Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese,
quando partisti, come son rimasta,
come l'aratro in mezzo alla maggese.
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giovedì 28 gennaio 2016

La tomba nel Busento di Giosuè Carducci

William Etty (1787-1849), Hero, Having Thrown herself from the Tower at the Sight of Leander Drowned, Dies on his Body - 1829
Dalle Ballate di 
A.v. Platen
Cupi a notte canti suonano
Da Cosenza su ’l Busento,
Cupo il fiume gli rimormora
Dal suo gorgo sonnolento.
Su e giú pe ’l fiume passano
E ripassano ombre lente:
Alarico i Goti piangono,
Il gran morto di lor gente.

Ahi sí presto e da la patria
Cosí lungi avrà il riposo,
Mentre ancor bionda per gli omeri
Va la chioma al poderoso!

Del Busento ecco si schierano
Su le sponde i Goti a pruova,
E dal corso usato il piegano
Dischiudendo una via nuova.

Dove l’onde pria muggivano,
Cavan, cavano la terra;
E profondo il corpo calano,
A cavallo, armato in guerra.

Lui di terra anche ricoprono
E gli arnesi d’òr lucenti;
De l’eroe crescan su l’umida
Fossa l’erbe de i torrenti!

Poi, ridotto a i noti tramiti,
Il Busento lasciò l’onde
Per l’antico letto valide
Spumeggiar tra le due sponde.

Cantò allora un coro d’uomini:
— Dormi, o re, ne la tua gloria!
Man romana mai non vìoli
La tua tomba e la memoria! —

Cantò, e lungo il canto udivasi
Per le schiere gote errare:
Recal tu, Busento rapido,
Recal tu da mare a mare.
***
RIME NUOVE
5-6 luglio 1872

lunedì 16 febbraio 2015

Vendette della luna di Giosuè Carducci

The Fountain, 1907-1908, Charles Sims
Te, certo, te, quando la veglia bruna
lenti adduceva i sogni a la tua culla,
te certo riguardò la bianca luna,
bianca fanciulla.
  A te scese la dea ne la sua stanca
serenitade e con i freddi baci
china al tuo viso - O fanciulletta bianca, -
disse - mi piaci. -
  E al fatal guardo, ove or s'annega e perde
l'anima mia, piovea lene il gentile
tremolar del suo lume entro una verde
notte d'aprile.
  Ti deponea tra i labbri la querela
de l'usignuolo al frondeggiante maggio,
quando la selva odora e argentea vela
nube il suo raggio;
  E del languor niveo fulgente, ond'ella
ride a l'Aurora da le rosee braccia,
ti diffondeva la persona bella,
la bella faccia:
  onde a' cari occhi tuoi, dal cui profondo
tutto lampeggia quel che ama e piace,
nel roseo tempo che sorride il mondo
io chiesi pace:
  pace al tuo riso, ove fiorisce pura
la voluttà che nel mio spirto dorme,
e che promesso m'ha l'alma natura
per mille forme.
  Ahi, ma la tua marmorëa bellezza
mi sugge l'alma, e il senso de la vita
m'annebbia; e pur ne libo una dolcezza
strana, infinita:
  com'uom che va sotto la luna estiva
tra verdi susurranti alberi al piano;
che in fantastica luce arde la riva
presso e lontano,
   Ed ei sente un desio d'ignoti amori
una lenta dolcezza al cuor gravare,
e perdersi vorria tra i muti albori
e dileguare.
RIME NUOVE
Giosuè morì il 16 febbraio del 1907

sabato 14 febbraio 2015

Alla Louisa Grace Bartolini di Giosuè Carducci

A te, sciolto da’ languidi
Tedi lo spirto, e anelo
Del vital aere al fremito
Ed a l’effuso cielo,
Sorge: dal cuor rimormora
L’aura de’ canti, inclita donna, a te;
Vittorio Matteo Corcos-Mezzogiorno al mare
A cui ne’ tócchi rapidi
D’animator pennello
E ne’ frenati numeri
La memore del bello
Idea sorride e tenero
Senso e del bene l’operosa fe’.

O desta a i forti palpiti
Che viltà preme in noi,
Nata a i concilii splendidi
De i vati e de gli eroi,
Salve, Eloisa, armonica
D’altre genti figliuola e d’altre età!

Perché tra i vecchi popoli
Venisti e a gli anni tardi,
Quando gli eroi si assoldano,
Spengonsi i vati e i bardi,
E si scelera l’ultimo
De l’oscurato ciel raggio, beltà?

Altr’aer ed altro secolo
L’attèa Corinna accolse;
E, quando ella da’ rosei
Labbri il canto devolse,
Tutto pendeva un popolo
Da l’ardente fanciulla affisa al ciel.

Fremea sotto la cetera
L’onda alterna del petto:
Da le forme virginee
Ineffabil diletto
Spirava; ma le lacrime
Splendido a’ folgoranti occhi eran vel.

Stupían mirando i príncipi
E i figli de gli Achei
Poggiati a’ colli madidi
De’ corridori elei:
Cantava l’alta vergine
La sua patria, i suoi dèi, la libertà.

Ed oblioso Pindaro
De la ceduta palma
Parea per gli occhi effondere
Il sorriso de l’alma,
Rimembrando Eleuteria
Che tra i popoli salvi inneggia e va.

Ma ben, come da súbita
Procella esercitate,
Le selve atre germaniche
Suonâr, se a l’adunate
Plebi i cruenti oracoli
Apria Velleda e de le pugne il dí.

Tra l’erme ombre de’ larici,
Da la luna e dal vento
Rotte, la vergin pallida
In nero vestimento
Alta levossi, a gli omeri
Lenta il crin biondo onde null’uom gioí.

E cantò guerre, orribili
Guerre; e a la cena ìmmonda
Convitò i lupi e l’aquile;
E tepefatta l’onda
De’ freddi fiumi scendere
Vide tarda fra i corpi al negro mar.

Lungo andò allor per l’aere
Rombo da i tócchi scudi:
Precipitâr da’ plaustri
Le madri, e con gl’ignudi
Petti la pugna accesero
O ululando le marse aste affrontâr.

Ahi, dov’è pompa inutile
Al vivere civile
La donna, ivi non ornasi
Il costume virile
Di forza e verecondia,
E turpe incombe a’gravi spirti amor.

Ma tu, Eloisa, l’agile
Estro di Suli a i monti
Invía, dove piú gelide
Mormoran l’aure e i fonti,
E molce i petti liberi
Canto d’augelli e balsamo di fior;

E dinne la bellissima
Sposa d’eroi Zavella,
Che pur con l’una stringesi
Il nato a la mammella,
Con l’altra mano fulmina
L’oste premente e gli orridi bassà.

De le polone femmine
Ridinne i canti amari,
Che di lor vene tingono
I supplicati altari
0 chieggono a la Vistola
Tra cotanta di spade impunità

Gli spenti figli. O candido
Stuolo, lamenta e muori,
In fin che basta il ferreo
Tempo de gli oppressori,
E pur cadendo mormora
102- No, che la patria mia morta non è. -

Già la rivolta affrettasi
Fósca di villa in villa,
Turbina il vento ed agita
L’animatrice squilla,
E il nuovo carme a’ liberi
Popoli suona su i caduti re.
***
LEVIA GRAVIA 1861

Louisa Grace Bartolini era nata il 14 febbraio 1818

venerdì 18 aprile 2014

Sabato Santo di Giosuè Carducci

Manet
SABATO SANTO
per il natalizio di m. g.

Che giovinezza nova, che lucidi giorni di gioia
per la cerula effusa chiarità de l’aprile

cantano le campane con onde e volate di suoni
da la città su’ poggi lontanamente verdi!

Da i superati inferni, redimito il crin di vittoria,
candido, radïante, Cristo risorge al cielo:

svolgesi da l’inverno il novello anno, e al suo fiore
già in presagio la messe già la vendemmia ride.

Ospite nova al mondo, son oggi vent’anni, Maria,
tu t’affacciasti; e i primi tuoi vagiti coverse

doppio il suon de le sciolte campane sonanti a la gloria:
ora e tu ne la gloria de l’età bella stai,

stai com’uno di questi arboscelli schietti d’aprile
che a l’aura dolce danno il bianco roseo fiore.

Volgasi intorno al capo tuo giovin, deh, l’augure suono
de le campane anc’oggi di primavera e pasqua!

cacci il verno ed il freddo, cacci l’odio tristo e l’accidia,
cacci tutte le forme de la discorde vita!
************
RIME E RITMI*1898

martedì 18 febbraio 2014

Carnevale di Giosuè Carducci

Manet
voce dai palazzi.

E tu, se d’echeggianti
Valli, o borea, dal grembo, o errando in selva
Di pin canora, o stretto in chiostri orrendi,
Voce d’umani pianti
E sibilo di tibie e de la belva
Ferita il rugghio in mille suoni rendi,
Borea, mi piaci. E te, solingo verno,
Là su quell’alpe volentieri io scerno.

Una caligin bianca
Empie l’aër dormente, e si confonde
Co ’l pian nevato a l’orizzonte estremo.
Tenue rosseggia e stanca
Del sol la ruota, e tra i vapor s’asconde,
Com’occhio uman di sue palpèbre scemo.
E non augel, non aura in tra le piante,
Non canto di fanciulla o vïandante;

Ma il cigolar de’ rami
Sotto il peso ineguale affaticati
E del gel che si fende il suono arguto.
Canti Arcadia e richiami
Zefiro e sua dolce famiglia a i prati:
Me questo di natura altiero e muto
Orror piú giova. Deh risveglia, Eurilla,
Nel sopito carbon lieta favilla;

Ed in me la serena
Faccia converti e ’l lampeggiar del riso
Che primavera ove si volga adduce.
A la sonante scena
Poi ne attendono i palchi, ove dal viso
De le accolte bellezze ardore e luce
E da le chiome e da gl’inserti fiori
Spira l’april che rinnovella odori.

voce dai tuguri.

Oh se co ’l vivo sangue
Del mio cor ristorare io vi potessi,
Gelide membra del figliuolo mio!
Ma inerte il cor mi langue,
E irrigiditi cadono gli amplessi,
E sordo l’uomo ed è tropp’alto Iddio.
O poverello mio, la lacrimosa
Gota a la gota di tua madre posa.

Non de la madre al seno
Il tuo fratel posò: lenta, su ’l varco
Presse gli estremi aliti suoi la neve.
Da l’opra dura, pieno
Il dí, seguiva sotto iniquo carco
I crudeli signor co ’l passo breve;
E coll’uom congiurava a fargli guerra
L’aere implacato e la difficil terra.

Il nevischio battea
Per i laceri panni il faticoso;
E cadde, e sanguinando in van risorse.
La fame ahi gli emungea
L’ultime forze, e al fin su ’l doloroso
Passo lo vinse; e pia la morte accorse
Poi cadavero informe e dissepolto
Lo ritornâr sotto il materno volto.

Ahimè, con miglior legge
Ripara a schermo da la gelid’aura
Aquila in rupe e belva antica in lustre
Ed un covil protegge
Tepido i sonni ed il vigor restaura
A i can satolli entro il palagio illustre
Qui presso, dove de l’amor piú forte,
Figlio de l’uom, te mena il gelo a morte.

voce dalle sale.

Mescete, or via mescete
La vendemmia che il Ren vecchia conserva
Di sue cento castella incoronato.
Gorgogli con le liete
Spume a lo sguardo e giú nel sen ci ferva
Quel che il sol ne’ tuoi colli ha maturato
Cui ben Giovanna a l’Anglo un dí contese,
O di vini e d’eroi Francia cortese.

Poi ne rapisca in giro
La turbinosa danza. Oh di pompose
E bionde e nere chiome ondeggiamenti;
Oh infocato respiro
Che al tuo si mesce, o disvelate rose,
Oh accorti a fulminare occhi fuggenti;
Mentre per mille suoni a tempra insieme
L’acuta voluttà sospira e geme!

Dolce sfiorar co ’l labro
Le accese guance, e stringer mano a mano
E del seno su ’l sen le vive nevi,
E di sua sorte fabro
Ne l’orecchio deporre il caro arcano
De le sorrise parolette brevi,
E meditar cingendo il fianco a lei
De l’espugnata forma indi i trofei.

Che se di nostre feste
Scorra su l’util plebe il beneficio
E civil carità prenda augumento;
Mercé nostra, il celeste,
Che bene e mal partí, saldo giudicio
Ha di bella pietade alleggiamento.
Noi, del nostro gioir, beata prole,
Rallegriam l’universo a par del sole.

voce dalle soffitte.

Mancava il pan, mancava
L’opra sottile a reggere la vita;
E al freddo focolar sedea tremando,
E muta mi guardava,
Pallida mi guardava e sbigottita,
La madre: e un lungo giorno iva passando
Che perseguiami quel silenzio e 'l guardo,
Quand’io lassa discesi a passo tardo.

Piovea per la brumale
Nebbia lividi raggi alta la luna
In su ’l trivio fangoso, e dispariva
Dietro le nubi: tale
Di giovinezza il lume in su la bruna
Mia vita mesto fra i dolor fuggiva.
E la man tesi: e vidimi in conspetto
Osceni ghigni; e in cor mi scese un detto

Immane. Ahi, ma piú immane
Me, o superbi, premea la lunga fame
E il guardo e il viso de la madre antica.
Tornai: recai del pane:
Ma tacean del digiuno in me le brame,
Ma sollevare i gravi occhi a fatica
Sostenni; o madre, e nel tuo sen la fronte
Ascosi e del segreto animo l’onte.

Addio, d’un santo amore
Fantasie lacrimate, e voi compagne
Di questa infelicissima fanciulla!
A voi rida il candore
Del vel che la pia madre adorna e piagne,
E 'l pensier ch’erra a studio d’una culla.
Io derelitta io scompagnata seguo
Pur la traccia de l’ombre e mi dileguo.

voce di sotterra.

Taci, o fanciulla mesta;
Taci, o dolente madre, e l’affamato
Pargol raccheta ne la notte bruna.
Fiammeggia, ecco, la festa
Da’ vetri del palagio, ove il beato
De la libera patria ordin s’aduna,
E magistrati e militi tra’ suoni
E dotti ed usurier mesce e baroni.

De’ tuoi begli anni il fiore,
O fanciulla, intristí, chiedendo in vano
L’aer e l’amor ch’ogni animal desía;
Ma ride in quel bagliore
Di sete e d’òr, che con la bianca mano
La marchesa raccoglie e va giulía
In danza. Or pianga e aspetti pur, che importa?.
La prostituzïone a la tua porta.

Quel che ne la pupilla
Del figliol tuo gelò supremo pianto
Che tu non rasciugasti, o madre trista,
Gemma s’è fatto e brilla
Tra ’l nero crin de la banchiera. E intanto
Il leggiadro e soave economista
A lei che ride con la rosea bocca
Sentenze e baci dissertando scocca.

Gioite, trïonfate,
O felici, o potenti, o larve! e quando
Il sol nuovo la plebe a l’opre caccia,
Uscite e dispiegate,
Pur la mal digerita orgia ruttando.
Le vostre pompe a’ suoi digiuni in faccia;
E non sognate il dí ch’a l’auree porte
Batta la fame in compagnia di morte.
************
LEVIA GRAVIA*Libro II

domenica 2 febbraio 2014

Visione di Giosuè Carducci

Bartolomeo Bezzi*L'acqua morta*1884
Il sole tardo ne l'invernale
Ciel le caligini scialbe vincea,
E il verde tenero de la novale
Sotto gli sprazzi del sol ridea.

Correva l'onda del Po regale,
L'onda del nitido Mincio correa:
Apriva l'anima pensosa l'ale
Bianche de' sogni verso un'idea.

E al cuor del fiso mite fulgore
Di quella placida fata morgana
Riaffacciavasi la prima età,

Senza memorie, senza dolore,
Pur come un'isola verde, lontana
Entro una pallida serenità.

(Verona, 1 Febbraio 1883)
***********
RIME NUOVE

sabato 16 novembre 2013

Presso una Certosa di Giosuè Carducci

Bessie McNicol*1894
Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie
Gialle e rosse de l’acacia, senza vento una si toglie:
E con fremito leggero
Par che passi un’anima.

Velo argenteo par la nebbia su ’l ruscello che gorgoglia,
Tra la nebbia ne ’l ruscello cade a perdersi la foglia.
Che sospira il cimitero,
Da’ cipressi, fievole?

Improvviso rompe il sole sopra l’umido mattino,
Navigando tra le bianche nubi l’aere azzurrino:
Si rallegra il bosco austero
Già de ’l verno prèsago.

A me, prima che l’inverno stringa pur l’anima mia
Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!
Il tuo canto, o padre Omero
Pria che l’ombra avvolgami!

16 Novembre 1895

RIME E RITMI

martedì 8 ottobre 2013

In riva al mare di Giosuè Carducci

Jean Louis Forain*1885
Tirreno, anche il mio petto è un mar profondo
E di tempeste, o grande, a te non cede:
L’anima mia rugge ne’ flutti, e a tondo
Suoi brevi lidi e il piccol cielo fiede.

Tra le sucide schiume anche dal fondo
Stride la rena: e qua e là si vede
Qualche cetaceo stupido ed immondo
Boccheggiar ritto dietro immonde prede.

La ragion da le sue vedette algenti
Contempla e addita e conta ad una ad una
Onde e belve ed arene in van furenti:

Come su questa solitaria duna
L’ire tue negre a gli autunnali venti
Inutil lampa illumina la luna.
*************
RIME NUOVE

venerdì 4 ottobre 2013

Per Val d'Arno di Giosuè Carducci

Franco Gentilini
Né vi riveggo mai, toscani colli,
Colli toscani ove il mio canto nacque
Sotto i limpidi soli e tra le molli
Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque,

Che dal lago del cor non mi rampolli
Il pianto. Ogni memoria altra si tacque
Da quando in te, che piú ridi e t’estolli,
Colle funesto, il fratel mio si giacque.

Oh che dolce sperar già ne sostenne!
Come da quella età che non rinverde
Volammo a l’avvenir con franche penne!

Tra ignavi studi il tempo or mi si perde
Nel dispetto e l’oblio, ma lui ventenne
Copre la negra terra e l’erba verde.
***************
LEVIA GRAVIA

giovedì 26 settembre 2013

Colli toscani di Giosuè Carducci

Pal Szinyei Merse*Moglie*1880
Colli toscani e voi pacifiche selve d'olivi
a le cui ombre chete stetti in pensier d'amore,
tòsca vendemmia e tu da' grappi vermigli spumanti
in faccia al sole tra giocondi strepiti,

sole de' giovini anni; ridete a la dolce fanciulla
che amor mi strappa e rende sposa al toscano cielo;
voi le ridete, e quella che sempre, negaronmi i fati
pace d'affetti datele ne l'anima.

Colli, tacete, e voi non susurratele, olivi,
non dirle, o sol, per anche, onnivegente, pio,
ch'oltre quel monte giaccion, lei forse aspettando, que' miei
che visser tristi, che in dolor morirono.

Ella ammirando guarda la cima, tremarsi nel cuore
sente la vita e un lieve spirto sfiorar le chiome,
mentre l'aura montana, calando già il sole, d'intorno
al giovin le agita il vel candido.

(26 settembre 1880)
*************
ODI BARBARE

martedì 27 agosto 2013

Mezzogiorno alpino di Giosuè Carducci

Valentin Serov*Summer*1895
Nel gran cerchio de l'alpi, su 'l granito
Squallido e scialbo, su' ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nel suo grande silenzio il mezzodì.

Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che gli penètra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L'acqua che tenue tra i sassi fluì.

27 Agosto 1895

venerdì 23 agosto 2013

Passa la nave mia di Giosuè Carducci

Alfred Stevens*1891
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.
È come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ’l selvaggio mare.
20 agosto 1882
*********
Da H. Heine ’s Verschiedene 
Rime Nuove

venerdì 5 luglio 2013

Santa Maria degli Angeli di Giosuè Carducci

Perugino
Frate Francesco, quanto d'aere abbraccia
questa cupola bella del Vignola,
dove incrociando a l'agonia le braccia
nudo giacesti su la terra sola!

E luglio ferve e il canto d'amor vola
nel pian laborioso. Oh che una traccia
diami il canto umbro de la tua parola,
l'umbro cielo mi dia de la tua faccia!

Su l'orizzonte del montan paese,
nel mite solitario alto splendore,
qual del tuo paradiso in su le porte,

ti vegga io dritto con le braccia tese
cantando a Dio – Laudato sia, Signore,
per nostra corporal sorella morte! -
****
Rime nuove

venerdì 31 maggio 2013

In maggio di Giosuè Carducci

Charles Edward Perugini
Gli amici a cui dissi d’amor parole
Peggio m’han fatto, ed ho spezzato il cuor:
Spezzato ho il cuor, ma là su alto il sole
Ride e saluta al mese de l’amor.

Primavera fiorisce: allegri cori
D’augelli empiono il bosco giovenil.
Virginee ridon le fanciulle e i fiori.
Oh come orribil sei, mondo gentil!

L’Orco vogl’io: miglior le piaggie bige
Danno asilo ai dolenti: ivi non piú
Contrasto e scherno. Oh, meglio de la Stige
Errar su le notturne acque là giú.

Il triste mormorio de l’onde lente,
De le figlie di Stinfalo il gracchiar,
La canzon de l’Eumenidi stridente,
Il continuo di Cerbero latrar,

Son fiera cosa che al dolor s’accorda:
Di dolore ogni cosa ha vista e suon
Ove impera su l’ombre Ecate sorda
Ed eterno del pianto ulula il tuon.

Ma qua su come e di che duro oltraggio
E sole e rose a me fiedono il cuor!
M’insulta il ciel, l’azzurro ciel di maggio....
O mondo bello, tu sei pien d’orror!

**********
Da Heinrich Heine’s Letzte Gedichte
Rime Nuove

martedì 28 maggio 2013

Idillio di maggio di Giosuè Carducci

John Duncan
Maggio, idillio di Dante e Beatrice,
Che di tentazïoni
Le vie, d’acacie infiori la pendice,
Le case di mosconi:

Maggio, che sovra l’ossa ed i carcami
Rose educhi e vïole,
Ed al postribol de la vita chiami
Divin lenone il sole:

Con le dolci memorie e i cari affanni,
Maggio, da me che vuoi?
Le sono storie ormai di tremil’anni:
Vecchio maggio, m’annoi!

Va’, molli sonni reca e sussurranti
Ombre a pastori e cani,
A Maria fiori e litanie, briganti
De l’arsa Puglia a i piani:

Va’, da maggesi e da nidi e da fronde
Ti cantin selve e prati,
E ti bestemmi chi ne l’ossa asconde
Di Venere i peccati:

A questo tuo, che fra cortili e mura
M’irride, etico raggio,
Io tempro una canzon forte e sicura,
E te la gitto, o maggio.

Lo so: roseo fra’ tuoi molli vapori
Espero in ciel ridea,
E tra le prime stelle e i primi fiori
Ella uscí come dea.

De le vïole onde avea colmo il grembo
Gittommi; e il volto ascose,
E fuggí. Sento il suo ceruleo lembo
Sibilar tra le rose

Ancora: ancor su la sua testa bella
Soavemente inchina
Vedo tremar dal puro ciel la stella,
La stella vespertina.

E da la valle un fremito salía,
Un nembo inebrïante;
E correa per i colli un’armonia;
Ed io pensava, o Dante,

A te, quando t’arrise un verecondo
Viso tra i bianchi veli,
E tu sentivi piovere su ’l mondo
Amor da tutti i cieli.

- Come al sol novo un desio di vïola
S’apre il mio cuore a te.
La costoletta mi ritorna a gola:
Fa’ venire il caffè. -

Cosí diceami un giorno de i cortesi
Ippocàstani al rezzo.
Deh, quante dinastie di re cinesi
Passaro in questo mezzo?

Or son quell’io? e questo è quel mio cuore
Questo che in sen mi batte,
Qual procellosa l’ala del condore
Su l’alte selve intatte?

Oh come solo il mio pensiero è bello
Ne la sua forza pura!
Oh come scolorisce in faccia a quello
Questa vecchia natura!

Oh come è gretta questa mascherata
Di rose e di vïole!
Questa volta del ciel come è serrata!
Come sei smorto, o sole!

/RIME NUOVE/

domenica 26 maggio 2013

Notte di maggio di Giosuè Carducci

Luis Janmot*1845
Non mai seren di piú tranquilla notte
Fu salutato da le vaghe stelle
In riva di correnti e lucid’onde;
E tremolava rorida su ’l verde,
Rompendo l’ombre che scendean da’colli,
L’antica, errante, solitaria luna.

Candida, vereconda, austera luna:
Che vapori e tepor per l’alta notte
Salíano a te da gli arborati colli!
Parea che in gara a le virginee stelle
Si svegliasser le ninfe in mezzo il verde,
E un soave sussurro era ne l’onde.

Non tale un navigar d’oblio per l’onde
Ebbero amanti mai sotto la luna,
Qual io disamorato entro il bel verde:
Che solo ai buoni splender quella notte
Pareami, e da gli avelli e da le stelle
Spirti amici vagar vidi su i colli.

O voi dormenti ne i materni colli,
E voi d’umili tombe a presso l’onde
Guardanti in cielo trapassar le stelle;
Voi sotto il fiso raggio de la luna
Rividi io popolar la cheta notte,
Lievi strisciando su ’l commosso verde.

Deh, quanta parte de l’età mia verde,
Rivissi in cima ai luminosi colli,
E vinta al basso rifuggía la notte!
Quando una forma verso me su l’onde,
Disegnata nel lume de la luna,
Vidi, e per gli occhi le ridean le stelle.

Ricordati: mi disse. Allor le stelle
Furon velate, e corse ombra su ’l verde,
E di súbito in ciel tacque la luna;
Acuti lai suonarono pe’ colli;
Ed io soletto su le flebili onde
Di sepolcro sentii fredda la notte.

Quando la notte è fitta piú di stelle,
A me giova appo l’onde entro il bel verde
Mirar su i colli la sedente luna.

(Rime nuove)

giovedì 23 maggio 2013

Ave Maria di Giosuè Carducci

Joaquin Sorolla Y Bastida*La Virgen Maria
Ave Maria! Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scovrono il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.

Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?

Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anime invade.

Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

(La chiesa di Polenta)

A Don Gallo!

giovedì 21 febbraio 2013

Nella piazza di San Petronio di Giosuè Carducci

Jean Louis Forain*1877
Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,
e il colle sopra bianco di neve ride.

È l'ora soave che il sol morituro saluta
le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant'ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;
e l'aër come velo d'argento giace

su 'l fòro, lieve sfumando a torno le moli
che levò cupe il braccio clipeato de gli avi.

Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando
con un sorriso languido di viola,

che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone
par che risvegli l'anima de i secoli,

e un desio mesto pe 'l rigido aëre sveglia
di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza
e co' i re vinti i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema
un desiderio vano de la bellezza antica.

(6-7 Febbraio 1877)

(ODI BARBARE)

mercoledì 14 novembre 2012

Autunno romantico di Giosuè Carducci

Walter Griffin*1897
Di sereno adamàntino su ’l vasto
Squallor d’autunno il cielo azzurro brilla,
Come di sua beltà nel conscio fasto
La tua fredda pupilla.
Come a te velo tenüe le membra
Nel risorger del tuo bel giorno a l’opre,
Nebbia la terra, che addormita sembra,
Argentëa ricopre.
Ed immoti per essa ergon le cime
Irte e umide i grigi alberi muti,
Quai nel pensier cui la memoria opprime
I dolci anni perduti.
E via sovr’essi indifferente il sole,
Che al bel maggio rideva entro la folta
Fronda, ora fulge e non riscalda. O Jole,
Amiam l’ultima volta.
(Rime nuove*1906)

domenica 15 luglio 2012

Profonda, solitaria, immensa notte di Giosuè Carducci

William Herbert Allen
Profonda, solitaria, immensa notte;
Visibil sonno del divin creato
Su le montagne già dal fulmin rotte,
Su le terre che l'uomo ha seminato;
Alte da i casti lumi ombre interrotte;
Cielo vasto, pacifico, stellato;
Lucide forme belle, al vostro fato,
Equabilmente, arcanamente, addotte;
Luna, e tu che i sereni e freddi argenti
Antica peregrina a i petti mesti
Ed a' lieti dispensi indifferenti;
Che misteri, che orror, dite, son questi?
Che siam, povera razza de i viventi?...

Ma tu, bruta quïete, immobil resti.
(Juvenilia°1850)