Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d'ottone proprio nel mezzo. La porta si apriva su un ingresso a forma di tubo, come un tunnel: un tunnel molto confortevole, senza fumo, con pareti foderate di legno e pavimento di piastrelle ricoperto di tappeti, fornito di sedie lucidate, e di un gran numero di attaccapanni per cappelli e cappotti: lo hobbit amava molto ricevere visite.
È da un po' che accarezzo l'idea di fare una full immersion nel mondo tolkeniano. Come praticamente tutti, ho visto i film di Peter Jackson (purtroppo dobbiamo al cinema tanti ritorni a storie classiche, prima che ai libri stessi) e pur restandone anche abbastanza delusa, ho trovato impossibile non cogliere la bellezza di queste storie.
Per esempio, della celeberrima trilogia mi è piaciuto solo il primo film, mentre ho trovato del tutto ridondante fare di questo prequel, questo gioiellino che è Lo hobbit, ben tre film. Fuffa inutile. Non sarà un caso se Christopher Tolkien, figlio del grande scrittore, abbia apertamente dichiarato di non averli apprezzati, perché non restituiscono il valore e la profondità dei romanzi.