Diventare padri a quasi quarant'anni credo sia differente. Magari mi sbaglio e sono solamente considerazioni del primo pomeriggio per colpa del panino troppo pesante e del colesterolo che incombe, ma sembra che il tempo scorra più veloce.
I ricordi sembrano così vicini, la prima volta che ti ho visto, il primo pianto, l'ansia del ritorno a casa da soli, le prime notti insonni. Poi mese dopo mese quei versi che iniziavano a diventare parole.
Papà.
Mamma.
L'emozione dei primi passi sostenuti e quel gattonare alla velocità dei mini supereroi difficile da controllare. I tuoi sorrisi sdentati che ci hanno aiutato a superare momenti difficili, un'oasi in mezzo ad un deserto pericoloso.
Non so giudicarmi come padre, mi auguro di non aver fatto troppi danni fino ad oggi. L'unica cosa certa è che più passa il tempo e più ho voglia di stare con te e con quegli occhi belli che ti hanno messo al mondo. Le fatiche si azzerano sentendo gridare "papà" dopo aver aperto la porta e il tuo abbraccio mi insegna ogni volta a godermi le cose vicine, così come il momento della nanna e della favola da leggere. Anche se ora hai stabilito i turni, una sera io e una sera mamma. Guai a saltare.
Ciò che destabilizza è lo scorrere del tempo, evidenziato da certe frasi come "posso stare 8 minuti da sola in camera mia?"
e così in pochi attimi si passa dalle righe su un foglio che dovrebbero rappresentare una casa al nome scritto in stampatello.
Ecco.
Si dice che il genitore debba essere l'arco che lancia i figli verso il domani.
Magari però con meno fretta, dai.
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