Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
Visualizzazione post con etichetta D'Annunzio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta D'Annunzio. Mostra tutti i post

giovedì 12 marzo 2015

L'imagine di Gabriele D'Annunzio

Thomas Benjamin Kennington, Pandora, 1908.
Tristezza atroce de la carne immonda
quando la fiamma del desìo nel gelo
del disgusto si spegne e nessun velo
d'amor l'inerte nudità circonda!
  E tu sorgi ne l'anima profonda,
pura Imagine. Come su lo stelo
èsile piega un fùnebre asfodelo,
su 'l collo inclini la tua testa bionda).
  Tristezza immensa de la carne bruta
quando nel petto il cor fievole batte
lontano e solo come in una tomba!
  (E tu guardi, tu sempre guardi, o muta
Imagine, tu pura come il latte,
con i tuoi teneri occhi di colomba).
***
D'Annunzio nacque il 12 marzo 1863

domenica 27 ottobre 2013

Romanza di Gabriele D'Annunzio

Alfred Stevens
Prono, su 'l mar natale 
cui nasconde la duna, 
ride il sole autunnale, 
dolce come la luna.
 
S'ode il mare pe 'l lido 
gemere, lento e grave; 
s'ode talora il grido 
fievole d'una nave
 
che faticosa in vano 
lotta co 'l vento avverso, 
o il richiamo lontano 
d'un uccello disperso,
 
o l'improvviso tuono 
d'un'onda più gagliarda. 
Ride il sole, già prono, 
e dolcemente guarda.

martedì 24 settembre 2013

Autunno di Gabriele D'Annunzio

Achille Funi
Autunno, che negli occhi suoi specchiasti
e nel mar taciturno il tuo fulvo oro
- tutte le acque un immobile tesoro
parvero, e gli occhi più del mare vasti -

Autunno, io non sentii mai così forte
la tristezza che tu solo diffondi
- quante di me ne’ tuoi boschi profondi
son cose morte tra le foglie morte!

come ieri. Fu ieri la suprema
tristezza e fu l’amor supremo. Ah mai,
ne l’ore più segrete, mai l’amai
come ieri. Ancor l’anima ne trema.

Ella taceva, chiusa ne la nera
tunica dove sparsi erano fiori
pallidi, Autunno, come i tuoi che indori
sul vano stelo; e, china a la ringhiera,

guardava il golfo solitario, china
come colei che un peso immane aggrava.
- Ombra de la sua fronte! - O non guardava
forse dentro di sé la sua ruina?

Forse. Non domandai. Ma così piena-
mente a lei rispondean tutte le cose
visibili, apparenze dolorose
d’anime involte ne la stessa pena,

che io credetti vedere il suo dolore
in quelle forme, vivere in un mondo
espresso intero dal suo cuor profondo,
irradiato da quel solo cuore;

e fu per me ciascuna forma un segno
che svelava un mistero: quasi un muto
verbo; e più nulla fu disconosciuto,
anche per me, ne l’infinito regno.
***************
POEMA PARADISIACO

martedì 3 settembre 2013

Romanza di Gabriele D'Annunzio

Charles Edward Perugini
Ne le sue nubi avvolta 
la Luna si riposa, 
come in profondo letto. 
Ridendo, a volta a volta, 
sorge come una sposa 
ignuda a mezzo il petto. 

Ancor su l'acqua splende 
trepidamente in arco 
il solco de 'l naviglio; 
e lungi si protende 
la fresca ombra de 'l parco 
entro il chiaror vermiglio. 

Ne l'aria de la notte 
il fior d'arancio effonde 
odor più dolce e pieno, 
misto a 'l fior d'oleandro. 

Su la scala, ove rotte 
hanno gemiti l'onde, 
Rosalinda vien meno 
tra le braccia a Silvandro.

giovedì 20 giugno 2013

Dormono l'acque di Gabriele D'Annunzio

Hermann Jean Joseph Richir
Dormono l'acque ne 'l plenilunio di giugno; 
ritte su da la darsena le antenne stan 
come sottili fantasimi a 'l nivëo chiarore. 
Via co 'l grecale tacito navigan le nubi a fiocchi, 
migrano placidi gli sciami de' sogni 
Non senti, o Lalla, il divino odor de 'l mare? 
Non odi? 
le acque destate un fremito recano lungo; 
su 'l vento palpita un'ala di canto. 
Stanotte le sirene danzano a la luna; 
danzano, Lalla, e il canto 
- O giovini a cui ne 'l vivo cuor, 
ne le arterie tripudiano i giugni odorosi, prono è il mar, 
la notte è bella: amate! - susurra. 
Bianche le nubi perdonsi via pe' silenzî, 
migrano placidi gli sciami de' sogni. 
Non senti, o Lalla, il divino odor de 'l mare?

mercoledì 3 aprile 2013

Aprile di Gabriele D'Annunzio

Antonio Mancini*Pensativa
Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta.
Ed ella, ch’era attenta, s’addormenta
a quella voce che già si lamenta,
- che si lamenta in fondo a quel giardino.

Non è che voce d’acque su la pietra:
e quante volte, quante volte udita!
Quell’amore e quell’ora in quella vita
s’affondan come ne l’onda infinita
stretti insieme il cadavere e la pietra.

Ella stende l’angoscia sua nel sonno.
L’angoscia è forte, e il sonno è così lieve!
(Par la luce d’april quasi una neve
che sia tiepida.) Ed ella certo deve
soffrire, vagamente, anche nel sonno.

Tutto nel sonno si rivela il male
che la corrompe. Il volto impallidisce
lentamente: la bocca s’appassisce
nel suo respiro; su le guance lisce
s’incava un’ombra... O rose, è il vostro male:

rose del sole nuovo, pur di ieri,
ch’ella recise ad una ad una (e intanto
ella era affaticata un poco, e intanto
l’acque avean su la stessa pietra il pianto
d’oggi), oggi quasi sfatte, e pur di ieri!

Ella non è più giovine. I suoi tardi
fiori effuse nel primo ultimo amore.
Fu di voluttà ebra e di dolore.
Un grido era nel suo segreto cuore,
assiduo: - Troppo tardi! Troppo tardi! -

Ella non è più giovine. Son quasi
bianchi i capelli su la tempia; sono
su la fronte un po’ radi. L’abbandono
(ella è supina e immota), l’abbandono
fa sembrar morte le sue mani, quasi.

Né pure il gesto fa scendere mai
sangue all’estrenútà de le sue dita!
La tragga il sogno lungi da la vita.
Veda nel sogno almen ringiovanita
l’Amato ch’ella non vedrà piu mai.

Socchiusa è la finestra, sul giardino.
Un’ora passa lenta, sonnolenta.
Non altro s’ode, ne la luce spenta,
che quella voce che giù si lamenta,
- che si lamenta in fondo a quel giardino.
***************
(Poema paradisiaco*1893)

martedì 12 marzo 2013

Giovinezza di Gabriele D'Annunzio

Edouard Manet*Georges Moore*1879
O Giovinezza, ahi me, la tua corona
su la mia fronte già quasi è sfiorita.
Premere sento il peso della vita,
che fu si lieve, su la fronte prona.
Ma l'anima nel cor si fa più buona,
come il frutto maturo. Umile e ardita,
sa piegarsi e resistere; ferita,
non geme; assai comprende, assai perdona.
Dileguan le tue ultime aurore,
O Giovinezza; tacciono le rive
poi che il torrente vortice dispare.
Odo altro suono, vedo altro bagliore.
Vedo in occhi fraterni ardere vive
lacrime, odo fraterni petti ansare.
(Poema paradisiaco*Epilogo*1893)
*************
Gabriele D'Annunzio-12 marzo 1863

domenica 9 settembre 2012

Versilia di Gabriele D'Annunzio

Ettore De Maria Bergler*Villa Igeia
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Erompo dalla corteccia
fragile io ninfa boschereccia
Versilia, perché tu mi tocchi.
Tu mondi la persica dolce
e della sua polpa ti godi.
Passò per le scaglie e pè nodi
l'odore che il cuore ti molce.
Mi giunse alle nari; e la mia
lingua come tenera foglia,
bagnata di súbita voglia,
contra i denti forti languía.
Sapevi tu tanto sagaci
nari, o uomo, in legno sì grezzo?
Inconsapevole eri, e del rezzo
gioivi e dè frutti spiccaci
e dell'ombre cui fànnoti gli aghi
del pino, seguendo il piacere
dè vènti, su gli occhi leggiere
come ombre di voli su laghi.
Io ti spiava dal mio fusto
scaglioso; ma tu non sentivi,
o uomo, battere i miei vivi
cigli presso il tuo collo adusto.
Talora la scaglia del pino
è come una pàlpebra rude
che subitamente si chiude,
nell'ombra, a uno sguardo divino.
Io sono divina; e tu forse
mi piaci. Non piacquemi l'irto
Satiro su 'l letto di mirto,
e il Panisco in van mi rincorse.
Ma tu forse mi piaci. Aulisce
d'acqua marina la tua pelle
che il Sol feceti fosca. Snelle
hai gambe come bronzo lisce.
Offrimi il canestro di giunco
ricolmo di persiche bionde!
Poiché non mi giovano monde,
riponi il tuo coltello adunco.
Io so come si morda il pomo
senza perdere stilla di suco.
Poi cò miei labbri umidi induco
il miele nel cuore dell'uomo.
Riponi il ferro acre che attosca
ogni sapore. Tu non pregi
i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi,
i peri, i fichi in terra tosca
son di dolcezza carchi, e i meli,
gli albricocchi, i nespoli ancòra!
E tu li spogli in su l'aurora
velati dei notturni geli.
Da tempo in cuor mio non è gaudio
di tal copia. Ahimè, sono scarsi
i doni. E tu vedi curvarsi
i rami del susino claudio!
Ma io non ho se non la tetra
pigna dal suggellato seme.
E a romper la scaglia che il preme
non giovami pur una pietra.
O uomo occhicèrulo, m'odi!
Lascia che alfine io mi satolli
di queste tue persiche molli
che hai nel cesto intesto di biodi.
Ti priego! La pigna malvagia
mi vale sol per iscagliarla
contro la ghiandaia che ciarla
rauca. Non s'inghiotte la ragia.
Ma se la mastichi negli ozii,
quantunque ha sapore amarogno,
allor che il tuo cuore nel sogno
si bea lungi ai vili negozii,
certo ti piace, o uomo; ed io
te ne darò della più ricca.
Tu la persica che si spicca,
e ne cola il suco giulío,
dammi, ch'io mi muoio di voglia
e da tempo non ebbi a provarne.
Non temere! Io sono di carne,
se ben fresca come una foglia.
Toccami. Non vello, non ugne
ricurve han le tue mani come
quelle ch'io so. Guarda: ho le chiome
violette come le prugne.
Guarda: ho i denti eguali, più bianchi
che appena sbucciati pinocchi.
Non temere, o uomo dagli occhi
glauchi! Rido, se tu m'abbranchi.
Abbrancami come il bicorne
villoso. La frasca ci copra,
i mirti sien letto, di sopra
ci pendano l'albe viorne.
Ma come, Occhiazzurro, sei cauto!
Forse amico sei di Diana?
Ora scende da Pietrapana
il lesto Settembre co 'l flauto,
se cruenta nel corniolo
rosseggi la cornia afra e lazza.
Odo tra il gridío della gazza
il richiamo del cavriuolo.
Sei tu cacciatore? Sei destro
ad arco, esperto a cerbottana?
Ora scende da Pietrapana
Settembre. Tu dammi il canestro.
Eh, veduto n'ho del pèl baio
verso il Serchio correre il bosco!
Tu dammi il canestro. Conosco
la pesta se ben non abbaio.
Accomanda il nervo alla cocca.
Ne avrai della preda, s'io t'amo!
Imito qualunque richiamo
con un filo d'erba alla bocca.

sabato 7 luglio 2012

L'oleandro parte I di Gabriele D'Annunzio

Sir Lawrence Alma Tadema*An oleander
I
Erigone, Aretusa, Berenice,
quale di voi accompagnò la notte
d'estate con più dolce melodìa
tra gli oleandri lungo il bianco mare?
Sedean con noi le donne presso il mare
e avea ciascuna la sua melodìa
entro il suo cuore per l'amica notte;
e ciascuna di lor parea contenta.
E sedevamo su la riva, esciti
dalle chiare acque, con beato il sangue
del fresco sale; e gli oleandri ambigui
intrecciavan le rose al regio alloro
su 'l nostro capo; e il giorno di sì grandi
beni ci avea ricolmi che noi paghi
sorridevamo di riconoscenza
indicibile al suo divin morire.
"Il Giorno" disse pianamente Erigone
verso la luce "non potrà morire.
Mai la sua faccia parve tanto pura,
non ebbe mai tanta soavità".
Era la sua parola come il vento
d'estate quando ci disseta a sorsi
e nella pausa noi pensiamo i fonti
dei remoti giardini ov'egli errò.
L'udii come s'io fossi ancor sommerso
e la sua voce avesse umido velo.
Ma reclinai la gota, e d'improvviso
tiepida come sangue dalla conca
dell'udito sgorgò l'acqua marina.
Pur, profondando nella sabbia i nudi
piedi, io sentia partirsi lentamente
il buon calor del tramontato sole.
E chi recise all'oleandro un ramo?
Io non mi volsi, ma l'amarulenta
fragranza della linfa della fresca
piaga mi giunse alle narici, vinse
l'odor muschiato dei vermigli fiori.
"O Glauco" disse Berenice "ho sete".
Ed Aretusa disse: "O Derbe, quando
fiorì di rose il lauro trionfale?"
Ella ben sapea quando, ma non Derbe
inesperto in foggiar lucidi miti.
Ed il cuore profondo mi tremò,
tremò della divina poesia.
Ond'io pregava: "O desiderii miei,
stirpe vorace e vigile, dormite!
E voi lasciate che nel vostro sonno
io mi cinga del lauro trionfale!..."
Tutto allora fu grande, anche il mio cuore.
Oh poesia, divina libertà!
Ergevasi con mille cime l'Alpe
grande, quasi con volo di mille aquile,
per il salir d'impetuosa forza
dalle sue dure viscere di marmo
onde l'uom che non volle umana prole
trasse i suoi muti figli imperituri.
E le curve propaggini dell'Alpe
si protendeano ad abbracciare il mare;
ed il mare splendeva di candore
meraviglioso nel lunato golfo
con la bellezza delle donne nostre.
E quella luce un rinascente mito
fece di voi sull'irraggiato mondo,
Erigone, Aretusa, Berenice!
Così ci parve riudire il canto
delle Sirene, dalla nave concava
di prora azzurra, fornita di ponti,
veloce, in un doloroso ritorno
spinta dal vento al frangente del mare,
nè ci difese Odisseo dal periglio
con la sua cera; ma il cuore, non più
libero, novellamente anelava.
Alcyone 1903

venerdì 23 marzo 2012

Rondò VI di Gabriele D'Annunzio


Giovanni Boldini*Madame Doyen
Quante volte, in su' mattini
chiari e tiepidi, io l'aspetto!
Ella ancóra ne 'l suo letto
ride ai sogni matutini.
Su la piazza Barberini
s'apre il ciel, zaffiro schietto.
Il Tritone de 'l Bernini
leva il candido suo getto.
I nudi olmi a' Cappuccini
metton già qualche rametto:
senton giugnere il diletto
de' meriggi marzolini.
Come il cuor balzami in petto
se colei vedo, che aspetto,
in su' tiepidi mattini!
(La Chimera~1889)

martedì 20 settembre 2011

La sera di Gabriele D'Annunzio

Repin*Contessa De Mercy Argenteau*1890
Rimanete, vi prego, rimanete
qui. Non vi alzate! Avete voi bisogno
di luce? No. Fate che questo sogno
duri ancóra. Vi prego: rimanete!
Ci ferirebbe forse, come un dardo,
la luce. Troppo lungo è stato il giorno:
oh, troppo! Ed io già penso al suo ritorno
con orrore. La luce è come un dardo.
Anche voi non l’amate; è vero? Gli occhi
vostri, nel giorno, sono stanchi. Pare
quasi che non possiate sollevare
le pàlpebre, su quei dolorosi occhi;
e nulla, veramente, nulla è più
triste de l’ombra che le ciglia immote
fanno talvolta a sommo de le gote
quando la bocca non sorride più.
Ma chi vide più larghi e più profondi
occhi dei vostri, se incominci il sole
a morire? Quale anima si duole
fascinata da abissi più profondi?
lo non conosco, veramente, cosa
che somigli a quel lento dilatarsi
ne la sera: - non gli astri in alto apparsi,
non i fiori. Non so nessuna cosa.
E quale cosa eguaglia ne la vita
del mio spirito l’estasi e il terrore
che m’invadono? Il mio corpo non muore,
e pur sembra ch’io viva oltre la vita!
Sembra che in ciel l’innaturale forma
con la sera divina si congiunga,
poi che l’immensa ombra del ciel prolunga
i tuoi capelli in una sola forma,
in una sola onda, in un sol fiume
misterioso che con un suo largo
giro m’avvolge e trae nel suo letargo
dando l’oblìo come l’antico fiume.
Piangi, tu che hai nei grandi occhi la mia
anima ed in cui palpita il mio cuore
segreto, o tu, sorella del Dolore,
sorella de la Sera, unica mia.
Per consolarmi in ore di tristezza
io ti creai de la più pura essenza,
fantasma immarcescibile, ma senza
consolare la mia vera tristezza!
(Poema Paradisiaco*1893)

mercoledì 10 agosto 2011

L'alloro oceanico di Gabriele D'Annunzio

Sir Lawrence Alma Tadema
Oleandro d'Apollo, ambiguo arbusto
che d'ambra aulisci nell'ardente sera;
melagrano, e il tuo rosso balausto
quasi fiammella in calice di cera;
nautico pino, e il tuo scoglioso fusto
e i coni entro la chioma tua leggera;
olivo intorto da dolor vetusto,
e l'oliva tua dolce che s'annera;
ginepro irsuto, mirto caloroso,
lentisco, terebinto, caprifoglio,
cento corone dell'Estate ausonia;
ma te, sargasso, re del Marerboso,
vasto alloro del gorgo, anche te voglio,
che bacche fai come la fronda aonia.
(Alcyone)

sabato 11 giugno 2011

Lungo l'Affrico nella sera di giugno dopo la pioggia di Gabriele D'Annunzio

Mario Cavaglieri
Grazia del ciel, come soavemente
ti miri ne la terra abbeverata,
anima fatta bella dal suo pianto!
O in mille e mille specchi sorridente
grazia, che da la nuvola sei nata
come la voluttà nasce dal pianto,
musica nel mio canto
ora t'effondi, che non è fugace,
per me trasfigurata in alta pace
a chi l'ascolti.
Nascente Luna, in cielo esigua come
il sopracciglio de la giovinetta
e la midolla de la nova canna,
sì che il più lieve ramo ti nasconde
e l'occhio mio, se ti smarrisce, a pena
ti ritrova, pe 'l sogno che l'appanna,
Luna, il rio che s'avvalla
senza parola erboso anche ti vide;
e per ogni fil d'erba ti sorride,
solo a te sola.
O nere e bianche rondini, tra notte
e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere
ospiti lungo l'Affrico notturno!
Volan elle sì basso che la molle
erba sfioran coi petti, e dal piacere
il loro volo sembra fatto azzurro.
Sopra non ha sussurro
l'arbore grande, se ben trema sempre.
Non tesse il volo intorno a le mie tempie
fresche ghirlande?
E non promette ogni lor breve grido
un ben che forse il cuore ignora e forse
indovina se udendo ne trasale?
S'attardan quasi immemori del nido,
e sul margine dove son trascorse
par si prolunghi il fremito dell'ale.
Tutta la terra pare
argilla offerta all'opera d'amore,
un nunzio il grido, e il vespero che muore
un'alba certa.
Settignano giugno 1902
(Alcyone)

sabato 21 maggio 2011

Peccato di maggio I di Gabriele D'Annunzio

Alfons Mucha/Printemps/1900 
Or cosí fu; pe 'l bosco andavamo. Sottile
ella era e tutta bionda; su la nuca infantile
due ciocche avean que' caldi luccicori vermigli
che han le vergini antiche di Tadema; tra i cigli
lunghi li occhi avean l'iride verdognola, raggiante
di fini àcini d'oro. Da l'alta erba odorante
ella sorgeva eretta, come un vivente stelo.
Noi andavam pe 'l bosco. Sopra un fondo di cielo
aranciato i grandi alberi, dinanzi, ne 'l fogliame
prendean tinte metalliche, toni intensi di rame;
parean fusi ne 'l bronzo i tronchi, ma di sotto
a le scorze, passando, sentivamo interrotto
noi ascendere il brivido pugnante de le linfe
e il romper de le gemme noi sentivamo.
- O ninfe
amadrïadi, occulte ne le estreme radici,
non voi dunque cantaste su 'l passaggio li auspicî
a l'amore? -
Io guardavo Yella, muto: le acerbe
risa di lei, tra 'l vasto fluttuare de l'erbe
e 'l vento, sotto i dômi alti de la verdura,
squillavano. Ed a 'l riso le si schiudea la pura
chiostra de i denti, a 'l riso l'arco de la gengiva
quasi ferinamente rosso le si scopriva.
Io guardavo, fiutando voluttuosamente;
poi che il corpo di lei esalava un ardente
profumo, qual di frutto maturo; ed un'alena
tepida palpitava ne 'l bosco; e in ogni vena
a me correva l'aspro vin de la giovinezza...
Oh freschissime risa tintinnanti a la brezza
de 'l vespro, salutanti da 'l bel grembo selvaggio
di un bosco il morituro sol di calendimaggio!

martedì 15 marzo 2011

Ricordo di Ripetta di Gabriele D'Annunzio

Georges De Feure
E ne l'anima ancor veggovi quale
io da prima vi amai. Alta e pieghevole
passaste, sorridente e luminante,
pel chiaro gelo del mattin iemale.
Lunghi rami di mandorlo la fante
dietro di voi recava. Inconsapevole,
un bellissimo sogno floreale
dietro di voi lasciaste al riguardante.
— Su da la strada chiara e solitaria
rompeano molti al cielo di turchese
mandorli in fiore, per incantamento.
E stava tra la selva imaginaria
il palazzo del principe Borghese
Come un gran clavicembalo d'argento.
(Intermezzo)

domenica 27 febbraio 2011

Romanza di Gabriele D'Annunzio

Rolf Armstrong
Dolcemente muor Febbraio
in un biondo suo colore.
Tutta a 'l sol, come un rosaio,
la gran piazza aulisce in fiore.
Dai novelli fochi accesa,
tutta a 'l sol, la Trinità
su la tripla scala ride
ne la pia serenità.
L'obelisco pur fiorito
pare, quale un roseo stelo;
in sue vene di granito
ei gioisce, a mezzo il cielo.
Ode a piè de l'alta scala
la fontana mormorar,
vede a 'l sol l'acque croscianti
ne la barca scintillar.
In sua gloria la Madonna
sorridendo benedice
di su l'agile colonna
lo spettacolo felice.
Cresce il sole per la piazza
dilagando in copia d'or.
È passata la mia bella
e con ella va il mio cuor.

domenica 6 febbraio 2011

Nuovo messaggio di Gabriele D'Annunzio

Boris Dmitrievich Grigoriev/Anna Grilikhes/1917 
 Perdonami, tu buona. Io dissi, è vero,
dissi: - Domani tornerò, domani
vi rivedrò. - E siamo ancor lontani,
Anna, e tu credi che non sia sincero
il mio vóto! Oh, perdonami. Io mi sento
morire. È questa, è questa oggi la sola
verità. Non so dirti altra parola
che questa. Cade ogni proponimento,
mi lascia ogni speranza. Tutto è vano.
Io non vedrò fiorire il bianco spino
lungo le siepi né pe’ solchi il lino
cerulo né tremante alzarsi il grano;
e non la madre, e non su quello smorto
viso, su quell’estenuato viso
un po’ di sole; e non il suo sorriso;
e non su que’ rosai bianchi dell’orto
le sue mani più pure delle rose
nuove... E le coglierebbe ella, le nuove
rose, è vero?, a fiorir la stanza dove
io comporrei canzoni maliose
per consolare il suo dolente cuore;
e cadere vedrei come ad un lieve
fiato le foglie miti come neve
su la pagina, al suo pensier d’amore;
ed ella non si stancherebbe mai
di guardarmi, e il suo sguardo su la fronte
io sentirei, e sentirei la fronte
divenir pura come non fu mai...
Aspettami, ti prego! Io dissi, è vero,
dissi: - Domani tornerò, domani
vi rivedrò. - E siamo ancor lontani.
Ma aspettami, Anna, aspettami. Dispero
io forse? Credi tu che io sia perduto?
Ma non vedi, non vedi tu che io sogno
la mia casa? Non vedi tu che io sogno
i tuoi rosai? Quando sarò venuto,
oh allora... - Aspettami, Anna. E dille, dille
che m’aspetti. Vedrai che questa volta
non rimarrà delusa. Questa volta,
oh per la luce de le sue pupille
tènere, io non avrò promesso in vano.
Questa volta, fiorire il bianco spino
lungo le siepi e lungo i solchi il lino
cerulo, e a poco a poco alzarsi il grano,
e lei che a poco a poco si colora
di salute, e noi due stare a’ suoi piedi,
e il suo sorriso... - Ma tu non mi credi,
Anna? Quando sarò venuto, oh allora...
(Poema paradisiaco)

giovedì 18 novembre 2010

Hortus Larvarum di Gabriele D'Annunzio

Dewing/1902
 Il bel giardino in tempi assai lontani
occultamente pare lontanare.
Le fonti, chiare di chiaror d’opale,
fan ne la calma suoni dolci e strani.
Nei roseti le rose estenuate
cadono, quasi non odoran più.
L’Anima langue. I nostri sogni vani
chiamano i tempi che non sono più.
O danze, arie di tempi assai lontani,
voi che in qualche dimora secolare
facean su ’l virginale risonare
dolentemente così bianche mani:
mani di donna avida ancor d’amare,
non più giovine, non amata più:
e voi movete questi sogni vani,
arie di tempi che non sono più!
O profumi di tempi assai lontani,
voi che nel fondo de le vuote fiale
lasciaste la dolcezza essenziale
così che par che un spirito n’emani
(forse ne le segrete anime tale
un sol ricordo non vanisce più):
e voi guidate i nostri sogni vani,
profumi, ai tempi che non sono più!
O figure di tempi assai lontani,
voi che il tessuto pallido animate,
ninfe su fiumi, cacciatrici armate
dietro bei cervi in bei boschi pagani
(Delia, taluno a notte alta, d’estate,
te rimirando non dormiva più):
e voi ridete in questi sogni vani
come nei tempi che non sono più!
E tu vissuta in tempi assai lontani,
donna, come le tue danze obliate,
come i profumi tuoi ne le tue fiale,
donna che avevi così bianche mani,
tu che moristi avida ancor d’amare,
non più giovane, non amata più,
oggi tu passa in questi sogni vani,
morta dei tempi che non sono più!
(Poema paradisiaco)

sabato 9 ottobre 2010

Le tristezze ignote di Gabriele D'Annunzio

Elizabeth Trockmorton/Largilliere/1729
 E sia pace al defunto.
Ma che soave odore!
Autunno, già nei vasi
fioriscon le viole!
Ed ecco, al fine, il sole
sul davanzale è giunto.
Tra le mie dita, quasi
ha il liquido tepore
del latte appena munto.
Sia pace a chi sofferse.
Oggi tutto è pacato.
Io non son triste, quasi.
Penso a tristezze ignote,
d’anime assai remote,
ne la vita disperse.
Io non son triste, quasi.
Oggi tutto è pacato.
Sia pace a chi sofferse.
Le suore, a le finestre
del convento, sul fiume
guardan passar le barche:
guardano mute e sole,
mute e digiune, al sole.
Giungono a le finestre
(come tarde le barche!)
un odor di bitume,
un odore silvestre.
I prigionieri assale
un’ansia: falci lente
falciano l’erba nuova,
a la prigione intorno.
Gli infermi (inclina il giorno),
pallidi sul guanciale,
ascoltano la piova
battere dolcemente
l’orto de l’ospedale.
(Poema paradisiaco/Hortulus Animae)

venerdì 1 ottobre 2010

Ottobrata di Gabriele D'Annunzio

Alexandre Francois Desportes
Ridono tutte in fila le linde casette
ne 'l dolce sole ottobrino,
quale colore di rosa,
qual bianca, come tante comari vestite
de 'l novo bucato a festa.
Su le tegole brune riposano enormi
zucche gialle e verdastre,
sembianti a de' crani spelati,
e sbadiglian da qualche fessura
uno stupido riso a 'l meriggio.
Seduto su un uscio
un vecchietto sonnecchia
pipando, e un gatto nero gli dorme
tra i piedi.
Galline van razzolando intorno;
si sente il rumor de la spola
e d'una culla a 'l ritmo
di lenta canzone; poi voci
fresche di bimbi, risa di donne;
poi brevi silenzi,
Il bel vecchietto russa,
inclinato su l'omero il capo
bianco, ne il sole. lo guardo
la placida scena e dipingo.