L'unica via di comunicazione è il pianto
Mentre la Pupa piccolissima è ben piazzata con la sua testina in basso, quasi pronta al decollo, io lo sono un po' meno. Da una settimana ho smesso di lavorare (nella foto, festa di arrivederci in redazione, con ghirlanda luminosa sul pancione) e in teoria avrei più tempo per fare tutto, ma il grave handicap della mancanza di sonno mi stordisce.
Di giorno il Pupo, che lunedì compie 5 anni, è un tenero batuffolo; di notte un bambino di Satana che sfugge a ogni controllo. L'ansia per l'Arrivo della Sorellina, da lui verbalizzata in modo piuttosto diretto («Mamma, ho sognato che avevi nella pancia un bebé di nome George come Curious George, era molto arrabbiato con me») trova sfogo nelle paure di mostri acquattati nel buio in ogni angolo di casa.
Confronto, confronto, confronto Io e Mike Delfino ci scervelliamo tra noi e, all'esterno, condividiamo il problema urbi et orbi. Anche i trasportatori della DHL e la primaria di Ostetricia dell'Ospedale Sacco sono a conoscenza del problema: nostro figlio non dorme. Mike Delfino per la stanchezza degenera e lancia minacce destinate a restare inevase: «Lo chiudo in camera sua e butto la chiave, lo faccio dormire in giardino, chiamo la polizia», io tengo botta con dispendiose e inutili alternative tipo Fiori di Bach. Stanotte è andata un po' meglio del solito: preliminarmente col Pupo abbiamo costruito una trappola per E.T., il suo principale nemico, con un campanello, un nastro, delle «puntite» (puntine) una trombetta e una biglia «per farlo scivolare dalle scale». Poi abbiamo disseminato tutto il piano di sopra di abat-jour e lucine anti-mostri, sembrava un camposanto ma mi sono ben guardata dal dirglielo.
The Call La prima chiamata è arrivata alle due di notte, un po' in ritardo sulla consueta tabella. La Pupa dormiva fuori casa e io sono andata a parlamentare col Pupo. Dopo 44 minuti di trattative («No, non vieni nel lettone. Ce la puoi fare da solo. Ognuno dorme nel suo letto. No, non ti posso fare mille coccole. Sì, cento sì, ma mille no. Se dormi ti regalo una... no, facciamo cinque macchinine nuove») lui, sfinito quanto me, mi ha chiesto: «Ma non potresti dormire almeno in questa stanza, nel letto della sorellina?». «Ti basterebbe a tranquillizzarti?». «Sì, mi basterebbe. Mi basta non essere in camera da solo». «Ma perché allora quando c'è la sorellina fai tanti capricci?». «Perché a volte il mio cervello non funziona».
Domani è un altro giorno E così abbiamo ronfato sereni fino alle otto del mattino. Naturalmente non posso prevedere come si evolverà la situazione e comincio a preoccuparmi un po': cosa succede se entro in travaglio dopo una notte insonne? Come al solito, accetto volentieri consigli e un po' mi rammarico perché, in tutto ciò, la mia attenzione nei confronti della Pupa piccolissima è ai minimi storici. Ogni tanto mi ricordo di lei perché mi prende a calci, stanotte deve averlo fatto con forza inconsueta perché mi sono svegliata sognando che all'improvviso fosse diventata podalica. Nelle ore diurne, in compenso, i Pupi sono amabili: giocano tantissimo a «scuola», Pupa insegnante e Pupo + compagni immaginari allievi, e poi con la pista dei treni, scagliando con forza vagoni di legno contro improvvisi ostacoli. «C'è un gorgoglio di auto da questa parte», sento commentare la Pupa. Credo voglia dire «ingorgo», ma mi godo la quiete e mi guardo bene dal correggerla.
Ho traslocato su erounabravamamma.it
Vi aspetto!
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giovedì 7 novembre 2013
lunedì 10 giugno 2013
Scuola & altre catastrofi
E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore
Momenti di grande agitazione sindacale nell'azienda per cui lavoro. Del resto mi si racconta che ovunque è così. È la crisi, si mormora, la crisi cui siamo ormai abituati ad attribuire la colpa di tutto. Nel frattempo la vita in qualche modo va avanti e io mi dedico alla mia prossima inchiesta, sull'homeschooling.
La scuola? Non è obbligatoria E io per tutti questi anni ho pensato di sì. In effetti, a differenza che in altri Paesi, da noi i genitori sono tenuti a «dare un'istruzione» ai figli, non a mandarli a scuola. E chi controlla che i bambini vengano istruiti davvero? Nella repubblica delle banane, nessuno. Mi hanno spiegato che il dirigente scolastico del territorio di competenza (quello di residenza, per intenderci) è tenuto a verificare cosa fanno le famiglie che non hanno iscritto i propri figli a scuola. Tra le altre cose, ha il dovere di «chiedere che i bambini facciano l'esame di idoneità» alla fine di ogni ciclo. Ma le famiglie hanno il diritto «di rifiutarsi di fare l'esame».
In questo vuoto normativo In pratica ciascuno si organizza come vuole. Gli homeschoolers preferiscono essere definiti un-schoolers: poche letterine che fanno la differenza. L'homeschooling significa proporre ai bambini, a casa, lo stesso programma (ministeriale) delle scuole tradizionali. Secondo l'unschooling invece il bambino impara attraverso le proprie esperienze di vita, tra cui il gioco, la vita a contatto con la natura, il rapporto con i genitori e i fratelli. Sceglie cosa imparare e quando impararlo, fin da piccolissimoi. Steiner, Holt, Montessori sono i modelli da cui ciascuno attinge come meglio crede.
Il passaparola sul web È intenso e frenetico. «Voi avete studiato le tabelline?». «A che età i vostri figli hanno imparato a cuocere il pane?». «Oggi siamo stati a visitare la caserma dei pompieri». Alcuni unschoolers fanno frequentare ai figli quelle che si chiamano scuole libertarie, i più radicali li tengono a casa da sempre, possibilmente per sempre, al motto di «i più grandi genii non hanno ricevuto un'istruzione tradizionale». E giù a far nomi tipo Einstein, Zuckerberg, Gates, Jobs.
Nell'intervistarli Un po' mi innamoro dei loro processi mentali, un po' perdo orribilmente la pazienza. Domando: «Voi genitori che scegliete questo metodo dovete seguire i vostri figli di continuo. Come fa chi ha un mutuo da pagare e non può lasciare il suo lavoro a tempo pieno?». Risposta: «Forse è meglio che non faccia figli». Mi astengo dal far notare che una società fondata su questo principio colerebbe immediatamente a picco, senza contare i decenni di dibattiti sull'emancipazione femminile.
Andate e moltiplicatevi Parlo con una unschooler che ha nove figli. Più in generale, «quelli come loro» sono molto prolifici. «Che vuoi che dica», mi fa lei con semplicità, «è la mia missione nella vita. Quando ero piccola e mi chiedevano "Cosa vuoi fare da grande?", rispondevo, "la mamma"». Mentre ne prendo atto, un brivido mi corre lungo la schiena. Io sarei capace di restare a casa con i miei figli e di fornire loro un'istruzione democratica? Soprattutto, vorrei farlo? Credo di no. Però quando l'altro giorno la maestra del Pupo, 4 anni, mi ha detto di nuovo: «Sai, tuo figlio proprio non si comporta come si deve. Continua a mangiare nella posizione dello yoga, e poi sai, è... insofferente alla Regola», ho avuto tanta voglia di prendere il bambino e di portarlo lontano, tanto lontano da lì. Attendo, al solito, preziose condivisioni di pareri ed esperienze.
Momenti di grande agitazione sindacale nell'azienda per cui lavoro. Del resto mi si racconta che ovunque è così. È la crisi, si mormora, la crisi cui siamo ormai abituati ad attribuire la colpa di tutto. Nel frattempo la vita in qualche modo va avanti e io mi dedico alla mia prossima inchiesta, sull'homeschooling.
La scuola? Non è obbligatoria E io per tutti questi anni ho pensato di sì. In effetti, a differenza che in altri Paesi, da noi i genitori sono tenuti a «dare un'istruzione» ai figli, non a mandarli a scuola. E chi controlla che i bambini vengano istruiti davvero? Nella repubblica delle banane, nessuno. Mi hanno spiegato che il dirigente scolastico del territorio di competenza (quello di residenza, per intenderci) è tenuto a verificare cosa fanno le famiglie che non hanno iscritto i propri figli a scuola. Tra le altre cose, ha il dovere di «chiedere che i bambini facciano l'esame di idoneità» alla fine di ogni ciclo. Ma le famiglie hanno il diritto «di rifiutarsi di fare l'esame».
In questo vuoto normativo In pratica ciascuno si organizza come vuole. Gli homeschoolers preferiscono essere definiti un-schoolers: poche letterine che fanno la differenza. L'homeschooling significa proporre ai bambini, a casa, lo stesso programma (ministeriale) delle scuole tradizionali. Secondo l'unschooling invece il bambino impara attraverso le proprie esperienze di vita, tra cui il gioco, la vita a contatto con la natura, il rapporto con i genitori e i fratelli. Sceglie cosa imparare e quando impararlo, fin da piccolissimoi. Steiner, Holt, Montessori sono i modelli da cui ciascuno attinge come meglio crede.
Il passaparola sul web È intenso e frenetico. «Voi avete studiato le tabelline?». «A che età i vostri figli hanno imparato a cuocere il pane?». «Oggi siamo stati a visitare la caserma dei pompieri». Alcuni unschoolers fanno frequentare ai figli quelle che si chiamano scuole libertarie, i più radicali li tengono a casa da sempre, possibilmente per sempre, al motto di «i più grandi genii non hanno ricevuto un'istruzione tradizionale». E giù a far nomi tipo Einstein, Zuckerberg, Gates, Jobs.
Nell'intervistarli Un po' mi innamoro dei loro processi mentali, un po' perdo orribilmente la pazienza. Domando: «Voi genitori che scegliete questo metodo dovete seguire i vostri figli di continuo. Come fa chi ha un mutuo da pagare e non può lasciare il suo lavoro a tempo pieno?». Risposta: «Forse è meglio che non faccia figli». Mi astengo dal far notare che una società fondata su questo principio colerebbe immediatamente a picco, senza contare i decenni di dibattiti sull'emancipazione femminile.
Andate e moltiplicatevi Parlo con una unschooler che ha nove figli. Più in generale, «quelli come loro» sono molto prolifici. «Che vuoi che dica», mi fa lei con semplicità, «è la mia missione nella vita. Quando ero piccola e mi chiedevano "Cosa vuoi fare da grande?", rispondevo, "la mamma"». Mentre ne prendo atto, un brivido mi corre lungo la schiena. Io sarei capace di restare a casa con i miei figli e di fornire loro un'istruzione democratica? Soprattutto, vorrei farlo? Credo di no. Però quando l'altro giorno la maestra del Pupo, 4 anni, mi ha detto di nuovo: «Sai, tuo figlio proprio non si comporta come si deve. Continua a mangiare nella posizione dello yoga, e poi sai, è... insofferente alla Regola», ho avuto tanta voglia di prendere il bambino e di portarlo lontano, tanto lontano da lì. Attendo, al solito, preziose condivisioni di pareri ed esperienze.
venerdì 22 febbraio 2013
Sei madre abbastanza?
Se puoi, ti prego, torna con la luce
Anche se lavora fuori casa, l’italiana media svolge mansioni domestiche 80 minuti al giorno più del proprio partner: lo dice una ricerca dell'Università Bocconi, e in ogni caso sono questioni su cui ultimamente siamo chiamate a riflettere molto. «Una bella ora e 20 di frenetico sciacquare, riordinare, rassettare, prima o dopo aver dato il proprio contributo al Pil», scrive la mia collega Silvia Orlandini su Gioia: «sulle spalle delle donne, occupate o no, grava il 75 per cento del lavoro domestico, inteso come cura della casa, dei bambini e degli anziani». E solo la settimana scorsa, sempre per il mio giornale, ho intervistato Loredana Lipperini, che in questi giorni ha pubblicato Di mamme ce n'è più d'una (Feltrinelli). Leggetelo.
Il problema è che in Italia, negli anni Dieci del terzo millennio, se sei donna "devi" essere madre. Questo pensa la gente. E, soprattutto, devi esserlo bene. Il che accade anche all'estero, a dir la verità: la copertina di Time che vedete qui sopra è stata pubblicata nel maggio 2012 e ritrae una donna vera, una madre (intendo dire che non è una modella, anche se lo sembra) che allatta suo figlio di quasi quattro anni. Condizione essenziale, come spiega lei stessa, «per farlo crescere sereno». Tornando a noi, e alla ricerca dell’Università Bocconi, addirittura l’81,4 per cento degli intervistati è convinto che un bambino in età prescolare soffra se la mamma lavora. Come si spiega che invece, nell’Unione europea, questa percentuale scenda al 55,6 per cento? Il "trucco" forse sta nel cominciare con il piede giusto (cioè sbagliato): «In Italia le donne sono il 60 per cento degli studenti universitari, ma il 22 per cento decide di non iniziare nemmeno un percorso professionale», mi ha spiegato la Lipperini alzando un sopracciglio mentre addentava un rombo in crosta, un sabato a pranzo.
Durante il Festival di Sanremo, pochi giorni dopo Ho incontrato due mamme blogger che conoscevo già e che, vedendomi, mi hanno chiesto: «E con i bambini come fai?». «Esattamente come fate voi», ho risposto. Ma la domanda mi ha colpito moltissimo: a un padre in trasferta, nessuno si sognerebbe di porla.
Mentre i dati mi scivolano davanti agli occhi Al solito, mi si ribadisce che in Svezia e in Norvegia si sta molto meglio. Riviste e ricerche mi invitano a riflettere: la condivisione - la parità - passa anche dall'affidare il biberon per nutrire il Pupo al maschio (adulto) di casa; dal mettergli in mano una scopa e uno straccio, almeno ogni tanto. Conosco però almeno un blog, che non citerò, in cui resiste e s'amplifica il mito della moglie-mamma-geisha, eroica, insostituibile, che accoglie ogni sera il ritorno del guerriero stanco con un grande sorriso, il trucco rifatto, la cena servita, in grembiule e giarrettiera, «perché i maschi si sa, poveretti, e poi in fondo bisogna capirli». È un blog seguitissimo.
Mi chiedo sempre più spesso Quanto sia colpa anche nostra, anche mia. I pensieri s'intrecciano. Il Pupo ha 40 di febbre per la tonsillite, delira, alle due e mezza di notte si sveglia e chiede con voce cristallina: «Bisogna studiale molti anni pel diventale pompiele?». Normalmente adora la compagnia di suo padre, negli ultimi giorni invece cerca sempre me, mi chiama mammina, mi telefona al lavoro solo per mandarmi dei baci. Mi dice: «Sei bella, hai la pelle come di plimavela». Sono insonne da giorni, esausta. Assecondo stregata le sue richieste da donna incinta: «Puoi andale al supelmelcato a complalmi il cocco?». Sono le sette di sera e sono ancora in ufficio, a mescolare i sensi di colpa al sollievo per aver finito un lavoro importante. Mio figlio stamattina mi ha detto: «Se puoi, ti plego, tolna quando fuoli c'è ancola la luce». Oggi non ce l'ho fatta. A suo papà, del resto, non l'ha nemmeno chiesto.
Anche se lavora fuori casa, l’italiana media svolge mansioni domestiche 80 minuti al giorno più del proprio partner: lo dice una ricerca dell'Università Bocconi, e in ogni caso sono questioni su cui ultimamente siamo chiamate a riflettere molto. «Una bella ora e 20 di frenetico sciacquare, riordinare, rassettare, prima o dopo aver dato il proprio contributo al Pil», scrive la mia collega Silvia Orlandini su Gioia: «sulle spalle delle donne, occupate o no, grava il 75 per cento del lavoro domestico, inteso come cura della casa, dei bambini e degli anziani». E solo la settimana scorsa, sempre per il mio giornale, ho intervistato Loredana Lipperini, che in questi giorni ha pubblicato Di mamme ce n'è più d'una (Feltrinelli). Leggetelo.
Il problema è che in Italia, negli anni Dieci del terzo millennio, se sei donna "devi" essere madre. Questo pensa la gente. E, soprattutto, devi esserlo bene. Il che accade anche all'estero, a dir la verità: la copertina di Time che vedete qui sopra è stata pubblicata nel maggio 2012 e ritrae una donna vera, una madre (intendo dire che non è una modella, anche se lo sembra) che allatta suo figlio di quasi quattro anni. Condizione essenziale, come spiega lei stessa, «per farlo crescere sereno». Tornando a noi, e alla ricerca dell’Università Bocconi, addirittura l’81,4 per cento degli intervistati è convinto che un bambino in età prescolare soffra se la mamma lavora. Come si spiega che invece, nell’Unione europea, questa percentuale scenda al 55,6 per cento? Il "trucco" forse sta nel cominciare con il piede giusto (cioè sbagliato): «In Italia le donne sono il 60 per cento degli studenti universitari, ma il 22 per cento decide di non iniziare nemmeno un percorso professionale», mi ha spiegato la Lipperini alzando un sopracciglio mentre addentava un rombo in crosta, un sabato a pranzo.
Durante il Festival di Sanremo, pochi giorni dopo Ho incontrato due mamme blogger che conoscevo già e che, vedendomi, mi hanno chiesto: «E con i bambini come fai?». «Esattamente come fate voi», ho risposto. Ma la domanda mi ha colpito moltissimo: a un padre in trasferta, nessuno si sognerebbe di porla.
Mentre i dati mi scivolano davanti agli occhi Al solito, mi si ribadisce che in Svezia e in Norvegia si sta molto meglio. Riviste e ricerche mi invitano a riflettere: la condivisione - la parità - passa anche dall'affidare il biberon per nutrire il Pupo al maschio (adulto) di casa; dal mettergli in mano una scopa e uno straccio, almeno ogni tanto. Conosco però almeno un blog, che non citerò, in cui resiste e s'amplifica il mito della moglie-mamma-geisha, eroica, insostituibile, che accoglie ogni sera il ritorno del guerriero stanco con un grande sorriso, il trucco rifatto, la cena servita, in grembiule e giarrettiera, «perché i maschi si sa, poveretti, e poi in fondo bisogna capirli». È un blog seguitissimo.
Mi chiedo sempre più spesso Quanto sia colpa anche nostra, anche mia. I pensieri s'intrecciano. Il Pupo ha 40 di febbre per la tonsillite, delira, alle due e mezza di notte si sveglia e chiede con voce cristallina: «Bisogna studiale molti anni pel diventale pompiele?». Normalmente adora la compagnia di suo padre, negli ultimi giorni invece cerca sempre me, mi chiama mammina, mi telefona al lavoro solo per mandarmi dei baci. Mi dice: «Sei bella, hai la pelle come di plimavela». Sono insonne da giorni, esausta. Assecondo stregata le sue richieste da donna incinta: «Puoi andale al supelmelcato a complalmi il cocco?». Sono le sette di sera e sono ancora in ufficio, a mescolare i sensi di colpa al sollievo per aver finito un lavoro importante. Mio figlio stamattina mi ha detto: «Se puoi, ti plego, tolna quando fuoli c'è ancola la luce». Oggi non ce l'ho fatta. A suo papà, del resto, non l'ha nemmeno chiesto.
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giovedì 29 novembre 2012
Mi sono nascosta ancora vicino all'acqua gazata
Se il Pupo nel buio si stringe a me
Siamo diventati tutti fanatici del nascondino. Ve lo consiglio: è terapeutico. Dopo una frenetica giornata fuori, in pochi minuti ti rilassa e ti spegne il cervello. Noi ne abbiamo previsto due varianti: una in cui giochiamo chiusi in dispensa e una in cui, invece, ci si nasconde in tutta la casa. Pur essendo la dispensa uno spazio ristretto, una piccola stanza per giunta affollata di oggetti, questa variante presenta i suoi vantaggi. Il primo dei quali è che la Pupa non se la fa addosso per la paura. Il secondo è che, quando tocca a lei stare sotto, il Pupo mi salta in braccio nel buio, poi comincia a baciarmi sul collo e mi sussurra: «Mamma, ti amo. Adesso nascondimi». L'oscurità gli trasmette l'ardore che a volte alla luce gli manca.
Capitano, qua e là, dei problemi logistici Perché il Pupo si imbizzarrisce random, e quando tocca a lui contare non sai mai se si fermerà a venti, a otto, a quattordici, a quattro. Perciò, sei lì che nemmeno hai cominciato a valutare in quale angolo schiaffarti ed eccolo già lì a brancicarti con le manine, a dire: «Mamma, ti ho preso! Perché ti sei nascosta ancora vicino all'acqua gazata?». Di tanto in tanto, pretende di far giocare anche il Ma (il ratto di peluche da cui non si separa mai), salvo poi arrabbiarsi con lui perché non sa contare.
Alla scuola materna le maestre del Pupo Ieri, in un colloquio durato un'ora intera, per fortuna nessun riferimento all'utilizzo del biberon. Ci hanno detto in sostanza che il bambino è vivace e intelligente - e noi: oh, davvero? - ma, a tratti, indisciplinato e provocatorio.
(Maestra): «Per esempio, si mette le scarpe e la giacca al contrario pur di uscire al più presto a giocare. Se perde una scarpa in giardino non si preoccupa, ma continua tranquillo le sue attività. Per fermarsi all'improvviso, mentre sta correndo, si butta in ginocchio e buca i pantaloni».
(Io): «Sì, lo so. Mi ha spiegato che è il suo modo di frenare».
(Maestra): «A tavola frega con nonchalance la frutta dai piattini dei compagni».
(Io): «Ma loro vorrebbero mangiarla?».
«No, è quella avanzata».
«Ah».
(Maestra): «A tavola vostro figlio a volte toglie le scarpe e si siede a gambe incrociate, come se stesse facendo yoga».
(Io): «La schiena però la tiene dritta?».
«Drittissima».
«Bene, nello yoga questo è fondamentale».
(Maestra, sospirando): «Insomma, questo bambino non rispetta La Regola».
(Io): «Temo che abbia preso da me. Per esempio, dove lavoro io, all'entrata, dovrei passare il badge per il rilevamento delle presenze, ma non lo faccio».
«Perché, scusi?»
«Così, senza motivo. È questo il bello. Però, come vede, per il resto ho una vita abbastanza normale».
Tutto dipende (da che punto guardi il mondo) E stamattina, già che c'ero, colloquio con la maestra della Pupa. In pasticceria.
(Maestra): «Sua figlia è troppo forte. Stavamo studiando sce, sci, schie, scie e lei ha scritto: "Mi piacciono moltissimo gli sceriffi coi baffi". E poi: "Adoro nuotare in piscina sulla schiena della mamma". Sente com'è armonioso e creativo l'alternarsi dello sci e dello sce?»
(Io): «Ne sono felice. A proposito, ieri a scuola ha perso una scarpa, una ballerina viola. Mi aiuta a recuperarla?».
«Certo. Mi raccomando, a Natale niente regali a noi insegnanti. Ah, è arrivato il finanziamento del Coni per l'educazione motoria. Ora che mi viene in mente, le interessano le arance biologiche? Ha visto che belle, le foto della marcia dei diritti dell'Unicef? Come sta quel fenomeno di suo figlio?»
«Bene, però mi hanno detto che ha qualche problema con La Regola. Fa cose gravissime, tipo rubare la frutta avanzata dai piatti degli altri».
(Lei, prendendo senza farsi vedere un biscottino dal tavolo del vicino): «Uhm. Gravissimo. Vuole un altro bigné?».
Questa è un po' sottile ma so che la capirete Ieri sera cercavo di mettere a letto il Pupo, argomento su cui temo mi toccherà scrivere presto un altro post. Abbiamo discusso parecchio, mi sono quasi arrabbiata, lui si è a sua volta seccato e roteando su sé stesso tipo Ken Shiro mi ha guardato minaccioso e muovendo le braccia tipo marionetta mi ha detto: «Mamma. Se non la smetti ti dò un colpo di carattere».
A questo punto mi piacerebbe tanto sapere da voi a) cosa fate per rilassarvi assieme ai vostri figli e b) cosa pensate (se pensate qualcosa) di un bambino che non si preoccupa di correre in giardino senza scarpe.
Siamo diventati tutti fanatici del nascondino. Ve lo consiglio: è terapeutico. Dopo una frenetica giornata fuori, in pochi minuti ti rilassa e ti spegne il cervello. Noi ne abbiamo previsto due varianti: una in cui giochiamo chiusi in dispensa e una in cui, invece, ci si nasconde in tutta la casa. Pur essendo la dispensa uno spazio ristretto, una piccola stanza per giunta affollata di oggetti, questa variante presenta i suoi vantaggi. Il primo dei quali è che la Pupa non se la fa addosso per la paura. Il secondo è che, quando tocca a lei stare sotto, il Pupo mi salta in braccio nel buio, poi comincia a baciarmi sul collo e mi sussurra: «Mamma, ti amo. Adesso nascondimi». L'oscurità gli trasmette l'ardore che a volte alla luce gli manca.
Capitano, qua e là, dei problemi logistici Perché il Pupo si imbizzarrisce random, e quando tocca a lui contare non sai mai se si fermerà a venti, a otto, a quattordici, a quattro. Perciò, sei lì che nemmeno hai cominciato a valutare in quale angolo schiaffarti ed eccolo già lì a brancicarti con le manine, a dire: «Mamma, ti ho preso! Perché ti sei nascosta ancora vicino all'acqua gazata?». Di tanto in tanto, pretende di far giocare anche il Ma (il ratto di peluche da cui non si separa mai), salvo poi arrabbiarsi con lui perché non sa contare.
Alla scuola materna le maestre del Pupo Ieri, in un colloquio durato un'ora intera, per fortuna nessun riferimento all'utilizzo del biberon. Ci hanno detto in sostanza che il bambino è vivace e intelligente - e noi: oh, davvero? - ma, a tratti, indisciplinato e provocatorio.
(Maestra): «Per esempio, si mette le scarpe e la giacca al contrario pur di uscire al più presto a giocare. Se perde una scarpa in giardino non si preoccupa, ma continua tranquillo le sue attività. Per fermarsi all'improvviso, mentre sta correndo, si butta in ginocchio e buca i pantaloni».
(Io): «Sì, lo so. Mi ha spiegato che è il suo modo di frenare».
(Maestra): «A tavola frega con nonchalance la frutta dai piattini dei compagni».
(Io): «Ma loro vorrebbero mangiarla?».
«No, è quella avanzata».
«Ah».
(Maestra): «A tavola vostro figlio a volte toglie le scarpe e si siede a gambe incrociate, come se stesse facendo yoga».
(Io): «La schiena però la tiene dritta?».
«Drittissima».
«Bene, nello yoga questo è fondamentale».
(Maestra, sospirando): «Insomma, questo bambino non rispetta La Regola».
(Io): «Temo che abbia preso da me. Per esempio, dove lavoro io, all'entrata, dovrei passare il badge per il rilevamento delle presenze, ma non lo faccio».
«Perché, scusi?»
«Così, senza motivo. È questo il bello. Però, come vede, per il resto ho una vita abbastanza normale».
Tutto dipende (da che punto guardi il mondo) E stamattina, già che c'ero, colloquio con la maestra della Pupa. In pasticceria.
(Maestra): «Sua figlia è troppo forte. Stavamo studiando sce, sci, schie, scie e lei ha scritto: "Mi piacciono moltissimo gli sceriffi coi baffi". E poi: "Adoro nuotare in piscina sulla schiena della mamma". Sente com'è armonioso e creativo l'alternarsi dello sci e dello sce?»
(Io): «Ne sono felice. A proposito, ieri a scuola ha perso una scarpa, una ballerina viola. Mi aiuta a recuperarla?».
«Certo. Mi raccomando, a Natale niente regali a noi insegnanti. Ah, è arrivato il finanziamento del Coni per l'educazione motoria. Ora che mi viene in mente, le interessano le arance biologiche? Ha visto che belle, le foto della marcia dei diritti dell'Unicef? Come sta quel fenomeno di suo figlio?»
«Bene, però mi hanno detto che ha qualche problema con La Regola. Fa cose gravissime, tipo rubare la frutta avanzata dai piatti degli altri».
(Lei, prendendo senza farsi vedere un biscottino dal tavolo del vicino): «Uhm. Gravissimo. Vuole un altro bigné?».
Questa è un po' sottile ma so che la capirete Ieri sera cercavo di mettere a letto il Pupo, argomento su cui temo mi toccherà scrivere presto un altro post. Abbiamo discusso parecchio, mi sono quasi arrabbiata, lui si è a sua volta seccato e roteando su sé stesso tipo Ken Shiro mi ha guardato minaccioso e muovendo le braccia tipo marionetta mi ha detto: «Mamma. Se non la smetti ti dò un colpo di carattere».
A questo punto mi piacerebbe tanto sapere da voi a) cosa fate per rilassarvi assieme ai vostri figli e b) cosa pensate (se pensate qualcosa) di un bambino che non si preoccupa di correre in giardino senza scarpe.
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giovedì 25 ottobre 2012
Gli uomini vengono da Marte, eccetera
Quello che avete in mano non è un idrante
Nel bagno di una latteria-trattoria dove vado ogni tanto a pranzo, c'è un cartello che dice: «Avviso per i signori clienti (uomini). Quello che avete in mano non è un idrante, e per terra non c'è un incendio».
Ecco, questo cartello mi fa ridere tutte le volte che lo leggo. Rido un po' meno - ma neanche poi tanto, in fondo - da quando il Pupo ha preso a fare un uso sconsiderato del suo personale estintore.
Le regole del Pupo L'altra sera l'ho accompagnato in bagno per le abluzioni per-nanna. E qui vi enuncio le regole del Pupo: 1. Se la popolazione maschile pronuncia una media di 7.000 parole al giorno (dati di una ricerca pubblicata su Science magazine), il Pupo, che ciarla senza soluzione di continuità, credo arrivi a 70.000. 2. Se per brevi istanti è anche capace di non fare nulla, gli è impossibile non parlare. 3. Come la maggioranza degli uomini, non è multitasking. In bagno, in piedi davanti al water, a un certo punto ha cominciato a raccontarmi le ultime imprese di Ben Ten.
Per raccontare, si sa, è necessario gesticolare. Mollando la presa, cioè l'idrante, cioè l'arnese.
(Io): «Pupo, ma cosa fai, guarda dove stai facendo pipì!» (=ovunque: sul muro, per terra, sui pantaloni del pigiama).
(Lui, serafico, abbassando lo sguardo per constatare il danno, con aria serena): «Non è un ploblema».
Poi ha afferrato uno strappo di carta igienica e ha cominciato a passarselo sul corpo, per terra, sulla tavoletta del wc, poi di nuovo sul corpo, convinto in questo modo di pulire perfettamente sé stesso e pure il bagno. «Hai visto, mamma? Ola è tutto a posto. Sei un cuole».
Quando il Pupo dice «Sei un cuore» Io mi sciolgo. Così ho cominciato a sbaciucchiarlo com'era, ancora un po' umidiccio. Ecco: forse il senso di questo post è che mi ha fatto una gran tenerezza pensare che per lui andasse bene così. Secondo lui, il semplice gesto di passarsi qua e là un quadratino di carta igienica aveva sistemato tutto. Se è vero che la bellezza è un concetto relativo, lo sono pure l'ordine, la pulizia. E in effetti, dalle schegge di ricordi che emergono qua e là quando penso alla mia infanzia, mi viene in mente che da piccola certe cose non le notavo proprio. Tipo: la mamma di un mio amichetto delle elementari, che oggi, guardando indietro, definirei vagamente hippie, tendeva a girare nuda in una casa disordinatissima. Io trovavo un po' strano il contrasto tra l'estremo candore della sua pelle e il nero di quel vello che le spuntava sotto la pancia; quanto agli oggetti disseminati qua e là in ogni angolo, li vedevo anche, ma poi evidentemente pensavo, come il Pupo, «Non è un ploblema».
Ancora a proposito di pipì Semmai trovo problematiche, invece, le teorie folli che ciclicamente prendono piede. Su Facebook, l'amica di un'amica scrive candida in bacheca: «Che soddisfazione aver curato l'otite della mia cucciolina con una goccia della sua pipì, quando il pediatra aveva prescritto l'antibiotico!». E giù, tutti a cliccare «mi piace». Ed ecco che all'improvviso mi viene voglia di sapere cosa ne pensate voi di questi nuovi trend.
http://www.youtube.com/watch?v=zP9KWG-Y5OM
| Il Pupo al battesimo della sella. |
Ecco, questo cartello mi fa ridere tutte le volte che lo leggo. Rido un po' meno - ma neanche poi tanto, in fondo - da quando il Pupo ha preso a fare un uso sconsiderato del suo personale estintore.
Le regole del Pupo L'altra sera l'ho accompagnato in bagno per le abluzioni per-nanna. E qui vi enuncio le regole del Pupo: 1. Se la popolazione maschile pronuncia una media di 7.000 parole al giorno (dati di una ricerca pubblicata su Science magazine), il Pupo, che ciarla senza soluzione di continuità, credo arrivi a 70.000. 2. Se per brevi istanti è anche capace di non fare nulla, gli è impossibile non parlare. 3. Come la maggioranza degli uomini, non è multitasking. In bagno, in piedi davanti al water, a un certo punto ha cominciato a raccontarmi le ultime imprese di Ben Ten.
Per raccontare, si sa, è necessario gesticolare. Mollando la presa, cioè l'idrante, cioè l'arnese.
(Io): «Pupo, ma cosa fai, guarda dove stai facendo pipì!» (=ovunque: sul muro, per terra, sui pantaloni del pigiama).
(Lui, serafico, abbassando lo sguardo per constatare il danno, con aria serena): «Non è un ploblema».
Poi ha afferrato uno strappo di carta igienica e ha cominciato a passarselo sul corpo, per terra, sulla tavoletta del wc, poi di nuovo sul corpo, convinto in questo modo di pulire perfettamente sé stesso e pure il bagno. «Hai visto, mamma? Ola è tutto a posto. Sei un cuole».
Quando il Pupo dice «Sei un cuore» Io mi sciolgo. Così ho cominciato a sbaciucchiarlo com'era, ancora un po' umidiccio. Ecco: forse il senso di questo post è che mi ha fatto una gran tenerezza pensare che per lui andasse bene così. Secondo lui, il semplice gesto di passarsi qua e là un quadratino di carta igienica aveva sistemato tutto. Se è vero che la bellezza è un concetto relativo, lo sono pure l'ordine, la pulizia. E in effetti, dalle schegge di ricordi che emergono qua e là quando penso alla mia infanzia, mi viene in mente che da piccola certe cose non le notavo proprio. Tipo: la mamma di un mio amichetto delle elementari, che oggi, guardando indietro, definirei vagamente hippie, tendeva a girare nuda in una casa disordinatissima. Io trovavo un po' strano il contrasto tra l'estremo candore della sua pelle e il nero di quel vello che le spuntava sotto la pancia; quanto agli oggetti disseminati qua e là in ogni angolo, li vedevo anche, ma poi evidentemente pensavo, come il Pupo, «Non è un ploblema».
Ancora a proposito di pipì Semmai trovo problematiche, invece, le teorie folli che ciclicamente prendono piede. Su Facebook, l'amica di un'amica scrive candida in bacheca: «Che soddisfazione aver curato l'otite della mia cucciolina con una goccia della sua pipì, quando il pediatra aveva prescritto l'antibiotico!». E giù, tutti a cliccare «mi piace». Ed ecco che all'improvviso mi viene voglia di sapere cosa ne pensate voi di questi nuovi trend.
http://www.youtube.com/watch?v=zP9KWG-Y5OM
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venerdì 11 maggio 2012
In viaggio coi bambini
Pupi finti e Pupi veri
L'altro giorno, in viaggio per lavoro, ho assistito a due scene irreali. La prima in aeroporto: un bimbo dell'età del mio, tre anni e mezzo più o meno, addestrato (o, sospetto, creato) ad hoc dalle compagnie aeree per incoraggiare i genitori a portarsi i figli in viaggio, seguiva obbediente una bionda entità da lui stesso denominata "mamma" trotterellandole dietro con tanto di zainetto sulle spalle e trolley (coordinato) armoniosamente trainato, disegnando, col sorriso sulle labbra, un ordinato slalom tra enoteche e boutique d'abbigliamento. Vi giuro che è pure passato con aria indifferente davanti, anzi praticamente dentro, un negozio di caramelle coloratissime, ginevrine arcobaleno, Ben Ten di zucchero, Spiderman fatti di spumone, Gormiti scolpiti nel cioccolato, poi si è accomodato sul nostro stesso volo senza distogliere per un secondo gli occhi dall'album per colorare che teneva appoggiato in grembo, beccandosi pure i complimenti della hostess: ma che bravo questo bambino, ha detto alla sua mamma, adesso vado a vedere se abbiamo un regalino per lui.
Laddove un Pupo vero (il mio) si sarebbe di sicuro perso dalle sei alle otto volte nell'arco di mezz'ora, nonostante gli sguardi incrociati miei e di Mike Delfino, procurandoci il richiamo formale delle autorità aeroportuali e giudiziarie, e improvvisando poi - perché inseguito - una folle gimcana tra bottiglie di liquore che seppur Duty Free costano una fucilata, decidendo con finta inconsapevolezza di rovesciare e rompere un'accurata selezione dei vini più invecchiati e pregiati, e rubando in una manciata di secondi quante più possibile caramelle come peraltro ha già fatto, e qui mi autodenuncio, due settimane fa al Multisala Megacine di La Spezia. Facendosi infine trascinare sbavante e urlante, sotto lo sguardo di biasimo di tutti gli astanti, al posto assegnatogli sull'aereo; posto sul quale, una volta assicurato controvoglia con le cinture di sicurezza, avrebbe finito col vomitare copiosamente per la tensione, costringendo lo steward a eliminare fisicamente il sedile (ho sentito da una conoscente che è successo davvero) e a pronunciare la fatidica frase "a mai più rivederci" una volta atterrati a destinazione.
La seconda scena, in centro a Parigi, dove una mamma poco più che trentenne con i capelli raccolti in una lunga treccia impeccabile, adorabile col suo discreto tacco sette, fresca di pedicure con smalto Chanel tonalità "Blue boy", elegante eppure casual della serie "ho messo le prime cose che ho trovato aprendo l'armadio" laddove io sposo piuttosto lo stile "ho frugato nell'armadio per ore e il risultato è che, vestita così, sembro una scema mentale", codesta mamma poco più che trentenne, dicevo, veicolava senza sforzo apparente numero tre (3) bambini in età compresa tra i 5 e gli 0 anni, l'ultima dei quali dormiva beata in passeggino, mentre gli altri due, ometti, rossi di capelli in un periodo in cui i capelli rossi sono l'accessorio maschile più in voga, non si staccavano da lei un secondo mentre camminavano lungo la via; a un certo punto la signora si è girata, in mezzo a un oceano di auto ha adocchiato l'unico taxi, ha fischiato che neanche un cowboy in un film western, ha scannerizzato rapidamente la strada in cerca di un passaggio pedonale, ha fatto cenno all'auto pubblica di accostare proprio lì; in un modo che non mi è ancora chiaro ha tolto la Pupa dal passeggino e, con l'altra mano, l'ha chiuso in un clac, e poi è salita in macchina subito seguita dai suoi bambini, mentre il tassista le faceva un largo sorriso compiaciuto.
Laddove io non mi ci metto nemmeno, a dirvi cosa sarebbe successo se a fare una cosa simile ci avessi provato io, che di bambini ne ho due e non tre, a fermare un taxi. Vi accenno solo che a) avrebbe cominciato a piovere e b) al Pupo sarebbe partito il mantra istantaneo "Ho fatica, ho fatica": quando siamo in giro e c'è un'azione da compiere - tipo attraversare in fretta, o percorrere tempestivamente due metri a piedi in un una direzione predeterminata - lui, percependo il senso d'urgenza nell'adulto, si paralizza apposta, non muove più un muscolo e bisogna trasportarlo di peso.
Quando assisto a queste cose non riesco a fare a meno di chiedermi: sono una madre disastrosa? Come fanno queste mamme così diverse da me? Avrà ragione la troll che ogni tanto viene a trovarci sul blog, e dice che ho il cervello in pappa? Questi bambini sono reali? Voi, i vostri, li portate in giro senza fatica o a volte, a spasso con loro, siete costrette a fingere di non conoscerli girando la testa dall'altra parte? Come la volta (tre settimane fa) che il Pupo si è buttato in piscina con l'accappatoio e le ciabatte perché, ha spiegato, "voleva vedere se gialleggiavano".
L'altro giorno, in viaggio per lavoro, ho assistito a due scene irreali. La prima in aeroporto: un bimbo dell'età del mio, tre anni e mezzo più o meno, addestrato (o, sospetto, creato) ad hoc dalle compagnie aeree per incoraggiare i genitori a portarsi i figli in viaggio, seguiva obbediente una bionda entità da lui stesso denominata "mamma" trotterellandole dietro con tanto di zainetto sulle spalle e trolley (coordinato) armoniosamente trainato, disegnando, col sorriso sulle labbra, un ordinato slalom tra enoteche e boutique d'abbigliamento. Vi giuro che è pure passato con aria indifferente davanti, anzi praticamente dentro, un negozio di caramelle coloratissime, ginevrine arcobaleno, Ben Ten di zucchero, Spiderman fatti di spumone, Gormiti scolpiti nel cioccolato, poi si è accomodato sul nostro stesso volo senza distogliere per un secondo gli occhi dall'album per colorare che teneva appoggiato in grembo, beccandosi pure i complimenti della hostess: ma che bravo questo bambino, ha detto alla sua mamma, adesso vado a vedere se abbiamo un regalino per lui.
Laddove un Pupo vero (il mio) si sarebbe di sicuro perso dalle sei alle otto volte nell'arco di mezz'ora, nonostante gli sguardi incrociati miei e di Mike Delfino, procurandoci il richiamo formale delle autorità aeroportuali e giudiziarie, e improvvisando poi - perché inseguito - una folle gimcana tra bottiglie di liquore che seppur Duty Free costano una fucilata, decidendo con finta inconsapevolezza di rovesciare e rompere un'accurata selezione dei vini più invecchiati e pregiati, e rubando in una manciata di secondi quante più possibile caramelle come peraltro ha già fatto, e qui mi autodenuncio, due settimane fa al Multisala Megacine di La Spezia. Facendosi infine trascinare sbavante e urlante, sotto lo sguardo di biasimo di tutti gli astanti, al posto assegnatogli sull'aereo; posto sul quale, una volta assicurato controvoglia con le cinture di sicurezza, avrebbe finito col vomitare copiosamente per la tensione, costringendo lo steward a eliminare fisicamente il sedile (ho sentito da una conoscente che è successo davvero) e a pronunciare la fatidica frase "a mai più rivederci" una volta atterrati a destinazione.
La seconda scena, in centro a Parigi, dove una mamma poco più che trentenne con i capelli raccolti in una lunga treccia impeccabile, adorabile col suo discreto tacco sette, fresca di pedicure con smalto Chanel tonalità "Blue boy", elegante eppure casual della serie "ho messo le prime cose che ho trovato aprendo l'armadio" laddove io sposo piuttosto lo stile "ho frugato nell'armadio per ore e il risultato è che, vestita così, sembro una scema mentale", codesta mamma poco più che trentenne, dicevo, veicolava senza sforzo apparente numero tre (3) bambini in età compresa tra i 5 e gli 0 anni, l'ultima dei quali dormiva beata in passeggino, mentre gli altri due, ometti, rossi di capelli in un periodo in cui i capelli rossi sono l'accessorio maschile più in voga, non si staccavano da lei un secondo mentre camminavano lungo la via; a un certo punto la signora si è girata, in mezzo a un oceano di auto ha adocchiato l'unico taxi, ha fischiato che neanche un cowboy in un film western, ha scannerizzato rapidamente la strada in cerca di un passaggio pedonale, ha fatto cenno all'auto pubblica di accostare proprio lì; in un modo che non mi è ancora chiaro ha tolto la Pupa dal passeggino e, con l'altra mano, l'ha chiuso in un clac, e poi è salita in macchina subito seguita dai suoi bambini, mentre il tassista le faceva un largo sorriso compiaciuto.
Laddove io non mi ci metto nemmeno, a dirvi cosa sarebbe successo se a fare una cosa simile ci avessi provato io, che di bambini ne ho due e non tre, a fermare un taxi. Vi accenno solo che a) avrebbe cominciato a piovere e b) al Pupo sarebbe partito il mantra istantaneo "Ho fatica, ho fatica": quando siamo in giro e c'è un'azione da compiere - tipo attraversare in fretta, o percorrere tempestivamente due metri a piedi in un una direzione predeterminata - lui, percependo il senso d'urgenza nell'adulto, si paralizza apposta, non muove più un muscolo e bisogna trasportarlo di peso.
Quando assisto a queste cose non riesco a fare a meno di chiedermi: sono una madre disastrosa? Come fanno queste mamme così diverse da me? Avrà ragione la troll che ogni tanto viene a trovarci sul blog, e dice che ho il cervello in pappa? Questi bambini sono reali? Voi, i vostri, li portate in giro senza fatica o a volte, a spasso con loro, siete costrette a fingere di non conoscerli girando la testa dall'altra parte? Come la volta (tre settimane fa) che il Pupo si è buttato in piscina con l'accappatoio e le ciabatte perché, ha spiegato, "voleva vedere se gialleggiavano".
martedì 13 dicembre 2011
Una vita senza cervello
"Maraons, hai il cappello al contrario, ti si vede l'etichetta" (collega). "Maraone, se dimentica il badge un altro giorno non la faccio più entrare in azienda" (custode della Hearst). "Mamma del Pupo, di chi sono queste chiavi della macchina? Cerchiamo di non fare come l'altra volta che poi un bambino se le mette in tasca e le troviamo nel suo letto all'ora della nanna" (bidella). "Paola, come fai a vivere senza cervello?" (madre).
Questo nasce come un post di servizio per insegnare a me stessa- e possibilmente pure a voi - come fare a non dimenticare più le cose. Ho appena finito di leggere un libro che in questo senso è estremamente motivante: si intitola Checklist, l'autore è un chirurgo illuminato che mi piace moltissimo. In breve Atul Gawande - si chiama così - spiega che "per fare andare meglio le cose" la condizione necessaria e sufficiente è quella di fare liste attente e meditate di tutti gli impegni/obiettivi/procedure da adottare durante lo svolgimento degli incarichi quotidiani. Secondo Gawande le liste sono fon-da-men-ta-li anche per evitare disastri aerei ed errori che, in sala operatoria, portano alla morte del paziente.
A me, per esempio, basterebbe ricordare dove ho messo le fotocopie che dovevo fare per la classe della Pupa. Ho appena finito di scrivere un messaggio alla maestra dicendo che mi cospargo il capo di cenere e che di solito non perdo le cose. Le ho scritto: "Mi dia per punizione da fare cinquecento fotocopie in ogni formato possibile, anche a colori".
Poi ieri ho perso una medicina che dovevo prendere assolutamente e ho dovuto discutere con il farmacista che non voleva ridarmela uguale perché la ricetta era già timbrata. La settimana scorsa non so più dove ho cacciato il carnet dei biglietti, sono salita sul tram senza (prima volta in un anno) e ovviamente ho preso la multa. Sono solo 51,50 euro se pago entro 60 giorni, ma probabilmente dimenticherò di farlo.
Nel ponte dell'Immacolata siamo stati a Venezia con i Pupi, grazie allo scambio casa. Siamo finiti nell'appartamento delizioso di una famiglia deliziosa che nel frattempo è venuta a Milano a stare a casa nostra. Ha funzionato tutto benissimo, tranne che quando siamo tornati sul fondo dell'acquario c'erano due dita di cibo decomposto, e i pesci erano torpidi e quasi immobili per l'indigestione. Altro piccolo dettaglio è che io ho dimenticato di lasciare le chiavi di questa famiglia sotto lo zerbino - come mi avevano chiesto - e le ho date invece alla proprietaria di un locale lì vicino, da cui le avevo recuperate all'arrivo. Peccato che quando poi loro sono arrivati a casa il locale fosse chiuso.
Venezia con i bambini è meravigliosa e massacrante. Temevamo che il Pupo, vista la sua vivacità, finisse "a canale". Si è invece limitato a cadere in una fontana nell'elegante negozio Olivetti di piazza San Marco, un bene del FAI. La signora all'ingresso ci aveva avvertito: "Ah, sapeste quanti bambini sono finiti lì dentro!" (mentre lo diceva ho pensato: ma taci un po', menasfiga). Per una volta, tra l'altro, il Pupo non è neanche caduto apposta facendo il giullare. Si era semplicemente distratto ascoltando rapito l'audioguida (la intravedete nella foto) che spiegava nel dettaglio come il grande progettista Carlo Scarpa avesse immaginato spazi, luci, marmi e legni di altissima qualità architettonica. Per un bambino di tre anni, evidentemente un racconto irresistibile.
PS vi sarei molto grata se mi raccontaste le vostre strategie per non dimenticare. Oppure qualche aneddoto consolante/solidale su cose che avete dimenticato.
lunedì 6 giugno 2011
Quel che si può imparare da un bambino di due anni
Un gioco snervante e orribile
Sono distrutta da un giga-raffreddore con complicanze tipo febbre, mal di gola, male alle orecchie e persino ai denti. Motivo per cui negli ultimi giorni ho latitato. Non so se vi è mai capitato di pensare "Io sono il mio raffreddore", cioè che il raffreddore non lasci spazio a nessun altro pensiero. Ecco, mi sento un po' così. La narice destra in particolare mi fa impazzire. Sono talmente presa dal raffreddore che ho smesso persino di mangiarmi le unghie. E in più piove.
Grazie al cielo io e il Pupo di recente abbiamo inventato un gioco snervante e orribile ma che ci dà la giusta carica di tensione e adrenalina. Funziona così:
Grazie al cielo io e il Pupo di recente abbiamo inventato un gioco snervante e orribile ma che ci dà la giusta carica di tensione e adrenalina. Funziona così:
- entrambi sdraiati sul letto, sul fianco, uno di fronte all'altra
- il Pupo mi afferra una mano e se la porta alla bocca, tentando di morderla
- un attimo prima che la infili tra i suoi dentini aguzzi io la sottraggo, e con un rapido giro di polso gli metto in bocca la sua!
- a quel punto lui dev'essere prontissimo di riflessi, se non vuole mordersi da solo.
Come vedete è un gioco molto semplice ma che rende benissimo. Siamo diventati talmente bravi che possiamo andare avanti mezz'ora, senza farci male o quasi, e sghignazzando ve lo giuro come dei pazzi: avete presente quando qualcuno vi immobilizza e qualcun altro vi minaccia di farvi il solletico e voi morite dal ridere ancora prima di essere sfiorati con un dito? Ecco il meccanismo è esattamente identico, ma l'interazione tra due persone lo rende perfettamente paritario.
Ho provato anche con la Pupa ma l'atteggiamento demente del Pupo lo rende l'avversario ideale, senza contare che l'inventore di questo mirabolante intrattenimento è lui.
Fatemi sapere che ne pensate. Sia del raffreddore che del gioco snervante e orribile.
Fatemi sapere che ne pensate. Sia del raffreddore che del gioco snervante e orribile.
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mercoledì 23 febbraio 2011
La raffinata arte di pirlare in giro (con un concorso!)
O se magari è troppo lumbard. Oggetto di questo post, in ogni caso, è ancora una volta la tanto decantata capacità della donna-mamma di tenere tutto assieme: bambini, vita professionale, bambini, vita di coppia (ehm), svago (ah-ah), bambini, cultura (ah-ah-ah), cura di sè (seeeh!), amicizie, bambini (ok, forse mi sto ripetendo).
So di aver già parlato dell'illuminante saggio Il cervello delle mamme. Ma siccome per fortuna questo blog non è una rivista con precise regole editoriali, mi concedo il lusso di ripetermi (vedi sopra).
Il libro mi ha molto colpita, già a partire dalla presentazione: "Da quando sei rimasta incinta ti senti un po’ tra le nuvole (fai fatica a ricordarti dove hai parcheggiato la macchina, oppure hai messo le chiavi di casa in frigorifero)... ma il tuo cervello si sta preparando a un grande cambiamento, completamente positivo. Diventare mamma ti renderà più intelligente, brillante, attenta, sensibile e decisa, ed è merito di madre natura che prepara il tuo corpo e la tua testa ad affrontare il compito magnifico di crescere un figlio".
Bene, bene. Nei giorni sì, è una tesi che condivido appieno. Nei giorni no (o nei periodi no, come questo) mi chiedo: in che modo esattamente secondo loro sarei diventata più "intelligente, brillante, attenta, sensibile e decisa"? No, perché di recente mi sembra di non arrivare in fondo a niente; di perdere tempo pirlando in giro, appunto, e poco altro.
Certo: in parte, è il mondo stesso a mettersi di traverso. Mi capitano infatti cose come:
- Prenotare con largo anticipo una fantastica vacanza di 5 giorni a Marrakech per me e Mike Delfino, lasciando i bimbi dagli eroici nonni. Avremmo dovuto partire sabato, ma... come forse avete sentito, i tafferugli politici sono esplosi anche in Marocco. Quindi annulliamo (e perderemo pure i soldi del biglietto, perché la fetente compagnia aerea a cui ci siamo rivolti rende di fatto impossibili le richieste di modifica dei voli).
- Andare all'anagrafe, trovarla chiusa per agitazione sindacale. Dire "Vabbè, allora intanto vado in posta a pagare quel bollettino". Andare in posta, trovare 40 persone in fila. Dire "Vabbè, allora intanto vado al laboratorio di analisi chimiche a consegnare la pipì della Pupa". Arrivarci un minuto prima della chiusura ("Ma come, non era alle 10?" "No signora, 9.30, se si spiccia a darmi il barattolo poi riesco ad andare a casa"), per l'agitazione rovesciarsi addosso un po' di pipì santa perché il contenitore non era chiuso bene, simulare indifferenza ("No vabbè, tanto non è neanche la prima volta").
- Non ricevere posta desiderata (il bollino dell'ordine dei giornalisti, i bollettini per pagare l'assicurazione medica ai Pupi). Ricevere posta indesiderata (le continue richieste di abbonamento alla Rai non avendo in casa neanche l'antenna tv, le condizioni economiche di una carta di credito prepagata mai richiesta).
- Andare al supermercato a cercare i pannolini in offerta, trovare l'ultimo bipack, farlo cadere a terra squarciandolo in due, comprarlo lo stesso perché è l'ultimo ("Signora, lo vuole cambiare?" "No vabbè non si preoccupi, tanto poi a casa lo aprirei comunque").
- Nel corso della stessa spesa, cioè ieri mattina: schiantare a terra un vasetto di salsa cantonese appena prima della cassa e farsi sfanculare (sempre in cantonese) dall'addetto alle pulizie; rompere tre uova biologiche, da allevamento nel parco naturale dell'Adamello, appena dopo la cassa; dimenticare i lamponi in borsa per tutto il giorno, e immaginate voi il resto; lasciare il carrello abbandonato in mezzo al parcheggio omettendo di riporlo e perdendo così la moneta da 1 euro; comprare una piccola primula in vaso e scordarla, infine, nel carrello abbandonato.
- Nello stesso parcheggio del supermercato, mettere in moto la macchina senza schiacciare la frizione, fare il classico balzo in avanti da principiante, spegnere la macchina sotto gli sguardi di compatimento dei parcheggiatori, per il contraccolpo perdere il cellulare all'interno dell'abitacolo e non ritrovarlo che nel tardo pomeriggio.
- Avere sempre un carciofo in testa, nonostante il costoso taglio presso il parrucchiere consigliatomi da due amiche che vivono a Lisbona e Parigi ma vengono apposta a Milano per farsi i capelli.
- Comporre il numero di un amico e ridurmi a chiedergli "chi sei" quando risponde, avendo dimenticato nel frattempo a chi volevo telefonare.
- Lavare finalmente la giacca grigia, che dopo un inverno camminava da sola; partire all'alba alla volta di Trieste per intervistare Margherita Hack in compagnia dei pierre di una nota tv; accorgersi nell'ancora più noto piazzale risorgimentale intitolato all'Unità d'Italia che la giacca in questione è piena di chiazze chiare, curiosamente simili a liquido seminale (in realtà è detersivo, ma i pierre non ci credono).
Ecco, mi capitano cose così. Il che, unito a un cospicuo spleen esistenziale, mi fa dire che Il cervello delle mamme in questo momento non fotografa affatto la mia vita. Poiché però mi è piaciuto molto e vorrei che lo leggeste anche voi, le due autrici che lasceranno i commenti più spiritosi (in tema con questo post) ne riceveranno una copia a casa. A presto!
giovedì 3 giugno 2010
Le nuove vincitrici, il senso di giustizia della Pupa, la tata dei Briatore poteva fare la dog-sitter
Il mio nome è Ken, Ken Falco
(Io sprofondata nel divano a leggere, Pupa che mi piazza la testa in grembo)
"Ghega. Ghega ghega".
"Pupa, adesso perché parli come un bebè?"
"Perché voglio essere come il fratellino. Voglio avere zero anni. Voglio il mio amico ciuccio. Voglio bere il lattino dalle tue tette".
"Pupa, il fratellino non ha più zero anni. Ne ha uno e mezzo, è alto un metro e novanta, ho smesso di allattarlo l'estate scorsa. E col ciuccio hai deciso tu di smettere, ti ricordi? Dopo che abbiamo letto per la centesima volta 'Ciao, ciao, ciuccio'."
"Allora voglio crescere piccola".
"Amorino, non è possibile. Si cresce solo grandi".
"Allora voglio dimenticare certe parole".
"In che senso?"
"Tipo tricioperatoro, erbivoli, il nome dei pianeti tranne Saturno che me lo voglio ricordare. Io mi dimenticavo certe parole, così poi poteviamo dire in giro che ero piccola".
"Pupa, amorino, ti senti forse trascurata?"
"No, io sono di cinque anni, il fratellino è di un anno e ha avuto meno coccole, poverino. Quando non c'era il fratellino ci conoscevamo solo io e te, vero? Adesso tocca a lui".
(Segue colluttazione per il possesso di un pennarello. Il Pupo ne esce con un vistoso morso sull'avambraccio destro)
Mi corre, nel frattempo, il piacevole obbligo di informarvi che le vincitrici dell'ultimo concorso sono SONIA BC e GLORIA ROSSI!
I nomi li ha scelti il Pupo in maniera assolutamente casuale. Sonia, Gloria, aspetto i vostri indirizzi per mandarvi una copia del mio nuovo libro!
E mentre starete chiedendovi perché nel sottotitolo di questo post c'è un richiamo a Ken Falco...
qualcuna, in un commento recente, si domandava come mai il piccolo Nathan Falco sia stato chiamato così dagli stimatissimi coniugi Briatore&Gregoraci.
E' tutto vero: il nostro amato Flavio voleva rendere omaggio al cartone animato anni Ottanta. (Nessun legame, invece, con il noto cantante Falco). E Nathan? Secondo la Gregoraci, la scelta "è caduta su questo nome perché significa dono di Dio". Se è per questo, anche Matteo.
PS piccolo aggiornamento: i B&C sono stati avvistati poche ore fa sulla terraferma, a Forte dei Marmi. Dopo lo sbarco forzato dallo yacht della settimana scorsa ("Ho dovuto lasciare a bordo anche la culla!", il grido di dolore della Gregoraci), passeggiavano sul lungomare. Curioso notare come - lo testimoniano le foto - Elisabetta si porti sempre in braccio l'amato cagnolino, mentre il dono di Dio viene affidato, di norma, alla sua inseparabile tata.
(Io sprofondata nel divano a leggere, Pupa che mi piazza la testa in grembo)
"Ghega. Ghega ghega".
"Pupa, adesso perché parli come un bebè?"
"Perché voglio essere come il fratellino. Voglio avere zero anni. Voglio il mio amico ciuccio. Voglio bere il lattino dalle tue tette".
"Pupa, il fratellino non ha più zero anni. Ne ha uno e mezzo, è alto un metro e novanta, ho smesso di allattarlo l'estate scorsa. E col ciuccio hai deciso tu di smettere, ti ricordi? Dopo che abbiamo letto per la centesima volta 'Ciao, ciao, ciuccio'."
"Allora voglio crescere piccola".
"Amorino, non è possibile. Si cresce solo grandi".
"Allora voglio dimenticare certe parole".
"In che senso?"
"Tipo tricioperatoro, erbivoli, il nome dei pianeti tranne Saturno che me lo voglio ricordare. Io mi dimenticavo certe parole, così poi poteviamo dire in giro che ero piccola".
"Pupa, amorino, ti senti forse trascurata?"
"No, io sono di cinque anni, il fratellino è di un anno e ha avuto meno coccole, poverino. Quando non c'era il fratellino ci conoscevamo solo io e te, vero? Adesso tocca a lui".
(Segue colluttazione per il possesso di un pennarello. Il Pupo ne esce con un vistoso morso sull'avambraccio destro)
Mi corre, nel frattempo, il piacevole obbligo di informarvi che le vincitrici dell'ultimo concorso sono SONIA BC e GLORIA ROSSI!
I nomi li ha scelti il Pupo in maniera assolutamente casuale. Sonia, Gloria, aspetto i vostri indirizzi per mandarvi una copia del mio nuovo libro!
E mentre starete chiedendovi perché nel sottotitolo di questo post c'è un richiamo a Ken Falco...
qualcuna, in un commento recente, si domandava come mai il piccolo Nathan Falco sia stato chiamato così dagli stimatissimi coniugi Briatore&Gregoraci.
E' tutto vero: il nostro amato Flavio voleva rendere omaggio al cartone animato anni Ottanta. (Nessun legame, invece, con il noto cantante Falco). E Nathan? Secondo la Gregoraci, la scelta "è caduta su questo nome perché significa dono di Dio". Se è per questo, anche Matteo.
PS piccolo aggiornamento: i B&C sono stati avvistati poche ore fa sulla terraferma, a Forte dei Marmi. Dopo lo sbarco forzato dallo yacht della settimana scorsa ("Ho dovuto lasciare a bordo anche la culla!", il grido di dolore della Gregoraci), passeggiavano sul lungomare. Curioso notare come - lo testimoniano le foto - Elisabetta si porti sempre in braccio l'amato cagnolino, mentre il dono di Dio viene affidato, di norma, alla sua inseparabile tata.
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martedì 25 maggio 2010
Briatore, la saga continua (piccola parentesi)
Lontano dal nostro yacht, il piccolo Nathan Falco non è più sereno
«Da quando siamo stati costretti ad abbandonare il nostro yacht il piccolo Nathan Falco piange spesso, non è più tranquillo e sereno come prima». Elisabetta Gregoraci, in un'intervista al settimanale Diva e donna, parla di quello che definisce un «terribile incubo» vissuto dopo il sequestro da parte della Guardia di finanza dello yacht "Force Blue" sul quale viveva con il figlio di due mesi e il marito Flavio Briatore, ora indagato per contrabbando e frode fiscale.
NOSTALGIA - «Il nostro bambino è quello che ha risentito di più di questa situazione, di questo brusco cambiamento - spiega la ex showgirl -. Da quando siamo usciti dalla clinica di Nizza dove ho partorito, ha vissuto a bordo dello yacht: ora non è più tranquillo e sereno come prima, sente la mancanza della sua cameretta bianca, dei suoi spazi, che lo hanno protetto fin dai primi giorni».
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martedì 23 marzo 2010
Competizione tra mamme
C'è che le altre mi sembrano tutte perfette, e io ho gli adesivi dei Cuties nei capelli
Giorni fa ho letto un post della mia amica Wonderland che mi ha fatto molto ridere e al tempo stesso ho trovato inquietante per via di una coincidenza: raccontava di un colloquio di lavoro importante a cui si è presentata con un adesivo blu, o qualcosa di simile - non ricordo esattamente perché i miei neuroni ultimamente son come omogeneizzati col Bimby - incastrato nei capelli, e non se n'è resa conto che alla fine del colloquio. Ecco a me è successo lo stesso: intervistavo la moglie perfetta di un chirurgo plastico nell'ambito di un'inchiesta che sto facendo per il giornale per cui lavoro, e tornata a casa mi sono resa conto che io, nei capelli, avevo un adesivo dei Cuties. Sapete quei personaggetti della Walt Disney che costano una fucilata (due euro e cinquanta l'uno) e vengono in bustine verdi del tutto anonime per renderne impossibile il riconoscimento a priori? I Cuties sono una collezione demenziale. Saranno nove personaggetti in tutto, alti un centimetro e mezzo, prodotti in Cina a 0,001 centesimi e per trovarli tutti e nove devi comprarne quaranta. Nella mia esperienza la rarity è Paperina. O meglio la nipotina di Paperina, viste le dimensioni. L'abbiamo inseguita per settimane, avevamo sei Gastoni, otto Topolini, quattro Paperoni, e finalmente ieri l'abbiamo trovata. Nel frattempo per sostenere le spese ho fatto la cessione del quinto dello stipendio. C'è chi sottoscrive un finanziamento per l'auto, per la casa, per le vacanze: ecco io l'ho fatto per i Cuties. Me li sogno pure di notte, che venga un raffreddore forte al porco che se li è inventati.
I Cuties sono l'equivalente bambinesco della competizione tra mamme. Se non hai i Cuties all'asilo non sei nessuno. Le pupe altolocate per spocchia nemmeno se li scambiano come facevamo noi con le figurine: se cedi un Cuties per averne in cambio uno mancante significa che non hai i soldi, il che nell'asilo del centro città che frequenta la Pupa è un marchio d'infamia.
Comunque sempre meglio che confrontarsi con le altre donne sui vestiti, le borse e in generale i denari. Io vado in giro con le pezze al sedere, anzi peggio: oggi tornata a casa mi sono accorta che avevo i pantaloni squarciati, venti centimetri sotto il cavallo. E sono pure stata ai giardinetti con la Pupa in mezzo a una mandria di diavolesse vestite Prada. Le mamme quando si confrontano tra loro tirano fuori il peggio: se gli uomini combattono a colpi di Suv, esse ostentano messe in piega da urlo, accessori che costano quanto la rata mensile del mio mutuo, appartamenti la cui distanza dal Duomo di Milano si misura in centimetri e non in chilometri. Per noi trasferiti nella periferica casa-cantiere è ogni volta una dura botta.
Io nell'arena nemmeno scendo. Sto sempre seduta in prestito sull'angolo della panchina, o in piedi a fissare la Pupa cercando telepaticamente di trasmetterle il messaggio che dobbiamo andare a casa. Il peggio del peggio è la competizione sulle tate. Il gioco funziona così: vince chi ne ha di più. Semplice e implacabile. Scatole cinesi di tate: c'è quella del mattino "che fa solo le pulizie", la peruviana "perché i pupi devono imparare lo spagnolo", la au pair italo-tedesca "che è come una sorella maggiore" (ma intanto costa il suo giusto), la baby sitter serale, quella che li accompagna a nuoto. Ogni tata ha il suo ruolo.
Non so come facciano. O spendono quattromila euro al mese, o le pagano cinquanta centesimi all'ora.
Ragazze che leggete, vedete la manina rosa? Vi invito a commentare. Il tema, nel caso anche i vostri neuroni fossero nel Bimby, è proprio questo: competizione tra mamme. I commenti più divertenti vincono un botto di pannolini (vedi post precedente).
P.S. In molte mi avete chiesto di avere Quaquerello. Mi sto dando da fare per recuperarne qualche esemplare. Se li trovo attiverò un concorso parallelo e le vincitrici lo riceveranno a casa. Ma ora... scatenatevi sul tema!
venerdì 19 febbraio 2010
Carnevale e altre amenità
La mia bambina, principessa hawaiana
Lontani i tempi in cui la mia mamma ci cuciva a mano i vestiti - un anno in particolare, vestiti da caramelle fuzzia, gialle e verdi, facemmo un figurone - io, colpevole lavoratrice fuori casa a tempo pieno che guarda con invidia i blog delle madri feltro-artiste, creatrici di "scrap-books", di bijoux e abbigliamento per bambini handmade solo con tessuti naturali, mi accontento di guardare da lontano certi grandi eventi della vita come il Carnevale, che crescendo mi è anche un po' uscito dagli occhi, e di comprare al Conad un costume da Biancaneve floscio e vagamente deprimente. E' con quello, che l'anno scorso si è vestita la Pupa. Del resto lei era tutta contenta, perciò non mi sono sentita in colpa.
Quest'anno sarebbe andata anche meglio: avevamo ereditato da non so più chi un costume da diavoletto, completo di forca di plastica con cui la Pupa ha più volte cercato di accecare il Pupo. Peccato che poi ci siamo dimenticati della sfilata di ieri, all'asilo.
A mia parziale giustificazione devo dire che ieri sono andata ad Acireale (partendo alle sette, e tornando alle nove di sera) a intervistare Marisa Raciti, ve la ricordate? Una donna fantastica (e per sovrannumero ottima cuoca) che oggi mi ha scritto una mail di solidarietà (...) in cui tra l'altro mi diceva "Il tuo viso, pallido come il mio, mi fa capire che sei molto attiva e attenta alle cose". Non sa che abbiamo mandato la Pupa all'asilo senza vestito.
Mike Delfino, poveretto, è anche stato sgridato dalla maestra: «E' una settimana che abbiamo appeso l'avviso della sfilata" (balle. L'hanno messo fuori martedì. E mercoledì l'asilo era chiuso per assemblea sindacale). Grande sensazione di fallimento. Io che in viaggio tra Catania e Acireale, in auto con un gentilissimo giornalista catanese che mi ha fatto da chaperon per tutto il giorno, cerco freneticamente di coordinare mia madre e Mike Delfino affinché parlino con l'asilo, portino alla Pupa il vestito da diavoletto, eccetera. Alle 12 e 30, la telefonata che aspettavo, da mia madre: "Abbiamo finalmente parlato con l'asilo. La sfilata è già stata fatta. A porte chiuse, nessun genitore, perciò non ti sentire troppo in colpa". "Sì, ma la povera Pupa?". "L'hanno vestita da principessa hawaiana. Pare abbia gradito molto".
Vergognandomi come un cane, ieri sera all'aeroporto di Linate le ho comprato un giornaletto della Pimpa. Stamattina, esagerando come sempre si fa in questi casi, le ho pure chiesto se vuole l'abbonamento. L'ho accompagnata all'asilo in macchina cercando di essere piacevole, attenta, amorosa, premurosa più che mai. "Pupa, ti sei divertita ieri alla sfilata?".
"Abbaftanza. E' stata abbaftanza carina."
(Tre minuti dopo) "E adesso perché sei così silenziosa?"
"Stavo pensando a Dio."
"A Dio?"
"Sì. Mi chiedo dove sia, dove stia nascosto, perché non lo vediamo mai."
"E che risposta ti dai?"
"Mi immagino che sia una minufcola ffumatura bianca nascosta in un angolo del cielo. Possiamo vederlo solo se guardiamo con molta attenzione. Ma lui c'è sempre e sa tutto. Sa anche che tra cinque giorni c'è lo fpettacolo dei dinosauri".
Lontani i tempi in cui la mia mamma ci cuciva a mano i vestiti - un anno in particolare, vestiti da caramelle fuzzia, gialle e verdi, facemmo un figurone - io, colpevole lavoratrice fuori casa a tempo pieno che guarda con invidia i blog delle madri feltro-artiste, creatrici di "scrap-books", di bijoux e abbigliamento per bambini handmade solo con tessuti naturali, mi accontento di guardare da lontano certi grandi eventi della vita come il Carnevale, che crescendo mi è anche un po' uscito dagli occhi, e di comprare al Conad un costume da Biancaneve floscio e vagamente deprimente. E' con quello, che l'anno scorso si è vestita la Pupa. Del resto lei era tutta contenta, perciò non mi sono sentita in colpa.
Quest'anno sarebbe andata anche meglio: avevamo ereditato da non so più chi un costume da diavoletto, completo di forca di plastica con cui la Pupa ha più volte cercato di accecare il Pupo. Peccato che poi ci siamo dimenticati della sfilata di ieri, all'asilo.
A mia parziale giustificazione devo dire che ieri sono andata ad Acireale (partendo alle sette, e tornando alle nove di sera) a intervistare Marisa Raciti, ve la ricordate? Una donna fantastica (e per sovrannumero ottima cuoca) che oggi mi ha scritto una mail di solidarietà (...) in cui tra l'altro mi diceva "Il tuo viso, pallido come il mio, mi fa capire che sei molto attiva e attenta alle cose". Non sa che abbiamo mandato la Pupa all'asilo senza vestito.
Mike Delfino, poveretto, è anche stato sgridato dalla maestra: «E' una settimana che abbiamo appeso l'avviso della sfilata" (balle. L'hanno messo fuori martedì. E mercoledì l'asilo era chiuso per assemblea sindacale). Grande sensazione di fallimento. Io che in viaggio tra Catania e Acireale, in auto con un gentilissimo giornalista catanese che mi ha fatto da chaperon per tutto il giorno, cerco freneticamente di coordinare mia madre e Mike Delfino affinché parlino con l'asilo, portino alla Pupa il vestito da diavoletto, eccetera. Alle 12 e 30, la telefonata che aspettavo, da mia madre: "Abbiamo finalmente parlato con l'asilo. La sfilata è già stata fatta. A porte chiuse, nessun genitore, perciò non ti sentire troppo in colpa". "Sì, ma la povera Pupa?". "L'hanno vestita da principessa hawaiana. Pare abbia gradito molto".
Vergognandomi come un cane, ieri sera all'aeroporto di Linate le ho comprato un giornaletto della Pimpa. Stamattina, esagerando come sempre si fa in questi casi, le ho pure chiesto se vuole l'abbonamento. L'ho accompagnata all'asilo in macchina cercando di essere piacevole, attenta, amorosa, premurosa più che mai. "Pupa, ti sei divertita ieri alla sfilata?".
"Abbaftanza. E' stata abbaftanza carina."
(Tre minuti dopo) "E adesso perché sei così silenziosa?"
"Stavo pensando a Dio."
"A Dio?"
"Sì. Mi chiedo dove sia, dove stia nascosto, perché non lo vediamo mai."
"E che risposta ti dai?"
"Mi immagino che sia una minufcola ffumatura bianca nascosta in un angolo del cielo. Possiamo vederlo solo se guardiamo con molta attenzione. Ma lui c'è sempre e sa tutto. Sa anche che tra cinque giorni c'è lo fpettacolo dei dinosauri".
martedì 16 febbraio 2010
Regressioni infantili (e degli adulti, pure)
Mentre fuori c'è il Festivàl di Sanremo, nella casa-cantiere
La Pupa ha avviato una bizzarra regressione. Con una certa frequenza, da qualche settimana a questa parte, parla come una bambina di due anni (o meno). Anziché dire «Ti piace il libro?» dice «Piasce i-bo?».
Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: non fa ridere, non è tenera, non è accattivante, innervosisce e basta (anche perché spesso non si capisce quel che vuol dire). Sono i momenti in cui una mamma si chiede "Cosa avrò sbagliato? La sto trascurando? Lavoro troppo?" e le risposte sono "Boh. Non mi pare. Sì". Per me: ora più che mai è assai prepotente il desiderio di arrivare viva alla scadenza del 1 marzo (consegna libro - che più che altro è un istant book) e di cercare il conforto di un'amica. Ultimamente le amiche mi mancano molto. Quelle senza figli passano il tempo volando a Marrakech fuori stagione e frequentando corsi di paracadutismo, rafting o sci estremo, quelle con figli sono inguaiate come e peggio di me. Capita anche a voi?
Forse sbagliamo tutte strategia e dovremmo impegnarci per uscire assieme la sera, tra donne, come facevamo un tempo, almeno un paio di volte al mese; ma c'è che l'inverno non aiuta, che bisognerebbe avere due vite sul serio, e guadagnare il doppio, e che a bere più di un bicchiere e mezzo di vino si è già ubriache, e che tra chi allatta, chi ha smesso di fumare e non sopporta più chi lo fa, chi è diventata vegana, chi musulmana è davvero difficilissimo mettersi d'accordo.
Ora per esempio ho fissato una cena per il 2 marzo con due tra le mie migliori amiche, e sono già qui che friggo al pensiero che a una di noi si ammali un figlio, che ci venga un attacco di gastrite il giorno stesso, che il lavoro maledetto ci trattenga in ufficio. Per il resto nella casa-cantiere la lotta con le muffe continua e forse volge al termine, stiamo chiedendo la surroga del mutuo, e presto faremo una mostra di cui vi dirò.
Il Pupo ha cominciato a parlare sul serio: oltre al vecchio "Mamma" dice "Babba-papapapapapà" (Barbapapà), "Bu" (Blu e brum), "Ma" (Mao), di nuovo "Ma" (ma con un'inflessione leggermente diversa, significa "Bau"), "Nenna" (Nonna) e "Nenno". "Papà" da solo ancora no. Ormai schifa le pappe, e verrà il giorno in cui mi deciderò a studiare e a mettere in pratica i suggerimenti di 101 ricette da preparare al tuo bambino per farlo crescere sano e felice. Uno di quei libri da comprare anche solo per sentirsi un po' meno in colpa, in attesa di tempi migliori, che presto verranno (magari con la primavera?)
La Pupa ha avviato una bizzarra regressione. Con una certa frequenza, da qualche settimana a questa parte, parla come una bambina di due anni (o meno). Anziché dire «Ti piace il libro?» dice «Piasce i-bo?».
Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: non fa ridere, non è tenera, non è accattivante, innervosisce e basta (anche perché spesso non si capisce quel che vuol dire). Sono i momenti in cui una mamma si chiede "Cosa avrò sbagliato? La sto trascurando? Lavoro troppo?" e le risposte sono "Boh. Non mi pare. Sì". Per me: ora più che mai è assai prepotente il desiderio di arrivare viva alla scadenza del 1 marzo (consegna libro - che più che altro è un istant book) e di cercare il conforto di un'amica. Ultimamente le amiche mi mancano molto. Quelle senza figli passano il tempo volando a Marrakech fuori stagione e frequentando corsi di paracadutismo, rafting o sci estremo, quelle con figli sono inguaiate come e peggio di me. Capita anche a voi?
Forse sbagliamo tutte strategia e dovremmo impegnarci per uscire assieme la sera, tra donne, come facevamo un tempo, almeno un paio di volte al mese; ma c'è che l'inverno non aiuta, che bisognerebbe avere due vite sul serio, e guadagnare il doppio, e che a bere più di un bicchiere e mezzo di vino si è già ubriache, e che tra chi allatta, chi ha smesso di fumare e non sopporta più chi lo fa, chi è diventata vegana, chi musulmana è davvero difficilissimo mettersi d'accordo.
Ora per esempio ho fissato una cena per il 2 marzo con due tra le mie migliori amiche, e sono già qui che friggo al pensiero che a una di noi si ammali un figlio, che ci venga un attacco di gastrite il giorno stesso, che il lavoro maledetto ci trattenga in ufficio. Per il resto nella casa-cantiere la lotta con le muffe continua e forse volge al termine, stiamo chiedendo la surroga del mutuo, e presto faremo una mostra di cui vi dirò.
Il Pupo ha cominciato a parlare sul serio: oltre al vecchio "Mamma" dice "Babba-papapapapapà" (Barbapapà), "Bu" (Blu e brum), "Ma" (Mao), di nuovo "Ma" (ma con un'inflessione leggermente diversa, significa "Bau"), "Nenna" (Nonna) e "Nenno". "Papà" da solo ancora no. Ormai schifa le pappe, e verrà il giorno in cui mi deciderò a studiare e a mettere in pratica i suggerimenti di 101 ricette da preparare al tuo bambino per farlo crescere sano e felice. Uno di quei libri da comprare anche solo per sentirsi un po' meno in colpa, in attesa di tempi migliori, che presto verranno (magari con la primavera?)
venerdì 15 gennaio 2010
Bambini e vaccinazioni
Se il fratellino parla il Lela Lela
Gennaio, tanto per cambiare tempo di malanni. La Pupa, che in questo campo non si fa mai mancare niente, nei giorni scorsi si è beccata il famoso virus gomitone, che in realtà era un misto di tonsillite, febbre e acetone, per cui tra un conato e l'altro si lamentava pure di avere mal di gola.
Mentre i costruttori della casa-cantiere facevano un giro di ricognizione all'ultimo piano per controllare lo stato dell'arte delle muffe (ora rosa, verdi e anche grigiastre. Ma la soluzione pare dietro l'angolo), Ella gomitava elegantemente, in silenzio e con garbo, nel soppalco, sul divano di quella che lei stessa definisce "la camera degli ossspiti". Poco male per il divano, trattandosi di un Ektorp di Ikea comprato scontatissimo su eBay e peraltro completamente sfoderabile. Un disastro per la Pupa, che aveva gomito nelle narici e in altri luoghi che non vi rivelerò per non turbare ulteriormente i vostri animi sensibili. In un minuto l'ho spogliata e assieme siam salite verso la vasca della zona notte, aprendoci un varco tra i costruttori e i tecnici e lasciandoci alle spalle un alone inconfondibile. La Pupa, nuda come io l'ho fatta, 106 centimetri per 16 chiletti di peso, si è poi sentita in dovere di sottolineare con voce squillante: "Ho il gomito nei capelli", e agli omaccioni del cantiere è tremato il labbro e si è capito che dispiaceva un po' anche a loro.
Il giorno dopo ho portato il Pupo a vaccinarsi. Prima di uscire ho chiamato il consultorio: "Buongiorno, ho appuntamento alle 11.40, ma se avete un buco verrei un po' prima" (Perché avevo accettato un appuntamento alle 11.40, poi?). "Signora, non dovesse esserci problema. Vieni prima, dici che sei arrivata e ti infilano". "Ok, grazie".
Sono arrivata alle 10.30: davanti a me c'erano circa venti nuclei familiari compresa la madre affranta di tre gemelli. Mi sono rassegnata e ho aspettato. Alle 11.50 ho creduto toccasse a me. "Signora, il suo nome non è in lista". "Come, non è in lista?". "Non. E'. In. Lista. O ha sbagliato giorno o ha sbagliato posto". "Impossibile. Non mi succede mai".
Credo che sia per il modo in cui ho detto "Non mi succede mai" che la segretaria del centro ha chiamato tutte le Asl di Milano per togliersi la soddisfazione di sapere se il mio nome risultava prenotato presso qualcuno di loro. In cinque minuti è tornata. "Signora, doveva andare in via Guerzoni. Non. Qui. Da. Noi".
Mentre il Pupo ipereccitato smontava mezzo ambulatorio, con una dottoressa dal finto sorriso che gli diceva "Tesoro, non qui, non fare così" e si capiva che avrebbe voluto strozzarlo, ho pensato che io la via Guerzoni non l'avevo mai sentita nominare, che la vita è estremamente ingiusta e che sono un'idiota.
Mi sono buttata il bambino in spalla, ho ringraziato Dio di avere un lavoro con degli orari elastici e sono corsa in quell'altro posto là, dove sono arrivata con un infarto in corso. Per fortuna una simpatica mamma algerina mi ha rincuorato raccontandomi storie del suo paese con l'accento dolce. Ma non è finita: al momento della vaccinazione mi han detto che hanno avuto problemi con i fornitori, che mancavano le dosi di esavalente e che dobbiamo tornare il 2 marzo per un richiamo, al che ho sperato di essere in pensione o su un atollo, per quella data. Risultato: il Pupo è stato punto comunque per mezza vaccinazione e ha pianto un po', poi si è ricomposto e mentre lo rivestivo ha cominciato a fare "ciao ciao" con la mano alla dottoressa come a dire, tu qui non mi vedi più, e ce ne siamo andati stanchi ma dignitosi. La sera avevo la febbre.
Mentre Mike Delfino accudiva me e la Pupa malate ha detto, scherzando: "Allora Pupa, domani all'asilo al posto tuo ci porto il fratellino". Lei che ha sempre la battuta pronta nonostante la febbre ha risposto: "Tanto non lo fanno entrare, lo capiscono che è piccolo". "Ah sì? E come lo capiscono?". "Perché non parla niente, parla solo il Lela Lela". Salam aleikum.
Gennaio, tanto per cambiare tempo di malanni. La Pupa, che in questo campo non si fa mai mancare niente, nei giorni scorsi si è beccata il famoso virus gomitone, che in realtà era un misto di tonsillite, febbre e acetone, per cui tra un conato e l'altro si lamentava pure di avere mal di gola.
Mentre i costruttori della casa-cantiere facevano un giro di ricognizione all'ultimo piano per controllare lo stato dell'arte delle muffe (ora rosa, verdi e anche grigiastre. Ma la soluzione pare dietro l'angolo), Ella gomitava elegantemente, in silenzio e con garbo, nel soppalco, sul divano di quella che lei stessa definisce "la camera degli ossspiti". Poco male per il divano, trattandosi di un Ektorp di Ikea comprato scontatissimo su eBay e peraltro completamente sfoderabile. Un disastro per la Pupa, che aveva gomito nelle narici e in altri luoghi che non vi rivelerò per non turbare ulteriormente i vostri animi sensibili. In un minuto l'ho spogliata e assieme siam salite verso la vasca della zona notte, aprendoci un varco tra i costruttori e i tecnici e lasciandoci alle spalle un alone inconfondibile. La Pupa, nuda come io l'ho fatta, 106 centimetri per 16 chiletti di peso, si è poi sentita in dovere di sottolineare con voce squillante: "Ho il gomito nei capelli", e agli omaccioni del cantiere è tremato il labbro e si è capito che dispiaceva un po' anche a loro.
Il giorno dopo ho portato il Pupo a vaccinarsi. Prima di uscire ho chiamato il consultorio: "Buongiorno, ho appuntamento alle 11.40, ma se avete un buco verrei un po' prima" (Perché avevo accettato un appuntamento alle 11.40, poi?). "Signora, non dovesse esserci problema. Vieni prima, dici che sei arrivata e ti infilano". "Ok, grazie".
Sono arrivata alle 10.30: davanti a me c'erano circa venti nuclei familiari compresa la madre affranta di tre gemelli. Mi sono rassegnata e ho aspettato. Alle 11.50 ho creduto toccasse a me. "Signora, il suo nome non è in lista". "Come, non è in lista?". "Non. E'. In. Lista. O ha sbagliato giorno o ha sbagliato posto". "Impossibile. Non mi succede mai".
Credo che sia per il modo in cui ho detto "Non mi succede mai" che la segretaria del centro ha chiamato tutte le Asl di Milano per togliersi la soddisfazione di sapere se il mio nome risultava prenotato presso qualcuno di loro. In cinque minuti è tornata. "Signora, doveva andare in via Guerzoni. Non. Qui. Da. Noi".
Mentre il Pupo ipereccitato smontava mezzo ambulatorio, con una dottoressa dal finto sorriso che gli diceva "Tesoro, non qui, non fare così" e si capiva che avrebbe voluto strozzarlo, ho pensato che io la via Guerzoni non l'avevo mai sentita nominare, che la vita è estremamente ingiusta e che sono un'idiota.
Mi sono buttata il bambino in spalla, ho ringraziato Dio di avere un lavoro con degli orari elastici e sono corsa in quell'altro posto là, dove sono arrivata con un infarto in corso. Per fortuna una simpatica mamma algerina mi ha rincuorato raccontandomi storie del suo paese con l'accento dolce. Ma non è finita: al momento della vaccinazione mi han detto che hanno avuto problemi con i fornitori, che mancavano le dosi di esavalente e che dobbiamo tornare il 2 marzo per un richiamo, al che ho sperato di essere in pensione o su un atollo, per quella data. Risultato: il Pupo è stato punto comunque per mezza vaccinazione e ha pianto un po', poi si è ricomposto e mentre lo rivestivo ha cominciato a fare "ciao ciao" con la mano alla dottoressa come a dire, tu qui non mi vedi più, e ce ne siamo andati stanchi ma dignitosi. La sera avevo la febbre.
Mentre Mike Delfino accudiva me e la Pupa malate ha detto, scherzando: "Allora Pupa, domani all'asilo al posto tuo ci porto il fratellino". Lei che ha sempre la battuta pronta nonostante la febbre ha risposto: "Tanto non lo fanno entrare, lo capiscono che è piccolo". "Ah sì? E come lo capiscono?". "Perché non parla niente, parla solo il Lela Lela". Salam aleikum.
martedì 1 dicembre 2009
Gli orari della scuola materna
Tardi. Sempre più tardi
Poiché la Pupa, in quattro anni di vita, ha già cambiato casa quattro volte, quando la scorsa estate abbiamo traslocato abbiamo deciso di tenerla nella stessa scuola materna di prima. In effetti a) l'anno scorso ci andava sempre piangendo, e ha cominciato ad abituarsi solo verso fine maggio, ricominciare da capo sarebbe stato un suicidio e b) l'asilo è bellissimo, monosezione, con pochi bambini e ampi spazi, e in più le maestre, due donne illuminate, usano il metodo di Bruno Munari.
Il problema è che la casa-cantiere in cui stiamo ora è piuttosto lontana da lì. I mezzi per arrivarci non mancano, basta essere un po' creativi. Si può scegliere:
a) la bicicletta, mia soluzione preferita anche perché viene guidata da Mike Delfino, tempo di percorrenza 12 minuti. Pro: velocità, contro: la Pupa arriva all'asilo conciata come un puré.
b) la macchina, tempo di percorrenza tra i 20 e i 45 (!) minuti. Pro: comodità della Pupa, che piantata sul seggiolino mi chiede di ascoltare in loop cantanti di nicchia come Regina Spektor, i Baustelle o Geoffrey Gurrumul Yunupingu. Contro: la lunghezza del viaggio e la mancanza di parcheggio nei dintorni dell'asilo, anche se ormai sono in ottimi rapporti con i portieri dell'Ata Hotel Executive, che mi lasciano parcheggiare lì davanti ("Sìsìsìtornosubitoiltempodilasciarlaesonodavoi").
c) il mitologico Passante Ferroviario, che nelle menti dei nostri illuminati amministratori rappresenta "una valida alternativa alla metropolitana". Ieri pioveva, a Mike Delfino serviva la macchina, e così io e la Pupa abbiamo deciso di servircene.
Se è vero che il tempo di percorrenza effettivo è di soli 7 minuti da stazione a stazione, va anche detto che il treno viaggia al livello -30 sottoterra e una volta sbarcati a destinazione nelle viscere della città si impiegano circa 18 minuti per risalire in superficie. Inoltre dalle parti dell'asilo della Pupa è in corso una gigantesca opera di ristrutturazione del quartiere e molte uscite della metropolitana (tutte quelle dalla parte che servirebbe a noi, ovviamente) sono chiuse.
A questo va aggiunto il fatto che prendere il Passante non è così facile. Forse lo è per i cittadini normodotati, ma io al mattino presto ho la reattività di una scimmia di mare. Così ieri mattina mi sono messa la Pupa al collo (per fortuna pesa solo 16 chili e riesco ancora a farlo) e l'ho portata in braccio da casa alla Stazione; il suo compito era tenere aperto l'ombrello. Una volta passati i tornelli mi è sembrato di vedere sul tabellone che il nostro treno stava per partire dal binario 6. Mi sono trascinata dietro la Pupa che si è messa a piangere dopo un metro: correvo troppo velocemente, lei aveva ancora l'ombrello aperto e ha pure sfregato la manina contro un muro, procurandosi una microscopica sbucciatura. Siamo balzate a bordo nel momento stesso in cui le porte emettevano il loro sconfortante "Pii-pii-pii" di chiusura. Sembrava uno di quei film in cui gli eroi sono inseguiti dai cattivi e si salvano per un pelo: ho lanciato in avanti la Pupa, qualcuno dei passeggeri l'ha afferrata, poi sono entrata io, passando in mezzo alle porte, con l'ombrello ancora aperto. La Pupa frignava per via della sbucciatura, per il caldo e lo sconcerto.
Dopo tre minuti mi sono accorta che avevamo sbagliato treno. Mi è venuto da piangere. Siamo scese alla stazione successiva e abbiamo preso la metropolitana (quella vera) fino all'asilo. Credo di aver camminato con la Pupa in braccio per circa due chilometri. Se mia nonna che sta lassù in cielo ieri mattina ha guardato giù si sarà messa le mani nei capelli pensando che sua nipote è rimbambita e avrà fatto qualche commento in biscegliese, tipo "ma se pote sapè ce ccose stà a fàsce?" (= si può sapere cosa combini?).
L'orario di ingresso all'asilo è dalle 8 alle 9. Siamo arrivate alle 9.12. Ogni giorno facciamo tardi per qualche motivo, ma ieri era quel tardi da porte sprangate, quel tardi in cui bisogna citofonare e dire il proprio nome e sottoporsi all'umiliazione di ripeterlo più volte perché la segretaria fa finta di non sentirlo, quel tardi in cui fatti i dieci gradini del vialetto d'accesso ti si para davanti la bidella e nemmeno ti sgrida, ma si limita a fare "grunt" come la bestia più brutta del cartone animato Monsters&co. e poi corregge vistosamente il numero dei pasti che ha segnato sul foglio della mensa. Ieri era così tardi che persino la porta dell'aula era già chiusa, l'ho aperta il tempo di buttarci dentro la Pupa come un panno sporco nel cesto della biancheria sperando che la maestra non se ne accorgesse, ma lei ha urlato subito "Mamma, mamma!" e tutti i bambini si sono girati, e l'ultima cosa che ho visto prima di richiudere è stato un occhio della maestra (uno solo, nello spiraglio della porta) e quest'occhio aveva un'aria riprovevole.
Ieri era così tardi che una volta gettata la Pupa in classe ho bloccato, da fuori, la maniglia con la mano. Lei ha cominciato a fare leva smanettando per uscire, pregandomi poverina di darle un ultimo bacio, ma io pur con il cuore a pezzi e fradicia di sudore ho resistito fin quando non ho capito che aveva mollato e si era rassegnata a passare la mattinata costruendo utili segnalibri natalizi assieme agli altri.
Il problema è che la casa-cantiere in cui stiamo ora è piuttosto lontana da lì. I mezzi per arrivarci non mancano, basta essere un po' creativi. Si può scegliere:
a) la bicicletta, mia soluzione preferita anche perché viene guidata da Mike Delfino, tempo di percorrenza 12 minuti. Pro: velocità, contro: la Pupa arriva all'asilo conciata come un puré.
b) la macchina, tempo di percorrenza tra i 20 e i 45 (!) minuti. Pro: comodità della Pupa, che piantata sul seggiolino mi chiede di ascoltare in loop cantanti di nicchia come Regina Spektor, i Baustelle o Geoffrey Gurrumul Yunupingu. Contro: la lunghezza del viaggio e la mancanza di parcheggio nei dintorni dell'asilo, anche se ormai sono in ottimi rapporti con i portieri dell'Ata Hotel Executive, che mi lasciano parcheggiare lì davanti ("Sìsìsìtornosubitoiltempodilasciarlaesonodavoi").
c) il mitologico Passante Ferroviario, che nelle menti dei nostri illuminati amministratori rappresenta "una valida alternativa alla metropolitana". Ieri pioveva, a Mike Delfino serviva la macchina, e così io e la Pupa abbiamo deciso di servircene.
Se è vero che il tempo di percorrenza effettivo è di soli 7 minuti da stazione a stazione, va anche detto che il treno viaggia al livello -30 sottoterra e una volta sbarcati a destinazione nelle viscere della città si impiegano circa 18 minuti per risalire in superficie. Inoltre dalle parti dell'asilo della Pupa è in corso una gigantesca opera di ristrutturazione del quartiere e molte uscite della metropolitana (tutte quelle dalla parte che servirebbe a noi, ovviamente) sono chiuse.
A questo va aggiunto il fatto che prendere il Passante non è così facile. Forse lo è per i cittadini normodotati, ma io al mattino presto ho la reattività di una scimmia di mare. Così ieri mattina mi sono messa la Pupa al collo (per fortuna pesa solo 16 chili e riesco ancora a farlo) e l'ho portata in braccio da casa alla Stazione; il suo compito era tenere aperto l'ombrello. Una volta passati i tornelli mi è sembrato di vedere sul tabellone che il nostro treno stava per partire dal binario 6. Mi sono trascinata dietro la Pupa che si è messa a piangere dopo un metro: correvo troppo velocemente, lei aveva ancora l'ombrello aperto e ha pure sfregato la manina contro un muro, procurandosi una microscopica sbucciatura. Siamo balzate a bordo nel momento stesso in cui le porte emettevano il loro sconfortante "Pii-pii-pii" di chiusura. Sembrava uno di quei film in cui gli eroi sono inseguiti dai cattivi e si salvano per un pelo: ho lanciato in avanti la Pupa, qualcuno dei passeggeri l'ha afferrata, poi sono entrata io, passando in mezzo alle porte, con l'ombrello ancora aperto. La Pupa frignava per via della sbucciatura, per il caldo e lo sconcerto.
Dopo tre minuti mi sono accorta che avevamo sbagliato treno. Mi è venuto da piangere. Siamo scese alla stazione successiva e abbiamo preso la metropolitana (quella vera) fino all'asilo. Credo di aver camminato con la Pupa in braccio per circa due chilometri. Se mia nonna che sta lassù in cielo ieri mattina ha guardato giù si sarà messa le mani nei capelli pensando che sua nipote è rimbambita e avrà fatto qualche commento in biscegliese, tipo "ma se pote sapè ce ccose stà a fàsce?" (= si può sapere cosa combini?).
L'orario di ingresso all'asilo è dalle 8 alle 9. Siamo arrivate alle 9.12. Ogni giorno facciamo tardi per qualche motivo, ma ieri era quel tardi da porte sprangate, quel tardi in cui bisogna citofonare e dire il proprio nome e sottoporsi all'umiliazione di ripeterlo più volte perché la segretaria fa finta di non sentirlo, quel tardi in cui fatti i dieci gradini del vialetto d'accesso ti si para davanti la bidella e nemmeno ti sgrida, ma si limita a fare "grunt" come la bestia più brutta del cartone animato Monsters&co. e poi corregge vistosamente il numero dei pasti che ha segnato sul foglio della mensa. Ieri era così tardi che persino la porta dell'aula era già chiusa, l'ho aperta il tempo di buttarci dentro la Pupa come un panno sporco nel cesto della biancheria sperando che la maestra non se ne accorgesse, ma lei ha urlato subito "Mamma, mamma!" e tutti i bambini si sono girati, e l'ultima cosa che ho visto prima di richiudere è stato un occhio della maestra (uno solo, nello spiraglio della porta) e quest'occhio aveva un'aria riprovevole.
Ieri era così tardi che una volta gettata la Pupa in classe ho bloccato, da fuori, la maniglia con la mano. Lei ha cominciato a fare leva smanettando per uscire, pregandomi poverina di darle un ultimo bacio, ma io pur con il cuore a pezzi e fradicia di sudore ho resistito fin quando non ho capito che aveva mollato e si era rassegnata a passare la mattinata costruendo utili segnalibri natalizi assieme agli altri.
martedì 31 marzo 2009
Comprare una borsa o fare un figlio, questo è il dilemma
I grandi misteri/1
In tutti gli uffici ci sono persone che hanno fatto carriera e non si capisce bene perché.
Bene, anche nel mondo delle mamme è così. Ci sono donne che hanno fatto figli per caso (o così sembra). Erano lì tranquille che passeggiavano e op! Uno spermatozoo le ha colpite, fecondandole su due piedi. Fosse stato per loro, si sarebbero volentieri occupate di altro.
Dico questo perché, nel suo commento a un post di qualche giorno fa, Anna scriveva: "La cosa più inquietante è che spesso le mamme più spietate sono anche le più eleganti, chic, griffate e alfabetizzate. Insomma, quelle che 'ah, no io delle baby-sitter non mi fido, di quelle straniere poi!'. Per la serie: il figlio è mio e me lo rovino io. Evviva le colf, le badanti, le baby-sitter, le portinaie cingalesi. Magari insegneranno ai nostri pupi a dire 'gracias' o 'pinestra', ma almeno gli risparmieranno 10 anni di analista".
Io credo che Anna abbia ragione. L'altra sera a casa di amici ho incontrato il clone di Britney Spears. Una Posh-Mamma (con due bambini) dall'espressione un po' robotica, il cui modello di vita è con un certo grado di probabilità Victoria Beckham.
L'ho vista pochissimo, un paio d'ore scarse, e spero molto di sbagliarmi sul mio conto. Ma una cosa è certa, avrebbe bisogno di un nuovo sceneggiatore che le metta a posto i dialoghi, perché nell'arco della pur breve serata ha snocciolato una serie di perle come: "Sono più innamorata di mio marito che dei miei figli. Almeno lui mi dà soddisfazioni. Non come questi rompiballe" (di uno e sette anni). Oppure: "Ah, come mi piace quando mio figlio" (un anno) "fa esattamente quello che gli dico. Di solito vuol fare di testa sua, e non capisco perché" (be', forse perché è un bambino e non un Playmobil?). E ancora, alla mia amica con neonato di tre mesi che, un po' frastornato, piangeva: "Non ti preoccupare, sta solo facendo i capricci" (capricci? A tre mesi? Uno di tre mesi, per essere in grado di "fare i capricci", dev'essere il figlio del demonio). La Posh-Mamma ha raggiunto l'apice parlando di non so quale borsa vista alla Rinascente. L'irrinunciabile oggetto è in vendita a più di 2000 euro. Lei ha guardato il figlio piccolo e ha - graziosamente sospirato: "Ah. Se non c'era questo qua, sicuro come l'oro che la compravo". E' così che si comincia a costruire l'autostima di un bambino. Sicuro come l'oro.
In tutti gli uffici ci sono persone che hanno fatto carriera e non si capisce bene perché.
Bene, anche nel mondo delle mamme è così. Ci sono donne che hanno fatto figli per caso (o così sembra). Erano lì tranquille che passeggiavano e op! Uno spermatozoo le ha colpite, fecondandole su due piedi. Fosse stato per loro, si sarebbero volentieri occupate di altro.
Dico questo perché, nel suo commento a un post di qualche giorno fa, Anna scriveva: "La cosa più inquietante è che spesso le mamme più spietate sono anche le più eleganti, chic, griffate e alfabetizzate. Insomma, quelle che 'ah, no io delle baby-sitter non mi fido, di quelle straniere poi!'. Per la serie: il figlio è mio e me lo rovino io. Evviva le colf, le badanti, le baby-sitter, le portinaie cingalesi. Magari insegneranno ai nostri pupi a dire 'gracias' o 'pinestra', ma almeno gli risparmieranno 10 anni di analista".
Io credo che Anna abbia ragione. L'altra sera a casa di amici ho incontrato il clone di Britney Spears. Una Posh-Mamma (con due bambini) dall'espressione un po' robotica, il cui modello di vita è con un certo grado di probabilità Victoria Beckham.
L'ho vista pochissimo, un paio d'ore scarse, e spero molto di sbagliarmi sul mio conto. Ma una cosa è certa, avrebbe bisogno di un nuovo sceneggiatore che le metta a posto i dialoghi, perché nell'arco della pur breve serata ha snocciolato una serie di perle come: "Sono più innamorata di mio marito che dei miei figli. Almeno lui mi dà soddisfazioni. Non come questi rompiballe" (di uno e sette anni). Oppure: "Ah, come mi piace quando mio figlio" (un anno) "fa esattamente quello che gli dico. Di solito vuol fare di testa sua, e non capisco perché" (be', forse perché è un bambino e non un Playmobil?). E ancora, alla mia amica con neonato di tre mesi che, un po' frastornato, piangeva: "Non ti preoccupare, sta solo facendo i capricci" (capricci? A tre mesi? Uno di tre mesi, per essere in grado di "fare i capricci", dev'essere il figlio del demonio). La Posh-Mamma ha raggiunto l'apice parlando di non so quale borsa vista alla Rinascente. L'irrinunciabile oggetto è in vendita a più di 2000 euro. Lei ha guardato il figlio piccolo e ha - graziosamente sospirato: "Ah. Se non c'era questo qua, sicuro come l'oro che la compravo". E' così che si comincia a costruire l'autostima di un bambino. Sicuro come l'oro.
mercoledì 25 marzo 2009
Storie vere di vita vissuta: perché ero una Pessima Madre
Mamma Igiene e Mamma Anna
Questo blog è appena nato e già funziona meglio del confessionale del Grande Fratello. Due lettrici, Mamma Igiene e Mamma Anna, si sono auto-denunciate. Non hanno allattato al seno i propri figli. La polizia postale è sulle loro tracce. Ecco le loro dichiarazioni, tratte da commenti recenti ai miei post, che pubblico in homepage perché tutti possano leggerle:
Anna: "Per mia fortuna non ho avuto il baby-blues né al primo né al secondo figlio. In compenso però hanno tentato di farmelo venire tutte le ostetriche che ho incontrato. Non potendo allattare, sono passata direttamente nella categoria delle Pessime Madri! A sentir loro, tutte le malattie che i miei bimbi avrebbero avuto: dall'influenza al colera passando per la miopia, il ginocchio valgo, le carie e la peste bubbonica sarebbero dipese dal fatto che non sono riuscita ad attaccarli alla tetta. I miei torelli per fortuna hanno sfatato la leggenda e quando il grande è andato al nido e la pediatra mi ha detto: 'complimenti! E' il bambino che ha fatto meno assenze per malattia, si vede che ha allattato a lungo!', mi sono tolta la soddisfazione di risponderle: 'Certo! Nidina 1 per i primi 6 mesi e Nidina 2 fino all'anno!'. Adesso però mi domando: il fatto che sia ciuccio in matematica e non pensi altro che all'Inter non dipenderà dal tipo d'allattamento?"
Ed ecco il commento di Igiene (tra l'altro, è lei stessa a spiegare il perché di questo bizzarro nome): "Ah, la sterilizzazione... in quanto pessima madre (così credevo) non sono riuscita ad allattare il pupo al seno ... quindi la sterilizzazione è stata un obbligo/ossessione: povero figliolo, privo degli indispensabili anticorpi contenuti nel sacro latte di mamma. Ho comprato un mitico sterilizzatore a vapore (per altro, devo ammetterlo, comodissimo) per la modica cifra di circa 100 euro. Sterilizzava 6 bibe alla volta, che poi io estraevo con pinzetta anch'essa sterilizzata tenuta con mani pulitissime e che poi riempivo con latte in polvere tramite apposito misurino livellato con precisione scientifica tramite coltello anch'esso sterilizzato, in una cucina il più possibile priva di germi. Non sopportavo che nessun altro lo facesse, perchè solo la mamma garantisce l'igiene. Mio marito mi chiamava Igiene invece di Irene. Felice dell'efficientissimo macchinario, ci sterilizzavo anche i ciucci. Avrei voluto sterilizzarci anche i giochini, ma al primo tentativo (tre bellissime chiavine in plastica tutte colorate) il giochino suddetto si è sciolto".
Igiene, Anna, un accorato appello: consegnatevi alle autorità. Quante altre lettrici di questo blog si sono macchiate della stessa colpa? Ragazze, fatevi coraggio: con noi potete parlare.
Questo blog è appena nato e già funziona meglio del confessionale del Grande Fratello. Due lettrici, Mamma Igiene e Mamma Anna, si sono auto-denunciate. Non hanno allattato al seno i propri figli. La polizia postale è sulle loro tracce. Ecco le loro dichiarazioni, tratte da commenti recenti ai miei post, che pubblico in homepage perché tutti possano leggerle:
Anna: "Per mia fortuna non ho avuto il baby-blues né al primo né al secondo figlio. In compenso però hanno tentato di farmelo venire tutte le ostetriche che ho incontrato. Non potendo allattare, sono passata direttamente nella categoria delle Pessime Madri! A sentir loro, tutte le malattie che i miei bimbi avrebbero avuto: dall'influenza al colera passando per la miopia, il ginocchio valgo, le carie e la peste bubbonica sarebbero dipese dal fatto che non sono riuscita ad attaccarli alla tetta. I miei torelli per fortuna hanno sfatato la leggenda e quando il grande è andato al nido e la pediatra mi ha detto: 'complimenti! E' il bambino che ha fatto meno assenze per malattia, si vede che ha allattato a lungo!', mi sono tolta la soddisfazione di risponderle: 'Certo! Nidina 1 per i primi 6 mesi e Nidina 2 fino all'anno!'. Adesso però mi domando: il fatto che sia ciuccio in matematica e non pensi altro che all'Inter non dipenderà dal tipo d'allattamento?"
Ed ecco il commento di Igiene (tra l'altro, è lei stessa a spiegare il perché di questo bizzarro nome): "Ah, la sterilizzazione... in quanto pessima madre (così credevo) non sono riuscita ad allattare il pupo al seno ... quindi la sterilizzazione è stata un obbligo/ossessione: povero figliolo, privo degli indispensabili anticorpi contenuti nel sacro latte di mamma. Ho comprato un mitico sterilizzatore a vapore (per altro, devo ammetterlo, comodissimo) per la modica cifra di circa 100 euro. Sterilizzava 6 bibe alla volta, che poi io estraevo con pinzetta anch'essa sterilizzata tenuta con mani pulitissime e che poi riempivo con latte in polvere tramite apposito misurino livellato con precisione scientifica tramite coltello anch'esso sterilizzato, in una cucina il più possibile priva di germi. Non sopportavo che nessun altro lo facesse, perchè solo la mamma garantisce l'igiene. Mio marito mi chiamava Igiene invece di Irene. Felice dell'efficientissimo macchinario, ci sterilizzavo anche i ciucci. Avrei voluto sterilizzarci anche i giochini, ma al primo tentativo (tre bellissime chiavine in plastica tutte colorate) il giochino suddetto si è sciolto".
Igiene, Anna, un accorato appello: consegnatevi alle autorità. Quante altre lettrici di questo blog si sono macchiate della stessa colpa? Ragazze, fatevi coraggio: con noi potete parlare.
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