Punti di vista da un altro pianeta

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giovedì 23 luglio 2015

Il destino dell'incauto neologista

Poi succede che un giorno senti una parola che non avevi mai sentito prima. Neologismi li chiamano. In genere per la prima volta li leggi sul giornale o su un manifesto pubblicitario, o li ascolti alla radio o alla televisione, che anche se sono parole nuove, più o meno il significato lo capisci dal contesto e la prima volta sembra quasi un accidente, uno sbaglio, uno scherzo, finché non li senti una seconda volta e poi una terza, magari da un amico o da un collega al lavoro. E quando li ascolti (o li leggi) vuol dire che in qualche modo sono già in circolo come virus inestirpabili. Nella fattispecie non sai mai se quella che stai ascoltando/leggendo sia la sua prima volta, l'esordio assoluto di quella parola nell'ambito della comunicazione umana, ma in genere se un neologismo si aggira nei territori dei mass media vuol dire che ha già conquistato un suo diritto all'esistenza.

Eppure ci sarà qualcuno, da qualche parte, un demiurgo letterario che li forgia, i neologismi. Non è che le parole nascono da sole, come le canzoni di Vasco, già con le parole. Ogni neologismo avrà pure un suo papà da qualche parte, qualcuno che avrà avuto l'illuminazione per esprimere un vecchio concetto in un modo nuovo, originale e più efficace, o per esprimere una nuova situazione in una maniera più adeguata, più concisa, di quelle che calzano a pennello e si insediano facilmente nelle menti degli interlocutori/ascoltatori/spettatori/lettori, ignari, incolpevoli e ricettivi come spugne vergini, finché magari dopo un po' hanno pure l'onore di finire dentro al dizionario che se le metti nel tema, il prof non te le può più segnare con la matita blu. Robe che funzionano tipo: gugolare, gombloddo, pentastellato, bunga bunga, celodurismo, downloadare, svapare...

E sarebbe tanto, tanto bello poter sapere chi è il papà di queste nuove parole, colui che per primo le ha pensate, e poi scritte e dette (o viceversa), una persona che così, come niente, cambia la vita di noi tutti, perché cambia il nostro modo di comunicare. Sarebbe davvero elettrizzante poter cliccare da qualche parte et voilà, ecco chi è il papà di quella nuova parola!, dargli un volto, un nome e cognome, magari anche la targa di un'auto, un indirizzo, sapere dove andarlo a prendere, insomma, e trascinarlo in un posto appartato, magari dotati di qualche strumento duro e con una certa massa, uno spezzone di tubo innocenti potrebbe andare bene - di quelli per i ponteggi per intendersi -, e dargliele, dargliele, dargliele di santa ragione per avere inventato il termine: apericena.

lunedì 9 settembre 2013

Femen, ovvero la tetta è il mezzo o il messaggio?

Non ci credo. Non credo alle loro battaglie, ai loro pugni alzati, alle loro smorfie e alle loro urla. Perché le Femen sono (tutte) troppo belle, hanno (tutte) le tette troppo sode, le pance (tutte) troppo piatte, per pensare che non siano attentamente selezionate come modelle disoccupate per passerelle inconsuete. Non si può non osservare che i loro sono veri e propri show e, anche se talvolta vengono realizzati - bisogna ammetterlo - in condizioni estreme e dunque difficili e non prive di rischi e di conseguenze, non possono essere considerate vere e proprie proteste, in quanto l'ostentazione e reiterazione inalterata delle modalità, quelle di esporre il seno nudo e slogan dipinti sul corpo, dà origine almeno a due contraddizioni forti.

Innanzitutto, l'uso ostentato del corpo femminile, vero e proprio marchio di fabbrica delle Femen, trasforma il messaggio femminista nel suo opposto, delegittimandone così l'azione, in quanto la mancanza di un nesso causale forte tra mezzo e messaggio, fa prevalere la strumentalizzazione del corpo al solo scopo mediatico. A cos'altro serve che a ogni performance si mostrino seminude, se non a far cliccare la gente come scimmiette sulle foto che fanno il giro della rete in tempo reale?

In secondo luogo, un movimento di protesta che cerca credibilità non può essere realizzato solo per interposta persona. La protesta spesso è sì catalizzata da un movimento, altrettanto spesso (anzi sempre) guidato da un singolo personaggio di grandissimo carisma, ma poi va in scena con la gente, per le strade, nelle piazze. A centinaia, a migliaia, a milioni. La protesta vera è un'epidemia e vive di contagio e di partecipazione. È così che si diffondono le idee e si cambiano le cose. Chi sono invece quelle donne? Perché protestano? Chi rappresentano? Rispondono: le donne ucraine. Eppure vediamo le Femen manifestare per le istanze più diverse. Passando dal turismo sessuale in India, alla repressione dei media, dal mondo della moda, a Putin, da forum economici mondiali, alla Gazprom, alla discriminazione omosessuale, al Vaticano. Dunque a che titolo fanno quello che fanno? Chi si sente rappresentato dal loro agire? E, soprattutto, a cosa (a chi?) serve quello che fanno?

Senza entrare nel merito delle voci che cominciano a girare, ovvero sul fatto che l'ideologo del movimento femminista sarebbe in realtà un uomo, tale Viktor Svyatskiy, che a proposito della sua creazione avrebbe ammesso: "Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne", o sul fatto che il movimento sarebbe finanziato da tre miliardari e dunque le ragazze lautamente stipendiate, se è vero che il mezzo è il messaggio, tutto ciò che ricorderete delle loro proteste è solo quello su cui vi si posa maggiormente l'attenzione. Delle gran tette. E comincio a credere che non abbiate bisogno di molto altro.

lunedì 28 novembre 2011

Se con l'e-book mi diventi cieco


Nel senso che ti può capitare di entrare in un libreria che da fuori sembra tale quale le altre. Libri in quantità. Per lo più i soliti titoli messi in evidenza sui banconi vicino all'ingresso, quelli più gettonati. I soliti autori. Le solite case editrici potenti e padrone del mercato. Ma non è tanto questo il punto. Perché se ti dai la pena di andare a cercare negli scaffali più reconditi, quelli vicini alla porta del bagno, quelli nascosti dietro le colonne, trovi anche i libri di nicchia, quelli più rari, le case editrici di frontiera, autori sconosciuti, ma non per questo meno interessanti, anzi spesso di più, sperimentalisti e spavaldi. Ma non è neppure questo il punto.

Il punto lo capisci quando provi a prendere in mano un libro. La copertina è come tutte le altre, ma a te piace leggere gli incipit per farti dare una suggestione, un'impressione di stile, come un'annusata a occhi chiusi su un piatto che non hai mai mangiato prima. È un modo come un altro per decidere se acquistare un libro, no? Quindi lo apri e lì. Rimani. Di sasso. Le pagine del libro sono bianche. Ma tutte, che diamine! Immacolate come neve. Neanche un'ombra di nero. È evidente che quelle pagine non hanno mai visto l'inchiostro neanche nei contenitori. Curioso, davvero. Così ti dici che probabilmente quella copia ha avuto qualche problema in tipografia. Così provi quella sotto. Identica. E così pure tutte quelle della pila. Quasi surreale, come in uno di quei racconti di Borges.

Stai già per chiamare uno dei commessi per fare rilevare loro l'imbarazzante problema, quando - chissà perché - ti viene lo scrupolo di prendere in mano un altro libro. Altro autore. Altro editore. Ma, accidenti!, stesso biancore. Poi senti uno dietro di te che chiede permesso. Tu ti sposti e vedi lui, un tizo allampanato con un paio di occhiali dalla montatura blu, che allunga una mano e prende uno dei libri della pila che hai appena esaminato. Lo sfoglia. Annuisce tra sé e se lo porta via soddisfatto. «Ma...» abbozzi tu, che lui è già alla cassa. Così fai presto a renderti conto che tutti i libri sono così. Sono bianchi. Eppure i clienti li guardano, li prendono, li sfogliano, li comprano. Che razza di libreria è questa? Sono tutti pazzi?! O forse è in te che c'è qualcosa che non va? È chiaro che, delle due, la statistica fa propendere per quest'ultima ipotesi.

Eppure ci vedi benissimo. Non hai mai avuto problemi. Ti guardi le mani, i palmi, i dorsi. Ti guardi intorno. Forme, colori, tutto è perfetto come sempre. Non ti bruciano nemmeno gli occhi. Poi improvvisamente noti due stranezze. La prima è che tutti i clienti portano un paio di occhiali. La seconda è che gli occhiali sono tutti identici. Adesso che ci fai caso, c'è anche uno scaffale dove quegli occhiali sono persino in vendita. E così scopri con una certa sorpresa che per leggere i libri di questa libreria sei obbligato a comprare un paio di quegli occhiali, i suoi occhiali, che solo lei vende. Perché con gli altri occhiali, questi libri non li puoi leggere. Sì, ti spiegano poi, che in realtà esistono lenti accessorie che riescono a far leggere questi libri anche con altri occhiali, ma l'ostacolo resta e loro, che ce lo hanno messo, lo sanno bene.

Quella che osservi è una sorta di mutazione degli attributi del libro, dunque anche della sua essenza. Una volta il libro, pur anche nella sua prosaica sostanza commerciale, era comunque un oggetto unico, identico, globale, standardizzato, democratico. Qualunque libreria scegliessi per comprarlo, lo trovavi sempre uguale e identico a se stesso. Con l'e-book, invece, questo non accade più. Perché contrariamente a quello che è accaduto con la musica , in cui l'mp3 è stato fin dagli albori un formato condiviso da tutti, lo stesso non si può dire per il libro, dove non esiste un unico standard, bensì convivono ancora più formati di cui, almeno uno, proprietario al 100%. Così se compri un e-book da Amazon e hai  - per dire - il lettore della Sony, non potrai leggere il libro (almeno senza quei filtri accessori di cui sopra). Viceversa se compri un e-book da IBS, se hai il lettore di Amazon sei fregato.

Ora, non si può dire se ciò contribuirà a penalizzare la diffusione della cultura. Non si può esserne certi. E questo, non va dimenticato, è comunque solo uno degli aspetti del fenomeno e-book, che dunque non può essere l'unico discriminante nel giudizio. D'altro canto è anche vero che forse sono solo i modi che stanno cambiando e i cambiamenti bisogna digerirli e assimiliarli, sapendosi adattare a essi. Però è un dato di fatto che, in base a come l'e-book è evoluto, per lo meno finora, l'oggetto-libro ha acquisito suo malgrado, che ci piaccia o no, un ulteriore attributo di produttività e di mercato. Ma questo non è nemmeno così tragico. Quel che è peggio è che per fare spazio a questo ne ha dovuto cedere uno di democrazia e di libertà.

lunedì 14 novembre 2011

Decrescita? No, grazie!

Nonostante le argomentazioni e i propositi, che qualsiasi essere umano sano di mente dovrebbe trovare condivisibili, almeno a livello concettuale, la filosofia della decrescita a mio avviso è afflitta da due vizi, uno in qualche modo evitabile, l'altro purtroppo connaturato alla filosofia stessa, che agiscono come attriti profondi alla sua diffusione presso i cittadini del mondo occidentale. Il primo è di ordine puramente rappresentativo e, non tenendo in considerazione il fatto che comunque la società occidentale è una sorta di mediamondo, in cui dunque le idee non possono (più) prescindere dai mezzi di comunicazione con cui vengono diffuse e dalla forma con cui vengono diffuse, il termine "decrescita" è quanto di più deleterio e controproducente ci possa essere.

La gente è superficiale, la gente non approfondisce, la gente è pigra e presuntuosa e dunque si convince sempre di avere capito tutto alla prima impressione. La gente per lo più costruisce le proprie opinioni di un'esistenza intera solo per sentito dire. Dunque quale può essere il destino di una filosofia, che è anche uno stile di vita, imperniata su una parola chiave come "decrescita"? Come convincere la gente anche a interessarsi a una cosa che se ne va in giro a dire come prima cosa che "meno è meglio" (come nell'ultimo libro di Maurizio Pallante, uno dei maggiori promotori italiani del "decrescita felice " e fondatore dell'omonimo Movimento)?

Crescere è un termine che prima di ogni altra cosa l'istinto associa ai processi biologici e normalmente, se le cose vanno per il verso giusto, a meno dunque di circostanze patologiche, la crescita è quello che sempre ci si auspica. Basti pensare ai bambini che se non crescono è un guaio, ma lo stesso succede ai germogli del grano o ai pulcini o ai vitelli. Dunque, per converso, il termine decrescita evoca qualcosa che non funziona, ovvero che non è desiderabile. Perché dunque farlo diventare il termine di riconoscimento rappresentativo del nuovo mondo che vorremmo? Da un punto di vista memetico non potrà mai funzionare.

Ma c'è anche un'ulteriore svista semantica da considerare, nella quale a mio avviso sono inciampati i vari filosofi e promotori di questo ambizioso programma di rinnovamento sociale globale. Ed è il fatto che se senti la necessità di associare alla "decrescita" un aggettivo positivo come "felice" o "serena", confermi implicitamente la negatività della prima e questo messaggio quasi subliminale, nell' immaginario sempre superficiale e un po' rozzo di chi ascolta, non fa altro che acuire per reazione l'attitudine al rifiuto e in questo modo ad allontanare il destinatario anche solo dalla voglia di fare un tentativo per capire qualcosa di più della visione che vi sta dietro, abortendo così fin dal principio la possibilità che vi possa trovare dentro qualcosa di buono e, magari, condivisibile.

Il secondo, quello intrinseco, è di natura mentale, o se vogliamo psicologica, ma ne parliamo - e, almeno per ora, concludiamo - venerdì (che mercoledì ho in programma un'altra cosa).

/continua

lunedì 31 ottobre 2011

Figli di noia

Poi è facile che in questo periodo ti capiti di parlare della crisi. Tipo qualche giorno fa, al lavoro, con alcuni colleghi (ci sono testimoni pronti a giurarlo). Parte tutto da una trattativa in corso per dei nuovi contratti collettivi. I sindacati ti hanno anche dato il classico volantino con le tabelle. Si parla di una proposta di aumenti di una manciata di decine di euro spalmati su tre anni. E mentre - manco a dirlo - commentate disincantati la sostanziale irrisorietà dell'incremento degli stipendi, tu butti lì (apposta) un piccolo sasso nello stagno: «Invece di aumentarci lo stipendio, potrebbero diminuirci le ore di lavoro». Al che tutti smettono di parlare e tu vieni guardato dai colleghi come se fossi un marziano, cosa che, date le circostanze, potrebbe anche essere considerato un complimento.

La statistica suggerisce la probabilità che in quel frangente di colleghi ce ne fossero un po' di tutte le età, vicino a te, giovanissimi neolaureati, di quelli che magari vivono ancora coi genitori, meno giovani, sposati da poco, alcuni con figli piccoli che la notte li fanno andare fuori di zucca, e impiegati - chiamiamoli - "maturi", di quelli che non vedono ancora il traguardo della pensione, ma che sono ormai fuori dalle logiche dei pannolini o della discoteca, uomini potenzialmente tranquilli, insomma. Eppure tutti, giovani, vecchi, uomini, donne, invariabilmente tutti quanti, ti guardano e fanno segno di no con la testa. «Figurati!» dice uno. Lo sguardo al marziano di poco fa è diventato l'espressione che si riserva a uno che non capisce un cazzo, la qual cosa in effetti non esclude la prima. «No, no!» esclama un'altra, quasi con il terrore che le tue parole possano essere prese sul serio da qualcuno. «E poi cosa cazzo faccio se rimango a casa?» aggiunge un terzo, sgomento. «Spendo!» si risponde da solo un istante dopo, dando voce al traguardo di un ragionamento tutto suo. «Eh sì» annuisce quella di prima. «Se stai a casa, cosa fai?» alza le spalle, «finisce che vai a farti un giro al Centro Commerciale...» e da lì a tirare fuori il bancomat per portarti a casa qualcosa che non ti serve, anzi, di cui fino a mezzo minuto fa non sapevi neanche l'esistenza, non è niente di più di un battito di farfalla che vola di fronte alla borsa di Hong Kong.

Dice eloquentemente Paolo Cacciari nel suo Pensare la decrescita:
"[il lavoratore si riduce a essere un] biodigestore che metabolizza il salario con le merci e le merci con il salario, transitando dalla fabbrica all'ipermercato e dall'ipermercato alla fabbrica."
E non è forse questa l'altra faccia dello stesso perverso circuito di (dis)valori responsabile, nei contesti finanziari, della dipendenza dal profitto a tutti i costi come (unica) virtù da perseguire, e tutto il resto intorno a fare da semplice accidente collaterale, quando non ostacolo da cercare di rimuovere a qualunque prezzo? Vivere-per-essere-ricchi e vivere-per-comprare sono due aspetti complementari di realizzazione individuale nell'avere. Solo che in questo caso la spirale è - se possibile - tremendamente più triste e prosaica e, per questo, tragica, perché testimoniata da individui che, pur subendola in toto, l'hanno fatta propria come normale (anzi ovvio) stile di vita, abituale modo di essere e di vedere le cose, anzi addirittura l'unico possibile, in quanto nella loro prospettiva non ha alcun senso prendere in considerazione alcunché di diverso, tipo sedersi e provare piacere dal leggere un libro, realizzare un lavoro a maglia, dipingere in riva al mare, fare del bricolage, giardinaggio, trekking, piuttosto che dal sentire il brivido del rumore della strisciata di una carta di credito o dall'accarezzare con lo sguardo la pendenza positiva del grafico dei guadagni dell'ultima speculazione in borsa che hai fatto.

La percezione del tempo libero dunque non è (più) vista come un'inestimabile ricchezza a credito dell'individuo in quanto fonte di arricchimento e di potenziale realizzazione sociale, culturale, familiare, personale, bensì come una voce a debito nel bilancio dell'esistenza personale in quanto portatrice di spese (per lo più inutili, ma - ahimè - inevitabili!), meglio ancora se in comode rate mensili a un tasso speciale* fatto apposta per te (prima rata a partire da gennaio 2012).

/continua
(*offerta valida solo fino al 31 ottobre 2011)

giovedì 27 ottobre 2011

La condanna del frigorifero

È curioso (e molto interessante) scoprire che i teorici della decrescita hanno fatto partire il loro ragionamento sull'insostenibilità di una società basata sulla crescita illimitata da un presupposto di pura fisica. In genere, quando si sente spiegare la decrescita, si ascolta invariabilmente il seguente ragionamento intuitivo: un mondo finito non può avere crescita infinita, ovvero prima o poi lo sviluppo esaurirà le risorse. Okay, la riflessione pare piuttosto evidente, ai limiti dell'ovvio. Eppure non tutti sono d'accordo. Nella fattispecie c'è chi contesta questa logica sostenendo che ciò non è necessariamente vera giacché la Terra non è un sistema chiuso (ovvero "finito"), bensì riceve costantemente energia dal Sole. Questo, a giudizio di coloro che non credono alla necessità della decrescita, basterebbe a rendere le risorse del pianeta teoricamente infinite (o almeno disponibili fino a quando ci sarà la nostra stella in queste condizioni di stabilità a rinnovarle), a patto - s'intende - di saperle sfruttare con efficienza.

A questo punto, i difensori della tesi dell'insostenibilità del sistema economico rincarano la dose, affermando che basta applicare la Seconda Legge della Termodinamica per dimostrare che di questo passo la razza umana non ce la potrà fare a tirare avanti a lungo. Si parla di venti o trent'anni al massimo da oggi. Per chi non si intende di fisica, il concetto è riassumibile in questo: non è possibile far passare spontaneamente calore da un corpo freddo (ovvero a temperatura minore) a un corpo caldo (ovvero a temperatura maggiore). In altre parole, se volete bere una bevanda a temperatura minore dell'ambiente, dovete metterla dentro un apparecchio che consuma più energia di quella che entra in gioco nel solo processo di raffreddamento, un'energia usata al solo scopo di far diminuire la temperatura della vostra bibita. Questo si lega al concetto di aumento di entropia, ovvero della misura dell'irreversibilità dei processi (il motivo per cui - per esempio - non si può inventare un motore perpetuo o non si può separare il caffè e il latte del cappuccino) e all'aumento del disordine dei sistemi, che in ultima analisi dà il grado di indisponibilità di un sistema a produrre lavoro, per cui al termine di un processo fisico la qualità dell'energia utilizzata peggiora, il che significa che, benché l'energia si conservi, non si trova più nelle stesse condizioni di produrre lavoro come all'inizio.

Fu l'economista rumeno Nicholas Georgescu-Roegen all'inizio degli anni '70 ad avere per primo l'intuizione di applicare questo concetto ai sistemi economici, diventando così il padre della moderna idea di decrescita e il suo massimo caposcuola. Il punto, invero piuttosto semplice, è che siccome tutti i processi produttivi industriali e sociali sono processi bio-fisici, e dunque di fatto assoggettabili anch'essi alle medesime leggi della fisica di cui sopra, in pratica qualsiasi "lavoro" che facciamo fare a un processo o a una macchina, ha un suo rendimento che, per quanto massimo, non è mai il 100%. Ciò significa che tutto ciò che facciamo (costruiamo, produciamo ecc.) ha sempre una ricaduta, un prezzo da pagare in termini energetici, anche per il solo fatto di volerlo fare (costruire, produrre ecc.), pertanto
"qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali.

Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada ("matter matters, too"), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in future attività economiche: una volta disperse nell'ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, queste possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore ed a prezzo di un alto dispendio di energia.

Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un'entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell'entropia e in generale i vincoli ecologici."
(fonte: Wikipedia)
Da queste considerazioni Nicholas Georgescu-Roegen invocò la necessità di creare un approccio radicalmente nuovo all'economia, una filosofia (lui la chiamò bioeconomia) che tornasse a far dialogare il sistema produttivo con il pianeta che lo ospita e ne destina le risorse, un binomio che l'economia postbellica di stampo neoclassico aveva negato, disgiungendo in maniera netta e senza possibilità di appello i processi produttivi dall'ambiente in cui essi avvengono, in nome della corsa ultraliberista allo sviluppo, al benessere e - soprattutto - al profitto.

Ebbene, se non ora, quando?

/continua

lunedì 10 ottobre 2011

PdL: psico-analisi di una campagna

La nuova, fiammante campagna di adesioni al Popolo della Libertà deve registrare due notazioni d'obbligo, anzi tre, anzi quattro. La prima, esplicita e palese, riguarda l'assenza - per la prima volta da diciassette anni a questa parte - del nome di Berlusconi nel simbolo. E questo è un segnale importante di come lo stesso fondatore del movimento (non chiamatemelo "partito") evidentemente considera la "vendibilità" della sua immagine presso gli utenti più o meno finali, e della direzione finalmente diversa (?) verso cui il partito sta guardando in vista delle prossime elezioni politiche, quando mai saranno.

La seconda, assai più sottile, riguarda la forma degli slogan: tutte domande. Il PdL non aveva mai sollevato quesiti al popolo, non sembrava interessato a voler far ragionare il suo elettorato, piuttosto a servigli dei dogmi preconfezionati senza possibilità di fare ipotesi o di poter deragliare da binari solidamente imbullonati lungo una strada concettuale già tracciata. Questo implica un approccio diverso al destinatario del messaggio, in quanto, contrariamente all'affermazione, la domanda - ancorché retorica - presuppone istintivamente che il destinatario fornisca una risposta e quindi partecipi in maniera attiva all'assimilazione del messaggio/domanda la cui fruizione dunque si completa non solo con la lettura del messaggio in sé, ma anche attraverso l'elaborazione consapevole della sua risposta.


La terza, strettamente collegata alla seconda, è che - come prevedibile - non si tratta di domande normali, essendo domande puramente tautologiche, ovvero quesiti in cui la risposta è già contenuta nella domanda. In altre parole si tratta di false domande cui la risposta è - di fatto - concettualmente obbligata, o intrinsecamente rispetto all'idea che la domanda esprime, oppure rispetto a come la domanda risuona nell'interlocutore. Per esempio "Ami davvero il tuo paese?" Ovviamente tutti coloro che vogliono sentirsi buoni cittadini, o anche solo per amor di carta d'identità, risponderanno "Sì". Tendendo dunque a stabilire una correlazione tra la domanda e la risposta, analogamente questo processo tende a instaurare una connessione tra il mittente e il destinatario, rispetto a una sostanziale unità di intenti che vuole in questo modo configurarsi su un piano subliminale, ovvero assai più profondo e meno visibile.
Ma c'è un'altra cosa.

Le domande che campeggiano sui cartelloni infatti sono cinque, tre delle quali invero assai fiacche e prive di una qualche originalità ("Vuoi difendere la tua libertà?", "Ami davvero il tuo paese?" e "Vuoi dare più forza all'Italia?"). Le ultime due però sono diverse perché non attengono strettamente al piano politico o sociale come le altre, che si rivolgono direttamente al rapporto del cittadino con la sua nazione, o parlano al cittadino del valore cui socialmente egli dovrebbe tenere di più, ovvero la libertà. La quarta infatti recita semplicemente: "Non vuoi arrenderti alle difficoltà?" E trovo che sia anch'essa un po' bolsa. Mentre l'ultima, la più spettacolare, chiede: "Sai distinguere il vero dal falso?" Ed è proprio su questa in particolare che mi voglio soffermare. Qui non si trova alcun riferimento diretto o indiretto alla politica, dunque, né all'economia o alla società. Nessuna citazione dei temi più classici di una campagna politica: lavoro, istruzione, pensioni, giovani, occupazione, sanità, sviluppo, sicurezza, né alcun riferimento a tipici valori politici o sociali. Invece viene tirato in ballo solo il concetto di vero e di falso. Non vi pare strano?


Ebbene, anche questa, come le altre, anzi ancor più delle altre, è una domanda la cui risposta è obbligatoria. Chi non distingue il vero dal falso, significa che è uno che si fa infinocchiare e chi mai ammetterebbe candidamente di essere uno che si fa abbindolare? La curiosità è che ci si vede provenire una domanda sulla verità e la falsità delle cose da parte di un movimento (non chiamatemelo "partito") che ha al vertice un personaggio che apertamente, senza mai alcun ritegno, ha sempre fatto proprio della confusione tra il vero e il falso la sua cifra comunicativa. Vista sotto questa lente, la domanda assume dunque i contorni di una pericolosissima arma a doppio taglio. Per la serie: ma come, proprio tu mi vieni a chiedere questo?! Tu e i tuoi lacchè a gettone, bugiardi matricolati, che non fate altro da diciassette anni che dire una cosa e subito dopo il suo contrario e non fate altro che praticare lo sport di pronunciar menzogne, anche (soprattutto) quando sono facilmente verificabili, dunque smentibili? A me verrebbe da rispondere: certo che so distinguere il vero dal falso, e proprio per questo non mi ci iscriverò mai al tuo cazzo di movimento! Quindi c'è qualcosa che non torna. Possibile che chi ha concepito la frase non abbia pensato alla possibilità di una reazione del genere? Siamo dalle parti del Tunnel Gelmini, o c'è qualcosa sotto?

È evidente che qui l'effetto marketing si gioca davvero sul filo di un rasoio molto sottile e affilato, perché in questo caso il messaggio è ancora più subdolo e fa il doppio gioco tipico del venditore più astuto. Io, che ti sto facendo la domanda, so che tu sei di quelli come si deve, di quelli che non si fanno prendere per il naso, anzi voglio proprio solleticare la tua autostima di soggetto furbo e intelligente. Per questo so che tu penserai che nessuno, mosso dall'intenzione di fregarti, avrebbe il coraggio di porti una simile domanda. Nessuno che volesse abbindolarti sul serio vorrebbe metterti, lui per primo, la pulce nell'orecchio. Dunque la tua retroazione a un simile messaggio sarà quella di tendere a credere alla veridicità della fonte che lo esprime e quindi di schierarti dalla sua parte. Questo se le tue resistenze interne non sono molto forti, naturalmente. Altrimenti scatterà, inevitabile, la pernacchia. Per questo, la frase in sé suona quasi come un'ardita scommessa, o come l'estremo tentativo di salvare una diga che sta mostrando giorno dopo giorno sempre più falle. La sensazione però è che di dita per tappare tutti i buchi stavolta non ce ne siano abbastanza.

giovedì 6 ottobre 2011

La pornificazione della realtà

Una volta, peraltro non molto tempo fa, il caffè con panna era roba per gente lubrica e voluttuosa, lo sconveniente cedimento a un'epicurea tentazione alimentare che, sebbene oggettivamente non avesse nulla di male, tranne forse un picco glicemico transitorio e il rischio - peraltro non trascurabile - di qualche movimento peristaltico incontrollato dovuto ai tradimenti occasionali della panna montata, era considerato socialmente come qualcosa di lascivo, qualcosa che attirava sguardi sbiechi, un catalizzatore di sensi di colpa, dunque da praticare con assoluta moderazione e possibilmente anche con una certa discrezione. Poi giunse una catena di caffetterie dalla vista lunga e presentò ufficialmente al mondo la sua linea di caffè con panna: semplice, con crema di nocciole, con mandorle, con amaretti, con amarene, con marron glaceés, con frutti di bosco, con foglioline di menta, con scaglie di cioccolato ecc. in una costellazione di morbide lusinghe gustative a basso (anzi bassissimo) costo, capaci di far crollare a ripetizione anche gli spiriti più tenaci e morigerati. Non ci vuole molto a capire che l'istituzionalizzazione di una seduzione è sufficiente, col tempo, a modificarne la percezione dell'aspetto morale.

Che il sesso stia subendo ormai da anni lo stesso trattamento non è certo un'intuizione marziana. I media lo apparecchiano in tutte le possibili varianti del Vātsyāyana Kāma Sūtra, come forma suprema di esca pubblicitaria, in termini di avvicinamento asintotico all'orlo del capezzolo, di inquadrature che imitano prospettive da sala parto, di pezzi di gnocca che quanto a silicone sfidano le guarnizioni idrauliche più problematiche, peraltro dotate dell'utilità e dell'espressività di una carta moschicida appesa al soffitto. Ed è inutile dire che le mosche siete voi. Ma non c'è solo questo. Perché non si possono dimenticare tutti i contorni pruriginosi che emergono quotidianamente dalle tristi vicende (più o meno private) dell'attuale Premier & C., e che più o meno ogni giorno vengono servite su un piatto d'argento, ancora calde e fragranti, a beneficio dell'insaziabile morbosità della gente, condite da particolari piccanti sempre più ricchi, sempre più indulgenti nel linguaggio e nelle immagini, insomma sempre più pelose, mentre i media si fregano le mani di fronte a tutto questo ben-di-dio su cui possono affondare i loro canini sempre bisognosi di nuovi scoop, sempre più esclusivi e straordinari.

Se dunque lo sdoganamento del caffè con panna può aver portato nel medio-lungo periodo (sicuramente) a un leggero aumento del colesterolo sociale medio, (probabilmente) a una maggiore incidenza del diabete e (forse) a un lieve incremento nelle vendite di carta igienica, con una partecipazione sempre più frequente di società produttrici di carta igienica in società produttrici di panna da montare, che cosa accadrà mai con il sesso? Se l'imperativo categorico è alzare sempre la posta, crescere pensando di non avere limiti, grattare con le unghie il fondo del barile pensando che il barile sia senza fondo (ma le unghie prima o poi si consumano), vivere schiavi dell'aumento dei fatturati, appendere la qualità delle esistenze alle derivate dei grafici dei guadagni, giacché quello che dopo un po' diventa normale perde giocoforza tutte le sue attrattive, quali scenari sociali possiamo mai immaginare che si realizzino rispetto al sesso entro una decina (o ventina) d'anni da oggi? Se in termini economici qualcuno paventa una recessione come la più grande sciagura possibile a fronte di un'incapacità (intrinseca) del sistema di tenere i suoi grafici sempre in salita, potete giurare che al sesso accadrà qualcosa di molto simile. Solo che in questo caso non la chiameranno recessione, la chiameranno impotenza.

venerdì 30 settembre 2011

venerdì 23 settembre 2011

«Da grande farò la escort!»

Forse il marketing pubblicitario è la prima cartina al tornasole dei cambiamenti della società. Niente oggigiorno, infatti, riesce a tastare il polso del sentire comune con altrettanta acutezza e - soprattutto - dinamica rapidità, restituendone in tempo quasi reale messaggi che, proprio per il motivo per cui nascono, sono lo specchio di ciò verso cui sono rivolti. Nella fattispecie mi riferisco all'ultimissima campagna di un nuovo marchio di abbigliamento femminile, Fracomina, che sta tempestando le strade italiane in questi giorni con una serie di poster dai messaggi piuttosto interessanti, nel loro essere derivati direttamente dall'attualità italiana degli ultimi mesi, al punto da poter essere definiti prodotti di instant marketing, mutuando l'espressione dall'omologo editoriale instant book.

Il primo messaggio è il seguente: "Sono Monica, lavoro in politica e non vado a letto con nessuno". Il riferimento all'attualità è evidente e il messaggio lo è altrettanto. Si tratta di una ragazza determinata, ambiziosa che non accetta compromessi, che non si vende, che non fa della propria avvenenza una merce di scambio e che dunque è capace di realizzarsi e autodeterminarsi mediante le sue capacità (ma evidentemente non sessuali). Il fatto che dichiari di non andare a letto con nessuno può essere spiacevole per il fidanzato, ma si può assumere che i suoi impegni di lavoro siano tali da renderle impossibile qualsiasi coinvolgimento sessuale con chichessia. Contenta lei... Comunque, ancorché non particolarmente creativo, il messaggio ci sta.

Poi però, tra gli altri, si trova anche questo: "Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile". E questo suona decisamente più ambiguo rispetto al messaggio che trasmette. Dunque innanzitutto la ragazza in questione rivendica evidentemente il diritto di esercitare il mestiere di escort. E qui, tra l'altro, si sente aleggiare l'eco delle parole rilasciate nella sua intervista da Terry De Nicolò. L'aggiunta poi, in termini praticamente antitetici, del fatto che non è "una ragazza facile", può fare pensare che o 1) chiede un sacco di soldi, per cui solo in pochi se la possono permettere, o 2) si assume il diritto di scegliere i suoi clienti, come peraltro le escort possono fare in quanto il loro mestiere non è dettato dalla disperazione o dalla coercizione, bensì frutto di una scelta consapevole e, spesso, opportunistica.

Un messaggio come questo possiede dunque una duplice valenza. Da un lato è pensabile si possa rivolgere a un pubblico che si identifica con il contenuto del messaggio, che dunque non ci vede nulla di disdicevole e che anzi lo condivide. E pertanto si può pensare che, statisticamente, il pubblicitario preveda che questo sia ormai un messaggio radicato nelle coscienze di coloro verso cui si orienta. Dall'altro è pensabile che il messaggio possa influenzare una più o meno vasta categoria di persone che finisca così per fare proprio il concetto del messaggio e che dunque lo assimili come cosa normale, facendolo corrispondere a una consuetudine che in questo modo abdica a ogni possibile eventuale aspetto morale collegato. È chiaro che, in ultima alternativa, il pubblicitario potrebbe affermare che non è il caso di fare tanto rumore per nulla e che si tratta solo di un messaggio provocatorio. Ma quale sarà secondo voi, il seme del messaggio che finirà per attecchire presso il (grande) pubblico?

mercoledì 7 settembre 2011

IpnoticaMente!

Basta far credere di essere geni.
Basta far credere di essere poeti.
Basta far credere di essere scrittori.
Basta far credere di essere cantautori.
Basta far credere di essere fichi.
Basta far credere di essere politici.
Basta far credere di essere attori.
Basta far credere di essere giornalisti.
Basta far credere di essere stilisti.
Basta far credere di essere cuochi.
Basta far credere di essere pittori.
Basta far credere di essere esperti.
Basta far credere di essere blogger.
Basta far credere di avere successo.
Basta far credere.
Gli altri ci crederanno.
E tutto diventerà vero.

martedì 15 marzo 2011

Un inganno di rango

Questo che vedete è un esempio di pubblicità maliziosamente manipolatrice. Da qualche anno a questa parte, infatti, i produttori hanno trovato evidentemente molto vantaggioso dal punto di vista del marketing far doppiare i personaggi dei film di animazione ad attori famosi, in maniera da spacciarli per i protagonisti dei film e guadagnare un sacco in termini di pubblicità, tant'è che su IMDB e altrove, quelli che sono soltanto i doppiatori, sono ormai indicati come protagonisti, che non è esattamente la stessa cosa. I distributori ovviamente ci vanno a nozze, ma per lo meno per chi vede i film in lingua originale corrisponde in qualche modo al vero.

In Italia invece, patria del doppiaggio (non di rado disdicevole), naturalmente è quanto di più falso. Nella versione italiana di Rango, ovviamente di Johnny Depp non c'è neanche un pelo del suo bel pizzetto. Il doppiatore italiano di Rango si chiama Nanni Baldini, il quale - se andiamo a scavare - non è nemmeno il doppiatore tradizionale di Johnny Depp, che si chiama Fabio Boccanera. Quindi per certi versi la fregatura è duplice. Resta dunque l'intento - davvero ai limiti della legalità - di attirare l'attenzione dei potenziali spettatori con un nome noto, e l'insulto alla loro intelligenza che può pensare ci sia veramente Johnny Depp dietro quei begli occhioni verdi a palla.

Però almeno una consolazione c'è: non l'hanno fatto doppiare né a Checco Zalone, né a Roberto Benigni.

venerdì 4 marzo 2011

Che cosa volete che sia, un culo...

Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. Sapete che non sono come gli altri. E questa non è la solita furbata messa in atto solo per mostrare un culo acchiappacontatti. Perché da qualche giorno a questa parte col mio telescopio ho visto popolarsi le vostre città di questi manifesti pubblicitari del marchio di abbigliamento Silvian Heach, che peraltro ora stanno anche scomparendo con altrettanta solerzia, sotto la pressione di un'indignazione diffusa. Siccome la pubblicità non è solo la anima cinica e bieca del commercio, ma anche lo specchio di una società in perenne mutamento, vorrei provare ad analizzare brevemente la faccenda dalle due prospettive più ovvie: quella morale (ovvero è lecito mostrare pubblicamente una roba del genere?) e quella tecnica (ovvero a cosa/chi giova una pubblicità di questo tipo?), tenendo peraltro conto del fatto che i due aspetti sono facce di una medesima medaglia. Vediamo.

Quello più eclatante è senza dubbio l'aspetto morale, difatti il manifesto ha sollevato un po' ovunque cori di proteste. Perciò è da qui che voglio partire, perché limitarsi a liquidare la faccenda con: «Il manifesto è osceno» mi pare semplificare troppo. Se dunque consideriamo l'aspetto etico ci troviamo subito di fronte al dilemma di dover stabilire un confine tra quello che si può fare e quello che non si può fare, quello che offende e quello che non offende, quello che si può mostrare e quello che non si può mostrare. Il famoso "senso del pudore". In altre parole dovremmo chiederci se l'immagine è volgare o no nel 2011 e, se lo è, soprattutto perché lo è. Allora guardiamola e analizziamola senza farci condizionare dalle chiappe al vento. Dunque... la ragazza è all'aperto, in piedi contro il parapetto di quello che sembra un ponte, è sola, voltata di schiena, si tira su la gonna mostrando il fondoschiena e ammicca senza esitazioni verso l'obiettivo del fotografo, ovvero verso lo sguardo di chi la sta osservando.

E questo già ci fa notare almeno due cose: 1) che l'immagine, nonostante il contesto reale, è del tutto inverosimile e 2) che c'è una specie di compiacimento esibizionista e provocatorio nell'atteggiamento della ragazza. Ora, la considerazione (1) dovrebbe portarci alla conclusione che l'immagine contenga una specie di messaggio che va oltre quello che si vede, come un sottotesto subliminale, mentre la (2) dovrebbe portarci a chiederci a chi pensiamo si stia rivolgendo la ragazza. Inutile dire che la mancanza delle mutande è un'informazione precisa che porta istintivamente a pensare che la tipa si stia rivolgendo a un maschio, e non a una femmina. E questo a ben vedere appare curioso, perché non dimentichiamo che si tratta di una pubblicità di una linea di abbigliamento femminile e dunque dovrebbe essere indirizzata innanzitutto a donne. Eppure la superficie dell'immagine ha una connotazione fortemente maschilista e questo sembrerebbe andare contro quello che dovrebbe essere lo scopo dell'immagine stessa.

Proviamo allora ad andare più in profondità e vediamo se ne esce un'interpretazione diversa. In fondo l'immagine non sta pubblicizzando l'indumento che la ragazza indossa. Fatta eccezione la scollatura sulla schiena, il resto del vestito potrebbe essere fatto in qualsiasi modo. Se vi capitasse di vederlo appeso in un negozio dubito che riuscireste a riconoscerlo. Dunque, viene da pensare che non sia questo lo scopo principale della foto. L'immagine infatti concentra l'attenzione sulla carica erotica della ragazza che prescinde dalla qualità del taglio o del modello che indossa. Della ragazza si vedono le gambe e il culo nudi, dunque il vestito non esalta, né migliora in alcun modo le sue forme, né, più in generale, valorizza il suo look. Tutto il messaggio della rappresentazione visiva è connaturato esclusivamente a quello che la ragazza fa, non a quello che indossa.

Quindi a questo punto gli elementi distintivi sembrano rovesciarsi, perché sembra che il messaggio del manifesto non sia il più logico, ovvero: "Mettiti il nostro vestito, e sarai una gran fica!", ma piuttosto "Sei un'esibizionista come lei? Allora mettiti il nostro vestito!". In altre parole l'atteggiamento della ragazza non sollecita il desiderio e la risoluzione di esso attraverso l'acquisto, ma semplicemente fissa il target del prodotto. Quelle lì sono le donne cui il marchio Silvian Heach si rivolge. Donne che non hanno paura a mostrarsi. Donne fiere del loro corpo. Donne che sanno (e sono disposte a) prendere in mano la situazione.
Donne pronte a dare il culo.

Visto da questa prospettiva il manifesto parla proprio a quel tipo di donna contro cui le donne hanno idealmente manifestato il 13 febbraio scorso. Per questo motivo, e non tanto per il culo in sé, è volgare e svilente nei confronti della donna. Per questo sarebbe naturale che finisse per essere controproducente per chi l'ha realizzato. E se così non sarà, potete stare certi che la colpa non sarà di quella esigua minoranza di uomini (idioti) che avranno deciso di scegliere Silvian Heach per il prossimo regalo alle loro compagne, solo per crogiolarsi non tanto nell'illusione dell'estetica, quanto piuttosto in quella della disponibilità.

venerdì 26 novembre 2010

La morale in bottiglia

La maggioranza delle volte, se non si è allenati a fare altrimenti, le cose ci transitano davanti agli occhi senza lasciare alcun segno, come piume trasportate da una brezza tiepida che solo per un istante ci sfiorano, denunciando così la loro presenza, ma l'attimo dopo sono già lontane, come se non fossero mai esistite. Cose che viene automatico dare per assodate, come frutto di un'evoluzione naturale, come le stelle, le montagne e i gatti siamesi. Cose che esistono e tanto basta. Frutto di una generazione spontanea su cui non vale neanche la pena porsi domande. Eppure si tratta di cose umane (o marziane) e questo significa che dietro ciascuna di esse c'è stato qualcuno che avrà avuto le sue buone ragioni per farle e proprio in quel modo. Ecco, a me piace spesso cercare di guardarle dal di fuori, queste cose che in qualche modo deviano rispetto a un alveo spontaneo, col mio telescopio, e domandarmi perché diavolo sono così. Il fatto che il più delle volte non sappia darmi una risposta, o almeno una convincente, rende le domande a loro modo assai inquietanti, ma per questo ancora più interessanti.

Una sensazione del genere me la suscitano molte etichette delle acque minerali. Sarà capitato anche a voi, in un ristorante particolarmente pigro nel servizio, di prendere in mano una bottiglia di plastica e leggere. Caratteri fisico-chimici. Sostanze disciolte. Fonte. Imbottigliata da. Numero verde. Da consumarsi preferibilmente entro il. Eccetera. Poi, a volte - non sempre - c'è un'altra indicazione tipica, in genere presente nelle acque oligominerali, che sostanzialmente si manifesta in due varianti. La prima è: "Il Ministero della Salute ha riconosciuto l'acqua Taldeitali ideale come base per la preparazione di alimenti per neonati". E qui siamo ancora nel campo delle informazioni tutto sommato utili. La seconda è invece questa:

L'allattamento al seno è da preferire, nei casi ove ciò non sia possibile, questa acqua minerale può essere utilizzata per la preparazione degli alimenti dei lattanti.

Ora la domanda che mi sorge spontanea come un fungo bellissimo ma velenoso è: perché mai l'etichetta di un'acqua minerale dovrebbe permettersi di dire a una madre che cosa sarebbe meglio che facesse? Non saranno affari suoi e dei suoi capezzoli? Come si può pensare che la presenza di una frase del genere su una bottiglia (di plastica per giunta!) influisca sul comportamento di una mamma nei confronti delle modalità di alimentazione di suo figlio? C'è forse qualche strategia di marketing occulto che mi sta sfuggendo? La bottiglia vuole forse esercitare un senso di colpa nei confronti della mamma che non vuole o non può allattare il suo bimbo, e dunque spingerla ad alleggerire la coscienza con l'utilizzo dell'acqua in questione? O ancora: si tratta di una questione morale? A tale proposito, in un paese come l'Italia, ci si potrebbe chiedere perché non capita (ancora) di leggere:

Scopare senza protezione è da preferire, nei casi ove ciò non sia possibile...

Indovinate un po' sopra che cosa?

giovedì 11 novembre 2010

Quel fragrante profumo di notizia appena sfornata

È curioso notare alcune analogie tra edicole e panetterie, ovvero tra sfilatini e quotidiani. Si preparano entrambi quando il sole non è ancora spuntato. Il giorno dopo sono già stantii e dunque c'è bisogno di rinnovare quotidianamente il prodotto da mettere in vendita. Si vendono per lo più al mattino. Entrambi (per lo meno certe tipologie) possono creare allergie con conseguenze gastro-intestinali che non è il caso di approfondire. Ed entrambi, senza quel buon profumo che si spande per l'aria sopra il marciapiede dirimpetto al loro punto vendita, probabilmente venderebbero la metà. Ma se nelle panetterie, l'esalazione del tipico profumo che scatena l'acquolina è un fatto per lo più di fisica - magari agevolata da qualche opportuno ventilatore -, nel caso dei quotidiani, non c'è dubbio che i diffusori di fragranze informative siano da ricercarsi nell'equivalente moderno degli strilloni, ovvero le loro versioni a bassissimo costo, ancorché statiche e mute, le locandine.

Ebbene, qualche giorno fa mi è capitato di vederne una, in verità non molto dissimile da tantissime altre che spuntano nel corso dell'anno, che però questa volta mi ha portato a riflettere. Recitava così:

[Incidente in moto,
muore commercialista]

Così ho notato che tutte le volte in cui è consentito dalle circostanze, secondo le locandine non è mai un uomo o una donna a morire. Non un essere umano, insomma. Bensì un dentista, un idraulico, uno studente, un cuoco ecc. In altre parole la vittima (ma solo quando è italiana) è quasi sempre descritta al pubblico attraverso la sua professione, come se all'atto della sua morte il lavoro svolto durante la vita diventasse più importante agli occhi del mondo di quanto non fosse durante la sua stessa vita. Perché? Perché non scrivono: Incidente nella notte / muore Mario Rossi (e mi scuso con tutti gli eventuali Mario Rossi, i quali sono autorizzati a toccarsi i gingilli) e amen? La ragione è banale, anche se il meccanismo su cui agisce è lievemente subdolo. Il punto è che ci sono moltissime probabilità che tu - che ti lasci rapire l'attenzione dalla locandina - conosca di persona almeno un commercialista/avvocato/idraulico/medico/dentista ecc. (in questo caso i dentisti vanno per la maggiore, ma anche i commercialisti non scherzano), e facendoti così focalizzare un obiettivo assai ampio e facile da centrare, il tuo istinto finisce per solleticarti con la tentazione di andare a vedere se per caso la vittima è proprio quella che conosci tu.

Così, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovi per le mani un chilo di rosette ancora fumanti. E dire che non avevi neanche fame.

giovedì 29 aprile 2010

Dilemmi di un consumatore marziano (ovvero quando il marketing fa la differenza)

Per natura, l'avrete notato, noi marziani tendiamo farci le antenne nostre. Non amiamo il protagonismo, insomma, né abbiamo la presunzione di credere che le nostre personali vicende extraterrestri possano essere di qualche interesse o utilità per il prossimo (soprattutto di altri pianeti). Ieri però mi è accaduta una cosa curiosa che voglio condividere con voi perché ho la sensazione che sia sintomo di qualcos'altro. Non so ancora bene di cosa, ma su questo forse mi aiuterete voi.

Dunque immaginatemi al milleduecentoseiesimo piano di uno dei quei Centri Commerciali diamantati di Hellas Planitia, settore informatica/multimedia, mentre vago tra gli scaffali patinati come Berlusconi in mezzo alle escort, in cerca uno stupidissimo hard disk esterno da 500 GB con porta USB. Dopo circa sette ore (marziane) di labirintico girovagamento, trovo la zona con i prodotti in questione e mi metto a esaminare le proposte alla ricerca di quella che mi illuda il miglior compromesso tra prestazioni e prezzo.

In situazioni come queste, quattro braccia come le mie aiutano, per cui dopo solo altre tre ore (marziane) di questo-no, questo-è-caro, questo-forse, questo-non-so-perché-no-ma-no, questo-fa-schifo, questo-mi-sta-antipatico, mi ritrovo con due prodotti in mano (e quindi due mani libere). Marche conosciute. Package confortevoli. Caratteristiche tecniche chiare ed esaustive. Prestazioni identiche nei minimi dettagli. Sapendo come vanno queste cose, c'è da credere che siano fatti dagli stessi minorenni sottopagati e dentro ci siano gli stessi componenti e la medesima quantità di silicio al miliardesimo di grammo. Infine il prezzo. Identico anche lui. Al centesimo. Ecco dunque il dilemma: quale scegliere?

Ho una sensazione di sabbie mobili. Garanzia? Due anni tutti e due. Peso? Sembra uguale in entrambi. Dimensioni? Uno è leggermente più grande dell'altro, ma quello più piccolo è leggermente più spesso. Considero il fatto di aver comprato già qualcosa di quelle marche. No. Penso allora a eventuali esperienze positive o negative di qualche amico/conoscente/vicino di casa. Niente. Provo a chiedere aiuto su Facebook. Figuriamoci: nemmeno un commento che sia uno, amicidimerda! Allora guardo l'aspetto. Non che sia importante in un HD, ma è comunque un fattore. Ebbene, uno è nero e lucido. L'altro è grigio e opaco. Certo il nero è elegante, ma il lucido tende a graffiarsi (e la polvere si nota di più). Per contro trovo che questo grigio sia triste e anonimo, ma l'opaco è più resistente ai segni (e la polvere si nota di meno). Sono daccapo.

Li giro e li rigiro, li guardo e li riguardo, come teschi di shakespeariana memoria. E intanto onde petrolifere si infrangono su coste indifese. Borse crollano. Kamikaze esplodono. Specie animali si estinguono. Nuovi buchi neri nascono in mezzo a galassie lontane. La morte si avvicina. E chissà quante aspiranti veline si saranno rifatte le tette nel frattempo. Poi, alla fine, quando ormai ho perso ogni speranza e sto cercando una monetina per il Testa-&-Croce, ecco l'Illuminazione. Su una delle due confezioni (quella del prodotto nero/lucido per intenderci), tra le caratteristiche noto la dicitura:
attractive colors
Ho comprato l'altro.

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