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venerdì 3 gennaio 2014

Che sia un buon anno, un buon anno davvero

Sicut erat in principio et nunc et semper
Michelangelo reloaded
Poppata, cambio, nanna, bagnetto, poppata, cambio, nanna, ruttino, vomitino, ancora poppata, pianto. Come vi sta trattando questo brumoso inizio d'anno? Il mio confligge aspramente con lo Sturm und Drang e il desiderio di vita avventurosa all'ombra del quale fremo da che sono al mondo. Non mi resta che ninnare la piccola e scrivere questo post con una mano sola, vagheggiando i momenti in cui di nuovo potrò a) uscire per più di 45 minuti consecutivi b) dormire per più di tre ore di fila c) bere Spriz senza sensi di colp tornare a bere Spriz. La Piccolissima già mostra un carattere deciso, sfoggia un naso all'insù non presente in famiglia (nemmeno risalendo di tre generazioni) e una voracità non comune - cfr. al secondo controllo in ospedale, la pediatra: «Signora, potrebbe anche darle un po' meno da mangiare». «Credevo dovesse mangiare quando ne ha voglia». «Sì, ma così è esagerato». «In che senso, esagerato?». «Beh, lo capisce quando vede il rigagnolo di latte uscirle dalla bocca. È come il troppopieno della vasca da bagno, ha presente?».
Usami, straziami, strappami l'anima Anche per me che sono ormai trimamma ogni giorno porta con sé qualcosa di nuovo. Ciascun neonato ha le proprie specificità, ciascun neonato per esempio piange a suo modo. Nella mia memoria, che pure probabilmente m'inganna, la Pupa cinguettava con garbo. Il Pupo faceva versi da batrace - qui potrei sbagliarmi, magari il batrace è afono - mentre la Piccolissima è maestra di «lllè». Non so descrivere in altro modo i suoni da lei prodotti.
Come sta l'alieno che hai nella testa? La nascita travagliata ha lasciato alla piccolissima un notevole bozzo in testa: si chiama cefaloematoma e anche su questo ciascuno ha detto la sua. Neonatologo 1: «Passerà in un paio di settimane». Neonatologa 2: «Ci vorrà un mesetto». Pediatra 1: «Io dico 15, 20 giorni e si riassorbe». Pediatra 2: «Come al solito, nessuno dei miei colleghi ha capito un tubo. Questo da fluttuante e molle diventa calcifico, mi dia la mano, lo sente come fluttua? Questo calcifica, le diventa come una pallina da ping pong, ma lei non si spaventi, poi viene riassorbito dalla crescita della scatola cranica. A primavera non lo vede più». Tata filippina: «In Pilippine noi abbiamo tutti testa tonda, testa perfetta. Tu prendi un telo di stoffa, fai un copricapa, vedi? Stringi bene qui, sulla testa di bambina. Schiacci bene, lei piange...». «Lllè!». «... Ma non importa, tu fai finta di niente, poi smette. Due giorni e la testa diventa tonda». «Malù, forse non me la sento». «Tu però non ti lamenti se poi resta il bozzo». ZiaBubu (mia sorella), prendendo in braccio la bambina: «Ciao, nipotina nuova. Come sta l'alieno che hai nella testa?».
Parla in fretta e non pensar se quel che dici può far male Compagno del Pupo/ 1: «Mamma, ma ha le mani!». Compagno 2, rivolto al Pupo: «Ma come, questa è femmina! Per mesi ci hai detto che ti sarebbe arrivato un fratellino». Compagno 3: «È vero che l'avete chiamata Aiman?». Compagno 4: «È vero che ha i superpoteri come Aier Man?» (Iron Man, ndr). Mamma indiana: «Noi donne in India dopo il parto ci mettiamo una fascia sulla pancia, così rientra». Io: «Ma non mi sento così fuori forma». «Se mettessi la fascia, molto stretta, staresti anche meglio. All'inizio ti sembra di non respirare bene, poi ti abitui. Se vuoi ti aiuto». Mamma srilankese: «Dovresti fasciare anche le gambe alla bambina. Così crescono dritte». Mamma filippina: «È vero che aveva il cordone ombelicale intorno al collo? I bambini nati d'inverno ce l'hanno spesso. Colpa delle mamme che mettono sempre la sciarpa. Nel mio paese infatti non mettiamo la sciarpa». Io: «Nel tuo paese ci sono 30 gradi fissi». Mamma egiziana: «Il travaglio è stato lungo perché la bambina è femmina». Io: «No, è stato lungo perché era girata male». «Fosse stato maschio, sarebbe stato più veloce. Ecco perché io faccio solo maschi». Mamma egiziana/2: «È facile fare bambine come questa, ha la testa piccola». «Ma, veramente no». «Sì, sì, è piccola. Vedi? Testa piccola, nascita facile». Mamma filippina/2: «Oh come è bella. Speriamo che non diventi troppo brutta». Io: «Perché dovrebbe?». «Nel mio paese diciamo: bella in fasce, cresce brutta». Io: «Grazie». Il bello di mandare i tuoi figli a una scuola mista è che puoi attingere a fonti internazionali di saggezza popolare.
Scagli la pietra chi è senza peccato Dicevo, ogni neonato porta con sé qualcosa di nuovo. Con la Piccolissima, dopo la prima notte insonne (=travaglio) e le seguenti due pure (in ospedale è come stare a Guantanamo, ti entrano in camera e ti accendono la luce a qualunque ora) ho contravvenuto alla Madre di Tutte le Regole: mai fare dormire i bambini nel lettone. Stavolta alla terza notte, per la stanchezza, sono crollata secca con la neonata poggiata sul petto, e da allora me la tengo a fianco, come una piccola amorosa boule d'acqua calda. E ho scoperto che un po' vorrei smettere, un po' invece no. Ne riparliamo, n'est-ce pas?

Soundtrack (listen @ a loud volume): Mentre tutto scorre

giovedì 28 novembre 2013

38esima settimana (o forse dovrei dire 39)

Il parto ideale
Ieri mattina il Pupo si è svegliato con «40 di tosse. Non mandarmi a scuola», ha subito pregato. Poiché in effetti un paio di coff, coff appena alzato dal letto li aveva emessi e fuori c'erano due gradi sottozero, ho preferito tenerlo a casa - hai visto mai che mi nasca la Piccolissima mentre quest'altro è malato, è stato il mio rapido ragionamento - dove mi ha sfibrato per tutto il giorno.
Ti amo, nonostante la malattia Pur in precarie condizioni di salute l'eroico Pupo riusciva a preparare numerose pozioni coi gessetti colorati, istoriando finemente di macchie alla Pollock il bidet e le pareti del bagno, usato come laboratorio, e a soffiare intere pentole di bolle di sapone (nella foto, un esempio) rovesciandone una a terra subito prima del pranzo. Alle mie velate quanto garbate proteste rispondeva con il suo accattivante sguardo verde chiaro, sbattendo ritmicamente le lunghe ciglia: «Perché mi tratti così? Io ti amo, nonostante la malattia».
La scuola degli abbracci Il countdown della Pupa procede inesorabile e snervante, un tic-tac ideale che non cessa mai. Grazie a lei, per esempio, so che alla fatidica DPP mancano in questo momento - in teoria - 11 giorni. Assieme al countdown continua anche la sua bizzarra avversione ai congiuntivi: «Voglio che la sorellina nasce oggi», mi ha detto stamani sulla soglia della scuola. Poi ha aggiunto: «Cento per cento positivo». Anche lei, come tutti, un po' di agitazione addosso in questo momento ce la deve pur avere. «Mi fa male il braccio della vaccinazione, voglio rimanere a casa anch'io», ripete da due giorni. «Ma male quanto, Pupa? Male al punto che non riesci a piegarlo?». «No, solo quando mi abbracciano». «Allora non è gravissimo, mi pare». «Ma a scuola mi abbracciano sempre, dove vado io è una scuola di abbracci».
Intanto, l'ineffabile Mike Si diverte a immaginare il parto ideale. Che dovrebbe avvenire nelle seguenti condizioni e modalità:
- È una bella mattinata di sole, tipo oggi, ma con temperatura vagamente più elevata
- Abbiamo dormito molto bene, il Pupo non si è fatto vivo per tutta la notte
- Non è il giorno in cui i camion della spazzatura intasano il quartiere
- Laccio, di recente ribattezzato «il cane che non è malaccio», è a casa con la nostra tata/colf, ha mangiato e ha già fatto una lunga passeggiata
- I pesci hanno mangiato, anche lo psicotico dei tre, quello che ultimamente passa il tempo in un angolo
- Abbiamo appena lasciato entrambi i bambini a scuola, per una volta più che puntuali e senza affanni
- Per sbaglio, scambiandola per una sua borsa di lavoro, Mike ha infilato in macchina la valigia dell'ospedale
- Un appuntamento urgente che aveva gli salta improvvisamente, al che mi propone: «E se andassimo con calma a fare colazione al bar?»
- Siamo in auto, quando la mia amica anestesista mi telefona e mi dice: «Ciao, tutto bene? È un po' che non ci vediamo. Sono in ospedale ma curiosamente ho un po' di tempo libero, che ne dici di raggiungermi per un caffè, magari assieme a quel simpaticone del tuo fidanzato?».
- In auto comincio a provare qualche lieve fitta tipo mal di pancia. Arrivata all'ospedale la mia amica mi guarda in faccia e mi dice: «Sarei più tranquilla se ti facessi visitare. Ora che abbiamo bevuto quest'ottimo caffè seguimi, te ne prego, il mio collega gentile e bravissimo entra in turno proprio ora».
- Cinque minuti dopo, in sala visite, collega gentile e bravissimo: «Signora, ma voleva farla per la strada, questa bambina? Lei è dilatata di otto centimetri, possibile che non si sia accorta di nulla? Subito in sala parto».
- Due minuti dopo, in sala parto, amica anestesista: «Ci tengo a farti provare l'epidurale anche se solo per le quattro spinte che saranno necessarie a far nascere la tua bambina. Respira, rilassati... zac
- Dieci minuti dopo, ostetrica vincitrice del recente contest Levatrice dell'Anno, poggiandomi la Piccolissima sulla pancia: «Signora, la sua bambina è perfetta
- Un minuto dopo, sulla soglia della sala parto, mia sorella tornata in questo istante dalla Bosnia: «Paola, lo vuoi finalmente, dopo nove mesi di privazioni, un buonissimo, freschissimo, croccante panino riempito con il salame del contadino?»
Ciò detto In realtà mi è giunta notizia che i travagli dei terzi figli possono anche essere più lenti e complicati di quelli dei secondi, tra le altre cose perché i tessuti dell'utero sono più morbidi e le contrazioni meno efficaci. Urgono parole di conforto (vostre).

domenica 2 maggio 2010

Essere mamma è rock

Ci sono delle volte in cui dici: e io che credevo, e invece

L'altro giorno ero a Roma, a intervistare Elisa, e mentre mi raccontava del suo travaglio di quaranta ore e del metodo, ehm, bizzarro di alcune ostetriche per incoraggiarla ("Qui non tira aria di parto" e "Non sei abbastanza combattiva") un emisfero del mio cervello era solidale con lei, l'altro - quello razionale - rifletteva su una cosa: i dolori del parto sono uguali per tutte. A meno di non essere in America, dove il 99% delle vip (ma anche molte donne normali) fanno il cesareo, qui da noi quella deliziosa esperienza extraterrestre ti tocca comunque, che tu abbia vinto Sanremo o che lavori in un call center.
Sempre Elisa (se vi fa piacere troverete l'intervista su Gioia, il 6 maggio) mi ha fornito inconsapevolmente un altro spunto di riflessione: chi dice - e sono ancora tanti, ne abbiamo parlato anche su questo blog, per esempio qui - che una mamma farebbe meglio a starsene a casa a occuparsi dei bambini si sbaglia di grosso. Lei per esempio, avendo partorito in squisita contemporanea un disco e una bambina, a sei mesi dalla doppia nascita ora è in tour.
Con la pupa al seguito. "Certo, andiamo più lenti, ma facciamo le cose bene, anche meglio di prima: è un ottimo passo indietro per tutti." A immaginarsi la sua band che mette da parte birra e sigarette per tentare le prime pappe e cullare, a turno, la neonata viene da un po' da sorridere, ma in fondo, perché no? Basta avere alcune accortezze. Per esempio, come mi ha detto Elisa, "Non allattarla dopo un concerto, altrimenti le passo l'adrenalina e non dorme più".
P.S. Prometto di tornare a scrivere presto, perché vi devo raccontare di come il Pupo è stato ribattezzato Limonazio.

lunedì 29 marzo 2010

Era un giorno come tanti altri

Certe cose non si dimenticano

Poiché curiosamente ho un cospicuo numero di amiche e conoscenti vicine al parto, e mi pare di trascurarle un po', ripesco questo post dell'anno scorso (che ho anche pubblicato sul mio libro) per tornare, assieme a voi, sul tema.
Vedete la manina rosa? Il post partecipa a "Mamma che ridere", quindi scrivete, scrivete, scrivete, perché a) i vostri commenti verranno premiati e b) sono curiosissima di sapere quel che avete combinato in sala parto. Non dimenticate di lasciare un indirizzo email (potete scrivermi anche in privato)!

Prima della nascita della mia primogenita, detta “la Pupa”, avevo anche frequentato dei corsi. Il generico “preparto”, il rilassante “stretching per gestanti”, il noiosissimo “acquaticità in gravidanza”, un breve quanto inutile seminario “simulazioni di allattamento”. Mi ero anche documentata sull’esoterico canto carnatico, secondo il metodo di Frédérick Leboyer, che si rifà alle antiche tradizioni indiane e consiglia alle donne di utilizzare la voce, modulandola, per soffrire meno durante il travaglio.
Pensavo: sarà lungo ma sopportabile. In fondo non sono una che frigna.
Mi immaginavo il dolore come un’onda. Pensavo: se non cerco di resistere, se mi lascio trasportare da quest’onda, ce la farò senza grandi problemi. Il trucco sta nel passare attraverso l’onda, mi ripetevo.
Un sabato mattina verso le undici, tre giorni dopo la data presunta del parto, ho perso il tappo di muco di cui mi avevano parlato tanto. Sapevo che poteva precedere l’inizio del travaglio di pochi minuti come di due o tre giorni. “Ohibò!” ho detto. Dieci minuti dopo sono cominciate le contrazioni.
Tutti allegri e tranquilli – c’era anche mia sorella, che doveva solo accompagnarmi in auto ma poi è rimasta con me, preziosa doula improvvisata, fino alla fine – all’ora di pranzo siamo andati in ospedale. Mi hanno visitato: dilatazione un centimetro. “Signora, se vuole può andare a casa. È un primo figlio, ci vorrà del tempo”.
Ho fatto una smorfia. Il dolore aumentava. “Okay, vedo se c’è una camera libera”, si è convinta l’ostetrica.
Alle due mi hanno dato una stanza. Nel tragitto tra l’ascensore e il mio letto, in corridoio, mi piegavo ogni trenta secondi. Non che abbia mai provato, ma avevo la sensazione che qualcuno mi sparasse all’addome.

- (Infermiera, caustica, assistendo ai miei silenziosi contorcimenti): “Ehi, senti un po’. Se continui così non arrivi in fondo”.
- (Io, prendendo vagamente fiato): “Grazie, bengentile. È confortante”.
- (Infermiera, con l’aria di chi sa lunga): “A meno che…”
- (Io, speranzosa): “A meno che?”
- (Infermiera, allontanandosi lungo il corridoio mentre sghignazza): “A meno che il tuo non sia un parto pre-ci-pi-to-so!”.

Prima dell’arrivo della Pupa pensavo che non avrei chiesto l’epidurale. Volevo che il mio fosse un parto più naturale possibile, ma per prudenza avevo fatto comunque la visita preliminare dall’anestesista (“mi servirà solo in caso di complicazioni”, pensavo).
Alle tre sono entrata in sala travaglio, col fiato corto, urlando a centoventi decibel, “Epidurà! Epidurà! Epidurà!”. Alzavo anche la mano per attirare l’attenzione e riuscivo a pensare solo due cose: 1) Non riesco nemmeno a finire la parola “epidurale” e 2) Se incontro Frédérick Leboyer gli spacco la faccia.
L’epidurale non è arrivata. Dopo un veloce monitoraggio mi hanno proposto di fare il travaglio nella vasca. Ho detto sì e volevo tuffarmi subito, ma mi hanno fermato: “Aspetta almeno che ci sia l’acqua”. Quando finalmente è arrivato il momento mi ci hanno buttato dentro sollevandomi di peso. L’acqua calda rilassa all’istante i muscoli e lenisce il dolore. “Ohporcavaccacosìsiragiona”, ho detto. Tuttoattaccato.
Dopodichè, ho perso le parole.
Mi dicevano: “Respira lentamente”. Io ansimavo come un mantice.
Mi dicevano: “Calma”. Mi sembrava di non riuscire ad aprire bocca, ma mi hanno raccontato che ho morso. Prima il lenzuolo, poi il braccio di qualcuno.
Mi hanno tirato fuori dalla vasca, ogni tanto mi visitavano. Sembravo posseduta come nell’Esorcista. La dilatazione progrediva veloce. Troppo veloce per un primo figlio. Sei, sette centimetri. “Ehi, è troppo veloce persino per l’epidurale”, ha commentato qualcuno a un certo punto. “Non c’è pausa tra una contrazione e l’altra”, ha aggiunto qualcun altro. Ah, ah, avrei riso se mi fossi ricordata come si faceva. In quel momento ho pronunciato la mia prima e unica parolaccia. Una ginecologa di passaggio mi ha fulminato. “Non hai imparato niente al corso preparto?”. “In effetti no, signora. Non mi ricordo nulla”. Ed era proprio così.
(to be continued)


venerdì 19 marzo 2010

Mamma che ridereeeee

Scriviamo assieme uno spettacolo teatrale?
Ve lo chiedo senza girarci troppo attorno.
Siccome un po' ormai vi conosco, e

so se che se leggete questo blog siete molto spiritose (e spiritosi), e inoltre:
- quasi certamente avete un figlio (o più)
- o un nipotino
- oppure occasionalmente, diovibenedica, avete fatto da babysitter ai miei pupi
- o comunque, insomma, quando vedete in giro un bambino non urlate per il raccapriccio,

se vi va, come spero, di partecipare, potete sbizzarrirvi con aneddoti inerenti ai temi che di volta in volta vi proporrò, e che ruotano tutti attorno alla maternità.
Funziona come con i normali commenti: voi li lasciate e io li raccolgo.
Col tempo vi svelerò nuovi dettagli sullo spettacolo: per ora posso dirvi che si terrà a maggio, sarà interpretato da un'attrice comica brava, simpatica e mamma di cui mannaggia ancora non ci hanno detto il nome, e che è un'iniziativa di The talking village (il banner che da settimane ho inserito sulla mia home page vi porta al sito). Per ogni dubbio, per scoprire la lista dei 10 blog che partecipano, oppure se siete blogger a vostra volta e volete dare il vostro contributo, andate a sbirciare Mamma che ridere.
Ah! Fino al 7 aprile, in tutti i post che hanno la manina rosa, lasciare un commento premia: il nostro sponsor è la Huggies, e ogni settimana i 15 aneddoti più divertenti ricevono uno sbadaluffo di pannolini a casa (a proposito: se non avete un account registrato, ricordatevi di lasciare un indirizzo mail in fondo al commento, per contattarvi se vincete).
Chi partecipa e non ha figli può usare i pannolini per imballare oggetti fragili o anche come confezione regalo di un anello di fidanzamento (so che è surreale ma il mio l'ho ricevuto proprio così, avvolto in un elegante Newborn. Però non era un Huggies. Mi scusi, signor sponsor) (Oddio, non si sarà mica offeso) (Uhm. Dev'essere della Vergine. Tipi un pochino permalosi).

Bene. E ora, visto che sono in ritardo perché ho impiegato 29 ore a capire come incollare il banner con la manina rosa, direi che possiamo anche partire.
Nelle prossime ore vi fornirò lo spunto per il primo tema. Ma sentitevi libere di proporre aneddoti anche extra-lista! Vale tutto, e sarei davvero felice se qualcuno dei commenti partiti da qui finisse sul palco di un teatro.
P.S. La Pupa dice spessissimo "Esterodàzzino". Il primo che indovina cos'è vince un bicchiere di vino rosso. Niente pannolini però.


lunedì 1 febbraio 2010

Di cosa parliamo quando parliamo di allattamento

Come accadde che il mio piede produsse latte

Ho ricevuto una mail bellissima. E' la storia di una nascita e l'autrice mi ha dato il permesso di farvela leggere.

«Le donne che hanno appena partorito sono fragili. Lo sono un po’ di più quelle che hanno appena partorito il primo figlio. Un po’ di più ancora, a parer mio, quelle che hanno avuto un parto, anche se non problematico, di tipo cesareo, che ha come conseguenza di farti grattare per il prurito una notte intera, lasciarti allettata e con catetere per un paio di giorni (mentre vorresti disperatamente cullare il tuo bambino), farti gonfiare le gambe, provocarti crampi atroci al ventre mentre con vero senso sadico le ostetriche ti lasciano il bambino in camera, anche se non riesci a nemmeno a reggerti in piedi, figurarsi a prenderlo in braccio. Tutto questo senza che al corso preparto nessuno ti abbia spiegato niente in merito, perché il cesareo lo fanno solo le pappemolli.

E che ti lascia per sempre il rimpianto di non essere stata protagonista davvero di quella meraviglia che è l’inizio di una vita, la vita di tuo figlio.

Sono particolarmente, disperatamente fragili, le donne che oltre alle condizioni di cui sopra, durante tutta la gravidanza, un po’ per il bene del bimbo, un po’ per la fifa dei medici, hanno dovuto rinunciare ai noti farmaci “tiratisu” e “staitranquilla”. Io faccio parte di quest’ultima categoria. Raggiunto il settimo mese di gestazione, veramente disperata, ho finalmente trovato un medico capace di prendersi le sue responsabilità e di prescrivermi il “tiratisu”, che se non ti tiri su va a finire che ti butti giù, te con il tuo bimbo dentro, e tutti questi sacrifici non saranno serviti a nulla. E’ noto a tutti (ma forse non ai ginecologi ignoranti e agli psicologi con manie di onnnipotenza che cercano di propinarti inutili palliativi come l’ipnosi) che i farmaci della categoria “tiratisu” cominciano a fare davvero effetto solo dopo un mese che hai cominciato ad assumerli. Prima di quel mese invece di stare meglio stai molto peggio, ma se sei fortunata stai male come prima.

Sono arrivata al giorno in cui il pupo podalico ruppe le acque assolutamente prostrata. Avevo esaurito tutte le mie energie, e tante me ne sarebbero servite in seguito, perché ancora doveva venire il bello.

Infatti tutti sembrano ignorare il fatto che la gravidanza va affrontata con il giusto spirito positivo e ottimista (spirito che per mancanza dello “staitranquilla” nel mio caso mancava del tutto), che il parto naturale è la cosa più bella del mondo, ma non è colpa tua se il monello decide di mettersi a piedi in giù, i medici non ce la fanno a girarlo perché è paffutello e cocciuto e le ostetriche (forse perché non sono più semplici levatrici) hanno perso la capacità di far nascere i podalici. Che allattare è giusto e doveroso, ma a volte non ce la fai, specie se la tua ansia viene accresciuta da indicazioni contrastanti.

E che dopo tutto ciò ti mandano a casa senza libretto di istruzioni, e tu sei sola con il tuo nanetto e la tua paura. Non sai nemmeno fargli il bagnetto, perché te lo hanno fatto solo vedere su una vidoregistrazione.



Le mia prima foto col bambino, scattata il giorno stesso della nascita, mostra un viso tondo da mamma, sorridente e soddisfatto.
Le foto scattate nei giorni successivi mostrano un viso sempre più teso e disperato.
Della mia permanenza in ospedale ho ricordi confusi, sovrapposti, a macchie.
Il bimbo che non si attaccava, o forse si attaccava e non trovava niente quindi si incavolava di brutto e, rivelando fin da subito il suo carattere forte e testardo, urlava come un pazzo e si rifiutava di riattaccarsi.
Un’ostetrica che mi dice che dopo il cesareo la montata lattea arriva con più difficoltà. Io che non avevo nemmeno il colostro.
La mia vicina di letto invadente che dice questo bimbo è nervoso per la fame, adesso lo allatto io. Io che non riesco nemmeno a pensare, ma vorrei dirle questo bambino è mio, tu gioca con il tuo.
Io che piegata quasi a novanta gradi per il dolore spingo la carrozzina lungo un corridoio interminabile per raggiungere la sala dove c’è tutto l’occorrente per il cambio e poi gli metto il pannolino alla rovescia.

Un’ostetrica, chiamata in soccorso da una collega che non riusciva in nessun modo a convincere il bimbo ad attaccarsi, che mi insegna la posizione a palla di rugby, fa attaccare il bimbo per un nanosecondo e poi se ne va. Il bimbo che si stacca subito.
Un’ostetrica che dice questo bambino non ha proprio nessuna intenzione di attaccarsi. Mi schiaccia la tetta, esce un po’ di latte, dice “Che ben di Dio”, lo raccoglie col dito, io penso questa è talmente fanatica che adesso se lo ciuccia. Invece lo usa per disinfettarmi l’areola. Poi se ne va. Da allora non sopporto più l’espressione “Che ben di Dio”. In casa è vietata.
In sei giorni di degenza nutro il figlio con svariate tecniche, senza capirne né assimilarne nessuna:

- con il biberon di latte artificiale
- con la tetta e il paracapezzolo che ho paura che se lo ingoi
- con un milligrammo di colostro uscito faticosamente tramite tiralatte – tanto che la nutrice di turno della nursery lo mostra a tutte le colleghe trionfante: guardate cosa ha fatto la 19 (era il mio numero di letto, non lo scorderò mai), come se avesse assistito ad un miracolo. Il prezioso rarissimo liquido viene conservato in un reliquiario a siringhetta – senza ago naturalmente – che poi verrà infilata nella boccuccia del bebè
- con tentativo di poppata naturale seguita da disperata ansiosa attesa della preparazione del biberon di latte artificiale – attesa sadicamente protratta ad arte – mentre il pupo urla così forte che le altre mamme lo soprannominano “ugola d’oro”

Il tutto senza dimenticare la doppia pesata.

Io che mi tiro la tetta a mo’di mucca e non esce niente, ma proprio niente. Nel contenitore dopo tanta fatica c’è solo qualche rimasuglio di amuchina.

Io che piangendo supplico mio marito di parlare con la capo ostetrica e di chiederle di non tormentarmi più. Lui che torna indottrinato e plagiato più di me, e mi spiega che l’allattamento è un efficace antidepressivo, molto meglio del “tiratisu”, e che ce la posso ancora fare, devo sforzarmi ancora, per il bene mio e del bambino.

C’era ogni giorno uno spazio di tempo fantastico in cui si poteva dormire (tre ore la mattina, mentre lavavano, pesavano e controllavano i bebè) – anche se nell’ordine ti svegliavano per: provarti la pressione, provarti la temperatura, controllarti in punti vari non nominabili, rifarti il letto e quindi svegliarti proprio e farti alzare, urlarti nell’orecchio: Signoraaaa, la colazioneeee, si svegliiii!
Durante uno di questi periodi di semicoscienza una giovanissima recluta mi scuote con delicatezza e mi dice che mi vogliono nella nursery. Penso che sia successo qualcosa di grave, anche perché mi era stato detto che quel giorno mio figlio avrebbe fatto controlli neurologici perché si muoveva in modo strano (nulla di che, si rivelò poi, ma che paura!). Arrivo tremante alla nursery e una Crudelia mi dice “Ha fame, lo attacchi”. Scoppio a piangere come una fontana, il latte non ce l’ho, lui non si attacca, lasciatemi in pace, sono stanca, non torturatemi, ho sonno, non ce la faccio più. Una collega di Crudelia fa capolino dalla porta e mi dice sottovoce sei tu la mamma, decidi tu, non farti influenzare, avrai tante cose da fare, elimina il problema se non ce la fai, crescerà lo stesso.

Come vorrei sapere come si chiamava per correre ad abbracciarla.


Di notte, stanca, con petto, pancia e cicatrice doloranti, riesco a riempire con il mio colostro il contenitore del tiralatte. Lo maneggio maldestramente con gli occhi che si chiudono dal sonno e lo faccio cadere quasi tutto. A questo punto mi incavolo davvero, tiro di nuovo, molto oltre il tempo consigliato, fino a riempire ancora fino all’orlo.

E finalmente arriva un po’ di febbre e la montata lattea.

Il latte. Che soddisfazione. Adesso sono degna di essere mamma. Ma sono talmente stanca e frastornata che ci vedo male, oppure ho le allucinazioni: mi esce latte da un dito del piede. Chiedo a mio marito di controllare (eroico, le cesarizzate non riescono a lavarsi molto bene, specie i piedi): si tratta di abbondante pus perché l’unghia dell’alluce si è incarnita a causa del gonfiore post anestesia.
Per un giorno intero riesco ad allattare il mio bambino solo al seno, e il suo peso il giorno successivo rivela un buon aumento. Dimentico di specificare all’ostetrica che si è trattato di un giorno intero nel senso che il bambino per 24 ore non si è mai staccato dal mio petto e io non ho dormito mai.


Mi dimettono con le indicazioni “allattamento totale al seno”, anche se io obietto che forse sarebbe meglio il misto. Nooooo, tu sei pieeeeeena di latteeeeeeeee! E che succede con il “tiratisu”? Nienteeeee, non succede nieeeeeeente, al bambino non fa assolutamente male (bè, non potevate dirmelo nove mesi fa?)

Torniamo a casa, tutti e tre. Felici, spaventati.
La seconda notte ho avuto un attacco di panico terrificante, colossale, il peggiore della mia vita. Mio marito ha preso il bambino e mi ha detto: “ci penso io, tu adesso dormi”. Previdenti, avevamo da settimane predisposto in casa tutto ciò che serve per l’allattamente artificiale (cosa che se raccontata avrebbe causato grave disappunto alla docente del corso preparto). Mi sono sparata una cinquantina di gocce di “staitranquilla” e finalmente ho dormito. Quando ripenso a quella notte ancora ho i brividi. Forse, se il bimbo ed io siamo ancora qui, è solo grazie a mio marito.

La mattina dopo mio marito mi ha riportato al reparto maternità per capire cosa fare col mio seno. Lì l’ostetrica plagiatrice e indottrinatrice mi ha abbracciato e consolato mentre tirandomi il latte piangevo e non riuscivo a tenere su la testa per effetto dell’attacco di panico e dello “staitranquilla”. Ha convenuto che in effetti il latte era poco per un bimbo così grossino e affamato, ma era troppo per farlo andare via solo con le pastiglie. Ha dato tutte le istruzioni a mio marito su come fare ad affittare un tiralatte. Fantastico. Dovevo tirarmi il latte due volte al giorno (secondo loro avrei anche potuto darlo al bambino, ma io lo buttavo via perché un pediatra luminare consultato durante la gravidanza mia aveva detto che c’era la possibilità che lo “staitranquillla”, che stavo oramai assumendo in quantità industriali, passasse nel latte e che c’erano in letteratura casi provati).

Non so come facciano quelle mamme eroiche che prima si tirano il latte e poi lo danno al bimbo (ad esempio, in caso di prematuri) senza riposare mai. Io quelle due tirate giornaliere le odiavo. Dopo circa un mese, il giorno del mio compleanno, la ginecologa mi ha finalmente prescritto le pastiglie per far andare via il latte. E’ stato il regalo di compleanno più bello, fino a quel momento. Esattamente un anno dopo, mio figlio me ne ha fatto uno meraviglioso, insuperabile: mi ha dato la manina e ha camminato.

Tornata a casa, ho pensato lo amo così tanto, il figlio gliel’ho fatto, ed è venuto sano nonostante tutto. Adesso di me può succedere qualunque cosa, posso restare per sempre in questo letto, possono anche decidere di ricoverarmi in manicomio, non importa. Ho dormito dormito dormito. Poi mi sono svegliata e ho deciso che dovevo reagire. Tutti si sono stupiti della velocità con la quale mi sono ripresa, in confronto a crisi meno pesanti che avevo avuto in passato.

Non appena sono stata in grado di guidare sono andata dalla mia estetista, che con successivi abili trattamenti mi ha salvato il ditone da una eventuale operazione per unghia incarnita. E’ bravissama, la consiglio a tutti.
Mio figlio adesso ha quattro anni e mezzo, e onestamente è bellissimo. E’ socievole, simpatico, intellegente e particolarmente cocciuto. Gli piace molto andare all’asilo e non sta mai zitto.

Tutto sommato, fino ad ora, le cose sono andate bene, anche se il rapporto a triangolo tra il cibo, mio figlio e me è rimasto pessimo. Ed è stato uno dei pochi motivi di litigio con mio marito.

Vado per i 38 anni, per molti mesi ho avuto scompensi ormonali, ho avuto 2 aborti spontanei, ho 2 ernie al disco, continuo a farmi di “tiratisu” in buone dosi (il medico - quello saggio - ha detto che dopo le mie vicende è normale che non riesca a diminuirle, anche se ci ho provato più volte) e talvolta modiche quantità di “staitranquilla”. Però spero ancora di riuscire ad avere un altro bambino, e magari anche di allattarlo.

Magari in un altro ospedale».

mercoledì 18 novembre 2009

Venire al mondo (con il cesareo)

Quando sei nato

(Ah che meraviglia, che supremo godimento avere un'amica ancora solo virtuale che ogni tanto mi regala quel che scrive. Eccolo. Grazie, Irene)

Quando sei nato eri tutto bianco e ti stropicciavi gli occhietti.
L'anestesista che mi stava accanto mi aveva detto: "Ecco, signora, adesso sta uscendo il sederino". Io avevo iniziato a tremare e poi a battere i denti. Quando ti ho visto ho sentito scendere qualche lacrima e ti ho detto: "Ciao". Ho chiesto: "Perché non piange?", e il medico mi ha detto: "Signora, stava dormendo".
Poi ti hanno lavato e quando sei tornato, in braccio all'ostetrica, allora sì che piangevi. Ti ho detto: "Non piangere" e volevo toccarti ma ero legata al lettino della sala operatoria e con una sensazione di impotenza ho cercato di accarezzarti con il naso ma non ci sono riuscita.
Mentre mi ricucivano ti hanno portato via, per scaldarti e farti tutti i controlli di rito.
Poi mi hanno portato fuori, in una stanza dove c'era Massimo con una bella felpa calda e rassicurante come il suo viso, mentre io ancora tremavo. Lo hanno chiamato, dopo poco è tornato tenendo tutto impacciato una coperta, con dentro te.
Ero sdraiata e potevo muovere solo le braccia. Ti hanno poggiato sulla mia pancia e hai cominciato a muoverti come un ragnetto.
Così è iniziata la nostra splendida, faticosa avventura.

lunedì 29 giugno 2009

On the road - Dialoghi dell'assurdo

Cosa dice la gente quando ti vede a spasso col Pupo
Signora con una cofana di capelli cotonati, un po' dura d'orecchio
"Che bel bambino! E' il primo?"
"No, il secondo".
"Eh, allora bisogna dargli presto un fratellino".
"Ce l'ha già. Anzi, una sorellina".
"No, perché se crescono figli unici poi si viziano".
"E' il secondo."
"Non aspetti troppo per farne un altro, mi raccomando".
"..."

Signora elegantissima e tutta ingioiellata
"Che bel bambino! E' un maschietto?"
"Sì, un maschietto".
"Ah, mi ricorda tanto il mio Tobias. E' il mio nipotino, sa?"
"Ah che bello."
"Sì, ma non me lo fanno mai vedere. Posso prendere in braccio il suo?"
"Prego, prego".
(Lei, sollevando il Pupo): "Mannaggia, ma quanto pesa questo? Sarà venti chili, vero?"
(Io, riflettendo sui motivi per cui a questa nonna viene impedito di vedere il suo nipotino): "No, signora, è pesantuccio ma non arriva a dieci."
"Stia attenta a non prenderlo in braccio troppo. Io i miei figli infatti li facevo sollevare dalla tata. Poi se no mi veniva mal di schiena".

Maschio tamarro desideroso di far colpo, in un negozio
"Aò, bello il Pupo. Che, la mangia la carne?"
"Sì, la mangia".
"E bravo Pupo. Se vieni da me ti dò la fiorentina. C'ho un locale sui Navigli, venite che siete miei ospiti".
"Okay, magari quando il Pupo compie diciott'anni veniamo".
"Ma quanto c'ha? Che c'ha, due, tre mesi?"
"No, sette".
"Ma come, e sta ancora in braccio? Ma non dovrebbe camminare già?"

Signora indelicata
"Che bel bambino. E' bellissimo! Ma è suo?"
"Sì, signora"
(Lei, spostando sospettosa lo sguardo da me al Pupo): "Ma che, davvero?"

E per finire, un grande classico (la festa dei luoghi comuni)
"Ah signora, che bel bambino. I bambini sono una gioia, vero?"
"Eh, sì".
"Certo i primi anni si fa fatica".
(Io, col sorriso): "Sissignora".
"Però non si lamenti, eh? Che ce n'è tanti che li vorrebbero ma non possono."
(Rassicurandola): "No, non mi lamento."
"Dorme la notte?"
(Io, non sapendo quale sia la risposta giusta): "Sni".
"Eh, i bambini sono così. L'importante è che sian sani. Lo allatta ancora?"
"No, ho smesso poco fa".
"Eh certo. Dopo un po' il latte diventa acqua. Comunque guardi, mia figlia è venuta su benissimo col biberon".
"Parole sante, signora".
"E' il suo primo bimbo?"
"No, il secondo."
"E il primo è un maschio?"
(Io, sospirando): "No, una femmina."
"Che meraviglia! Ha fatto la coppietta. Così è sistemata, eh, signora?"
(E mo' basta, però): "No, ne voglio altri cinque. Anzi sono già incinta. Di due gemelli, ma il padre stavolta è l'idraulico".



martedì 23 giugno 2009

Ho visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare

Voi forse pensavate che tutti i latti artificiali fossero uguali
Io certamente lo credevo, e vorrei capire anche qual è la vostra esperienza sull'argomento. E' andata così: quando il Pupo - mostrando il suo carattere fermo e determinato - ha deciso di smettere di farsi allattare da me, più o meno al compimento del settimo mese, mi sono rivolta con fiducia, per questioni ideologiche oltre che economiche, al più "alternativo" dei latti formulati. Quello che è stato immesso sul mercato da una grande catena commerciale a un prezzo di rottura, circa la metà degli altri. Quello reclamizzato con lo slogan "nuova formula" e la confezione arancione.
Il Pupo non ha mai mostrato di apprezzarlo particolarmente. Un giorno poi gliel'abbiamo servito forse un po' troppo caldo, o forse l'ha bevuto troppo in fretta, e a fine poppata l'ha gomitato. Da allora associa l'odore di quel latte al vomito, e appena lo vede strilla. 
La pediatra, la dottoressa ZiaBubu, mi ha consigliato: "Finché non trovi quello giusto, sostituisci con lo yogurt. Prova le altre marche, vedrai che prima o poi si dimentica dell'esperienza sgradevole e si riaffeziona al biberon".
Non so, forse il Pupo è uno che se la lega al dito. Sta di fatto che li ho provati tutti: quello della marca X, "arricchito con prebiotici". Poi quello della marca Y, "preparato con una speciale formulazione e arricchito con speciali integrazioni". Poi quello della marca Z, "appositamente studiato per soddisfare le esigenze nutrizionali del lattante". Naturalmente ho tentato anche con la marca H, "il latte garantito biologico e arricchito con ferro". 
Lasciamo stare il fatto che l'esborso economico è notevole. Si tratta di una questione secondaria. No, il problema non è questo. Quel che davvero mi brucia è che dopo tanto peregrinare siamo arrivati all'Innominabile, prodotto dalla ditta che personalmente boicotto da vent'anni perché con le sue sciagurate azioni di promozione del latte artificiale nei paesi in via di sviluppo mette in pericolo la vita dei bambini, che in Africa e dintorni se la cavano molto meglio se vengono allattati al seno. Per sovrannumero nel 2005 l'Innominabile è anche stato condannato, in Italia, dal temuto Tribunale di Giarre perché nelle confezioni di latte a un certo punto hanno trovato tracce di inchiostro. 
Io detesto l'Innominabile. Per carità: so che le altre multinazionali tanto innocenti non saranno, ma insomma, l'Innominabile ha compiuto svariate imprese discutibili e assai documentate. Pensate che ho proibito persino alla Pupa di mangiare i noti formaggini quadrati a marchio Innominabile, nonostante fossero i suoi preferiti.
Ebbene. Accostate le sante labbra a un biberon ricolmo di latte artificiale Innominabile, il Pupo, ha immediatamente aperto la boccuccia e dopo giorni di sciopero della sete ha cominciato a ciucciare. Al termine della poppata ha espresso un ruttino simile a un boato e si è addormentato pacifico, finalmente soddisfatto.

sabato 13 giugno 2009

Quella bischera della Pupa

La mia è una famiglia di buontemponi
Da domenica scorsa, da quando cioè siamo andati in visita al Podere Bernardi per una giornata a porte aperte organizzata dai produttori di alimenti biologici della Ecor, quando la sera metto a letto la Pupa e le chiedo "Che cosa sognerai stanotte?", lei mi risponde: "Le mucche". Mi chiedo se e quando smetterà di farlo, visto che il colpo d'occhio era notevole: sessanta vacche, o giù di lì, ciascuna amorevolmente accudita dai proprietari dell'azienda agricola che le hanno persino battezzate una a una.
(Io): "Pupa, te li ricordi i nomi?"
(Pupa): "Mimì, Lulù, Birra, Betulla, Maya, Charlot anche detta Charlie, Abubucaco, Cacca, Cacco e Cacca Molle" (ricordate che la Pupa è nella Fase Cacca).
(Io): "Che differenza c'è tra Cacca e Cacca Molle?"
(Pupa): "Cacca Molle è più ingigottita".
(Io): "Pupa, cosa ti è piaciuto di più della visita?"
(Pupa): "Le piante di lavanda, il fatellino e la cacca. Cacca! Abubucaco! Ahahahah".

In questi giorni il Pupo ha quotazioni insospettabilmente alte nella classifica personale della Pupa, che gli passa persino alcuni dei suoi giocattoli verificando prima che non siano troppo piccoli per lui. Temo che non durerà a lungo ma mi godo la tregua. Peraltro il poveretto al Podere Bernardi si è comportato benissimo: a sette mesi ha pure gustato un pezzo di cotoletta di seitan (i proprietari sono vegetariani, amano moltissimo gli animali, accudiscono le proprie bestie fino alla vecchiaia, anche quando non sono più produttive) e si è mangiato un discreto tot di ciuffi d'erba (biologica) senza nemmeno gomitare. Purtroppo abbiamo calcolato male i tempi: il Podere è in un posto incantevole sui colli bolognesi, però da Milano, a causa delle pause-pupi e della lentezza della nostra auto - una Fiat Doblò che la Pupa chiama il càmionne - ci abbiamo messo tre ore e mezza ad andare e quasi quattro al ritorno. 
Il che ci ha ricordato quel che, ahinoi, avevamo dimenticato: con i bambini si può pure andare in un posto infame, l'importante è che il viaggio sia breve. Esci dalla città, dopo venti minuti ti fermi in una piazzola di sosta in tangenziale, ti metti a tirar sassi ai barattoli e a saltare nelle pozzanghere e loro sono contenti. Viceversa, se la meta è un Eden ma la distanza troppo lunga qualunque vacanza potenzialmente diventa un incubo. Abbiamo passato tutto il viaggio di ritorno con il Pupo impegnato a esprimere smodato disappunto e la Pupa che urlava "Ué, Mangüsta, ti güsta la pizza?" (la responsabilità è di Mike Delfino. La frase è una sua invenzione) a qualunque essere umano o animale riuscisse a scorgere dal finestrino. A un certo punto si è messa a urlare "Mangüsta" alla Freccia Rossa che percorre la Milano-Bologna.

In ogni caso, per chi abita dalla parte giusta dell'Italia, il Podere Bernardi è un posto stupendo. Ho anche conosciuto le blogger Mamma Giramondo e Kosenfuru Mama, in visita nello stesso luogo con le loro famiglie. A differenza di me loro hanno pubblicato esaurienti resoconti della giornata già poche ore dopo essere tornate a casa. A mia parziale giustificazione devo dire che da domenica scorsa ho un filo di mal di testa fisso e, giuro che non lo dico per lamentarmi, una crescente polsite (infiammazione del polso) a causa del peso eccessivo di quel villano del mio secondogenito, il che mi rende disagevole persino il normalmente allegro ticchettìo sulla tastiera. 
In più - e questa è l'ultima che vi racconto - mercoledì il Pupo si è fatto venire una malattia infettiva non meglio identificata. L'unica cosa certa era la febbre. Oggi c'era il suo battesimo, impossibile da spostare visto che non ci ricordavamo più nemmeno chi avevamo invitato, e abbiamo dovuto cambiare in corsa la madrina: essendo quella designata in gravidanza, c'era il rischio di un contagio (di che cosa, ancora non sappiamo) per il feto. Giornata bellissima, amici meravigliosi e numerosi, fantastica la madrina sostitutiva a cui comunque avrei chiesto di prestare la sua opera per il mio terzo figlio (quello che spero, nonostante tutto, di avere un giorno). 
Ma quando, all'ingresso in chiesa, Mike Delfino mi ha chiesto a voce stentorea: "Stella, che mano uso per il segno della croce?" e tutti si sono voltati a guardarci ho ripensato alla Freccia Rossa e ho tanto, tanto desiderato teletrasportarmi - da sola - su quel treno.

sabato 30 maggio 2009

Smettere di allattare

E i vostri nati torcano il viso da voi
Di recente su questo blog ho avuto un proficuo scambio con altre mamme a proposito dell'allattamento al seno, con cui ho sempre avuto un rapporto conflittuale. E' vero che il latte materno è l'alimento ideale per il bambino perché fornisce tutti i nutrimenti di cui ha bisogno nella prima fase della vita, ed è vero che fa bene anche alle donne: tutto spiegato con grande chiarezza qui. Sull'argomento sono stati scritti interi libri, e noi mamme del terzo millennio non osiamo nemmeno pensare che allattare non sia sacrosanto. Però, soprattutto con il Pupo, ho fatto una grande fatica. Fisica, prima di tutto. Essendo il delizioso infante assai vorace, a ogni poppata restavo spremuta come un tubetto di dentifricio usato da un'intera caserma, e per reintegrare le energie (e il latte) sono arrivata a bere sei litri di liquidi (tra cui circa sei centilitri di alcolici) al giorno, senza contare gli integratori vitaminici e i magnesi e i potassi che neanche uno scalatore del Nanga Parbat. E così ho salutato con giubilo l'ora delle pappe, e della mia ritrovata - ancorché estremamente parziale - indipendenza. Ora, dovete sapere che il Pupo mangerebbe anche l'asfalto. Gli piace tutto. Potrei scommettere che da adulto farà parte del 3 percento della popolazione che ama alla follia persino rognone, trippa e cervella.
Voi, amiche del gruppo di Feisbuk "Baciarsi i gomiti", ora mi direte: devi baciarti i gomiti, per una volta, un Pupo che mangia senza fare storie. E avete ragione: il problema è che negli ultimi giorni, arrivato a regime - due pappe quotidiane, frutta, yogurt - il Pupo non vuole più il seno. Volta la testa dall'altra parte quand'è il momento della poppata di colazione. Volta la testa pure a merenda. Se voglio allattarlo devo coglierlo di sorpresa, durante la notte. Il mio latte, come è naturale che sia, è in costante diminuzione. Ieri sera gli abbiamo dato un biberon di latte artificiale. Ha ciucciato 210 ml in 4 minuti, felice e soddisfatto. "Si sta svezzando da solo", mi ha scritto saggiamente la mia amica Luisa. Già.
Dovrei essere contenta.
Già.
Eppure.
(La verità è che sono vagamente depressa e lo scrivo in piccolo perché questo è un blog dai contenuti lievi, il cui primo obiettivo è quello di sdrammatizzare situazioni drammatiche e non viceversa. Sto anche pensando di farmi una grappa, per consolarmi. In fondo sono, dunque, 9 mesi + quasi 7 = 16 mesi che non ne tocco una)

lunedì 18 maggio 2009

Segnalaziò, segnalaziò...

Mamme on the road
Quasi con il dono dell'ubiquità... il 23 maggio a Milano partecipo a Un Sacco Bello (alle 14.30), open-day dell'Ospedale Sacco per parlare di benessere in gravidanza e dopo, e anche a MamCamp (nella seconda parte del pomeriggio), un momento di incontro in cui le mamme si raccontano alle mamme sul tema "donne, lavoro e rete". Spero di incontrarvi di persona, finalmente!

lunedì 11 maggio 2009

La Pupa, il Pupo, le tecniche di seduzione

Molto di quel che un bambino diventerà si capisce da com'è da neonato
A cinque mesi la Pupa, che ora ha quasi quattro anni, ha cominciato - senza un vero perché - a ostentare la lingua. Alcuni amici e parenti incoraggiavano questa sua abitudine mostrandole la lingua a loro volta, il che va a dimostrare che un umorismo puerile non è sempre strettamente imputabile ai lattanti.
Per un certo periodo l’ha fatto tanto spesso che l’abbiamo ribattezzata “il linguino”. “Ciao, linguino,” la salutava mia sorella. “Come stai, bel linguino?” le chiedeva il nonno. “Non si è mai visto un linguino così carino,” gorgheggiava la nonna.
La Pupa era maledettamente in gamba. Sapeva anche piegare la lingua a metà e verso l’alto, come un foglio accartocciato. Quel che non mi era mai riuscito in trent’anni, lei l’aveva imparato in cinque mesi. Il suo era un talento naturale.
Normalmente le sue esibizioni erano divertenti. Ogni tanto vagamente imbarazzanti. Come si fa a spiegare a un estraneo che assolutamente no, non gliel’abbiamo insegnato noi a fare le linguacce?

Dopo poche settimane, come aveva iniziato, ha smesso. Avevo già nostalgia di quella curiosa abitudine quando un giorno all’Ikea, in fila alle casse assieme a mia mamma, avevo la Pupa su un braccio e un set di scatole Flört sull’altro e con la coda dell’occhio ho sorpreso un signore elegante, di una certa età, che… ci mandava dei baci. L’ho fulminato.
Ero lì lì per insultarlo, quando lui ha esclamato: “È stata lei, signora! Ha cominciato lei”.
“Lei chi? Io? Ma è matto?” gli ho risposto.
“No, non lei lei, signora! Lei sua figlia!”.
“A far cosa, scusi? Sta scherzando?”. “No, non scherzo. A mandarmi i bacetti!”. Ho guardato la Pupa. Aveva l’aria furba e l’espressione imperscrutabile.
Le code all’Ikea sono lunghe. Non avevo fretta. Ho continuato a fissare la Pupa. Anche quel signore la fissava. Ogni tanto spostavo lo sguardo su di lui. Poi di nuovo su di lei.
Siamo andati avanti così cinque minuti. Non succedeva nulla: lei era sempre immobile, assorta, indifferente. La fila avanzava, e dopo un po’ siamo arrivate alla cassa.
Con mia mamma commentavo a bassa voce che il mondo è pieno di pazzi. Poi la cassiera ci ha visto e ha sorriso, rivolta alla Pupa: “Ciao, bella!” le ha detto. La Pupa l’ha guardata. Deve avere deciso che quella donna le piaceva, perché un istante dopo, dal nulla, “Smack!”. La stagione del linguino era finita, quella dei baci appena cominciata.
La Pupa, a oggi, è una grande seduttrice. Sbatte le ciglia come io non ho mai fatto. Ama imbellettarsi con la mia cipria, è capace di indossare cinque o sei collane di perline tutte assieme e insistere per andare all'asilo così, si infila le mie scarpe "a tacco" (così le chiama) ticchettando allegramente, in notevole ancorché precario equilibrio, per tutta la casa.
I baci le piacciono sempre, anche se non li dà a caso. Studia il suo interlocutore, increspa le labbra, esita un po'. Li fa sospirare, quei baci. E poi, "Smack!", esattamente come quand'era neonata.
La Pupa è una tipa che incanta. Se va avanti così non avrà mai problemi a fare conquiste, riflettevo l'altroieri mentre guardavo intenerita quel patatone del Pupo, che compie oggi sei mesi. "E tu, coccolone?" gli ho chiesto. "Non sei un divo del cinematografo come tua sorella. Sei un tipo rassicurante, tu. Sei tutto pappa, nanna e ciccia". "Gaa, boo, daa!", mi ha risposto lui sorridendo. E poi, del tutto inatteso:
"Smack!".
Ora, sono due giorni che non fa altro che mandare baci.

martedì 5 maggio 2009

Sì, viaggiare (coi neonati si può)

Basta prenotare con sette, otto anni di anticipo e un buon posto in un volo supereconomico, con partenza all'alba, lo si trova sempre
A gennaio non abbiamo saputo rinunciare all'allettante offerta della compagnia low cost che prometteva di portarci tutti a Berlino, durante il ponte del primo maggio, per pochi centesimi di euro più tasse. Naturalmente il Pupo stava mettendo i denti e la notte prima del viaggio si è svegliato undiciantanovattanta (uno dei numeri preferiti della Pupa) volte.
Ci siamo alzati tutti tuonati - tranne il Pupo medesimo, vispo e arzillo come fossero le undici del mattino.
Una volta a bordo - non so come, ma ci siamo arrivati - ho capito perché i bambini fino a due anni d'età non pagano il biglietto: non hanno un posto. Sul vostro biglietto compare il vostro nome e quello del bambino, con l'aggiunta della dicitura "Inf". Dopo tre ore di studio ho capito che "Inf" sta per "Infante". Suona molto angelico ma sono bubbole, non cascateci. Ogni pupo che si rispetti dà il meglio di sé in aeroplano. E converrete con me che è veramente difficile intrattenere un'anguilla viva, infilata in una cintura attaccata al vostro addome come una protrusione erniaria, in quaranta centimetri di spazio.
Il vero pacco è che quasi sempre il neonato, una volta in aria, fa la cacca. Ma come, non l’aveva fatta a casa, prima di uscire? Sì, ma nei bambini molto piccoli la variazione di pressione nell’aereo favorisce l’espulsione delle feci. Questo vuol dire che subito dopo il decollo fanno “pop” uno dietro l’altro, come tante piccole bottiglie di champagne, e c'è da mettersi tutti in fila per la toilette, incastrati tra il carrello del duty free e una mezza dozzina di disgraziati neogenitori che come voi attendono di cambiare il pargolo. Una volta conquistato il bagno la situazione non migliora, perché nel wc non c’è mai abbastanza posto per stendere il bambino e cambiarlo con un minimo di comodità. Poiché Mike Delfino ha una memoria selettiva e tende a rimuovere certi episodi spiacevoli quali "viaggio in aereo con un bambino piccolo", quasi subito dopo la partenza gli ho affidato Pupo e Pupa e mi sono immersa nella lettura di un giornale. Accortosi dell'errore mi ha fracassato di richieste d'aiuto ma ho finto di essere diventata moldava e di non capire quel che diceva.

In ogni caso, all'arrivo la testa mi scoppiava per il frastuono. Il Pupo non ha dormito un minuto, mentre la Pupa ha più volte sfasciato, piangendo, il kit di benvenuto per bambini (modellino di aereo in polistirolo sottilissimo) gentilmente fornito dalla compagnia low cost, e ogni volta urlava: "Ne voglio uno nuovo". Altro che biglietto gratuito per i neonati, riflettevo. Le compagnie aeree dovrebbero pagare i neogenitori per convincerli a viaggiare con loro.
Berlino, comunque, è una città adattissima ai bambini. C'è un sacco di verde, la metropolitana funziona ed è dotata di ascensori e scale mobili quasi sempre funzionanti. Gli zoo sono mirabolanti. La Pupa ci ha dato dei punti perché sapeva tutti i nomi degli animali: di fronte a una gabbia io e Mike Delfino abbiamo tentato di arrabattarci con un "Ehm... zebra più cavallo", lei ci ha guardato severa e ha corretto: "Okapi. Si chiama okapi". Ovunque ci sono mercatini delle pulci pieni di giocattoli: abbiamo comprato due Barbie a un euro, una lampada di Topolino a tre euro, una giacca di Minnie a sei.
In Germania, per le ragioni sopra esposte, il tasso di natalità continua ad aumentare: attualmente è di 1,7 bambini per donna (da noi, 1, 34). Siccome in giro ci sono un sacco di neonati, quasi sicuramente i vostri si confonderanno nel mucchio e per quanto male si comportino non verranno più di tanto notati. Portandoli in giro in passeggino per tutto il giorno, poi, riuscirete a stordirli quel tanto che basta a non farli strillare di continuo. E se ciò accade, c'è un rimedio sicuro: l'alcol. La birra, nella capitale tedesca, come è noto scorre a fiumi. Se iniziate a bere a mezzogiorno, troverete tutto ancora più divertente.

venerdì 24 aprile 2009

La base per ogni rapporto sano è instaurare un bel dialogo

Oggi tesissimo confronto tra me e il Pupo, cinque mesi e mezzo
Lui, guardandomi con intensità: "Gaaaa".
Io: "Pupo, perché hai ripreso a svegliarti due, anche tre volte per notte? Non sai che la mamma è esausta?".
Lui: "Prr".
Io: "Prr a te. Sono stanca davvero, sai? Se tu dormissi almeno cinque o sei ore di fila nessuno si offenderebbe. Anzi ne guadagneremmo in salute e non sarei sempre sull'orlo del collasso".
Lui: "Ah, ah, ah".
Io: "Lo trovi divertente? Io mica tanto. Che poi tu ti accendi e ti spegni come un interruttore, a me invece ci vuole mezz'ora ogni volta".
Lui: "Ah, ah, ah".
Io: "Bravo Pupo, sei proprio bravo. Come ridi tu non ride nessuno. Però la mamma deve badare a te, e anche alla Pupa, e poi lavora, e deve scrivere il blog, e poi il papà non so perché non è sintonizzato sulle tue stesse frequenze e quindi quando ti svegli e piangi non ti sente".
Lui: "Ah, ah, ah".
Io: "Sì, detta così fa ridere, ma alle due e diciannove di notte è un po' meno comico. Certo, tra qualche anno ci scherzeremo sopra, ma ora come ora sono strabica per la stanchezza, ho delle occhiaie paurose e mi si accentua l'orribile ruga tra gli occhi. Quando sono così stanca al Pam mi chiamano 'signora' anziché 'signorina', e questo è un pessimo segnale".
Lui: "Ah, ah, ah".
Io: "Sì, come no".
Lui: "Ah! Ah!"
Io: "Vabbe', ne riparliamo domani. Stanotte mi prometti di dormire?".
Lui: "Ah, ah, ah! Gaa. Daa. Bo! Prrrr!"
Io: "Quando avrai diciott'anni e uscirai per andare a ballare, la mattina dopo giuro che ti sveglierò alle sette. Il motorino te lo scordi e la Playstation, mi cascasse il cielo sulla testa, se la vuoi te la compri coi tuoi soldi".

giovedì 23 aprile 2009

Dalla culla al lettino

Le lacrime a cui non posso rinunciare
Il passaggio dalla culla al lettino avviene per ragioni di spazio. A un certo punto il bambino diventa troppo lungo, e va spostato. O troppo largo, come nel caso del Pupo, che a cinque mesi è quasi nove chili per 70 centimetri (ma noi gli diciamo che è grosso, non grasso).
Questo comporta, in genere, alcuni inconvenienti: il giaciglio perde la dimensione-mangiatoia cui il neonato era abituato. In confronto, il lettino è una sterminata prateria. Alcuni bambini, come il Pupo, aborrono il cambiamento e manifestano aperto dissenso riprendendo a svegliarsi la notte, pretendendo pure - sfacciati - di mangiare nonostante per peso e altezza abbiano sfondato il centesimo percentile.
La neomamma ringrazia.
Tornando al lettino, esso deve rispettare alcuni standard tecnici, come tutte le attrezzature per l'infanzia.
I manuali danno alcune raccomandazioni, tipo: niente piumini o cuscini fino all’anno di vita; attenzione a che la distanza tra le sbarre non superi i 6,5 centimetri; meglio mettere il neonato sdraiato nella parte inferiore del lettino, perché non possa, scivolando ulteriormente verso il basso, finire con la faccia sotto le coperte. Le mamme registrano scrupolosamente queste indicazioni ma sono molto più attente all’aspetto psicologico del piccolo trasloco. In genere lo trovano commovente e non c’è nulla che si possa fare per convincerle del contrario. Perché in effetti è vero, gli oggetti usati dai propri figli hanno una carica emotiva fenomenale. Ogni cosa che appartenga a un bambino sorride del suo sorriso; la culla in cui ha dormito ha pianto, fino a ieri, del suo pianto.
Attraverso gli oggetti che usano i bambini arrivano a possedere la vita delle persone. Del resto la vecchia culla in giunco con una ruota difettosa è stata la prima casa del Pupo e della Pupa, e prima che ci fossero loro era la casa di altri bambini che io non ho conosciuto. Ora che arriva il momento di metterla via ne sento già la nostalgia e spero o mi illudo di poterla usare ancora per un altro bambino, un giorno.
Allo stesso modo le scarpe col tacco in cui la Pupa ha mosso traballando, per gioco, i suoi primi passi da donna, sono cento volte più belle e più vive di qualunque altra scarpa potrò mai indossare; e le briciole sparse qua e là nell’auto e i fazzoletti usati stropicciati sotto al cuscino e i segni delle manine sulla parte inferiore del vetro di una finestra rendono ogni posto diverso da com’era prima. Lo fanno diventare un luogo amato, e lo fanno respirare.
Il passaggio dalla culla al lettino avviene per ragioni di spazio ma è un passaggio dell’anima oltre che fisico. Forse soprattutto dell’anima. Perché serve coraggio per dire “adesso” e pensare che adesso è ora, serve fantasia per guardare distante e non fermarsi a contare le lacrime, per immaginarsi il futuro e credere che sarà bello, se non più di oggi, almeno altrettanto.

mercoledì 8 aprile 2009

Altri trucchi per svezzare un neonato

Da cui si evince che non tutti i bambini sono uguali
Il rapporto tra bambini e cibo è una delle classiche cose su cui, in famiglia, si ride quando i figli crescono ("Quand'eri piccino mi hai fatto diventare pazza"), augurando loro di partorire neonati anoressici ("Così capirai cosa vuol dire"). La Pupa ha sempre mostrato apertamente la sua ostilità nei confronti delle pappe. Alternava momenti di manifesta indifferenza a smorfie di cupa disperazione. A complicare il quadro, il fatto che cambiava gusti continuamente. Ha mangiato la banana fino agli otto mesi, poi basta. Lo yogurt fino ai nove, poi basta. La mela solo tra i sei e i sette mesi. Anche oggi è impossibile prevedere con assoluta certezza quel che le piacerà e quel che no. Il suo è uno snervante astensionismo gastronomico a rotazione.
Ricordo a chi mi stesse leggendo e avesse perso il post precedente che nel mondo occidentale nessun bambino muore di fame e che i neonati soprattutto si autoregolano alla perfezione, mangiando sempre ciò di cui hanno bisogno.
Ma, se vostro figlio fa storie, la fase del pasto potrebbe caricarsi di tensione (più per voi che per lui) e diventare uno dei momenti meno piacevoli della giornata.
Per contro, se il vostro bambino è un golosone, come il mio secondogenito, mangerà qualunque cosa gli capiti a tiro con vostra grande soddisfazione. Il Pupo, che non ha nemmeno cinque mesi, manifesta vivo interesse nei confronti di sushi, pizza, 'nduja, impepata di cozze, crostacei e in generale qualunque cibo potenzialmente nocivo per un neonato. Ho cominciato a dargli la frutta quando ha compiuto quattro mesi, perché apriva la bocca e faceva schizzare gli occhi all'infuori schioccando la lingua se solo percepiva la presenza di un alimento nella stessa stanza in cui si trovava lui. Ha già assaggiato patata bollita, carota, pesce ai ferri, parmigiano, alla faccia delle raccomandazioni sullo Svezzamento dopo il sesto mese, e gli è piaciuto tutto: ora viaggia al ritmo di cinque poppate di latte, più una pera, più una banana al giorno (a proposito della banana, ieri ho pregato mio padre di dargliela al posto mio. L'ho trovato che teneva il Pupo in braccio e gli cacciava in bocca il frutto intero. Il Pupo, con le sole gengive, era già riuscito a ingurgitarne più di metà. "Papà, ma non l'hai schiacciata con la forchetta?" gli ho chiesto esterrefatta. "Mi è sembrato che non ce ne fosse bisogno," ha risposto lui. Il Pupo, in effetti, gorgogliava felice).

sabato 4 aprile 2009

Per i più pigrotti: link per acquistare il mio libro senza fare sforzi

Ricordandovi che è appena uscito, e se voleste acquistarlo (anche per regalarlo)
Lo trovereste qui. Oppure qui. E anche qui (l'elenco potrebbe proseguire, ma lascio alla vostra libera iniziativa il compito di ulteriori ricerche). In buona sostanza, un po' dappertutto. Dunque, non aspettate!

giovedì 2 aprile 2009

Nuoto per neonati

Il Pupo, 4 mesi per 8 chili, è uscito indenne dalla sua prima lezione di acquaticità. Di qui ai tuffi di testa il passo è breve
Dopo i 3 mesi - cioè, dopo le prime vaccinazioni, che vengono richieste da qualunque struttura sportiva - i bambini possono cominciare a frequentare un corso di nuoto. Meglio sarebbe dire di "acquaticità", nel senso che il nuoto vero e proprio si impara dai 3 anni in poi; ma è utile cominciare da neonati, soprattutto perché il ricordo della vita prenatale (= nel liquido) è ancora vivido, e poi perché per un neonato andare in apnea è più facile che per un adulto. Fino all'anno di vita, infatti, quando il bambino mette la testa sott'acqua chiude automaticamente l'epiglottide e interrompe la respirazione, tornando a comportarsi come quand'era nella pancia della mamma, anche se solo per pochi secondi.
Quindi, non beve (o beve meno).
I corsi di acquaticità coi bambini (noti anche come aqua-baby) rappresentano anche, per le mamme, un ottimo metodo per smaltire i chili in eccesso, poiché il dispendio di energie che richiedono è paragonabile a quella di una giornata di speleologia o sci di fondo (scegliete lo sport che vi sembra più faticoso e immaginatevi di praticarlo per otto ore di fila). Anche se la lezione in sé dura solo mezz'ora, il prima e il dopo sono laboriosissimi.

Intanto dovete arrivare alla piscina.
Se come me avete ciccato i tempi della prenotazione, l'unico slot rimasto disponibile è quello delle 9.30: per una neomamma, praticamente l'alba. Se prima di avere un figlio impiegavate circa 30 minuti per uscire di casa, ora dovete moltiplicare i tempi più o meno per 4. Anche le operazioni più semplici diventano faticosissime. Se avete due figli, moltiplicate per 8.
La sera prima del corso andate a letto alle 20, "per essere riposate". Con l'ora legale c'è ancora luce fuori, ma voi non ci fate caso. Nonostante vi siate ripromesse di preparare la borsa con tutto l'occorrente per voi e per il bambino in anticipo, alla fine per qualche ragione misteriosa non l'avete fatto. A letto non riuscite a prendere sonno, un po' perché persino le galline del pollaio del proverbio sono ancora sveglie a quest'ora, un po' perché siete in pensiero per la borsa (ma la pigrizia vi impedisce di alzarvi per prepararla). All'una finalmente vi addormentate.
La mattina dopo, nell'ordine: 1. Saltate la colazione. In piscina ci sono i distributori automatici, pensate - che c'è di meglio di un bel caffé alla macchinetta per cominciare la giornata?
2. Non vi lavate. In piscina finirete comunque in acqua, pensate - che c'è di meglio di un tuffo nel cloro per rinvigorirvi e idratare la pelle?
3. Infilate direttamente il costume sotto i vestiti. Questo vi farà risparmiare tempo negli spogliatoi, pensate - (provato per voi: una volta ho dimenticato di mettere in borsa la biancheria intima, e uscita dalla piscina sono andata in giro senza mutande per tutto il giorno).
Ieri mattina, dopo aver compiuto queste operazioni, ho affidato a Mike Delfino, perché la portasse all'asilo, una Pupa particolarmente recriminatoria. Si era svegliata facendo uno dei suoi annunci: "Mamma, non solo voglio stare nella stessa stanza in cui sei tu. Voglio essere nel punto esatto in cui sei tu. Sempre". Mike Delfino, con maschia ma garbata risolutezza, grazie alla forza di venti braccia mi ha strappato la Pupa di dosso. A quel punto avevo già perso 2.000 kilocalorie (più o meno il fabbisogno giornaliero di un essere umano adulto). Copiosamente sudata nonostante la giornata fosse freddina, mi sono gettata il Pupo in spalla e sono corsa in strada, dove mi aspettavo che mi aspettassero (perdonate il bisticcio) due amici con relativo neonato, come me iscritti al corso. Sono rimasta lì per un quarto d'ora meditando sui casi della vita e sul fatto che a sapere che erano in ritardo avrei anche potuto fare colazione. Al loro arrivo non ho detto nulla, da vera signora. Del resto erano trafelatissimi e ho immaginato che avessero i loro motivi.
Siamo arrivati in piscina alle 9.43.
Alle 9.48 avevamo: perfezionato l'iscrizione (pagato e consegnato documenti. Io avevo dimenticato tutti i certificati di vaccinazione, buona salute eccetera). Cambiato i bambini vestendoli con gli appositi pannolini "swimmers" (operazione simile a quella di infilare un polipo vivo in un sacco). Indossato ciabattine (rischiato di scivolare più volte nel viscido tragitto tra spogliatoio e piscina). Pensato che forse ci saremmo fatte la pipì addosso in vasca, come da bambine, perché non avevamo avuto il tempo di andare in bagno (rischio evitato per un pelo).

E poi, finalmente, tutti in acqua.
Il Pupo non ha mai pianto. Si è divertito tantissimo. Ha anche fatto la sua prima immersione con la testa sotto. La maestra si complimentava. Gli altri frignavano, lui rideva. Ha riso per tutto il tempo. All'uscita, nello spogliatoio, una scolaresca (bambini delle elementari) in transito ha espresso un rumore pari a 140 decibel accanto alle orecchie dei neonati. I piccoli comprensibilmente si sono agitati, alcuni disperandosi un po'. Il Pupo continuava a ridere e faceva l'involtino (da supino a prono, e viceversa), come rigirandosi allegramente su un grill, nel box in cui l'avevo adagiato. E rideva, e rideva. La maestra mi ha detto: "Sei una brava mamma, si vede che il tuo bambino è sereno perché tu sei serena. Non sente la tensione, perché non c'è tensione. Vedi com'è tranquillo?"
Uscita di lì sono riuscita a prendere il famoso caffè al distributore automatico. Sorseggiandolo e ustionandomi la lingua mi sono fatta l'appunto mentale di indire un referendum per l'abolizione dei distributori automatici e delle loro brodose, insulse bevande. Mentre mi avviavo verso l'auto dei miei amici con il solito Pupo buttato sulla spalla, ho sentito che avevo le gambe molli e mi tremava leggermente l'occhio destro. Non ho detto nulla, e ho continuato a camminare sperando che i miei amici non lo notassero.

lunedì 30 marzo 2009

Gelosia - Quando arriva un fratellino

Quando la Pupa deve annunciare qualcosa di importante, esordisce sempre con "allora"
La Pupa ha 3 anni e 10 mesi. Il Pupo 4 mesi e mezzo. Ultimamente devo dire che i loro rapporti sono molto migliorati. Prima che il Pupo nascesse temevo tanto la gelosia della Pupa da non riuscire nemmeno a confessarle che ero incinta. E' stata lei a smascherarmi, all'inizio del sesto mese, con un dialogo che ricorderò finché campo:
- (Pupa): "Allora".
- (Io): "Dimmi, Pupa."
- (Pupa): "Se è un femmino lo chiamiamo gattino. Se è una femmina, gattina".
- (Io, fingendo indifferenza): "Ma chi, scusa?"
- (Pupa): "Eh, il fratellino. O la sorellina. Quello che hai nella pancia. Sai, prima c'ero io. Poi era vuota. Adesso c'è un fratellino oppure una sorellina".
- (IO): "Ah".

Quando il Pupo è nato, per la Pupa è stata un duro colpo. L'abbiamo ricoperta di regali e di attenzioni, ma - ovviamente - non è bastato. Se prima dell'arrivo del secondogenito si avviava all'asilo, al mattino, con in faccia la scritta "Sto per essere deportata", dopo ha cominciato a buttarsi per terra, aggrapparsi agli stipiti e rotolarsi sul marciapiede urlando.
Nei confronti del Pupo stesso, il suo atteggiamento oscillava: o lo ignorava o lo randellava. Una volta l'ho sorpresa che cercava di schiacciargli gli occhi con le dita. Interrogata su cosa diavolo stesse facendo, ha risposto: "Eh, mi sembrava un pesce al mercato." In seguito mi ha detto: "Mamma, ma io non lo volevo, il fratellino. E non gli voglio neanche bene." Quando le ho risposto: "Non sei obbligata a volergliene. Non ti preoccupare", mi è sembrata sollevata.
Più di recente, piano piano, le cose sono cambiate. Il fratellino (o micro-fratellino, come lei lo chiama) si è visto assegnare ruoli piuttosto importanti nei giochi di ruolo della Pupa. "Mamma, il fratellino è Little John, l'assistente di Roby Nudo". Ma soprattutto: "Mamma, io sono Julien, il re dei lemuri di Madadascar. Bau" (Mike Delfino, ovvero il mio compagno, n.d.r.) "è Maurice, il mio assistente. E il fratellino è Mortino, il più piccolo dei lemuri". Chi ha visto Madadascar (!) sa che Mortino, a dispetto del nome infausto, è un lemure grazioso e simpatico. "E poi, quando cresce, cosa diventa?" le ho chiesto io. "Niente. Non diventa niente. E' nato Mortino e Mortino resterà per tutta la vita".
Mi sono sembrati comunque segnali incoraggianti. Ieri sera, la svolta (una delle tante. Con i bambini ci sono sempre un sacco di svolte): eravamo a cena da amici. Per provocare scherzosamente la Pupa le ho detto, come mi era già capitato in un paio di occasioni: "Allora, Pupa, vuoi che lasciamo qua il fratellino e che al suo posto ci portiamo a casa il gatto?". Lei mi ha guardato seria, puntandomi il ditino contro. "No, mamma. Adesso mi sono un po' affezionata. Allora, smettila di voler lasciare il micro-fratellino in tutti i posti".