e mai dimenticando le sue responsabilità morali, anche se non più penali."
Ma non ci sono solo loro. A destra e a sinistra, si sentono prese di posizione contro la scelta di invitare Fenzi a parlare sul Petrarca.

Pur nella rispettosa consapevolezza che ci sono persone che in quella sciagurata stagione di violenza e di terrore hanno perso la vita, se si vuole considerare il concetto nudo e crudo di "giustizia" e si vuole pensare che la "giustizia" valga ancora qualcosa, ovvero che una persona possa - grazie alla "giustizia" - pagare i suoi conti con la società e rimetterla al pari con essa, allora resto disorientato di fronte a tali reazioni, così veementi da convincere gli organizzatori extrema ratio ad annullare del tutto il convegno. Del resto credo che ci si possa porre nei confronti della questione, senza dubbio molto spinosa e delicata, solo in due modi.

1) Fenzi ha pagato? Allora perché non lasciarlo lavorare e vivere la sua vita? Fare una lezione sul Petrarca in qualità di grande esperto in materia quale egli è, va a confliggere con le sue "responsabilità morali" o va in contrasto con la "discrezione" di cui parla il Presidente Napolitano? L'Aiviter sostiene che il convegno onorava Fenzi. Dunque chiedere a un esperto di tenere una lezione su un poeta del '300 significa onorare l'esperto? Il fatto che lui "salga (di nuovo) in cattedra" (come faceva ai tempi) a parlare a un convegno sul Petrarca offende la memoria delle vittime del terrorismo? Con tutto il rispetto per esse, la faccenda, nella sua petrarchità, ha un sapore paradossalmente strumentale che finisce per far confondere la giustizia con il perdono, il Canzoniere con l'oblio. Permettere a Fenzi di parlare in pubblico sul Petrarca non significa assolverlo dai suoi peccati, né dimenticare quello che ha fatto e le gravi responsabilità che ha avuto. Ma non permettergli di farlo significa ritenere che la giustizia non sia mai abbastanza e che ci sia sempre bisogno di qualcosa in più, qualcosa che, proprio per questo, perde i connotati di giustizia e diventa, se non uno strumento di vendetta, quanto meno una ritorsione senza fine.

2) Fenzi non ha pagato? Questa assomiglia molto all'idea che un individuo (Fenzi in questo caso diventa solo un esempio) in fin dei conti non possa mai ripianare i suoi conti con la società, nel momento in cui la pena che gli è stata comminata presto o tardi gli consente di ritornare a fare parte della società stessa. In effetti da quassù non sento mai dire che questo o quello hanno pagato abbastanza. Da questo punto di vista l'annullamento del convegno, è la prova del fallimento della giustizia stessa, se non quella dei tribunali, di certo quella delle coscienze. In tal caso forse sarebbe meglio che si mettessero al bando le ipocrisie e si andasse in giro a manifestare a favore della pena di morte.

License

Creative Commons License
I testi di questo sito sono pubblicati sotto Licenza Creative Commons.

Statistiche

Blogsphere

Copyright © Il grande marziano Published By Gooyaabi Templates | Powered By Blogger

Design by Anders Noren | Blogger Theme by NewBloggerThemes.com